venerdì 23 agosto 2019

Rock the Baita 2019!

Rock the Baita Festival 2019

Ormai programmo le ferie in base al calendario di Rock the Baita. Il piccolo festival fai-da-te sulle colline di Parma arriva alla sesta edizione e per me rappresenta il tradizionale ultimo appuntamento live prima della fine delle vacanze d'agosto.
Con la scusa di andare a mettere due dischi aperitweevi, domani sera vado a godermi un po' di concerti e brindisi in quota: quest'anno i ragazzi hanno fatto le cose in grande e in scaletta ci sono tre band parecchio interessanti (di cui due straniere in prima e unica data per l'Italia!).
L'ingresso al Rock The Baita è come sempre "up to you", ma vista l'offerta di quest'anno (arricchita dal consueto contorno di grigliate, mercatini e mostre) vi suggerisco di non essere avari.


SKEGSS
Gli Skeggs, dall'Australia, suonano un garage rock bello tirato che in diverse recensioni si è guadagnato paragoni entusiasti con Fidlar, Cloud Nothings e Strokes.
Il trio di Byron Bay, dopo una gavetta costellata di singoli ed EP e un hype crescente, ha debuttato l'anno scorso con l'album My Own Mess, generosa raccolta che trabocca chitarre divertenti e super estive, perfetta per fare festa e perdere la testa.




Spielbergs
Gli Spielbergs, dalla Norvegia, all'inizio di quest'anno hanno infiammato non pochi cuori con il loro primo album This Is Not The End, disco che seguiva a ruota l'EP d'esordio Distant Star. Praticamente sono passati da "band to watch" di Stereogum ad affermata giovane leva dell'indie rock internazionale nel giro di pochi mesi. E a giudicare da queste dodici canzoni, il trio di Oslo se lo merita davvero: un suono poderoso e trascinante che fa tornare in mente sia band come No Age o Titus Andronicus, sia certi Get Up Kids più epici.




The Whip Hand
A difendere di colori di casa nostra ci saranno The Whip Hand, formazione di Trani che alla fine dell'anno scorso aveva pubblicato un album molto lodato, uscito per Mia Cameretta Records insieme a Lady Sometimes, quindi già garanzia di qualità.
Le dieci tracce di Sometimes, We Are partono da un dream pop influenzato da Beach Fossils e DIIV per poi trovare via via un proprio carattere, a volte più nervoso ed elettrico, a volte più cupo e malinconico.



L'invito, come potrete intuire, è soltanto uno: ci si vede a banco!




martedì 20 agosto 2019

Video première: WOW - "Occhi Di Serpente"

 WOW - Occhi Di Serpente
photo from "On Leaving", a fanzine by Matteo Casari

"Brucia lentamente, nell'abisso, tra le ombre, sale e scende e poi ti avvolgerà": così cantano gli WOW nel loro nuovo singolo, Occhi di serpente, seconda anticipazione da Come la notte, il nuovo album in arrivo il prossimo 30 agosto su Maple Death Records e My Own Private Records.
È un verso che trasporta dentro una storia di luci striscianti e suadenti, seduzione e rischio, ma potrebbe anche funzionare come una chiave per decifrare la musica stessa della band romana. Un gesto che ha le cadenze ipnotiche tanto dell'incantesimo, quanto dell'abbandono più sensuale. Parlando degli WOW si citano sempre Mina e Patty Pravo, Piero Umiliani e Morricone (e chissà se nel titolo del nuovo album c'entra qualcosa anche La notte di Antonioni), ma non fermiamoci alle suggestioni italo-Sixties: gli WOW descrivono questa traccia come un "primordial Gun Club with an Afro-tinged funk assault". A giudicare dal video che la accompagna, e che è un onore presentare oggi qui su polaroid, si tratta di un assalto fulmineo, una sortita col favore delle tenebre, che coglie di sorpresa e non lascia scampo. In fondo a questa musica, gli occhi di serpente vi fissano.





giovedì 15 agosto 2019

Indiepop Jukebox (Ferragosto 2019 version)

Nonostante in questi ultimi mesti giorni abbia avuto voglia di ascoltare quasi soltanto le canzoni di David Berman (ne riparleremo più avanti, davanti a un microfono), anche durante le vacanze del blog ci sono un sacco di nuove ottime uscite indiepop che meritano di essere segnalate. Ecco qui una mini playlist, giusto in tempo per Ferragosto!

AMY O - PLANET BLUE

▶️ Un pianeta blu con lenzuola di seta rosa per fare sogni sprofondati dentro un grande letto alla deriva: ci vorrebbe proprio in questa estate 2019! Umani desideri di evasione intergalattica nel singolo Planet Blue che anticipa la prossima uscita di Amy O, al secolo Amy Olsen, autrice di un bedroom pop tra Frankie Cosmos e certe cose classiche alla Rilo Kiley. Il terzo album della cantautrice di Bloomington, Indiana, si intitolerà Shell e uscirà il prossimo 25 ottobre.




HATER - Four Tries Down / It's A Mess

▶️ Ovunque io sia, nel mondo, la voce di Caroline Landahl eserciterà sempre su di me un richiamo irresistibile. I suoi Hater, a un anno di distanza dal magnifico doppio album Siesta, hanno annunciato l'uscita di un nuovo sette pollici: Four Tries Down / It's A Mess, due tracce che mescolano le due facce del loro carattere: il loro sguardo più austero e la malinconia struggente dei loro abbracci. Il lato A si può già ascoltare in anteprima e si apre con una chitarra incalzante, mentre la melodia sembra sfuggire fino a quando si scioglie nel ritornello, come se la canzone cercasse di convincere sé stessa: "Lift you up / No regrets / Steal your soul / Better solo". Sono conquistato al primo ascolto. Il nuovo singolo è in arrivo sempre su Fire Records il prossimo 6 settembre.





