lunedì 30 settembre 2019

Indiepop Jukebox (ieri, 29 settembre)

Agacy - Give My Life Back

▶️ Adam Agace, già bassista dei nostri amati Hater, ha un interessante progetto solista chiamato Agacy che, almeno a giudicare dalle prime prove, sembra abbastanza differente dal suono della band di Malmö. Il singolo di debutto Give My Life Back, prodotto da Joakim Lindberg e con Andreas Pollak dei Kluster alla batteria, ha un incedere grandioso e magniloquente che mi ricorda un incrocio tra il primo Joel Alme e certi Shout Out Louds. Più in generale, l'ispirazione dichiarata di Agacy intende essere un "emotional post-punk", come si può intuire dal ritornello "if we fake it again, maybe love will kick in". Give My Life Back farà parte di un album intitolato The Space Between Our Lips, in uscita il prossimo 25 ottobre su Yellow Step Records, label curata dallo stesso Agace.




THE MEMORY FADES

▶️ Stephen Maughan è un veterano della scena indiepop: alla fine degli Anni Ottanta ha curato la fanzine This Almighty Pop! (poi diventata per un breve periodo anche una label), e in seguito ha dato vita a diverse band come Bulldozer Crash, Denver e Kosmonaut, pubblicando dischi per Sunday Records, Elefant, Matinée e molte altre (ho ripescato in rete alcune sue interviste, tutte molto interessanti per ricostruire una certa fase della nostra musica preferita, come questa oppure questa, e addirittura una in italiano, nel nostro caro vecchio Indiepop.it). Il talento e l'esperienza, quindi, non gli mancano, e lo dimostra anche nel suo più recente progetto solista The Memory Fades, con il quale ha da poco fatto uscire un ottimo EP dal titolo Space Pilot, contenente quattro nuove tracce. Si va dalla dichiarazione d'amore per The Jesus and Mary Chain (con Estella Rosa del Nah a fare da guest vocalist) a una canzone che potrebbe stare tranquillamente nel repertorio dei Teenage Fanclub, come Run Away, tutto scritto con grande eleganza.




The Fisherman and his Soul

▶️ Intanto l'altra metà dei Nah, quella residente in Germania, ovvero Sebastian Voss, porta avanti il suo progetto solista The Fisherman And His Soul, dove il carattere più twee della band lascia spazio anche ad altre direzioni e sperimentazioni. Il nuovo EP Disco///Voss raccoglie cinque tracce che mescolano chitarre jangling e arrangiamenti che mi fanno venire in mente in qualche modo gli Anni Ottanta. Per esempio, questa Criticize è un ottimo singolo danzereccio à la Orange Juice:




Beehive - Depressed & Distressed

▶️ Una drum machine ridotta all'osso che non si ferma mai, nemmeno tra un pezzo e l'altro, chitarre sporche, un basso ruvido e pesante in primo piano, una voce paranoica che rimbalza tra gli echi, atmosfere opprimenti e una rabbia che sembra dover esplodere da un momento all'altro: tutto questo sono i Beehive, nuova band che vede coinvolto Jake Sprecher (già parte di Terry Malts Smokescreens e Business Of Dreams: tutti nomi piuttosto cari a queste pagine) insieme al bassista Bud Armienti dei Shutups. A volte sembra di sentire un Jonathan Richman allucinato che presta la voce ai più scarni Suicide (You're So Fascinating), a volte il malessere si manifesta più diretto, aggressivo e punk, come nella disperata When Can I See You Again. Le sette canzoni dell'EP si potrebbero quasi riassumere nel titolo che le raccoglie: Depressed & Distressed.




