giovedì 17 ottobre 2019

I can still taste it on my lips

Stars On Fire - Songs For The Summer

In qualche luogo lontano da qui sta per arrivare l'estate. Può anche essere un bel pensiero da tenere a mente, mentre stretti nei nostri impermeabili ci aggiriamo tra le foglie che hanno cominciato ad ammucchiarsi a lato nella nostra via, e il cielo si fa buio ogni giorno più in fretta. Songs For The Summer è il titolo fuori tempo massimo del secondo EP per Stars On Fire, il progetto solista di Christoph Mark, californiano residente però a Seoul. Mark aveva fatto parte degli Ampersand, band che a cavallo tra Novanta e Duemila pubblicò un ottimo mini-album su Fantastic Records (recuperato soltanto ora, suona ancora freschissimo). Questi suoi nuovi Stars On Fire si definiscono "scrappy jangle pop for people with short attention spans", ma in realtà possono essere molto di più. Se le canzoni del precedente Blue Skies Above (uscito appena a giugno) costituiscono un'indicazione, nella musica degli Stars On Fire puoi trovare una certa vena dolente shoegaze, ma anche il piacere di abbandonarsi ogni tanto a un po' di irruente rumore. C'è un continuo oscillare tra le melodie più delicate, cariche di nostalgia, e un'asprezza austera, che sembra quasi non voler concedere nulla all'ascoltatore. Forse non è un caso che il primo singolo dal nuovo EP si intitoli Salty Kiss. Suona meravigliosamente, come se gli Yo La Tengo si mettessero a fare cover dei Field Mice, e nella sua dolce pigrizia irrequieta mi fa davvero pensare alle canzoni per un'estate lontano da qui.

mercoledì 16 ottobre 2019

Embracing that obsolescence (Ode to joy)

Popular culture no longer applies to me

Ieri sera in treno ero seduto accanto a una ragazza con una felpa dei Nirvana, una di quelle felpe standard che si comprano da H&M. Stava mangiando caldarroste da un sacchetto di carta e ascoltava musica con gli earpods. Ho sbirciato il suo telefono, c’era una playlist di Mamhood su YouTube. Mamhood fa quel genere di canzoni che non mi dicono assolutamente nulla ma che, tutto sommato, sono contento i ragazzini o i miei figli ascoltino. È roba per loro, ha una sua dignità, e mi sembra meglio di J-Ax, Baby K o Fedez.
Per dirti quanto sono sfasato e fuori dal tempo, però, il mio cervello ha registrato il trascurabile particolare delle castagne come “sta ancora mangiando caldarroste”. E mi sono accorto che in quell’ancora lasciato lì un po' sovrappensiero non stavo credendo fosse già autunno per davvero. A causa di qualche lapsus, da qualche parte nella mia testa sul treno si era formato il pensiero “ma dove avrà trovato castagne così avanti?”. Come se questo ottobre e le caldarroste fossero la sproporzionata estensione di un ottobre passato e insolitamente prolungato, sconfinato al di sopra di un’inverno, di una primavera e di un’altra estate, ma in qualche modo del tutto plausibile.
Un po’ confuso da questo vago momento Ubik dei miei pensieri, mi sono ripreso e sono ritornato al presente, mettendomi a leggere la newsletter di Darren Hemmings “Motive Unknown”, preziosa come sempre. Proprio alla fine, tra gli ultimi link, c’era il titolo “I Introduced the Term 'Dad-Rock' to the World. I Have Regrets.”, che prevedibilmente ho trovato irresistibile e che ho aperto subito. Portava a un articolo di Rob Mitchum (firma storica di Pitchfork, Paste, SPIN e Chicago Tribune) apparso ieri su su Esquire. Mitchum tornava sopra una sua vecchia recensione di Sky Blue Sky dei Wilco, datata 2007, in cui aveva usato l’etichetta “dad-rock” con un tono abbastanza negativo, contribuendo a diffondere un modo di dire spesso piuttosto sprezzante.
Da quei giorni, dall’epoca d’oro di band come National, Bon Iver, Fleet Foxes o Arcade Fire, in cui era possibile distinguere cosa fosse Dad-Rock e cosa no, è passata molta acqua sotto i ponti, e Mitchum (che non ha inventato l’espressione “dad-rock”) oggi è padre, e vuole farci sapere di considerare con un certo rammarico quella sua presa di posizione critica. Sente di essere stato forse troppo severo, di essersi lasciato prendere la mano, e arriva anche a scrivere “I also feel guilty whenever Tweedy, once one of my favorite songwriters, talks about his distaste for the term”.
Ma la cosa che mi ha colpito di più in quel pezzo è il penultimo paragrafo, il “bridge” che porta al finale, ovviamente lieto e riappacificatore. Un paragrafo che parla di un altro tempo:
But I’m embracing that obsolescence. I’m the same age now as when Tweedy put out Sky Blue Sky, and just as 28-year-old me didn’t connect with a 40-year-old’s songs about aging, marriage, and parenthood, I’m sure Pitchfork readers today don’t want music opinions from a father-of-two who often goes to bed at nine. Dad style as fashion might be a passing, ironic trend, but dad-rock as a frame of mind, an inverse of the youth-chasing mid-life crisis, might just be good mental health. It’s exhausting to stay on the bleeding edge of what’s cool; it’s liberating to know what you like, and to find joy in it during those increasingly scarce moments of free time, or when you’re dealing with the stress of caring for the little humans you made.
E qui ci troviamo di fronte a quello che potremmo definire un “reverse Reynolds”, un gesto atletico molto più difficile e faticoso di quanto si possa immaginare. Se eseguito con accuratezza, collocherà l’autore che lo realizza in una condizione diametralmente opposta, del tutto speculare, a quella di chi invece ritiene necessario che l’analisi dei singolari fenomeni culturali che avvengono intorno alla musica debba procedere costantemente in avanti, sempre alla ricerca di nuovi segni e di una nuova attualità da decifrare. Con Mitchum, invece, siamo alla fuga di fronte a un “what’s cool” letteralmente sanguinante.
“Abbracciare l’obsolescenza” sembra essere un’arte che la Generazione X ha imparato a praticare con paziente e incantevole raffinatezza: si può dire che sia nata per quello. Non abbastanza vecchia per permettersi di ignorare o addirittura biasimare il cambiamento, e non abbastanza dinamica per riuscire a goderne fino in fondo. “Abbracciare l’obsolescenza” come si abbraccia una boa in mezzo alla burrasca (e magari non hai nemmeno provato a vedere se qui si tocca). “Abbracciare l’obsolescenza” è una cosa che, in realtà, da amante dell’indiepop, ho imparato a frequentare ben prima dell’età del Dad-Rock. Nelle scene minime e pretenziose, nell'esasperazione dell'effimero e del fragile, una posa al tempo stesso compiaciuta ma anche consapevole, sono passate e hanno prosperato inosservate le stagioni più twee. Se vuoi, c’è sempre un prima a cui rimandare, e trovi sempre qualcuno che ti spiega che “una volta era meglio”.
Come Mitchum è sicuro che “Pitchfork readers today don’t want music opinions from a father-of-two who often goes to bed at nine”, così noi da sempre siamo stati del tutto certi che ben pochi avevano voglia di perdere tempo (e men che meno di ballare) con dischi che arrivavano da etichette che potevano proclamare con sommo candore “Music Is My Girlfriend” oppure “Happy Happy Birthday To Me”. E questo, forse, ci ha difeso e protetto da quel "contrario della crisi di mezza età che rincorre la gioventù", in fin dei conti superfluo. E questo, forse, è stato un po’ il mio momento caldarroste-con-lapsus sul treno ormai arrivato a Bologna: l’indiepop è sempre stato un po’ il Dad Rock di sé stesso, sfasato in una crisi di mezza età perenne che scavalca mesi e stagioni, senza bisogno di nessun “youth-chasing”, perché nel suo essere costantemente un po’ obsoleto e fuori dal tempo continua a trovare tutta la "youthfulness" di cui ha bisogno.
Al mio ritorno a casa, nella cassetta della posta c'era ad aspettarmi il pacchetto dell'ultimo crowd-funding di Eddie Argos: con meravigliosa puntualità, la maglietta “Popular culture no longer applies to me” era finalmente mia.




