sabato 16 novembre 2019

F.A.R. Out - a sunshine psychopop compilation

F​.​A​.​R. OUT Compilation

Sotto il più tetro cielo di un mattino di metà novembre, mentre immagini di acqua alta e alluvioni rendono sempre più pessimisti e amareggiati, una compilation che si presenta a tema "sunshine psychopop" può rappresentare un'apprezzata via di fuga. La raccolta si intitola F​.​A​.​R. OUT ed esce per la Fadeawayradiate Records di Amsterdam, etichetta che ormai ci ha abituato alla pubblicazione di ottime compilation indiepop. Come l'omonimo blog, la label è curata da Estella Rosa, già voce del duo twee NAH!, qui presenti in scaletta sia con un singolo che con un featuring.
Questi quasi cinquanta minuti di musica riuniscono nomi eccellenti, e quasi tutte le canzoni potrebbero tranquillamente essere singoli a sé: i Pale Lights, da New York, vedono al loro interno componenti (o ex) di band del calibro di Comet Gain, Crystal Stilts, Cinema Red and Blue e Ladybug Transistor, e la loro elegante Golden Times si colora di uno stile molto Lloyd Cole; MJ Elston (ex dei Bulldozer Crash) contribuisce con la crepuscolare bossanova Normandy By Sundown; Night Heron, nome d'arte del prolifico Michael Telles, da Gloucester, Massachusetts, e il duo dei The Catherines, da Amburgo, viaggiano verso luminose atmosfere Sixties e retrò; i nostri amati Young Scum, dalla Virginia, tornano a regalarci un po' del loro squisito jangle pop, mentre i veterani Suncharms, da Sheffield, danno un tocco più dolce al loro shoegaze, di solito più rumoroso. Alcuni altri nomi interessanti, come i Miserable Chillers, li ho invece scoperti grazie a questa compilation, un altro dei vantaggi di queste operazioni discografiche. Se avete bisogno di un po' di indiepop per dare un po' di calore al vostro autunno, F.A.R. Out è il disco che fa per voi.




mercoledì 13 novembre 2019

Sometimes, somehow life gets in the way

House Deposit - Reward For Effort

Meaghan ha la sensazione di essere un po’ assente dalla propria vita. Le sembra di essere sempre addormentata. Esce a fare una passeggiata lungo il torrente per godersi il sole.
Sam è seduto nella macchina parcheggiata. Ascolterà ancora una canzone e poi deciderà se partire e raggiungere gli altri. Magari due canzoni. Magari arriverà in fondo alla strada e poi farà inversione.
Tutti e due guardano al mondo come se ne fossero fuori. Ansia e indifferenza si scambiano di posto, è lo stesso giorno che si ripete, il futuro fa paura.
Non vogliono mai uscire di casa, sognano un giorno improbabile in cui avranno una casa, chiamano il loro gruppo "caparra per l'acquisto di una casa".
Gli House Deposit raccontano queste piccole storie di malessere suburbano post-adolescenziale con un tono distaccato, quasi leggero, una distanza che mette sotto sedativo (spesso letteralmente) le emozioni e i ricordi. Ci sono state rotture, abbandoni, incompresioni e delusioni. Il mondo non offre né lavoro né scopo. Restiamo chiusi in camera da soli a suonare la chitarra.
Abbiamo alcune buone alternative artificali: "I take two pills for two separate reasons". Oppure possiamo abbandonarci agli effimeri sollievi del capitalismo: vaghiamo in un magazzino IKEA e compriamo oggetti per fingere di mettere ordine nella nostra vita. Ma la vita, come mi ricorda mia madre al telefono, "continua a mettersi in mezzo".

Adoro questi quattro ragazzi di Melbourne che, per presentare il loro album d'esordio Reward For Effort, citano le influenze di Feelies e Chills, e fin qui nulla di strano, ma poi tirano fuori pure la "dolewave", pura delizia di modernariato dell'altro ieri per noi blogger obsoleti. E quando, per esempio, parte il riff di Cruise Control, subito in apertura, con quel botta e risposta tra la voce femminile e la voce maschile, mi guardo intorno e mi aspetto che da un momento all'altro si scopra che è tutto uno scherzo dei Goon Sax.
Invece, questi testi brillanti e mai banalmente cinici è tutta poesia degli House Deposit, una scrittura genuina che "draws from personal experiences - reckless behaviour, struggles with mental health... plus a few of us in the band had gotten out of big relationships. We just tried to channel all that turbulent energy into these songs". Per quanto mi riguarda, ci sono riusciti in pieno: uno dei debutti indiepop più interessanti e divertenti dell'anno!