Glaze - GlazeTV

▶️ Da Austin, Texas, arriva il trio dei Glaze, li scopro con colpevole ritardo ma è già amore a prima vista: chitarre super fuzzy, ritmi forsennati, voci dissolte tra gli echi e la capacità di far esplodere il rumore al momento giusto. Il nuovo EP GlazeTV contiene quattro tracce, una meglio dell'altra.




SEAN O'HAGAN - On A Lonely Day (Ding, Dong)

▶️ Sean O'Hagan's dei leggendari High Llamas sta per tornare con un secondo album solista (il primo era uscito nel 1990 e si intitolava, guarda un po', proprio High Llamas). Questo nuovo Radum Calls, Radum Calls, la cui uscita è prevista per il prossimo 25 ottobre su Drag City, "nasce dalle recenti ossessioni ispirate da una nuova generazione di cantautori con cui O'Hagan ha collaborato negli ultimi anni", oltre che dai consueti riferimenti classici che possiamo aspettarci di trovare nei suoi lavori. Un buon esempio è questo singolo in anteprima, On A Lonely Day, che combina influenze Beach Boys con un tocco surreale un po' Divine Comedy.




The Flatmates -  Shut Up and Kiss Me

▶️ Gli storici Flatmates (che come forse saprete si sono riformati ormai da sei anni con la scatenata Lisa Bouvier alla voce) hanno annunciato un nuovo singolo, questa volta per la label indipendente greca Old Bad Habits. Questa nuova Shut Up And Kiss Me arriva dentro un sette pollici viola e ci riporta tutto quello per cui abbiamo sempre amato la cara band di Bristol: The Ramones meets The Ronettes!




topographies - Cherry Blossom

▶️ Se anche in pieno agosto non potete fare a meno di chitarre languide, strati di riverberi e melodie ipnotiche, allora il nuovo singolo dei Topographies fa al caso vostro. La band, che vede al suo interno musicisti dell'area di San Francisco provenienti da varie band (Coo Coo Birds, Your Friend, Solip, and To The Wedding...) ha appena pubblicato per il singles club della britannica Sonic Cathedral, questa Cherry Blossom di purissimo shoegaze.

venerdì 2 agosto 2019

Indietracks Festival 2019: il report di Barto!

Se anche voi, come me, purtroppo avete perso l'ultima edizione dell'Indietracks Festival (vero punto di riferimento per la scena indiepop internazionale), non disperate: anche quest'anno Stefano "Barto" Bartolotta (nota firma di Indie-Roccia, BeeHive, Ondarock, BasketInside e chissà quante altre testate, senza dimenticare il suo caro vecchio blog Roundmount...) presta le sue parole a polaroid per un nuovo ricchissimo report. Non manca nulla, e non vi prendete nemmeno la pioggia!

INDIETRACKS 2019
photo by Indietracks

UNA POLAROID DALLE MIDLANDS
Da 13 anni a questa parte, ogni mese di luglio il Midlands Railway Centre è teatro di qualcosa che ormai non è più un semplice festival, e nemmeno un evento, ma rappresenta la perpetuazione di una magia che non smette mai di incantare chi decide di sottoporvisi. Puoi essere stato all’Indietracks un numero elevato di volte, o puoi essere un debuttante, ma il primo pensiero, quando vai via da lì e torni alla vita reale, è che l’anno prossimo ci devi essere. Magari con modalità logistiche e organizzative diverse, tipo il sottoscritto che ha ormai capito di essere troppo vecchio per il campeggio, ma comunque la prima idea è quella di voler tornare.
I fattori dell’incantesimo sono sempre gli stessi: musica bella e varia, luogo suggestivo sia nel suo complesso che per quanto riguarda l’estetica dei singoli palchi, organizzazione impeccabile, bella gente con cui viene sempre naturale scambiare quattro chiacchiere anche se non ci si conosce, mentre, invece, è bello rivedersi ogni anno con le amicizie strette nelle edizioni precedenti. Ci si racconta velocemente come va la propria vita, si fa un riassunto dei nomi per cui si hanno le maggiori aspettative, e alla fine ci si dice chi sono stati i migliori, ci si racconta il viaggio che si sta per fare per tornare a casa e ci si dà appuntamento all’anno prossimo. Detta così potrebbe sembrare una serie di conoscenze superficiali, ma in realtà c’è comunque un’aura di affetto reciproco grazie al quale queste sono tutt’altro che chiacchiere di circostanza. E anche se piove (quest’anno il sabato è stato particolarmente bagnato), sicuramente ci si sente a disagio, ma l’incantesimo produce i medesimi effetti.
Anche altri aspetti del festival come gli orari, la sistemazione dei punti ristoro e le attività collaterali alla musica sono sempre gli stessi, e a tutti quanti va benissimo così. Le uniche novità si sono viste solo nel campeggio, con uno spazio più ampio per tavoli e sedie, necessario durante le affollatissime ore mattutine per la colazione, e la zona della discoteca che non era più rappresentata dal tendone bianco in zona ingresso, ma era una sala al piano superiore rispetto al caffè. La prima novità è stata molto gradita, mentre la seconda ha avuto riscontri contrastanti, visto che la temperatura interna della sala era davvero elevata.

Inizierò ora la descrizione delle singole performance musicali a cui ho assistito, dividendole per categorie. Una premessa necessaria è che il sabato ho dato tutto me stesso per non perdermi niente, mentre le domenica ero stanco e me la sono presa con più calma.

IL MOMENTO CLOU
INDIETRACKS FESTIVAL 2019
photo by The Spook School
Gli Spook School sono probabilmente la band più amata dall’intero pubblico dell’Indietracks, e il loro ultimo set prima del tour d’addio di fine agosto/primi di settembre era indubbiamente il momento più atteso. L’abbraccio collettivo tra il quartetto scozzese e i fan si è svolto nel palco all’interno, e non nel principale, probabilmente per favorire la pioggia di palloncini puntualmente arrivata con le ultime note. Nye, Adam, Anna e Niall hanno onorato al meglio il ruolo di vere star di questa edizione, con un live perfetto, sia come scaletta che come esecuzione, e hanno commosso tutti con il rifacimento di What Do We Do Now dei Just Joans con il testo cambiato a tema Indietracks (ad esempio, “do you still drink down the local” è stato sostituito con “do you still drink at the train bar”). Il singalong è stato massiccio, e il senso di gloria e dolore allo stesso tempo è stato fortissimo e indimenticabile.



