martedì 11 dicembre 2018

Nastrone per la fine dell'autunno

Nastrone per la fine dell'autunno - NEU Radio - mixcloud

Sì, lo so: ormai mancano un paio di settimane a Natale e state pensando soltanto alle feste e alle liste dei migliori dischi dell’anno, ma tecnicamente è ancora autunno, perciò per gli amici di NEU Radio ho recuperato in extremis il consueto nastrone stagionale, questa volta più di "fine stagione" diciamo: un’ora di musica dagli umori nebbiosi e malinconici, tra indie rock e folk più intimo, pieno di ballate sconsolate e abbracci all’imbrunire.



Jeff Tweedy - Warm (When The Sun Has Died)
Tomorrows Tulips - Flaccid Guitar
Pedro The Lion - Model Homes
Giardini di Mirò - Hold On (feat. Robin Proper-Sheppard)
New Adventures in Lo-Fi - Anarchist Canine
Hairband - Bubble Sword
Disq - Communication
J Mascis - I Went Dust
The Lemonheads – Can't Forget (Yo La Tengo Cover)
Papercuts - All Along St. Mary's
Lala Lala - Destroyer
The Ocean Party - Rain On Tin
Post Lovers - Tiger
Josephine Foster - Challenger
Chad VanGaalen - Friendly Aliens
Adrianne Lenker - Abyss Kiss
Girlpool - Hire
Boygenius - Ketchum, ID
Grandaddy - Bison On The Plains

La foto di copertina è di Marta Mariani, che ringrazio.

mercoledì 5 dicembre 2018

Indiepop Jukebox: l'inevitabile edizione natalizia

 WAVVES - Emo Christmas

"Something about Christmas makes me cry" forse non è il verso migliore per aprire questa rubrica, ma se la canzone si intitola Emo Christmas e a cantarla è Wavves ci sono buone ragioni per credere che tutto sommato sia solo per strappare un sorriso durante le feste. Niente male anche la b-side So Glad It's Christmas, scritta dal suo bassista Stephen Pope. Melodie e feedback un po' surf/Weezer, un po' Ramones/Spector, molto adatte a chi sotto l'albero troverà proprio la sua prima chitarra: "two new sad songs for your fireside chatting, egg nog drinking, Christmas tree smoking pleasure".





The Beths - Have Yourself A Merry Little Christmas

L'album di debutto dei neozelandesi The Beths, l'acclamato Future Me Hates Me è già presente in diverse classifiche di fine anno (meritatamente) e così la band di Auckland ha deciso di ringraziare i fan per questa annata clamorosa con un singolo natalizio. Non sono andati per il sottile, hanno scelto un super classico come Have Yourself a Merry Little Christmas e ne hanno dato una versione calligrafica, con tanto di cori sontuosi, tappetoni di archi e pomposo assolo di chitarra centrale. Un po' sfoggio di bravura, ma per me portano a casa il (sentimentale) risultato.





 The Hannah Barberas - The Hannah Barberas' Christmas Bandwagon

Quartetto abbastanza misterioso di South London formato da Lucy, Damien, Doug e Matthew ("the boys have all played in other bands, but this is my first"...), The Hannah Barberas sono nati appena lo scorso maggio ma hanno all'attivo già tre EP e un account Instagram con una decina di foto tra cui: la Signora In Giallo, John Peel e dei gattini. Ora decidono di "buttarsi sul carrozzone del Natale" e pubblicano questo quarto lavoro, intitolato appunto The Hannah Barberas' Christmas Bandwagon. Si definiscono "DIY Pop Partisans" e le travolgenti jangling guitars, i suoni a bassa fedeltà, e il divertimento che si percepisce a ogni nota lo confermano. Queste quattro canzoni, tra le altre cose, si segnalo per una cover strepitosa di Christmas Time Is Here di Vince Guaraldi e soprattutto per la buona causa: i proventi dell'EP andranno infatti in beneficenza a favore dell'associazione Shelter, che si occupa dei senzatetto britannici. Insomma, io con questi Hannah Barberas avrei voglia di fare una festa di Natale.







Remington Super 60 – A Winter Song

I norvegesi Remington Super 60 arrivano da un'altra epoca dell'indiepop. Si sono formati nel 1998, hanno attraversato una quantità di formazioni e sono passati per innumerevoli etichette (tra cui anche l'italian S.H.A.D.O.!), riuscendo a mantenersi sempre inconfondibili. Avevano già un loro classico natalizio (Here Comes Christmas del 2006), ma quest'anno sono tornati con A Winter Song e hanno fatto benissimo: le parole parlano di neve ma il suono è morbido e caldo, una melodia limpida e serena si distende senza fretta, con un'atmosfera quasi lounge che aleggia appena accennata. Piccola canzone di grande classe.





Bubble & Squeak - The Christmas Stick

Nella lunga tradizione dei duetti natalizi, quest'anno si ritagliano un posto anche Poppy delle Girl Ray e Jof Owen dei The Boy Least Likely To (freschi di "Greatest Hits") con il loro progetto (estemporaneo?) Bubble & Squeak. Il loro singolo The Christmas Stick racconta una storia d'amore che nasce proprio a Natale, quando la tristezza e la solitudine possono colpire più pesante. Colpo di scena, uno scambio di sguardi, comincia a scendere la neve e la settimana dopo siamo già lì a comprare l'albero assieme. Tutto sdolcinato al punto giusto, intesa perfetta tra le due voci, coretti e campanellini fino all'ultima strofa, quando il ritornello sente il bisogno di diventare "meta" così all'improvviso: "I never thought that this would be a Christmas hit / Ooh baby just imagine all the royalties / That we’ll be living off some day". Ma in fondo non è veramente Natale senza un po' di ironia sullo spirito del Natale.





