mercoledì 17 luglio 2019

I'm almost happy all the time

 Seablite - Grass Stains And Novocaine

Non so perché gli Anni Novanta continuino a esercitare tutto questo fascino su di me. O meglio: lo so, ma non ho nessuna intenzione di analizzarlo troppo, per poi scoprire che si tratta di motivi sbagliati o deboli. Quella parentesi tra le epoche che mi è capitato di attraversare, vissuta da qualcuno come un crepuscolo e che altri, invece, hanno spiegato come un’alba, è stata capace di generare un’atmosfera così peculiare, una specie di fantasma di cultura così libero e sconclusionato, una vacanza dal senso della storia (e che quindi, come ogni vacanza, si reggeva in buona parte sopra un’illusione) che un angolo del mio cuore, ancora oggi, non vuole abbandonarla.
E mi rendo conto che la stessa idea di “Anni Novanta” suona posticcia, un’etichetta convenzionale che qualcuno malinconico quanto me ha dovuto inventare: il 1992 non era per nulla simile al 1998, tanto per dire. Eppure visti anche solo pochi istanti dopo il salto nel nuovo millennio apparivano entrambi come le stesse facce di un monolite indistruttibile, fatto di irragionevole ottimismo, post-moderno 1.0 applicato al markting e incomprensibili colori sgargianti. Già da quella agitata terra di mezzo tra i primi Strokes e l’âge d’or di Myspace, per fare un esempio, tutto quanto era successo appena una manciata di Classifiche Dei Dischi Di Fine Anno prima sembrava lontanissimo, fissato per sempre e per sempre irraggiungibile. “I still think 1990 was ten years ago”.
Ultimamente ho ripensato a quel nebuloso concetto di “Anni Novanta”, senza peraltro concludere granché, guardando e riguardando la semplice copertina del disco dei Seablite. Mentre la puntina girava sul vinile, mi sono accorto di avere pensato “wow, che copertina So Nineties, bella!”. Ma poi mi sono reso conto che non avrei saputo spiegarla meglio. D’accordo, c’erano quegli strati di rosa e fucsia saturi, sovrapposti e fuori fuoco in un evidente effetto-omaggio Loveless; c’era quel font che avrei usato io ai tempi del Corel Draw; c’erano le facce dei musicisti tutte mosse e offuscate (oh, quella maglietta a righe), quasi a dire “siamo qui ma anche un po’ no”. Non avrei saputo puntare il dito, però, su che cosa esattamente “mi faceva Anni Novanta”. Eppure quella copertina, così poco appariscente ed elusiva, mi appagava e trovavo che in qualche modo si adattasse alla perfezione alla musica che racchiudeva.
Grass Stains And Novocaine è un album che, come pochi altri, si colloca a un crocevia di stili e influenze, tutte perfettamente riconoscibili e individuabili, è vero, arrivando però a conquistare una sintesi personale, viva e di notevole impatto. È un album che riesce a fare della coesione il suo punto di forza senza mai suonare ripetitivo, trovando di continuo nuove modulazioni a un indiepop rumoroso e irruente. C’è molta energia in queste undici canzoni: quelle che mi piacciono di più (Lollipop Crush, I Talk To Frogs o l’apertura esultante di Won’t You) sembrano innestare la spensieratezza delle All Girl Summer Fun Band con i bianchi e neri lugubri di certi Veronica Falls. Un gioco di contrasti che mescola di continuo le carte in tavola, e non sai decidere se sono le melodie travolgenti a prendere il sopravvento sui testi cupi, o viceversa (il meravoiglioso singolo Heart Mountain). Chitarre grondanti fuzz, feedback lancinanti, cori che si inseguono a perdifiato tra gli echi. A volte si sconfina nello shoegaze (Vacuum Chamber), molte recensioni citano anche Lush, Ride e Pale Saints, mentre in altri momenti è il loro carattere più jangling a mettersi in luce, e io davvero non so da che parte prendere questo album. Suona magnificamente dall’inizio alla fine, e poi di nuovo in loop.
La conclusione è tanto semplice e scontata quanto categorica: i Seablite, quartetto “odd pop” di San Francisco, che ci aveva regalato un ottimo EP un paio di anni fa e che, tra l’altro, vede in formazione anche Jen Mundy, già nelle ottime Wax Idols, mettono a segno con Grass Stains And Novocaine uno degli esordi indiepop dell’anno, di quelli che mi fanno tornare l'ottimismo per questo piccolo e trascurabile genere musicale, e che conferma anche il momento super positivo della Emotional Response Records.



lunedì 15 luglio 2019

Carousel society

Honey Radar -  Ruby Puff Of Dust

Pare che il destino di Jason Henn sia quello di venire paragonato a Robert Pollard per tutta la carriera. Ma in effetti, se i Guided By Voices fossero vissuti all’epoca dei Kinks e degli Zombies, viene il sospetto che probabilmente avrebbero fatto uscire dischi non troppo lontani da quelli degli Honey Radar, bizzarra e iperprolifica entità musicale attiva da oltre una decina d'anni e che negli ultimi tempi gravita intorno alla galassia della label di culto What's Your Rupture.
Gli Honey Radar fanno base a Philadelphia, una volta hanno fatto irruzione in una college radio solo per rendere omaggio a Robert Quine, e sostanzialmente sono la creatura di Jason Henn, il quale, un po’ come Robert Pollard, appunto, ha pubblicato nelle maniere più disparate una quantità di dischi autoprodotti che è quasi impossibile da calcolare. Basta farsi un giro su www.honeyradar.com per rendersi conto del suo catalogo sterminato e ascoltare alcune delle produzioni più a bassa fedeltà che vi capitarà mai di incontrare.
Ora è uscito un nuovo album, si intitola Ruby Puff Of Dust, il secondo per la What's Your Rupture, e forse è tra le cose più pop e, per così dire, “stabili” che gli Honey Radar abbiano mai realizzato: le canzoni hanno ancora l’aspetto di veloci appunti, non superano quasi mai il minuto e mezzo, e spesso fondono (o fanno scontrare) registrazioni diverse. I ritmi sono spesso blandi, la grana del suono è quasi sempre opaca, e la voce arriva da un'altra stanza o forse da un sogno. Nei loro momenti più languidi queste canzoni mi ricordano anche quello che fanno, sull'altra costa, i Tomorrows Tulips, ma mentre la musica della band californiana è pigramente stesa al sole, quella degli Honey Radar si sta facendo un formidabile trip nello scantinato insieme agli amici. Il risultato è comunque un fantastico pop psichedelico narcolettico e intossicato, imprevedibile e ricco di idee.



