giovedì 17 ottobre 2019

I can still taste it on my lips

Stars On Fire - Songs For The Summer

In qualche luogo lontano da qui sta per arrivare l'estate. Può anche essere un bel pensiero da tenere a mente, mentre stretti nei nostri impermeabili ci aggiriamo tra le foglie che hanno cominciato ad ammucchiarsi a lato nella nostra via, e il cielo si fa buio ogni giorno più in fretta. Songs For The Summer è il titolo fuori tempo massimo del secondo EP per Stars On Fire, il progetto solista di Christoph Mark, californiano residente però a Seoul. Mark aveva fatto parte degli Ampersand, band che a cavallo tra Novanta e Duemila pubblicò un ottimo mini-album su Fantastic Records (recuperato soltanto ora, suona ancora freschissimo). Questi suoi nuovi Stars On Fire si definiscono "scrappy jangle pop for people with short attention spans", ma in realtà possono essere molto di più. Se le canzoni del precedente Blue Skies Above (uscito appena a giugno) costituiscono un'indicazione, nella musica degli Stars On Fire puoi trovare una certa vena dolente shoegaze, ma anche il piacere di abbandonarsi ogni tanto a un po' di irruente rumore. C'è un continuo oscillare tra le melodie più delicate, cariche di nostalgia, e un'asprezza austera, che sembra quasi non voler concedere nulla all'ascoltatore. Forse non è un caso che il primo singolo dal nuovo EP si intitoli Salty Kiss. Suona meravigliosamente, come se gli Yo La Tengo si mettessero a fare cover dei Field Mice, e nella sua dolce pigrizia irrequieta mi fa davvero pensare alle canzoni per un'estate lontano da qui.

mercoledì 16 ottobre 2019

Embracing that obsolescence (Ode to joy)

