mercoledì 31 luglio 2019

Il Nastrone dell'Estate 2019!

Il nastrone dell'estate 2019! - polaroid.blogspot.com

L'ultimo giorno di luglio, il punto mediano dell'attraversamento dell'estate, lo zenit in cui devi decidere da che parte far pendere la bilancia tra le tue aspettative e l'obbligo sociale di usare bene il tuo tempo. La verticale dei tuoi desideri sui meridiani della noia sotto la sfera dell'ansia. Sei una persona che ancora culla illusioni per l'estate? Provi nostalgia per l'epoca in cui bastava la musica a cambiare tutto, una vacanza, un viaggio, il suono di un nome? Nell'estate 2019, in mezzo al buio violento che nemmeno un sole schiacciante è capace di allontanare dal nostro Paese, purtroppo tutto questo sembra un lusso. Al Nastrone dell'Estate 2019 non piace molto l'estate 2019 e vorrebbe andare lontano. Anzi, vorrebbe che quel lontano fosse già qui, a renderci migliori. Io guardo ancora laggiù, da dove sento arrivare l'eco di qualche canzonetta indiepop, e continuo a cercare il modo di arrivarci, a cercare qualcosa di bello grazie a questa musica.

Qui sotto la playlist, in fondo al post il player con lo streaming di Mixcloud (grazie Radio Raheem e NEU Radio!) e il link mp3 con il download per registrare il Nastrone sulle vostre C60:

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01) Blue Ocean - Summer Of Hands
Non so ancora chi siano, né se questa "estate di mani" sia fatta di mani che accarezzano o mani che si alzano, ma so che da Oakland, sopra un'onda di feedback, sta per arrivare una delle mie prossime band preferite:




02) Seablite - I Talk To Frogs
"Pebble on the beach, through the looking glass let the nightmare pass": a spasso su una spiaggia imbronciata con uno dei miei dischi dell'anno.




03) Galore - Lemon Tea
In questa stagione ho decisamente un debole per la West Coast, ma del resto se queste quattro ragazze esordienti ci regalano una tale meraviglia surf sotto i due minuti, come resistere?




04) Pastel Coast - Home
A Boulogne-sur-Mer la spiaggia non finisce mai, il vento scompigliava i capelli e soffiava così forte che i gabbiani non riuscivano quasi a toccare terra. Passeggiavamo con il sole negli occhi, sembrava un sogno.




05) Frankie Cosmos - Rings On A Tree
Se c'è un nuovo disco di Frankie Cosmos in arrivo non devi neppure aspettare che finisca una di quelle sue canzoni che durano il tempo di un sospiro: sarà subito dentro il Nastrone.




06) Petite League - Yung Bubblegum
"Orange of the streetlight, warmth of the summer / A Spanish voice following the wind, wide eyes can tie a cherry stem"...




07) Terry Vs. Tori - Cascais (feat. Foliage)
"The time is pointless and needless"... Amo come d'estate le canzoni dream pop abbiano questa tendenza ad assomigliare a cartoline da posti distanti in cui forse un giorno ci incontreremo ancora.




08) The Catherines - Just A Matter Of Time Until I Cringe
"I don’t want to moan as long as my hair looks great / And the jacket fits straight": perché l'estate, anche quella più traboccante di jangling guitars, è sempre questione di look.




09) Torrey - Summer
Tutta l'estate "running around" a ripetersi "waiting on you". Vorrei che non finisse mai.




10) The Lousy Pop Group - When I'm With You
Che Nastrone d'Estate sarebbe senza un po' di twee indonesiano?




11) Blue Jeans - Goodbye Forever
Della band del Michigan stavo per mettere la più scontata We Hate The Summer, perché è qualcosa che a un certo punto diciamo tutti, lungo queste settimane. Poi ho pensato che fosse più adatta una canzone con gli addii, perché certi addii d'estate hanno un sapore diverso e più profondo.




12) The Umbrellas - Happy
Per quei momenti dell'estate in cui tutti sembrano divertirsi ed essere felici più di te, ricorda: c'è sempre una canzone indiepop con i cori e tutti i pa-ra-pa-pa al loro posto che ti sta aspettando.




13) Vivian Girls - Sick
La reunion che non mi aspettavo e che, a giudicare da queste prime chitarre e armonie, nemmeno sapevo di aspettare con così tanto entusiasmo.




