mercoledì 18 settembre 2019

Are things falling together or falling apart?

SMALL CRUSH

Benedetta l'adolescenza pop, con i poster in cameretta, gli adesivi colorati di unicorni, cuori e gelati a riempire copertine e chitarre, le frasi profonde scritte a pennarello e costellate di arcobaleni, le lacrime allo specchio, le scoperte troppo veloci per essere ricordate, i buoni propositi velocemente da dimenticare e qualche ragazzo che non risponde mai e che, come sempre, capirà quanto di prezioso si è perso soltanto troppo tardi.
"Everything is confusing / I can never really know exactly what I want / It’s frustrating": se dai al tuo gruppo il nome di "piccola cotta" non puoi fare altro che disseminare il tuo album d'esordio di queste strofe schiette e adorabili e, alla faccia di ogni possibile cinismo, ribadire che esite un fragile momento nella tua vita in cui questa è tutta la poesia e significa tutto.
Gli Small Crush si tuffano senza esitare un secondo nell'età degli "I’m scared for what’s ahead" e dei "Sing me a song all night long about love", e io non ho nessuna intenzione di fargli qualche noiosa paternale e dirgli come potrebbe andare a finire. Se qualcuno è ancora così giovane e così pieno di speranze da mettersi alla ricerca di un "missing piece to what's making me so unhappy", io posso soltanto provare ammirazione e invidia. Anzi, io voglio proprio che queste canzoni mi facciano sentire la rincorsa e lo slancio di tutti i "There's nothing I'd rather do than sit and talk to you" del mondo, anche di tutti quelli che non abbiamo mai detto. Grazie al cielo, dentro a queste tredici canzoni, tutto ciò succede con una facilità e una freschezza non comuni.
Il promettente quartetto di Oakland, guidato da Logan Hammon e pubblicato da Asian Man Records, traduce in musica sentimenti puri scrivendo un indiepop che può ricordare, di volta in volta, certe atmosfere alla Frankie Cosmos, Radiator Hospital o Girlpool, ma lasciando intatta una naturalezza e una sincerità nell'approccio che di fronte all'ennesimo "I’m a mess, I’m a mess, I’m a mess!" non può che strapparmi un sorriso pieno d'affetto.



sabato 14 settembre 2019

It's a wounded world

MICK TROUBLE

Sarebbe troppo bello poter soltanto credere alla storia di Mick Trouble, quella che, per esempio, ancora accompagna il suo primo EP nella presentazione sul sito di Rough Trade: "for a brief time in 1981, Mick Trouble was on the verge of becoming The Band That Saves Britain". Il giovane cantautore prodigioso, "the cocky bastard son of Nick Lowe and Dan Treacy", le immancabili e acclamate John Peel session, la misteriosa scomparsa da un giorno all'altro, il leggendario disco mai uscito e poi per miracolo ritrovato. Ogni pezzetto della storia di Mick Trouble sembra ritagliato da uno dei mille aneddoti intorno all'età dell'oro del post-punk UK e alla nascita della scena indie che abbiamo letto e riletto ovunque.
Ma tutto questo collage è soltanto il frutto dell'amore di Jedediah Smith, newyorkese e contemporaneo, per quei suoni e quelle band che ancora oggi non hanno smesso di riempirci di meraviglia. Del resto, sono quasi tre lustri che Jed Smith ricorre sulle pagine di questo blog e su queste frequenze: che fosse con la sua sottovalutata band My Teenage Stride o con il suo più recente e formidabile progetto Jeanines, ho sempre trovato unica la sua capacità di scrivere canzoni ruvide e al tempo stesso emozionanti.
Tutto nacque da un "finto" (?) articolo di Wondering Sound che doveva raccontare "The Best Albums That Never Existed": Smith inventò dieci biografie e registrò altrettante canzoni dai generi più diversi, dal Northern Soul al synth-pop al goth (l'articolo, con una certa ironia, si recupera solo su Archive.org mentre la playlist è ancora viva su Soundcloud). Tra queste band, Mick Trouble rappresentava un po' l'alter-ego di Smith imbevuto di TV Personalities e fredda Londra a cavallo tra Settanta e Ottanta, senza dimenticare anche una punta di beffardo anti-tatcherismo. Ma si intuisce che non si tratta di un semplice pastiche, e Smith lo ribadisce in questa intervista a Vice: "I try not to go too broad because this is not satire or parody".
Smith ormai non si nasconde più di tanto nel travestimento vintage, e come dimostra in maniera splendida Here'sThe Mick Trouble LP, "l'atteso" album di debutto uscito per Emotional Response, è ancora possibile strappare una lacrima e un sorriso con questo indiepop impolverato e ormai a pezzi, appassionato e perdente, e ritrovare dentro quei tempi andati qualcosa dei nostri: it's a wounded world.