giovedì 7 novembre 2019

Make sense

POPPEL - MAKE SENSE

Quei dischi indie rock che oggi prendono voti tipo 7.1, oppure tre stelle, fatti apposta per dimenticare subito titolo, autore e copertina; quelle mezz'ore di vecchie chitarre sincere che dovrebbero rappresentare un po' chi sei e che invece vengono skippate via in un soffio nelle playlist; quei gruppi che arrivano dalla provincia e che una volta ti avrebbero fatto immaginare nuove scene emergenti, proprio loro, a volte, se ti fermi a regalare un po' di attenzione, possono rivelare sorprese interessanti. Per esempio, questi belgi Poppel sono giunti al secondo album mettendo assieme una dozzina di canzoni praticamente impeccabili, eppure non mi sembra che in molti si siano davvero meravigliati. Dentro Make Sense si respira questa aria molto Anni Novanta e molto operosa, per così dire, fatta di arrangiamenti senza fronzoli e pezzi che arrivano diretti al punto. Tra momenti in cui possono tornare in mente via via i Sonic Youth, i Lemonheads, i Cure o i Dinosaur Jr, ti rendi conto, però, che i Poppel riescono a lasciare fuori dalla loro scrittura la nostalgia. Il loro suono funziona senza intoppi e mostra una maturità che ti aspetti di ritrovare da altre band più celebrate. Eppure il disco dei Poppel, pubblicato dalla spagnola Meritorio Records, resta fuori dai riflettori dell'hype. Non è un problema, quando si hanno queste canzoni. In fondo, forse, il destino di questo album è nel suo titolo: "make sense", che mi piace intendere come un imperativo.




martedì 5 novembre 2019

Accidents as important as the meant parts

polaroid – un blog alla radio – S19E03 podcast

"polaroid - un blog alla radio" S19E03 @ NEU RADIO

Full Power Happy Hour - Fun
A Certain Smile - Cherry Bomb
Failed Flowers - Faces
Dumb Things - Today Tonight
Comet Gain - The Godfrey Brothers
Ferro Solo - The Time We've Never Had
Flamingo - Chlorine (BIRTHH cover)
Agacy - Come On Out
Beabadoobee - I Wish I Was Stephen Malkmus
Stars On Fire - Salty Kiss
Surf Curse - Disco

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mercoledì 30 ottobre 2019

I've wasted so much time staring into stranger's eyes

Romantic States

All I've ever really learned is
If you don't bend you'll break
And having all the grace is fine
But it still won't get you saved

Un senso di sospeso fatalismo, di tempo immobile, uno spazio di silenzio in cui diventa possibile staccare ogni singolo momento e contemplare le sue connessioni da diversi angoli: la maniera in cui i Romantic States affrontano la scrittura delle loro canzoni, giocando di sottrazione, riesce a suggerire immagini di questo tipo. Una forma frugale, essenziale: Jim Triplett alla chitarra, Ilenia Madelaire alla batteria, entrambi alle voci. Per il loro nuovo album, Ballerina, la formazione si è allargata a comprendere anche Shawn Durham (già negli Snail Mail) e Alan Everheart (dai Wildhoney). Nelle prime due tracce che lo anticipano (oltre alla title track, anche Real Real Blonde) si percepisce un senso di austero distacco che mi fa tornare in mente certi New Year più dolci, oppure immaginare degli Young Marble Giants meno nervosi e alle prese con brevi racconti Carveriani ("Years later you stumbled into motherhood / With a bottle in each hand / One to forget the pain / The other to forget about having to forget").
I Romantic States provengono da Baltimora, hanno diviso palchi con band del calibro dei Beach House e Future Islands, e tra le loro ispirazioni citano i Flipper, Nico e le Breeders. Ballerina è in arrivo il prossimo 6 novembre su Gentle Reminder e io non vedo l'ora di ascoltare il resto.



lunedì 28 ottobre 2019

There’s a sense of urgency when you talk to me

FAILED FLOWERS - FACES

Lui è Fred Thomas, lo seguiamo da un paio di decenni, prima con i Saturday Looks Good To Me e poi con la sua iper-prolifica carriera solista; lei è Anna Burch, il cui agrodolce album di debutto l'anno scorso mi aveva incantato. Ogni tanto, per nostra fortuna, si ricordano di avere un progetto assieme chiamato Failed Flowers, nato ormai quattro o cinque anni fa, con la collaborazione anche di Erin Davis al basso e Miles Haney alla batteria. Quando gli astri si allineano e i Failed Flowers decidono che è tempo di tornare a regalare al mondo un po' della loro arte non sbagliano un colpo. L'ultimo in ordine di tempo è speciale: un sette pollici per il Singles Club che la leggendaria Slumberland Records ha lanciato come celebrazione del proprio trentennale. Le due nuove tracce, Faces / Broken Screen mostrano rispettivamente le due facce della band: più jangling e melodica la prima (con la Burch che sfiora quasi in territori Sundays / Alvvays), più incalzante, Flying Nun e "da giubbotto di pelle" la seconda, con Thomas alla voce. Ora, per favore, non fateci attendere altri tre anni!

