mercoledì 18 settembre 2019

Are things falling together or falling apart?

SMALL CRUSH

Benedetta l'adolescenza pop, con i poster in cameretta, gli adesivi colorati di unicorni, cuori e gelati a riempire copertine e chitarre, le frasi profonde scritte a pennarello e costellate di arcobaleni, le lacrime allo specchio, le scoperte troppo veloci per essere ricordate, i buoni propositi velocemente da dimenticare e qualche ragazzo che non risponde mai e che, come sempre, capirà quanto di prezioso si è perso soltanto troppo tardi.
"Everything is confusing / I can never really know exactly what I want / It’s frustrating": se dai al tuo gruppo il nome di "piccola cotta" non puoi fare altro che disseminare il tuo album d'esordio di queste strofe schiette e adorabili e, alla faccia di ogni possibile cinismo, ribadire che esite un fragile momento nella tua vita in cui questa è tutta la poesia e significa tutto.
Gli Small Crush si tuffano senza esitare un secondo nell'età degli "I’m scared for what’s ahead" e dei "Sing me a song all night long about love", e io non ho nessuna intenzione di fargli qualche noiosa paternale e dirgli come potrebbe andare a finire. Se qualcuno è ancora così giovane e così pieno di speranze da mettersi alla ricerca di un "missing piece to what's making me so unhappy", io posso soltanto provare ammirazione e invidia. Anzi, io voglio proprio che queste canzoni mi facciano sentire la rincorsa e lo slancio di tutti i "There's nothing I'd rather do than sit and talk to you" del mondo, anche di tutti quelli che non abbiamo mai detto. Grazie al cielo, dentro a queste tredici canzoni, tutto ciò succede con una facilità e una freschezza non comuni.
Il promettente quartetto di Oakland, guidato da Logan Hammon e pubblicato da Asian Man Records, traduce in musica sentimenti puri scrivendo un indiepop che può ricordare, di volta in volta, certe atmosfere alla Frankie Cosmos, Radiator Hospital o Girlpool, ma lasciando intatta una naturalezza e una sincerità nell'approccio che di fronte all'ennesimo "I’m a mess, I’m a mess, I’m a mess!" non può che strapparmi un sorriso pieno d'affetto.



sabato 14 settembre 2019

It's a wounded world

MICK TROUBLE

Sarebbe troppo bello poter soltanto credere alla storia di Mick Trouble, quella che, per esempio, ancora accompagna il suo primo EP nella presentazione sul sito di Rough Trade: "for a brief time in 1981, Mick Trouble was on the verge of becoming The Band That Saves Britain". Il giovane cantautore prodigioso, "the cocky bastard son of Nick Lowe and Dan Treacy", le immancabili e acclamate John Peel session, la misteriosa scomparsa da un giorno all'altro, il leggendario disco mai uscito e poi per miracolo ritrovato. Ogni pezzetto della storia di Mick Trouble sembra ritagliato da uno dei mille aneddoti intorno all'età dell'oro del post-punk UK e alla nascita della scena indie che abbiamo letto e riletto ovunque.
Ma tutto questo collage è soltanto il frutto dell'amore di Jedediah Smith, newyorkese e contemporaneo, per quei suoni e quelle band che ancora oggi non hanno smesso di riempirci di meraviglia. Del resto, sono quasi tre lustri che Jed Smith ricorre sulle pagine di questo blog e su queste frequenze: che fosse con la sua sottovalutata band My Teenage Stride o con il suo più recente e formidabile progetto Jeanines, ho sempre trovato unica la sua capacità di scrivere canzoni ruvide e al tempo stesso emozionanti.
Tutto nacque da un "finto" (?) articolo di Wondering Sound che doveva raccontare "The Best Albums That Never Existed": Smith inventò dieci biografie e registrò altrettante canzoni dai generi più diversi, dal Northern Soul al synth-pop al goth (l'articolo, con una certa ironia, si recupera solo su Archive.org mentre la playlist è ancora viva su Soundcloud). Tra queste band, Mick Trouble rappresentava un po' l'alter-ego di Smith imbevuto di TV Personalities e fredda Londra a cavallo tra Settanta e Ottanta, senza dimenticare anche una punta di beffardo anti-tatcherismo. Ma si intuisce che non si tratta di un semplice pastiche, e Smith lo ribadisce in questa intervista a Vice: "I try not to go too broad because this is not satire or parody".
Smith ormai non si nasconde più di tanto nel travestimento vintage, e come dimostra in maniera splendida Here'sThe Mick Trouble LP, "l'atteso" album di debutto uscito per Emotional Response, è ancora possibile strappare una lacrima e un sorriso con questo indiepop impolverato e ormai a pezzi, appassionato e perdente, e ritrovare dentro quei tempi andati qualcosa dei nostri: it's a wounded world.






giovedì 12 settembre 2019

Living it for the moment - in ricordo di Daniel Johnston

Daniel Johnston

A Daniel Johnston sono arrivato tardi, come a tante altre cose nella vita. Lungo gli Anni Novanta incrociavi abbastanza spesso il suo nome accanto a quello di gente importante: Kurt Cobain, con la famosa t-shirt regalata da Everett True, gli Yo La Tengo (protagonisti di un memorabile live al telefono), i Teenage Fanclub, i Sonic Youth, i Butthole Surfers… anche se da qui non appariva subito chiaro perché. Daniel Johnston era un’entità che richiedeva tempo e conoscenza per manifestarsi. Scoprivi che c’era sempre altro, c’era sempre un prima più nascosto. Ogni tanto qualche mensile dedicava a Johnston una retrospettiva: senza nulla da ascoltare, leggevi invariabilmente parole come "icona" o "leggenda", restavi a guardare questi suoi ritratti in bianco e nero e non capivi come potessero contenere, al tempo stesso, tanta costernazione e tanta sincerità. Gli occhi di Daniel Johnston si spalancavano ingenui su sentimenti e passioni che chiunque era abituato a sbirciare soltanto in maniera fugace, da una prudente distanza. Noi avremmo distolto subito lo sguardo, rifugiandoci in parole misurate per aggirare certi abissi penosi e certi slanci celestiali: quel ragazzo sorridente e impacciato, invece, ci si stava lanciando a capofitto.

Would you follow me anywhere
Are you entertained by deep despair?


