venerdì 14 giugno 2019

There's a path somewhere with your name upon

Monnone Alone - Summer Of The Mosquito

Nella canzone che apre e dà il titolo al suo nuovo album, Mark Monnone a un certo punto confessa di sentirsi "too young to die / too old to try to begin again". È senz'altro un modo per nascondersi e far finta di credersi ancora immaturo. Le tracce successive rincarano la dose: "I wanna hide in yesterday / can't face today outside". Per tendere addirittura all'apocalittico esistenziale con "my days don't know where to begin / they just start and end with nothing in between".
Sembra quasi che Mark Monnone, forse per un eccesso di modestia, qui stia cercando di sfuggire al fatto che Summer Of The Mosquito rappresenta il lavoro migliore della sua carriera solista post-Lucksmiths, quello in cui il cantautore australiano raggiunge una maturità per cui, appunto, potrebbe anche smettere di essere considerato soltanto un "ex-Lucksmiths", per quanto quella storia sia stata fondamentale.
Non dovrebbe essere una sorpresa, ma Summer Of The Mosquito di Monnone Alone si regge benissimo in piedi sulle proprie gambe, e riesce a mostrare una scrittura e una serie di arrangiamenti solidi e sinceramente brillanti, come nell'agrodolce singolo Cut Knuckle, o in The Dystopian Days Of Yore, una delle canzoni più Pastelsiane della raccolta, oppure in Strollers, molto sorniona e Lou Reed. In altri momenti, è una certa influenza Teenage Fanclub a prevalere (Feeling Together Feels Alright ne è l'esempio più riuscito), e risulta un piacevole rafforzamento della scrittura di Monnone. Merito anche delle 12 corde del vecchio compagno di avventure Louis Richter, e forse merito della produzione di Gareth Parton, già in regia per nomi come Foals, Piano Magic e The Go! Team, e già collaboratore anche dello stesso Monnone sull'ultimo album dei Last Leaves.
Per cui ora mettiamo da parte ogni incertezza: "there's a path somewhere with your name upon", canta Monnone verso la fine del disco, e questo Summer Of The Mosquito, dopo quasi tre decenni di carriera, suona decisamente come l'inizio di questo nuovo cammino.




sabato 8 giugno 2019

Handmade Festival 2019!


C'è un piccolo festival in mezzo alla provincia dove vado ogni anno da quando se lo inventarono alcuni amici. Ricordo la prima mail con la battuta "un posto spettacolare a metà strada fra Austin, Berlino e la Bassa!": era un mezzo inside joke, ma alla fine è diventato un modo di dire, e mi ci sono affezionato. Sono passati tredici anni e l'entusiasmo, l'hype, LA FOTTA che ogni volta senti e leggi in giro è come quella della prima edizione. All'Handmade torno sempre perché è uno dei festival che meglio rappresenta lo spirito che cerco nella musica, e sotto quell'argine trovo un po' tutto quello che mi piace trovare in un evento musicale. La dodicesima edizione è domani (ma stasera c'è una ricca preview): ci si vede a banco!

PS: non sto nemmeno a ricordarvi che l'Handamde Festival (tre palchi, di cui uno curato da Musica Nelle Valli, venticinque band, area mercatino vintage, un sacco di djset!) è ancora a ingresso graituito / up-to-you: supportatelo!

Suoneranno (in ordine alfabetico): 

72-Hour Post Fight
C’è il sax, quindi deve essere jazz. Ci sono tappeti di synth, quindi deve essere elettronica. Ci sono fragorosi crescendo e poi pause sospese, quindi deve essere post-rock... O forse niente di tutto ciò? “Noi non volevamo fare un disco 'strano', volevamo fare musica insieme. Non definiamo dove va la nostra musica, non definiamo una bolla. Abbiamo la possibilità di condividere, di far arrivare la musica ad ogni livello, sarebbe stupido chiudersi".
(mp3) 72-Hour Post Fight - Loiter

Antares
Tra le più remote colline marchigiane, si cela uno dei segreti meglio custoditi (pure troppo) del rock underground italiano: gli Antares, con lo sguardo verso stelle lontane, il furgone sempre in giro per l’Europa e gli ampli costantemente a palla. È tempo che questo segreto venga svelato, e che anche le genti della pianura si lancino in danze sfrenate, ebbre del più sfrontato garage punk.



Black Lips (USA)
Sono in giro dal 2000 e con i ritmi dell’indie rock del ventunesimo secolo a volte forse tendi a dare per scontata la potenza devastante dei Black Lips. Però pensa a quante volte hai detto “quella band fa garage alla Black Lips” oppure “è un disco divertente, mi ricorda un po’ il tiro dei Black Lips”. La band di Atlanta è praticamente diventata un’unità di misura e ha settato un nuovo standard. Meglio rinfrescarsi la memoria tornando a vederli dal vivo, meglio ancora con questa data unica in Italia!



Blak Saagan
“A Personal Voyage”, il debutto di Blak Saagan pubblicato da Maple Death Records, è un’esplorazione delle strutture celesti ispirata al lavoro del cosmologo e divulgatore scientifico Carl Sagan. Notti insonni, un Farfisa Vip 202 R, una drum machine Roland TR-606 e un Siel Orchestra: un viaggio personale e mentale, profondo e totalmente avvolgente, che rimanda alla musica ambient e ai maestri italiani come Alessandroni, Macchi e Umiliani, con la guida di un beat pulsante e kraftwerkiano.



Bob Corn
La sua chitarra, la sua voce, la sua barba e la sua bottiglia, lì accanto alla sedia: dalla poetica del "Sad Punk & Pasta For Breakfast" al nuovo disco “Song On The Line”, quasi vent’anni di resistenza, strade, sorrisi, treni, piedi che tengono il tempo e rock’n’roll. Ma un bel po’!



Des Moines
Simone Romei, da Reggio Emilia, in arte Des Moines suona quel folk che profuma di erba tagliata di fresco, tutto in punta di dita e parole incise nel legno. Le sue canzoni sono strade di montagna immerse nel sole.



Diaframma
Venti album alle spalle, senza contare singoli, live, raccolte e ristampe; un nome che attraversa quattro decenni della musica italiana e continua a esercitare un’influenza evidente ancora oggi. Federico Fiumani con i suoi Diaframma è uno di quegli autori che, generazione dopo generazione, non smettono mai di stupire. All’Handmade porterà il suo nuovo lavoro “L’abisso”, una delle sue prove più lucide degli ultimi anni.



Drab Majesty (USA)
A luglio uscirà il terzo album di Drab Majesty, “Modern Mirror”, la sua opera più ambiziosa finora, il disco in cui le influenze di suoni New Order e Cure si mescolano con un personale discorso sul mito greco. L’album, infatti, è stato composto ad Atene, dove il musicista californiano si era ritirato dopo gli ultimi tour. Accanto a questo, Drab Majesty continua la sua riflessione su tecnologia, scenari fantascientifici e la possibilità di un romanticismo moderno. Un artista che affascina e seduce e che dal vivo riesce a dare il meglio di sé.



Espada
Tra country scheletrico e folk onirico, tra Vecchio Continente e Nuova Frontiera, tra malinconia e diffidenza, gli Espada suonano come se passato e presente si confondessero in un flusso di coscienza dai contorni sfuggenti. Gli Espada sono un quintetto fondato da Giacomo Gigli che fa base in Umbria e ha pubblicato un paio d’anni fa l’ottimo “Love Storm” per Black Vagina Records.