martedì 4 dicembre 2018

"Now when the sky speaks I’m going to listen"

Quella vecchia rubrica con dentro un po' di rassegna stampa che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

Jeff Tweedy - Warm

▶️ Da qualche giorno è uscito Warm, il disco solista di Jeff Tweedy dei Wilco, e contemporaneamente è anche arrivato in libreria il suo libro di memorie Let’s Go (So We Can Get Back).
Sull'Atlantic, un bell'articolo di Spencer Kornhaber mette in relazione le due cose: "Jeff Tweedy Says It’s Okay to Be Okay", e lo stesso fa Laura Barton nell'intervista sul Guardian: "Wilco's Jeff Tweedy on addiction, obsession and politics: 'White men are very fragile'". Se invece un'intervista preferite ascoltarla, trovate la voce di Tweedy su NPR: "On 'Warm,' Jeff Tweedy Confronts His Shadow Self".




▶️ «The radio of the past is in fact ‘dead’, but to dwell on the negative conclusion is to ignore some very interesting developments and facts. Even the industry is starting to move away from the term ‘radio’, now often referring to it as ‘audio’. As young people move away from the term, radio creatives are moving with them»: interessantissimo reportage di Drowned In Sound dall'International Radio Festival di Malta - "How The World Sounds: The Future Of Radio"

▶️ «By the time you finish reading this sentence, three new songs will have been uploaded onto Spotify. This time tomorrow, the number will have risen above 20,000 songs — a daily deluge of music which would take you a month and a half to listen to . . . without sleep [...] Where this explosion in music content has created the biggest impact, though, is in front of music fans. With such a crazy volume of music being uploaded, the art of recommending tracks — and having the public trust in those recommendations — has become a precious commodity»: "We’re All Drowning in Entertainment. Who’s Going to Rescue Us?"

▶️ A proposito: "Spotify just released 2018's most streamed artists and yup, it's all dudes" (e direi che il titolo è già parecchio eloquente sui progressi del music business).

▶️ Anche Mixcloud lancia il suo servizio premium a pagamento, Select, "that allows listeners to subscribe directly to individual Mixcloud channels, allowing them to directly support the creators they love". Qualche approfondimento e dettaglio in più (tipo che si parte da 2.99 dollari al mese) su Billboard.

▶️ Appuntamento ormai imperdibile, ogni anno su PopMatters, "The Best Indie Pop of 2018" (e questa volta mi trovo anche più d'accordo del solito).

▶️ "What Your Favorite Album of 2018 Says About You": devo ammettere che il giochino mi ha strappato un sorriso in un paio d'occasioni, e soprattutto mi ha preso in contropiede perché infila nella lista di nomi più che mainstream anche la nostra amata Sidney Gish.

▶️ 15 things we learned at From Me To You for independent musicians: «"From Me To You" is unlike most music-industry conferences in that it’s aimed squarely at independent artists. Indeed, it was founded by one, British musician Roxanne de Bastion, and makes a point of having artists moderate each of its sessions».

▶️ «We never had a conversation about that specific line, but I’m sure Yauch was referencing himself or us as a band. Or men in rap, or men in general. We said some stupid stuff when we were younger, and it’s nice to know that now, in a way, we’re looked upon as men who can actually change and learn from mistakes. I hope that’s part of what that line means to people»: sul Wall Street Journal i Beastie Boys ricordano come hanno scritto Sure Shot - "How One Verse Helped the Beastie Boys Atone for a Bad-Boy Past", un bell'articolo che diventa anche la scusa random per tirare fuori da Soundcloud un quintetto base di mashup assurdi:









Human life

polaroid - un blog alla radio S18E05 - podcast

"polaroid - un blog alla radio" S18E05 @ NEU Radio

Gary Olson – The Old Twin
The Reds, Pinks & Purples – Human Life (demo)
J Mascis – Picking Out The Seeds
Yawyaw – When I’m Relax
[in collegamento dentro Radio Sverso con Andrea “Benty” Bentivoglio per la rubrica “Troppa Braga“]
High Sunn – Grateful
Holiday Ghosts – Booksmart
Tomorrows Tulips – Overnight Obsession
Ladroga – C Is the Heavenly Option (Heavenly cover)
Math And Physics Club – Indian Summer (live – Beat Happening Cover)
The Orielles – Bobbi’s Second World
Рыцарь Диких Яблок – Конец каникул
Dressed Like Wolves – Slush Puppies

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venerdì 30 novembre 2018

Christmas, it's not a biggie

Say Sue Me -  Christmas, It's Not a Biggie

Non contenti di avere pubblicato uno dei miei dischi indiepop preferiti di quest'anno, i cari Say Sue Me hanno deciso di entrare anche nella colonna sonora del mio Natale. La band sud-coreana, infatti, sta per far uscire un 12 pollici con quattro canzoni intitolato Christmas, It's Not a Biggie, di cui si può già ascoltare la title track. Nonostante il bel tiro da pezzo surf rock Anni Cinquanta, la canzone racconta quel sentimento un po' sfasato che ci prende a volte durante le feste: "It's not your birthday / I wonder why people look so excited". Tutti corrono come pazzi, vorresti solo divertirti come gli altri, ma lo spleen di fine anno è lì che ti aspetta: "This year's almost gone / I'm gonna feel sad / nothing happened this year". Forse, quello che conta davvero è soltanto trovare il proprio ritmo, senza lasciarsi travolgere e senza farne un dramma, "Christmas, yeah, it's not a biggie". Magari alla fine potresti anche decidere che le cose possono migliorare: "I feel I can be a good girl".

giovedì 29 novembre 2018

I only sleep when I sleep next to you

Dressed Like Wolves - All Hallows Forever (Demos, Oldies and That)

"[At our first gig] We got kicked off after 6 songs. Too sad and quiet."