sabato 26 ottobre 2019

Resentment and regret

Ferro Solo - Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando - Part 2

Ladies and gentlemen
let me introduce you to my two new best friends
here they come
they're called
resentment and regret


Qui su "polaroid - un blog alla radio" ho avuto la fortuna di poter seguire dall'inizio l'avventura di Ferro Solo, l'avventura musicale di Ferruccio Quercetti quando non suona nei CUT. Certi progetti nascono da passioni rock così forti e genuine che non possono non trascinarti dentro. Dopo gli inizi unplugged, negli anni Ferro Solo si è trasformato in una vera e propria band, con una ragguardevole compagnia di musicisti e amici a supportarlo e accompagnarlo in tour. Nel 2018 era finalmente uscito il debutto Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando - Part 1, dove il "part 1" lasciava intendere che la raccolta apriva soltanto il discorso (e infatti dalla scaletta mancavano alcune delle mie tracce preferite di Ferruccio), mettendo molta carne al fuoco e introducendo un alter ego tormentato, una voce narrante carica di rabbia e amore in egual misura.
La settimana scorsa, con altre dodici nuove composizioni, il racconto di Fernando è arrivato al secondo capitolo. Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando - Part 2, come  già il primo album, è diviso in due parti: un lato A dal titolo di "Resentment" e un lato B "Regret" (più elettrico il primo, più intimo il secondo), e nonostante ogni canzone abbia una propria vita, ognuna va anche a far parte di una storia articolata e unica, tanto che si potrebbe quasi immaginare una graphic novel tratta da questi due dischi.
L'ispirazione musicale, come sempre quando si tratta di Ferro Solo, è multiforme e stratificata, riflesso della ricca cultura musicale del suo autore: dai momenti più schiettamente rock'n'roll, divertenti e sfrenati (You Could Have Been My Joan Jett), passando per omaggi a certi jangling Sixties come in The Time We Never Had, non senza frequenti sfumature blues (Early Bird), a quelli in cui "Fernando" si mostra più fragile, in una forma più folk e delicata, come in Free To Love o nella magnifica Airplanes.
Ferro Solo riesce a vestire le proprie canzoni con abiti di varie epoche, dalla psichedelia al power pop, da certo post-punk irregolare (Nikki Sudden può tornare alla mente diverse volte lungo questi due dischi) all'indie rock Anni Novanta, grazie anche alla larga schiera di collaboratori su cui può contare. Una delle cose più belle di questi dischi, infatti, è scorrere i nomi dei credits, praticamente un All Star Game di musicisti, band e local heroes che abbiamo seguito negli ultimi due decenni. Dentro Part 2 possiamo trovare Sergio Carlini (Threesecondkiss), Riccardo Frabetti e Davide Montevecchi (The Tunas, Chow), Francesco "Salo" Salomone (Forty Winks, Qlowski), Samuele Gottardello (Second Hand Sam, Buzz Aldrin, Blak Saagan), Simone Romei (Des Moines), e una quota dei Julie's Haircut con Andrea Rovacchi e Ulisse Tramalloni.
In conclusione, questo album sarà anche fatto di "resentment and regret", ma si può dire che in fondo rappresenta un sacrificio accettabile se in cambio ci regalano musica sincera e coinvolgente come questa.

Questa sera al Ferro Solo presenterà Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando - Part 2 con un release party al Covo Club di Bologna!! In apertura il trio "punk'n'roll con forti sfumature voodoo" dei Muddy Worries. Ci si vede a banco!




venerdì 25 ottobre 2019

Full Power Happy Hour!