The Wellington - It's So Fine

▶️ Non potrebbe essere una rubrica di questo jukebox senza una fuga in Indonesia, nazione capace di regalare all'indiepop sempre notevoli sorprese. L'ultima uscita di casa Guerrilla Records è un nuovo scintillante singolo dei The Wellington, formazione dalla scrittura cristallinaproveniente dalla città di Depok e in giro ormai da una quindicina d'anni (qui si può recuperare una datata biografia). Questa nuova It's So Fine è pura poesia byrdsiana. Dovrebbe far parte di un prossimo album, ma dato che le uscite dei Wellington arrivano sempre con il contagocce, non si sa bene quanto tempo toccherà aspettare. Accontentiamoci per ora di questa canzone trascinante e luminosa.




Lost Ships - All Of The Pieces EP

▶️ The Kites sono stati una piccola e abbastanza oscura band indiepop di Plymouth a cavallo tra Ottanta Novanta (la storia è raccontata in una esauriente intervista su Cloudberry Cake Proselytism). Dopo quasi trent'anni i componenti di quella formazione sono tornati a fare musica insieme con il nome di Lost Ships, e da quel che ho potuto sentire e confrontare hanno maturato un bel sound robusto, molto più influenzato da band come Teenage Fanclub e The La's rispetto alle origini. Dopo il buon EP Best Laid Plans, uscito la scorsa estate, ora c'è un nuovo singolo fuori, All Of The Pieces, pubblicato da Subjangle, straripante melodie contagiose e solari:




giovedì 26 settembre 2019

Walk slowly around each corner of our absent minds

Possible Humans - Everybody Split

A republic in the shape of a banana
King Crimson covering Nirvana
I guess that's my puddle in the sky
And I leave one glove behind

Mi stavo perdendo dentro i testi di Everybody Split, il disco d'esordio dei Possible Humans, ed era una lettura inspiegabilmente appagante, che assomigliava più a un lasciarsi andare alla deriva, di immagine in immagine, trasportati dalle fitte trame di chitarre e dai nonsensi. Era un po' come se quell'inafferrabile flusso di coscienza riflettesse la struttura stessa delle canzoni, il loro scorrere libero ma non scomposto, tra riff che emergono d'improvviso, acuti e taglienti, per poi dilatarsi, dileguarsi e mutare in altri colori.
La musica dei Possible Humans riesce a essere tanto jangling quanto psichedelica; sa avvicinarsi all'indiepop e sbandare sul post-punk; può mettere in mostra evidenti riferimenti come Clean, R.E.M. o Feelies (per esempio, nella nevrotica e magnifica The Thumps), ma anche abbandonarsi a esplorazioni quasi Television, come nei dodici minuti di Born Stoned, o rabbuiarsi alla Wire, come nella paranoica Nomenclature Airspace.
Everybody Split è proprio un disco per me: i Possible Humans fanno base a Melbourne, in formazione hanno Adam Hewitt, già chitarrista degli Stroppies, si definiscono dei "Total Control for sadsacks" e nonostante siano assieme dal 2012 sono arrivati soltanto ora al debutto. Inoltre, l'album è stato prodotto dall'ex Twerps e The Stevens Alex MacFarlane, che ne aveva anche curato la prima pubblicazione sulla sua label Hobbies Galore, mentre ora è stato ristampato in vinile dalla Trouble In Mind di Chicago.
All'ultima traccia, Meredith, il colpo di scena. Di colpo la narrazione si fa quasi lineare, le immagini si rapprendono in una scena plausibile: "I walked you home / I split to the bike path / Just for fear of being crushed / I worried about it too much". Davvero? Alla fine di questi fantastici e sconsiderati quaranta minuti, i Possible Humans decidono davvero di regalarci una fin troppo palese canzone d'amore?
Ovviamente manca il lieto fine: "I just wanna know you / Walk you a little further / But I gave up / And my loose tongue love dumb mouth won". Però la descrizione dell'impacciato protagonista che, nonostante tutto, mantiene viva la propria fiamma di speranza è resa senza filtri: "You'll come back and rescue me from / This whore of a town / Burn it to the ground". Ennesimo lampo di genio, proprio sull'orlo della conclusione, il disco sembra qui rivelare un carattere di circolarità, riallacciandosi alla canzone in apertura, Lung Of The City, un'istantanea tesa che racconta in qualche modo un rapporto di amore e odio con il luogo in cui si vive: "Resenting a home town is lazy, and leaving it doesn’t make you cool, however correct. It’s a relationship worth understanding, because maybe it doesn’t want to see you either".