Love, world, cry, hope, death, friends, give, feel, you, me… c’era tutto un vocabolario ricorrente che sembrava non poter essere più elementare. Eppure, appena prestavi davvero orecchio, ti strappava un singhiozzo all’istante. Mentre trattenevi le lacrime, vedevi Daniel Johnston usare quelle parole come mattoncini Duplo grossi e dai colori fin troppo sgargianti, ma con quelli era capace di costruire intere poesie.
A poco a poco, scoprivi che tutte le band che amavi avevano in repertorio una cover di Daniel Johnston (la prima che ricordo: Speeding Motorcycle dei Pastels, per non cominciare a citare tutti quelli che hanno rifatto True Love Will Find You In The End). Poi arrivò il peer-to-peer e nella foga di recuperare tutto ti ritrovavi con questi mp3 di una inconcepibile bassa fedeltà, e lì per lì non eri sicuro che fossero “le canzoni vere”. Suonava davvero a quella maniera, quel famoso Daniel Johnston?
Poi arrivò Fear Yourself, l’album del 2003 prodotto da Mark Linkous, l’uscita di Johnston più accessibile fino a quel momento. Nonostante alcune recensioni non apprezzassero la direzione data al disco dal cantante degli Sparklehorse, giudicato troppo invadente e colpevole di avere ammorbidito in maniera eccesiva la ruvida materia musicale di Johnston, io come tanti altri rimasi incantato (ma un incantato che deborda quasi nel trafitto) da quelle canzoni, da quel senso di intensa tragedia e altrettanto intensa gioia.

She's got me singing with a broken heart
I keep on messing with my mind torn apart
She's only forgotten we've been left in the dust
I guess my art didn't help very much


La questione della “mind torn part” era sempre presente (non è mai stato possibile parlare di Daniel Johnston senza parlare anche di depressione, schizofrenia, farmaci e malattia), e credo sia stata il vero motivo per cui decisi di non andare a vederlo dal vivo, quando venne in concerto a Bologna nel 2005 (un evento gratuito, all’aperto, prevedibilmente gremito all’inverosimile). Mi hanno raccontato dell’agonia di quell’uomo a tratti confuso sul palco, e per quanto il desiderio di poter dire “io c’ero” sia sempre forte in queste occasioni, oggi non ho particolari rimpianti.
Anche se non ho motivo per dubitare che lui volesse sinceramente essere lì a cantarci le sue canzoni, ho l’impressione che io invece avrei provato in anticipo, e proprio davanti a lui, quello che ho provato ieri notte alla notizia della sua morte. Quel senso irreparabile di smarrimento e amarezza, come se ti avessero portato via qualcosa di caro, però con quella punta di recondita consapevolezza (una pietosa consapevolezza) che quell’amore non fosse la cosa che alla fine gli avrebbe dato davvero la guarigione.
Nel mezzo, nell’incerto equilibrio, al di là di ogni ferita, di ogni melodia urlata e sgraziata, al di là di ogni pianto sui tasti del pianoforte, resta questa musica strappata ai nastri registrati nei garage, questa musica che suonava tutta di colpo, tutta in un momento, per un momento, sguaiata e fragile come la vita che cantava e canterà per sempre Daniel Johnston.

Goodbye semi-cruel world
You had it coming for so long
I’m leaving, but I’ll be coming back
I’m just a singer in a semi-famous song
Love, love, love
Love, love, love
Living it for the moment
Are you gonna smile or fall on your face?


(mp3) Daniel Johnston - Living It For The Moment

giovedì 5 settembre 2019

Vanishing Twin in Italia!


The Age Of Immunology, il secondo album dei Vanishing Twin, uscito qualche mese fa, è stato uno dei dischi che più mi ha colpito (e che soprattutto mi ha fatto viaggiare su orbite cosmiche imprevedibili) tra le cose uscite quest'anno.
Ora, insieme al nuovo video di You Are Not An Island, l'iponotica suite di sette minuti che svetta al centro del disco, è arrivata la notizia che la band londinese, all'interno del suo prossimo lungo tour europeo, sarà in Italia per quattro date il prossimo mese di dicembre:

mercoledì 4 @ Biko, Milano
giovedì 5 @ Cinema Zenith, Perugia
venerdì 6 @ Astro Club, Pordenone
sabato 7 @ Covo Club, Bologna

Dopo tanti tour persi e tante band del cuore che arrivano in Europa ma non passano per il nostro Paese, finalmente una buona notizia!




mercoledì 4 settembre 2019

As simple as that

The Umbrella Puzzles

A blissful feeling, a sunkissed smile
I can’t find it, I’ve traveled miles


Ti accorgi che il giorno già si accorcia, e questo tramonto da cui si intravede la fine dell'estate chiede soltanto una canzone dei Lucksmiths per inondare la strada verso casa con la sua anacronistica malinconia. E poi parte As Simple As That, a firma The Umbrella Puzzles, con quelle chitarre scintillanti e una melodia che si posa lieve, quasi come questi ultimi raggi dorati tra le case, e la canzone regge alla perfezione la parte di colonna sonora di questo imbrunire.
The Umbrella Puzzles è l'ennesimo nome d'arte di Ryan Marquez, da Richmond, California, già incontrato negli Apple Orchard e negli Haircuts, entrambi usciti anche per la nostra Best Kept Secret, e più di recente nei Golden Teardrops. Ora pubblica questo nuovo amabile EP sotto la nuova denominazione, e suona tutto da solo.
L'apertura di Dusty Pages è un brillante omaggio ai Teenage Fanclub, mentre Somersault ciondola come certi Galaxie 500. Altre canzoni, come detto, mi fanno tornare in mente tantissimo le atmosfere del trio di Melbourne, e per questo non posso non amarle: vedi l'elenco di From A Camera, con le immancabili annotazioni meteorologiche, o la ballata in chiusura Footprints In Sand ("The breeze starts to calm / There’s no light, no sparks in the stars"). E anche se, in fondo, dentro questo tramonto svanisce un altro po' d'estate, assieme a questo disco i colori diventano meno amari.

The band plays,
They strike a chord all at once
All the feelings flow



lunedì 2 settembre 2019

"Ready to go in transparent September"

Atta Girl - September

Si chiamano proprio così, come una storica canzone degli Heavenly, ma gli Atta Girl vengono dall'altra parte del mondo, da Shenzen, in Cina. Di certo, gli Heavenly e tutta l'estetica Sarah Records l'hanno studiata a fondo e fatta propria, così come certe chitarre shoegaze che grondano malinconia. Con una ammirevole dose di understatement si definiscono "a band that creates listenable music in the bedroom, but pretty lame on stage", ma del resto stiamo parlando di indiepop nel 2019: poche cose sono altrettanto "lame".
Dopo il bell'album di un paio di anni fa, Everyone Loves You When You Were Still A Kid, pubblicato dall'ottima Boring Productions ("Worst name, worst label" è il motto!) il duo formato da Jovi e Li "back to the studio with their drum machine" e ha sfornato un nuovo 45 giri (e mi piace cominciare questo mese un 45 giri...) dall'appropriato titolo "September / Regret". Potremmo essere più twee di così?
Google Translate mi restituisce un ritornello improbabile, "ready to go in transparent September", carico di involontaria poesia che mi piace un sacco.



