venerdì 28 giugno 2019

I thought that you would’ve changed by now, I’m still the same anyhow

JEANINES - JEANINES

Non so da quanto tempo sto ascoltando questo disco. Finisce e ricomincia di continuo, e io non sono più sicuro se mi sto facendo trasportare, come si dice in questi casi, oppure se l’effetto è più simile a un lasciarsi attraversare. L’album d’esordio dei Jeanines ha questo potere su di me: le canzoni sono così brevi e continuano a susseguirsi così veloci che perdo di vista il senso del tempo. Non ho bisogno di ascoltare altro: nella loro concisione da un minuto e mezzo, nelle loro chitarre scarne e nelle melodie squillanti, dentro quei passaggi in minore, in quei semitoni dolenti e quei ritmi incalzanti, queste canzoni mi riempiono tutta la gioia che chiedo all’indiepop. È una concisione eloquente e accurata che mi appaga con una profondità che sorprende me per primo. Ho cercato di non pensare alle solite cose che si pensano ascoltando questo genere di dischi: è evidente che ci sono delle forme che arrivano dalle Talulah Gosh e dalle Marine Girls e scendono fino alle Liechtenstein, The Never Invited To Parties, Veronica Falls e Dum Dum Girls (non per niente esce su Slumberland). Ma quello che riescono a condensare Alicia Jeanine e Jed Smith (sì, proprio quello dei nostri cari My Teenage Stride e di Mick Trouble) all’interno di questa musica riesce ad andare oltre e a farmi dimenticare tutto. Ho cercato di concentrarmi su qualcosa di piccolo, i movimenti più insignificanti che erano capaci di accendere in me una tale euforia: le quattro note di basso alla fine del giro di Either Way, quelle che fanno ritornare la melodia al principio, l’atmosfera “sixites girl group” del coro di Where I Stand, il momento in cui la voce mette l’accento su “I am nothing” dentro In This House, l’ostinazione delle strofe di All The Same, il brivido che mi sfiora ogni volta che Is It Real ripete “I think I’ll write a story about the way that it feels”… Tutto questo è stato assemblato, pezzo dopo pezzo, da mani umane e in un punto preciso del tempo: eppure, ricominciando di continuo, mi sembra che ci sia qualcosa di più, l’intuizione di qualcosa di smisurato che però vive senza affanno e che passa proprio per queste costruzioni minime. Sono io oppure è questo disco a girare in circolo? Importa ancora saperlo, quando un suono trova in te tutta questa felicità?




mercoledì 26 giugno 2019

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (giugno 2019)

HENRY'S DRESS

"Musica Per AperiTweevi" VS Radio Raheem (2019/06/25)



01 - The Wendy Darlings - Always Late
02 - Neutrals - Half Shut Knife
03 - Pogy & Les Kefars - Girl
04 - Tennis Club - London
05 - Lorelei - Sometimes...
06 - Sea Pinks - Water Spirit
07 - Bdrmm - Heaven
08 - Sambassadeur - The Fall
09 - Comet Gain - Wait 'Til December
10 - Clever Square - Cringe
11 - Seablite - Time Is Weird
12 - Henry's Dress - Hey Allison
13 - Smokescreens - Staring At The Sun
14 - Heavenly - Hearts & Crosses
15 - Velocity Girl - Forgotten Favorite
16 - Jeanines - Either Way
17 - Baseball Gregg - Young
18 - Beach Youth - Bicycles