martedì 24 settembre 2019

Première: The Procrastinators - "Wah Tah"

The Procrastinators - 'Wah Tah'
photo by Elisa Piatti

Stagioni intere passate a chiedersi perché qui in città non si muove mai nulla, a cercare qualcosa che ti dia un po' di scossa, e poi all'improvviso un messaggio, due righe, un nome nuovo: The Procrastinators. Si definiscono "una mefistofelica creatura bolognese che prende e mescola punk scuro, garage e post punk americano" e direi che si tratta di un autoritratto indovinato. Formazione essenziale, chitarra, basso e batteria, Paolo Cicconi, Paola Paganotto e Lorenzo Mazzilli sono insieme soltanto dall'anno scorso ma hanno già cominciato a farsi le ossa in giro, suonando con nomi del calibro di Warm Drag, Movie Star Junkies e Powersolo.
Ora sta per arrivare Wah Tah, l'EP di debutto pubblicato su cassetta dalla milanese Rocketman Records, sette tracce che "si divincolano tra disagi posturbani e contemplazioni fuorvianti sull'amore finito", ed è con grande piacere che lo presentiamo oggi qui, sulle vecchie pagine di polaroid. La cosa che colpisce subito di questo disco è la disinvoltura con cui riesce ad alternare momenti di rabbia e scazzo veloce (OK Day o il singolo White Hood ne sono un ottimo esempio), ad altri acidi e torbidi (l'asfissiante Mantra), ad altri ancora carichi di un nervosismo sensuale (Lady's Well, quasi Jon Spencer).
The Procrastinators presenteranno Wah Tah dal vivo con un imperdibile release party che si annuncia già infuocato al Freakout Club il prossimo 29 settembre, insieme a nunofyrbeeswax e Glitch Bitch.



White Hood (On His Head), il primo singolo tratto da Wah Tah, racconta un incontro/scontro immaginario con quello che i giornali di solito chiamano "sovranista" ("You hide behind your white priviledge") e il "white hood" è evidentemente quello del KKK.
La canzone è accompagnata da un video girato dalla stessa band in due punti cruciali per la Bologna di oggi: XM24 e il Parco Pasolini al Pilastro. Come sottolineano i Procrastinators, questi luoghi "rappresentano delle terre di confine, di creazione di una zona autonoma e volontaria, per questo scomoda e insopportabile, nel caso di XM24, di ghettizzazione forzata e voluta dalla politica per quanto riguarda il Pilastro".
Insomma, saranno pure dei "procrastinatori" e guarderanno sempre al domani, ma le idee chiare su cosa succede qui e ora direi che non mancano.

Ascolta tutto Wah Tah:



Uno speciale ringraziamento a Oh Dear Records!