L'anno scorso l'album di Dressed Like Wolves arrivò come un fulmine a ciel sereno e, nonostante fosse uscito a novembre, finì dritto tra i miei dischi preferiti dell'anno.
Ora Rick Dobbing, autore del progetto, ha pubblicato su Bandcamp una raccolta intitolata All Hallows Forever (Demos, Oldies and That), che contiene canzoni dal 2009 al 2018 "ripped from tumblr, recorded on cassettes, reel 2 reels, phones and an old IBM they used in outer space".
Se alcune sono poco più che appunti a bassissima fedeltà, altre mostrano già il profilo della canzone che potrebbero essere. Sopra le altre: Slush Puppies, che ha anche un buffo e triste video, 4AM Vinovia (che ha un verso che potrei mettere su una t-shirt:"I've never felt so late and I get later all the time"), e le ballate acustiche Redemption e Sleepwalking.
Tutto quello che già amo della musica di Dressed Like Wolves (quella specie di dramma dimesso, raccontato sottovoce con un linguaggio nitidissimo, accurato, pieno di invenzioni e intimità) qui si mostra ancora più a nudo, tra ruvido folk rock alla Bright Eyes / Will Oldham e derive più Casiotone For The Painfully Alone. Una raccolta preziosa, uno sguardo interessante dentro il laboratorio di un giovane cantautore, in attesa di lasciarci straziare dal suo prossimo album.






martedì 27 novembre 2018

We'll go our separate ways


La notizia mi era sfuggita, ma lo scorso settembre, dopo una silenziosa battaglia contro il cancro, se ne è andato il chitarrista dei Math And Physics Club James Werle. La band californiana, che all'inizio di quest'anno aveva pubblicato un nuovo album intitolato Lived Here Before, qualche giorno fa ha partecipato a un evento di KEXP (storica emittente indipendente di Seattle e da sempre supporter del gruppo) intitolato non a caso "Death & Music - music heals". Per l'occasione hanno eseguito una cover di una delle canzoni preferite di Werle, ovvero il classico dei Beat Happening Indian Summer, che una volta Dean Wareham definì "la Knocking on Heaven's Door dell'indie rock: tutti l'hanno suonata almeno una volta". Probabilmente è vero, ma questa versione ha un valore speciale. Eccola dal vivo:

lunedì 26 novembre 2018

Christmas Tree (Burn Burn Burn)

The Catenary Wires - Christmas Tree (Burn Burn Burn)

Manca un mese a Natale, ma gli addobbi sono già fuori ovunque da settimane, pandori e panettoni non se ne sono praticamente mai andati dai supermercati, e sabato scorso hanno pure acceso l'albero in Piazza Maggiore a Bologna. Quindi da oggi tornano anche qui sul blog le canzoni a tema regali, neve e slitte pubblicate con il consueto tempismo dai nostri gruppetti indiepop preferiti.
Inauguriamo la serie con The Catenary Wires, il duo formato da Amelia Fletcher e Rob Pursey, nomi che dovreste già conoscere almeno per qualche band fondamentale come Talulah Gosh, Heavenly, Marine Research e Tender Trap.
I Catenary Wires contribuiscono con una traccia intitolata Christmas Tree (Burn Burn Burn) alla compilation natalizia Stars, pubblicata in vinile e digitale dalla Where Is At Is Where You Are, e che vede in scaletta Darren Hayman, Bill Botting (degli Allo Darlin'), Whoa Melodic e White Town tra gli altri.
Questa Christmas Tree, con quel suo tono agrodolce un po' Camera Obscura, con i suoi immancabili campanellini e con le sue "notti d'inverno che ci fanno ricordare quando ci siamo ubriacati e abbiamo fatto un pupazzo di neve" vi farà cominciare la stagione festiva con la giusta dose di malinconia, indispensabile per sopravvivere con il giusto disincanto almeno fino ai primi di gennaio.

domenica 25 novembre 2018

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (6)

Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem



Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem (2018/11/19)

1. Envelopes - Sister In Love
2. Enemy Anemone - A Noisy Noise Annoys An Oyster
3. Hund - Exer
4. Yawyaw - When I'm Relax
5. Рыцарь Диких Яблок - Конец каникул
6. Heavenly - I'm Not Scared Of You
7. Manatee - Indecision
8. Gold Bears - Are You Falling In Love
9. Lunchbox - It Feels Good To Lose
10. Say Sue Me - My Problem
11. Small Reactions - Nerve Pop
12. Liechtenstein - Roses In The Park
13. Brothers In Law - Holy Weekend
14. Felt - Rain Of Crystal Spires
15. Comet Gain - Clang Of The Concrete Swans
16. Will Ivy - Scrap Plastic
17. Shimmering Stars - Not Growing Up
18. Saloon - Solitude
19. Yuppie Flu - Spring To Downcomers

sabato 24 novembre 2018

Some Sort of Secret Sign - A Tribute to Sarah Records

Intervista a Esmeralda Vascellari (Lady Sometimes Records)

Some Sort of Secret Sign • A Tribute to Sarah Records

Una compilation tributo alla Sarah Records fatta in Italia e promossa da band italiane? Nel 2018? Esiste davvero? Ebbene sì: si intitola Some Sort of Secret Sign e l'hanno promossa Lady Sometimes Records e Gusville Dischi, in collaborazione con VDSS Recording Studio. Il sottotitolo addirittura recita "from the italian pop underground", che a qualcuno potrebbe anche sembrare una contraddizione in termini o una battuta anacronistica. Ma per me la notizia ha abbastanza dell'incredibile, e considerata anche l'ottima qualità del risultato, ho deciso di fare due domande a Esmeralda della Lady Sometimes per saperne un po' di più.