lunedì 24 giugno 2019

It's all been done before and I can do that

NEUTRALS - KEBAB DISCO

Un punk scozzese dai capelli ormai bianchi di un brizzolato distinto, emigrato a San Francisco, mette su una band con un paio di amici reduci da altre formazioni dell’underground californiano. Tra questi, c'è anche Phil Benson, bassista dei nostri cari Terry Malts, e quindi sono già parecchio incuriosito. Lui si chiama Allan McNaughton, suona la chitarra e canta con un accento che evoca subito vecchie cassette dalle copertine fotocopiate. Il terzo è il batterista Phil Lantz, complice di McNaughton dai tempi degli Airfix Kits. La band si chiama Neutrals e dopo un paio di ottimi demo ha pubblicato su Emotional Response lo schietto e dirompente debutto Kebab Disco. Un album che suona come un grandioso omaggio allo stile dei Television Personalities e al lato più irruento dell'estetica C86.
Dentro il vinile dell'album (uno sfarzoso splatter arancione e nero) c'è una fanzine che arriva da un'altra epoca. E non solo per i testi delle canzoni: quelle storie di vite un po’ ai margini, nella Glasgow dei primi anni Novanta, ragazzi che non hanno ancora deciso se andare al college oppure vivere di sussidi e sotterfugi, amici che si imbucano alle feste e poi tutto finisce in rissa, case occupate, carriere artistiche fallimentari e notti ad alto contenuto di sostanze. C'è anche una pagina che racconta il presente, ricercando che cosa ha perduto San Francisco del proprio vecchio spirito, ma anche, e soprattutto, dei propri vecchi luoghi ("no more kebab disco, sticky floor karaoke drag bar", canta Food Court). Uno degli intervistati risponde: "I miss the general gritty feeling of SF [...], things started to feel strange and mall-like, when walking in certain neighborhoods".
Io credo che sia proprio per combattere il "mall feeling", che pervade tantissima musica contemporanea, che questo disco vuole essere "gritty" in tutte le maniere possibili, riuscendoci meravigliosamente. E tutto questo viene cantato senza alcuna nostalgia (per esempio, l'evocazione della culla della controcultura americana, in Hate The Summer Of Love, non potrebbe essere più amara): anzi prevale uno humour dal tono secco e beffardo, cosa che rende Kebab Disco ancora più divertente.
"Loved the sound of your guitar / It's been done better before", canta la canzone di apertura I Can Do That, una specie di manifesto delle velleità e della disillusione. Ma io sono convinto che su queste "guitars" sia molto utile ritornare ancora oggi.



venerdì 21 giugno 2019

Si scrive NEU, si pronuncia NOI, vuole dire NUOVA!

NEU RADIO FINALMENTE IN DIRETTA!

Lo so, mea culpa: quest'anno il podcast di "polaroid - un blog alla radio" è stato ai minimi storici, praticamente è stato una rubrica mensile. Paradossalmente, è stato anche l'anno in cui è diventato disponibile sul maggior numero di piattaforme: Apple Podcast, Spotify, Tune-IN, senza dimenticare il caro vecchio Mixcloud, i giri di "Apetitweevi" su Radio Raheem e le nuove pillole su SOLO.fm.
Ma "la radio" non è mai uscita dai miei pensieri, perché è una delle cose che mi piace più fare. Ci sono cresciuto, era il mio internet-prima-di-internet, ed è ancora un mezzo fantastico.
"Fare la radio" quest'anno, però, ha significato soprattutto pensare a cose diverse dallo stare davanti a un microfono la sera con due birrette e i miei cari 45 giri indiepop. Cose un po' più DIY e a volte meno divertenti, tipo cercare di capire quale server streaming affittare o come trovare una stanza da chiamare "studio".
Da un po' di tempo (un sacco di tempo, a essere onesti, più di quello che temevo), un gruppo di persone qui a Bologna stava lavorando per far nascere NEU RADIO, e finalmente oggi pomeriggio - proprio nel giorno della Festa della Musica, nei locali di Baumhaus faremo una festa per l'accensione della diretta!
Mettete tra i vostri preferiti il sito tutto nuovo www.neuradio.it per godervi lo streaming: ci si vede a banco!


NEU! - Hallogallo

mercoledì 19 giugno 2019

I feel like I’m running, and there's nothing but running

Clever Square - 'Clever Square' (Bronson Recordings - 2019)