lunedì 23 settembre 2019

How long you been gone

The reds, pinks and purples - anxiety art

Glenn Donaldson, autore dietro lo pseudonimo The Reds, Pinks And Purples definisce le canzoni contenute nel suo album d'esordio Anxiety Art (esordio per modo dire, come vedremo), soltanto delle "straight pop songs with not much of a filter". Credo sia una definizione fin troppo modesta. Al primo ascolto, mi ha subito fatto venire in mente una versione a bassa fedeltà di certi Magnetic Fields: la grazia autunnale delle melodie scavalca gli arrangiamenti da bedroom-pop, e l'ostinazione di una tersa malinconia pervade la scrittura, facendola brillare anche quando, in apparenza, si appoggia a pochi e misurati elementi.
Il comunicato di presentazione del disco, pubblicato dalla spagnola Pretty Olivia Records, spende subito tre nomi rilevanti: Sarah Records, The Go- Betweens e R.E.M. Penso si possa dire che è nella triangolazione di questi tre riferimenti (non a caso: uno britannico, uno australiano e uno statunitense), quasi fossero coordinate geografiche, che si localizza tutto il fascino di questa musica: un indiepop introverso, in cui si intravedono tracce nervose sotto pelle, ma comunque capace di catturare una luce semplice, un incanto dal carattere riservato che si può schiudere al momento opportuno.
"I wrote these songs in the Inner Richmond neighborhood of San Francisco. They came to me on walks around Golden Gate Park and shopping at Asian grocery stores on Clement Street. They are fiction and non-fiction", racconta Donaldson, che in maniera evidente sa come trattare queste istantanee suburbane dai colori pastello. L'esperienza non gli manca: ha fatto parte di Skygreen Leopards e Art Museums, ha collaborato con band come Woods e The Fresh And Onlys, due band il cui suono caldo in qualche modo è filtrato anche in questo nuovo album, e insieme a Chris Berry della Soft Abuse ha fondato l'etichetta Fruits & Flowers Records (dall'impertinente e adorabile motto "stupid music for smart people").
Reds, Pinks And Purples, però, sembra un progetto non solo solista ma anche più solitario, una ricca collezione di canzoni che suona come un diario stipato e aperto, piccole storie piene di indicazioni domestiche, domande che rimandano a un passato sfuggente, allusioni che non è possibile cogliere a pieno, luoghi carichi di memorie non nostre. La magia di Donaldson, e di quella sua voce calma e disillusa, sta proprio rendere così facile riconoscerle come familiari e vicine.
"Stress or bad times can drive people to make music or art. It's a relief for me to make things, so I called this record Anxiety Art."





mercoledì 18 settembre 2019

Are things falling together or falling apart?

SMALL CRUSH

Benedetta l'adolescenza pop, con i poster in cameretta, gli adesivi colorati di unicorni, cuori e gelati a riempire copertine e chitarre, le frasi profonde scritte a pennarello e costellate di arcobaleni, le lacrime allo specchio, le scoperte troppo veloci per essere ricordate, i buoni propositi velocemente da dimenticare e qualche ragazzo che non risponde mai e che, come sempre, capirà quanto di prezioso si è perso soltanto troppo tardi.
"Everything is confusing / I can never really know exactly what I want / It’s frustrating": se dai al tuo gruppo il nome di "piccola cotta" non puoi fare altro che disseminare il tuo album d'esordio di queste strofe schiette e adorabili e, alla faccia di ogni possibile cinismo, ribadire che esite un fragile momento nella tua vita in cui questa è tutta la poesia e significa tutto.
Gli Small Crush si tuffano senza esitare un secondo nell'età degli "I’m scared for what’s ahead" e dei "Sing me a song all night long about love", e io non ho nessuna intenzione di fargli qualche noiosa paternale e dirgli come potrebbe andare a finire. Se qualcuno è ancora così giovane e così pieno di speranze da mettersi alla ricerca di un "missing piece to what's making me so unhappy", io posso soltanto provare ammirazione e invidia. Anzi, io voglio proprio che queste canzoni mi facciano sentire la rincorsa e lo slancio di tutti i "There's nothing I'd rather do than sit and talk to you" del mondo, anche di tutti quelli che non abbiamo mai detto. Grazie al cielo, dentro a queste tredici canzoni, tutto ciò succede con una facilità e una freschezza non comuni.
Il promettente quartetto di Oakland, guidato da Logan Hammon e pubblicato da Asian Man Records, traduce in musica sentimenti puri scrivendo un indiepop che può ricordare, di volta in volta, certe atmosfere alla Frankie Cosmos, Radiator Hospital o Girlpool, ma lasciando intatta una naturalezza e una sincerità nell'approccio che di fronte all'ennesimo "I’m a mess, I’m a mess, I’m a mess!" non può che strapparmi un sorriso pieno d'affetto.