venerdì 11 ottobre 2019

Cherry bomb!

A Certain Smile - Bae

Un consiglio a tutti quelli che, come me, soffrono la mancanza di certe chitarre e melodie alla Pains Of Being Pure At Heart (e soprattutto dei Pains epoca primi sorprendenti singoli): gli A Certain Smile hanno fatto uscire un nuovo sette pollici e sono pronti a consolare i nostri cuori. Del resto, con il nome che si sono scelti e che omaggia così apertamente i Rocketship direi che si sono già conquistati tutte le nostre simpatie.
Dopo il primo e notevole album di un paio di anni fa, il self-released Fits & Starts, arrivano ora tre canzoni raccolte sotto il titolo di Bae EP e targate Jigsaw Records, e davvero non sbagliano un colpo. La band di Portland (ma originaria di Philadelphia) ha ormai messo a punto la sua formula fuzzy pop che mescola dolcezza e rumore nella giusta misura, e nella sentimentale B Side mostrano anche di saper maneggiare atmosfere più acustiche e Field Mice. Questo singolo anticipa un prossimo album a quanto pare in dirittura d'arrivo e alza parecchio le nostre aspettative.








martedì 8 ottobre 2019

“I think we could do it if we tried”

polaroid - un blog alla radio

"polaroid - un blog alla radio" S19E02 @ NEU RADIO

Daniel Johnston – Living It For The Moment
Versing – Tethered
Mick Trouble – Pity For A Pale Boy
Allah-Las – Prazer Em Te Conhecer
The Wellington – It’s So Fine
Locate S,1 – Owe It 2 The Girls
Real Beauties – Brown Eyes
Special Friend – Before
Clairo – Sofia