giovedì 11 luglio 2019

Oh fuck, there goes my fucking head again

Porridge Radio

Oggi era una giornata da post-punk fitto e on repeat, e con una insolita e notevole dose di fortuna mi sono imbattuto nell'ultimo singolo dei Porridge Radio, che pure è uscito già da un paio di mesi: innamoramento tardivo ma istantaneo. In realtà, come spesso succede, sono andato a cercare tra i miei archivi e ho realizzato che il nome mi era già familiare. Lo avevo intravisto per la prima volta nella ottimistica compilation della No Dice del 2016, poi c'erano stati vari singoli (di cui curiosamente uno natalizio), alcune date insieme a Evans The Death a cui avrei dovuto prestare più attenzione, un appunto dell'infallibile Stefano "Barto" Bartolotta, e soprattutto un album del 2016, Rice, Pasta and Other Fillers, che davvero non capisco come abbia fatto a non finire nella mia Top10 di fine anno. Riascoltato a lungo oggi, mi ha steso per la maniera del tutto naturale in cui tiene assieme post-punk ruvido tra Raincoats e Slits, dissolvenze indiepop Marine Girls, un cantautorato che si dichiara ispirato a Cat Power e che, in mezzo a testi belli taglienti, è capace di sfoderare anche una solidissima cover di Walking The Cow di Daniel Johnston.
Insomma, tutto questo per dire che queste due nuove canzoni della band di Brighton uscite per Memorials Of Distinction, Give/Take e Don't Ask Me Twice, mi hanno esaltato e non poco. Mostrano che la band sta crescendo e si sta muovendo verso un post-punk più robusto e trascinante (vedi questo ritornello "Oh I don’t know what I want / But I know what I want" con il coro che che cresce e cresce), mentre il loro carattere spontaneamente dark sta trovando nuovi mezzi espressivi (sembra solo a me che potrebbero diventare i nuovi Veronica Falls nel nostro cuore?). In attesa di un secondo album, alziamo le aspettative ascoltando queste due tracce:



mercoledì 10 luglio 2019

I'm sorry that you had to see me like that


Quando piangi e chiedi anche scusa: non volevi creare imbarazzo a nessuno. Quando hai voglia di passare del tempo insieme a qualcuno e ti senti rispondere "certo, tanto non avevo di meglio da fare". Quando resti vicino a chi ti ha spezzato il cuore con uno sguardo appena, un distratto e incurante sguardo. E forse resti perché speri di coprire quei ricordi con altri meno complicati da gestire, e non perché davvero credi che qualcosa possa cambiare per te. "I’ve won over your mother, darling / And I’ve won over your sister too / And I won over your father, darling / And I still don’t feel worthy of you". Quando sei lì che guardi allo specchio quel tuo corpo nudo, mentre di là nella stanza ti aspetta la tua ultima pessima idea. Quel corpo che non vede l'ora di regalare tutta la devozione di cui è capace: eppure "my body holds me like a prison".
C'è un groviglio di sentimenti in conflitto dentro il nuovo disco di Palehound che mi lascia un po' smarrito. Ci sono racconti "a cuore aperto" di una grande amicizia, più forte di qualsiasi altro sentimento, ma ci sono anche strofe che rivelano un dolore portato avanti proprio come una storia d'amore. Black Friday è un disco che non nasconde le proprie contraddizioni, le ossessioni e i compromessi: anzi, insegue e utilizza tutto questo per liberarsi, per affrontare la verità. Non è sempre piacevole (del resto, non siamo sempre "piacevoli" e coerenti nemmeno noi), e la maniera che trovano queste tredici canzoni per descrivere il proprio mondo mi colpisce per la disarmante semplicità: affine a quella di altre band che amo, come Frankie Cosmos o Girlpool, ma qui colorata di un'accettazione quasi "sacrificale" dei contrasti in cui viviamo.
Il progetto di Ellen Kempner, giunto al terzo album e passato dal classico bedroom pop a una formazione in trio, è capace di suonare un indie rock molto consapevole e infuso di uno spirito Nineties ormai del tutto contemporaneo (il singolo Aaron, oppure Urban Drip, giusto per citare due dei miei titoli preferiti). Ma forse è nelle ballate che raggiunge la più efficace drammaticità, come in Worthy o nella title track: "you’re Black Friday and I’m going to the mall". Un disco intricato che sotto l'apparenza indiepop intreccia una complessità emotiva che richiede (e merita) un ascolto approfondito.






martedì 2 luglio 2019

You only want me when you can't have me

TENNIS CLUB - PINK

Una canzone che sembra uscire da una radiolina dentro un film Anni Sessanta, magari una radiolina che suona in un bar di surfisti. In una scena balneare e piena di luce gli occhi di lui incrociano, ovviamente da lontano, gli occhi di lei. La canzone dice “You only want me when you can't have me”, che già di suo è un mezzo manifesto indiepop, e la canta un gruppo chiamato Tennis Club.
Particolare curioso: i Tennis Club non potrebbero trovarsi più lontani da qualunque cosa riguardi il surf, dato che provengono da Joplin, Missouri, nel cuore degli Stati Uniti, letteralmente a metà strada tra le due coste. Eppure, hanno appena pubblicato un adorabile album di canzonette da spiaggia, tra bassa fedeltà e viscerale amore per i Beach Boys. In mezzo a quell'immaginario Kodachrome, trovano posto anche ritornelli scanzonati che sembrano arrivare dalle All Girl Summer Fun Band e chitarre polverose che mi hanno fatto tornare in mente i Babies.
Avevamo già conosciuto i Tennis Club un paio di anni fa con un EP su Spirit Goth Records, un po’ più garage e sgangherato, ma con questa nuova uscita sembrano avere scelto di immergere la loro musica in atmosfere dalle tinte pastello. L’album, non a caso, si intitola Pink ed esce per la nostra cara etichetta di Madrid Elefant Records (scelta quanto mai appropriata se si considerano pezzi come Pink Sweater! Pink Shoes! oppure Mexico City (Rich Girls), cantata pure in spagnolo).
Tra racconti di poliziotti fantasma che ti sequestrano l’erba e immancabili break-up songs adolescenziali, i Tennis Club non si fanno mancare storie un po’ assurde su birre bevute nei parcheggi, ragazze dagli occhi color champagne e sui discutibili passatempi che hanno luogo nei bagni delle discoteche. Il cantante e chitarrista Wilson Hernandez, insieme a Tehya Deardorff al basso e Sean O’Dell alla batteria, riesce a stipare dieci canzoni in dieciassette minuti (su uno strepitoso dieci pollici rosa!) e ci regala un fantastico disco da cantare sulla strada per il mare.




lunedì 1 luglio 2019

Language is a city (let me out!)

Vanishing Twin - The Age of Immunology

We need a language
That both of us speak
Gestures shared in the air
Between you and me

Qualcuno di voi forse ricorderà il nome di Cathy Lucas tra quelli dei componenti dei Fanfarlo, una delle migliori e più sorprendenti band indiepop dei primi Duemila, passata anche dalle nostre parti (al Mattatoio di Carpi uno dei concerti della vita, ma è un'altra storia). Negli anni successivi allo scioglimento dei Fanfarlo, Cathy Lucas si è poi orientata verso un canturato sofisticato e sperimentale, spesso virato verso l’elettronica, con il suo progetto solista Orlando. A mano a mano che le collaborazioni di Orlando si accumulavano, hanno preso forma i Vanishing Twin che, pur facendo base a Londra, alla fine vedono riuniti musicisti (ma anche film maker e artisti) provenienti da Belgio, Giappone, Francia e anche dall’Italia, rappresentata dalla batterista Valentina Magaletti, già al lavoro con Bat For Lashes e i Neon Neon di Gruff Rhys. Tutto questo, sottolineano varie recensioni, alla faccia della Brexit.
Il lavoro dei Vanishing Twin si muove su suoni dilatati e ovattati, nei quali è evidente l’influenza, della ricerca di Stereolab e Broadcast, con un linguaggio che ha fatto propria la lezione del Krautorck e della psichedelia, ma anche di certi languidi paesaggi cosmici alla Sun Ra, una sensualità cerebrale ed eterea, tra Nico e la più contemporanea Cate LeBon, e certe atmosfere degne di Ennio Morricone.