Full Power Happy Hour

Esiste un nome di band più adatto a essere suonato a quest'ora del venerdì sera? I Full Power Happy Hour sono l’ultima creatura di Alex Campbell, cantante e chitarrista attiva da diversi anni nella scena di Brisbane, Australia. Aveva militato, infatti, nelle Gunk, agguerrita band riot grrrl, e nei Bad Bangers, che invece suonavano un indie rock dalle influenze più garage. Da poco più di un anno ha fondato questo nuovo quintetto dal suono più alt country, e un paio di settimane fa è uscito il nuovo singolo, tre tracce sotto il titolo The Fun EP. La Campbell racconta che il disco è stato scritto nell'apice dell'estate umida e incredibilmente infinita di Brisbane, e che queste canzoni traboccano di quella frustrazione che ti prende dall'essere troppo piena di energia per via della bella stagione ma troppo timorosa di affrontare ogni cambiamento: "Whether it’s working up the courage to get out on the streets to protest, to break old habits in love, friendships or other life choices, consider this little three track EP a nudge that pushes you to do the things you need to do". Non vedo davvero quale scopo migliore potrebbe avere un disco.
I Full Power Happy Hour vogliono che la loro musica “scuota il pubblico dall'apatia attraverso testi appassionati, arrangiamenti gioiosi e armonie commoventi”. Direi che potrebbe funzionare come una perfetta definizione dell’indiepop tutto. "I like it when it's fun!".





mercoledì 23 ottobre 2019

Red eyes like a teenager

PETITE LEAGUE - RATTLER

Arrivati alla soglia del quarto album, è abbastanza sorprendente come i Petite League non abbiano  perso il dono di riuscire a raccontare l'esuberanza adolescente, l'infaticabile corsa incontro a un'estate che sembra non finire mai, le passioni incondizionate che bruciano assolute e poi svaniscono in un lampo. Anzi, penso si possa dire con una certa sicurezza che, da questo punto di vista, l'ultimo Rattler è il loro lavoro migliore, più completo e più intenso. Queste dieci canzoni mettono a fuoco quel sentimento di cuore che trabocca, la consapevolezza delle inevitabili ferite e l'ostinazione nel non smettere mai di sperare, con una nitidezza se possibile ancora maggiore. La tracklist di Rattler sembra non conoscere quasi un attimo di riposo (se non per il giro di boa della ballata Infinite Fields), e si precipita a rotta di collo all'inseguimento di ogni raggio di sole che bacia la città, di ogni vittoria ancora da conquistare, di ogni ragazza da amare, da sognare o soltanto da ricordare.
Un paio di versi del singolo Sweetener sembrano racchiudere tutta questa poetica: "Old scratches on my knees remind me of you / And I’m hoping they’ll remind me of you". La scrittura di Lorenzo Gillis Cook è piena di ricordi che fanno male e sanguinano, ma ciò che dentro di noi soffre ci aiuta a conservare vivi i ricordi, che è proprio quello a cui sembrano tendere tutte queste canzoni. "I got a broken heart, you can’t break it" rincara la dose la spavalda title track in apertura, mentre le chitarre rotolano sempre un po' Strokes e un po' Cloud Nothings (anche se la più lunga influenza di questo indie rock sanguigno e diretto mi pare si possa rintracciare nei Replecements).
Cook ha dichiarato che "Rattler is a record about self-care and self-destruction. [...] it's about falling in love with someone so terrifying it's exciting and leaving it because life is all too exciting and terrifying". E tra questi contrasti di eccitazione e terrore, tra le contraddizioni dell'amore inseguito e poi ripudiato ("I don’t want to love anymore / I don’t want to hurt anymore"), tra le grandi verità che a vent'anni crediamo di scoprire per primi, i Petite League continuano a far nascere nella maniera più spontanea la loro musica travolgente. Mi auguro che l'estate da quelle parti duri ancora tantissimo.



venerdì 18 ottobre 2019

Dieci anni di We Were Never Being Boring!