Eugenia Post Meridiem
In attesa dell’album d’esordio “In Her Bones”, in arrivo per Factory Flaws, godiamoci il live incandescente ed estatico di questo quartetto da Genova, capace di tenere assieme, con una naturalezza non comune, influenze indie rock, soul e psichedelia. L’emozionante voce di Eugenia Fera e la sua scrittura multiforme inseguono quel “senso di eternità, dove tutto si ferma”, e là ci trasportano.



GANF
Il nuovo inguaribile crampo di Roma est, con membri di Hallelujah, Dispo, Metro Crowd e Delay Lama!

Ginevra
Beat caldi che si dilatano come se fiorissero quando la voce li sfiora, una voce che sussurra, qualche scintilla dal pianoforte, un’eco. Prova tu a tradurre “soulful” in italiano per spiegare questa musica: non troverai niente che regga il confronto con le canzoni di Ginevra. Devi solo lasciarti emozionare.



Grip Casino
Se Daniel Johnston fosse di Roma farebbe dischi insieme ad Antonio Giannantonio, aka Grip Casino. Folk lo-fi sperimentale che non smette di sprigionare poesia grezza dai suoni più scardinati. L’ultima impresa è un disco di cover di un disco di cover: la rilettura di “The King & Eye” dei Residents che a loro volta rileggevano Elvis Presley!



Hater (SWE)
“The perfect soundtrack for that summer romance and the inevitable break up. Heartbreak has never sounded so sweet!”: non è facile mostrarsi all’altezza di uno slogan del genere, ma tra dolcezze alla Concretes e inquietudini Alvvays, le scintillanti chitarre degli svedesi Hater centrano l’obiettivo (e il nostro cuore) con una naturalezza disarmante. Il quartetto di Malmö torna a presentare l’ultimo, doppio e magnifico album “Siesta”, pubblicato da Fire Records.



Kawamura Gun
Giapponese trapiantato a Roma, artista poliedrico, Kawamura Gun quando si dedica alla musica riesce a creare un mondo originale e bizzarro, in cui divagazioni Syd Barrett abbracciano geometrie spigolose Deerhoof, fino a quando non compaiono piccole canzoni che non sai se interpretare come sigle di cartoni animati allucinati provenienti dal futuro.



M!R!M (UK)
La musica di Jacopo Bertelli, italiano di base a Londra, meglio noto come M!R!M, scorre in un’atmosfera dark wave sognante, a volte malinconica e a volte più lieve. Paesaggi fatti di synth analogici, vintage drum machine e cieli notturni ma multicolori a perdita d’occhio.



Negative Gears (AU)
Da Sydney, post-punk cupo e abrasivo, che macina rabbia e rancore senza guardarsi indietro. Il loro debutto, uscito a inizio anno su Static Shock e Disinfect Records, si salva dalla disperazione più profonda grazie a melodie laceranti e a una tensione continua dalla forza impressionante.



Sean Nicholas Savage (CAN)
Pop sintetico talmente Eighties e filologico che puoi credere si tratti di qualche cantautore di quel decennio riscoperto soltanto oggi. Il canadese Sean Nicholas Savage è arrivato al traguardo dei tredici album, cambiando pelle innumerevoli volte nella sua lunga carriera, ma la grazia della sua voce, i suoi drammatici falsetti e le sue melodie carezzevoli, restano di una bellezza inconfondibile.



Servant Songs
Servant Songs è il nuovo e sorprendente progetto solista di Nicola Ferloni (già nei Pueblo People e negli His Electro Blue Voice). Il suo tenace album di debutto, “Life Without War”, registrato insieme a Marco “Halfalib” Giudici, si ispira alla musica più potente di Will Oldham, Jason Molina e di altre voci ben salde, ancora più necessarie in questi tempi traballanti.



Tacobellas
Valentina Gallini e Greta Lodi, chitarra e batteria dalla provincia nebbiosa di Modena, si presentano come “delle Bikini Kill con il poster di Donatella Rettore in camera”, ma in realtà sanno essere molto più crudeli di così. Il loro debutto “Total 90” esce per La Barberia Records, Fooltribe Dischi e Koe Records.



The She’s (USA)
Sami, Hannah, Eva e Sinclair saranno il vostro prossimo "Local Favorite All Female Garage Rock Quartet": è deciso. E questo, nonostante le musiciste di San Francisco si divertano a giocare con i cliché del rock, e dal vivo, come su disco, faranno di tutto per spiazzarvi e confondervi. Del resto, l’ultimo album delle She’s – carico di atmosfere à la Bredeers – era stato supervisionato da Merrill Garbus, meglio nota come TuneYards, che di suoni eccentrici se ne intende.



Tim Koh (USA)
Da Los Angeles via Amsterdam, Tim Koh lo conosciamo già come bassista di Ariel Pink e Chris Cohen, nonché come raffinato curatore di “Kokonut Trip” sulla webradio di culto NTS: sul palco dell’Handmade porterà il suo eclettismo, il suo infinito gusto, il suo stupefacente caleidoscopio pop.

Whimm (CAN)
È come perdersi nella tua città di notte: le strade sembrano familiari, sei quasi sicuro che la prossima svolta sarà quella giusta, eppure in qualche modo il buio non ti lascia mai raggiungere casa. Così nelle canzoni degli Whimm, le strutture sembrano quelle consuete di un certo post-punk tenebroso, ma c’è sempre un elemento imprevedibile che si nasconde tra le ombre della band di Toronto, qualche dinamica imprevista che continua a lasciarti prigioniero della loro musica.



World Brain (DE)
World Brain è il progetto di Lucas Ufo, già componente dei Fenster (Morr Music). La musica di World Brain è un tributo alla tecnologia, pieno di ottimismo e al tempo stesso disincantato. Le canzoni del suo ultimo album “Peer To Peer” sembrano fatte di gomma lucida e Wi-Fi, traboccano utopie vicinissime, qualcosa che appena ieri poteva ancora succedere, prima che sbagliassimo uscita in una delle ultime autostrade informatiche ancora aperte.



Yonic South
“Un garage sporco ai livelli di una strada francese”: in questa maniera molto schietta definiscono la loro musica gli Yonic South, trio composto da membri di Bee Bee Sea e Miss Chain & the Broken Heels, e noi siamo ben lieti di confermarlo. “Wild Cobs” è il loro EP di debutto uscito per Tempesta International: un B-movie anni ‘50 con disastri nucleari, spietate pannocchie giganti dalla forma umana, loschi complotti e parecchio rock, parecchio selvaggio.




venerdì 7 giugno 2019

polaroid goes SOLO!