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lunedì 7 ottobre 2019

Approaching Perfection: A Tribute To DC Berman

Approaching Perfection: A Tribute To David Cloud Berman

Sono passati appena un paio di mesi da quando David Berman purtroppo ci ha lasciato, ma sono bastati per mettere assieme una prima compilation di ben trentacinque band che gli rendono omaggio. Credo sia un segno di quanto la sua scomparsa sia stata dolorosa e devastante, e immagino vedremo altre iniziative del genere nel prossimo futuro.
Approaching Perfection: A Tribute To DC Berman non è un disco ma un semplice streaming su Soundcloud, ed è stato promosso dal sito francese Section 26, che così lo presenta:
We know it too well: the appreciation of music is always subjective… And so is its reinterpretation. Just like a composite picture, these covers as a whole have profoundly changed the way we will now listen to David Berman’s songs. The performers have shown us other aspects of the musician, their own aspects, which we hadn’t even thought about. Behind each song, we can hear the voice of the artist covering it. But also, implicitly, that of the poet, reaching us differently.
In scaletta, fra gli altri, nomi del calibro di Dean Wareham (Galaxie 500, Luna), Adam Green, Pete Astor (The Loft), Robert Scott (The Bats), Jad Fair e Jeffrey Lewis, ma anche altre band care a queste pagine come Elva (Allo Darlin'), Wendy Darlings, Kyle Forster (Crystal Stilts, e ospite anche nell'ultima fatica discografica di Berman), Business Of Dreams, Jeremy Jay, The Reds, Pinks & Purples e David West (Rat Columns).
Ognuna di queste voci di fronte al non semplice compito di interpretare una canzone dei Silver Jews o dei Purple Mountains (o addirittura qualche  poesia), chi restando più fedele e chi facendola, invece, del tutto propria, credo sia riuscita soprattutto a mostrare moltissimo amore per l'opera di Berman, e tutte insieme rendono questa raccolta una bellissima e commovente testimonianza.





venerdì 4 ottobre 2019

Where can you put yourself that makes sense

Frankie Cosmos - Close It Quietly

Come l’autunno di poche parole torna ancora una volta a insinuarsi, con un sussulto, tra questo pomeriggio in cui sembrava si potesse continuare a stare fuori in maglietta e la pedalata controvento del brusco imbrunire, in mezzo alle foglie che spazzano la strada e sotto le prime gocce che cominciano a cadere, così anche Frankie Cosmos lascia che tra gli aggraziati versi del suo ultimo album Close It Quietly filtrino brividi, angoli cupi e umidi, un freddo già presagito, un senso della fine, però naturale, quotidiano, un ordinario passaggio di stagione.
Dall’apertura apocalittica di “The world is crumbling and I don't have much to say / We say goodbye” (Moonsea), passando per la schietta ammissione “I wanna stop being in this life” (Self-Destruct), fino ad arrivare alla conclusiva This Swirling che, dopo avere constatato come “just standing here seems like a good start for me to cry”, si abbandona a un funereo scioglilingua: “I will die trying / I will die crying / I will cry dying / I will try crying / I will cry trying”.
Close It Quietly è il quarto album in studio di Frankie Cosmos, dopo la lunga e prolifica gavetta DIY su Bandcamp, e Greta Kline può contare ormai su una band stabile, nonché su una label di peso come la Sub Pop, e a questo lavoro si aggiunge anche la produzione di Gabe Wax (già al fianco di War On Drugs, Beirut, Fleet Foxes, fra gli altri). La consistenza e la confidenza della sua scrittura si sono rafforzate anno dopo anno: per quel che può valere un certo dato statistico, dai tempi di Zentropy del 2015 il minutaggio è raddoppiato, e così anche il numero delle tracce. Ma non è soltanto questione di quantità. Ccon molto disincanto 41st si domanda infatti: “Does anyone wanna hear the 40 songs I wrote this year?”. È una qualità oggi ancora più acuta, che conosce e quasi insegue la propria fragilità. E una voce che si mette di continuo in discussione.
La poesia di Greta Kline è un gioco sempre più sottile di equilibri tra l’attenta osservazione di ciò che la circonda (“Your windows glisten yellow in the sunset / I got teary looking at the sky again”), e la scrupolosa analisi di quello che succede al proprio cuore e ai propri pensieri: “I do not know what I am for / I wasn't really keeping score / It wasn't really a game / Flowers don't grow in an organized way / Why should I?”.
Di fronte alla musica di Frankie Cosmos, da tempo non ho alcun interesse a inventare giudizi o a far finta di avere un’opinione obiettiva da argomentare. La più sciocca recensione di questo ultimo lavoro che ho visto in giro diceva “[it] doesn’t sound particularly exciting or new, but it certainly succeeds at its intentions – it’s a triumphant album for people that find catharsis in indie pop’s niceness”. Se tieni in considerazione soltanto il grado di “novità” di un disco, e se scambi quello che Frankie Cosmos racconta per “niceness”, puoi passare oltre e impiegare meglio questi quaranta minuti della tua vita. Se invece trovi interessante, vorrei dire fecondo, lasciarti trasportare dall’incanto di piccole e continue illuminazioni (“love is a miracle / cause life's a dream”), allora in questo album potresti scoprire davvero molto.



mercoledì 2 ottobre 2019

Première: Pictish Trail - "Slow Memories"

Pictish Trail 63 - Credit - Stephanie Gibson + Styled by I’ll Be Your Mirror
photo by: Stephanie Gibson