WWNBB X - COVO CLUB / ZOO - BOLOGNA 18-19-20 OTTOBRE 2019

La primavera del 2009 da queste parti fu una stagione vorticosa: il primo figlio in arrivo, il trasloco per mettere su casa, un vecchio lavoro che si avviava verso la chiusura, inventarsi una nuova vita arrivati alla seconda metà dei trenta… insomma, niente di drammatico ma, come capita a tutti, si stava voltando una pagina. Perché mai, in mezzo a tutto quel casino, decisi di partecipare alla nascita di una nuova etichetta discografica indipendente non si spiega proprio.
La musica, del resto, stava attraversando una stagione altrettanto confusa: l’epoca di MySpace si stava spegnendo e Facebook era agli inizi; non esisteva ancora un modello di business chiaro e abbastanza diffuso per lo streaming; avevamo smesso di comprare dischi, e intanto il peer-to-peer “era come l'universo: in espansione”.
Io ero sempre più un pesce fuor d’acqua: un sacco delle band che a inizio decennio mi avevano fatto innamorare erano sparite o avevano cominciato a fare roba electro; le serate indie rock a cui ero sempre andato, erano ormai diventate serate electro; i nuovi ragazzini che vedevo in giro nei locali ascoltavano electro; il secondo nome italiano ad arrivare al mio amato festival di Emmaboda, dopo i Le Man Avec Les Lunettes, erano stati i Bloody Beetroots. Era tempo per qualche cambiamento.
Eppure, l’indiepop di quel decennio prosperava, grazie anche agli mp3 e alle nuove webzine da tutto il mondo, ma c’era la sensazione che stesse diventando una specie di “rifugio”, di continente chiuso, ormai rimasto separato nella deriva generale. I nostri entusiasmi erano spesso scavalcati dalla disillusione per il sempre più rapido ciclo delle news, dal nascente clickbait o dall'ansia di arrivare su ogni cosa per primi, tutti fattori che a poco a poco sono poi stati metabolizzati dalla comunicazione, e non solo musicale. Il risultato era che ci sentivamo annoiati da tutto, anche da quello che amavamo di più. Ed era un vero peccato, perché fino ad allora tutte le cose più belle che avevamo fatto, le avevamo fatte per la musica: scrivere, inventarci programmi alla radio, imbarcarci in viaggi assurdi per andare a sentire concerti irripetibili, restare amici per tantissimi anni.
Fu proprio Alessandro dei Le Man Avec Les Lunettes, insieme a Samuele e Nicola dei Calorifer Is Very Hot, due piccole band che seguivo da tempo, a parlarmi di fondare una nuova label. Non avevano nemmeno un nome, e non credo avessero le idee troppo chiare in generale, ma più o meno tutto ruotava intorno a un vago e pretenzioso “creiamo qualcosa di bello”. Ovviamente fu l’involontario riferimento al “do something pretty while you can” dei Belle And Sebastian a conquistarmi subito. Non sapevo, allora come oggi, praticamente nulla di come si pubblica un disco o come funziona il copyright, ma l’utopia che noi stessi potessimo fare qualcosa per rendere migliore il nostro piccolo mondo indie e ingenuo mi piaceva così tanto da farmi passare sopra a ogni altro dubbio.
Per la label proposi un nome assurdo: un intero verso di quella che per me era la canzone più bella dei Pet Shop Boys, band che non c’entrava nulla con i dischi che avevamo intenzione di pubblicare, ma che è stata capace di scrivere capolavori. Being Boring è una canzone che mi commuove ancora ogni volta che la sento e che parla di molte cose, tra cui l’amicizia, l’amore, l’essere giovani e l’arte che può dare un senso anche alla vita che scorre via. Di passaggio, dice anche che non ci sente mai annoiati se non si è mai noiosi. In definitiva, “We Were Never Being Boring” era un nome abbastanza complicato, inservibile e pieno di rimandi quasi come un manifesto: era perfetto per degli sprovveduti come noi. Gli altri ragazzi, che avevano cose più importanti a cui pensare, mi lasciarono fare.
Intanto, fuori dalla finestra si avvicinavano i mesi caldi, e il tormentone indie rock di quel periodo era un singolo dell’esordiente Wavves intitolato, guarda caso, So Bored. È una canzone che non racconta molto, preferisce lasciar parlare il rumore, ma dipinge bene il ritratto di un certo nichilismo skateboard, senza nemmeno fare lo sforzo di spingere sulla rabbia. In quell’epoca di fine del passaparola, era straordinario come Wavves fosse riuscito a catalizzare così tanta attenzione. La coincidenza, comunque, era fin troppo invitante, e decidemmo che la nostra prima uscita sarebbe stata un CD 3 pollici (qualcuno oggi si domanderà cosa fossero) con quattro cover di quella traccia. Oltre ai LMALL, che giocavano in casa, riuscimmo a coinvolgere anche His Clancyness (che ci fece conquistare pure una segnalazione da Pitchfork: battesimo notevole), Death In Donut Plains e DJ Minaccia. Non finirò mai di ringraziarli. Armato di forbici e colla, mi misi a confezionare a mano e spedire quei CD mentre chiudevo gli scatoloni e lasciavo casa mia. Forse a qualcuno che pagò 5 euro per ricevere quelle buste scritte di fretta devo ancora delle scuse. Ma l’idea era buona, la cosa poteva funzionare, l’etichetta in qualche modo era nata.
In seguito, dopo le proverbiali montagne di vinili invenduti accatastate nei garage, e dopo i classici demo rifiutati a band che sono diventate famose senza di noi, le cose si fecero più serie: c’era uno studio di registrazione, c’erano i preventivi degli stampatori, c’era da imparare cosa fossero le edizioni musicali e come si scrivevano i contratti. C’erano band che cominciavano a guadagnarsi un pubblico affezionato e che riuscivano a stupire noi per primi. C’erano dischi che erano passati per le nostre più distratte e-mail e poi erano capaci di viaggiare da soli fino al Giappone o agli States.
Ma a quel punto Sam e Ale avevano il controllo della situazione (per quanto possa essere controllabile la situazione di una piccola etichetta indipendente italiana nel ventunesimo secolo), e salvarono la pelle a WWNBB più di una volta. Senza di loro non saremmo arrivati a compiere dieci anni, a festeggiarli al SXSW di Austin qualche mese fa, a organizzare oggi un intero weekend di concerti e dj-set a Bologna (grazie Covo Club, grazie ZOO!), e a mettere assieme una compilation dove quasi tutte le “nostre” band si scambiano cover e pacche sulle spalle.
Io non so bene perché sono ancora qui: mi basta fare un brindisi con tutti loro e con tutti voi, se passate da queste parti. Mi basta dare un’occhiata a questo malandato catalogo e vedere che siamo riusciti a trovare cento numeri e cento modi per non annoiarci. Mi basta aver preparato un piccolo nastrone con un po’ della musica che WWNBB ha messo al mondo e che mi piace di più. Mi basta, come sempre, salutarvi con un invito: ci si vede a banco!