Right now, right now
All around you
The invisible world calls
Calls you closer to who you really are

The Age Of Immunology, il secondo album dei Vanishing Twin, prende il titolo da un saggio di David Napier del 2003, che cerca di spiegare come l’assunto medico che si possa sopravvivere soltanto eliminando e rigettando tutto ciò che è estraneo a noi, tutto ciò che “non è IO”, nell’era moderna si è diffuso dalla medicina all’intera società, con conseguenze catastrofiche per il mondo contemporaneo, tanto a livello politico che culturali. Ed è proprio assecondando questa suggestione che la musica dei Vanishing Twin, in qualche modo sospesa tra modernariato e magia, cerca di inglobare quante più soluzioni disparate possibili, sia sintetiche sia acustiche, con risultati affascinanti che a volte possono finire per sembrare quasi fantascientifici, come in Cryonic Suspension May Save Your Life o Planète Sauvage.
Non è un caso che il disco venga pubblicizzato con uno slogan che a qualcuno ricorderà all’istante un certo immaginario che aveva avuto grande fortuna negli Anni Novanta: “la colonna sonora ideale per le sale d’attesa di stazioni spaziali internazionali che devono ancora essere progettate e costruite”.
In mezzo a tutto questo, fluttuano assolute hit estive di qualche universo parallelo, come Language Is A City (come chiameranno certi suoni "tropicali" su altri pianeti?), oppure Magician’s Success, deliziosamente ottimista e utopica, quanto mai necessaria di questi tempi: "il rumore della speranza fa un gran chiasso nel mio cuore"!







venerdì 28 giugno 2019

I thought that you would’ve changed by now, I’m still the same anyhow

JEANINES - JEANINES

Non so da quanto tempo sto ascoltando questo disco. Finisce e ricomincia di continuo, e io non sono più sicuro se mi sto facendo trasportare, come si dice in questi casi, oppure se l’effetto è più simile a un lasciarsi attraversare. L’album d’esordio dei Jeanines ha questo potere su di me: le canzoni sono così brevi e continuano a susseguirsi così veloci che perdo di vista il senso del tempo. Non ho bisogno di ascoltare altro: nella loro concisione da un minuto e mezzo, nelle loro chitarre scarne e nelle melodie squillanti, dentro quei passaggi in minore, in quei semitoni dolenti e quei ritmi incalzanti, queste canzoni mi riempiono tutta la gioia che chiedo all’indiepop. È una concisione eloquente e accurata che mi appaga con una profondità che sorprende me per primo. Ho cercato di non pensare alle solite cose che si pensano ascoltando questo genere di dischi: è evidente che ci sono delle forme che arrivano dalle Talulah Gosh e dalle Marine Girls e scendono fino alle Liechtenstein, The Never Invited To Parties, Veronica Falls e Dum Dum Girls (non per niente esce su Slumberland). Ma quello che riescono a condensare Alicia Jeanine e Jed Smith (sì, proprio quello dei nostri cari My Teenage Stride e di Mick Trouble) all’interno di questa musica riesce ad andare oltre e a farmi dimenticare tutto. Ho cercato di concentrarmi su qualcosa di piccolo, i movimenti più insignificanti che erano capaci di accendere in me una tale euforia: le quattro note di basso alla fine del giro di Either Way, quelle che fanno ritornare la melodia al principio, l’atmosfera “sixites girl group” del coro di Where I Stand, il momento in cui la voce mette l’accento su “I am nothing” dentro In This House, l’ostinazione delle strofe di All The Same, il brivido che mi sfiora ogni volta che Is It Real ripete “I think I’ll write a story about the way that it feels”… Tutto questo è stato assemblato, pezzo dopo pezzo, da mani umane e in un punto preciso del tempo: eppure, ricominciando di continuo, mi sembra che ci sia qualcosa di più, l’intuizione di qualcosa di smisurato che però vive senza affanno e che passa proprio per queste costruzioni minime. Sono io oppure è questo disco a girare in circolo? Importa ancora saperlo, quando un suono trova in te tutta questa felicità?




mercoledì 26 giugno 2019

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (giugno 2019)

HENRY'S DRESS

"Musica Per AperiTweevi" VS Radio Raheem (2019/06/25)



01 - The Wendy Darlings - Always Late
02 - Neutrals - Half Shut Knife
03 - Pogy & Les Kefars - Girl
04 - Tennis Club - London
05 - Lorelei - Sometimes...
06 - Sea Pinks - Water Spirit
07 - Bdrmm - Heaven
08 - Sambassadeur - The Fall
09 - Comet Gain - Wait 'Til December
10 - Clever Square - Cringe
11 - Seablite - Time Is Weird
12 - Henry's Dress - Hey Allison
13 - Smokescreens - Staring At The Sun
14 - Heavenly - Hearts & Crosses
15 - Velocity Girl - Forgotten Favorite
16 - Jeanines - Either Way
17 - Baseball Gregg - Young
18 - Beach Youth - Bicycles

lunedì 24 giugno 2019

It's all been done before and I can do that

NEUTRALS - KEBAB DISCO

Un punk scozzese dai capelli ormai bianchi di un brizzolato distinto, emigrato a San Francisco, mette su una band con un paio di amici reduci da altre formazioni dell’underground californiano. Tra questi, c'è anche Phil Benson, bassista dei nostri cari Terry Malts, e quindi sono già parecchio incuriosito. Lui si chiama Allan McNaughton, suona la chitarra e canta con un accento che evoca subito vecchie cassette dalle copertine fotocopiate. Il terzo è il batterista Phil Lantz, complice di McNaughton dai tempi degli Airfix Kits. La band si chiama Neutrals e dopo un paio di ottimi demo ha pubblicato su Emotional Response lo schietto e dirompente debutto Kebab Disco. Un album che suona come un grandioso omaggio al suono dei Television Personalities e al lato più irruento dell'estetica C86.
Dentro il vinile dell'album (uno sfarzoso splatter arancione e nero) c'è una fanzine che arriva da un'altra epoca. E non solo per i testi delle canzoni: quelle storie di vite un po’ ai margini, nella Glasgow dei primi anni Novanta, ragazzi che non hanno ancora deciso se andare al college oppure vivere di sussidi e sotterfugi, amici che si imbucano alle feste e poi tutto finisce in rissa, case occupate, carriere artistiche fallimentari e notti ad alto contenuto di sostanze. C'è anche una pagina che racconta il presente, ricercando che cosa ha perduto San Francisco del proprio vecchio spirito, ma anche, e soprattutto, dei propri vecchi luoghi ("no more kebab disco, sticky floor karaoke drag bar", canta Food Court). Uno degli intervistati risponde: "I miss the general gritty feeling of SF [...], things started to feel strange and mall-like, when walking in certain neighborhoods".
Io credo che sia proprio per combattere il "mall feeling", che pervade tantissima musica contemporanea, che questo disco vuole essere "gritty" in tutte le maniere possibili, riuscendoci meravigliosamente. E tutto questo viene cantato senza alcuna nostalgia (per esempio, l'evocazione della culla della controcultura americana, in Hate The Summer Of Love, non potrebbe essere più amara): anzi prevale uno humour dal tono secco e beffardo, cosa che rende Kebab Disco ancora più divertente.
"Loved the sound of your guitar / It's been done better before", canta la canzone di apertura I Can Do That, una specie di manifesto delle velleità e della disillusione. Ma io sono convinto che su queste "guitars" sia molto utile ritornare ancora oggi.



venerdì 21 giugno 2019

Si scrive NEU, si pronuncia NOI, vuole dire NUOVA!