Un po’ come decidere di tornare da Cesenatico a Bologna una domenica pomeriggio all'inizio ruggente dell’estate, allontanarsi dalla coda per l’autostrada, staccare il navigatore e scegliere di non seguire nemmeno la retta Via Emilia. Alle spalle la Riviera, tramonto scintillante incontro ai nostri sorridenti occhiali da sole, e perdersi lungo le strade della campagna, gli stradelli e gli infiniti rettilinei deserti del Midwest romagnolo. Tutta una teoria di nomi chiaramente inventati pochi istanti prima del nostro passaggio e dipinti su cartelli arrugginiti al solo scopo di confonderci: Bagnarola, Bagnile, La Cella, Casemurate… E poi campi a perdita d’occhio, sole argini campanili e filari: ipotesi distanti, noi andiamo avanti per di qua, allunghiamo ancora un po’. Il finestrino è abbassato, il braccio è di fuori, e se davvero questa è l’estate e tu la riconosci, allora ci vuole un disco con le chitarre.
Il disco che suona forte è il nuovo album dei Clever Square, il ritorno insperato dopo l’addio di quattro anni fa, un congedo amaro che chiudeva un precoce decennale di carriera. Non potrebbe esserci colonna sonora migliore per questo pomeriggio, per quest’aria e questa luce sulla pelle. Scherziamo dicendo che è indie rock di quello buono, sano, a chilometro zero, dato che Giacomo D’Attorre viene da qui dietro, Ravenna.
Non mi era capitato quasi mai di vedere e di seguire una band tanto da vicino, proprio nel momento in cui nasce e cresce, come è successo con i Clever Square (quante volte ti avrò raccontato della prima volta che vennero ospiti in radio e ancora non avevano l’età per guidare, andai a prenderli alla stazione, mangiammo una pizza sul mixer e poi fecero uno dei live unplugged che ricordo con più affetto). Non mi era capitato quasi mai, almeno dalle nostre parti, di fare così tanto il tifo per dei ragazzini su cui nessuno avrebbe scommesso una birra piccola. Guarda, sono passati quindici anni e senti come suonano oggi queste canzoni. Sono nuove, ma sono già tutta un’estate che riconosci benissimo. I Clever Square, un po’ come questa strada rovente che si ingarbuglia da sola in mezzo alla pianura libera, un po’ come noi che preferiamoci perderci ma trovare da soli il nostro viaggio, si sono persi anche loro cento volte, hanno sprecato fiato e benzina, eppure oggi, sulla strada per casa, li ritrovo ancora in cammino, ancora pronti a guardare e ad andare avanti. Velocità di crociera: Novanta fissi. Sento che sono in gran forma e forse per la prima volta non hanno nessuna timidezza a dirlo.
Questo nuovo album, pubblicato da Bronson Recordings, riesce allo stesso tempo a tornare sui loro sentieri più battuti, ma anche a prendere una traiettoria nuova, a indovinare quella prospettiva diversa che ci mette addosso dell’entusiasmo schietto e ci fa battere le mani sul volante. Se vogliamo semplificare, questo disco è un po’ meno Dinosaur Jr. e un po’ più Lemonheads, un po’ più Terror Twilight e un po’ meno Crooked Rain, tanto per cercare qualche punto cardinale alla lontana. Ma in generale, tutto il disco respira un’aria leggera come mai si era sentita soffiare nei lavori precedenti dei Clever Square. Quell'approccio lo-fi e irruente con cui li avevamo conosciuti non ci manca, perché in qualche modo gli arrangiamenti di queste canzoni trasportano quello spirito in un linguaggio più diretto e semplice, pur essendo più misurato. Sappiamo immaginare come sarebbero suonate queste canzoni qualche anno fa, ma oggi ci piace che le distorsioni restino trattenute. Ci piace che, sotto sotto, se alziamo ancora il volume dell’autoradio, faccia la sua apparizione anche un Wurlitzer. E soprattutto, bisogna riconoscere che Giacomo non ha mai cantato così bene, in maniera tanto nitida ed efficace. Questa è l’altra grande differenza di questo album. Quando entra sul ritornello di Cringe, puntiamo il dito al cielo infuocato della provincia e cantiamo anche noi a squarciagola. Oppure il modo in cui lascia spazio alla voce di Adele Nigro (Any Other) dentro Avocado Phishing, in cui si rivela uno stile maturo che mi ha davvero sorpreso.
La presentazione dell’album (e lo stesso Giacomo, in una delle sue sempre interessanti interviste) spiega che le registrazioni sono state curate da Marco “Halfalib" Giudici, una scelta che a qualcuno, a priori, sarebbe potuta sembrare quanto meno singolare. Ma che, a conti fatti, facendo incontrare due idee di musica non proprio vicine, lavorando di sottrazione per far emergere la vera direzione di queste scritture, ha prodotto un risultato magnifico. Ancora più bello per il modo e il momento in cui è arrivato nella storia dei Clever Square. E questo album, che mi sembra suonare tutto il contrario di una fine domenica pomeriggio d’estate, è un grandioso ritorno a casa, ma senza aver sbagliato proprio nessuna strada, senza nostalgia e senza rimpianti. Perché senza nostalgia né rimpianti è come i Clever Square sanno parlare ancora indie rock.