NEU Radio - Love is On Air!


Questa sera al Baumhaus, in via Sebastiano Serlio 25/2, c'è la festa di NEU Radio per lanciare il nuovo palinsesto e un nuovo anno di trasmissioni al grido di #loveisonair!
Nella nuova programmazione in diretta 24 ore su 24, tante conferme, nuovi format e conduttori.
La Nuova Emittente Urbana di Bologna rafforza ancora di più la sua presenza in città, con dirette esterne e media-partership, per una narrazione sempre più capillare degli eventi e ancora più spazio alle interviste e ai protagonisti della cultura a 360 gradi.
Un ballo di debutto che sancisce la nuova collaborazione assieme a Baumhaus.
Si comincia alle 19 con tutte le voci dei nostri conduttori, dal vivo e anche in diretta streaming, poi ci sarà il concerto di ni_so, producer che si muove con raffinatezza tra breakbeat, hip hop e influenze jazz, e a seguire i dj set di Fu Lvio, Emily Clancy e La Betta!

giovedì 17 ottobre 2019

I can still taste it on my lips

Stars On Fire - Songs For The Summer

In qualche luogo lontano da qui sta per arrivare l'estate. Può anche essere un bel pensiero da tenere a mente, mentre stretti nei nostri impermeabili ci aggiriamo tra le foglie che hanno cominciato ad ammucchiarsi a lato nella nostra via, e il cielo si fa buio ogni giorno più in fretta. Songs For The Summer è il titolo fuori tempo massimo del secondo EP per Stars On Fire, il progetto solista di Christoph Mark, californiano residente però a Seoul. Mark aveva fatto parte degli Ampersand, band che a cavallo tra Novanta e Duemila pubblicò un ottimo mini-album su Fantastic Records (recuperato soltanto ora, suona ancora freschissimo). Questi suoi nuovi Stars On Fire si definiscono "scrappy jangle pop for people with short attention spans", ma in realtà possono essere molto di più. Se le canzoni del precedente Blue Skies Above (uscito appena a giugno) costituiscono un'indicazione, nella musica degli Stars On Fire puoi trovare una certa vena dolente shoegaze, ma anche il piacere di abbandonarsi ogni tanto a un po' di irruente rumore. C'è un continuo oscillare tra le melodie più delicate, cariche di nostalgia, e un'asprezza austera, che sembra quasi non voler concedere nulla all'ascoltatore. Forse non è un caso che il primo singolo dal nuovo EP si intitoli Salty Kiss. Suona meravigliosamente, come se gli Yo La Tengo si mettessero a fare cover dei Field Mice, e nella sua dolce pigrizia irrequieta mi fa davvero pensare alle canzoni per un'estate lontano da qui.

mercoledì 16 ottobre 2019

Embracing that obsolescence (Ode to joy)