venerdì 30 agosto 2019

Hiding from what truly makes me happy

 Julia Shapiro - Perfect Version


Now I’ll slip into a dream

Where I’m nothing and my mind’s free

Perfect Version, il debutto solista di Julia Shapiro, è un disco dentro cui è molto facile abbandonarsi: languidi strati di suoni quasi impalpabili, una voce sognante e ritmi blandi. Ma, al tempo stesso, è un disco che interroga con insistenza quel nostro abbandonarci. È come se la depressione, la stanchezza e il malessere che la Shapiro canta e analizza, velandoli dietro una musica dissolta e cullante, fossero gli stessi stati d'animo a cui cerchiamo di sfuggire chiedendo rifugio a una musica dentro cui dissolverci e cullarci, e trovandoci poi davanti alle domande di ogni giorno: qual è il senso di questo continuare a trascinarsi? Come posso stare insieme agli altri? Riuscirò a dare un significato alle cose che faccio?
Perfect Version, in qualche modo, è un album "disagevole" proprio perché ti concede fin troppo agio. Che sia la ninnananna di Tired, con la sua melodia distesa, il tappeto di chitarra di Harder To Do, ipnotica e scintillante (e con un magnifico assolo di tromba di Darren Hanlon), o l’indie rock scarno e rilassato di Natural e Around The Block, ogni elemento in queste canzoni sembra disposto ad accoglierti, morbido e luminoso (è un album che si è adattato alla perfezione ai pigri ascolti di questa estate).
La cornice di questa scrittura, invece, racconta un diverso conflitto che la ex cantante dei Chastity Belt ha vissuto sulla propria pelle: come spiega il comunicato di presentazione dell’album, "dealing with health issues, freshly out of a relationship, and in the middle of an existential crisis, she realized halfway through a tour [...] that she was going through too much to continue". E quando ne hai abbastanza di tutto, anche solo per pensare di trascinare il fardello dei giorni, è normale e umano cercare una via di fuga, un suono che dia sollievo. "I’ve spent all my time just trying to be / As close as I can to the perfect version of me" canta la title track. Per fortuna, la pressione che tocca sopportare ("I should really be more present / I should go to bed at a reasonable hour / But what’s the fun in that / It’s impossible to keep your life together"), può regalare anche "effetti collaterali" come la poesia di queste canzoni, e grazie agli amici e alla musica, una nuova, forse fragile ma ritrovata serenità (o una nuova "naturalezza", come racconta la traccia d'apertura) dall'altra parte di questo specchio: "All my problems feel like paper / I can finally rip them up".







mercoledì 28 agosto 2019

It's alright to feel strange

BLUE OCEAN - OAKLAND

Come forse si poteva intuire dal fatto che aprissero il nastrone dell'estate, sono completamente innamorato dei Blue Ocean, band di Oakland di cui, a parte il nome, non sembra possibile sapere quasi nulla. Non si trova una scassata pagina web, una recensione in giro, un tweet o qualche hashtag disperso. Come se non bastasse, il nome stesso è praticamente impossibile da googlare.
Mi resta soltanto la loro musica, un'unica foto poco decifrabile e una fugace apparizione sulla nuova notevolissima compilation della Rocks In Your Head di Sonny Smith (tra l'altro con una versione alternativa di Love): ma sapete una cosa? Mi basta, davvero. Le quattro tracce del loro secondo EP Summer Of Hands (uscito in cassetta autoprodotta) non durano nemmeno una quarto d'ora e mi costringono ad ascoltarle e riascoltarle di continuo. Un indie rock ruvido che sembra ereditare le cose migliori dei Terry Malts. Ma dove la band di casa Slumberland traduceva la lezione punk veloce e spigolosa di band come Wipers o Buzzcocks, nei Blue Ocean e nei loro feedback più distesi, in quella voce quasi smarrita contro il rimbombo dei bassi, sento un'ombra di malinconia diversa, quasi verso certi Sonic Youth più clementi, quasi degli Hüsker Dü indiepop. I testi sono paesaggi surreali ("words are falling from my mouth / light the fuse in my life / and burn it out") dentro cui è facile dimenticare la direzione che stavamo cercando, ma mentre le canzoni scorrono mi accorgo di non volerla più ricordare.
Non so in quale squat della Bay Area i Blue Ocean stiano suonando stasera, non so se ne parlerà mai qualcuno o se ne saprò mai più di così. Mi importa soltanto che in qualche modo la loro musica arrivi ancora qui, in questa strana e sconcertante "estate di mani", perché io possa dire "I still like it".





UPDATE: Grazie alla detective Claudia, aggiungo qualche altro pezzetto al puzzle. Dave Stringi, voce e chitarra dei Blue Ocean, aveva in precedenza un progetto solista a nome Hummus Boy, molto più punk e a bassa fedeltà. Inoltre, si dedica con risultati interessanti anche alla pittura e alle illustrazioni, e in particolare ha una graphic nove in progress intitolata Crazy World che mi sembra decisamente affascinante. Infine, i Blue Ocean sono anche su Instagram, follow immediato!


domenica 25 agosto 2019

Gone for good

 Smiles -  Gone For Good

La fine del pomeriggio dell'ultima domenica di vacanza, il taglio di sole arancione sulla parete del corridoio, la finestra e la misura di cielo che soffia da questa parte. Le valigie già svuotate e messe via, gli armadi chiusi, esitiamo ancora un attimo prima di stappare la birra che ci meritiamo.
“Well, you say that it’s gone for good? Maybe you should”. L’anteprima del lato A di questo sette pollici di Smiles, uscito nel Singles Club per il trentennale della Slumberland Records, in realtà girava già da qualche mese ma è stato solo in questa amabile ora incerta, in questo epilogo inondato di luce, che è risuonato inspiegabilmente appropriato. Qualcosa si chiude, si consegna nelle foto ricordo e nei biglietti ritrovati nelle tasche, ma ci siamo arrivati preparati. Una ballata che parte pigra e poi si avvolge di riverberi, cori e archi in pieno stile Teenage Fanclub e Big Star. Forse avevo proprio bisogno di tutto questo nel passaggio di stagione che si inarca in questo ultimo sole.
Degli Smiles non si sa molto: Manny, senza altro cognome, ha un sacco di canzoni su Bandcamp e aveva pubblicato un EP per la Melters Records un paio d’anni fa. In quelle quattro tracce, oltre al suo smisurato amore per le nostre care chitarre scozzesi Anni Novanta, era evidente anche un certo omaggio a Elliott Smith. Questa produzione più recente, invece, risuona in qualche modo più dolce proprio mentre canta “now it’s getting bitter”. È un agosto che finisce, è una domenica pomeriggio che aspetta ancora un ultimo raggio, si trattiene ancora un poco sul crepuscolo, si volta a guardare le settimane passate: “it’s gone for good” lo dice con un sorriso. Dopo questi tre minuti e trentadue stappiamo quella birra.

venerdì 23 agosto 2019

Rock the Baita 2019!