SOLO.fm

Avevo cominciato a fare la radio, in maniera del tutto amatoriale, in uno scantinato-capsula-del-tempo rimasto intatto dai tempi delle radio libere. Avevamo le cassette e ancora non esisteva lo streaming. Poi ho aperto quasi per caso uno dei primi blog musicali, e nonostante tutto mi ostino ad aggiornarlo ancora. Qualche anno dopo ho visto nascere i podcast, i social network, e ora mi trovate su una web radio (ciao NEU RADIO!). Questo per dire che se, da un lato, l'amore per la musica e la voglia di condividerla sono rimaste sempre costanti (anche i miei gusti discutibili, aggiungerebbe qualcuno), dall'altro, abbracciare nuove piattaforme e sperimentarle in maniera un po' DIY continua per me a rappresentare l'altra faccia della stessa medaglia.
Per questo sono stato super felice di accettare l'invito a portare "polaroid" su SOLO.fm. Se in casa avete un'Alexa o un Google Home avrete già intuito che le loro potenzialità come "nuove radio" sono ancora tutte da scoprire. SOLO, tra le altre cose, è proprio uno strumento che inventa su smart speaker un'altra via alla fruizione musicale contemporanea. E sono molto contento che tra i tanti *contenuti* (work in progress!) ci sia anche una piccola quota indie a cura di "polaroid - un blog alla radio". Se poi nell'annuncio del lancio ufficiale della piattaforma mi trovo a fianco di Fabio de Luca (la mia sempiterna ammirazione per lui fece ingelosire perfino Douglas Coupland e Stuart Murdoch) e del suo The Tuesday Tapes meravigliosamente sbagliato, direi proprio che che si parte col botto!

Tutte le info e le istruzioni spiegate bene le trovate qui.

giovedì 30 maggio 2019

I fall asleep and dream of what it might be

rat fancy - stay cool

Dei Rat Fancy ricordavo quel titolo un po' disilluso ma schietto di un paio di anni fa, I Can't Dance To The Smiths Anymore. Quando qualche settimana fa è arrivato il loro bell'album di debutto Stay Cool, pubblicato dalla Happy Happy Birthday To Me, mi sono abbastanza sorpreso nel ritrovarli così cresciuti, passati da quei suoni twee e a bassa fedeltà a un pop punk carico ed elettrico, quasi dalle parti di Diet Cig e Joanna Gruesome. Si tratta di una vera e propria maturazione (non a caso qui è ripresa una traccia di quell'EP, Beyond Belief, completamente trasformata e molto più robusta), e nella nuova direzione deve avere avuto un certo peso il fatto che il disco sia stato registrato insieme a David Newton, dei veterani C86 The Mighty Lemon Drops. Canzoni come Making Trouble, RIP Future, Stay Cool oppure Dreaming Is Real raccontano ancora problemi post-adolescenziali, dubbi, incertezze, senza trascurare una sincera voglia di divertirsi, ma lo fanno con una spontaneità a dir poco trascinante, che però ha trovato modo di esprimersi con più chiarezza. Secondo la presentazione dell'album, questo disco "unleashes Nineties nostalgia and youthful abandon", e anche se i componenti dei Rat Fancy probabilmente nei Nineties erano appena nati, le cose funzionano davvero, tra ritornelli power pop a presa rapida e la convincente voce di Diana Barraza. Dopo dieci canzoni il disco sembra finire troppo presto, e credo che per una band agli esordi sia un piccolo segno parecchio incoraggiante.






mercoledì 29 maggio 2019

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (maggio 2019)

Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem - Speciale Slumberland Records

Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem (2019/05/27)

Avrei voluto mettere più dischi degli Anni Novanta (perdonatemi Velocity Girl! perdonatemi Rocketship!); avrei anche voluto suonare almeno un paio di 45 giri della nuova SLR30 Singles Subscription Series, ancora "work in progress"; avrei voluto spiegare meglio quello che mi piace delle origini DIY di questa label, ma alla fine credo che si capisca lo stesso quanto ci tenevamo ad augurare Buon Compleanno alla Slumberland Records, giunta al traguardo del terzo decennio. E credo si capisca anche quanto io e Nur (che ringrazio per avermi fatto compagnia al mixer) ci siamo divertiti a rispolverare queste canzoni, per noi dei piccoli classici. L'etichetta indipendente di Oakland (ma nata a Washington) è stata talmente "formativa" che, insieme a questo dj set, abbiamo deciso di dedicarle anche il nuovo numero della piccola fanzine di Musica Per AperiTweevi, e qui il ringraziamento d'obbligo va a Claudia e Valeria.
In fondo, fare questi auguri alla Slumberland è un po' anche un modo per augurare a noi stessi di continuare ad amare questa musica con la stessa costanza, e di "crescere" nella stessa splendida maniera con cui Mike Schulman ha continuato a far crescere questa collezione di fantastici dischi.



Black Tambourine - Throw Aggi Off the Bridge
Girls Names - When You Cry
The Ropers - You Have A Light
Pants Yell! - Cold Hands
The Aislers Set - California
The Pains Of Being Pure At Heart - Come Saturday
Sexy Kids - Sisters Are Forever
Veronica Falls - Right Side Of My Brain
Terry Malts - Used To Be
Liechtenstein - All At Once
caUSE coMOTION! - Which Way Is Up?

venerdì 24 maggio 2019

Indiepop Jukebox - Maggio 2019

winter - Infinite Summer EP

▶️ Avevo perso di vista i Winter, la band di Los Angeles fondata dalla cantante di origini brasiliane Samira Winter. È passato un bel po' di tempo dal loro esordio ma i Winter continuano a mescolare con grazia uno shoegaze sognante ed etereo (non a caso l'album dell'anno scorso si intitolava proprio Ethereality) con una poesia che prende a prestito le cadenze più sensuali del portoghese. In occasione dell'ultimo Record Store Day è uscito il nuovo EP Infinite Summer. Lo anticipava il video di questa deliziosa Bonsai: la canzone "is based on the novel Bonsai by Alejandro Zambra and is about the power of staying in your room. With a book in one hand and a notebook in the other the possibilities are endless!"




Jesse The Faccio - Santa Sofia

▶️ Ho un debole per l'indie rock scanzonato di Jesse The Faccio e non è una novità. Quando li ho visti dal vivo per la prima volta, l'estate scorsa, ho mandato un messaggio agli amici di Milano: "Jesse The Faccio al MIAMI Festival 2019, ci scommetto un coca-rum". Lì per lì scherzavo, ma in fondo ne ero abbastanza convinto, perché si capiva subito che era un concerto diverso dagli altri. Questo fine settimana Jesse The Faccio approdano effettivamente al celebre MIAMI, il coca-rum non l'ho ancora bevuto ma sono contento lo stesso. La band padovana, infatti, ha pubblicato un nuovo singolo, Santa Sofia, ed è già tutta un'estate di chitarre e cassette dei Beach Fossils a consumare nell'autoradio. Ritmo incalzante e suono meno lo-fi rispetto all'esordio: mi piace! Trovo soltanto un po' sprecato un verso come "dimostra di avere le palle / apri le gambe", che forse di questi tempi mesti rischia di essere scambiato per un messaggio ambiguo. Però poi si salva con quel "Dammi una mano a scrivere / Dammi due mani a ridere", che è una cosa super sentimentale che avrei davvero potuto dire anche io:




The Royal Landscaping Society - Goodbye

▶️ Tornano a farsi sentire The Royal Landscaping Society, duo spagnolo devoto alle più classiche e malinconiche sonorità di casa Sarah Records (appena qui parte l'arpeggio si affacciano subito al cuore titoli di Field Mice, Brighter o Trembling Blue Stars...). La altrettanto storica Matinée Records sta per pubblicare il loro prossimo sette pollici, ma prima ha deciso di regalarci un prezioso "riassunto delle puntate precedenti" e curare un'antologia (rimasterizzata) con tutte le canzoni uscite in questi anni, tra singoli, compilation e un EP ormai introvabile su Beko. La raccolta si intitolerà Means Of Production e arriverà a luglio, ad anticiparla una nuova versione di questa dolente Goodbye:




double grave - ego death forever

▶️ Una specie di ritorno alle origini anche per i Double Grave, band di Minneapolis che suona un indie rock fragoroso e dai toni cupi. L'incarnazione precedente della loro formazione si chiamava (con una certa coerenza) Ego Death, e ora alcune delle canzoni di quella fase della band, più emo e melodica, sono state recuperate in un EP intitolato Ego Death Forever. In attesa del disco, in uscita sulla Forged Artifacts il prossimo mese, si può già ascoltare questa The Kiss, pezzo dalla propulsione decisamente travolgente:





▶️ Bedroom pop all'ennesima potenza! Milk Floe, il primo album del giapponese Yuki Kondo, in arte Happypills, è stato infatti tutto registrato nella sua proverbiale cameretta. Tra le influenze dichiarate del muscista di Fukuoka troviamo The Drums e Castlebeat, come raccontato in questa intervista, e infatti i suoni e le atmosfere sono più o meno quelli. Il lato più sorridente e più euforico dello shoegaze, con le canzoni che rimbalzano senza sosta da tutte le parti, synth e chitarre super saturi e melodie zuccherose. In più, aggiungete il tocco esotico del cantato in lingua giapponese che però, a tratti, finisce per ricordare certe produzioni Elefant, e il risultato è irresistibile. Un disco "piccolo" a prima vista, non perfetto e molto DIY, ma davvero molto molto divertente.




Terry vs. Tori - Heathers

▶️ Partivano da ispirazioni abbastanza analoghe anche gli spagnoli Terry vs. Tori (non a caso la loro cassetta Leap Day del 2017 usciva su Spirit Goth Records), ma rispetto agli esordi hanno raffinato ancora di più gli arrangiamenti, arrivando a una velata malinconia Anni Ottanta. Sta per arrivare il loro primo album, ancora non hanno rivelato data ed etichetta ma si può già ascoltare la title track:




Pogy et les Kéfars

▶️ Una delle copertine più brutte che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi, eppure in qualche modo perfettamente adatta al punk adolescenziale e istintivo di questo giovane quartetto francese. Pogy et les Kéfars suonano come se Ramones, Buzzcocks e Jam fossero appena sbocciati, e hanno la giusta strafottenza da fumetto per far schiantare i loro quattro accordi in meno di due minuti senza una preoccupazione al mondo. Con titoli come Cheap Beers, Girl e Record Store, la cassetta d'esordio pubblicata dalla Gone With The Weed e intitolata semplicemente come loro è molto consigliata. "Marsiglia, pastis, pizza" è scritto nelle info del gruppo, e io davvero trovo che non manchi nulla.




Party Pest - Happy Man

▶️ Si definiscono "Post punk dream turned party nightmare" ma personalmente non vedo come: le Party Pest hanno tutte le carte in regola per risultare adorabili al primo ascolto. Un suono tutto pieno di spigoli tipo Slits, una certa audacia Raincoats, quella voce un po' Kathleen Hanna: "Party Pest will crash your party, drink your booze and pash yer Mum"! Come vedete, il programma eccellente e le intenzioni sono quelle giuste! Il trio femminile di Melbourne debutta sulla label DIY Psychic Hysteria con il sette polici Happy Man:




Daisies - Anyone's Style

▶️ Già solo per il fatto di essere costruito su quello che ha tutta l'aria di essere un campionamento di Collapsing At Your Doorstep degli Air France, il singolo d'esordio dei Daisies Anyone's Style dovrebbe conquistarsi tutto il vostro affetto. I Daisies sono un nuovo gruppo di Olympia, Washington, o meglio un "avant pop project" nato da componenti di altre band locali come CCFX, TransFX e CC DUST (quasi uno scioglilingua) insieme alla cantante Valerie Warren. La canzone anticipa l'album What Are You Waiting For? in arrivo a giugno in collaborazione tra K Records e Perennial Death:

lunedì 20 maggio 2019

A Week Of Wednesdays

The Artisans

Dalle lontane province dell'indiepop arrivano ancora piccole e molto gradite sorprese. Per esempio, con il nome che si sono scelti, così poco appariscente e così poco Google-friendly, The Artisans rischiavano di passare inosservati. In realtà, quello della band inglese vuole essere sia un omaggio agli Orange Juice, sia un inside joke del frontman Kevin McGrother, "produttore di formaggio di giorno e pasticciere notte" (ma quando troverà il tempo di scrivere canzoni così adorabili?), e quindi conquistano già la mia simpatia.
Provengono dal Nord-Est di cittadine come Teesside e Tyneside, segnalano tra i loro hobby "drinking tea" e "shopping at The Co-operative", e si sono trovati a suonare assieme grazie alla passione comune per la scena C86. Alla fine, però, il loro album di debutto si orienta verso un indiepop britannico più classico e meno sregolato, che riesce a essere quasi sempre carico di ottimismo nonostante i testi un po' malinconici. Tra queste dodici canzoni possiamo ritrovare ispirazioni Wedding Present, Flatmates o Primitives (con i quali, non a caso, The Artisans hanno condiviso un live), atmosfere più morbide da Math & Physics Club, arrangiamenti di tromba che fanno tornare in mente certi Tullycraft più agrodolci (che bello quando appare la seconda voce!), o anche rapide incursioni verso ombre new wave.
Ma se c'è un tratto comune che corre lungo tutto questo simpatico album autoprodotto, per me resta quello di un grande e schietto amore per l'indiepop, una semplice fiducia che in qualche modo riesce a regalarti qualche irragionevole speranza.



sabato 18 maggio 2019

I gaze out the window, there is still poetry there

Kiwi jr - Football Money

This is the city where I live
These are the friends that I have made


La prima cosa, inutile nasconderlo, è senza dubbio la voce di Jeremy Gaudet: quasi quella di un giovane e acerbo Stephen Malkmus, ogni tanto beffarda ma anche capace di totale trasporto nei momenti più imprevedibili. Ti sorprende. La seconda cosa, però, è il piacere ancora maggiore di trovare quella voce sopra canzoni che con i Pavement hanno poco in comune, se non forse alcuni passaggi impetuosi, oppure un paio di occasionali strofe dove i riferimenti si fanno così intricati da sembrare quasi deragliare verso il nonsense.
Per il resto, Football Money, l'entusiasmante esordio dei Kiwi jr, è una concisa ma efficace raccolta di canzoni power pop dal tiro irresistibile, che prende una sua strada abbastanza lontana da Stockton. I Kiwi jr sono un quartetto che fa base a Toronto, anche se i suoi componenti provengono tutti da Charlottetown, dove Gaudet era stato il frontman dei notevoli Boxer The Horse, quasi un decennio fa. Con questa nuova formazione (che vede al suo interno anche 
Brian Murphy, bassista degli Alvvays) hanno messo a punto un suono perfettamente equilibrato, tra chitarre squillanti e garage scanzonato, con canzoni piene di versi e ritornelli pronti a diventare inni al primo ascolto (anche se sul vinile campeggia il motto "Don't bore us, no chorus!").
Le canzoni dei Kiwi jr raccontano storie quotidiane di vita urbana, spesso leggermente sfasata: “It’s very much a Toronto record. Even though we’re East Coasters, there’s no nostalgia or romanticizing small towns. This album is about the neighbourhoods we live in and our lives here” - spiega la press release della loro etichetta Mint Records. Un quartiere e una città in cui tutto costa sempre troppo (Nothing Changes), popolati di "handsome dads" ma anche di nevrosi (Football Money), impiegati frustrati e dissociati a causa della vita da ufficio (Salaryman), e in cui le cose possono prendere una brutta piega quasi senza nessun motivo (Leslie).
Nonostante questo album sia "less about trying to express ourselves — it’s more interpreting the outside world", mi piacciono molto certi lampi in cui la realtà dei Kiwi jr sembra dissolversi verso il sogno (Swimming Pool, in cui appare il fantasma di Brian Jones, oppure la grandiosa Comeback Baby). Hai già un'intuizione di cosa potrà fare in futuro questa band. "And we never seem nortmal again".