giovedì 12 settembre 2019

Living it for the moment - in ricordo di Daniel Johnston

Daniel Johnston

A Daniel Johnston sono arrivato tardi, come a tante altre cose nella vita. Lungo gli Anni Novanta incrociavi abbastanza spesso il suo nome accanto a quello di gente importante: Kurt Cobain, con la famosa t-shirt regalata da Everett True, gli Yo La Tengo (protagonisti di un memorabile live al telefono), i Teenage Fanclub, i Sonic Youth, i Butthole Surfers… anche se da qui non appariva subito chiaro perché. Daniel Johnston era un’entità che richiedeva tempo e conoscenza per manifestarsi. Scoprivi che c’era sempre altro, c’era sempre un prima più nascosto. Ogni tanto qualche mensile dedicava a Johnston una retrospettiva: senza nulla da ascoltare, leggevi invariabilmente parole come "icona" o "leggenda", restavi a guardare questi suoi ritratti in bianco e nero e non capivi come potessero contenere, al tempo stesso, tanta costernazione e tanta sincerità. Gli occhi di Daniel Johnston si spalancavano ingenui su sentimenti e passioni che chiunque era abituato a sbirciare soltanto in maniera fugace, da una prudente distanza. Noi avremmo distolto subito lo sguardo, rifugiandoci in parole misurate per aggirare certi abissi penosi e certi slanci celestiali: quel ragazzo sorridente e impacciato, invece, ci si stava lanciando a capofitto.

Would you follow me anywhere
Are you entertained by deep despair?


Love, world, cry, hope, death, friends, give, feel, you, me… c’era tutto un vocabolario ricorrente che sembrava non poter essere più elementare. Eppure, appena prestavi davvero orecchio, ti strappava un singhiozzo all’istante. Mentre trattenevi le lacrime, vedevi Daniel Johnston usare quelle parole come mattoncini Duplo grossi e dai colori fin troppo sgargianti, ma con quelli era capace di costruire intere poesie.
A poco a poco, scoprivi che tutte le band che amavi avevano in repertorio una cover di Daniel Johnston (la prima che ricordo: Speeding Motorcycle dei Pastels, per non cominciare a citare tutti quelli che hanno rifatto True Love Will Find You In The End). Poi arrivò il peer-to-peer e nella foga di recuperare tutto ti ritrovavi con questi mp3 di una inconcepibile bassa fedeltà, e lì per lì non eri sicuro che fossero “le canzoni vere”. Suonava davvero a quella maniera, quel famoso Daniel Johnston?
Poi arrivò Fear Yourself, l’album del 2003 prodotto da Mark Linkous, l’uscita di Johnston più accessibile fino a quel momento. Nonostante alcune recensioni non apprezzassero la direzione data al disco dal cantante degli Sparklehorse, giudicato troppo invadente e colpevole di avere ammorbidito in maniera eccesiva la ruvida materia musicale di Johnston, io come tanti altri rimasi incantato (ma un incantato che deborda quasi nel trafitto) da quelle canzoni, da quel senso di intensa tragedia e altrettanto intensa gioia.

She's got me singing with a broken heart
I keep on messing with my mind torn apart
She's only forgotten we've been left in the dust
I guess my art didn't help very much


La questione della “mind torn part” era sempre presente (non è mai stato possibile parlare di Daniel Johnston senza parlare anche di depressione, schizofrenia, farmaci e malattia), e credo sia stata il vero motivo per cui decisi di non andare a vederlo dal vivo, quando venne in concerto a Bologna nel 2005 (un evento gratuito, all’aperto, prevedibilmente gremito all’inverosimile). Mi hanno raccontato dell’agonia di quell’uomo a tratti confuso sul palco, e per quanto il desiderio di poter dire “io c’ero” sia sempre forte in queste occasioni, oggi non ho particolari rimpianti.
Anche se non ho motivo per dubitare che lui volesse sinceramente essere lì a cantarci le sue canzoni, ho l’impressione che io invece avrei provato in anticipo, e proprio davanti a lui, quello che ho provato ieri notte alla notizia della sua morte. Quel senso irreparabile di smarrimento e amarezza, come se ti avessero portato via qualcosa di caro, però con quella punta di recondita consapevolezza (una pietosa consapevolezza) che quell’amore non fosse la cosa che alla fine gli avrebbe dato davvero la guarigione.
Nel mezzo, nell’incerto equilibrio, al di là di ogni ferita, di ogni melodia urlata e sgraziata, al di là di ogni pianto sui tasti del pianoforte, resta questa musica strappata ai nastri registrati nei garage, questa musica che suonava tutta di colpo, tutta in un momento, per un momento, sguaiata e fragile come la vita che cantava e canterà per sempre Daniel Johnston.