I MIGLIORI
Al di là del set di cui sopra, impossibile da paragonare con qualunque altra cosa, chi mi ha compito di più sono stati due progetti che hanno messo in mostra non solo ispirazione compositiva e bravura esecutiva, ma anche tantissima personalità. Porridge Radio è un nome che gira da anni ma che è sempre rimasto un po’ sottotraccia, mentre le Big Joanie sono più recenti, ma hanno avuto un’esposizione subito importante (basti pensare allo slot da supporter primario per le Bikini Kill in tutte e due le date londinesi). Entrambi hanno suonato divinamente ed evidenziato molto bene la propria unicità. In una scena che non ha certamente l’innovazione nel proprio DNA, l’emersione di progetti del genere fa bene a tutti e può essere il giusto stimolo per un numero sempre più alto di musicisti a cercare la propria strada



BRAVI
INDIETRACKS FESTIVAL 2019
photo by Padda
Le Peaness hanno aperto nel migliore dei modi il festival, con il loro live rodatissimo, grazie al quale si apprezza l’equilibrio tra dolcezza e approccio deciso che sta alla base della loro proposta. Armonie musicali e vocali eseguite alla perfezione e grande atmosfera creata subito. Il sabato, poi, è stata un’infilata di bei concerti uno via l’altro: dalla potenza pop-punk dei Fresh, che hanno messo molta più robustezza nel loro suono live e l’impatto ci ha chiaramente guadagnato, all’eleganza dei Mammoth Penguins, in questo momento semplicemente un progetto di caratura superiore per qualità melodica e vocale e per alto profilo degli arrangiamenti, per finire con il set dolce e raffinato di Tracyanne & Danny, chiamati a un compito non facile dopo la botta emozionale degli Spook School ma usciti vincitori dal compito in virtù della loro innata classe. La domenica, i Seazoo hanno ribadito, una volta di più, che se il mondo fosse giusto sarebbero considerati i nuovi alfieri dell’indiepop gallese, e Withered Hand ha regalato ai presenti lo stessi tipo di performance spettacolare di 5 anni fa, che va benissimo così, perché quando una cosa è così bella ed esaltante, non ha senso cambiarla.



BRAVI CON RISERVA
INDIETRACKS FESTIVAL 2019
photo by Padda
Gli Orielles hanno chiuso il venerdì sera in modo sicuramente soddisfacente, ma chiunque non fosse pienamente convinto della loro proposta su disco, avrà mantenuto le stesse perplessità dal vivo. La sensazione, infatti, è che il loro stile sia troppo basato sui suoni e su un’eccessiva ricerca del ricamino e del colpo ad effetto, e che non ci sia abbastanza cura per il songwriting, e il fatto che, sul palco, la voca sia stata volutamente messa sotto nel bilanciamento dei suoni è un ulteriore indizio in tal senso. I Martha sono stati divertenti e coinvolgenti, soprattutto quando Naomi si è lanciata in un crowd surfing seduta su un canotto gonfiabile che l’ha portata direttamente sotto al palco degli Spook School, ma per prima cosa mi hanno dato l’impressione di rendere molto meglio indoor che non all’aperto, e poi ho avuto la sensazione che non credano molto al loro nuovi disco, visto che in scaletta è stato un po’ trascurato e per ben due canzoni si sono dimenticati parte del testo, e trovo sempre bruttino quando una band mostra di non credere al proprio materiale nuovo, tanto più se è di qualità come in questo caso.

LE DELUSIONI
I Bis erano stati straordinari 6 anni fa, ed erano in full band, ovvero i tre membri più basso e batteria. Qui, questi ultimi due non c’erano, e il live è stato piatto e scialbo. Le Stealing Sheep, su disco, sono autrici di un electropop tra i più dinamici e frizzanti in circolazione, ma anche qui, il voler essere sul palco solo in tre rende tutto piatto e per nulla interessante.

PROGETTI NUOVI DI MUSICISTI AFFERMATI
INDIETRACKS FESTIVAL 2019
photo by Padda
Detto che in questa categoria mi sono purtroppo perso Advance Base, ovvero la nuova incarnazione di Owen Ashworth, meglio conosciuto come Casiotone For The Painfully Alone, ho comunque potuto assistere a quattro performance interessanti. Gli Athabaska sono guidati da Roxy Brennan, attivissima da diversi anni sia come solista (Two White Cranes) che in diverse band, tra cui soprattutto Grubs e Trust Fund; qui, la Brennan e i suoi tre compagni provano a inserire elementi country e heartland rock in un impianto comunque indiepop, e, almeno con questo set, danno l’impressione di essere già sulla strada giusta. I Jetstream Pony sono il nuovo progetto di Beth Arzy, già nei Trambling Blue Stars e nei Luxembourg Signal: sfortunati il sabato sul palco indoor per via di problemi tecnici mai risolti, hanno avuto l’opportunità last minute di rifarsi in chiesetta la domenica suonando prima di tutti gli altri e hanno fatto vedere di avere in mano un indie pop riverberato di indubbio fascino. Gli Squiggles sono il nuovo progetto guidato da Niall degli Spook School, e nel quale può sfoggiare la propria natura da frontman; visivamente colpisce il look da supereroi e le mise colorate, mentre musicalmente si punta a uno slacker rock lo fi che può essere sviluppato meglio ma che risulta già interessante. Infine, Common Or Garden è Hannah degli Owl & Mouse in versione electropop solitaria, e il suo set è stato trionfale, grazie al suo timbro vocale sempre splendido e a delle dinamiche sonore veramente interessanti.