Popular culture no longer applies to me

Ieri sera in treno ero seduto accanto a una ragazza con una felpa dei Nirvana, una di quelle felpe standard che si comprano da H&M. Stava mangiando caldarroste da un sacchetto di carta e ascoltava musica con gli earpods. Ho sbirciato il suo telefono, c’era una playlist di Mamhood su YouTube. Mamhood fa quel genere di canzoni che non mi dicono assolutamente nulla ma che, tutto sommato, sono contento i ragazzini o i miei figli ascoltino. È roba per loro, ha una sua dignità, e mi sembra meglio di J-Ax, Baby K o Fedez.
Per dirti quanto sono sfasato e fuori dal tempo, però, il mio cervello ha registrato il trascurabile particolare delle castagne come “sta ancora mangiando caldarroste”. E mi sono accorto che in quell’ancora lasciato lì un po' sovrappensiero non stavo credendo fosse già autunno per davvero. A causa di qualche lapsus, da qualche parte nella mia testa sul treno si era formato il pensiero “ma dove avrà trovato castagne così avanti?”. Come se questo ottobre e le caldarroste fossero la sproporzionata estensione di un ottobre passato e insolitamente prolungato, sconfinato al di sopra di un’inverno, di una primavera e di un’altra estate, ma in qualche modo del tutto plausibile.
Un po’ confuso da questo vago momento Ubik dei miei pensieri, mi sono ripreso e sono ritornato al presente, mettendomi a leggere la newsletter di Darren Hemmings “Motive Unknown”, preziosa come sempre. Proprio alla fine, tra gli ultimi link, c’era il titolo “I Introduced the Term 'Dad-Rock' to the World. I Have Regrets.”, che prevedibilmente ho trovato irresistibile e che ho aperto subito. Portava a un articolo di Rob Mitchum (firma storica di Pitchfork, Paste, SPIN e Chicago Tribune) apparso ieri su su Esquire. Mitchum tornava sopra una sua vecchia recensione di Sky Blue Sky dei Wilco, datata 2007, in cui aveva usato l’etichetta “dad-rock” con un tono abbastanza negativo, contribuendo a diffondere un modo di dire spesso piuttosto sprezzante.
Da quei giorni, dall’epoca d’oro di band come National, Bon Iver, Fleet Foxes o Arcade Fire, in cui era possibile distinguere cosa fosse Dad-Rock e cosa no, è passata molta acqua sotto i ponti, e Mitchum (che non ha inventato l’espressione “dad-rock”) oggi è padre, e vuole farci sapere di considerare con un certo rammarico quella sua presa di posizione critica. Sente di essere stato forse troppo severo, di essersi lasciato prendere la mano, e arriva anche a scrivere “I also feel guilty whenever Tweedy, once one of my favorite songwriters, talks about his distaste for the term”.
Ma la cosa che mi ha colpito di più in quel pezzo è il penultimo paragrafo, il “bridge” che porta al finale, ovviamente lieto e riappacificatore. Un paragrafo che parla di un altro tempo:
But I’m embracing that obsolescence. I’m the same age now as when Tweedy put out Sky Blue Sky, and just as 28-year-old me didn’t connect with a 40-year-old’s songs about aging, marriage, and parenthood, I’m sure Pitchfork readers today don’t want music opinions from a father-of-two who often goes to bed at nine. Dad style as fashion might be a passing, ironic trend, but dad-rock as a frame of mind, an inverse of the youth-chasing mid-life crisis, might just be good mental health. It’s exhausting to stay on the bleeding edge of what’s cool; it’s liberating to know what you like, and to find joy in it during those increasingly scarce moments of free time, or when you’re dealing with the stress of caring for the little humans you made.
E qui ci troviamo di fronte a quello che potremmo definire un “reverse Reynolds”, un gesto atletico molto più difficile e faticoso di quanto si possa immaginare. Se eseguito con accuratezza, collocherà l’autore che lo realizza in una condizione diametralmente opposta, del tutto speculare, a quella di chi invece ritiene necessario che l’analisi dei singolari fenomeni culturali che avvengono intorno alla musica debba procedere costantemente in avanti, sempre alla ricerca di nuovi segni e di una nuova attualità da decifrare. Con Mitchum, invece, siamo alla fuga di fronte a un “what’s cool” letteralmente sanguinante.
“Abbracciare l’obsolescenza” sembra essere un’arte che la Generazione X ha imparato a praticare con paziente e incantevole raffinatezza: si può dire che sia nata per quello. Non abbastanza vecchia per permettersi di ignorare o addirittura biasimare il cambiamento, e non abbastanza dinamica per riuscire a goderne fino in fondo. “Abbracciare l’obsolescenza” come si abbraccia una boa in mezzo alla burrasca (e magari non hai nemmeno provato a vedere se qui si tocca). “Abbracciare l’obsolescenza” è una cosa che, in realtà, da amante dell’indiepop, ho imparato a frequentare ben prima dell’età del Dad-Rock. Nelle scene minime e pretenziose, nell'esasperazione dell'effimero e del fragile, una posa al tempo stesso compiaciuta ma anche consapevole, sono passate e hanno prosperato inosservate le stagioni più twee. Se vuoi, c’è sempre un prima a cui rimandare, e trovi sempre qualcuno che ti spiega che “una volta era meglio”.
Come Mitchum è sicuro che “Pitchfork readers today don’t want music opinions from a father-of-two who often goes to bed at nine”, così noi da sempre siamo stati del tutto certi che ben pochi avevano voglia di perdere tempo (e men che meno di ballare) con dischi che arrivavano da etichette che potevano proclamare con sommo candore “Music Is My Girlfriend” oppure “Happy Happy Birthday To Me”. E questo, forse, ci ha difeso e protetto da quel "contrario della crisi di mezza età che rincorre la gioventù", in fin dei conti superfluo. E questo, forse, è stato un po’ il mio momento caldarroste-con-lapsus sul treno ormai arrivato a Bologna: l’indiepop è sempre stato un po’ il Dad Rock di sé stesso, sfasato in una crisi di mezza età perenne che scavalca mesi e stagioni, senza bisogno di nessun “youth-chasing”, perché nel suo essere costantemente un po’ obsoleto e fuori dal tempo continua a trovare tutta la "youthfulness" di cui ha bisogno.
Al mio ritorno a casa, nella cassetta della posta c'era ad aspettarmi il pacchetto dell'ultimo crowd-funding di Eddie Argos: con meravigliosa puntualità, la maglietta “Popular culture no longer applies to me” era finalmente mia.




venerdì 11 ottobre 2019

Cherry bomb!