Goodbye semi-cruel world
You had it coming for so long
I’m leaving, but I’ll be coming back
I’m just a singer in a semi-famous song
Love, love, love
Love, love, love
Living it for the moment
Are you gonna smile or fall on your face?


(mp3) Daniel Johnston - Living It For The Moment

giovedì 5 settembre 2019

Vanishing Twin in Italia!


The Age Of Immunology, il secondo album dei Vanishing Twin, uscito qualche mese fa, è stato uno dei dischi che più mi ha colpito (e che soprattutto mi ha fatto viaggiare su orbite cosmiche imprevedibili) tra le cose uscite quest'anno.
Ora, insieme al nuovo video di You Are Not An Island, l'iponotica suite di sette minuti che svetta al centro del disco, è arrivata la notizia che la band londinese, all'interno del suo prossimo lungo tour europeo, sarà in Italia per quattro date il prossimo mese di dicembre:

mercoledì 4 @ Biko, Milano
giovedì 5 @ Cinema Zenith, Perugia
venerdì 6 @ Astro Club, Pordenone
sabato 7 @ Covo Club, Bologna

Dopo tanti tour persi e tante band del cuore che arrivano in Europa ma non passano per il nostro Paese, finalmente una buona notizia!




mercoledì 4 settembre 2019

As simple as that

The Umbrella Puzzles

A blissful feeling, a sunkissed smile
I can’t find it, I’ve traveled miles


Ti accorgi che il giorno già si accorcia, e questo tramonto da cui si intravede la fine dell'estate chiede soltanto una canzone dei Lucksmiths per inondare la strada verso casa con la sua anacronistica malinconia. E poi parte As Simple As That, a firma The Umbrella Puzzles, con quelle chitarre scintillanti e una melodia che si posa lieve, quasi come questi ultimi raggi dorati tra le case, e la canzone regge alla perfezione la parte di colonna sonora di questo imbrunire.
The Umbrella Puzzles è l'ennesimo nome d'arte di Ryan Marquez, da Richmond, California, già incontrato negli Apple Orchard e negli Haircuts, entrambi usciti anche per la nostra Best Kept Secret, e più di recente nei Golden Teardrops. Ora pubblica questo nuovo amabile EP sotto la nuova denominazione, e suona tutto da solo.
L'apertura di Dusty Pages è un brillante omaggio ai Teenage Fanclub, mentre Somersault ciondola come certi Galaxie 500. Altre canzoni, come detto, mi fanno tornare in mente tantissimo le atmosfere del trio di Melbourne, e per questo non posso non amarle: vedi l'elenco di From A Camera, con le immancabili annotazioni meteorologiche, o la ballata in chiusura Footprints In Sand ("The breeze starts to calm / There’s no light, no sparks in the stars"). E anche se, in fondo, dentro questo tramonto svanisce un altro po' d'estate, assieme a questo disco i colori diventano meno amari.

The band plays,
They strike a chord all at once
All the feelings flow



lunedì 2 settembre 2019

"Ready to go in transparent September"

Atta Girl - September

Si chiamano proprio così, come una storica canzone degli Heavenly, ma gli Atta Girl vengono dall'altra parte del mondo, da Shenzen, in Cina. Di certo, gli Heavenly e tutta l'estetica Sarah Records l'hanno studiata a fondo e fatta propria, così come certe chitarre shoegaze che grondano malinconia. Con una ammirevole dose di understatement si definiscono "a band that creates listenable music in the bedroom, but pretty lame on stage", ma del resto stiamo parlando di indiepop nel 2019: poche cose sono altrettanto "lame".
Dopo il bell'album di un paio di anni fa, Everyone Loves You When You Were Still A Kid, pubblicato dall'ottima Boring Productions ("Worst name, worst label" è il motto!) il duo formato da Jovi e Li "back to the studio with their drum machine" e ha sfornato un nuovo 45 giri (e mi piace cominciare questo mese un 45 giri...) dall'appropriato titolo "September / Regret". Potremmo essere più twee di così?
Google Translate mi restituisce un ritornello improbabile, "ready to go in transparent September", carico di involontaria poesia che mi piace un sacco.