14) Jeanines - All The Same
"Run to the ocean / Sail away across the sea": ma ti ricorderai di me?




15) Elva - Ghost Writer
Un pensiero a tutti i ghost writer dietro tutti i libri che leggeremo quest'estate, e un pensiero al ghost writer che scriverà la nostra storia.




16) Eggs - Picture Book
Francesi appassionati che suonano come neozelandesi nervosi del secolo scorso, un libro di fotografie abbandonato che viene sbattuto dalle onde e trascinato via.




17) Ducks Unlimited - Get Bleak
"How long will you carry your disappointments with you? / When will I stop expecting you to do what I want you to?": sarà l'estate il momento giusto per darci un taglio?




18) The Wendy Darlings - Fun In The Summer
Ovviamente doveva cominciare tutto da qui: "summer" e "fun" fanno da sempre rima, no? E invece, proprio come succede spesso con l'estate, le cose sono andate diversamente. Comunque da queste parti non si erano mai viste così tante band d'Oltralpe.




19) Lips - In Summer
Potrebbe quasi essere la hit estiva degli Alvvays, ma arriva a sorpresa da questi quasi esordienti provenienti da Falmouth. Così tanta dolcezza con questo caldo potrebbe essere fatale.




20) Girl In Red - Rushed Lovers

"Hurry baby, we have to go / Trains don't wait for lovers"
Per quelle estati degli amanti in viaggio, di corsa e con un sorriso più grande delle strade percorse, ma sempre in viaggio.
"This trip has been so magical / Let's see what happens tomorrow"



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(mp3): Il nastrone dell'estate 2019!

lunedì 29 luglio 2019

I’ve always been a searcher

Sonny & The Sunsets - Hairdressers From Heaven

"Sono sempre stato in cerca di qualcosa. E magari cercando mi è capitato di trovare una cosa o due, ma quello che non ho ancora trovato è un senso. Io continuo a cercare": se l'infaticabile Sonny Smith ha voluto scrivere un autoritratto in forma di canzone, credo che con Searchin' ci sia andato molto vicino. La canzone perfetta di uno che non smette di cercare anche quando ha trovato, non smette di inventare dischi, nomi di band e progetti: quella canzone potrebbe racchiudere quasi tutta la sua musica, il suo amore per il rock'n'roll classico, qui declinato verso un power-pop super melodico, con quella punta di malinconia subito stemperata da un'ironica vena surreale e dal disincanto. Eppure, nonostante tutto ciò, Searchin' non è ancora la vetta di Hairdressers From Heaven, il nuovo album uscito come Sonny & The Sunsets.
A seguire arriva Someday I’d Like to Be an Artist, una semplice ballata che sembra partire circospetta, soltanto pianoforte, basso e voce, e poi all'improvviso, guidata da un esile flauto, dopo un paio di handclap, letteralmente fiorisce di archi sentimentali che sembrano abbracciarti e sollevarti. "Someday I’d like to be an artist, and give myself away everyday": come se Sonny Smith non facesse esattamente questo da una vita. Sta parlando di sogni, si sentono voci di ragazzini, progetta di coinvolgere amici che la pensano come lui. Ma è come se quel futuro soltanto immaginato fosse già qui: è questa canzone, è questo disco, siamo noi che ascoltiamo insieme a lui.
E se questo album riesce a emozionare così tanto, parte del merito forse va riconosciuta anche a James Mercer e Yuuki Matthews degli Shins, che lo hanno prodotto e arrangiato insieme a Smith e a una quantità di collaboratori (tra cui Kelly Stoltz, Joe Plummer, Atom Ellis...). Vedi per esempio l'apertura di A Bigger Picture, quasi Supertramp nel suo scintillare come la fine di una domenica pomeriggio Anni Settanta (e che si chiude con un sintomatico gioco di parole "let's be free / let's be freaks"), oppure la quasi glam e al tempo stesso psichedelica conclusione di Drug Lake.
In generale si avverte uno spirito rinnovato e intraprendente lungo tutto il lavoro, che esce autoprodotto per la neonata label di Sonny Smith, la Rocks in Your Head Records. Deve essere proprio la nuova impresa, nata dal rapporto stretto con la città, le sue lotte, la sua scena alternativa e le sue differenti generazioni di musicisi, la causa di tutta questa risolutezza:
San Francisco has taken hits. Clubs have closed. Artists have left. People have made eulogies – This is something up which we cannot put! There are good bands in this city. There are great artists making bizarre shit. There are underground HAPPENINGS. There are SECRET shows. There are artists in the streets duking it out with Nazis. Shit is going down. The corporate bulldozers ran through the city and they are still driving around demolishing the place. These tanks are called Death and they bring a foul stench. [...] maybe the city will drift into a long sleep with a hollow snore. Humbly, this label is our version of throwing nails at the tank tires.
Nulla da aggiungere dopo parole tanto azzeccate e piene d'ardore, se non: "Sonny, siamo con te".