Rock the Baita Festival 2019

Ormai programmo le ferie in base al calendario di Rock the Baita. Il piccolo festival fai-da-te sulle colline di Parma arriva alla sesta edizione e per me rappresenta il tradizionale ultimo appuntamento live prima della fine delle vacanze d'agosto.
Con la scusa di andare a mettere due dischi aperitweevi, domani sera vado a godermi un po' di concerti e brindisi in quota: quest'anno i ragazzi hanno fatto le cose in grande e in scaletta ci sono tre band parecchio interessanti (di cui due straniere in prima e unica data per l'Italia!).
L'ingresso al Rock The Baita è come sempre "up to you", ma vista l'offerta di quest'anno (arricchita dal consueto contorno di grigliate, mercatini e mostre) vi suggerisco di non essere avari.


SKEGSS
Gli Skeggs, dall'Australia, suonano un garage rock bello tirato che in diverse recensioni si è guadagnato paragoni entusiasti con Fidlar, Cloud Nothings e Strokes.
Il trio di Byron Bay, dopo una gavetta costellata di singoli ed EP e un hype crescente, ha debuttato l'anno scorso con l'album My Own Mess, generosa raccolta che trabocca chitarre divertenti e super estive, perfetta per fare festa e perdere la testa.




Spielbergs
Gli Spielbergs, dalla Norvegia, all'inizio di quest'anno hanno infiammato non pochi cuori con il loro primo album This Is Not The End, disco che seguiva a ruota l'EP d'esordio Distant Star. Praticamente sono passati da "band to watch" di Stereogum ad affermata giovane leva dell'indie rock internazionale nel giro di pochi mesi. E a giudicare da queste dodici canzoni, il trio di Oslo se lo merita davvero: un suono poderoso e trascinante che fa tornare in mente sia band come No Age o Titus Andronicus, sia certi Get Up Kids più epici.




The Whip Hand
A difendere di colori di casa nostra ci saranno The Whip Hand, formazione di Trani che alla fine dell'anno scorso aveva pubblicato un album molto lodato, uscito per Mia Cameretta Records insieme a Lady Sometimes, quindi già garanzia di qualità.
Le dieci tracce di Sometimes, We Are partono da un dream pop influenzato da Beach Fossils e DIIV per poi trovare via via un proprio carattere, a volte più nervoso ed elettrico, a volte più cupo e malinconico.



L'invito, come potrete intuire, è soltanto uno: ci si vede a banco!




martedì 20 agosto 2019

Video première: WOW - "Occhi Di Serpente"

 WOW - Occhi Di Serpente
photo from "On Leaving", a fanzine by Matteo Casari

"Brucia lentamente, nell'abisso, tra le ombre, sale e scende e poi ti avvolgerà": così cantano gli WOW nel loro nuovo singolo, Occhi di serpente, seconda anticipazione da Come la notte, il nuovo album in arrivo il prossimo 30 agosto su Maple Death Records e My Own Private Records.
È un verso che trasporta dentro una storia di luci striscianti e suadenti, seduzione e rischio, ma potrebbe anche funzionare come una chiave per decifrare la musica stessa della band romana. Un gesto che ha le cadenze ipnotiche tanto dell'incantesimo, quanto dell'abbandono più sensuale. Parlando degli WOW si citano sempre Mina e Patty Pravo, Piero Umiliani e Morricone (e chissà se nel titolo del nuovo album c'entra qualcosa anche La notte di Antonioni), ma non fermiamoci alle suggestioni italo-Sixties: gli WOW descrivono questa traccia come un "primordial Gun Club with an Afro-tinged funk assault". A giudicare dal video che la accompagna, e che è un onore presentare oggi qui su polaroid, si tratta di un assalto fulmineo, una sortita col favore delle tenebre, che coglie di sorpresa e non lascia scampo. In fondo a questa musica, gli occhi di serpente vi fissano.





giovedì 15 agosto 2019

Indiepop Jukebox (Ferragosto 2019 version)

Nonostante in questi ultimi mesti giorni abbia avuto voglia di ascoltare quasi soltanto le canzoni di David Berman (ne riparleremo più avanti, davanti a un microfono), anche durante le vacanze del blog ci sono un sacco di nuove ottime uscite indiepop che meritano di essere segnalate. Ecco qui una mini playlist, giusto in tempo per Ferragosto!

AMY O - PLANET BLUE

▶️ Un pianeta blu con lenzuola di seta rosa per fare sogni sprofondati dentro un grande letto alla deriva: ci vorrebbe proprio in questa estate 2019! Umani desideri di evasione intergalattica nel singolo Planet Blue che anticipa la prossima uscita di Amy O, al secolo Amy Olsen, autrice di un bedroom pop tra Frankie Cosmos e certe cose classiche alla Rilo Kiley. Il terzo album della cantautrice di Bloomington, Indiana, si intitolerà Shell e uscirà il prossimo 25 ottobre.




HATER - Four Tries Down / It's A Mess

▶️ Ovunque io sia, nel mondo, la voce di Caroline Landahl eserciterà sempre su di me un richiamo irresistibile. I suoi Hater, a un anno di distanza dal magnifico doppio album Siesta, hanno annunciato l'uscita di un nuovo sette pollici: Four Tries Down / It's A Mess, due tracce che mescolano le due facce del loro carattere: il loro sguardo più austero e la malinconia struggente dei loro abbracci. Il lato A si può già ascoltare in anteprima e si apre con una chitarra incalzante, mentre la melodia sembra sfuggire fino a quando si scioglie nel ritornello, come se la canzone cercasse di convincere sé stessa: "Lift you up / No regrets / Steal your soul / Better solo". Sono conquistato al primo ascolto. Il nuovo singolo è in arrivo sempre su Fire Records il prossimo 6 settembre.





Glaze - GlazeTV

▶️ Da Austin, Texas, arriva il trio dei Glaze, li scopro con colpevole ritardo ma è già amore a prima vista: chitarre super fuzzy, ritmi forsennati, voci dissolte tra gli echi e la capacità di far esplodere il rumore al momento giusto. Il nuovo EP GlazeTV contiene quattro tracce, una meglio dell'altra.