Cominciamo dall'inizio: ci racconti come è nato l'incontro tra Lady Sometimes e Gusville, e quali sono state le premesse che hanno fatto nascere l'idea di un tributo alla Sarah nel 2018? Avevate in mente qualche altra operazione simile? (penso al classico Tribute To The Smiths curato dalla Matinée Recordings, oppure - per restare in Italia - mi viene in mente la compilation tributo ai Belle & Sebastian che realizzò la Fooltribe una quindicina di anni fa…)

LADY SOMETIMES RECORDS
Ho conosciuto Tiziano di Gusville in occasione del release di BLAZE dei Paisley Reich; lui ed Edoardo Biscossi da qualche anno portano avanti un duo lo-fi (che suona un po' come se i Queers facessero le cover dei Beach Boys, inutile dire che li adoro!) chiamato Real Beauties.
Poi la vita ci ha portato a frequentarci parecchio, abbiamo vedute simili su come gestire un'etichetta, sul non cedere a compromessi e abbiamo entrambi un background da fanzinari e DIYers. Inoltre lui è di Aprilia, una cittadina tra Roma e Latina dove a parte un centro commerciale non c'è nulla, e dove misteriosamente si è creata però una micro-scena indiepop, legata alla sua etichetta e ad amici che gravitano attorno (vedi i Black Tail). Non ne parla nessuno, ma in realtà nella provincia laziale c'è un bel fermento, non saremo Manchester, Brighton o L.A., ma le idee e la gente ci sono. Ed è da qui che è partita l'idea del tributo. Un'idea tutta Gusville in realtà, che nel 2013 aveva già realizzato un Tributo a Calcutta sempre con band dell'agro pontino.
Io da parte mia ho abbracciato la proposta immediatamente, sia da grande amante delle cover più che dei "tribute albums", che da compilatrice ossessiva; ho una specie di mania per tutto ciò che è rielaborazione di un suono 'altro' – anzi direi che la mia ossessione sono le band indie che rifanno pezzacci mainstream pop in versione super lo-fi (tipo questo)!
Quindi abbiamo preso tutte le band amiche disponibili e ci siamo messi all'opera, in un progetto che ha come intento il far ri-scoprire l'epopea di una label piccola e di culto che aveva preso la sua posizione ben precisa nei confronti di un mercato accentratore ed omologato. Ugualmente, mi piacerebbe che chi approccia la tribute potesse anche incuriosirsi ed ascoltare il materiale inedito delle band coinvolte, il quale secondo me rispecchia molto i parametri provinciali e underground in cui credeva la Sarah Records.

Una curiosità: come avete scelto quel verso come titolo della raccolta?
Some Sort of Secret Sign • A Tribute to Sarah Records
Il verso l'ho scelto io, è tratto da Boys Don't Matter di Blueboy. Credo sia la mia canzone preferita in assoluto, non solo Sarah, ma diciamo tra le 10 della vita. È un piccolo compendio di psicologia relazionale, in cui mi rispecchio molto: c'è quell'equilibrio precario tra la perseveranza nell'attendere qualcuno/qualcosa per sempre e anche la spinta ad andare oltre la propria timidezza mettendosi alla prova costantemente. Il punto in cui dice «Carol, I will wait forever for some sort of secret sign, maybe in a year tomorrow your lips will discover mine» è una vetta di romanticismo esistenziale.
Con gli anni ho imparato che i gusti musicali molto spesso vanno di pari passo con i tratti caratteriali, la capacità di commuoversi ed empatizzare con determinate parole e suoni dimostra (più o meno esplicitamente) una sensibilità acuita o almeno un'attenzione per certe increspature dell'animo che non è scontato siano visibili a chiunque. Questo è ciò che intendo con una sorta di segno segreto, un marchio a fuoco emotivo o una forma mentis razionale che in ogni caso accomuna chi ascolta la stessa musica. Non è una scienza perfetta, ma ho avuto molte conferme a riguardo e mi piace pensare che con la Sarah sia proprio così, che "all those evenings running home in tears" li abbiamo passati tutti, allo stesso modo, ascoltando le stesse canzoni.
Mi fa sentire un po' meno sola pensarlo.

La copia fisica della compilation contiene in allegato una fanzine: immagino che parte del sentimento che descrivi e che tutti, in qualche modo, conosciamo bene sia finito almeno in parte anche in quelle pagine.
Some Sort of Secret Sign • A Tribute to Sarah Records
È una raccolta di mini-racconti, dove alcuni di noi parlano della propria esperienza personale con l'etichetta, di come ne siamo venuti a conoscenza o di qualche scena che ci è rimasta impressa in mente. Sono felice che abbiano partecipato anche Francesco Amoroso e Francesco Giordani, due giornalisti che onestamente stimo molto e che ho sempre seguito con grande interesse.
Con loro abbiamo anche organizzato un'anteprima su invito, poiché da qualche mese la domenica ospito un club per ascoltatori compulsivi nel salotto di casa: ognuno di noi ha portato una foto scattata tra il 1987 e il 1995 più un disco preferito e le narrazioni di tutti sono state bellissime, molto vivide e meno nostalgiche di quanto pensassi.

Comporre e decidere la scaletta ha richiesto molto tempo? Ci sono state band che volevano suonare la stessa cover?
In totale ci abbiamo messo un anno! Tra progettare, sentire le band, stampare e impacchettare tutto. Alcuni già sapevano cosa registrare, altri no e in alcuni casi ho consigliato io qualche brano che poteva essere nel mood per l'artista. Per fortuna non abbiamo avuto doppioni, ognuno ha la sua personalità e la scelta è ricaduta su brani differenti!