mercoledì 15 maggio 2019

Memories will soon begin to fade away

Sambassadeur

Una lunga passeggiata per il quartiere di Hornstull, i palazzi severi di una via senza caffè, un parco che scendeva verso l’acqua. La pioggia degli ultimi giorni d’agosto aveva inzuppato Stoccolma, e anche se il sole ora splendeva forte sopra i nostri silenzi impacciati, potevi già sentire l’annuncio dell’autunno dietro le foglie appena mosse dal vento e sui riflessi dorati sulle onde tranquille.
Mi domando se nella mia mente riuscirò mai a separare il suono dei Sambassadeur da quel ricordo di luce e passaggio, di colori che risplendevano e sbiadivano, di una malinconia che si torturava a cercare parole. “There’s nothing you can do to slow down”. Eppure, dovrei avere imparato ormai che anche i ricordi sono come i colori di quel pomeriggio, e ciò che prima era pieno e radioso prima o poi svanisce, diventando a volte qualcosa di simile al ricordo di un ricordo. E intanto, “Leaves keep on falling / Falling to the ground”.
A nove anni dal loro ultimo album, sono tornati gli svedesi Sambassadeur: un nuovo album, otto nuove canzoni, una nuova label, la stessa carezza nella voce di Anna Persson, lo stesso indiepop sontuoso, fatto di un’eleganza precisa e senza eccessivo sfarzo che si prodiga per tenere assieme, ancora e per sempre, la lezione di band come Clientele, Concretes o i primi Club 8, con quella fondante degli chansonnier francesi e soprattutto degli ABBA.
Survival (uscito soltanto in digitale ma non su Bandcamp) riesce a passare dai balletti sintetici di Stuck a una calda ballata come 41, dal jangle-pop della meravigliosa The Fall (posso quasi immaginarla in una cover dei Teenage Fanclub) al commiato dolente di Ex On The Beach, avendo come perno la travolgente Kors, una canzone all'altezza delle migliori e più memorabili composizioni della carriera della band.
Un nuovo disco che diventerà pieno di nuovi ricordi. "I think we need to stand here still, just for a while", ancora un attimo, ti prego.






lunedì 13 maggio 2019

The chapter in our lives entitled The Lucksmiths

THE LUCKSMITHS

Remember when I said you were too young
To start a story with "Remember when..."?


Oggi fanno dieci anni da quando si sono sciolti i Lucksmiths, e in mezzo a tutti gli anniversari, ai revival e alle retromanie che ogni giorno si accavallano nei nostri incessanti discorsi e commenti, oggi voglio ritornare a quel ricordo, all’epoca in cui la musica era quel “warmer corner” e i Lucksmiths possedevano la formula segreta e semplice di una “invention of ordinary everyday things” che ci scaldava il cuore come quasi nessun altro. Era il suono con cui cominciavamo a orientarci nella vita, la nostra “cartography for beginners”. Era il suono di una “music from next door” che ci faceva tornare in mente qualcuno a cui avevamo tenuto la mano mentre faceva l’alba, o qualcuno che era svanito nei “ci vediamo dopo l’estate” e nei “ti scriverò quando arrivo”. I Lucksmiths facevano canzoni ancora dal secolo delle lettere scritte a mano, delle cartoline, dei titoli a pennarello sulle cassette e delle telefonate con il prefisso all’ora stabilita: “I Prefer The Twentieth Century”. Le notizie ci arrivavano una alla volta dall’affettuosa tigre perplessa di Indiepages o dalle colonne precarie di Soundsxp, e noi addirittura esultavamo se un mensile citava in un trafiletto una delle “nostre” band preferite.
Marty Donald, Mark Monnone e Tali White fondarono i Lucksmiths a Melbourne nella primavera del 1993. Chitarra, basso e batteria: tanto Jonathan Richman, tanti Housemartins e Billy Bragg, un po’ di Belle and Sebastian, e soprattutto meno Smiths di quanto avrebbe potuto far credere il nome. Marty scriveva i pezzi, Tali li cantava con la sua voce dolcissima suonando in piedi rullante e charleston, Mark faceva battute in australiano stretto, per noi indecifrabili. Nell’ultima e più impegnativa parte della vita della band si aggiunse Louis Richter, a dare corpo a una musica limpida che è riuscita a raggiungere una perfezione indiepop quasi impossibile. E i Lucksmiths ci sono riusciti parlando per praticamente metà dei loro testi del tempo, del cielo, delle stagioni che passavano e ci allontanavano, della pioggia e del sole. “Unimpressed and unemployed / But I refuse to waste this weather”. Ancora provo sincero stupore – dopo tutti questi anni – per la pelle d’oca che continuo a sentire quando arrivano quattro versi naïf come “And I say hey, it's a beautiful day / And I'm starting to feel a lot better / So wake up, wake up / It's T-shirt weather”.
Un tempo da magliette, il sole di una giovinezza che era capace di raccontare ogni malinconia, ogni “hiccup in your happiness”, ogni impaccio di noi “camera shy”, ogni amore smarrito nelle “great lenghts”, e nonostante tutto di sorridere ancora.








domenica 12 maggio 2019

I'd love to say I'll be there

BDRMM

Shoegaze per crogiolarsi nelle domeniche mattina di pioggia: fin troppo facile, lo so, ma il post un po' meteoropatico di oggi vuole essere soltanto un segnalibro per ricordare anche qui l'infilata di notevoli singoli indovinati con altrettanto notevole disinvoltura dai BDRMM (pronunciato "bedroom"), nel corso dell'ultimo anno. Quintetto proveniente da Hull, sono in giro dal 2017 e stati fondati da Ryan Smith (voce e chitarra), che in un'intervista ha ammesso molto francamente: "ever since the first time I listened to Alison I knew I wanted to create music that was more than just guitars". Oltre agli Slowdive, aggiungerei tra le principali influenze anche i più recenti DIIV, per quelle inflessioni più jangling e nervose di un sognante shoegaze. Alex Greaves, già al lavoro con The Orielles, Heavy Lungs e Bo Ningen, ha prodotto le tracce uscite finora su Bandcamp, e a questo punto non resta che ben sperare per un prossimo album di debutto.