SEAN O'HAGAN - On A Lonely Day (Ding, Dong)

▶️ Sean O'Hagan's dei leggendari High Llamas sta per tornare con un secondo album solista (il primo era uscito nel 1990 e si intitolava, guarda un po', proprio High Llamas). Questo nuovo Radum Calls, Radum Calls, la cui uscita è prevista per il prossimo 25 ottobre su Drag City, "nasce dalle recenti ossessioni ispirate da una nuova generazione di cantautori con cui O'Hagan ha collaborato negli ultimi anni", oltre che dai consueti riferimenti classici che possiamo aspettarci di trovare nei suoi lavori. Un buon esempio è questo singolo in anteprima, On A Lonely Day, che combina influenze Beach Boys con un tocco surreale un po' Divine Comedy.




The Flatmates -  Shut Up and Kiss Me

▶️ Gli storici Flatmates (che come forse saprete si sono riformati ormai da sei anni con la scatenata Lisa Bouvier alla voce) hanno annunciato un nuovo singolo, questa volta per la label indipendente greca Old Bad Habits. Questa nuova Shut Up And Kiss Me arriva dentro un sette pollici viola e ci riporta tutto quello per cui abbiamo sempre amato la cara band di Bristol: The Ramones meets The Ronettes!




topographies - Cherry Blossom

▶️ Se anche in pieno agosto non potete fare a meno di chitarre languide, strati di riverberi e melodie ipnotiche, allora il nuovo singolo dei Topographies fa al caso vostro. La band, che vede al suo interno musicisti dell'area di San Francisco provenienti da varie band (Coo Coo Birds, Your Friend, Solip, and To The Wedding...) ha appena pubblicato per il singles club della britannica Sonic Cathedral, questa Cherry Blossom di purissimo shoegaze.

venerdì 2 agosto 2019

Indietracks Festival 2019: il report di Barto!

Se anche voi, come me, purtroppo avete perso l'ultima edizione dell'Indietracks Festival (vero punto di riferimento per la scena indiepop internazionale), non disperate: anche quest'anno Stefano "Barto" Bartolotta (nota firma di Indie-Roccia, BeeHive, Ondarock, BasketInside e chissà quante altre testate, senza dimenticare il suo caro vecchio blog Roundmount...) presta le sue parole a polaroid per un nuovo ricchissimo report. Non manca nulla, e non vi prendete nemmeno la pioggia!

INDIETRACKS 2019
photo by Indietracks

UNA POLAROID DALLE MIDLANDS
Da 13 anni a questa parte, ogni mese di luglio il Midlands Railway Centre è teatro di qualcosa che ormai non è più un semplice festival, e nemmeno un evento, ma rappresenta la perpetuazione di una magia che non smette mai di incantare chi decide di sottoporvisi. Puoi essere stato all’Indietracks un numero elevato di volte, o puoi essere un debuttante, ma il primo pensiero, quando vai via da lì e torni alla vita reale, è che l’anno prossimo ci devi essere. Magari con modalità logistiche e organizzative diverse, tipo il sottoscritto che ha ormai capito di essere troppo vecchio per il campeggio, ma comunque la prima idea è quella di voler tornare.
I fattori dell’incantesimo sono sempre gli stessi: musica bella e varia, luogo suggestivo sia nel suo complesso che per quanto riguarda l’estetica dei singoli palchi, organizzazione impeccabile, bella gente con cui viene sempre naturale scambiare quattro chiacchiere anche se non ci si conosce, mentre, invece, è bello rivedersi ogni anno con le amicizie strette nelle edizioni precedenti. Ci si racconta velocemente come va la propria vita, si fa un riassunto dei nomi per cui si hanno le maggiori aspettative, e alla fine ci si dice chi sono stati i migliori, ci si racconta il viaggio che si sta per fare per tornare a casa e ci si dà appuntamento all’anno prossimo. Detta così potrebbe sembrare una serie di conoscenze superficiali, ma in realtà c’è comunque un’aura di affetto reciproco grazie al quale queste sono tutt’altro che chiacchiere di circostanza. E anche se piove (quest’anno il sabato è stato particolarmente bagnato), sicuramente ci si sente a disagio, ma l’incantesimo produce i medesimi effetti.
Anche altri aspetti del festival come gli orari, la sistemazione dei punti ristoro e le attività collaterali alla musica sono sempre gli stessi, e a tutti quanti va benissimo così. Le uniche novità si sono viste solo nel campeggio, con uno spazio più ampio per tavoli e sedie, necessario durante le affollatissime ore mattutine per la colazione, e la zona della discoteca che non era più rappresentata dal tendone bianco in zona ingresso, ma era una sala al piano superiore rispetto al caffè. La prima novità è stata molto gradita, mentre la seconda ha avuto riscontri contrastanti, visto che la temperatura interna della sala era davvero elevata.

Inizierò ora la descrizione delle singole performance musicali a cui ho assistito, dividendole per categorie. Una premessa necessaria è che il sabato ho dato tutto me stesso per non perdermi niente, mentre le domenica ero stanco e me la sono presa con più calma.

IL MOMENTO CLOU
INDIETRACKS FESTIVAL 2019
photo by The Spook School
Gli Spook School sono probabilmente la band più amata dall’intero pubblico dell’Indietracks, e il loro ultimo set prima del tour d’addio di fine agosto/primi di settembre era indubbiamente il momento più atteso. L’abbraccio collettivo tra il quartetto scozzese e i fan si è svolto nel palco all’interno, e non nel principale, probabilmente per favorire la pioggia di palloncini puntualmente arrivata con le ultime note. Nye, Adam, Anna e Niall hanno onorato al meglio il ruolo di vere star di questa edizione, con un live perfetto, sia come scaletta che come esecuzione, e hanno commosso tutti con il rifacimento di What Do We Do Now dei Just Joans con il testo cambiato a tema Indietracks (ad esempio, “do you still drink down the local” è stato sostituito con “do you still drink at the train bar”). Il singalong è stato massiccio, e il senso di gloria e dolore allo stesso tempo è stato fortissimo e indimenticabile.