Mi sembra che tutte le cover riescano a essere rispettose degli originali riuscendo ad aggiungere qualcosa di loro: ci puoi introdurre le band e raccontare un tuo breve track-by-track della raccolta?
GUSVILLE DISCHI
Dunque, andando per ordine: Ladroga – che tu già conosci – sono da sempre grandissimi fan di Heavenly, non mi stupisce abbiano scelto una canzone tra le più rappresentative di come l'indiepop effervescente possa fondersi ad un testo pungente, è davvero molto nelle loro corde.
Black Tail, paladini dell'indie folk di Aprilia, con Sunflower hanno tirato fuori il loro lato più dolce e jangle. Dull Company Myself, moniker post-punk di Matteo Ferrante, è l'episodio più dark: non ha caso ha scelto i The Wake, la band di Glasgow in cui militava anche Bobby Gillespie, prima di passare ai J&MC e più tardi fondare i Primal Scream. Tirrenian, con l'aiuto de Le Tute è stato l'unico ad avere il coraggio di re-interpretare Pristine Christine, il primo singolo uscito su Sarah, secondo me in una chiave tra il dreamy e la vaporwave, davvero incredibile! I Real Beauties hanno dato un animo punk all'evergreen degli Another Sunny Day, mentre la dolcezza di Valentina in Emma's House, altro classicone Sarah, ha sicuramente smussato gli spigoli dei Chilly Willies.
True Sleeper, il nuovo progetto di Marco Barzetti fka Weird, ha tirato fuori un capolavoro spesso ingiustamente dimenticato degli incredibili Gentle Despite, è il brano più struggente e shoegaze della compilation. Dulcis in fundo Salah El Din, già celebre per gli Sweat e i Love The Unicorn, chiude con la delicatezza autunnale di In Gunnersbury Park, una lullaby intimista per sola chitarra e voce.

Immagino che, avendo un'etichetta indipendente, riceverai parecchie proposte di nuove band e demo ogni giorno: dal tuo punto di osservazione, l'approccio politico ed estetico della Sarah Records ha ancora qualche influenza o rilevanza per chi fa musica oggi?
Le proposte non mancano è vero, anche se spesso sono di band estere (quando pubblico solo musica italiana) o di generi a me distanti (soprattutto di band italiane). Detto questo, la maggioranza delle band cerca più un hub di servizi vari, che un'etichetta vera e propria, almeno per come io intendo questa entità metafisica che produce dischi. Ovviamente è utopico pensare di gestire un'etichetta nel 2018 come poteva essere la Sarah nel 1988, ma la mia sensazione è che non sia solo una questione di mezzi o supporti, quanto di approccio generale. Si bada più alle vendite che ai contenuti, sempre meno alle persone, soprattutto in termini di originalità e di libertà creativa.
Non credo che Clare e Matt fossero due visionari anti-commerciali, avevano però la fierezza (che dovrebbe essere tipica dei giovanissimi) di chi vuole affermare le proprie idee senza mezzi termini, andando anche contro il mercato all'occorrenza. Non è un caso se twee, shoegaze, paisley fossero tutti termini nati in partenza come dispregiativi, sbandierati poi con coraggio pure di sentirsi diversi. Ecco, a dirla tutta, ciò che mi stupisce è che la maggioranza delle band attuali cerchi a tutti i costi di apparire diversa, ma non di esserlo dal momento che nella pochezza dei contenuti e delle immagini è totalmente conforme a ciò che richiede il pubblico medio.
Mi pare anzi che ciò che differisce dalla norma venga vissuto con indifferenza più per paura che per una reale posizione critica e, forse, anche per questo, buona parte dei demo che mi arrivano non riesco a prenderli nemmeno troppo sul serio, e non tanto perché non siano adatti a me, quanto perché io non sono di sicuro la persona giusta per certe band. Per fortuna ci sono anche delle eccezioni e spero che la compilation lo dimostri e che nel suo piccolo, possa ispirare qualsiasi teenager che in cuor suo non si sente rappresentato da ciò che lo circonda.
Sappi che c'è un mondo (musicale e non) pieno di scoperte che attende solo te!







venerdì 23 novembre 2018

Le persone diventano tempo

SETTI - ARTO (PHOTO BY LUCIO PELLACANI)