sabato 27 luglio 2019

Bravi ma basta (ma ancora un po')

LINO E I MISTOTERITAL

"Complessi trentacinquenni / si son tagliati i capelli" cantavano quasi trentacinque anni fa Lino e i Mistoterital, concedendosi un po' di spavaldo sarcasmo giovanile alle spalle delle loro band preferite che invecchiavano. Forse intuivano già quale sarebbe stato il loro destino: come veri personaggi dei fumetti dai quali erano scaturiti, non sarebbero mai davvero tramontati, e avrebbero per sempre continuato a vivere nuove avventure lungo le strade della Bassa, tra facoceri, Beatles e bronchenolo, evitando le angherie di Big Camillino e inseguendo il mistero di Papelargo.
Tutte le biografie dei Lino e i Mistoterital riportano che nel 1991 la band "non si sciolse ma fu congelata criogenicamente". Da allora, ogni due o tre estati, viene issata su qualche palco per tornare a tirare fuori animaletti gonfiabili dai bauli e cantare la consueta rassegna di grandi successi e trote. Ma io, come molti altri veri fansini e fansieri, ho il sospetto che i Teritals non vogliano svelare ancora cosa stanno tramando alle spalle degli Spietati Cetriolini, e preferiscano agire nell'Alta Reversibilità.
Potremo forse scoprire qualcosa di più questa sera, al Botanique, nei Giardini di via Filippo Re, a un concerto imperdibile per chi nel cuore è rimasto ancora Nullatenente.
Ridondanza sempre!


giovedì 25 luglio 2019

Everything I need is here standing before me

Nicole Yun - Paper Suit

Paper Suit, il debutto solista di Nicole Yun, che già conoscevamo come versatile cantante degli ottimi Eternal Summers, è uno di quei dischi indie rock che qualche anno fa avrebbe preso un punteggio medio, tipo un 7.8 (oggi forse certe testate nemmeno ne parleranno). Quei voti così cesellati erano anche un modo per liquidare la necessità di un giudizio - un disco senza evidenti difetti, ma fuori dall'hype di stagione - e passare oltre.
L'elemento che, nel caso di Paper Suit, un voto del genere corre il rischio di lasciare fuori dal discorso è la quantità di mezzi che il disco mette in campo per raggiungere quello che, a un ascolto distratto, sembra soltanto una "buona qualità", da punteggio medio, per l'appunto. C'è il dream pop di And After All, le ondulazioni sinuose di Grand Prize o Maximum, che ricordano certe eleganze dei vecchi Cardigans, l'indie rock da ascoltare sulla freeway di Supernatural Babe, la ballata iper-romantica di Destroy Me, con un pianoforte che emerge già pronto per la scena finale di qualche film super nostalgico. Ma tutto così fluido, coeso e curato che si finisce quasi per non provare più stupore a ogni ulteriore impeccabile passo della playlist.
Credo che buona parte di quello che di buono riesce a ottenere questo disco sia anche una conseguenza della quantità di collaboratori, tra produttori e musicisti, che Nicole Yun è riuscita a coinvolgere in questo suo lavoro solista: Julian Fader degli Ava Luna, Robert Garcia (già nei Bleeding Rainbow), Doug Gillard dei Guided By Voices, Joe Boyer (Cloud Nothings), Duncan Lloyd (Maximo Park) e Jacob Sloan (Pains Of Being Pure at Heart). Insomma, quasi un super-gruppo al servizio di otto tracce di classico indie rock che sembrano già pronte per finire in quelle classifiche tipo "Top10 dei migliori dischi che vi siete persi quest'anno". Ecco, stavolta non fatevi cogliere impreparati.






mercoledì 24 luglio 2019

"Cronistoria di un amore liquido"