Johnny Lynch, in arte Pictish Trail, nel corso degli anni è arrivato a mettere a punto un'idea di musica che, da un lato, colpisce per la coerenza e la precisione e, dall'altro, continua a regalare meraviglia. In qualche modo, sai benissimo quale accurata e raffinata mescolanza di folk acustico e innesti sintetici ti potrai aspettare da lui, quale nuova, imprevedibile e psichedelica combinazione di Grandaddy e Belle and Sebastian (due band con cui Lynch ha condiviso palchi e tour) riuscirà a inventare. Eppure, ogni volta le canzoni di Pictish Trail riescono a stupirti e a portarti altrove. Così è stato per i suoi primi tre album, e in particolare per l'ultimo Future Echoes (prodotto da Adem!), del 2016, che l'anno successivo si conquistò il voto popolare come Scottish Album Of The Year.
Oggi Pictish Trail presenta per la prima volta un'anticipazione dal suo quarto lavoro, Thumb World, in arrivo su Fire Records il prossimo 21 febbraio 2020. Qui sotto trovate il video del nuovo singolo Slow Memories, una delicata ballata che tocca uno dei temi intorno a cui si muove l'album: "i pollici opponibili sono quello che ci distingue dalla maggior parte degli animali sulla Terra", spiega Lynch, "e sono anche ciò che usiamo per scorrere sugli schermi, per separarci dalle nostre vite normali, cosa che a sua volta ci intrappola in una realtà artificiale".



La regia del video è a cura di Davey Ferguson, aka Swatpaz, noto per la serie Turbo Fantasy e per avere firmato un intero episodio del cartone di culto Adventure Time. Durante la scrittura e la registrazione di Thumb World, Lynch aveva inviato a Ferguson alcune bozze di canzoni, e Ferguson aveva immaginato il mondo del disco come una specie di videogioco onirico Anni Ottanta. Alla fine, alcune tracce dell'album sono state proprio ispirate dai visual di Swatpaz.
"Il video di Slow Memories racconta la storia di un pollice che lotta per tornare in contatto con gli alieni che lo hanno visitato in passato", spiega lo stesso Ferguson. "Ho preso la bellissima e inquietante traccia di Johnny, insieme a una sua nota sul desiderio di essere rapito dagli alieni come metafora per arrendersi all'ignoto nel tentativo di sfuggire la vita domestica. Ho cercato di creare un piccolo film che fosse al tempo stesso trionfante e triste, e magari leggermente meno sciocco dei miei precedenti cartoni".



lunedì 30 settembre 2019

Indiepop Jukebox (ieri, 29 settembre)

Agacy - Give My Life Back

▶️ Adam Agace, già bassista dei nostri amati Hater, ha un interessante progetto solista chiamato Agacy che, almeno a giudicare dalle prime prove, sembra abbastanza differente dal suono della band di Malmö. Il singolo di debutto Give My Life Back, prodotto da Joakim Lindberg e con Andreas Pollak dei Kluster alla batteria, ha un incedere grandioso e magniloquente che mi ricorda un incrocio tra il primo Joel Alme e certi Shout Out Louds. Più in generale, l'ispirazione dichiarata di Agacy intende essere un "emotional post-punk", come si può intuire dal ritornello "if we fake it again, maybe love will kick in". Give My Life Back farà parte di un album intitolato The Space Between Our Lips, in uscita il prossimo 25 ottobre su Yellow Step Records, label curata dallo stesso Agace.




THE MEMORY FADES

▶️ Stephen Maughan è un veterano della scena indiepop: alla fine degli Anni Ottanta ha curato la fanzine This Almighty Pop! (poi diventata per un breve periodo anche una label), e in seguito ha dato vita a diverse band come Bulldozer Crash, Denver e Kosmonaut, pubblicando dischi per Sunday Records, Elefant, Matinée e molte altre (ho ripescato in rete alcune sue interviste, tutte molto interessanti per ricostruire una certa fase della nostra musica preferita, come questa oppure questa, e addirittura una in italiano, nel nostro caro vecchio Indiepop.it). Il talento e l'esperienza, quindi, non gli mancano, e lo dimostra anche nel suo più recente progetto solista The Memory Fades, con il quale ha da poco fatto uscire un ottimo EP dal titolo Space Pilot, contenente quattro nuove tracce. Si va dalla dichiarazione d'amore per The Jesus and Mary Chain (con Estella Rosa del Nah a fare da guest vocalist) a una canzone che potrebbe stare tranquillamente nel repertorio dei Teenage Fanclub, come Run Away, tutto scritto con grande eleganza.




The Fisherman and his Soul

▶️ Intanto l'altra metà dei Nah, quella residente in Germania, ovvero Sebastian Voss, porta avanti il suo progetto solista The Fisherman And His Soul, dove il carattere più twee della band lascia spazio anche ad altre direzioni e sperimentazioni. Il nuovo EP Disco///Voss raccoglie cinque tracce che mescolano chitarre jangling e arrangiamenti che mi fanno venire in mente in qualche modo gli Anni Ottanta. Per esempio, questa Criticize è un ottimo singolo danzereccio à la Orange Juice:




Beehive - Depressed & Distressed

▶️ Una drum machine ridotta all'osso che non si ferma mai, nemmeno tra un pezzo e l'altro, chitarre sporche, un basso ruvido e pesante in primo piano, una voce paranoica che rimbalza tra gli echi, atmosfere opprimenti e una rabbia che sembra dover esplodere da un momento all'altro: tutto questo sono i Beehive, nuova band che vede coinvolto Jake Sprecher (già parte di Terry Malts Smokescreens e Business Of Dreams: tutti nomi piuttosto cari a queste pagine) insieme al bassista Bud Armienti dei Shutups. A volte sembra di sentire un Jonathan Richman allucinato che presta la voce ai più scarni Suicide (You're So Fascinating), a volte il malessere si manifesta più diretto, aggressivo e punk, come nella disperata When Can I See You Again. Le sette canzoni dell'EP si potrebbero quasi riassumere nel titolo che le raccoglie: Depressed & Distressed.