sabato 14 settembre 2019

It's a wounded world

MICK TROUBLE

Sarebbe troppo bello poter soltanto credere alla storia di Mick Trouble, quella che, per esempio, ancora accompagna il suo primo EP nella presentazione sul sito di Rough Trade: "for a brief time in 1981, Mick Trouble was on the verge of becoming The Band That Saves Britain". Il giovane cantautore prodigioso, "the cocky bastard son of Nick Lowe and Dan Treacy", le immancabili e acclamate John Peel session, la misteriosa scomparsa da un giorno all'altro, il leggendario disco mai uscito e poi per miracolo ritrovato. Ogni pezzetto della storia di Mick Trouble sembra ritagliato da uno dei mille aneddoti intorno all'età dell'oro del post-punk UK e alla nascita della scena indie che abbiamo letto e riletto ovunque.
Ma tutto questo collage è soltanto il frutto dell'amore di Jedediah Smith, newyorkese e contemporaneo, per quei suoni e quelle band che ancora oggi non hanno smesso di riempirci di meraviglia. Del resto, sono quasi tre lustri che Jed Smith ricorre sulle pagine di questo blog e su queste frequenze: che fosse con la sua sottovalutata band My Teenage Stride o con il suo più recente e formidabile progetto Jeanines, ho sempre trovato unica la sua capacità di scrivere canzoni ruvide e al tempo stesso emozionanti.
Tutto nacque da un "finto" (?) articolo di Wondering Sound che doveva raccontare "The Best Albums That Never Existed": Smith inventò dieci biografie e registrò altrettante canzoni dai generi più diversi, dal Northern Soul al synth-pop al goth (l'articolo, con una certa ironia, si recupera solo su Archive.org mentre la playlist è ancora viva su Soundcloud). Tra queste band, Mick Trouble rappresentava un po' l'alter-ego di Smith imbevuto di TV Personalities e fredda Londra a cavallo tra Settanta e Ottanta, senza dimenticare anche una punta di beffardo anti-tatcherismo. Ma si intuisce che non si tratta di un semplice pastiche, e Smith lo ribadisce in questa intervista a Vice: "I try not to go too broad because this is not satire or parody".
Smith ormai non si nasconde più di tanto nel travestimento vintage, e come dimostra in maniera splendida Here'sThe Mick Trouble LP, "l'atteso" album di debutto uscito per Emotional Response, è ancora possibile strappare una lacrima e un sorriso con questo indiepop impolverato e ormai a pezzi, appassionato e perdente, e ritrovare dentro quei tempi andati qualcosa dei nostri: it's a wounded world.






giovedì 12 settembre 2019

Living it for the moment - in ricordo di Daniel Johnston

Daniel Johnston

A Daniel Johnston sono arrivato tardi, come a tante altre cose nella vita. Lungo gli Anni Novanta incrociavi abbastanza spesso il suo nome accanto a quello di gente importante: Kurt Cobain, con la famosa t-shirt regalata da Everett True, gli Yo La Tengo (protagonisti di un memorabile live al telefono), i Teenage Fanclub, i Sonic Youth, i Butthole Surfers… anche se da qui non appariva subito chiaro perché. Daniel Johnston era un’entità che richiedeva tempo e conoscenza per manifestarsi. Scoprivi che c’era sempre altro, c’era sempre un prima più nascosto. Ogni tanto qualche mensile dedicava a Johnston una retrospettiva: senza nulla da ascoltare, leggevi invariabilmente parole come "icona" o "leggenda", restavi a guardare questi suoi ritratti in bianco e nero e non capivi come potessero contenere, al tempo stesso, tanta costernazione e tanta sincerità. Gli occhi di Daniel Johnston si spalancavano ingenui su sentimenti e passioni che chiunque era abituato a sbirciare soltanto in maniera fugace, da una prudente distanza. Noi avremmo distolto subito lo sguardo, rifugiandoci in parole misurate per aggirare certi abissi penosi e certi slanci celestiali: quel ragazzo sorridente e impacciato, invece, ci si stava lanciando a capofitto.

Would you follow me anywhere
Are you entertained by deep despair?