LENNARD RUBRA – TRANSANOMIA

Le cose non sono mai quello che sembrano, si usa dire a volte. Ecco, per parlare di Transanomia si potrebbe allora aggiungere che le cose non sono mai quello che suonano: è una continua giravolta, un gioco delle tre carte tra canzoni che sembrano offrirti una strofa di ballata romantica, per poi prenderti in giro subito dopo con un ritornello che diventa una filastrocca beffarda, e quando stanno per confessarti qualche sincero dolore o rimpianto poi si nascondono all'improvviso sotto strati di rumore.
Transanomia è il nuovo, spiazzante e imprevedibile album di Lennard Rubra, giovane cantautore di Riccione che avevamo conosciuto appena alla fine dell'anno scorso con Paracusie notturne. Nella presentazione di questo nuovo lavoro Lennard Rubra definisce la propria musica "pop decostruito", e davvero non potrei trovare una sintesi migliore: certe chitarre acide che potrebbero arrivare da un disco di psichedelia del 1967 si sposano con melodie che fanno tornare alla mente il più classico ballo liscio, tensioni post-punk si scontrano con un'evidente inclinazione all'improvvisazione e con il gusto di dilatare e portare all'esasperazione ogni suono, mentre le parole si perdono tra gli echi che assediano di continuo la voce.
Si potrebbe dire che quella di Lennard Rubra è una scrittura onnivora, che sembra volere andare al tempo stesso in ogni direzione, fagocitando sé stessa pur continuando a espandersi senza sosta. È una contraddizione che si dissolvenella musica: "Mi fa così male / rivederti e dirti /che non voglio più vederti".



martedì 23 luglio 2019

Always late

SMALL CRUSH - POLAROID – UN BLOG ALLA RADIO S18E12

"polaroid - un blog alla radio" S18E12 @ NEU RADIO
(quando ormai non te l'aspettavi più)

The Wendy Darlings – Always Late
Belle And Sebastian – Sister Buddha
Small Crush – All I Need
Seablite – Lollipop Crush
Neutrals – Half Shut Knife
Frankie Cosmos – Rings On A Tree
Marbling – Your Intentions Are Disguised
Jeanines – All The Same
Clever Square – Cringe
Girl Friday – Decoration/Currency
Fever Dream – Surface
Remington Super 60 – The Highway Again

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sabato 20 luglio 2019

The Moon and back

Apollo 11, the Moon, the Earth

Proprio nelle ore in cui si celebra il cinquantesimo anniversario dello sbarco dell'uomo sulla Luna, recupero tempestivamente l'ultima e sovrabbondante compilation pubblicata dalla Where Is At Is Where You Are e intitolata The Moon And Back - One Small Step For Global Pop. La WIAIWYA non è nuova a queste raccolte a tema, penso ad esempio a quelle dedicate alle Olimpiadi, al numero 7 oppure, più comunemente, al Natale. The Moon And Back si presenta come "the story of the Apollo 11 adventure in 38 kosmische, indie, alternative, ambient, pop and spoken word tracks". Esce in doppio CD, ha una fanzine allegata e contiene anche alcuni haiku letti, fra gli altri, da Amelia Fletcher, Pam Berry e Rob Pursey.
Per venire alle canzoni qui contenute, come spesso succede alle uscite di questo tipo, il risultato è parecchio eterogeneo ma, forse per il coefficiente emotivo della particolare ricorrrenza, tutto sommato la corposa playlist ha un suo fascino, funziona anche nei momenti più enigmatici e dilatati, e se esplorata con pazienza, come la superficie di un lontano pianeta, rivela alcune piccole e piacevoli scoperte.
Sembra che la Luna abbia ispirato tracce per lo più dalle atmosfere sospese, rarefatte o ambient, e dai ritmi lenti e riflessivi. Non conoscevo, per esempio, Nameless Book, autore di AS-506, dodici minuti di notevole kraut intergalattico, oppure la collaborazione tra Patrick Baxter e Paul Rains (già nei Tigercats e Allo Darlin') sotto il nome di Solar Bones: la loro Houston è una suggestiva colonna sonora in cui il vuoto sintetico dello spazio si anima di piccole meteore melodiche. I veterani Rocketship presentano invece Our New Remix, frenetica e frammentata, vicina a certe cose di Cornelius, mentre i Leaf Library di Tranquility Bass sembrano partiti sulla stessa stronave dei Broadcast con una gran voglia di divertirsi.
Per arrivare a tracce di area più indiepop e indie rock, mi fa molto piacere ritrovare i Fever Dream, con la furente new wave che sfocia nel noise di Surface, i Tufthunter di Peter Momtchiloff (chitarrista passato per Talulah Gosh, Heavenly, Would-Be-Goods...) che sembrano voler portare sulla Luna i Talking Heads con la (quasi) strumentale Moon Boots, e il caro Darren Hayman che con la toccante Just One Syllabe mi fa ripensare a quanto sia stato ingiustamente sottovalutato il suo progetto synth pop The French.
Infine, menzione d'onore per i miei amati Jeanines, qui presenti con l'inedita Tilt In Your Eye, e per il perfetto finale della raccolta a firma Keiron Phelan and Peace Sign (già Wisdom Of Harry, Ellis Island Sound, Smile Down Upon Us...) con la deliziosa It's Only A Paper Moon, quasi un classico alla Divine Comedy.
The Moon And Back, per ringraziare una volta di più l'infaticabile WIAIWYA!