SCOPERTE IN RITARDO
INDIETRACKS FESTIVAL 2019
photo by Indietracks
All’Indietracks capita sempre di ascoltare qualcuno che ha già almeno un disco all’attivo e chiedersi “ma perché me l’ero perso?”. Poco male, comunque, si viene qui anche per rimediare alle lacune. Grawl!x e la sua band sono stati splendidi la domenica in chiesetta: evocativi e sognanti ma anche senza nessuna paura di mettere a nudo sensazioni ben più forti e scomode, un’esperienza musicale e emozionale davvero fuori dal comune. Adult Mom, ovvero la newyorkese Steph Knipe, si presenta sul palco principale con solo voce e chitarra acustica e riempie splendidamente l’atmosfera con le sue canzoni pulite e graziose, nelle quali non ci si fa alcuna remora a parlare di amore tra donne e che risultano davvero molto coinvolgenti anche in veste così essenziale.



LA PROMESSA
Alla fine, di debuttanti veri ne ho ascoltata solo una, ovvero la gallese She’s Got Spies. Esatto, come la canzone dei Super Furry Animals, e si può dire tranquillamente che, se si conosce la canzone, ci si può facilmente immaginare come sia il suono di questa ragazza, ovvero dolcemente spigoloso e con arrangiamenti solo all’apparenza spogli, ma in realtà attenti ai dettagli e alle dinamiche.

CONCLUSIONI
INDIETRACKS FESTIVAL 2019
Photo by Padda
Se avete avuto voglia di leggere fino a qui, intanto grazie mille, e in secondo luogo spero che abbiate capito quanto possa essere speciale un weekend di Indietracks, anche quando non tutti i concerti risultino di proprio gradimento. Ogni momento passato in quei due giorni e mezzo è sempre significativo e portatore di tanti bei ricordi. Spero, quindi, di riuscire a rinunciare al campeggio e essere comunque presente anche nella prossima edizione, perché un anno senza Indietracks è sempre più difficile da immaginare.

giovedì 1 agosto 2019

Linecheck Warm Up insieme a WWNBB collective!

WWWNBB VS. Linecheck!

Questa sera la famiglia We Were Never Being Boring collective sarà a Milano, ospite di Linecheck "nella prestigiosa cornice" del cortile estivo di BASE!
Suoneranno i Jackson Pollock, Her Skin e YOY, e ci sarò pure io a mettere un po' di dischi di contorno (a quante pare ci sarà anche un'intervista doppia insieme ad Alessandro Paderno in cui io farò soltanto finta di non ricordare nulla della storia della label).
Trovate tutte le info cliccando fortissimo qui.
Ci si vede a banco!

mercoledì 31 luglio 2019

Il Nastrone dell'Estate 2019!

Il nastrone dell'estate 2019! - polaroid.blogspot.com

L'ultimo giorno di luglio, il punto mediano dell'attraversamento dell'estate, lo zenit in cui devi decidere da che parte far pendere la bilancia tra le tue aspettative e l'obbligo sociale di usare bene il tuo tempo. La verticale dei tuoi desideri sui meridiani della noia sotto la sfera dell'ansia. Sei una persona che ancora culla illusioni per l'estate? Provi nostalgia per l'epoca in cui bastava la musica a cambiare tutto, una vacanza, un viaggio, il suono di un nome? Nell'estate 2019, in mezzo al buio violento che nemmeno un sole schiacciante è capace di allontanare dal nostro Paese, purtroppo tutto questo sembra un lusso. Al Nastrone dell'Estate 2019 non piace molto l'estate 2019 e vorrebbe andare lontano. Anzi, vorrebbe che quel lontano fosse già qui, a renderci migliori. Io guardo ancora laggiù, da dove sento arrivare l'eco di qualche canzonetta indiepop, e continuo a cercare il modo di arrivarci, a cercare qualcosa di bello grazie a questa musica.

Qui sotto la playlist, in fondo al post il player con lo streaming di Mixcloud (grazie Radio Raheem e NEU Radio!) e il link mp3 con il download per registrare il Nastrone sulle vostre C60:

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01) Blue Ocean - Summer Of Hands
Non so ancora chi siano, né se questa "estate di mani" sia fatta di mani che accarezzano o mani che si alzano, ma so che da Oakland, sopra un'onda di feedback, sta per arrivare una delle mie prossime band preferite:




02) Seablite - I Talk To Frogs
"Pebble on the beach, through the looking glass let the nightmare pass": a spasso su una spiaggia imbronciata con uno dei miei dischi dell'anno.




03) Galore - Lemon Tea
In questa stagione ho decisamente un debole per la West Coast, ma del resto se queste quattro ragazze esordienti ci regalano una tale meraviglia surf sotto i due minuti, come resistere?




04) Pastel Coast - Home
A Boulogne-sur-Mer la spiaggia non finisce mai, il vento scompigliava i capelli e soffiava così forte che i gabbiani non riuscivano quasi a toccare terra. Passeggiavamo con il sole negli occhi, sembrava un sogno.




05) Frankie Cosmos - Rings On A Tree
Se c'è un nuovo disco di Frankie Cosmos in arrivo non devi neppure aspettare che finisca una di quelle sue canzoni che durano il tempo di un sospiro: sarà subito dentro il Nastrone.




06) Petite League - Yung Bubblegum
"Orange of the streetlight, warmth of the summer / A Spanish voice following the wind, wide eyes can tie a cherry stem"...




07) Terry Vs. Tori - Cascais (feat. Foliage)
"The time is pointless and needless"... Amo come d'estate le canzoni dream pop abbiano questa tendenza ad assomigliare a cartoline da posti distanti in cui forse un giorno ci incontreremo ancora.




08) The Catherines - Just A Matter Of Time Until I Cringe
"I don’t want to moan as long as my hair looks great / And the jacket fits straight": perché l'estate, anche quella più traboccante di jangling guitars, è sempre questione di look.