The Wellington - It's So Fine

▶️ Non potrebbe essere una rubrica di questo jukebox senza una fuga in Indonesia, nazione capace di regalare all'indiepop sempre notevoli sorprese. L'ultima uscita di casa Guerrilla Records è un nuovo scintillante singolo dei The Wellington, formazione dalla scrittura cristallinaproveniente dalla città di Depok e in giro ormai da una quindicina d'anni (qui si può recuperare una datata biografia). Questa nuova It's So Fine è pura poesia byrdsiana. Dovrebbe far parte di un prossimo album, ma dato che le uscite dei Wellington arrivano sempre con il contagocce, non si sa bene quanto tempo toccherà aspettare. Accontentiamoci per ora di questa canzone trascinante e luminosa.




Lost Ships - All Of The Pieces EP

▶️ The Kites sono stati una piccola e abbastanza oscura band indiepop di Plymouth a cavallo tra Ottanta Novanta (la storia è raccontata in una esauriente intervista su Cloudberry Cake Proselytism). Dopo quasi trent'anni i componenti di quella formazione sono tornati a fare musica insieme con il nome di Lost Ships, e da quel che ho potuto sentire e confrontare hanno maturato un bel sound robusto, molto più influenzato da band come Teenage Fanclub e The La's rispetto alle origini. Dopo il buon EP Best Laid Plans, uscito la scorsa estate, ora c'è un nuovo singolo fuori, All Of The Pieces, pubblicato da Subjangle, straripante melodie contagiose e solari:




giovedì 26 settembre 2019

Walk slowly around each corner of our absent minds

Possible Humans - Everybody Split

A republic in the shape of a banana
King Crimson covering Nirvana
I guess that's my puddle in the sky
And I leave one glove behind

Mi stavo perdendo dentro i testi di Everybody Split, il disco d'esordio dei Possible Humans, ed era una lettura inspiegabilmente appagante, che assomigliava più a un lasciarsi andare alla deriva, di immagine in immagine, trasportati dalle fitte trame di chitarre e dai nonsensi. Era un po' come se quell'inafferrabile flusso di coscienza riflettesse la struttura stessa delle canzoni, il loro scorrere libero ma non scomposto, tra riff che emergono d'improvviso, acuti e taglienti, per poi dilatarsi, dileguarsi e mutare in altri colori.
La musica dei Possible Humans riesce a essere tanto jangling quanto psichedelica; sa avvicinarsi all'indiepop e sbandare sul post-punk; può mettere in mostra evidenti riferimenti come Clean, R.E.M. o Feelies (per esempio, nella nevrotica e magnifica The Thumps), ma anche abbandonarsi a esplorazioni quasi Television, come nei dodici minuti di Born Stoned, o rabbuiarsi alla Wire, come nella paranoica Nomenclature Airspace.
Everybody Split è proprio un disco per me: i Possible Humans fanno base a Melbourne, in formazione hanno Adam Hewitt, già chitarrista degli Stroppies, si definiscono dei "Total Control for sadsacks" e nonostante siano assieme dal 2012 sono arrivati soltanto ora al debutto. Inoltre, l'album è stato prodotto dall'ex Twerps e The Stevens Alex MacFarlane, che ne aveva anche curato la prima pubblicazione sulla sua label Hobbies Galore, mentre ora è stato ristampato in vinile dalla Trouble In Mind di Chicago.
All'ultima traccia, Meredith, il colpo di scena. Di colpo la narrazione si fa quasi lineare, le immagini si rapprendono in una scena plausibile: "I walked you home / I split to the bike path / Just for fear of being crushed / I worried about it too much". Davvero? Alla fine di questi fantastici e sconsiderati quaranta minuti, i Possible Humans decidono davvero di regalarci una fin troppo palese canzone d'amore?
Ovviamente manca il lieto fine: "I just wanna know you / Walk you a little further / But I gave up / And my loose tongue love dumb mouth won". Però la descrizione dell'impacciato protagonista che, nonostante tutto, mantiene viva la propria fiamma di speranza è resa senza filtri: "You'll come back and rescue me from / This whore of a town / Burn it to the ground". Ennesimo lampo di genio, proprio sull'orlo della conclusione, il disco sembra qui rivelare un carattere di circolarità, riallacciandosi alla canzone in apertura, Lung Of The City, un'istantanea tesa che racconta in qualche modo un rapporto di amore e odio con il luogo in cui si vive: "Resenting a home town is lazy, and leaving it doesn’t make you cool, however correct. It’s a relationship worth understanding, because maybe it doesn’t want to see you either".