mercoledì 17 luglio 2019

I'm almost happy all the time

 Seablite - Grass Stains And Novocaine

Non so perché gli Anni Novanta continuino a esercitare tutto questo fascino su di me. O meglio: lo so, ma non ho nessuna intenzione di analizzarlo troppo, per poi scoprire che si tratta di motivi sbagliati o deboli. Quella parentesi tra le epoche che mi è capitato di attraversare, vissuta da qualcuno come un crepuscolo e che altri, invece, hanno spiegato come un’alba, è stata capace di generare un’atmosfera così peculiare, una specie di fantasma di cultura così libero e sconclusionato, una vacanza dal senso della storia (e che quindi, come ogni vacanza, si reggeva in buona parte sopra un’illusione) che un angolo del mio cuore, ancora oggi, non vuole abbandonarla.
E mi rendo conto che la stessa idea di “Anni Novanta” suona posticcia, un’etichetta convenzionale che qualcuno malinconico quanto me ha dovuto inventare: il 1992 non era per nulla simile al 1998, tanto per dire. Eppure visti anche solo pochi istanti dopo il salto nel nuovo millennio apparivano entrambi come le stesse facce di un monolite indistruttibile, fatto di irragionevole ottimismo, post-moderno 1.0 applicato al markting e incomprensibili colori sgargianti. Già da quella agitata terra di mezzo tra i primi Strokes e l’âge d’or di Myspace, per fare un esempio, tutto quanto era successo appena una manciata di Classifiche Dei Dischi Di Fine Anno prima sembrava lontanissimo, fissato per sempre e per sempre irraggiungibile. “I still think 1990 was ten years ago”.
Ultimamente ho ripensato a quel nebuloso concetto di “Anni Novanta”, senza peraltro concludere granché, guardando e riguardando la semplice copertina del disco dei Seablite. Mentre la puntina girava sul vinile, mi sono accorto di avere pensato “wow, che copertina So Nineties, bella!”. Ma poi mi sono reso conto che non avrei saputo spiegarla meglio. D’accordo, c’erano quegli strati di rosa e fucsia saturi, sovrapposti e fuori fuoco in un evidente effetto-omaggio Loveless; c’era quel font che avrei usato io ai tempi del Corel Draw; c’erano le facce dei musicisti tutte mosse e offuscate (oh, quella maglietta a righe), quasi a dire “siamo qui ma anche un po’ no”. Non avrei saputo puntare il dito, però, su che cosa esattamente “mi faceva Anni Novanta”. Eppure quella copertina, così poco appariscente ed elusiva, mi appagava e trovavo che in qualche modo si adattasse alla perfezione alla musica che racchiudeva.
Grass Stains And Novocaine è un album che, come pochi altri, si colloca a un crocevia di stili e influenze, tutte perfettamente riconoscibili e individuabili, è vero, arrivando però a conquistare una sintesi personale, viva e di notevole impatto. È un album che riesce a fare della coesione il suo punto di forza senza mai suonare ripetitivo, trovando di continuo nuove modulazioni a un indiepop rumoroso e irruente. C’è molta energia in queste undici canzoni: quelle che mi piacciono di più (Lollipop Crush, I Talk To Frogs o l’apertura esultante di Won’t You) sembrano innestare la spensieratezza delle All Girl Summer Fun Band con i bianchi e neri lugubri di certi Veronica Falls. Un gioco di contrasti che mescola di continuo le carte in tavola, e non sai decidere se sono le melodie travolgenti a prendere il sopravvento sui testi cupi, o viceversa (il meravoiglioso singolo Heart Mountain). Chitarre grondanti fuzz, feedback lancinanti, cori che si inseguono a perdifiato tra gli echi. A volte si sconfina nello shoegaze (Vacuum Chamber), molte recensioni citano anche Lush, Ride e Pale Saints, mentre in altri momenti è il loro carattere più jangling a mettersi in luce, e io davvero non so da che parte prendere questo album. Suona magnificamente dall’inizio alla fine, e poi di nuovo in loop.
La conclusione è tanto semplice e scontata quanto categorica: i Seablite, quartetto “odd pop” di San Francisco, che ci aveva regalato un ottimo EP un paio di anni fa e che, tra l’altro, vede in formazione anche Jen Mundy, già nelle ottime Wax Idols, mettono a segno con Grass Stains And Novocaine uno degli esordi indiepop dell’anno, di quelli che mi fanno tornare l'ottimismo per questo piccolo e trascurabile genere musicale, e che conferma anche il momento super positivo della Emotional Response Records.