09) Torrey - Summer
Tutta l'estate "running around" a ripetersi "waiting on you". Vorrei che non finisse mai.




10) The Lousy Pop Group - When I'm With You
Che Nastrone d'Estate sarebbe senza un po' di twee indonesiano?




11) Blue Jeans - Goodbye Forever
Della band del Michigan stavo per mettere la più scontata We Hate The Summer, perché è qualcosa che a un certo punto diciamo tutti, lungo queste settimane. Poi ho pensato che fosse più adatta una canzone con gli addii, perché certi addii d'estate hanno un sapore diverso e più profondo.




12) The Umbrellas - Happy
Per quei momenti dell'estate in cui tutti sembrano divertirsi ed essere felici più di te, ricorda: c'è sempre una canzone indiepop con i cori e tutti i pa-ra-pa-pa al loro posto che ti sta aspettando.




13) Vivian Girls - Sick
La reunion che non mi aspettavo e che, a giudicare da queste prime chitarre e armonie, nemmeno sapevo di aspettare con così tanto entusiasmo.




14) Jeanines - All The Same
"Run to the ocean / Sail away across the sea": ma ti ricorderai di me?




15) Elva - Ghost Writer
Un pensiero a tutti i ghost writer dietro tutti i libri che leggeremo quest'estate, e un pensiero al ghost writer che scriverà la nostra storia.




16) Eggs - Picture Book
Francesi appassionati che suonano come neozelandesi nervosi del secolo scorso, un libro di fotografie abbandonato che viene sbattuto dalle onde e trascinato via.




17) Ducks Unlimited - Get Bleak
"How long will you carry your disappointments with you? / When will I stop expecting you to do what I want you to?": sarà l'estate il momento giusto per darci un taglio?




18) The Wendy Darlings - Fun In The Summer
Ovviamente doveva cominciare tutto da qui: "summer" e "fun" fanno da sempre rima, no? E invece, proprio come succede spesso con l'estate, le cose sono andate diversamente. Comunque da queste parti non si erano mai viste così tante band d'Oltralpe.




19) Lips - In Summer
Potrebbe quasi essere la hit estiva degli Alvvays, ma arriva a sorpresa da questi quasi esordienti provenienti da Falmouth. Così tanta dolcezza con questo caldo potrebbe essere fatale.




20) Girl In Red - Rushed Lovers

"Hurry baby, we have to go / Trains don't wait for lovers"
Per quelle estati degli amanti in viaggio, di corsa e con un sorriso più grande delle strade percorse, ma sempre in viaggio.
"This trip has been so magical / Let's see what happens tomorrow"



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(mp3): Il nastrone dell'estate 2019!

lunedì 29 luglio 2019

I’ve always been a searcher

Sonny & The Sunsets - Hairdressers From Heaven

"Sono sempre stato in cerca di qualcosa. E magari cercando mi è capitato di trovare una cosa o due, ma quello che non ho ancora trovato è un senso. Io continuo a cercare": se l'infaticabile Sonny Smith ha voluto scrivere un autoritratto in forma di canzone, credo che con Searchin' ci sia andato molto vicino. La canzone perfetta di uno che non smette di cercare anche quando ha trovato, non smette di inventare dischi, nomi di band e progetti: quella canzone potrebbe racchiudere quasi tutta la sua musica, il suo amore per il rock'n'roll classico, qui declinato verso un power-pop super melodico, con quella punta di malinconia subito stemperata da un'ironica vena surreale e dal disincanto. Eppure, nonostante tutto ciò, Searchin' non è ancora la vetta di Hairdressers From Heaven, il nuovo album uscito come Sonny & The Sunsets.
A seguire arriva Someday I’d Like to Be an Artist, una semplice ballata che sembra partire circospetta, soltanto pianoforte, basso e voce, e poi all'improvviso, guidata da un esile flauto, dopo un paio di handclap, letteralmente fiorisce di archi sentimentali che sembrano abbracciarti e sollevarti. "Someday I’d like to be an artist, and give myself away everyday": come se Sonny Smith non facesse esattamente questo da una vita. Sta parlando di sogni, si sentono voci di ragazzini, progetta di coinvolgere amici che la pensano come lui. Ma è come se quel futuro soltanto immaginato fosse già qui: è questa canzone, è questo disco, siamo noi che ascoltiamo insieme a lui.
E se questo album riesce a emozionare così tanto, parte del merito forse va riconosciuta anche a James Mercer e Yuuki Matthews degli Shins, che lo hanno prodotto e arrangiato insieme a Smith e a una quantità di collaboratori (tra cui Kelly Stoltz, Joe Plummer, Atom Ellis...). Vedi per esempio l'apertura di A Bigger Picture, quasi Supertramp nel suo scintillare come la fine di una domenica pomeriggio Anni Settanta (e che si chiude con un sintomatico gioco di parole "let's be free / let's be freaks"), oppure la quasi glam e al tempo stesso psichedelica conclusione di Drug Lake.
In generale si avverte uno spirito rinnovato e intraprendente lungo tutto il lavoro, che esce autoprodotto per la neonata label di Sonny Smith, la Rocks in Your Head Records. Deve essere proprio la nuova impresa, nata dal rapporto stretto con la città, le sue lotte, la sua scena alternativa e le sue differenti generazioni di musicisi, la causa di tutta questa risolutezza:
San Francisco has taken hits. Clubs have closed. Artists have left. People have made eulogies – This is something up which we cannot put! There are good bands in this city. There are great artists making bizarre shit. There are underground HAPPENINGS. There are SECRET shows. There are artists in the streets duking it out with Nazis. Shit is going down. The corporate bulldozers ran through the city and they are still driving around demolishing the place. These tanks are called Death and they bring a foul stench. [...] maybe the city will drift into a long sleep with a hollow snore. Humbly, this label is our version of throwing nails at the tank tires.
Nulla da aggiungere dopo parole tanto azzeccate e piene d'ardore, se non: "Sonny, siamo con te".