venerdì 10 maggio 2019

"I just want someone to talk to. Well, maybe not just anyone"

Jens Lekman & Annika Norlin - CORRESPONDENCE

Un po’ come ritrovarsi per caso ad ascoltare una conversazione intima tra due amici di vecchia data, in quell’attimo scoperto tra l’inevitabile curiosità e l’imbarazzo di violare una certa dovuta riservatezza. Così è ascoltare le canzoni contenute in questo Correspondence, il disco composto, mese dopo mese, lungo tutto il 2018, da Jens Lekman e Annika Norlin, nota anche come Hello Saferide e Säkert. Dodici lettere in forma di canzoni, un botta e risposta (a volte proprio partendo da un verso o un’idea della traccia precedente) che i due cantautori si sono scambiati, in un curioso processo di scrittura privata e pubblica al tempo stesso.
Cara Annika, caro Jens, e noi nel mezzo: sarà il caso di intromettersi e postare qui anche solo due righe su un disco che questo tono? Certo Correspondence è stato “pubblicato”, eppure, come mai prima d’ora queste due voci che conosciamo da lungo tempo sembrano qui a nudo. In queste canzoni non si avverte quasi nessun filtro o mediazione. Sono tutti racconti nati in momenti precisi: Jens che si trasferisce nella piccola città di Tromsø e si domanda come farsi nuovi amici, e Annika che esce per andare in palestra; Jens che compra una crema per la pelle, e Annika che passa in treno la giornata dopo le elezioni; Jens che rivede con sconcerto un film da ragazzini come "La rivincita dei nerds", e Annika che parte per una camminata nei boschi.
Sembrano occasioni da nulla, eppure la vita è lì, e lì è anche la voce che la racconta. Con tutta la cura e la prudenza che ogni vita richiede. E con tutte le richieste di “qualcosa di più” che ogni vita porta con sé. “Each day I’m waiting eagerly / When I cross this corner, will there be a sign there just for me?” si domanda a un certo punto Annika. “There’s a dying light in the distance that beckons / As the clocks are rapidly running out of seconds”, le fa eco qualche mese dopo Jens, accomunando un sentimento di speranza con l’urgenza di riconoscere che dobbiamo fare qualcosa per migliorare il mondo in cui viviamo.
A mano a mano che la corrispondenza tra i due procede, proprio come in qualche conversazione in cui ci ritroviamo a parlare in maniera via via più profonda, aperta e sincera, Annika e Jens non hanno paura di toccare argomenti complessi, da “massimi sistemi”, anche partendo da piccoli incidenti quotidiani. Questa immediatezza è accentuata dalla regola che inizialmente i due cantautori si erano dati di usare un solo strumento per ogni canzone, lasciando il loro folk acustico più spoglio possibile intorno alle voci e al racconto. In realtà, nella versione finale dell’album qualche arrangiamento di archi hanno deciso di concederselo, e tutto suona ancora più toccante, ma l’idea generale resta quella di una musica che si fa quasi cristallina, trasparente fino a scomparire (vedi l’ultima missiva di Jens, On The Edge Of Time), per lasciare posto alle parole che devono arrivare a destinazione.
Forse Correspondence non contiene le canzoni più memorabili e riuscite della nutrita discografia dei due nostri cari svedesi, ma di certo alcune di quelle che richiedono un ascolto più attento, e capace di premiarti con qualcosa di poco comune, difficile da trovare anche in altri dischi che amiamo di più: queste sono canzoni che ci invitano a sedere insieme a loro, ad aprire una lettera destinata anche a te, a parlarne assieme.



martedì 7 maggio 2019

You're not alive until you start kicking

Fontaines D.C. / Dogrel - live @ SXSW 2019

I could lay you right down
On these lively living streets
And still you'd not know
How the city heart beats


Grian Chatten si passa una mano sulla bocca, come se fosse sul punto di lanciarsi in un lungo discorso e liberarsi di pensieri che tiene dentro da troppo tempo. Poi si volta verso la band, lascia cadere la mano, batte il tempo sulla coscia, ci ripensa. Stringe l’asta del microfono, schiena dritta, torna a fissare un punto lontano, dietro di noi, con i suoi occhi chiari spalancati. In questo preciso istante, nella bolgia che sta montando sotto al palco, è innegabile che quella posa e quella tensione stiano ricreando qualcosa di simile alle mille rappresentazioni della figura ormai da santino di Tumblr di Ian Curtis. Ma è quando attacca finalmente a cantare che compie un’altra trasformazione prodigiosa e fiammeggiante: quello che si rivela in una raffica di parole sputate, scagliate con veemenza poderosa, è lo spirito di un Mark E. Smith contemporaneo. E come per la leggendaria voce dei Fall, non si tratta di una rabbia cieca e punk, ma di un’irruenza lucidissima, tanto impulsiva quanto beffarda, tanto forbita quanto insolente.
Il riff iniziale di Chequeless Reckless è un semplice graffio di chitarra, lasciata sola e mandata in avanscoperta a preparare l’assalto. Chatten srotola un elenco di stereotipi, una specie di preludio a un manifesto misantropo sull’autenticità: “A sell-out is someone who becomes a hypocrite in the name of money / An idiot is someone who lets their education do all of their thinking” e così via. Arrivati al momento in cui entrano basso e batteria a squassare quello che resta della stanza sudata e asfittica, ogni cosa sta già crollando o forse esplodendo, non capisco più bene. È una partenza di quelle che lasciano il segno, nelle orecchie, nello stomaco e nel cuore. “What's really going on? / What's really going on?”
Deve essere almeno il sesto o settimo concerto in tre giorni per i Fontaines D.C. al SXSW 2019, ma quello a cui sto assistendo sul piccolo palco del Velveeta Room di Austin sembra comunque un esuberante debutto, una genesi, un Big Bang primordiale. Tutto viene raccontato con un misto di ghigno beffardo, sproloquio alcolico e poetico, e urlo sulla faccia che incita alla rivolta. Una gang in azione, determinata e compatta, implacabile. “Is it too real for ya? / Is it too real for ya?”
Avanti veloce fino al giorno in cui ho per le mani il vinile giallo di Dogrel. Il curioso titolo è un’altra dichiarazione di intenti, un segno ulteriore del legame forte che i Fontaines D.C. hanno intrecciato con Dublino, la loro città – il dogrel a quanto leggo era una specie di poesia comica, spesso volgare o satirica, molto diffusa in passato nei ceti più popolari irlandesi e soprattutto nei pub. Ed è proprio lì, tra pinte traboccanti birra e discorsi sul senso della vita, che affondano le radici della poesia dei Fontaines D.C. (tra parentesi: anche le due lettere D.C., un po’ come quelle di Washington D.C., qui stanno proprio per Dublin City). Basta prendere una qualunque delle loro interviste: tutto un susseguirsi di indicazioni di strade, quartieri, tane; citazioni di autori come Joyce, Yeats o Kerouac; critiche alla gentrificazione e aneddoti di vecchi amici ubriachi.
Il primo verso con cui si apre il disco è un perentorio “Dublin in the rain is mine”, che oltre a farmi tornare in mente quel lontano “England is mine / And it owes me a living” cantato dagli Smiths, è anche una dichiarazione strepitosamente spavalda e ambiziosa. Il ritornello prosegue “My childhood was small / But I’m gonna be big”, e nonostante abbia il sospetto che ci sia dentro una buona dose di ironia, da sicuri capofila di una nuova e aggressiva generazione di formazioni irlandesi, i Fontaines D.C. stanno mostrando di possedere carattere a sufficienza per essere all’altezza delle loro stesse parole.
Dogrel non è per intero un post-punk a due dimensioni: se Fall e Joy Division vengono menzionati in ogni recensione, ci puoi trovare anche echi dei Clash (Sha Sha Sha), dei Jam (Boys In The Better Land), ci sono momenti di puro e liberatorio divertimento (Liberty Belle), quasi dalle parti dei primi Arctic Monkeys e Strokes (Ah! Se gli Strokes avessero ancora un briciolo di questa energia!), e bordate rumorose alla Girl Band, seminale formazione di Dublino che qualche anno fa abbiamo avuto la fortuna di vedere passare anche qui a Bologna e che i Fontaines citano tra i loro ascolti formativi. Infine, da buoni irlandesi che vogliono riappropriarsi delle tradizioni, non mancano parentesi romantiche e un po’ decadenti, in cui ripescano la lezione dei Pogues (la conclusiva e dolente Dublin City Sky).
In questo senso, i Fontaines DC sono una band formidabile per davvero: capace di scatenare un tumultuoso inferno sopra al palco, con concerti furibondi e memorabili (“You know I love that violence / That you get around here”), ma di rivelare su disco, con disinvolta consapevolezza, anche profondità, intelligenza e facce diverse. “You're not alive until you start kicking”, cantano a un certo punto, e queste canzoni gridano forte quanto i Fontaines D.C. siano ora ferocemente vivi.