venerdì 14 giugno 2019

There's a path somewhere with your name upon

Monnone Alone - Summer Of The Mosquito

Nella canzone che apre e dà il titolo al suo nuovo album, Mark Monnone a un certo punto confessa di sentirsi "too young to die / too old to try to begin again". È senz'altro un modo per nascondersi e far finta di credersi ancora immaturo. Le tracce successive rincarano la dose: "I wanna hide in yesterday / can't face today outside". Per tendere addirittura all'apocalittico esistenziale con "my days don't know where to begin / they just start and end with nothing in between".
Sembra quasi che Mark Monnone, forse per un eccesso di modestia, qui stia cercando di sfuggire al fatto che Summer Of The Mosquito rappresenta il lavoro migliore della sua carriera solista post-Lucksmiths, quello in cui il cantautore australiano raggiunge una maturità per cui, appunto, potrebbe anche smettere di essere considerato soltanto un "ex-Lucksmiths", per quanto quella storia sia stata fondamentale.
Non dovrebbe essere una sorpresa, ma Summer Of The Mosquito di Monnone Alone si regge benissimo in piedi sulle proprie gambe, e riesce a mostrare una scrittura e una serie di arrangiamenti solidi e sinceramente brillanti, come nell'agrodolce singolo Cut Knuckle, o in The Dystopian Days Of Yore, una delle canzoni più Pastelsiane della raccolta, oppure in Strollers, molto sorniona e Lou Reed. In altri momenti, è una certa influenza Teenage Fanclub a prevalere (Feeling Together Feels Alright ne è l'esempio più riuscito), e risulta un piacevole rafforzamento della scrittura di Monnone. Merito anche delle 12 corde del vecchio compagno di avventure Louis Richter, e forse merito della produzione di Gareth Parton, già in regia per nomi come Foals, Piano Magic e The Go! Team, e già collaboratore anche dello stesso Monnone sull'ultimo album dei Last Leaves.
Per cui ora mettiamo da parte ogni incertezza: "there's a path somewhere with your name upon", canta Monnone verso la fine del disco, e questo Summer Of The Mosquito, dopo quasi tre decenni di carriera, suona decisamente come l'inizio di questo nuovo cammino.




sabato 8 giugno 2019

Handmade Festival 2019!


C'è un piccolo festival in mezzo alla provincia dove vado ogni anno da quando se lo inventarono alcuni amici. Ricordo la prima mail con la battuta "un posto spettacolare a metà strada fra Austin, Berlino e la Bassa!": era un mezzo inside joke, ma alla fine è diventato un modo di dire, e mi ci sono affezionato. Sono passati tredici anni e l'entusiasmo, l'hype, LA FOTTA che ogni volta senti e leggi in giro è come quella della prima edizione. All'Handmade torno sempre perché è uno dei festival che meglio rappresenta lo spirito che cerco nella musica, e sotto quell'argine trovo un po' tutto quello che mi piace trovare in un evento musicale. La dodicesima edizione è domani (ma stasera c'è una ricca preview): ci si vede a banco!

PS: non sto nemmeno a ricordarvi che l'Handamde Festival (tre palchi, di cui uno curato da Musica Nelle Valli, venticinque band, area mercatino vintage, un sacco di djset!) è ancora a ingresso graituito / up-to-you: supportatelo!