NEU RADIO FINALMENTE IN DIRETTA!

Lo so, mea culpa: quest'anno il podcast di "polaroid - un blog alla radio" è stato ai minimi storici, praticamente è stato una rubrica mensile. Paradossalmente, è stato anche l'anno in cui è diventato disponibile sul maggior numero di piattaforme: Apple Podcast, Spotify, Tune-IN, senza dimenticare il caro vecchio Mixcloud, i giri di "Apetitweevi" su Radio Raheem e le nuove pillole su SOLO.fm.
Ma "la radio" non è mai uscita dai miei pensieri, perché è una delle cose che mi piace più fare. Ci sono cresciuto, era il mio internet-prima-di-internet, ed è ancora un mezzo fantastico.
"Fare la radio" quest'anno, però, ha significato soprattutto pensare a cose diverse dallo stare davanti a un microfono la sera con due birrette e i miei cari 45 giri indiepop. Cose un po' più DIY e a volte meno divertenti, tipo cercare di capire quale server streaming affittare o come trovare una stanza da chiamare "studio".
Da un po' di tempo (un sacco di tempo, a essere onesti, più di quello che temevo), un gruppo di persone qui a Bologna stava lavorando per far nascere NEU RADIO, e finalmente oggi pomeriggio - proprio nel giorno della Festa della Musica, nei locali di Baumhaus faremo una festa per l'accensione della diretta!
Mettete tra i vostri preferiti il sito tutto nuovo www.neuradio.it per godervi lo streaming: ci si vede a banco!


NEU! - Hallogallo

mercoledì 19 giugno 2019

I feel like I’m running, and there's nothing but running

Clever Square - 'Clever Square' (Bronson Recordings - 2019)

Un po’ come decidere di tornare da Cesenatico a Bologna una domenica pomeriggio all'inizio ruggente dell’estate, allontanarsi dalla coda per l’autostrada, staccare il navigatore e scegliere di non seguire nemmeno la retta Via Emilia. Alle spalle la Riviera, tramonto scintillante incontro ai nostri sorridenti occhiali da sole, e perdersi lungo le strade della campagna, gli stradelli e gli infiniti rettilinei deserti del Midwest romagnolo. Tutta una teoria di nomi chiaramente inventati pochi istanti prima del nostro passaggio e dipinti su cartelli arrugginiti al solo scopo di confonderci: Bagnarola, Bagnile, La Cella, Casemurate… E poi campi a perdita d’occhio, sole argini campanili e filari: ipotesi distanti, noi andiamo avanti per di qua, allunghiamo ancora un po’. Il finestrino è abbassato, il braccio è di fuori, e se davvero questa è l’estate e tu la riconosci, allora ci vuole un disco con le chitarre.
Il disco che suona forte è il nuovo album dei Clever Square, il ritorno insperato dopo l’addio di quattro anni fa, un congedo amaro che chiudeva un precoce decennale di carriera. Non potrebbe esserci colonna sonora migliore per questo pomeriggio, per quest’aria e questa luce sulla pelle. Scherziamo dicendo che è indie rock di quello buono, sano, a chilometro zero, dato che Giacomo D’Attorre viene da qui dietro, Ravenna.
Non mi era capitato quasi mai di vedere e di seguire una band tanto da vicino, proprio nel momento in cui nasce e cresce, come è successo con i Clever Square (quante volte ti avrò raccontato della prima volta che vennero ospiti in radio e ancora non avevano l’età per guidare, andai a prenderli alla stazione, mangiammo una pizza sul mixer e poi fecero uno dei live unplugged che ricordo con più affetto). Non mi era capitato quasi mai, almeno dalle nostre parti, di fare così tanto il tifo per dei ragazzini su cui nessuno avrebbe scommesso una birra piccola. Guarda, sono passati quindici anni e senti come suonano oggi queste canzoni. Sono nuove, ma sono già tutta un’estate che riconosci benissimo. I Clever Square, un po’ come questa strada rovente che si ingarbuglia da sola in mezzo alla pianura libera, un po’ come noi che preferiamoci perderci ma trovare da soli il nostro viaggio, si sono persi anche loro cento volte, hanno sprecato fiato e benzina, eppure oggi, sulla strada per casa, li ritrovo ancora in cammino, ancora pronti a guardare e ad andare avanti. Velocità di crociera: Novanta fissi. Sento che sono in gran forma e forse per la prima volta non hanno nessuna timidezza a dirlo.
Questo nuovo album, pubblicato da Bronson Recordings, riesce allo stesso tempo a tornare sui loro sentieri più battuti, ma anche a prendere una traiettoria nuova, a indovinare quella prospettiva diversa che ci mette addosso dell’entusiasmo schietto e ci fa battere le mani sul volante. Se vogliamo semplificare, questo disco è un po’ meno Dinosaur Jr. e un po’ più Lemonheads, un po’ più Terror Twilight e un po’ meno Crooked Rain, tanto per cercare qualche punto cardinale alla lontana. Ma in generale, tutto il disco respira un’aria leggera come mai si era sentita soffiare nei lavori precedenti dei Clever Square. Quell'approccio lo-fi e irruente con cui li avevamo conosciuti non ci manca, perché in qualche modo gli arrangiamenti di queste canzoni trasportano quello spirito in un linguaggio più diretto e semplice, pur essendo più misurato. Sappiamo immaginare come sarebbero suonate queste canzoni qualche anno fa, ma oggi ci piace che le distorsioni restino trattenute. Ci piace che, sotto sotto, se alziamo ancora il volume dell’autoradio, faccia la sua apparizione anche un Wurlitzer. E soprattutto, bisogna riconoscere che Giacomo non ha mai cantato così bene, in maniera tanto nitida ed efficace. Questa è l’altra grande differenza di questo album. Quando entra sul ritornello di Cringe, puntiamo il dito al cielo infuocato della provincia e cantiamo anche noi a squarciagola. Oppure il modo in cui lascia spazio alla voce di Adele Nigro (Any Other) dentro Avocado Phishing, in cui si rivela uno stile maturo che mi ha davvero sorpreso.
La presentazione dell’album (e lo stesso Giacomo, in una delle sue sempre interessanti interviste) spiega che le registrazioni sono state curate da Marco “Halfalib" Giudici, una scelta che a qualcuno, a priori, sarebbe potuta sembrare quanto meno singolare. Ma che, a conti fatti, facendo incontrare due idee di musica non proprio vicine, lavorando di sottrazione per far emergere la vera direzione di queste scritture, ha prodotto un risultato magnifico. Ancora più bello per il modo e il momento in cui è arrivato nella storia dei Clever Square. E questo album, che mi sembra suonare tutto il contrario di una fine domenica pomeriggio d’estate, è un grandioso ritorno a casa, ma senza aver sbagliato proprio nessuna strada, senza nostalgia e senza rimpianti. Perché senza nostalgia né rimpianti è come i Clever Square sanno parlare ancora indie rock.