martedì 24 settembre 2019

Première: The Procrastinators - "Wah Tah"

The Procrastinators - 'Wah Tah'
photo by Elisa Piatti

Stagioni intere passate a chiedersi perché qui in città non si muove mai nulla, a cercare qualcosa che ti dia un po' di scossa, e poi all'improvviso un messaggio, due righe, un nome nuovo: The Procrastinators. Si definiscono "una mefistofelica creatura bolognese che prende e mescola punk scuro, garage e post punk americano" e direi che si tratta di un autoritratto indovinato. Formazione essenziale, chitarra, basso e batteria, Paolo Cicconi, Paola Paganotto e Lorenzo Mazzilli sono insieme soltanto dall'anno scorso ma hanno già cominciato a farsi le ossa in giro, suonando con nomi del calibro di Warm Drag, Movie Star Junkies e Powersolo.
Ora sta per arrivare Wah Tah, l'EP di debutto pubblicato su cassetta dalla milanese Rocketman Records, sette tracce che "si divincolano tra disagi posturbani e contemplazioni fuorvianti sull'amore finito", ed è con grande piacere che lo presentiamo oggi qui, sulle vecchie pagine di polaroid. La cosa che colpisce subito di questo disco è la disinvoltura con cui riesce ad alternare momenti di rabbia e scazzo veloce (OK Day o il singolo White Hood ne sono un ottimo esempio), ad altri acidi e torbidi (l'asfissiante Mantra), ad altri ancora carichi di un nervosismo sensuale (Lady's Well, quasi Jon Spencer).
The Procrastinators presenteranno Wah Tah dal vivo con un imperdibile release party che si annuncia già infuocato al Freakout Club il prossimo 29 settembre, insieme a nunofyrbeeswax e Glitch Bitch.



White Hood (On His Head), il primo singolo tratto da Wah Tah, racconta un incontro/scontro immaginario con quello che i giornali di solito chiamano "sovranista" ("You hide behind your white priviledge") e il "white hood" è evidentemente quello del KKK.
La canzone è accompagnata da un video girato dalla stessa band in due punti cruciali per la Bologna di oggi: XM24 e il Parco Pasolini al Pilastro. Come sottolineano i Procrastinators, questi luoghi "rappresentano delle terre di confine, di creazione di una zona autonoma e volontaria, per questo scomoda e insopportabile, nel caso di XM24, di ghettizzazione forzata e voluta dalla politica per quanto riguarda il Pilastro".
Insomma, saranno pure dei "procrastinatori" e guarderanno sempre al domani, ma le idee chiare su cosa succede qui e ora direi che non mancano.

Ascolta tutto Wah Tah:



Uno speciale ringraziamento a Oh Dear Records!

lunedì 23 settembre 2019

How long you been gone

The reds, pinks and purples - anxiety art

Glenn Donaldson, autore dietro lo pseudonimo The Reds, Pinks And Purples definisce le canzoni contenute nel suo album d'esordio Anxiety Art (esordio per modo dire, come vedremo), soltanto delle "straight pop songs with not much of a filter". Credo sia una definizione fin troppo modesta. Al primo ascolto, mi ha subito fatto venire in mente una versione a bassa fedeltà di certi Magnetic Fields: la grazia autunnale delle melodie scavalca gli arrangiamenti da bedroom-pop, e l'ostinazione di una tersa malinconia pervade la scrittura, facendola brillare anche quando, in apparenza, si appoggia a pochi e misurati elementi.
Il comunicato di presentazione del disco, pubblicato dalla spagnola Pretty Olivia Records, spende subito tre nomi rilevanti: Sarah Records, The Go- Betweens e R.E.M. Penso si possa dire che è nella triangolazione di questi tre riferimenti (non a caso: uno britannico, uno australiano e uno statunitense), quasi fossero coordinate geografiche, che si localizza tutto il fascino di questa musica: un indiepop introverso, in cui si intravedono tracce nervose sotto pelle, ma comunque capace di catturare una luce semplice, un incanto dal carattere riservato che si può schiudere al momento opportuno.
"I wrote these songs in the Inner Richmond neighborhood of San Francisco. They came to me on walks around Golden Gate Park and shopping at Asian grocery stores on Clement Street. They are fiction and non-fiction", racconta Donaldson, che in maniera evidente sa come trattare queste istantanee suburbane dai colori pastello. L'esperienza non gli manca: ha fatto parte di Skygreen Leopards e Art Museums, ha collaborato con band come Woods e The Fresh And Onlys, due band il cui suono caldo in qualche modo è filtrato anche in questo nuovo album, e insieme a Chris Berry della Soft Abuse ha fondato l'etichetta Fruits & Flowers Records (dall'impertinente e adorabile motto "stupid music for smart people").
Reds, Pinks And Purples, però, sembra un progetto non solo solista ma anche più solitario, una ricca collezione di canzoni che suona come un diario stipato e aperto, piccole storie piene di indicazioni domestiche, domande che rimandano a un passato sfuggente, allusioni che non è possibile cogliere a pieno, luoghi carichi di memorie non nostre. La magia di Donaldson, e di quella sua voce calma e disillusa, sta proprio rendere così facile riconoscerle come familiari e vicine.
"Stress or bad times can drive people to make music or art. It's a relief for me to make things, so I called this record Anxiety Art."





mercoledì 18 settembre 2019

Are things falling together or falling apart?