sabato 27 luglio 2019

Bravi ma basta (ma ancora un po')

LINO E I MISTOTERITAL

"Complessi trentacinquenni / si son tagliati i capelli" cantavano quasi trentacinque anni fa Lino e i Mistoterital, concedendosi un po' di spavaldo sarcasmo giovanile alle spalle delle loro band preferite che invecchiavano. Forse intuivano già quale sarebbe stato il loro destino: come veri personaggi dei fumetti dai quali erano scaturiti, non sarebbero mai davvero tramontati, e avrebbero per sempre continuato a vivere nuove avventure lungo le strade della Bassa, tra facoceri, Beatles e bronchenolo, evitando le angherie di Big Camillino e inseguendo il mistero di Papelargo.
Tutte le biografie dei Lino e i Mistoterital riportano che nel 1991 la band "non si sciolse ma fu congelata criogenicamente". Da allora, ogni due o tre estati, viene issata su qualche palco per tornare a tirare fuori animaletti gonfiabili dai bauli e cantare la consueta rassegna di grandi successi e trote. Ma io, come molti altri veri fansini e fansieri, ho il sospetto che i Teritals non vogliano svelare ancora cosa stanno tramando alle spalle degli Spietati Cetriolini, e preferiscano agire nell'Alta Reversibilità.
Potremo forse scoprire qualcosa di più questa sera, al Botanique, nei Giardini di via Filippo Re, a un concerto imperdibile per chi nel cuore è rimasto ancora Nullatenente.
Ridondanza sempre!


giovedì 25 luglio 2019

Everything I need is here standing before me

Nicole Yun - Paper Suit

Paper Suit, il debutto solista di Nicole Yun, che già conoscevamo come versatile cantante degli ottimi Eternal Summers, è uno di quei dischi indie rock che qualche anno fa avrebbe preso un punteggio medio, tipo un 7.8 (oggi forse certe testate nemmeno ne parleranno). Quei voti così cesellati erano anche un modo per liquidare la necessità di un giudizio - un disco senza evidenti difetti, ma fuori dall'hype di stagione - e passare oltre.
L'elemento che, nel caso di Paper Suit, un voto del genere corre il rischio di lasciare fuori dal discorso è la quantità di mezzi che il disco mette in campo per raggiungere quello che, a un ascolto distratto, sembra soltanto una "buona qualità", da punteggio medio, per l'appunto. C'è il dream pop di And After All, le ondulazioni sinuose di Grand Prize o Maximum, che ricordano certe eleganze dei vecchi Cardigans, l'indie rock da ascoltare sulla freeway di Supernatural Babe, la ballata iper-romantica di Destroy Me, con un pianoforte che emerge già pronto per la scena finale di qualche film super nostalgico. Ma tutto così fluido, coeso e curato che si finisce quasi per non provare più stupore a ogni ulteriore impeccabile passo della playlist.
Credo che buona parte di quello che di buono riesce a ottenere questo disco sia anche una conseguenza della quantità di collaboratori, tra produttori e musicisti, che Nicole Yun è riuscita a coinvolgere in questo suo lavoro solista: Julian Fader degli Ava Luna, Robert Garcia (già nei Bleeding Rainbow), Doug Gillard dei Guided By Voices, Joe Boyer (Cloud Nothings), Duncan Lloyd (Maximo Park) e Jacob Sloan (Pains Of Being Pure at Heart). Insomma, quasi un super-gruppo al servizio di otto tracce di classico indie rock che sembrano già pronte per finire in quelle classifiche tipo "Top10 dei migliori dischi che vi siete persi quest'anno". Ecco, stavolta non fatevi cogliere impreparati.






mercoledì 24 luglio 2019

"Cronistoria di un amore liquido"

LENNARD RUBRA – TRANSANOMIA

Le cose non sono mai quello che sembrano, si usa dire a volte. Ecco, per parlare di Transanomia si potrebbe allora aggiungere che le cose non sono mai quello che suonano: è una continua giravolta, un gioco delle tre carte tra canzoni che sembrano offrirti una strofa di ballata romantica, per poi prenderti in giro subito dopo con un ritornello che diventa una filastrocca beffarda, e quando stanno per confessarti qualche sincero dolore o rimpianto poi si nascondono all'improvviso sotto strati di rumore.
Transanomia è il nuovo, spiazzante e imprevedibile album di Lennard Rubra, giovane cantautore di Riccione che avevamo conosciuto appena alla fine dell'anno scorso con Paracusie notturne. Nella presentazione di questo nuovo lavoro Lennard Rubra definisce la propria musica "pop decostruito", e davvero non potrei trovare una sintesi migliore: certe chitarre acide che potrebbero arrivare da un disco di psichedelia del 1967 si sposano con melodie che fanno tornare alla mente il più classico ballo liscio, tensioni post-punk si scontrano con un'evidente inclinazione all'improvvisazione e con il gusto di dilatare e portare all'esasperazione ogni suono, mentre le parole si perdono tra gli echi che assediano di continuo la voce.
Si potrebbe dire che quella di Lennard Rubra è una scrittura onnivora, che sembra volere andare al tempo stesso in ogni direzione, fagocitando sé stessa pur continuando a espandersi senza sosta. È una contraddizione che si dissolvenella musica: "Mi fa così male / rivederti e dirti /che non voglio più vederti".



martedì 23 luglio 2019

Always late

SMALL CRUSH - POLAROID – UN BLOG ALLA RADIO S18E12

"polaroid - un blog alla radio" S18E12 @ NEU RADIO
(quando ormai non te l'aspettavi più)

The Wendy Darlings – Always Late
Belle And Sebastian – Sister Buddha
Small Crush – All I Need
Seablite – Lollipop Crush
Neutrals – Half Shut Knife
Frankie Cosmos – Rings On A Tree
Marbling – Your Intentions Are Disguised
Jeanines – All The Same
Clever Square – Cringe
Girl Friday – Decoration/Currency
Fever Dream – Surface
Remington Super 60 – The Highway Again