Suoneranno (in ordine alfabetico): 

72-Hour Post Fight
C’è il sax, quindi deve essere jazz. Ci sono tappeti di synth, quindi deve essere elettronica. Ci sono fragorosi crescendo e poi pause sospese, quindi deve essere post-rock... O forse niente di tutto ciò? “Noi non volevamo fare un disco 'strano', volevamo fare musica insieme. Non definiamo dove va la nostra musica, non definiamo una bolla. Abbiamo la possibilità di condividere, di far arrivare la musica ad ogni livello, sarebbe stupido chiudersi".
(mp3) 72-Hour Post Fight - Loiter

Antares
Tra le più remote colline marchigiane, si cela uno dei segreti meglio custoditi (pure troppo) del rock underground italiano: gli Antares, con lo sguardo verso stelle lontane, il furgone sempre in giro per l’Europa e gli ampli costantemente a palla. È tempo che questo segreto venga svelato, e che anche le genti della pianura si lancino in danze sfrenate, ebbre del più sfrontato garage punk.



Black Lips (USA)
Sono in giro dal 2000 e con i ritmi dell’indie rock del ventunesimo secolo a volte forse tendi a dare per scontata la potenza devastante dei Black Lips. Però pensa a quante volte hai detto “quella band fa garage alla Black Lips” oppure “è un disco divertente, mi ricorda un po’ il tiro dei Black Lips”. La band di Atlanta è praticamente diventata un’unità di misura e ha settato un nuovo standard. Meglio rinfrescarsi la memoria tornando a vederli dal vivo, meglio ancora con questa data unica in Italia!



Blak Saagan
“A Personal Voyage”, il debutto di Blak Saagan pubblicato da Maple Death Records, è un’esplorazione delle strutture celesti ispirata al lavoro del cosmologo e divulgatore scientifico Carl Sagan. Notti insonni, un Farfisa Vip 202 R, una drum machine Roland TR-606 e un Siel Orchestra: un viaggio personale e mentale, profondo e totalmente avvolgente, che rimanda alla musica ambient e ai maestri italiani come Alessandroni, Macchi e Umiliani, con la guida di un beat pulsante e kraftwerkiano.



Bob Corn
La sua chitarra, la sua voce, la sua barba e la sua bottiglia, lì accanto alla sedia: dalla poetica del "Sad Punk & Pasta For Breakfast" al nuovo disco “Song On The Line”, quasi vent’anni di resistenza, strade, sorrisi, treni, piedi che tengono il tempo e rock’n’roll. Ma un bel po’!



Des Moines
Simone Romei, da Reggio Emilia, in arte Des Moines suona quel folk che profuma di erba tagliata di fresco, tutto in punta di dita e parole incise nel legno. Le sue canzoni sono strade di montagna immerse nel sole.



Diaframma
Venti album alle spalle, senza contare singoli, live, raccolte e ristampe; un nome che attraversa quattro decenni della musica italiana e continua a esercitare un’influenza evidente ancora oggi. Federico Fiumani con i suoi Diaframma è uno di quegli autori che, generazione dopo generazione, non smettono mai di stupire. All’Handmade porterà il suo nuovo lavoro “L’abisso”, una delle sue prove più lucide degli ultimi anni.



Drab Majesty (USA)
A luglio uscirà il terzo album di Drab Majesty, “Modern Mirror”, la sua opera più ambiziosa finora, il disco in cui le influenze di suoni New Order e Cure si mescolano con un personale discorso sul mito greco. L’album, infatti, è stato composto ad Atene, dove il musicista californiano si era ritirato dopo gli ultimi tour. Accanto a questo, Drab Majesty continua la sua riflessione su tecnologia, scenari fantascientifici e la possibilità di un romanticismo moderno. Un artista che affascina e seduce e che dal vivo riesce a dare il meglio di sé.



Espada
Tra country scheletrico e folk onirico, tra Vecchio Continente e Nuova Frontiera, tra malinconia e diffidenza, gli Espada suonano come se passato e presente si confondessero in un flusso di coscienza dai contorni sfuggenti. Gli Espada sono un quintetto fondato da Giacomo Gigli che fa base in Umbria e ha pubblicato un paio d’anni fa l’ottimo “Love Storm” per Black Vagina Records.