venerdì 14 giugno 2019

There's a path somewhere with your name upon

Monnone Alone - Summer Of The Mosquito

Nella canzone che apre e dà il titolo al suo nuovo album, Mark Monnone a un certo punto confessa di sentirsi "too young to die / too old to try to begin again". È senz'altro un modo per nascondersi e far finta di credersi ancora immaturo. Le tracce successive rincarano la dose: "I wanna hide in yesterday / can't face today outside". Per tendere addirittura all'apocalittico esistenziale con "my days don't know where to begin / they just start and end with nothing in between".
Sembra quasi che Mark Monnone, forse per un eccesso di modestia, qui stia cercando di sfuggire al fatto che Summer Of The Mosquito rappresenta il lavoro migliore della sua carriera solista post-Lucksmiths, quello in cui il cantautore australiano raggiunge una maturità per cui, appunto, potrebbe anche smettere di essere considerato soltanto un "ex-Lucksmiths", per quanto quella storia sia stata fondamentale.
Non dovrebbe essere una sorpresa, ma Summer Of The Mosquito di Monnone Alone si regge benissimo in piedi sulle proprie gambe, e riesce a mostrare una scrittura e una serie di arrangiamenti solidi e sinceramente brillanti, come nell'agrodolce singolo Cut Knuckle, o in The Dystopian Days Of Yore, una delle canzoni più Pastelsiane della raccolta, oppure in Strollers, molto sorniona e Lou Reed. In altri momenti, è una certa influenza Teenage Fanclub a prevalere (Feeling Together Feels Alright ne è l'esempio più riuscito), e risulta un piacevole rafforzamento della scrittura di Monnone. Merito anche delle 12 corde del vecchio compagno di avventure Louis Richter, e forse merito della produzione di Gareth Parton, già in regia per nomi come Foals, Piano Magic e The Go! Team, e già collaboratore anche dello stesso Monnone sull'ultimo album dei Last Leaves.
Per cui ora mettiamo da parte ogni incertezza: "there's a path somewhere with your name upon", canta Monnone verso la fine del disco, e questo Summer Of The Mosquito, dopo quasi tre decenni di carriera, suona decisamente come l'inizio di questo nuovo cammino.




sabato 8 giugno 2019

Handmade Festival 2019!


C'è un piccolo festival in mezzo alla provincia dove vado ogni anno da quando se lo inventarono alcuni amici. Ricordo la prima mail con la battuta "un posto spettacolare a metà strada fra Austin, Berlino e la Bassa!": era un mezzo inside joke, ma alla fine è diventato un modo di dire, e mi ci sono affezionato. Sono passati tredici anni e l'entusiasmo, l'hype, LA FOTTA che ogni volta senti e leggi in giro è come quella della prima edizione. All'Handmade torno sempre perché è uno dei festival che meglio rappresenta lo spirito che cerco nella musica, e sotto quell'argine trovo un po' tutto quello che mi piace trovare in un evento musicale. La dodicesima edizione è domani (ma stasera c'è una ricca preview): ci si vede a banco!

PS: non sto nemmeno a ricordarvi che l'Handamde Festival (tre palchi, di cui uno curato da Musica Nelle Valli, venticinque band, area mercatino vintage, un sacco di djset!) è ancora a ingresso graituito / up-to-you: supportatelo!

Suoneranno (in ordine alfabetico): 

72-Hour Post Fight
C’è il sax, quindi deve essere jazz. Ci sono tappeti di synth, quindi deve essere elettronica. Ci sono fragorosi crescendo e poi pause sospese, quindi deve essere post-rock... O forse niente di tutto ciò? “Noi non volevamo fare un disco 'strano', volevamo fare musica insieme. Non definiamo dove va la nostra musica, non definiamo una bolla. Abbiamo la possibilità di condividere, di far arrivare la musica ad ogni livello, sarebbe stupido chiudersi".
(mp3) 72-Hour Post Fight - Loiter

Antares
Tra le più remote colline marchigiane, si cela uno dei segreti meglio custoditi (pure troppo) del rock underground italiano: gli Antares, con lo sguardo verso stelle lontane, il furgone sempre in giro per l’Europa e gli ampli costantemente a palla. È tempo che questo segreto venga svelato, e che anche le genti della pianura si lancino in danze sfrenate, ebbre del più sfrontato garage punk.



Black Lips (USA)
Sono in giro dal 2000 e con i ritmi dell’indie rock del ventunesimo secolo a volte forse tendi a dare per scontata la potenza devastante dei Black Lips. Però pensa a quante volte hai detto “quella band fa garage alla Black Lips” oppure “è un disco divertente, mi ricorda un po’ il tiro dei Black Lips”. La band di Atlanta è praticamente diventata un’unità di misura e ha settato un nuovo standard. Meglio rinfrescarsi la memoria tornando a vederli dal vivo, meglio ancora con questa data unica in Italia!



Blak Saagan
“A Personal Voyage”, il debutto di Blak Saagan pubblicato da Maple Death Records, è un’esplorazione delle strutture celesti ispirata al lavoro del cosmologo e divulgatore scientifico Carl Sagan. Notti insonni, un Farfisa Vip 202 R, una drum machine Roland TR-606 e un Siel Orchestra: un viaggio personale e mentale, profondo e totalmente avvolgente, che rimanda alla musica ambient e ai maestri italiani come Alessandroni, Macchi e Umiliani, con la guida di un beat pulsante e kraftwerkiano.



Bob Corn
La sua chitarra, la sua voce, la sua barba e la sua bottiglia, lì accanto alla sedia: dalla poetica del "Sad Punk & Pasta For Breakfast" al nuovo disco “Song On The Line”, quasi vent’anni di resistenza, strade, sorrisi, treni, piedi che tengono il tempo e rock’n’roll. Ma un bel po’!



Des Moines
Simone Romei, da Reggio Emilia, in arte Des Moines suona quel folk che profuma di erba tagliata di fresco, tutto in punta di dita e parole incise nel legno. Le sue canzoni sono strade di montagna immerse nel sole.



Diaframma
Venti album alle spalle, senza contare singoli, live, raccolte e ristampe; un nome che attraversa quattro decenni della musica italiana e continua a esercitare un’influenza evidente ancora oggi. Federico Fiumani con i suoi Diaframma è uno di quegli autori che, generazione dopo generazione, non smettono mai di stupire. All’Handmade porterà il suo nuovo lavoro “L’abisso”, una delle sue prove più lucide degli ultimi anni.



Drab Majesty (USA)
A luglio uscirà il terzo album di Drab Majesty, “Modern Mirror”, la sua opera più ambiziosa finora, il disco in cui le influenze di suoni New Order e Cure si mescolano con un personale discorso sul mito greco. L’album, infatti, è stato composto ad Atene, dove il musicista californiano si era ritirato dopo gli ultimi tour. Accanto a questo, Drab Majesty continua la sua riflessione su tecnologia, scenari fantascientifici e la possibilità di un romanticismo moderno. Un artista che affascina e seduce e che dal vivo riesce a dare il meglio di sé.



Espada
Tra country scheletrico e folk onirico, tra Vecchio Continente e Nuova Frontiera, tra malinconia e diffidenza, gli Espada suonano come se passato e presente si confondessero in un flusso di coscienza dai contorni sfuggenti. Gli Espada sono un quintetto fondato da Giacomo Gigli che fa base in Umbria e ha pubblicato un paio d’anni fa l’ottimo “Love Storm” per Black Vagina Records.



Eugenia Post Meridiem
In attesa dell’album d’esordio “In Her Bones”, in arrivo per Factory Flaws, godiamoci il live incandescente ed estatico di questo quartetto da Genova, capace di tenere assieme, con una naturalezza non comune, influenze indie rock, soul e psichedelia. L’emozionante voce di Eugenia Fera e la sua scrittura multiforme inseguono quel “senso di eternità, dove tutto si ferma”, e là ci trasportano.