sabato 4 maggio 2019

"C'è gente che ci scrive e noi non rispondiamo" (cit.) - Maggio 2019

Sporadica rubrica fatta con le vostre email e i miei sensi di colpa

Shormey - Boogie Tape Vol. 1
Affacciamoci al weekend con un beat solare e rilassato (qualcosa tra Avalanches, Neon Indian e Washed Out) a firma Shormey, nome d'arte di Shormey Adumuah, dallo stato della Virginia, dove fa base anche la sua label Citrus City Records. Influenze disco Seventies e morbide, un tocco di "carefree vibes", come le definisce il comunicato stampa, per un bell'EP di "bedroom soul" intitolato Boogie Tape Vol. 1.




True Blossom - Heater
Della stessa etichetta, ho recuperato soltanto da poco tempo un disco pubblicato in realtà a gennaio, Heater, interessante debutto dei True Blossom, band di Atlanta che ha un evidente debito con le idee dei Fleetwood Mac e con un certo pop levigato Anni Ottanta, ma che riesce comunque a inventare una propria peculiare atmosfera grazie soprattutto alla voce di Sophie Cox e ad arrangiamenti eleganti ed azzeccati.




A Red Idea - Bed Sea Walks
Da qualche mese è uscito anche Bed Sea Walks, l'esordio di A Red Idea, pubblicato dall'ottima etichetta indipendente veneziana Beautiful Losers. La mia curiosità viene stuzzicata nel momento in cui leggo, tra i riferimenti per questo progetto, anche il nome dei vecchi Midlake, forse oggi un po' dimenticati. E infatti quando queste ballate prendono il colore di certo indie rock dalle atmosfere intime si rivela una poesia austera. Del resto, il concept dell'album è "un’immaginaria passeggiata sul fondo dell’oceano". Apprezzo un po' meno altre divagazioni verso territori alla Radiohead, ma temo sia un problema soltanto mio. In ogni caso, mi piace l'intreccio molto misurato di chitarre e synth (gli arrangiamenti sono a cura di Andrea Liuzza), perfetto per la voce calma e calda di Alvise Forcellini.




Girless - See You When Fascism Is Whipped
See You When Fascism Is Whipped è il titolo abbastanza esaltante del secondo album solista di Girless: a quanto pare cita una frase attribuita a Woody Guthrie, e del resto Guthrie è anche l'ispirazione principale di questo lavoro. Otto tracce di folk dolcissimo (e che in un paio di episodi sanno sconfinare in un punk acustico, sanguigno e rabbioso) che in qualche modo raccontano qualcosa del nostro malmesso presente, proprio cercando di raccontare la vita quotidiana di una delle più grandi voci di outisider che la musica abbia mai avuto. Garantisce come sempre To Lose La Track.




Action Dead Mouse - IL CONTRARIO DI ANNEGARE
Per la stessa label di Umbertide, in collaborazione con È un brutto posto dove vivere, Floppy Dischi e Ideal Crash, è uscito il nuovo album degli Action Dead Mouse, dal magnifico (come al solito) titolo Il contrario di annegare. Il giorno in cui è stato annunciato il disco, mi sono trovato taggato in un post su Facebook, tra ringraziamenti vari, ben più illustri e meritevoli. Quando ho chiesto come mai, Filippo Dionisi (chitarra e voce della band bolognese) mi ha semplicemente risposto che secondo lui in mezzo a queste canzoni c'è qualcosa che può piacere anche a me (che, diciamocelo, di hardcore-post-qualcosa non so evidentemente nulla). Quindi mi sono messo ad ascoltare abbastanza preoccupato: e se non avessi capito a cosa si riferiva Filippo? Se mi fosse sfuggito il dettaglio più importante? D'accordo, ci sono quelli che la bella e molto più competente recensione su Dotto chiama "i riff che fanno godere anche il fan democristiano dei Cloud Nothings". C'è un emo struggente ma tutt'altro che melenso che sa farsi anche epico (la parte entrale di Piombo o il crescendo di Parlare nel sonno), e ci sono momenti indie rock limpidi (l'attacco puro Sonic Youth di Rimini). Ma dopo qualche settimana in cuffia direi che c'è anche altro: c'è una forza che riesce a parlarti anche oltre gli urli (mi piace che questi ragazzi non smettano di fare musica urlata), a farsi intendere benissimo anche quando le parole vengono fagocitate dai muri di rumore. Qualcosa che assomiglia all'ostinazione nel seguire un "amore anfibio", mantenerlo in vita dentro e fuori da un'acqua buia, qualcosa che si dibatte tenace nel "goffo aggrapparsi" dentro un abbraccio. Ecco, se gli strepitosi testi degli Action Dead Mouse per uscire ed esplodere hanno bisogno di una forma che io posso ricondurre tipo a Fine Before You Came, o magari a GirlsVSBoys e At The Drive In, per citare un paio di nomi classici e più "formativi", bene allora così sia. Continuate a esplodere, a "battere sempre sullo stesso tasto", a cercare e cercare ancora il contrario di questo nostro affogare.