A Certain Smile - Bae

Un consiglio a tutti quelli che, come me, soffrono la mancanza di certe chitarre e melodie alla Pains Of Being Pure At Heart (e soprattutto dei Pains epoca primi sorprendenti singoli): gli A Certain Smile hanno fatto uscire un nuovo sette pollici e sono pronti a consolare i nostri cuori. Del resto, con il nome che si sono scelti e che omaggia così apertamente i Rocketship direi che si sono già conquistati tutte le nostre simpatie.
Dopo il primo e notevole album di un paio di anni fa, il self-released Fits & Starts, arrivano ora tre canzoni raccolte sotto il titolo di Bae EP e targate Jigsaw Records, e davvero non sbagliano un colpo. La band di Portland (ma originaria di Philadelphia) ha ormai messo a punto la sua formula fuzzy pop che mescola dolcezza e rumore nella giusta misura, e nella sentimentale B Side mostrano anche di saper maneggiare atmosfere più acustiche e Field Mice. Questo singolo anticipa un prossimo album a quanto pare in dirittura d'arrivo e alza parecchio le nostre aspettative.








martedì 8 ottobre 2019

“I think we could do it if we tried”

polaroid - un blog alla radio

"polaroid - un blog alla radio" S19E02 @ NEU RADIO

Daniel Johnston – Living It For The Moment
Versing – Tethered
Mick Trouble – Pity For A Pale Boy
Allah-Las – Prazer Em Te Conhecer
The Wellington – It’s So Fine
Locate S,1 – Owe It 2 The Girls
Real Beauties – Brown Eyes
Special Friend – Before
Clairo – Sofia

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lunedì 7 ottobre 2019

Approaching Perfection: A Tribute To DC Berman

Approaching Perfection: A Tribute To David Cloud Berman

Sono passati appena un paio di mesi da quando David Berman purtroppo ci ha lasciato, ma sono bastati per mettere assieme una prima compilation di ben trentacinque band che gli rendono omaggio. Credo sia un segno di quanto la sua scomparsa sia stata dolorosa e devastante, e immagino vedremo altre iniziative del genere nel prossimo futuro.
Approaching Perfection: A Tribute To DC Berman non è un disco ma un semplice streaming su Soundcloud, ed è stato promosso dal sito francese Section 26, che così lo presenta:
We know it too well: the appreciation of music is always subjective… And so is its reinterpretation. Just like a composite picture, these covers as a whole have profoundly changed the way we will now listen to David Berman’s songs. The performers have shown us other aspects of the musician, their own aspects, which we hadn’t even thought about. Behind each song, we can hear the voice of the artist covering it. But also, implicitly, that of the poet, reaching us differently.
In scaletta, fra gli altri, nomi del calibro di Dean Wareham (Galaxie 500, Luna), Adam Green, Pete Astor (The Loft), Robert Scott (The Bats), Jad Fair e Jeffrey Lewis, ma anche altre band care a queste pagine come Elva (Allo Darlin'), Wendy Darlings, Kyle Forster (Crystal Stilts, e ospite anche nell'ultima fatica discografica di Berman), Business Of Dreams, Jeremy Jay, The Reds, Pinks & Purples e David West (Rat Columns).
Ognuna di queste voci di fronte al non semplice compito di interpretare una canzone dei Silver Jews o dei Purple Mountains (o addirittura qualche  poesia), chi restando più fedele e chi facendola, invece, del tutto propria, credo sia riuscita soprattutto a mostrare moltissimo amore per l'opera di Berman, e tutte insieme rendono questa raccolta una bellissima e commovente testimonianza.