GANF
Il nuovo inguaribile crampo di Roma est, con membri di Hallelujah, Dispo, Metro Crowd e Delay Lama!

Ginevra
Beat caldi che si dilatano come se fiorissero quando la voce li sfiora, una voce che sussurra, qualche scintilla dal pianoforte, un’eco. Prova tu a tradurre “soulful” in italiano per spiegare questa musica: non troverai niente che regga il confronto con le canzoni di Ginevra. Devi solo lasciarti emozionare.



Grip Casino
Se Daniel Johnston fosse di Roma farebbe dischi insieme ad Antonio Giannantonio, aka Grip Casino. Folk lo-fi sperimentale che non smette di sprigionare poesia grezza dai suoni più scardinati. L’ultima impresa è un disco di cover di un disco di cover: la rilettura di “The King & Eye” dei Residents che a loro volta rileggevano Elvis Presley!



Hater (SWE)
“The perfect soundtrack for that summer romance and the inevitable break up. Heartbreak has never sounded so sweet!”: non è facile mostrarsi all’altezza di uno slogan del genere, ma tra dolcezze alla Concretes e inquietudini Alvvays, le scintillanti chitarre degli svedesi Hater centrano l’obiettivo (e il nostro cuore) con una naturalezza disarmante. Il quartetto di Malmö torna a presentare l’ultimo, doppio e magnifico album “Siesta”, pubblicato da Fire Records.



Kawamura Gun
Giapponese trapiantato a Roma, artista poliedrico, Kawamura Gun quando si dedica alla musica riesce a creare un mondo originale e bizzarro, in cui divagazioni Syd Barrett abbracciano geometrie spigolose Deerhoof, fino a quando non compaiono piccole canzoni che non sai se interpretare come sigle di cartoni animati allucinati provenienti dal futuro.



M!R!M (UK)
La musica di Jacopo Bertelli, italiano di base a Londra, meglio noto come M!R!M, scorre in un’atmosfera dark wave sognante, a volte malinconica e a volte più lieve. Paesaggi fatti di synth analogici, vintage drum machine e cieli notturni ma multicolori a perdita d’occhio.



Negative Gears (AU)
Da Sydney, post-punk cupo e abrasivo, che macina rabbia e rancore senza guardarsi indietro. Il loro debutto, uscito a inizio anno su Static Shock e Disinfect Records, si salva dalla disperazione più profonda grazie a melodie laceranti e a una tensione continua dalla forza impressionante.



Sean Nicholas Savage (CAN)
Pop sintetico talmente Eighties e filologico che puoi credere si tratti di qualche cantautore di quel decennio riscoperto soltanto oggi. Il canadese Sean Nicholas Savage è arrivato al traguardo dei tredici album, cambiando pelle innumerevoli volte nella sua lunga carriera, ma la grazia della sua voce, i suoi drammatici falsetti e le sue melodie carezzevoli, restano di una bellezza inconfondibile.



Servant Songs
Servant Songs è il nuovo e sorprendente progetto solista di Nicola Ferloni (già nei Pueblo People e negli His Electro Blue Voice). Il suo tenace album di debutto, “Life Without War”, registrato insieme a Marco “Halfalib” Giudici, si ispira alla musica più potente di Will Oldham, Jason Molina e di altre voci ben salde, ancora più necessarie in questi tempi traballanti.



Tacobellas
Valentina Gallini e Greta Lodi, chitarra e batteria dalla provincia nebbiosa di Modena, si presentano come “delle Bikini Kill con il poster di Donatella Rettore in camera”, ma in realtà sanno essere molto più crudeli di così. Il loro debutto “Total 90” esce per La Barberia Records, Fooltribe Dischi e Koe Records.



The She’s (USA)
Sami, Hannah, Eva e Sinclair saranno il vostro prossimo "Local Favorite All Female Garage Rock Quartet": è deciso. E questo, nonostante le musiciste di San Francisco si divertano a giocare con i cliché del rock, e dal vivo, come su disco, faranno di tutto per spiazzarvi e confondervi. Del resto, l’ultimo album delle She’s – carico di atmosfere à la Bredeers – era stato supervisionato da Merrill Garbus, meglio nota come TuneYards, che di suoni eccentrici se ne intende.



Tim Koh (USA)
Da Los Angeles via Amsterdam, Tim Koh lo conosciamo già come bassista di Ariel Pink e Chris Cohen, nonché come raffinato curatore di “Kokonut Trip” sulla webradio di culto NTS: sul palco dell’Handmade porterà il suo eclettismo, il suo infinito gusto, il suo stupefacente caleidoscopio pop.

Whimm (CAN)
È come perdersi nella tua città di notte: le strade sembrano familiari, sei quasi sicuro che la prossima svolta sarà quella giusta, eppure in qualche modo il buio non ti lascia mai raggiungere casa. Così nelle canzoni degli Whimm, le strutture sembrano quelle consuete di un certo post-punk tenebroso, ma c’è sempre un elemento imprevedibile che si nasconde tra le ombre della band di Toronto, qualche dinamica imprevista che continua a lasciarti prigioniero della loro musica.



World Brain (DE)
World Brain è il progetto di Lucas Ufo, già componente dei Fenster (Morr Music). La musica di World Brain è un tributo alla tecnologia, pieno di ottimismo e al tempo stesso disincantato. Le canzoni del suo ultimo album “Peer To Peer” sembrano fatte di gomma lucida e Wi-Fi, traboccano utopie vicinissime, qualcosa che appena ieri poteva ancora succedere, prima che sbagliassimo uscita in una delle ultime autostrade informatiche ancora aperte.



Yonic South
“Un garage sporco ai livelli di una strada francese”: in questa maniera molto schietta definiscono la loro musica gli Yonic South, trio composto da membri di Bee Bee Sea e Miss Chain & the Broken Heels, e noi siamo ben lieti di confermarlo. “Wild Cobs” è il loro EP di debutto uscito per Tempesta International: un B-movie anni ‘50 con disastri nucleari, spietate pannocchie giganti dalla forma umana, loschi complotti e parecchio rock, parecchio selvaggio.




venerdì 7 giugno 2019

polaroid goes SOLO!

SOLO.fm

Avevo cominciato a fare la radio, in maniera del tutto amatoriale, in uno scantinato-capsula-del-tempo rimasto intatto dai tempi delle radio libere. Avevamo le cassette e ancora non esisteva lo streaming. Poi ho aperto quasi per caso uno dei primi blog musicali, e nonostante tutto mi ostino ad aggiornarlo ancora. Qualche anno dopo ho visto nascere i podcast, i social network, e ora mi trovate su una web radio (ciao NEU RADIO!). Questo per dire che se, da un lato, l'amore per la musica e la voglia di condividerla sono rimaste sempre costanti (anche i miei gusti discutibili, aggiungerebbe qualcuno), dall'altro, abbracciare nuove piattaforme e sperimentarle in maniera un po' DIY continua per me a rappresentare l'altra faccia della stessa medaglia.
Per questo sono stato super felice di accettare l'invito a portare "polaroid" su SOLO.fm. Se in casa avete un'Alexa o un Google Home avrete già intuito che le loro potenzialità come "nuove radio" sono ancora tutte da scoprire. SOLO, tra le altre cose, è proprio uno strumento che inventa su smart speaker un'altra via alla fruizione musicale contemporanea. E sono molto contento che tra i tanti *contenuti* (work in progress!) ci sia anche una piccola quota indie a cura di "polaroid - un blog alla radio". Se poi nell'annuncio del lancio ufficiale della piattaforma mi trovo a fianco di Fabio de Luca (la mia sempiterna ammirazione per lui fece ingelosire perfino Douglas Coupland e Stuart Murdoch) e del suo The Tuesday Tapes meravigliosamente sbagliato, direi proprio che che si parte col botto!