Il disco italiano che ho cantato di più quest'anno è stato Arto di Setti. Mi rendo conto che non è un granché come recensione o annotazione critica, ma quei momenti in cui tutti e quattro in macchina ci siamo trovati a urlare in coro "tu resta pure in Iowa, per me", come qualche scena in scala di un film di Moretti, sono piccole polaroid personali di questo 2018 che custodirò per sempre. Cosa dovrebbe darci di più un disco?
Arto non sembra un'opera che molti definirebbero "importante", non è album perfetto nemmeno per me che lo amo, però è diventato qualcosa di più, ha finito per essere anche altro: un plaid abbracciato sovrappensiero, l'ultimo goccio nel bicchiere prima di alzarci insieme da tavola, un ritorno a casa accolto dai disegni appesi sulla porta, un sorriso in silenzio mentre stiamo per dire la stessa cosa. Insomma: uno di famiglia.
Non siamo uguali ma le sue storie sono un po' anche le mie. Lo ascolto e lo riascolto ed è come riconoscere la stessa inclinazione dello sguardo, l’attaccatura dei capelli, l’impazienza. Guardo lui e penso a me. Penso a me e mi torna sempre in mente lui. A volte ci parliamo, a volte vorrei cambiargli le parole, però ci vogliamo bene in un modo così annodato che è difficile da spiegare. Per esempio, anche il mio ritornello preferito di tutto l’album in un certo senso è sbagliato, e vorrei sedermi lì accanto alla canzone, chiederle perché dentro "Non saremo due astronauti / ma vedrai che qualche stella la vedremo pure noi" ha lasciato una ripetizione. Ci poteva girare attorno, trovare un altro escamotage, ma non puoi dirle niente: è fatta così, fa quel gesto così, e tu gli puoi soltanto volere bene.
Quei due versi sono proprio un buon esempio della maniera che ha Setti di stenderti con gentilezza, quegli uno-due garbati che piegano e ripiegano le frasi (“Mai stato quello / che tu hai amato di più / va bene così / anche se tu, invece, sì”), tu riesci a scioglierle solo un attimo dopo, mentre la strofa è già andata, e ti ritrovi un po’ spiazzato. Sembrava non esserci niente di speciale, stavi già per credere di avere capito tutto (“ah, che zibaldone questo Setti, che fa il cantautore con queste liriche così povere e quotidiane”) e invece ecco che ti arriva addosso la bellezza. Poi magari due minuti dopo, è lo stesso Setti a buttare via tutto con certe rime di cui non c’era tantissimo bisogno (bidet / pan carré?), ma anche quello è nella sincerità del suo sorriso, un po’ distratto e un po' triste. Anche quello, in fondo, fa parte del suo understatement, una modestia quasi al limite della contraddizione, per uno che fa arte (Arto/arty) ma poi precisa subito che è con la a minuscola, niente di che, passavo di qui per caso, e tu come stai?
E poi arriva sempre la musica a salvare Arto, un disco davvero bello da ascoltare tutto d’un fiato, con le sue tracce da un minuto e mezzo, che sembrano quasi scappare via come dicessero “grazie, ma figurati, non volevo disturbare”. Wisconsin è una delle migliori canzoni indiepop sentite da anni in Italia, pura grazia da acerbi Lucksmiths; Presente sembra infilarsi in una linea CCCP-Cani ma dirottando la nevrosi verso la malinconia (e chi ricorda i Dealership ballerà felice); Iowa si inerpica a perdifiato come facevano i Perturbazione con quella vite lontana; qui e là ci si dondola Yo La Tengo come in Stanza o in Bestia, e ci si meraviglia per quelle specie di fiati che appaiono all'improvviso nelle retrovie di Woods, o per quelle carezze di banjo nella stralunata Barbecue. Ma anche quando Setti gioca di sottrazione riesce a essere efficace: vedi il folk acustico lievissimo (e amarissimo) di Legno o Orizzonte, oppure il rock denudato, sconnesso e ostinato di Mi mancavi.
Credo che a questo proposito siano qui da citare un po' di persone che hanno partecipato alle registrazioni e che hanno fatto di Arto il disco che suona oggi: Luca Mazzieri, già Wolther Goes Stranger / A Classic Education / JJ Mazz, che ha curato la produzione e non ha fatto mancare le sue consuete chitarre lancinanti; Luca Lovisetto dei Baseball Gregg, che sembra poter davvero trasformare in oro qualunque musica su cui metta la mani; e poi un po' di altri componenti della gang La Barberia Records, come Stefano Mappa (Smash), le Avocadoz, e Lucio Pellacani, che ha catturato quella foto di copertina, così seriosa ma anche così allegramente fuorviante.
Arto (che è disponibile anche in vinile per Vaccino Dischi) si apre con un verso che dice "Quando entra nella stanza si ferma tutto", mentre la frase con cui si chiude è "Io cerco un cuore di legno / sì però con te tutto attorno". È quasi come se con questa circolarità tutto il disco cercasse di raccontare uno stesso spazio, il momento in cui le due persone dentro quello spazio diventano (o non diventano) una relazione. È un incontro e anche il fermo immagine di una distanza: "è la cosa mai avuta a cui tengo di più". In quella differenza che si colma di continuo ma non passa mai, Setti riesce a inquadrare e raccogliere la sua poesia.



giovedì 22 novembre 2018

Come around

polaroid - un blog alla radio S18E04 @ NEU Radio

"polaroid - un blog alla radio" S18E04 @ NEU Radio

The Ocean Party – Home
Chorusgirl – No Goodbye
Subsonic Eye – Come Around
Motorama – He Will Disappear
True Sleeper – Bittersweet Kiss (Gentle Despite cover)
Qlowski – Taking Control
Art Sick – Going Down
Boyracer – Walls Come Tumbling Down (The Style Council cover)
The Seams – On The Shelf
Red Worms’ Farm – Yeah Yeah Everything
Calcutta VS Pixies – Where Is My Paracetamolo? (Nikita mash-up)

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lunedì 19 novembre 2018

Time did everything it had to do

Рыцарь Диких Яблок

Il loro nome in caratteri cirillici è Рыцарь Диких Яблок. Secondo Google si legge "Rycar' Dikih Jablok" e a quanto ho capito significa "il cavaliere delle mele selvatiche". Se qualcuno passa ancora di qui e sa il russo può correggermi.
Provengono da San Pietroburgo, in alcune fotografie sono in tre, in altre in quattro, ogni tanto c'è una ragazza alla batteria. Non trovo molte altre informazioni su di loro, ma in fondo non importa troppo, dato che sul loro Bandcamp c'è già tutto quello di cui ho bisogno. Indiepop dal carattere dolente, le sfumature più twee di certi vecchi Motorama, se vogliamo indicare un riferimento di loro connazionali. A volte innestano qualche violino o vecchi synth per ammorbidire quelle austere melodie. I loro testi sembrano popolati da rovine, luoghi deserti e palazzi abbandonati, l'unica cosa che ci ha lasciato il passato, e mentre noi cerchiamo di continuare ad amare una natura indifferente torna a prendersi il proprio spazio. Il loro ultimo singolo si intitola (più o meno) "Fine delle vacanze", ma per me è l'inizio di un nuovo innamoramento.