I MIGLIORI
Al di là del set di cui sopra, impossibile da paragonare con qualunque altra cosa, chi mi ha compito di più sono stati due progetti che hanno messo in mostra non solo ispirazione compositiva e bravura esecutiva, ma anche tantissima personalità. Porridge Radio è un nome che gira da anni ma che è sempre rimasto un po’ sottotraccia, mentre le Big Joanie sono più recenti, ma hanno avuto un’esposizione subito importante (basti pensare allo slot da supporter primario per le Bikini Kill in tutte e due le date londinesi). Entrambi hanno suonato divinamente ed evidenziato molto bene la propria unicità. In una scena che non ha certamente l’innovazione nel proprio DNA, l’emersione di progetti del genere fa bene a tutti e può essere il giusto stimolo per un numero sempre più alto di musicisti a cercare la propria strada



BRAVI
INDIETRACKS FESTIVAL 2019
photo by Padda
Le Peaness hanno aperto nel migliore dei modi il festival, con il loro live rodatissimo, grazie al quale si apprezza l’equilibrio tra dolcezza e approccio deciso che sta alla base della loro proposta. Armonie musicali e vocali eseguite alla perfezione e grande atmosfera creata subito. Il sabato, poi, è stata un’infilata di bei concerti uno via l’altro: dalla potenza pop-punk dei Fresh, che hanno messo molta più robustezza nel loro suono live e l’impatto ci ha chiaramente guadagnato, all’eleganza dei Mammoth Penguins, in questo momento semplicemente un progetto di caratura superiore per qualità melodica e vocale e per alto profilo degli arrangiamenti, per finire con il set dolce e raffinato di Tracyanne & Danny, chiamati a un compito non facile dopo la botta emozionale degli Spook School ma usciti vincitori dal compito in virtù della loro innata classe. La domenica, i Seazoo hanno ribadito, una volta di più, che se il mondo fosse giusto sarebbero considerati i nuovi alfieri dell’indiepop gallese, e Withered Hand ha regalato ai presenti lo stessi tipo di performance spettacolare di 5 anni fa, che va benissimo così, perché quando una cosa è così bella ed esaltante, non ha senso cambiarla.



BRAVI CON RISERVA
INDIETRACKS FESTIVAL 2019
photo by Padda
Gli Orielles hanno chiuso il venerdì sera in modo sicuramente soddisfacente, ma chiunque non fosse pienamente convinto della loro proposta su disco, avrà mantenuto le stesse perplessità dal vivo. La sensazione, infatti, è che il loro stile sia troppo basato sui suoni e su un’eccessiva ricerca del ricamino e del colpo ad effetto, e che non ci sia abbastanza cura per il songwriting, e il fatto che, sul palco, la voca sia stata volutamente messa sotto nel bilanciamento dei suoni è un ulteriore indizio in tal senso. I Martha sono stati divertenti e coinvolgenti, soprattutto quando Naomi si è lanciata in un crowd surfing seduta su un canotto gonfiabile che l’ha portata direttamente sotto al palco degli Spook School, ma per prima cosa mi hanno dato l’impressione di rendere molto meglio indoor che non all’aperto, e poi ho avuto la sensazione che non credano molto al loro nuovi disco, visto che in scaletta è stato un po’ trascurato e per ben due canzoni si sono dimenticati parte del testo, e trovo sempre bruttino quando una band mostra di non credere al proprio materiale nuovo, tanto più se è di qualità come in questo caso.

LE DELUSIONI
I Bis erano stati straordinari 6 anni fa, ed erano in full band, ovvero i tre membri più basso e batteria. Qui, questi ultimi due non c’erano, e il live è stato piatto e scialbo. Le Stealing Sheep, su disco, sono autrici di un electropop tra i più dinamici e frizzanti in circolazione, ma anche qui, il voler essere sul palco solo in tre rende tutto piatto e per nulla interessante.

PROGETTI NUOVI DI MUSICISTI AFFERMATI
INDIETRACKS FESTIVAL 2019
photo by Padda
Detto che in questa categoria mi sono purtroppo perso Advance Base, ovvero la nuova incarnazione di Owen Ashworth, meglio conosciuto come Casiotone For The Painfully Alone, ho comunque potuto assistere a quattro performance interessanti. Gli Athabaska sono guidati da Roxy Brennan, attivissima da diversi anni sia come solista (Two White Cranes) che in diverse band, tra cui soprattutto Grubs e Trust Fund; qui, la Brennan e i suoi tre compagni provano a inserire elementi country e heartland rock in un impianto comunque indiepop, e, almeno con questo set, danno l’impressione di essere già sulla strada giusta. I Jetstream Pony sono il nuovo progetto di Beth Arzy, già nei Trambling Blue Stars e nei Luxembourg Signal: sfortunati il sabato sul palco indoor per via di problemi tecnici mai risolti, hanno avuto l’opportunità last minute di rifarsi in chiesetta la domenica suonando prima di tutti gli altri e hanno fatto vedere di avere in mano un indie pop riverberato di indubbio fascino. Gli Squiggles sono il nuovo progetto guidato da Niall degli Spook School, e nel quale può sfoggiare la propria natura da frontman; visivamente colpisce il look da supereroi e le mise colorate, mentre musicalmente si punta a uno slacker rock lo fi che può essere sviluppato meglio ma che risulta già interessante. Infine, Common Or Garden è Hannah degli Owl & Mouse in versione electropop solitaria, e il suo set è stato trionfale, grazie al suo timbro vocale sempre splendido e a delle dinamiche sonore veramente interessanti.



SCOPERTE IN RITARDO
INDIETRACKS FESTIVAL 2019
photo by Indietracks
All’Indietracks capita sempre di ascoltare qualcuno che ha già almeno un disco all’attivo e chiedersi “ma perché me l’ero perso?”. Poco male, comunque, si viene qui anche per rimediare alle lacune. Grawl!x e la sua band sono stati splendidi la domenica in chiesetta: evocativi e sognanti ma anche senza nessuna paura di mettere a nudo sensazioni ben più forti e scomode, un’esperienza musicale e emozionale davvero fuori dal comune. Adult Mom, ovvero la newyorkese Steph Knipe, si presenta sul palco principale con solo voce e chitarra acustica e riempie splendidamente l’atmosfera con le sue canzoni pulite e graziose, nelle quali non ci si fa alcuna remora a parlare di amore tra donne e che risultano davvero molto coinvolgenti anche in veste così essenziale.



LA PROMESSA
Alla fine, di debuttanti veri ne ho ascoltata solo una, ovvero la gallese She’s Got Spies. Esatto, come la canzone dei Super Furry Animals, e si può dire tranquillamente che, se si conosce la canzone, ci si può facilmente immaginare come sia il suono di questa ragazza, ovvero dolcemente spigoloso e con arrangiamenti solo all’apparenza spogli, ma in realtà attenti ai dettagli e alle dinamiche.

CONCLUSIONI
INDIETRACKS FESTIVAL 2019
Photo by Padda
Se avete avuto voglia di leggere fino a qui, intanto grazie mille, e in secondo luogo spero che abbiate capito quanto possa essere speciale un weekend di Indietracks, anche quando non tutti i concerti risultino di proprio gradimento. Ogni momento passato in quei due giorni e mezzo è sempre significativo e portatore di tanti bei ricordi. Spero, quindi, di riuscire a rinunciare al campeggio e essere comunque presente anche nella prossima edizione, perché un anno senza Indietracks è sempre più difficile da immaginare.

giovedì 1 agosto 2019

Linecheck Warm Up insieme a WWNBB collective!