Tutte le info e le istruzioni spiegate bene le trovate qui.

giovedì 30 maggio 2019

I fall asleep and dream of what it might be

rat fancy - stay cool

Dei Rat Fancy ricordavo quel titolo un po' disilluso ma schietto di un paio di anni fa, I Can't Dance To The Smiths Anymore. Quando qualche settimana fa è arrivato il loro bell'album di debutto Stay Cool, pubblicato dalla Happy Happy Birthday To Me, mi sono abbastanza sorpreso nel ritrovarli così cresciuti, passati da quei suoni twee e a bassa fedeltà a un pop punk carico ed elettrico, quasi dalle parti di Diet Cig e Joanna Gruesome. Si tratta di una vera e propria maturazione (non a caso qui è ripresa una traccia di quell'EP, Beyond Belief, completamente trasformata e molto più robusta), e nella nuova direzione deve avere avuto un certo peso il fatto che il disco sia stato registrato insieme a David Newton, dei veterani C86 The Mighty Lemon Drops. Canzoni come Making Trouble, RIP Future, Stay Cool oppure Dreaming Is Real raccontano ancora problemi post-adolescenziali, dubbi, incertezze, senza trascurare una sincera voglia di divertirsi, ma lo fanno con una spontaneità a dir poco trascinante, che però ha trovato modo di esprimersi con più chiarezza. Secondo la presentazione dell'album, questo disco "unleashes Nineties nostalgia and youthful abandon", e anche se i componenti dei Rat Fancy probabilmente nei Nineties erano appena nati, le cose funzionano davvero, tra ritornelli power pop a presa rapida e la convincente voce di Diana Barraza. Dopo dieci canzoni il disco sembra finire troppo presto, e credo che per una band agli esordi sia un piccolo segno parecchio incoraggiante.






mercoledì 29 maggio 2019

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (maggio 2019)

Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem - Speciale Slumberland Records

Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem (2019/05/27)

Avrei voluto mettere più dischi degli Anni Novanta (perdonatemi Velocity Girl! perdonatemi Rocketship!); avrei anche voluto suonare almeno un paio di 45 giri della nuova SLR30 Singles Subscription Series, ancora "work in progress"; avrei voluto spiegare meglio quello che mi piace delle origini DIY di questa label, ma alla fine credo che si capisca lo stesso quanto ci tenevamo ad augurare Buon Compleanno alla Slumberland Records, giunta al traguardo del terzo decennio. E credo si capisca anche quanto io e Nur (che ringrazio per avermi fatto compagnia al mixer) ci siamo divertiti a rispolverare queste canzoni, per noi dei piccoli classici. L'etichetta indipendente di Oakland (ma nata a Washington) è stata talmente "formativa" che, insieme a questo dj set, abbiamo deciso di dedicarle anche il nuovo numero della piccola fanzine di Musica Per AperiTweevi, e qui il ringraziamento d'obbligo va a Claudia e Valeria.
In fondo, fare questi auguri alla Slumberland è un po' anche un modo per augurare a noi stessi di continuare ad amare questa musica con la stessa costanza, e di "crescere" nella stessa splendida maniera con cui Mike Schulman ha continuato a far crescere questa collezione di fantastici dischi.



Black Tambourine - Throw Aggi Off the Bridge
Girls Names - When You Cry
The Ropers - You Have A Light
Pants Yell! - Cold Hands
The Aislers Set - California
The Pains Of Being Pure At Heart - Come Saturday
Sexy Kids - Sisters Are Forever
Veronica Falls - Right Side Of My Brain
Terry Malts - Used To Be
Liechtenstein - All At Once
caUSE coMOTION! - Which Way Is Up?

venerdì 24 maggio 2019

Indiepop Jukebox - Maggio 2019

winter - Infinite Summer EP

▶️ Avevo perso di vista i Winter, la band di Los Angeles fondata dalla cantante di origini brasiliane Samira Winter. È passato un bel po' di tempo dal loro esordio ma i Winter continuano a mescolare con grazia uno shoegaze sognante ed etereo (non a caso l'album dell'anno scorso si intitolava proprio Ethereality) con una poesia che prende a prestito le cadenze più sensuali del portoghese. In occasione dell'ultimo Record Store Day è uscito il nuovo EP Infinite Summer. Lo anticipava il video di questa deliziosa Bonsai: la canzone "is based on the novel Bonsai by Alejandro Zambra and is about the power of staying in your room. With a book in one hand and a notebook in the other the possibilities are endless!"




Jesse The Faccio - Santa Sofia

▶️ Ho un debole per l'indie rock scanzonato di Jesse The Faccio e non è una novità. Quando li ho visti dal vivo per la prima volta, l'estate scorsa, ho mandato un messaggio agli amici di Milano: "Jesse The Faccio al MIAMI Festival 2019, ci scommetto un coca-rum". Lì per lì scherzavo, ma in fondo ne ero abbastanza convinto, perché si capiva subito che era un concerto diverso dagli altri. Questo fine settimana Jesse The Faccio approdano effettivamente al celebre MIAMI, il coca-rum non l'ho ancora bevuto ma sono contento lo stesso. La band padovana, infatti, ha pubblicato un nuovo singolo, Santa Sofia, ed è già tutta un'estate di chitarre e cassette dei Beach Fossils a consumare nell'autoradio. Ritmo incalzante e suono meno lo-fi rispetto all'esordio: mi piace! Trovo soltanto un po' sprecato un verso come "dimostra di avere le palle / apri le gambe", che forse di questi tempi mesti rischia di essere scambiato per un messaggio ambiguo. Però poi si salva con quel "Dammi una mano a scrivere / Dammi due mani a ridere", che è una cosa super sentimentale che avrei davvero potuto dire anche io:




The Royal Landscaping Society - Goodbye

▶️ Tornano a farsi sentire The Royal Landscaping Society, duo spagnolo devoto alle più classiche e malinconiche sonorità di casa Sarah Records (appena qui parte l'arpeggio si affacciano subito al cuore titoli di Field Mice, Brighter o Trembling Blue Stars...). La altrettanto storica Matinée Records sta per pubblicare il loro prossimo sette pollici, ma prima ha deciso di regalarci un prezioso "riassunto delle puntate precedenti" e curare un'antologia (rimasterizzata) con tutte le canzoni uscite in questi anni, tra singoli, compilation e un EP ormai introvabile su Beko. La raccolta si intitolerà Means Of Production e arriverà a luglio, ad anticiparla una nuova versione di questa dolente Goodbye:




double grave - ego death forever

▶️ Una specie di ritorno alle origini anche per i Double Grave, band di Minneapolis che suona un indie rock fragoroso e dai toni cupi. L'incarnazione precedente della loro formazione si chiamava (con una certa coerenza) Ego Death, e ora alcune delle canzoni di quella fase della band, più emo e melodica, sono state recuperate in un EP intitolato Ego Death Forever. In attesa del disco, in uscita sulla Forged Artifacts il prossimo mese, si può già ascoltare questa The Kiss, pezzo dalla propulsione decisamente travolgente:





▶️ Bedroom pop all'ennesima potenza! Milk Floe, il primo album del giapponese Yuki Kondo, in arte Happypills, è stato infatti tutto registrato nella sua proverbiale cameretta. Tra le influenze dichiarate del muscista di Fukuoka troviamo The Drums e Castlebeat, come raccontato in questa intervista, e infatti i suoni e le atmosfere sono più o meno quelli. Il lato più sorridente e più euforico dello shoegaze, con le canzoni che rimbalzano senza sosta da tutte le parti, synth e chitarre super saturi e melodie zuccherose. In più, aggiungete il tocco esotico del cantato in lingua giapponese che però, a tratti, finisce per ricordare certe produzioni Elefant, e il risultato è irresistibile. Un disco "piccolo" a prima vista, non perfetto e molto DIY, ma davvero molto molto divertente.