lunedì 12 novembre 2018

The last little while has left me with a bitter taste

The Seams - Another Side of the Seams

Anche tu hai bisogno di quel suono di chitarre morbido-ma-non-troppo, diciamo un po' R.E.M. un po' Prefab Sprout, che di lunedì funziona meglio di un thermos di caffè? Sono abbastanza sicuro che The Seams potrebbero fare al caso tuo. Un paio d'anni fa, all'epoca dell'esordio, il quartetto di Vancouver era stato presentato come un supergruppo della scena cittadina, dato che la formazione vede al suo interno musicisti provenienti da band come Fake Palms, Elsa, WISH e in precedenza U.S. Girls. Ora che è uscito questo nuovo Another Side Of The Seams (anche in vinile per Meritorio Records), credo sia abbastanza chiaro che si tratta di un progetto solido e consistente, e che non ha nulla di estemporaneo. Uno dei punti di forza del nuovo album sta nel gioco delle due voci di Jonathan Rogers e Kyle Connolly, ora suadenti ora più risolute, la maniera differente in cui caratterizzano con cura ogni traccia. Puoi avere quel jangle-pop Go-Betweens di pezzi come On The Shelf, momenti magnificamente smithsiani tipo All In A Day, o un singolo quasi Real Estate come Lemonade, mentre Wait Up ti avvicina con quel passo sornione da M Ward, e nella conclusiva Glue soffia quell'aria trasparente e limpida Teenage Fanclub. "Another side", dicono con fin troppa modestia i Seams: io spero che ne svelino presto molti altri ancora.



giovedì 8 novembre 2018

"C'è gente che ci scrive e noi non rispondiamo" (cit.) - Novembre 2018

Sporadica rubrica fatta con le vostre email e i miei sensi di colpa

Si avvicina la fine dell'anno, e tutti i bei dischi che nei mesi passati mi erano arrivati e a cui non ho mai dato risposta sono ancora lì a ricordarmi "come ho speso male il mio tempo".


P. - Last Entry in The Ship's Log
► Piermaria Chapus è stato uno dei fondatori dei MiceCars, e questo è l'attacco di paragrafo più scontato che esista, ma per chi come me ha avuto a cuore l'indie rock italiano di inizio Duemila una premessa del genere è ancora importante. Piermaria abita da alcuni anni a Berlino e in questo periodo si era già dedicato a collaborazioni e progetti solisti. La sua ultima creatura si chiama semplicemente P. e in primavera aveva pubblicato un EP intitolato Last Entry in The Ship's Log. Sono soltanto tre canzoni ma non per questo bisogna credere che si tratti di un lavoro meno denso e robusto (tra l'altro, basta tornare a leggersi le raffinate annotazioni dello stesso Chapus nel track-by-track su DLSO). Pop sintetico e "intelligente" che come primi riferimenti mi fa venire in mente Air e Radiohead, e che trova sintesi e vertice nella conclusiva Someone Else's Life, un pezzo senza tempo che potresti immaginare uscito dalla discografia dagli XTC.




KLAM - NON
Dopo il sorprendente Bleak del 2014 avevo perso di vista i Klam e avevo fatto male. La band toscana ha pubblicato (ormai da qualche mese) un nuovo album intitolato NON- ed è un lavoro ancora più affascinante. Le atmosfere oscure e claustrofobiche si stemperano in paesaggi dissolti tra riverberi e delay. Il gioco di contrasti e chiaroscuri che ne esce rende l'ascolto dell'album un lungo viaggio, un'emozione quasi cinematografica. Un'idea di suono ampia e ambiziosa che, tra shoegaze e post-rock, si spinge avanti, con slanci epici, melodie dolenti, fughe agguerrite e digressioni meditative.




Lennard Rubra - Paracusie Notturne
Lennard Rubra viene da Riccione ed è nato nel 1997. La seconda informazione faccio un po' fatica a processarla mentre scorrono le canzoni del suo fenomenale album di debutto Paracusie notturne: qui dentro c'è talmente "tanta roba" e questo ragazzo (che ha suonato e registrato quasi tutto da solo, ha fatto pure l'artwork e si è pubblicato con la sua etichetta LFA 27 Zeitgeber Enterprise) dimostra una tale libertà nell'approccio alle canzoni, nelle forme, nei dettagli degli arrangiamenti, nella stessa lingua, che devo tornare indietro più di una volta a riascoltare certi passaggi. Puoi sentire di tutto: da Lucio Dalla agli Of Montreal, da Mac De Marco a Syd Barrett. In Italia credo si possa accostare a qualcosa di Iosonouncane, ma più pop. E il risultato, complesso e iper-stratificato, riesce comunque ad arrivarti addosso come un lampo, un'illuminazione improvvisa, ma molto, molto divertente. Lennard racconta di essere cresciuto a musica popolare brasiliana anni '60, Smiths e John Cage, e anche se sembra una di quelle frasi buone per i comunicati stampa questa volta, dati certi risultati, ci si può credere. Una scrittura davvero interessante quella di Lennard, fatta di frammenti e scherzi, sparate teatrali e poi confessioni a cuore aperto, e che nella sua multiforme musica trova un vestito perfetto. Un nuovo talento che bisognerà tenere d'acchio.