Popular culture no longer applies to me

Ieri sera in treno ero seduto accanto a una ragazza con una felpa dei Nirvana, una di quelle felpe standard che si comprano da H&M. Stava mangiando caldarroste da un sacchetto di carta e ascoltava musica con gli earpods. Ho sbirciato il suo telefono, c’era una playlist di Mamhood su YouTube. Mamhood fa quel genere di canzoni che non mi dicono assolutamente nulla ma che, tutto sommato, sono contento i ragazzini o i miei figli ascoltino. È roba per loro, ha una sua dignità, e mi sembra meglio di J-Ax, Baby K o Fedez.
Per dirti quanto sono sfasato e fuori dal tempo, però, il mio cervello ha registrato il trascurabile particolare delle castagne come “sta ancora mangiando caldarroste”. E mi sono accorto che in quell’ancora lasciato lì un po' sovrappensiero non stavo credendo fosse già autunno per davvero. A causa di qualche lapsus, da qualche parte nella mia testa sul treno si era formato il pensiero “ma dove avrà trovato castagne così avanti?”. Come se questo ottobre e le caldarroste fossero la sproporzionata estensione di un ottobre passato e insolitamente prolungato, sconfinato al di sopra di un’inverno, di una primavera e di un’altra estate, ma in qualche modo del tutto plausibile.
Un po’ confuso da questo vago momento Ubik dei miei pensieri, mi sono ripreso e sono ritornato al presente, mettendomi a leggere la newsletter di Darren Hemmings “Motive Unknown”, preziosa come sempre. Proprio alla fine, tra gli ultimi link, c’era il titolo “I Introduced the Term 'Dad-Rock' to the World. I Have Regrets.”, che prevedibilmente ho trovato irresistibile e che ho aperto subito. Portava a un articolo di Rob Mitchum (firma storica di Pitchfork, Paste, SPIN e Chicago Tribune) apparso ieri su su Esquire. Mitchum tornava sopra una sua vecchia recensione di Sky Blue Sky dei Wilco, datata 2007, in cui aveva usato l’etichetta “dad-rock” con un tono abbastanza negativo, contribuendo a diffondere un modo di dire spesso piuttosto sprezzante.
Da quei giorni, dall’epoca d’oro di band come National, Bon Iver, Fleet Foxes o Arcade Fire, in cui era possibile distinguere cosa fosse Dad-Rock e cosa no, è passata molta acqua sotto i ponti, e Mitchum (che non ha inventato l’espressione “dad-rock”) oggi è padre, e vuole farci sapere di considerare con un certo rammarico quella sua presa di posizione critica. Sente di essere stato forse troppo severo, di essersi lasciato prendere la mano, e arriva anche a scrivere “I also feel guilty whenever Tweedy, once one of my favorite songwriters, talks about his distaste for the term”.
Ma la cosa che mi ha colpito di più in quel pezzo è il penultimo paragrafo, il “bridge” che porta al finale, ovviamente lieto e riappacificatore. Un paragrafo che parla di un altro tempo:
But I’m embracing that obsolescence. I’m the same age now as when Tweedy put out Sky Blue Sky, and just as 28-year-old me didn’t connect with a 40-year-old’s songs about aging, marriage, and parenthood, I’m sure Pitchfork readers today don’t want music opinions from a father-of-two who often goes to bed at nine. Dad style as fashion might be a passing, ironic trend, but dad-rock as a frame of mind, an inverse of the youth-chasing mid-life crisis, might just be good mental health. It’s exhausting to stay on the bleeding edge of what’s cool; it’s liberating to know what you like, and to find joy in it during those increasingly scarce moments of free time, or when you’re dealing with the stress of caring for the little humans you made.
E qui ci troviamo di fronte a quello che potremmo definire un “reverse Reynolds”, un gesto atletico molto più difficile e faticoso di quanto si possa immaginare. Se eseguito con accuratezza, collocherà l’autore che lo realizza in una condizione diametralmente opposta, del tutto speculare, a quella di chi invece ritiene necessario che l’analisi dei singolari fenomeni culturali che avvengono intorno alla musica debba procedere costantemente in avanti, sempre alla ricerca di nuovi segni e di una nuova attualità da decifrare. Con Mitchum, invece, siamo alla fuga di fronte a un “what’s cool” letteralmente sanguinante.
“Abbracciare l’obsolescenza” sembra essere un’arte che la Generazione X ha imparato a praticare con paziente e incantevole raffinatezza: si può dire che sia nata per quello. Non abbastanza vecchia per permettersi di ignorare o addirittura biasimare il cambiamento, e non abbastanza dinamica per riuscire a goderne fino in fondo. “Abbracciare l’obsolescenza” come si abbraccia una boa in mezzo alla burrasca (e magari non hai nemmeno provato a vedere se qui si tocca). “Abbracciare l’obsolescenza” è una cosa che, in realtà, da amante dell’indiepop, ho imparato a frequentare ben prima dell’età del Dad-Rock. Nelle scene minime e pretenziose, nell'esasperazione dell'effimero e del fragile, una posa al tempo stesso compiaciuta ma anche consapevole, sono passate e hanno prosperato inosservate le stagioni più twee. Se vuoi, c’è sempre un prima a cui rimandare, e trovi sempre qualcuno che ti spiega che “una volta era meglio”.
Come Mitchum è sicuro che “Pitchfork readers today don’t want music opinions from a father-of-two who often goes to bed at nine”, così noi da sempre siamo stati del tutto certi che ben pochi avevano voglia di perdere tempo (e men che meno di ballare) con dischi che arrivavano da etichette che potevano proclamare con sommo candore “Music Is My Girlfriend” oppure “Happy Happy Birthday To Me”. E questo, forse, ci ha difeso e protetto da quel "contrario della crisi di mezza età che rincorre la gioventù", in fin dei conti superfluo. E questo, forse, è stato un po’ il mio momento caldarroste-con-lapsus sul treno ormai arrivato a Bologna: l’indiepop è sempre stato un po’ il Dad Rock di sé stesso, sfasato in una crisi di mezza età perenne che scavalca mesi e stagioni, senza bisogno di nessun “youth-chasing”, perché nel suo essere costantemente un po’ obsoleto e fuori dal tempo continua a trovare tutta la "youthfulness" di cui ha bisogno.
Al mio ritorno a casa, nella cassetta della posta c'era ad aspettarmi il pacchetto dell'ultimo crowd-funding di Eddie Argos: con meravigliosa puntualità, la maglietta “Popular culture no longer applies to me” era finalmente mia.