Eugenia Post Meridiem
In attesa dell’album d’esordio “In Her Bones”, in arrivo per Factory Flaws, godiamoci il live incandescente ed estatico di questo quartetto da Genova, capace di tenere assieme, con una naturalezza non comune, influenze indie rock, soul e psichedelia. L’emozionante voce di Eugenia Fera e la sua scrittura multiforme inseguono quel “senso di eternità, dove tutto si ferma”, e là ci trasportano.



GANF
Il nuovo inguaribile crampo di Roma est, con membri di Hallelujah, Dispo, Metro Crowd e Delay Lama!

Ginevra
Beat caldi che si dilatano come se fiorissero quando la voce li sfiora, una voce che sussurra, qualche scintilla dal pianoforte, un’eco. Prova tu a tradurre “soulful” in italiano per spiegare questa musica: non troverai niente che regga il confronto con le canzoni di Ginevra. Devi solo lasciarti emozionare.



Grip Casino
Se Daniel Johnston fosse di Roma farebbe dischi insieme ad Antonio Giannantonio, aka Grip Casino. Folk lo-fi sperimentale che non smette di sprigionare poesia grezza dai suoni più scardinati. L’ultima impresa è un disco di cover di un disco di cover: la rilettura di “The King & Eye” dei Residents che a loro volta rileggevano Elvis Presley!



Hater (SWE)
“The perfect soundtrack for that summer romance and the inevitable break up. Heartbreak has never sounded so sweet!”: non è facile mostrarsi all’altezza di uno slogan del genere, ma tra dolcezze alla Concretes e inquietudini Alvvays, le scintillanti chitarre degli svedesi Hater centrano l’obiettivo (e il nostro cuore) con una naturalezza disarmante. Il quartetto di Malmö torna a presentare l’ultimo, doppio e magnifico album “Siesta”, pubblicato da Fire Records.



Kawamura Gun
Giapponese trapiantato a Roma, artista poliedrico, Kawamura Gun quando si dedica alla musica riesce a creare un mondo originale e bizzarro, in cui divagazioni Syd Barrett abbracciano geometrie spigolose Deerhoof, fino a quando non compaiono piccole canzoni che non sai se interpretare come sigle di cartoni animati allucinati provenienti dal futuro.



M!R!M (UK)
La musica di Jacopo Bertelli, italiano di base a Londra, meglio noto come M!R!M, scorre in un’atmosfera dark wave sognante, a volte malinconica e a volte più lieve. Paesaggi fatti di synth analogici, vintage drum machine e cieli notturni ma multicolori a perdita d’occhio.



Negative Gears (AU)
Da Sydney, post-punk cupo e abrasivo, che macina rabbia e rancore senza guardarsi indietro. Il loro debutto, uscito a inizio anno su Static Shock e Disinfect Records, si salva dalla disperazione più profonda grazie a melodie laceranti e a una tensione continua dalla forza impressionante.



Sean Nicholas Savage (CAN)
Pop sintetico talmente Eighties e filologico che puoi credere si tratti di qualche cantautore di quel decennio riscoperto soltanto oggi. Il canadese Sean Nicholas Savage è arrivato al traguardo dei tredici album, cambiando pelle innumerevoli volte nella sua lunga carriera, ma la grazia della sua voce, i suoi drammatici falsetti e le sue melodie carezzevoli, restano di una bellezza inconfondibile.



Servant Songs
Servant Songs è il nuovo e sorprendente progetto solista di Nicola Ferloni (già nei Pueblo People e negli His Electro Blue Voice). Il suo tenace album di debutto, “Life Without War”, registrato insieme a Marco “Halfalib” Giudici, si ispira alla musica più potente di Will Oldham, Jason Molina e di altre voci ben salde, ancora più necessarie in questi tempi traballanti.



Tacobellas
Valentina Gallini e Greta Lodi, chitarra e batteria dalla provincia nebbiosa di Modena, si presentano come “delle Bikini Kill con il poster di Donatella Rettore in camera”, ma in realtà sanno essere molto più crudeli di così. Il loro debutto “Total 90” esce per La Barberia Records, Fooltribe Dischi e Koe Records.