New Adventures in Lo-Fi - Indigo
► Rispetto a quando vennero live a polaroid qualche anno fa, i torinesi New Adventures In Lo-Fi sembrano davvero diventati un'altra band, almeno a giudicare da questo secondo album Indigo. Suono più incisivo, strutture più libere, una diversa aggressività, vedi per esempio l'apertura di Fault o la magnifica Blonde. Certo, puoi ritrovare ancora classici come i Death Cab For Cutie, sotto sotto, ma puoi percepire anche ispirazioni più mature, come National o War On Drugs. Soprattutto, senti che i loro "chitarroni" Nineties qui hanno una ragione d'essere che non è semplice nostalgia. Percepisci un sacco di passione, o come si diceva una volta, c'è attitudine in queste canzoni. Parte del merito deve essere anche il cambio di formazione, dato che ora i NAILF sono un trio, con Ettore Dara alla batteria, proveniente dai veronesi Debris Hill (altra vecchia conoscenza di queste pagine). Tra l'altro, il cantante di quella sottovalutata band, Michele Zamboni ha curato registrazione e produzione di questo lavoro. Come raccontano bene gli stessi New Adventures, "da anni siamo una band facilmente ascrivibile al grande girone emo, forse più per la scrittura e l’attitudine da teneroni col cuore traboccante che per le sfumature musicali legate al genere. Quelle ci sono sempre, ma con Indigo ci sembra di esserci spinti un po’ più in là".




► Agli albori di questo blog, nel lontano 2005, ci eravamo occupati diverse volte degli Austin Lace, quartetto belga ristampato anche in Italia dalla gloriosa etichetta Homesleep. Ora Fab Detry, che degli Austin Lace era il frontman, è tornato con un nuovo progetto chiamato Fabiola e ha da poco pubblicato un album intitolato Check My Spleen. Detry non ha perso la mano per un pop scanzonato, a tratti colorato di una psichedelia leggera, tra influenze brit e un po' di elettronica, sempre con molto humour (il disco è "dedicato alla propria milza"). In alcuni passaggi ti fa tornare in mente certi MGMT o l'Ariel Pink meno cupo.




ORCHESTRA OF SPHERES - MIRROR
► Quando mi sono imbattuto in Mirror, il quarto album degli Orchestra Of Spheres, non avevo punti di riferimento, mi sono trovato gettato in un spazio sconfinato e imprevedibile, ed è stato bellissimo. Ero quanto mai lontano dai suoni che frequento di solito, un differente universo proprio, ed ero totalmente a mio agio. L'effetto che può fare la band neozelandese è sorprendente. Musica ipnotica (Ata) ma anche altamente poetica (Foggy Day), che fagocita ogni linguaggio, dal kraut al jazz, dalla world music al prog, passando per l'ambient e il funk, e che però è capace di restituire un'opera coesa, in cui la complessità e i contrasti si lasciano conoscere e attraversare con grazia e potenza.




ING - SELF TITLED
► Gli ING si definiscono una "experimental rock band" ma scrivono ~experimental~ tra due tildi, giusto per spiazzarti un altro po'. Cercano di sfuggire a ogni definizione, ma così facendo, a volte si ritrovano proprio dove meno te l'aspetti, tra ballate stralunate oppure dentro filastrocche quasi twee. Anche se la loro caratteristica più evidente resta uno spigoloso minimalismo. Non per niente il loro ultimo EP Self Titled è stato "composed of only notes and no chords" (anche se secondo me qui e là si sono dimenticati di questa regola), immagino per accentuare la sensazione di nervosismo e asciuttezza. Obiettivo che, grazie alla confezione meticolosamente lo-fi, viene centrato in pieno.

martedì 6 novembre 2018

He took the highest ladder to reach the night

Motorama - Many Nights

Un giorno, da ragazzo, la nebbia che copriva la pianura mi sfiorò la guancia e mi disse: l'autunno ti piacerà per sempre. Sono cresciuto, ho lasciato case, dimenticato nomi, altri hanno dimenticato il mio, il cuore si è fatto avaro e poi di nuovo duttile. Ma la luce dell'autunno è rimasta sempre nei miei occhi.
C'è molta musica in questa luce e in questo autunno, e alcune band sanno leggerla bene, come seguendo un sentiero intriso d'acqua, un bordo di foglie cadute, un marciapiede cupo di abitudini, un colore che passa dal grigio sgranato all'azzurro trasparente in un soffio di vento suburbano, dopo l'arrivo della pioggia, prima che la nebbia, che non vedo quasi più, torni a dirmi che non si è dimenticata di me.
Una di queste band sono senza dubbio i Motorama. Con loro era stato amore a prima vista, e nel corso degli anni, dei dischi e dei concerti visti ogni volta che era possibile, quell'amore è andato avanti senza bisogno di spiegazioni. Many Nights è il loro quinto lavoro, quello in cui si sono allontanati come mai prima dalla loro origine, eppure continuano a colpirmi con una precisione e un'efficacia che mi sbalordisce.
Forse la band di Rostov sul Don era stanca di vedere invariabilmente citati soltanto i Joy Division in ogni recensione e hanno deciso di dare una svolta ancora più sintetica al loro suono, aggiungendo però ulteriore morbidezza e un timbro balearico alle canzoni come mai avevano fatto prima. L'attacco del disco, con Second Part, o altri momenti come He Will Disappear, dentro cui sembrano risuonare bucolici flauti, potresti immaginarli usciti dalle mani degli Air France, mentre in Voice From The Choir oppure in You & The Others ritrovo certi Tough Alliance meno aggressivi. Sarà perché Vladislav Parshin questa volta canta in un registro meno Matt Berninger, o perché il basso ogni tanto si stacca dal post-punk più dogmatico e si abbandona al groove, oppure sarà che qui compaiono più percussioni, mentre i tappeti di pad avvolgono e riscaldano quelle che una volta erano atmosfere gelide e sotto vuoto. E anche se i Motorama non sono mai stati una band che potresti chiamare "spensierata", quando decidono di virare verso territori più jangle pop che già conoscevano, come in Homewards, questa volta lo fanno con una leggerezza inedita per loro.
L'effetto complessivo di Many Nights è di un'opera più ampia e ambiziosa, un passo avanti rispetto alla strada percorsa fino a oggi. Bentornato autunno.