 True Sleeper - Life Happened
Conoscevamo già Marco Barzetti per i cupi ed evocativi Weird, con due ottimi album all'attivo, e ora si è lanciato in una nuova avventura solista, sotto il nome True Sleeper. Le sonorità sono quelle di uno shoegaze ancora più dissolto, ipnotico e rarefatto, a volte quasi ai limiti dello slow-core. Life Happened è il suo debutto, pubblicato dalla ammirevole Lady Sometimes Records: nove tracce maestose, che puntano a una circolarità di temi e suoni, e dentro le quali sembra non esserci mai fine alla profondità dei riverberi. Ascoltato in loop può creare dipendenza e far perdere la cognizione del tempo, come un sogno dentro il quale si sta sognando.




giovedì 2 maggio 2019

You don’t know what you mean to me

SASAMI

Con una tensione che graffia sotto la pelle, che non dà pace e agita le mani e i pensieri, le canzoni di Sasami traboccano piccole osservazioni spietate. Nulla che vada oltre i puri e semplici fatti: è la puntualità dell’elenco a rendere certe parole implacabili. Già il ritornello della canzone di apertura, I Was A Window (cantata insieme a Dustin Payseur dei Beach Fossils), mette le cose in chiaro da subito: “There are many ways you could have answered / But you didn't”. Ancora prima, il singolo Callous si apriva con questa amara constatazione: “I lost my calluses for you / And you didn't even think to ask me how my day was”.
Ma la voce di Sasami resta calma, e i suoi occhi sono asciutti: il dramma (negli episodi migliori del suo album d'esordio) si consuma tutto nell'attrito con la musica, la sua chitarra e qualche discreto synth. Queste canzoni, che sono un "mix of a diary and a collection of letters, written but never sent, to people I’ve been intimately involved with in one way or another", restano, per l'appunto, buste sigillate, accuratamente ordinate, mai arrivate a destinazione, né bruciate.
"I'm sure it happens all the time / I know I’m not the only one", considera quasi con modestia la devastante Free, stupendo duetto con Devendra Banhart, che qui si limita a suggerire una seconda voce.
La malinconia delle ballate dream pop di Sasami, che a volte si dilatano verso un algido shoegaze, e in altri momenti evolvono in raffinatezze alla Stereolab/Broadcast, resta trattenuta, e forse ferisce ancora di più proprio per questo. C'è il dolore di una relazione (o più relazioni) in lento e inesorabile disfacimento, ma siamo già oltre l'accettazione di qualcosa che non si può più rimediare: perché continuare a tormentarsi? Perché insistere nello strazio: "It's not the time or place for us / But you said that you would save some space for us". Se solo questa voce sembrasse crederci ancora.
"Some days I wish I could forget you" ripete Sasami, e magari proprio queste canzoni sono state d'aiuto perché ciò accadesse. Di sicuro, dopo questo disco, saremo noi a non dimenticarci più di lei.




martedì 30 aprile 2019

"The more this model grows, the more inefficient it becomes"

Music Streaming Services Are Gaslighting Us
(immagine via Spotify)

Qualche giorno fa, Spotify ha annunciato con molta enfasi di avere superato i 100 milioni di utenti paganti (intanto, però, la media dei ricavi per utente è scesa in tutto il mondo, e di conseguenza è sceso anche il valore delle azioni di Spotify). Stavo per dimenticare la notizia quando un paio di giorni dopo ho cominciato a vedere linkato ovunque questo articolo intitolato "Music Streaming Services Are Gaslighting Us", scritto da Darren Hemmings, curatore tra l'altro della newsletter Motive Unknown.
La premessa dell'articolo è abbastanza risaputa da almeno una decina d'anni:
We are constantly being told by the likes of Spotify that they can enhance our music discovery. Algorithms and their own curated playlists should give us no end of music to enjoy. But the sheer volume, coupled with zero friction, results in the much-cited “paradox of choice”.
Lo sviluppo del discorso mi interessa perché anche io, come immagino molti altri, sempre più spesso vivo il cambiamento di ritmo degli ascolti musicali con fastidio: montagne di dischi (montagne impalpabili, fatte di file o, ancora peggio, di link) ascoltati di passaggio "per rendersi conto di cosa parlano tutti oggi", a cui seguono periodi di letterale rifiuto di ascolto. La (quasi) completa accessibilità della musica, l'accumulo convulso di discorsi sempre meno significativi intorno a dischi e band, e la mancanza di quella "friction" di cui parla Hemmings portano a una condizione di nausea. Il contrario del piacere che dovrei trovare in una delle cose a cui ho dato più importanza nella mia vita. Si parla di "enjoy", ma lo si intende davvero?
Il problema del "piacere" era stato al centro di un articolo scritto da Jayson Greene qualche mese fa su Pitchfork, "Are We Having Fun Yet? On Pop’s Morose New Normal", in cui si analizzava la prevalenza di temi cupi e angosciosi nel pop contemporaneo. Di passaggio, si citava anche lo streaming:
Streaming extends music's reach into our lives while diminishing its position — thanks to its ease, and the availability of mood-based playlists, we listen to music more often, and we also do more half-listening than even before. Streaming is more isolated than older media, both more ephemeral and more intimate. Even with something as incorporeal as an MP3, there was still one click, one discreet credit-card charge, one consumer decision, and one implicit bargain made in the process—this song will be worth your 99 cents. Streaming entire catalogs shifts the emphasis, subtly but surely. Music listening, particularly the casual kind, is no longer so much as a choice as a reflex — come home, turn on the lights, let a playlist murmur away.
Potremmo fermarci qui, e questo sarebbe un qualunque post da "vecchiazza" pubblicato qui sul blog circa nel 2009. Ma Hemmings spinge la riflessione oltre, chiedendosi quanto sia sostenibile tutto ciò, quanto la nostra personale condizione di "fastidio" non solo sia conseguenza ma influenzi e, alla lunga, danneggi la cultura stessa in cui si trovano a operare gli artisti:
Just like Silicon Valley in general, there is this mindset that having everything available all the time is a good thing. It isn’t — and it is arguably damaging art and culture as a result. [...] In 2019, artists need meaningful patronage, not a speech about how they could get more streams. That patronage might come from merch or other means, but it should come from music too.
L'esempio che porta Hemmings è quello di Bandcamp, una piattaforma che permette alle band di distribuire in streaming e vendere (sia musica che merchandising), e in cui la maggior parte dei soldi che noi spendiamo arriva direttamente agli artisti stessi, attraverso un contatto diretto. Aggiungo anche che Bandcamp ha una sezione editoriale di consigli e approfondimenti da far invidia a testate ben più blasonate, e che da poco ha annunciato l'ingresso nella produzione di vinili. Insomma: un ecosistema in cui la fruizione della musica sembra essere ancora al centro e avere ancora un ritmo umano (non sarà un caso che Bandcamp è anche la piattaforma preferita della rinascita delle tape labels).
Intendiamoci: Bandcamp non è il Sole Dell'Avvenire, è una company come altre e deve fare profitto, non è immune da difetti, probabilmente tra pochi anni avrà nuovi concorrenti o il mercato richiederà nuovi strumenti. Ma un'idea che la massa di musica ("40.000 tracks uploaded every day!") non sia soltanto il combustibile per una piattaforma che sembra avere come unico scopo la propria espansione mi sembra già un passo in una direzione diversa e più salutare.
Lo so che è anacronistico, ma qualunque mezzo, qualunque alternativa "meaningful", come dice Hemmings, riesca a (ri)dare alla musica (e a me) un contesto, un senso di appartenenza e la sensazione di non rendere il mondo un posto peggiore e più povero ogni giorno che passa credo sia da sostenere.


... I've wasted all my time
Don't pay me any mind...
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