The She’s (USA)
Sami, Hannah, Eva e Sinclair saranno il vostro prossimo "Local Favorite All Female Garage Rock Quartet": è deciso. E questo, nonostante le musiciste di San Francisco si divertano a giocare con i cliché del rock, e dal vivo, come su disco, faranno di tutto per spiazzarvi e confondervi. Del resto, l’ultimo album delle She’s – carico di atmosfere à la Bredeers – era stato supervisionato da Merrill Garbus, meglio nota come TuneYards, che di suoni eccentrici se ne intende.



Tim Koh (USA)
Da Los Angeles via Amsterdam, Tim Koh lo conosciamo già come bassista di Ariel Pink e Chris Cohen, nonché come raffinato curatore di “Kokonut Trip” sulla webradio di culto NTS: sul palco dell’Handmade porterà il suo eclettismo, il suo infinito gusto, il suo stupefacente caleidoscopio pop.

Whimm (CAN)
È come perdersi nella tua città di notte: le strade sembrano familiari, sei quasi sicuro che la prossima svolta sarà quella giusta, eppure in qualche modo il buio non ti lascia mai raggiungere casa. Così nelle canzoni degli Whimm, le strutture sembrano quelle consuete di un certo post-punk tenebroso, ma c’è sempre un elemento imprevedibile che si nasconde tra le ombre della band di Toronto, qualche dinamica imprevista che continua a lasciarti prigioniero della loro musica.



World Brain (DE)
World Brain è il progetto di Lucas Ufo, già componente dei Fenster (Morr Music). La musica di World Brain è un tributo alla tecnologia, pieno di ottimismo e al tempo stesso disincantato. Le canzoni del suo ultimo album “Peer To Peer” sembrano fatte di gomma lucida e Wi-Fi, traboccano utopie vicinissime, qualcosa che appena ieri poteva ancora succedere, prima che sbagliassimo uscita in una delle ultime autostrade informatiche ancora aperte.



Yonic South
“Un garage sporco ai livelli di una strada francese”: in questa maniera molto schietta definiscono la loro musica gli Yonic South, trio composto da membri di Bee Bee Sea e Miss Chain & the Broken Heels, e noi siamo ben lieti di confermarlo. “Wild Cobs” è il loro EP di debutto uscito per Tempesta International: un B-movie anni ‘50 con disastri nucleari, spietate pannocchie giganti dalla forma umana, loschi complotti e parecchio rock, parecchio selvaggio.




venerdì 7 giugno 2019

polaroid goes SOLO!

SOLO.fm

Avevo cominciato a fare la radio, in maniera del tutto amatoriale, in uno scantinato-capsula-del-tempo rimasto intatto dai tempi delle radio libere. Avevamo le cassette e ancora non esisteva lo streaming. Poi ho aperto quasi per caso uno dei primi blog musicali, e nonostante tutto mi ostino ad aggiornarlo ancora. Qualche anno dopo ho visto nascere i podcast, i social network, e ora mi trovate su una web radio (ciao NEU RADIO!). Questo per dire che se, da un lato, l'amore per la musica e la voglia di condividerla sono rimaste sempre costanti (anche i miei gusti discutibili, aggiungerebbe qualcuno), dall'altro, abbracciare nuove piattaforme e sperimentarle in maniera un po' DIY continua per me a rappresentare l'altra faccia della stessa medaglia.
Per questo sono stato super felice di accettare l'invito a portare "polaroid" su SOLO.fm. Se in casa avete un'Alexa o un Google Home avrete già intuito che le loro potenzialità come "nuove radio" sono ancora tutte da scoprire. SOLO, tra le altre cose, è proprio uno strumento che inventa su smart speaker un'altra via alla fruizione musicale contemporanea. E sono molto contento che tra i tanti *contenuti* (work in progress!) ci sia anche una piccola quota indie a cura di "polaroid - un blog alla radio". Se poi nell'annuncio del lancio ufficiale della piattaforma mi trovo a fianco di Fabio de Luca (la mia sempiterna ammirazione per lui fece ingelosire perfino Douglas Coupland e Stuart Murdoch) e del suo The Tuesday Tapes meravigliosamente sbagliato, direi proprio che che si parte col botto!

Tutte le info e le istruzioni spiegate bene le trovate qui.