WWWNBB VS. Linecheck!

Questa sera la famiglia We Were Never Being Boring collective sarà a Milano, ospite di Linecheck "nella prestigiosa cornice" del cortile estivo di BASE!
Suoneranno i Jackson Pollock, Her Skin e YOY, e ci sarò pure io a mettere un po' di dischi di contorno (a quante pare ci sarà anche un'intervista doppia insieme ad Alessandro Paderno in cui io farò soltanto finta di non ricordare nulla della storia della label).
Trovate tutte le info cliccando fortissimo qui.
Ci si vede a banco!

mercoledì 31 luglio 2019

Il Nastrone dell'Estate 2019!

Il nastrone dell'estate 2019! - polaroid.blogspot.com

L'ultimo giorno di luglio, il punto mediano dell'attraversamento dell'estate, lo zenit in cui devi decidere da che parte far pendere la bilancia tra le tue aspettative e l'obbligo sociale di usare bene il tuo tempo. La verticale dei tuoi desideri sui meridiani della noia sotto la sfera dell'ansia. Sei una persona che ancora culla illusioni per l'estate? Provi nostalgia per l'epoca in cui bastava la musica a cambiare tutto, una vacanza, un viaggio, il suono di un nome? Nell'estate 2019, in mezzo al buio violento che nemmeno un sole schiacciante è capace di allontanare dal nostro Paese, purtroppo tutto questo sembra un lusso. Al Nastrone dell'Estate 2019 non piace molto l'estate 2019 e vorrebbe andare lontano. Anzi, vorrebbe che quel lontano fosse già qui, a renderci migliori. Io guardo ancora laggiù, da dove sento arrivare l'eco di qualche canzonetta indiepop, e continuo a cercare il modo di arrivarci, a cercare qualcosa di bello grazie a questa musica.

Qui sotto la playlist, in fondo al post il player con lo streaming di Mixcloud (grazie Radio Raheem e NEU Radio!) e il link mp3 con il download per registrare il Nastrone sulle vostre C60:

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01) Blue Ocean - Summer Of Hands
Non so ancora chi siano, né se questa "estate di mani" sia fatta di mani che accarezzano o mani che si alzano, ma so che da Oakland, sopra un'onda di feedback, sta per arrivare una delle mie prossime band preferite:




02) Seablite - I Talk To Frogs
"Pebble on the beach, through the looking glass let the nightmare pass": a spasso su una spiaggia imbronciata con uno dei miei dischi dell'anno.




03) Galore - Lemon Tea
In questa stagione ho decisamente un debole per la West Coast, ma del resto se queste quattro ragazze esordienti ci regalano una tale meraviglia surf sotto i due minuti, come resistere?




04) Pastel Coast - Home
A Boulogne-sur-Mer la spiaggia non finisce mai, il vento scompigliava i capelli e soffiava così forte che i gabbiani non riuscivano quasi a toccare terra. Passeggiavamo con il sole negli occhi, sembrava un sogno.




05) Frankie Cosmos - Rings On A Tree
Se c'è un nuovo disco di Frankie Cosmos in arrivo non devi neppure aspettare che finisca una di quelle sue canzoni che durano il tempo di un sospiro: sarà subito dentro il Nastrone.




06) Petite League - Yung Bubblegum
"Orange of the streetlight, warmth of the summer / A Spanish voice following the wind, wide eyes can tie a cherry stem"...




07) Terry Vs. Tori - Cascais (feat. Foliage)
"The time is pointless and needless"... Amo come d'estate le canzoni dream pop abbiano questa tendenza ad assomigliare a cartoline da posti distanti in cui forse un giorno ci incontreremo ancora.




08) The Catherines - Just A Matter Of Time Until I Cringe
"I don’t want to moan as long as my hair looks great / And the jacket fits straight": perché l'estate, anche quella più traboccante di jangling guitars, è sempre questione di look.




09) Torrey - Summer
Tutta l'estate "running around" a ripetersi "waiting on you". Vorrei che non finisse mai.




10) The Lousy Pop Group - When I'm With You
Che Nastrone d'Estate sarebbe senza un po' di twee indonesiano?




11) Blue Jeans - Goodbye Forever
Della band del Michigan stavo per mettere la più scontata We Hate The Summer, perché è qualcosa che a un certo punto diciamo tutti, lungo queste settimane. Poi ho pensato che fosse più adatta una canzone con gli addii, perché certi addii d'estate hanno un sapore diverso e più profondo.




12) The Umbrellas - Happy
Per quei momenti dell'estate in cui tutti sembrano divertirsi ed essere felici più di te, ricorda: c'è sempre una canzone indiepop con i cori e tutti i pa-ra-pa-pa al loro posto che ti sta aspettando.




13) Vivian Girls - Sick
La reunion che non mi aspettavo e che, a giudicare da queste prime chitarre e armonie, nemmeno sapevo di aspettare con così tanto entusiasmo.




14) Jeanines - All The Same
"Run to the ocean / Sail away across the sea": ma ti ricorderai di me?




15) Elva - Ghost Writer
Un pensiero a tutti i ghost writer dietro tutti i libri che leggeremo quest'estate, e un pensiero al ghost writer che scriverà la nostra storia.




16) Eggs - Picture Book
Francesi appassionati che suonano come neozelandesi nervosi del secolo scorso, un libro di fotografie abbandonato che viene sbattuto dalle onde e trascinato via.




17) Ducks Unlimited - Get Bleak
"How long will you carry your disappointments with you? / When will I stop expecting you to do what I want you to?": sarà l'estate il momento giusto per darci un taglio?




18) The Wendy Darlings - Fun In The Summer
Ovviamente doveva cominciare tutto da qui: "summer" e "fun" fanno da sempre rima, no? E invece, proprio come succede spesso con l'estate, le cose sono andate diversamente. Comunque da queste parti non si erano mai viste così tante band d'Oltralpe.




19) Lips - In Summer
Potrebbe quasi essere la hit estiva degli Alvvays, ma arriva a sorpresa da questi quasi esordienti provenienti da Falmouth. Così tanta dolcezza con questo caldo potrebbe essere fatale.