Terry vs. Tori - Heathers

▶️ Partivano da ispirazioni abbastanza analoghe anche gli spagnoli Terry vs. Tori (non a caso la loro cassetta Leap Day del 2017 usciva su Spirit Goth Records), ma rispetto agli esordi hanno raffinato ancora di più gli arrangiamenti, arrivando a una velata malinconia Anni Ottanta. Sta per arrivare il loro primo album, ancora non hanno rivelato data ed etichetta ma si può già ascoltare la title track:




Pogy et les Kéfars

▶️ Una delle copertine più brutte che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi, eppure in qualche modo perfettamente adatta al punk adolescenziale e istintivo di questo giovane quartetto francese. Pogy et les Kéfars suonano come se Ramones, Buzzcocks e Jam fossero appena sbocciati, e hanno la giusta strafottenza da fumetto per far schiantare i loro quattro accordi in meno di due minuti senza una preoccupazione al mondo. Con titoli come Cheap Beers, Girl e Record Store, la cassetta d'esordio pubblicata dalla Gone With The Weed e intitolata semplicemente come loro è molto consigliata. "Marsiglia, pastis, pizza" è scritto nelle info del gruppo, e io davvero trovo che non manchi nulla.




Party Pest - Happy Man

▶️ Si definiscono "Post punk dream turned party nightmare" ma personalmente non vedo come: le Party Pest hanno tutte le carte in regola per risultare adorabili al primo ascolto. Un suono tutto pieno di spigoli tipo Slits, una certa audacia Raincoats, quella voce un po' Kathleen Hanna: "Party Pest will crash your party, drink your booze and pash yer Mum"! Come vedete, il programma eccellente e le intenzioni sono quelle giuste! Il trio femminile di Melbourne debutta sulla label DIY Psychic Hysteria con il sette polici Happy Man:




Daisies - Anyone's Style

▶️ Già solo per il fatto di essere costruito su quello che ha tutta l'aria di essere un campionamento di Collapsing At Your Doorstep degli Air France, il singolo d'esordio dei Daisies Anyone's Style dovrebbe conquistarsi tutto il vostro affetto. I Daisies sono un nuovo gruppo di Olympia, Washington, o meglio un "avant pop project" nato da componenti di altre band locali come CCFX, TransFX e CC DUST (quasi uno scioglilingua) insieme alla cantante Valerie Warren. La canzone anticipa l'album What Are You Waiting For? in arrivo a giugno in collaborazione tra K Records e Perennial Death:

lunedì 20 maggio 2019

A Week Of Wednesdays

The Artisans

Dalle lontane province dell'indiepop arrivano ancora piccole e molto gradite sorprese. Per esempio, con il nome che si sono scelti, così poco appariscente e così poco Google-friendly, The Artisans rischiavano di passare inosservati. In realtà, quello della band inglese vuole essere sia un omaggio agli Orange Juice, sia un inside joke del frontman Kevin McGrother, "produttore di formaggio di giorno e pasticciere notte" (ma quando troverà il tempo di scrivere canzoni così adorabili?), e quindi conquistano già la mia simpatia.
Provengono dal Nord-Est di cittadine come Teesside e Tyneside, segnalano tra i loro hobby "drinking tea" e "shopping at The Co-operative", e si sono trovati a suonare assieme grazie alla passione comune per la scena C86. Alla fine, però, il loro album di debutto si orienta verso un indiepop britannico più classico e meno sregolato, che riesce a essere quasi sempre carico di ottimismo nonostante i testi un po' malinconici. Tra queste dodici canzoni possiamo ritrovare ispirazioni Wedding Present, Flatmates o Primitives (con i quali, non a caso, The Artisans hanno condiviso un live), atmosfere più morbide da Math & Physics Club, arrangiamenti di tromba che fanno tornare in mente certi Tullycraft più agrodolci (che bello quando appare la seconda voce!), o anche rapide incursioni verso ombre new wave.
Ma se c'è un tratto comune che corre lungo tutto questo simpatico album autoprodotto, per me resta quello di un grande e schietto amore per l'indiepop, una semplice fiducia che in qualche modo riesce a regalarti qualche irragionevole speranza.



sabato 18 maggio 2019

I gaze out the window, there is still poetry there

Kiwi jr - Football Money

This is the city where I live
These are the friends that I have made


La prima cosa, inutile nasconderlo, è senza dubbio la voce di Jeremy Gaudet: quasi quella di un giovane e acerbo Stephen Malkmus, ogni tanto beffarda ma anche capace di totale trasporto nei momenti più imprevedibili. Ti sorprende. La seconda cosa, però, è il piacere ancora maggiore di trovare quella voce sopra canzoni che con i Pavement hanno poco in comune, se non forse alcuni passaggi impetuosi, oppure un paio di occasionali strofe dove i riferimenti si fanno così intricati da sembrare quasi deragliare verso il nonsense.
Per il resto, Football Money, l'entusiasmante esordio dei Kiwi jr, è una concisa ma efficace raccolta di canzoni power pop dal tiro irresistibile, che prende una sua strada abbastanza lontana da Stockton. I Kiwi jr sono un quartetto che fa base a Toronto, anche se i suoi componenti provengono tutti da Charlottetown, dove Gaudet era stato il frontman dei notevoli Boxer The Horse, quasi un decennio fa. Con questa nuova formazione (che vede al suo interno anche Brian Murphy, bassista degli Alvvays) hanno messo a punto un suono perfettamente equilibrato, tra chitarre squillanti e garage scanzonato, con canzoni piene di versi e ritornelli pronti a diventare inni al primo ascolto (anche se sul vinile campeggia il motto "Don't bore us, no chorus!").
Le canzoni dei Kiwi jr raccontano storie quotidiane di vita urbana, spesso leggermente sfasata: “It’s very much a Toronto record. Even though we’re East Coasters, there’s no nostalgia or romanticizing small towns. This album is about the neighbourhoods we live in and our lives here” - spiega la press release della loro etichetta Mint Records. Un quartiere e una città in cui tutto costa sempre troppo (Nothing Changes), popolati di "handsome dads" ma anche di nevrosi (Football Money), impiegati frustrati e dissociati a causa della vita da ufficio (Salaryman), e in cui le cose possono prendere una brutta piega quasi senza nessun motivo (Leslie).
Nonostante questo album sia "less about trying to express ourselves — it’s more interpreting the outside world", mi piacciono molto certi lampi in cui la realtà dei Kiwi jr sembra dissolversi verso il sogno (Swimming Pool, in cui appare il fantasma di Brian Jones, oppure la grandiosa Comeback Baby). Hai già un'intuizione di cosa potrà fare in futuro questa band. "And we never seem nortmal again".