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sabato 20 luglio 2019

The Moon and back

Apollo 11, the Moon, the Earth

Proprio nelle ore in cui si celebra il cinquantesimo anniversario dello sbarco dell'uomo sulla Luna, recupero tempestivamente l'ultima e sovrabbondante compilation pubblicata dalla Where Is At Is Where You Are e intitolata The Moon And Back - One Small Step For Global Pop. La WIAIWYA non è nuova a queste raccolte a tema, penso ad esempio a quelle dedicate alle Olimpiadi, al numero 7 oppure, più comunemente, al Natale. The Moon And Back si presenta come "the story of the Apollo 11 adventure in 38 kosmische, indie, alternative, ambient, pop and spoken word tracks". Esce in doppio CD, ha una fanzine allegata e contiene anche alcuni haiku letti, fra gli altri, da Amelia Fletcher, Pam Berry e Rob Pursey.
Per venire alle canzoni qui contenute, come spesso succede alle uscite di questo tipo, il risultato è parecchio eterogeneo ma, forse per il coefficiente emotivo della particolare ricorrrenza, tutto sommato la corposa playlist ha un suo fascino, funziona anche nei momenti più enigmatici e dilatati, e se esplorata con pazienza, come la superficie di un lontano pianeta, rivela alcune piccole e piacevoli scoperte.
Sembra che la Luna abbia ispirato tracce per lo più dalle atmosfere sospese, rarefatte o ambient, e dai ritmi lenti e riflessivi. Non conoscevo, per esempio, Nameless Book, autore di AS-506, dodici minuti di notevole kraut intergalattico, oppure la collaborazione tra Patrick Baxter e Paul Rains (già nei Tigercats e Allo Darlin') sotto il nome di Solar Bones: la loro Houston è una suggestiva colonna sonora in cui il vuoto sintetico dello spazio si anima di piccole meteore melodiche. I veterani Rocketship presentano invece Our New Remix, frenetica e frammentata, vicina a certe cose di Cornelius, mentre i Leaf Library di Tranquility Bass sembrano partiti sulla stessa stronave dei Broadcast con una gran voglia di divertirsi.
Per arrivare a tracce di area più indiepop e indie rock, mi fa molto piacere ritrovare i Fever Dream, con la furente new wave che sfocia nel noise di Surface, i Tufthunter di Peter Momtchiloff (chitarrista passato per Talulah Gosh, Heavenly, Would-Be-Goods...) che sembrano voler portare sulla Luna i Talking Heads con la (quasi) strumentale Moon Boots, e il caro Darren Hayman che con la toccante Just One Syllabe mi fa ripensare a quanto sia stato ingiustamente sottovalutato il suo progetto synth pop The French.
Infine, menzione d'onore per i miei amati Jeanines, qui presenti con l'inedita Tilt In Your Eye, e per il perfetto finale della raccolta a firma Keiron Phelan and Peace Sign (già Wisdom Of Harry, Ellis Island Sound, Smile Down Upon Us...) con la deliziosa It's Only A Paper Moon, quasi un classico alla Divine Comedy.
The Moon And Back, per ringraziare una volta di più l'infaticabile WIAIWYA!









mercoledì 17 luglio 2019

I'm almost happy all the time

 Seablite - Grass Stains And Novocaine

Non so perché gli Anni Novanta continuino a esercitare tutto questo fascino su di me. O meglio: lo so, ma non ho nessuna intenzione di analizzarlo troppo, per poi scoprire che si tratta di motivi sbagliati o deboli. Quella parentesi tra le epoche che mi è capitato di attraversare, vissuta da qualcuno come un crepuscolo e che altri, invece, hanno spiegato come un’alba, è stata capace di generare un’atmosfera così peculiare, una specie di fantasma di cultura così libero e sconclusionato, una vacanza dal senso della storia (e che quindi, come ogni vacanza, si reggeva in buona parte sopra un’illusione) che un angolo del mio cuore, ancora oggi, non vuole abbandonarla.
E mi rendo conto che la stessa idea di “Anni Novanta” suona posticcia, un’etichetta convenzionale che qualcuno malinconico quanto me ha dovuto inventare: il 1992 non era per nulla simile al 1998, tanto per dire. Eppure visti anche solo pochi istanti dopo il salto nel nuovo millennio apparivano entrambi come le stesse facce di un monolite indistruttibile, fatto di irragionevole ottimismo, post-moderno 1.0 applicato al markting e incomprensibili colori sgargianti. Già da quella agitata terra di mezzo tra i primi Strokes e l’âge d’or di Myspace, per fare un esempio, tutto quanto era successo appena una manciata di Classifiche Dei Dischi Di Fine Anno prima sembrava lontanissimo, fissato per sempre e per sempre irraggiungibile. “I still think 1990 was ten years ago”.
Ultimamente ho ripensato a quel nebuloso concetto di “Anni Novanta”, senza peraltro concludere granché, guardando e riguardando la semplice copertina del disco dei Seablite. Mentre la puntina girava sul vinile, mi sono accorto di avere pensato “wow, che copertina So Nineties, bella!”. Ma poi mi sono reso conto che non avrei saputo spiegarla meglio. D’accordo, c’erano quegli strati di rosa e fucsia saturi, sovrapposti e fuori fuoco in un evidente effetto-omaggio Loveless; c’era quel font che avrei usato io ai tempi del Corel Draw; c’erano le facce dei musicisti tutte mosse e offuscate (oh, quella maglietta a righe), quasi a dire “siamo qui ma anche un po’ no”. Non avrei saputo puntare il dito, però, su che cosa esattamente “mi faceva Anni Novanta”. Eppure quella copertina, così poco appariscente ed elusiva, mi appagava e trovavo che in qualche modo si adattasse alla perfezione alla musica che racchiudeva.
Grass Stains And Novocaine è un album che, come pochi altri, si colloca a un crocevia di stili e influenze, tutte perfettamente riconoscibili e individuabili, è vero, arrivando però a conquistare una sintesi personale, viva e di notevole impatto. È un album che riesce a fare della coesione il suo punto di forza senza mai suonare ripetitivo, trovando di continuo nuove modulazioni a un indiepop rumoroso e irruente. C’è molta energia in queste undici canzoni: quelle che mi piacciono di più (Lollipop Crush, I Talk To Frogs o l’apertura esultante di Won’t You) sembrano innestare la spensieratezza delle All Girl Summer Fun Band con i bianchi e neri lugubri di certi Veronica Falls. Un gioco di contrasti che mescola di continuo le carte in tavola, e non sai decidere se sono le melodie travolgenti a prendere il sopravvento sui testi cupi, o viceversa (il meravoiglioso singolo Heart Mountain). Chitarre grondanti fuzz, feedback lancinanti, cori che si inseguono a perdifiato tra gli echi. A volte si sconfina nello shoegaze (Vacuum Chamber), molte recensioni citano anche Lush, Ride e Pale Saints, mentre in altri momenti è il loro carattere più jangling a mettersi in luce, e io davvero non so da che parte prendere questo album. Suona magnificamente dall’inizio alla fine, e poi di nuovo in loop.
La conclusione è tanto semplice e scontata quanto categorica: i Seablite, quartetto “odd pop” di San Francisco, che ci aveva regalato un ottimo EP un paio di anni fa e che, tra l’altro, vede in formazione anche Jen Mundy, già nelle ottime Wax Idols, mettono a segno con Grass Stains And Novocaine uno degli esordi indiepop dell’anno, di quelli che mi fanno tornare l'ottimismo per questo piccolo e trascurabile genere musicale, e che conferma anche il momento super positivo della Emotional Response Records.