lunedì 15 luglio 2019

Carousel society

Honey Radar -  Ruby Puff Of Dust

Pare che il destino di Jason Henn sia quello di venire paragonato a Robert Pollard per tutta la carriera. Ma in effetti, se i Guided By Voices fossero vissuti all’epoca dei Kinks e degli Zombies, viene il sospetto che probabilmente avrebbero fatto uscire dischi non troppo lontani da quelli degli Honey Radar, bizzarra e iperprolifica entità musicale attiva da oltre una decina d'anni e che negli ultimi tempi gravita intorno alla galassia della label di culto What's Your Rupture.
Gli Honey Radar fanno base a Philadelphia, una volta hanno fatto irruzione in una college radio solo per rendere omaggio a Robert Quine, e sostanzialmente sono la creatura di Jason Henn, il quale, un po’ come Robert Pollard, appunto, ha pubblicato nelle maniere più disparate una quantità di dischi autoprodotti che è quasi impossibile da calcolare. Basta farsi un giro su www.honeyradar.com per rendersi conto del suo catalogo sterminato e ascoltare alcune delle produzioni più a bassa fedeltà che vi capitarà mai di incontrare.
Ora è uscito un nuovo album, si intitola Ruby Puff Of Dust, il secondo per la What's Your Rupture, e forse è tra le cose più pop e, per così dire, “stabili” che gli Honey Radar abbiano mai realizzato: le canzoni hanno ancora l’aspetto di veloci appunti, non superano quasi mai il minuto e mezzo, e spesso fondono (o fanno scontrare) registrazioni diverse. I ritmi sono spesso blandi, la grana del suono è quasi sempre opaca, e la voce arriva da un'altra stanza o forse da un sogno. Nei loro momenti più languidi queste canzoni mi ricordano anche quello che fanno, sull'altra costa, i Tomorrows Tulips, ma mentre la musica della band californiana è pigramente stesa al sole, quella degli Honey Radar si sta facendo un formidabile trip nello scantinato insieme agli amici. Il risultato è comunque un fantastico pop psichedelico narcolettico e intossicato, imprevedibile e ricco di idee.



giovedì 11 luglio 2019

Oh fuck, there goes my fucking head again

Porridge Radio

Oggi era una giornata da post-punk fitto e on repeat, e con una insolita e notevole dose di fortuna mi sono imbattuto nell'ultimo singolo dei Porridge Radio, che pure è uscito già da un paio di mesi: innamoramento tardivo ma istantaneo. In realtà, come spesso succede, sono andato a cercare tra i miei archivi e ho realizzato che il nome mi era già familiare. Lo avevo intravisto per la prima volta nella ottimistica compilation della No Dice del 2016, poi c'erano stati vari singoli (di cui curiosamente uno natalizio), alcune date insieme a Evans The Death a cui avrei dovuto prestare più attenzione, un appunto dell'infallibile Stefano "Barto" Bartolotta, e soprattutto un album del 2016, Rice, Pasta and Other Fillers, che davvero non capisco come abbia fatto a non finire nella mia Top10 di fine anno. Riascoltato a lungo oggi, mi ha steso per la maniera del tutto naturale in cui tiene assieme post-punk ruvido tra Raincoats e Slits, dissolvenze indiepop Marine Girls, un cantautorato che si dichiara ispirato a Cat Power e che, in mezzo a testi belli taglienti, è capace di sfoderare anche una solidissima cover di Walking The Cow di Daniel Johnston.
Insomma, tutto questo per dire che queste due nuove canzoni della band di Brighton uscite per Memorials Of Distinction, Give/Take e Don't Ask Me Twice, mi hanno esaltato e non poco. Mostrano che la band sta crescendo e si sta muovendo verso un post-punk più robusto e trascinante (vedi questo ritornello "Oh I don’t know what I want / But I know what I want" con il coro che che cresce e cresce), mentre il loro carattere spontaneamente dark sta trovando nuovi mezzi espressivi (sembra solo a me che potrebbero diventare i nuovi Veronica Falls nel nostro cuore?). In attesa di un secondo album, alziamo le aspettative ascoltando queste due tracce:



mercoledì 10 luglio 2019

I'm sorry that you had to see me like that


Quando piangi e chiedi anche scusa: non volevi creare imbarazzo a nessuno. Quando hai voglia di passare del tempo insieme a qualcuno e ti senti rispondere "certo, tanto non avevo di meglio da fare". Quando resti vicino a chi ti ha spezzato il cuore con uno sguardo appena, un distratto e incurante sguardo. E forse resti perché speri di coprire quei ricordi con altri meno complicati da gestire, e non perché davvero credi che qualcosa possa cambiare per te. "I’ve won over your mother, darling / And I’ve won over your sister too / And I won over your father, darling / And I still don’t feel worthy of you". Quando sei lì che guardi allo specchio quel tuo corpo nudo, mentre di là nella stanza ti aspetta la tua ultima pessima idea. Quel corpo che non vede l'ora di regalare tutta la devozione di cui è capace: eppure "my body holds me like a prison".
C'è un groviglio di sentimenti in conflitto dentro il nuovo disco di Palehound che mi lascia un po' smarrito. Ci sono racconti "a cuore aperto" di una grande amicizia, più forte di qualsiasi altro sentimento, ma ci sono anche strofe che rivelano un dolore portato avanti proprio come una storia d'amore. Black Friday è un disco che non nasconde le proprie contraddizioni, le ossessioni e i compromessi: anzi, insegue e utilizza tutto questo per liberarsi, per affrontare la verità. Non è sempre piacevole (del resto, non siamo sempre "piacevoli" e coerenti nemmeno noi), e la maniera che trovano queste tredici canzoni per descrivere il proprio mondo mi colpisce per la disarmante semplicità: affine a quella di altre band che amo, come Frankie Cosmos o Girlpool, ma qui colorata di un'accettazione quasi "sacrificale" dei contrasti in cui viviamo.
Il progetto di Ellen Kempner, giunto al terzo album e passato dal classico bedroom pop a una formazione in trio, è capace di suonare un indie rock molto consapevole e infuso di uno spirito Nineties ormai del tutto contemporaneo (il singolo Aaron, oppure Urban Drip, giusto per citare due dei miei titoli preferiti). Ma forse è nelle ballate che raggiunge la più efficace drammaticità, come in Worthy o nella title track: "you’re Black Friday and I’m going to the mall". Un disco intricato che sotto l'apparenza indiepop intreccia una complessità emotiva che richiede (e merita) un ascolto approfondito.