Love, world, cry, hope, death, friends, give, feel, you, me… c’era tutto un vocabolario ricorrente che sembrava non poter essere più elementare. Eppure, appena prestavi davvero orecchio, ti strappava un singhiozzo all’istante. Mentre trattenevi le lacrime, vedevi Daniel Johnston usare quelle parole come mattoncini Duplo grossi e dai colori fin troppo sgargianti, ma con quelli era capace di costruire intere poesie.
A poco a poco, scoprivi che tutte le band che amavi avevano in repertorio una cover di Daniel Johnston (la prima che ricordo: Speeding Motorcycle dei Pastels, per non cominciare a citare tutti quelli che hanno rifatto True Love Will Find You In The End). Poi arrivò il peer-to-peer e nella foga di recuperare tutto ti ritrovavi con questi mp3 di una inconcepibile bassa fedeltà, e lì per lì non eri sicuro che fossero “le canzoni vere”. Suonava davvero a quella maniera, quel famoso Daniel Johnston?
Poi arrivò Fear Yourself, l’album del 2003 prodotto da Mark Linkous, l’uscita di Johnston più accessibile fino a quel momento. Nonostante alcune recensioni non apprezzassero la direzione data al disco dal cantante degli Sparklehorse, giudicato troppo invadente e colpevole di avere ammorbidito in maniera eccesiva la ruvida materia musicale di Johnston, io come tanti altri rimasi incantato (ma un incantato che deborda quasi nel trafitto) da quelle canzoni, da quel senso di intensa tragedia e altrettanto intensa gioia.

She's got me singing with a broken heart
I keep on messing with my mind torn apart
She's only forgotten we've been left in the dust
I guess my art didn't help very much


La questione della “mind torn part” era sempre presente (non è mai stato possibile parlare di Daniel Johnston senza parlare anche di depressione, schizofrenia, farmaci e malattia), e credo sia stata il vero motivo per cui decisi di non andare a vederlo dal vivo, quando venne in concerto a Bologna nel 2005 (un evento gratuito, all’aperto, prevedibilmente gremito all’inverosimile). Mi hanno raccontato dell’agonia di quell’uomo a tratti confuso sul palco, e per quanto il desiderio di poter dire “io c’ero” sia sempre forte in queste occasioni, oggi non ho particolari rimpianti.
Anche se non ho motivo per dubitare che lui volesse sinceramente essere lì a cantarci le sue canzoni, ho l’impressione che io invece avrei provato in anticipo, e proprio davanti a lui, quello che ho provato ieri notte alla notizia della sua morte. Quel senso irreparabile di smarrimento e amarezza, come se ti avessero portato via qualcosa di caro, però con quella punta di recondita consapevolezza (una pietosa consapevolezza) che quell’amore non fosse la cosa che alla fine gli avrebbe dato davvero la guarigione.
Nel mezzo, nell’incerto equilibrio, al di là di ogni ferita, di ogni melodia urlata e sgraziata, al di là di ogni pianto sui tasti del pianoforte, resta questa musica strappata ai nastri registrati nei garage, questa musica che suonava tutta di colpo, tutta in un momento, per un momento, sguaiata e fragile come la vita che cantava e canterà per sempre Daniel Johnston.

Goodbye semi-cruel world
You had it coming for so long
I’m leaving, but I’ll be coming back
I’m just a singer in a semi-famous song
Love, love, love
Love, love, love
Living it for the moment
Are you gonna smile or fall on your face?


(mp3) Daniel Johnston - Living It For The Moment

mercoledì 11 settembre 2019

Show me more

VIVIAN GIRLS

"polaroid - un blog alla radio" S19E01 @ NEU RADIO

Comet Gain – Mid8Ts
Girl Ray – Show Me More
The Umbrella Puzzles – As Simple As That
Vivian Girls – Something To Do
Blue Ocean – Summer Of Hands
Big Thief – Not
Hater – Four Tries Down
Sasami – Take Care
Attagirl – 九月 (September)

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Ascolta su: Apple Podcasts / Spotify / TuneIn / Mixcloud


giovedì 5 settembre 2019

Vanishing Twin in Italia!