venerdì 4 ottobre 2019

Where can you put yourself that makes sense

Frankie Cosmos - Close It Quietly

Come l’autunno di poche parole torna ancora una volta a insinuarsi, con un sussulto, tra questo pomeriggio in cui sembrava si potesse continuare a stare fuori in maglietta e la pedalata controvento del brusco imbrunire, in mezzo alle foglie che spazzano la strada e sotto le prime gocce che cominciano a cadere, così anche Frankie Cosmos lascia che tra gli aggraziati versi del suo ultimo album Close It Quietly filtrino brividi, angoli cupi e umidi, un freddo già presagito, un senso della fine, però naturale, quotidiano, un ordinario passaggio di stagione.
Dall’apertura apocalittica di “The world is crumbling and I don't have much to say / We say goodbye” (Moonsea), passando per la schietta ammissione “I wanna stop being in this life” (Self-Destruct), fino ad arrivare alla conclusiva This Swirling che, dopo avere constatato come “just standing here seems like a good start for me to cry”, si abbandona a un funereo scioglilingua: “I will die trying / I will die crying / I will cry dying / I will try crying / I will cry trying”.
Close It Quietly è il quarto album in studio di Frankie Cosmos, dopo la lunga e prolifica gavetta DIY su Bandcamp, e Greta Kline può contare ormai su una band stabile, nonché su una label di peso come la Sub Pop, e a questo lavoro si aggiunge anche la produzione di Gabe Wax (già al fianco di War On Drugs, Beirut, Fleet Foxes, fra gli altri). La consistenza e la confidenza della sua scrittura si sono rafforzate anno dopo anno: per quel che può valere un certo dato statistico, dai tempi di Zentropy del 2015 il minutaggio è raddoppiato, e così anche il numero delle tracce. Ma non è soltanto questione di quantità. Ccon molto disincanto 41st si domanda infatti: “Does anyone wanna hear the 40 songs I wrote this year?”. È una qualità oggi ancora più acuta, che conosce e quasi insegue la propria fragilità. E una voce che si mette di continuo in discussione.
La poesia di Greta Kline è un gioco sempre più sottile di equilibri tra l’attenta osservazione di ciò che la circonda (“Your windows glisten yellow in the sunset / I got teary looking at the sky again”), e la scrupolosa analisi di quello che succede al proprio cuore e ai propri pensieri: “I do not know what I am for / I wasn't really keeping score / It wasn't really a game / Flowers don't grow in an organized way / Why should I?”.
Di fronte alla musica di Frankie Cosmos, da tempo non ho alcun interesse a inventare giudizi o a far finta di avere un’opinione obiettiva da argomentare. La più sciocca recensione di questo ultimo lavoro che ho visto in giro diceva “[it] doesn’t sound particularly exciting or new, but it certainly succeeds at its intentions – it’s a triumphant album for people that find catharsis in indie pop’s niceness”. Se tieni in considerazione soltanto il grado di “novità” di un disco, e se scambi quello che Frankie Cosmos racconta per “niceness”, puoi passare oltre e impiegare meglio questi quaranta minuti della tua vita. Se invece trovi interessante, vorrei dire fecondo, lasciarti trasportare dall’incanto di piccole e continue illuminazioni (“love is a miracle / cause life's a dream”), allora in questo album potresti scoprire davvero molto.



mercoledì 2 ottobre 2019

Première: Pictish Trail - "Slow Memories"

Pictish Trail 63 - Credit - Stephanie Gibson + Styled by I’ll Be Your Mirror
photo by: Stephanie Gibson

Johnny Lynch, in arte Pictish Trail, nel corso degli anni è arrivato a mettere a punto un'idea di musica che, da un lato, colpisce per la coerenza e la precisione e, dall'altro, continua a regalare meraviglia. In qualche modo, sai benissimo quale accurata e raffinata mescolanza di folk acustico e innesti sintetici ti potrai aspettare da lui, quale nuova, imprevedibile e psichedelica combinazione di Grandaddy e Belle and Sebastian (due band con cui Lynch ha condiviso palchi e tour) riuscirà a inventare. Eppure, ogni volta le canzoni di Pictish Trail riescono a stupirti e a portarti altrove. Così è stato per i suoi primi tre album, e in particolare per l'ultimo Future Echoes (prodotto da Adem!), del 2016, che l'anno successivo si conquistò il voto popolare come Scottish Album Of The Year.
Oggi Pictish Trail presenta per la prima volta un'anticipazione dal suo quarto lavoro, Thumb World, in arrivo su Fire Records il prossimo 21 febbraio 2020. Qui sotto trovate il video del nuovo singolo Slow Memories, una delicata ballata che tocca uno dei temi intorno a cui si muove l'album: "i pollici opponibili sono quello che ci distingue dalla maggior parte degli animali sulla Terra", spiega Lynch, "e sono anche ciò che usiamo per scorrere sugli schermi, per separarci dalle nostre vite normali, cosa che a sua volta ci intrappola in una realtà artificiale".



La regia del video è a cura di Davey Ferguson, aka Swatpaz, noto per la serie Turbo Fantasy e per avere firmato un intero episodio del cartone di culto Adventure Time. Durante la scrittura e la registrazione di Thumb World, Lynch aveva inviato a Ferguson alcune bozze di canzoni, e Ferguson aveva immaginato il mondo del disco come una specie di videogioco onirico Anni Ottanta. Alla fine, alcune tracce dell'album sono state proprio ispirate dai visual di Swatpaz.
"Il video di Slow Memories racconta la storia di un pollice che lotta per tornare in contatto con gli alieni che lo hanno visitato in passato", spiega lo stesso Ferguson. "Ho preso la bellissima e inquietante traccia di Johnny, insieme a una sua nota sul desiderio di essere rapito dagli alieni come metafora per arrendersi all'ignoto nel tentativo di sfuggire la vita domestica. Ho cercato di creare un piccolo film che fosse al tempo stesso trionfante e triste, e magari leggermente meno sciocco dei miei precedenti cartoni".