SMALL CRUSH

Benedetta l'adolescenza pop, con i poster in cameretta, gli adesivi colorati di unicorni, cuori e gelati a riempire copertine e chitarre, le frasi profonde scritte a pennarello e costellate di arcobaleni, le lacrime allo specchio, le scoperte troppo veloci per essere ricordate, i buoni propositi velocemente da dimenticare e qualche ragazzo che non risponde mai e che, come sempre, capirà quanto di prezioso si è perso soltanto troppo tardi.
"Everything is confusing / I can never really know exactly what I want / It’s frustrating": se dai al tuo gruppo il nome di "piccola cotta" non puoi fare altro che disseminare il tuo album d'esordio di queste strofe schiette e adorabili e, alla faccia di ogni possibile cinismo, ribadire che esite un fragile momento nella tua vita in cui questa è tutta la poesia e significa tutto.
Gli Small Crush si tuffano senza esitare un secondo nell'età degli "I’m scared for what’s ahead" e dei "Sing me a song all night long about love", e io non ho nessuna intenzione di fargli qualche noiosa paternale e dirgli come potrebbe andare a finire. Se qualcuno è ancora così giovane e così pieno di speranze da mettersi alla ricerca di un "missing piece to what's making me so unhappy", io posso soltanto provare ammirazione e invidia. Anzi, io voglio proprio che queste canzoni mi facciano sentire la rincorsa e lo slancio di tutti i "There's nothing I'd rather do than sit and talk to you" del mondo, anche di tutti quelli che non abbiamo mai detto. Grazie al cielo, dentro a queste tredici canzoni, tutto ciò succede con una facilità e una freschezza non comuni.
Il promettente quartetto di Oakland, guidato da Logan Hammon e pubblicato da Asian Man Records, traduce in musica sentimenti puri scrivendo un indiepop che può ricordare, di volta in volta, certe atmosfere alla Frankie Cosmos, Radiator Hospital o Girlpool, ma lasciando intatta una naturalezza e una sincerità nell'approccio che di fronte all'ennesimo "I’m a mess, I’m a mess, I’m a mess!" non può che strapparmi un sorriso pieno d'affetto.



sabato 14 settembre 2019

It's a wounded world

MICK TROUBLE

Sarebbe troppo bello poter soltanto credere alla storia di Mick Trouble, quella che, per esempio, ancora accompagna il suo primo EP nella presentazione sul sito di Rough Trade: "for a brief time in 1981, Mick Trouble was on the verge of becoming The Band That Saves Britain". Il giovane cantautore prodigioso, "the cocky bastard son of Nick Lowe and Dan Treacy", le immancabili e acclamate John Peel session, la misteriosa scomparsa da un giorno all'altro, il leggendario disco mai uscito e poi per miracolo ritrovato. Ogni pezzetto della storia di Mick Trouble sembra ritagliato da uno dei mille aneddoti intorno all'età dell'oro del post-punk UK e alla nascita della scena indie che abbiamo letto e riletto ovunque.
Ma tutto questo collage è soltanto il frutto dell'amore di Jedediah Smith, newyorkese e contemporaneo, per quei suoni e quelle band che ancora oggi non hanno smesso di riempirci di meraviglia. Del resto, sono quasi tre lustri che Jed Smith ricorre sulle pagine di questo blog e su queste frequenze: che fosse con la sua sottovalutata band My Teenage Stride o con il suo più recente e formidabile progetto Jeanines, ho sempre trovato unica la sua capacità di scrivere canzoni ruvide e al tempo stesso emozionanti.
Tutto nacque da un "finto" (?) articolo di Wondering Sound che doveva raccontare "The Best Albums That Never Existed": Smith inventò dieci biografie e registrò altrettante canzoni dai generi più diversi, dal Northern Soul al synth-pop al goth (l'articolo, con una certa ironia, si recupera solo su Archive.org mentre la playlist è ancora viva su Soundcloud). Tra queste band, Mick Trouble rappresentava un po' l'alter-ego di Smith imbevuto di TV Personalities e fredda Londra a cavallo tra Settanta e Ottanta, senza dimenticare anche una punta di beffardo anti-tatcherismo. Ma si intuisce che non si tratta di un semplice pastiche, e Smith lo ribadisce in questa intervista a Vice: "I try not to go too broad because this is not satire or parody".
Smith ormai non si nasconde più di tanto nel travestimento vintage, e come dimostra in maniera splendida Here'sThe Mick Trouble LP, "l'atteso" album di debutto uscito per Emotional Response, è ancora possibile strappare una lacrima e un sorriso con questo indiepop impolverato e ormai a pezzi, appassionato e perdente, e ritrovare dentro quei tempi andati qualcosa dei nostri: it's a wounded world.