The Age Of Immunology, il secondo album dei Vanishing Twin, uscito qualche mese fa, è stato uno dei dischi che più mi ha colpito (e che soprattutto mi ha fatto viaggiare su orbite cosmiche imprevedibili) tra le cose uscite quest'anno.
Ora, insieme al nuovo video di You Are Not An Island, l'iponotica suite di sette minuti che svetta al centro del disco, è arrivata la notizia che la band londinese, all'interno del suo prossimo lungo tour europeo, sarà in Italia per quattro date il prossimo mese di dicembre:

mercoledì 4 @ Biko, Milano
giovedì 5 @ Cinema Zenith, Perugia
venerdì 6 @ Astro Club, Pordenone
sabato 7 @ Covo Club, Bologna

Dopo tanti tour persi e tante band del cuore che arrivano in Europa ma non passano per il nostro Paese, finalmente una buona notizia!




mercoledì 4 settembre 2019

As simple as that

The Umbrella Puzzles

A blissful feeling, a sunkissed smile
I can’t find it, I’ve traveled miles


Ti accorgi che il giorno già si accorcia, e questo tramonto da cui si intravede la fine dell'estate chiede soltanto una canzone dei Lucksmiths per inondare la strada verso casa con la sua anacronistica malinconia. E poi parte As Simple As That, a firma The Umbrella Puzzles, con quelle chitarre scintillanti e una melodia che si posa lieve, quasi come questi ultimi raggi dorati tra le case, e la canzone regge alla perfezione la parte di colonna sonora di questo imbrunire.
The Umbrella Puzzles è l'ennesimo nome d'arte di Ryan Marquez, da Richmond, California, già incontrato negli Apple Orchard e negli Haircuts, entrambi usciti anche per la nostra Best Kept Secret, e più di recente nei Golden Teardrops. Ora pubblica questo nuovo amabile EP sotto la nuova denominazione, e suona tutto da solo.
L'apertura di Dusty Pages è un brillante omaggio ai Teenage Fanclub, mentre Somersault ciondola come certi Galaxie 500. Altre canzoni, come detto, mi fanno tornare in mente tantissimo le atmosfere del trio di Melbourne, e per questo non posso non amarle: vedi l'elenco di From A Camera, con le immancabili annotazioni meteorologiche, o la ballata in chiusura Footprints In Sand ("The breeze starts to calm / There’s no light, no sparks in the stars"). E anche se, in fondo, dentro questo tramonto svanisce un altro po' d'estate, assieme a questo disco i colori diventano meno amari.

The band plays,
They strike a chord all at once
All the feelings flow



lunedì 2 settembre 2019

"Ready to go in transparent September"

Atta Girl - September

Si chiamano proprio così, come una storica canzone degli Heavenly, ma gli Atta Girl vengono dall'altra parte del mondo, da Shenzen, in Cina. Di certo, gli Heavenly e tutta l'estetica Sarah Records l'hanno studiata a fondo e fatta propria, così come certe chitarre shoegaze che grondano malinconia. Con una ammirevole dose di understatement si definiscono "a band that creates listenable music in the bedroom, but pretty lame on stage", ma del resto stiamo parlando di indiepop nel 2019: poche cose sono altrettanto "lame".
Dopo il bell'album di un paio di anni fa, Everyone Loves You When You Were Still A Kid, pubblicato dall'ottima Boring Productions ("Worst name, worst label" è il motto!) il duo formato da Jovi e Li "back to the studio with their drum machine" e ha sfornato un nuovo 45 giri (e mi piace cominciare questo mese un 45 giri...) dall'appropriato titolo "September / Regret". Potremmo essere più twee di così?
Google Translate mi restituisce un ritornello improbabile, "ready to go in transparent September", carico di involontaria poesia che mi piace un sacco.