martedì 2 luglio 2019

You only want me when you can't have me

TENNIS CLUB - PINK

Una canzone che sembra uscire da una radiolina dentro un film Anni Sessanta, magari una radiolina che suona in un bar di surfisti. In una scena balneare e piena di luce gli occhi di lui incrociano, ovviamente da lontano, gli occhi di lei. La canzone dice “You only want me when you can't have me”, che già di suo è un mezzo manifesto indiepop, e la canta un gruppo chiamato Tennis Club.
Particolare curioso: i Tennis Club non potrebbero trovarsi più lontani da qualunque cosa riguardi il surf, dato che provengono da Joplin, Missouri, nel cuore degli Stati Uniti, letteralmente a metà strada tra le due coste. Eppure, hanno appena pubblicato un adorabile album di canzonette da spiaggia, tra bassa fedeltà e viscerale amore per i Beach Boys. In mezzo a quell'immaginario Kodachrome, trovano posto anche ritornelli scanzonati che sembrano arrivare dalle All Girl Summer Fun Band e chitarre polverose che mi hanno fatto tornare in mente i Babies.
Avevamo già conosciuto i Tennis Club un paio di anni fa con un EP su Spirit Goth Records, un po’ più garage e sgangherato, ma con questa nuova uscita sembrano avere scelto di immergere la loro musica in atmosfere dalle tinte pastello. L’album, non a caso, si intitola Pink ed esce per la nostra cara etichetta di Madrid Elefant Records (scelta quanto mai appropriata se si considerano pezzi come Pink Sweater! Pink Shoes! oppure Mexico City (Rich Girls), cantata pure in spagnolo).
Tra racconti di poliziotti fantasma che ti sequestrano l’erba e immancabili break-up songs adolescenziali, i Tennis Club non si fanno mancare storie un po’ assurde su birre bevute nei parcheggi, ragazze dagli occhi color champagne e sui discutibili passatempi che hanno luogo nei bagni delle discoteche. Il cantante e chitarrista Wilson Hernandez, insieme a Tehya Deardorff al basso e Sean O’Dell alla batteria, riesce a stipare dieci canzoni in dieciassette minuti (su uno strepitoso dieci pollici rosa!) e ci regala un fantastico disco da cantare sulla strada per il mare.




lunedì 1 luglio 2019

Language is a city (let me out!)

Vanishing Twin - The Age of Immunology

We need a language
That both of us speak
Gestures shared in the air
Between you and me

Qualcuno di voi forse ricorderà il nome di Cathy Lucas tra quelli dei componenti dei Fanfarlo, una delle migliori e più sorprendenti band indiepop dei primi Duemila, passata anche dalle nostre parti (al Mattatoio di Carpi uno dei concerti della vita, ma è un'altra storia). Negli anni successivi allo scioglimento dei Fanfarlo, Cathy Lucas si è poi orientata verso un canturato sofisticato e sperimentale, spesso virato verso l’elettronica, con il suo progetto solista Orlando. A mano a mano che le collaborazioni di Orlando si accumulavano, hanno preso forma i Vanishing Twin che, pur facendo base a Londra, alla fine vedono riuniti musicisti (ma anche film maker e artisti) provenienti da Belgio, Giappone, Francia e anche dall’Italia, rappresentata dalla batterista Valentina Magaletti, già al lavoro con Bat For Lashes e i Neon Neon di Gruff Rhys. Tutto questo, sottolineano varie recensioni, alla faccia della Brexit.
Il lavoro dei Vanishing Twin si muove su suoni dilatati e ovattati, nei quali è evidente l’influenza, della ricerca di Stereolab e Broadcast, con un linguaggio che ha fatto propria la lezione del Krautorck e della psichedelia, ma anche di certi languidi paesaggi cosmici alla Sun Ra, una sensualità cerebrale ed eterea, tra Nico e la più contemporanea Cate LeBon, e certe atmosfere degne di Ennio Morricone.

Right now, right now
All around you
The invisible world calls
Calls you closer to who you really are

The Age Of Immunology, il secondo album dei Vanishing Twin, prende il titolo da un saggio di David Napier del 2003, che cerca di spiegare come l’assunto medico che si possa sopravvivere soltanto eliminando e rigettando tutto ciò che è estraneo a noi, tutto ciò che “non è IO”, nell’era moderna si è diffuso dalla medicina all’intera società, con conseguenze catastrofiche per il mondo contemporaneo, tanto a livello politico che culturali. Ed è proprio assecondando questa suggestione che la musica dei Vanishing Twin, in qualche modo sospesa tra modernariato e magia, cerca di inglobare quante più soluzioni disparate possibili, sia sintetiche sia acustiche, con risultati affascinanti che a volte possono finire per sembrare quasi fantascientifici, come in Cryonic Suspension May Save Your Life o Planète Sauvage.
Non è un caso che il disco venga pubblicizzato con uno slogan che a qualcuno ricorderà all’istante un certo immaginario che aveva avuto grande fortuna negli Anni Novanta: “la colonna sonora ideale per le sale d’attesa di stazioni spaziali internazionali che devono ancora essere progettate e costruite”.
In mezzo a tutto questo, fluttuano assolute hit estive di qualche universo parallelo, come Language Is A City (come chiameranno certi suoni "tropicali" su altri pianeti?), oppure Magician’s Success, deliziosamente ottimista e utopica, quanto mai necessaria di questi tempi: "il rumore della speranza fa un gran chiasso nel mio cuore"!