20) Girl In Red - Rushed Lovers

"Hurry baby, we have to go / Trains don't wait for lovers"
Per quelle estati degli amanti in viaggio, di corsa e con un sorriso più grande delle strade percorse, ma sempre in viaggio.
"This trip has been so magical / Let's see what happens tomorrow"



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(mp3): Il nastrone dell'estate 2019!

lunedì 29 luglio 2019

I’ve always been a searcher

Sonny & The Sunsets - Hairdressers From Heaven

"Sono sempre stato in cerca di qualcosa. E magari cercando mi è capitato di trovare una cosa o due, ma quello che non ho ancora trovato è un senso. Io continuo a cercare": se l'infaticabile Sonny Smith ha voluto scrivere un autoritratto in forma di canzone, credo che con Searchin' ci sia andato molto vicino. La canzone perfetta di uno che non smette di cercare anche quando ha trovato, non smette di inventare dischi, nomi di band e progetti: quella canzone potrebbe racchiudere quasi tutta la sua musica, il suo amore per il rock'n'roll classico, qui declinato verso un power-pop super melodico, con quella punta di malinconia subito stemperata da un'ironica vena surreale e dal disincanto. Eppure, nonostante tutto ciò, Searchin' non è ancora la vetta di Hairdressers From Heaven, il nuovo album uscito come Sonny & The Sunsets.
A seguire arriva Someday I’d Like to Be an Artist, una semplice ballata che sembra partire circospetta, soltanto pianoforte, basso e voce, e poi all'improvviso, guidata da un esile flauto, dopo un paio di handclap, letteralmente fiorisce di archi sentimentali che sembrano abbracciarti e sollevarti. "Someday I’d like to be an artist, and give myself away everyday": come se Sonny Smith non facesse esattamente questo da una vita. Sta parlando di sogni, si sentono voci di ragazzini, progetta di coinvolgere amici che la pensano come lui. Ma è come se quel futuro soltanto immaginato fosse già qui: è questa canzone, è questo disco, siamo noi che ascoltiamo insieme a lui.
E se questo album riesce a emozionare così tanto, parte del merito forse va riconosciuta anche a James Mercer e Yuuki Matthews degli Shins, che lo hanno prodotto e arrangiato insieme a Smith e a una quantità di collaboratori (tra cui Kelly Stoltz, Joe Plummer, Atom Ellis...). Vedi per esempio l'apertura di A Bigger Picture, quasi Supertramp nel suo scintillare come la fine di una domenica pomeriggio Anni Settanta (e che si chiude con un sintomatico gioco di parole "let's be free / let's be freaks"), oppure la quasi glam e al tempo stesso psichedelica conclusione di Drug Lake.
In generale si avverte uno spirito rinnovato e intraprendente lungo tutto il lavoro, che esce autoprodotto per la neonata label di Sonny Smith, la Rocks in Your Head Records. Deve essere proprio la nuova impresa, nata dal rapporto stretto con la città, le sue lotte, la sua scena alternativa e le sue differenti generazioni di musicisi, la causa di tutta questa risolutezza:
San Francisco has taken hits. Clubs have closed. Artists have left. People have made eulogies – This is something up which we cannot put! There are good bands in this city. There are great artists making bizarre shit. There are underground HAPPENINGS. There are SECRET shows. There are artists in the streets duking it out with Nazis. Shit is going down. The corporate bulldozers ran through the city and they are still driving around demolishing the place. These tanks are called Death and they bring a foul stench. [...] maybe the city will drift into a long sleep with a hollow snore. Humbly, this label is our version of throwing nails at the tank tires.
Nulla da aggiungere dopo parole tanto azzeccate e piene d'ardore, se non: "Sonny, siamo con te".



sabato 27 luglio 2019

Bravi ma basta (ma ancora un po')

LINO E I MISTOTERITAL

"Complessi trentacinquenni / si son tagliati i capelli" cantavano quasi trentacinque anni fa Lino e i Mistoterital, concedendosi un po' di spavaldo sarcasmo giovanile alle spalle delle loro band preferite che invecchiavano. Forse intuivano già quale sarebbe stato il loro destino: come veri personaggi dei fumetti dai quali erano scaturiti, non sarebbero mai davvero tramontati, e avrebbero per sempre continuato a vivere nuove avventure lungo le strade della Bassa, tra facoceri, Beatles e bronchenolo, evitando le angherie di Big Camillino e inseguendo il mistero di Papelargo.
Tutte le biografie dei Lino e i Mistoterital riportano che nel 1991 la band "non si sciolse ma fu congelata criogenicamente". Da allora, ogni due o tre estati, viene issata su qualche palco per tornare a tirare fuori animaletti gonfiabili dai bauli e cantare la consueta rassegna di grandi successi e trote. Ma io, come molti altri veri fansini e fansieri, ho il sospetto che i Teritals non vogliano svelare ancora cosa stanno tramando alle spalle degli Spietati Cetriolini, e preferiscano agire nell'Alta Reversibilità.
Potremo forse scoprire qualcosa di più questa sera, al Botanique, nei Giardini di via Filippo Re, a un concerto imperdibile per chi nel cuore è rimasto ancora Nullatenente.
Ridondanza sempre!


giovedì 25 luglio 2019

Everything I need is here standing before me

Nicole Yun - Paper Suit

Paper Suit, il debutto solista di Nicole Yun, che già conoscevamo come versatile cantante degli ottimi Eternal Summers, è uno di quei dischi indie rock che qualche anno fa avrebbe preso un punteggio medio, tipo un 7.8 (oggi forse certe testate nemmeno ne parleranno). Quei voti così cesellati erano anche un modo per liquidare la necessità di un giudizio - un disco senza evidenti difetti, ma fuori dall'hype di stagione - e passare oltre.
L'elemento che, nel caso di Paper Suit, un voto del genere corre il rischio di lasciare fuori dal discorso è la quantità di mezzi che il disco mette in campo per raggiungere quello che, a un ascolto distratto, sembra soltanto una "buona qualità", da punteggio medio, per l'appunto. C'è il dream pop di And After All, le ondulazioni sinuose di Grand Prize o Maximum, che ricordano certe eleganze dei vecchi Cardigans, l'indie rock da ascoltare sulla freeway di Supernatural Babe, la ballata iper-romantica di Destroy Me, con un pianoforte che emerge già pronto per la scena finale di qualche film super nostalgico. Ma tutto così fluido, coeso e curato che si finisce quasi per non provare più stupore a ogni ulteriore impeccabile passo della playlist.
Credo che buona parte di quello che di buono riesce a ottenere questo disco sia anche una conseguenza della quantità di collaboratori, tra produttori e musicisti, che Nicole Yun è riuscita a coinvolgere in questo suo lavoro solista: Julian Fader degli Ava Luna, Robert Garcia (già nei Bleeding Rainbow), Doug Gillard dei Guided By Voices, Joe Boyer (Cloud Nothings), Duncan Lloyd (Maximo Park) e Jacob Sloan (Pains Of Being Pure at Heart). Insomma, quasi un super-gruppo al servizio di otto tracce di classico indie rock che sembrano già pronte per finire in quelle classifiche tipo "Top10 dei migliori dischi che vi siete persi quest'anno". Ecco, stavolta non fatevi cogliere impreparati.