venerdì 11 ottobre 2019

Cherry bomb!

A Certain Smile - Bae

Un consiglio a tutti quelli che, come me, soffrono la mancanza di certe chitarre e melodie alla Pains Of Being Pure At Heart (e soprattutto dei Pains epoca primi sorprendenti singoli): gli A Certain Smile hanno fatto uscire un nuovo sette pollici e sono pronti a consolare i nostri cuori. Del resto, con il nome che si sono scelti e che omaggia così apertamente i Rocketship direi che si sono già conquistati tutte le nostre simpatie.
Dopo il primo e notevole album di un paio di anni fa, il self-released Fits & Starts, arrivano ora tre canzoni raccolte sotto il titolo di Bae EP e targate Jigsaw Records, e davvero non sbagliano un colpo. La band di Portland (ma originaria di Philadelphia) ha ormai messo a punto la sua formula fuzzy pop che mescola dolcezza e rumore nella giusta misura, e nella sentimentale B Side mostrano anche di saper maneggiare atmosfere più acustiche e Field Mice. Questo singolo anticipa un prossimo album a quanto pare in dirittura d'arrivo e alza parecchio le nostre aspettative.








martedì 8 ottobre 2019

“I think we could do it if we tried”

polaroid - un blog alla radio

"polaroid - un blog alla radio" S19E02 @ NEU RADIO

Daniel Johnston – Living It For The Moment
Versing – Tethered
Mick Trouble – Pity For A Pale Boy
Allah-Las – Prazer Em Te Conhecer
The Wellington – It’s So Fine
Locate S,1 – Owe It 2 The Girls
Real Beauties – Brown Eyes
Special Friend – Before
Clairo – Sofia

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lunedì 7 ottobre 2019

Approaching Perfection: A Tribute To DC Berman

Approaching Perfection: A Tribute To David Cloud Berman

Sono passati appena un paio di mesi da quando David Berman purtroppo ci ha lasciato, ma sono bastati per mettere assieme una prima compilation di ben trentacinque band che gli rendono omaggio. Credo sia un segno di quanto la sua scomparsa sia stata dolorosa e devastante, e immagino vedremo altre iniziative del genere nel prossimo futuro.
Approaching Perfection: A Tribute To DC Berman non è un disco ma un semplice streaming su Soundcloud, ed è stato promosso dal sito francese Section 26, che così lo presenta:
We know it too well: the appreciation of music is always subjective… And so is its reinterpretation. Just like a composite picture, these covers as a whole have profoundly changed the way we will now listen to David Berman’s songs. The performers have shown us other aspects of the musician, their own aspects, which we hadn’t even thought about. Behind each song, we can hear the voice of the artist covering it. But also, implicitly, that of the poet, reaching us differently.
In scaletta, fra gli altri, nomi del calibro di Dean Wareham (Galaxie 500, Luna), Adam Green, Pete Astor (The Loft), Robert Scott (The Bats), Jad Fair e Jeffrey Lewis, ma anche altre band care a queste pagine come Elva (Allo Darlin'), Wendy Darlings, Kyle Forster (Crystal Stilts, e ospite anche nell'ultima fatica discografica di Berman), Business Of Dreams, Jeremy Jay, The Reds, Pinks & Purples e David West (Rat Columns).
Ognuna di queste voci di fronte al non semplice compito di interpretare una canzone dei Silver Jews o dei Purple Mountains (o addirittura qualche  poesia), chi restando più fedele e chi facendola, invece, del tutto propria, credo sia riuscita soprattutto a mostrare moltissimo amore per l'opera di Berman, e tutte insieme rendono questa raccolta una bellissima e commovente testimonianza.