giovedì 12 settembre 2019

Living it for the moment - in ricordo di Daniel Johnston

Daniel Johnston

A Daniel Johnston sono arrivato tardi, come a tante altre cose nella vita. Lungo gli Anni Novanta incrociavi abbastanza spesso il suo nome accanto a quello di gente importante: Kurt Cobain, con la famosa t-shirt regalata da Everett True, gli Yo La Tengo (protagonisti di un memorabile live al telefono), i Teenage Fanclub, i Sonic Youth, i Butthole Surfers… anche se da qui non appariva subito chiaro perché. Daniel Johnston era un’entità che richiedeva tempo e conoscenza per manifestarsi. Scoprivi che c’era sempre altro, c’era sempre un prima più nascosto. Ogni tanto qualche mensile dedicava a Johnston una retrospettiva: senza nulla da ascoltare, leggevi invariabilmente parole come "icona" o "leggenda", restavi a guardare questi suoi ritratti in bianco e nero e non capivi come potessero contenere, al tempo stesso, tanta costernazione e tanta sincerità. Gli occhi di Daniel Johnston si spalancavano ingenui su sentimenti e passioni che chiunque era abituato a sbirciare soltanto in maniera fugace, da una prudente distanza. Noi avremmo distolto subito lo sguardo, rifugiandoci in parole misurate per aggirare certi abissi penosi e certi slanci celestiali: quel ragazzo sorridente e impacciato, invece, ci si stava lanciando a capofitto.

Would you follow me anywhere
Are you entertained by deep despair?


Love, world, cry, hope, death, friends, give, feel, you, me… c’era tutto un vocabolario ricorrente che sembrava non poter essere più elementare. Eppure, appena prestavi davvero orecchio, ti strappava un singhiozzo all’istante. Mentre trattenevi le lacrime, vedevi Daniel Johnston usare quelle parole come mattoncini Duplo grossi e dai colori fin troppo sgargianti, ma con quelli era capace di costruire intere poesie.
A poco a poco, scoprivi che tutte le band che amavi avevano in repertorio una cover di Daniel Johnston (la prima che ricordo: Speeding Motorcycle dei Pastels, per non cominciare a citare tutti quelli che hanno rifatto True Love Will Find You In The End). Poi arrivò il peer-to-peer e nella foga di recuperare tutto ti ritrovavi con questi mp3 di una inconcepibile bassa fedeltà, e lì per lì non eri sicuro che fossero “le canzoni vere”. Suonava davvero a quella maniera, quel famoso Daniel Johnston?
Poi arrivò Fear Yourself, l’album del 2003 prodotto da Mark Linkous, l’uscita di Johnston più accessibile fino a quel momento. Nonostante alcune recensioni non apprezzassero la direzione data al disco dal cantante degli Sparklehorse, giudicato troppo invadente e colpevole di avere ammorbidito in maniera eccesiva la ruvida materia musicale di Johnston, io come tanti altri rimasi incantato (ma un incantato che deborda quasi nel trafitto) da quelle canzoni, da quel senso di intensa tragedia e altrettanto intensa gioia.

She's got me singing with a broken heart
I keep on messing with my mind torn apart
She's only forgotten we've been left in the dust
I guess my art didn't help very much


La questione della “mind torn part” era sempre presente (non è mai stato possibile parlare di Daniel Johnston senza parlare anche di depressione, schizofrenia, farmaci e malattia), e credo sia stata il vero motivo per cui decisi di non andare a vederlo dal vivo, quando venne in concerto a Bologna nel 2005 (un evento gratuito, all’aperto, prevedibilmente gremito all’inverosimile). Mi hanno raccontato dell’agonia di quell’uomo a tratti confuso sul palco, e per quanto il desiderio di poter dire “io c’ero” sia sempre forte in queste occasioni, oggi non ho particolari rimpianti.
Anche se non ho motivo per dubitare che lui volesse sinceramente essere lì a cantarci le sue canzoni, ho l’impressione che io invece avrei provato in anticipo, e proprio davanti a lui, quello che ho provato ieri notte alla notizia della sua morte. Quel senso irreparabile di smarrimento e amarezza, come se ti avessero portato via qualcosa di caro, però con quella punta di recondita consapevolezza (una pietosa consapevolezza) che quell’amore non fosse la cosa che alla fine gli avrebbe dato davvero la guarigione.
Nel mezzo, nell’incerto equilibrio, al di là di ogni ferita, di ogni melodia urlata e sgraziata, al di là di ogni pianto sui tasti del pianoforte, resta questa musica strappata ai nastri registrati nei garage, questa musica che suonava tutta di colpo, tutta in un momento, per un momento, sguaiata e fragile come la vita che cantava e canterà per sempre Daniel Johnston.

Goodbye semi-cruel world
You had it coming for so long
I’m leaving, but I’ll be coming back
I’m just a singer in a semi-famous song
Love, love, love
Love, love, love
Living it for the moment
Are you gonna smile or fall on your face?


(mp3) Daniel Johnston - Living It For The Moment

mercoledì 11 settembre 2019

Show me more

VIVIAN GIRLS

"polaroid - un blog alla radio" S19E01 @ NEU RADIO

Comet Gain – Mid8Ts
Girl Ray – Show Me More
The Umbrella Puzzles – As Simple As That
Vivian Girls – Something To Do
Blue Ocean – Summer Of Hands
Big Thief – Not
Hater – Four Tries Down
Sasami – Take Care
Attagirl – 九月 (September)

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