lunedì 15 luglio 2019

Carousel society

Honey Radar -  Ruby Puff Of Dust

Pare che il destino di Jason Henn sia quello di venire paragonato a Robert Pollard per tutta la carriera. Ma in effetti, se i Guided By Voices fossero vissuti all’epoca dei Kinks e degli Zombies, viene il sospetto che probabilmente avrebbero fatto uscire dischi non troppo lontani da quelli degli Honey Radar, bizzarra e iperprolifica entità musicale attiva da oltre una decina d'anni e che negli ultimi tempi gravita intorno alla galassia della label di culto What's Your Rupture.
Gli Honey Radar fanno base a Philadelphia, una volta hanno fatto irruzione in una college radio solo per rendere omaggio a Robert Quine, e sostanzialmente sono la creatura di Jason Henn, il quale, un po’ come Robert Pollard, appunto, ha pubblicato nelle maniere più disparate una quantità di dischi autoprodotti che è quasi impossibile da calcolare. Basta farsi un giro su www.honeyradar.com per rendersi conto del suo catalogo sterminato e ascoltare alcune delle produzioni più a bassa fedeltà che vi capitarà mai di incontrare.
Ora è uscito un nuovo album, si intitola Ruby Puff Of Dust, il secondo per la What's Your Rupture, e forse è tra le cose più pop e, per così dire, “stabili” che gli Honey Radar abbiano mai realizzato: le canzoni hanno ancora l’aspetto di veloci appunti, non superano quasi mai il minuto e mezzo, e spesso fondono (o fanno scontrare) registrazioni diverse. I ritmi sono spesso blandi, la grana del suono è quasi sempre opaca, e la voce arriva da un'altra stanza o forse da un sogno. Nei loro momenti più languidi queste canzoni mi ricordano anche quello che fanno, sull'altra costa, i Tomorrows Tulips, ma mentre la musica della band californiana è pigramente stesa al sole, quella degli Honey Radar si sta facendo un formidabile trip nello scantinato insieme agli amici. Il risultato è comunque un fantastico pop psichedelico narcolettico e intossicato, imprevedibile e ricco di idee.



giovedì 11 luglio 2019

Oh fuck, there goes my fucking head again

Porridge Radio

Oggi era una giornata da post-punk fitto e on repeat, e con una insolita e notevole dose di fortuna mi sono imbattuto nell'ultimo singolo dei Porridge Radio, che pure è uscito già da un paio di mesi: innamoramento tardivo ma istantaneo. In realtà, come spesso succede, sono andato a cercare tra i miei archivi e ho realizzato che il nome mi era già familiare. Lo avevo intravisto per la prima volta nella ottimistica compilation della No Dice del 2016, poi c'erano stati vari singoli (di cui curiosamente uno natalizio), alcune date insieme a Evans The Death a cui avrei dovuto prestare più attenzione, un appunto dell'infallibile Stefano "Barto" Bartolotta, e soprattutto un album del 2016, Rice, Pasta and Other Fillers, che davvero non capisco come abbia fatto a non finire nella mia Top10 di fine anno. Riascoltato a lungo oggi, mi ha steso per la maniera del tutto naturale in cui tiene assieme post-punk ruvido tra Raincoats e Slits, dissolvenze indiepop Marine Girls, un cantautorato che si dichiara ispirato a Cat Power e che, in mezzo a testi belli taglienti, è capace di sfoderare anche una solidissima cover di Walking The Cow di Daniel Johnston.
Insomma, tutto questo per dire che queste due nuove canzoni della band di Brighton uscite per Memorials Of Distinction, Give/Take e Don't Ask Me Twice, mi hanno esaltato e non poco. Mostrano che la band sta crescendo e si sta muovendo verso un post-punk più robusto e trascinante (vedi questo ritornello "Oh I don’t know what I want / But I know what I want" con il coro che che cresce e cresce), mentre il loro carattere spontaneamente dark sta trovando nuovi mezzi espressivi (sembra solo a me che potrebbero diventare i nuovi Veronica Falls nel nostro cuore?). In attesa di un secondo album, alziamo le aspettative ascoltando queste due tracce: