martedì 24 dicembre 2019

La Classifica dei Dischi dell'Anno 2019!

La Classifica dei Dischi dell'Anno 2019!

L'ultimo appuntamento per questo 2019 con il podcast di "polaroid - un blog alla radio", il programma in onda "quasi" ogni settimana da Bologna su NEU Radio, è interamente dedicato alla tradizionale Classifica dei Dischi dell’Anno!
Da queste parti (forse si sarà capito) siamo abbastanza "vecchia scuola" e ci piace ancora fare la Top Ten come fosse il diario in forma di playlist dei dodici mesi che stiamo per lasciarci alle spalle. Ci piace tornare a raccogliere e riascoltare i dischi che sono stati più importanti per noi, guardarli da questa prospettiva, senza la pretesa che queste classifiche raccontino molto più di questo, o che possano servire davvero a stabilire "i dischi migliori" di un'annata. Ci sono cose più importanti, più gravi e spesso più tristi a cui pensare ogni giorno fuori di qui: lasciamo che questa manciata di belle canzoni ci faccia almeno un po' compagnia.
E dato che in questa stagione alla radio c'è Nur insieme a me ai microfoni, la classifica questa volta è doppia, e raddoppiano di conseguenza anche i brindisi. Temo che in qualche passaggio si intuisca.
Qui sotto trovate le nostre parole (entrando, Nur sulla sinistra e io accanto) e un po' di link, mentre qui c'è il podcast con tutta la classifica suonata per intero. Spero che vi piaccia!
~ ~ ~

10


James Blake - Assume Form
La prima volta che ho ascoltato il ricamo di pianoforte che apre Assume Form mi è sembrato che questa musica mi trascinasse via su di una superficie di acqua scintillante. Qualche secondo dopo, la sensazione era invece di levitare in maniera impercettibile. Ascendere, fluttuare, poi ricadere e sentire la terra sotto i piedi nudi: il quarto album di James Blake parla della gioia di capire finalmente come si fa a sentirsi vivi e amare qualcuno con tutti sé stessi, e lo fa con una musica che viaggia sulle stesse altezze di questo rinfrescante risveglio spirituale.


Business Of Dreams – Ripe For Anarchy
Business Of Dreams, ovvero Corey Cunningham, già nei nostri amati Terry Malts e prima ancora nei Magic Bullets, in questo secondo album affina un synth-pop quasi trasparente (vengono subito in mente certi Field Mice, oppure i Magnetic Fields), e Ripe For Anarchy è un disco che sa trattare la propria tristezza e malinconia senza suonare troppo triste o malinconico, almeno in apparenza.



9


Khruangbin - Hasta El Cielo
Lo scorso anno il terzetto di Houston mi ha sconvolto parecchie giornate con il loro Con Todo el Mundo: chitarre annacquate provenienti da uno spaghetti western in acido, voci fantasma, bassi bollenti e perforanti. Un andamento ipnotico semplicemente incredibile che ha ridefinito cosa vuol dire psichedelia ai giorni nostri. Arriva il 2019 e con Hasta El Cielo i Khruangbin decidono di risuonare tutto daccapo, ma in versione dub: ancora più secca, più allucinata, ancora più spirituale. E se vi state chiedendo “ma perché?”, la risposta è: “perché no?”

Kiwi jr – Football Money
L'entusiasmante esordio dei Kiwi jr è una concisa ma efficace raccolta di canzoni power pop dal tiro irresistibile, storie quotidiane di vita suburbana, spesso leggermente sfasata, cantate da una voce che sembra presa in prestito da qualche classica uscita dei Pavement. Noi handsome dads di provincia qui ci sentiamo a casa.





8


Liberato - Liberato
Per raccontare Liberato sono stati consumati i tasti di tutti i laptop d’Italia, e il concetto è ormai ben chiaro: questo mix di canzone napoletana tradizionale e pop elettronico non era mai riuscito a nessuno, o almeno non così bene. Il 2019 è l’anno in cui si è formalizzato il tutto con un disco vero, e il risultato sono 11 canzoni bellissime che hanno scritto un nuovo capitolo nella storia della musica del nostro paese.

Clever Square - Clever Square
L'insperato ritorno dei Clever Square, dopo l'addio di quattro anni fa, riesce allo stesso tempo a tornare sui loro sentieri più battuti, ma anche a prendere una traiettoria nuova, a indovinare quella prospettiva diversa che ci mette addosso dell’entusiasmo schietto e ci fa battere le mani sul volante. Un po’ meno Dinosaur Jr. e un po’ più Lemonheads, un po’ più Terror Twilight e un po’ meno Crooked Rain, merito anche della produzione di Marco "Halfalib" Giudici: è stato il mio disco perfetto da ascoltare in macchina d'estate.



7


Sudan Archives - Athena
Non credo di essere riuscita ad andare molto oltre un “wow” la prima volta che ho ascoltato Confessions, singolo che ha presentato al mondo Athena di Sudan Archives. Brittany Sparks è una che non usa il violino alla maniera “occidentale”, ma lo trasfigura in una lingua di fuoco che brucia alla stessa intensità r&b, neo-soul, erotismo e musica pop. Un debutto che, come del resto suggerisce il titolo, è davvero epico.

Vanishing Twin – The Age Of Immunology
Il nuovo lavoro dei Vanishing Twin si muove su suoni dilatati e ovattati, nei quali è evidente l’influenza, della ricerca di Stereolab e Broadcast, con un linguaggio che ha fatto propria la lezione del Krautorck e della psichedelia, ma anche di certi languidi paesaggi cosmici alla Sun Ra, una sensualità cerebrale ed eterea, tra Nico e la più contemporanea Cate LeBon, e certe atmosfere degne di Ennio Morricone.



6


Cate Le Bon - Reward
Non è la prima volta che Cate Le Bon scrive un disco notevole, ma è sicuramente la prima volta che lo fa imparando l’arte della falegnameria in un cottage isolato nella Contea di Cumbria (!). Aneddoti strambi a parte, la cantautrice inglese ha riversato in Reward arrangiamenti sontuosi (tra i quali un sax irresistibile), intermezzi stellari alla Stereolab e melodie che sembrano musicare fiabe nordiche - il tutto tenuto assieme dalla sua voce ammaliante a metà tra Nico e Tracey Thorn. Un ascolto davvero nutriente.

Golden Daze – Simpatico
Armonie vocali che sembrano disfarsi come miraggi (ecco come suonerebbero i Clientele se al posto dell'eleganza british avessero quella disinvoltura West Coast), arrangiamenti che accumulano strati su strati per poi dissolversi tra i riverberi (Brian Wilson, High Llamas e Real Estate i paragoni più frequenti), e quell'aria di fondo vagamente Anni Settanta, a tratti un po' Nick Drake ma senza tormenti: un disco che racchiude il puro piacere da pigro pomeriggio d'estate, sempre sul punto di allontanarsi, di tramutarsi in ricordo indelebile mentre è ancora presente.


5


Aldous Harding - Designer
Aldous Harding mi sembra una di quelle persone che ha perso (o forse non ha mai avuto?) ogni filtro tra la rappresentazione sociale di sé e il proprio io più selvaggio, più bambino. È per questo che sembra un po’ svitata, è per questo che i suoi video assomigliano a dei sogni allucinati e senza senso, ed è per questo che riesce a scrivere canzoni che sembrano arrivare da un oltretomba silvestre dove la realtà si riflette al contrario. E poi, come faccio a non adorare una che canta "How's the wine where you live?”

Fontaines D.C. – Dogrel
Una band formidabile per davvero: capace di scatenare un tumultuoso inferno sopra al palco, con concerti furibondi e memorabili (“You know I love that violence / That you get around here”), ma di rivelare su disco, con disinvolta consapevolezza, anche profondità, intelligenza e facce diverse. “You're not alive until you start kicking”, cantano a un certo punto, e queste canzoni gridano forte quanto i Fontaines D.C. siano ora ferocemente vivi.



4


Weyes Blood - Titanic Rising
Voce iridescente, armonie anni ‘70, strumentali esoteriche: Titanic Rising è il disco che avrebbero scritto i Kinks se avessero vissuto la Seconda Guerra Mondiale, è l’LP di duetti magici che Enya e Karen Carpenter non hanno mai inciso. Un lavoro sontuoso e che anela alla salvezza con una solennità templare: Natalie Mering è la mia nuova dea.

Comet Gain – Fireraisers Forever!
Fireraisers Forever! è un album che nasce dalla rabbia e dalla disillusione. Del resto, si apre con un’osservazione che non ammette repliche: We’re All Fucking Morons. Perché di fronte ai “privileged and greedy” che hanno ridotto la nostra vita e il nostro mondo in queste condizioni disperate non ci ribelliamo? Perché sembriamo tutti anestetizzati? La poesia mod dei Comet Gain è una domanda che risuona da oltre venticinque anni, e in questo nuovo album suona più punk e forte che mai.



3


Sasami - Sasami
Sasami debutta sulle scene con un album triste, che canta di relazioni che si sgretolano nonostante i tentativi di aggiustarle, ma che lascia trasparire anche una certa serenità tipica di chi si è appena tolto un peso dalle spalle e torna a guardare in avanti con la schiena dritta. È un disco capace di essere dolcissimo e persino delicato, e subito dopo scoppiare in rabbiose deflagrazioni shoegaze. Non saprei descriverlo se non come dell’ottimo indie rock da manuale, reso unico dalla personalità magnetica di Sasami che riesce a tenere in pugno l’attenzione degli ascoltatori ovunque e comunque si manifesti.

Seablite – Grass Stains And Novocaine
C’è molta energia nelle canzoni dei Seablite: quelle che mi piacciono di più sembrano innestare la spensieratezza delle All Girl Summer Fun Band con i bianchi e neri lugubri di certi Veronica Falls. Un gioco di contrasti che mescola di continuo le carte in tavola, e non sai decidere se sono le melodie travolgenti a prendere il sopravvento sui testi cupi, o viceversa. Insomma, tutto molto, molto "polaroid".



2


Jeanines – Jeanines [A PARIMERITO!]
È evidente che in questo disco sono presenti delle forme che arrivano dalle Talulah Gosh e dalle Marine Girls e scendono fino alle Liechtenstein, The Never Invited To Parties, Veronica Falls e Dum Dum Girls (non per niente esce su Slumberland). Ma quello che riescono a condensare Alicia Jeanine e Jed Smith (sì, proprio quello dei nostri cari My Teenage Stride e di Mick Trouble) all’interno di questa musica riesce ad andare oltre e a farmi dimenticare tutto. (E)

Con questo self titled dei Jeanines siamo dalle parti del più classico del twee/c86: non inizio nemmeno con il name dropping di influenze perché sarebbe davvero infinito. Ma se questo potrebbe far pensare ad un disco derivativo, la realtà è diversa: sembra impossibile, fuori tempo massimo e ingenuo, eppure il duo di Brooklyn è riuscito a scrivere un compendio semplicemente perfetto di questo genere musicale che assomiglia sempre di meno a uno stile sonoro e sempre più ad una comunità di persone. 16 canzoni brevissime che sono dei classici istantanei, ti spezzano il cuore e non si tolgono più dalla mente. Se dovete ascoltare un solo disco indiepop per tirare una summa di questo 2019, che sia quello dei Jeanines. (N)



1


Kevin Morby - Oh My God
“Oh mio Dio” è un’espressione di disperazione, di incredulità, ma anche un’esclamazione di gioia. E l’essenza di questo disco è tutta qui: concepito la notte dell’elezione di Trump, è un lavoro che guarda al disastro che ci circonda per riuscire a ricavarne un qualche senso. È un gospel, canzoni che cercano spiritualità disperatamente e la trovano nel prendersi cura di sé e degli altri, nel guardare alle nostre vite con la giusta prospettiva per poter capire qual è la cosa giusta da fare, la direzione giusta da prendere (non è un caso che molti dei testi siano stati scritti in aereo, dove Morby vedeva il sole anche se a terra c’era un cielo di piombo). Il nume tutelare che viene citato più spesso nelle recensioni è quello di Bob Dylan, assieme a Lou Reed e Cohen, ma credo non importi poi molto: è una manciata di canzoni talmente spontanea e istintiva da creare un adorabile pasticcio che rende irrilevante qualsiasi coordinata. Come canta Morby, “everything we do is a mess, but oh honey, may this mess be blessed”.

The Stroppies – Whoosh
La pelle d'oca quando sento queste chitarre a bassa fedeltà scalciare sopra il ritmo nervoso, e ogni battuta sembra accelerare dopo la precedente per tenere il passo del mio cuore. È necessario. È ancora incredibilmente necessario. Da una specie di supergruppo formato da gente passata per Twerps, Boomgates, The Stevens, Blank Statements e altri, non potevamo aspettarci niente di meno che uno dei dischi dell'anno. I logori e antiquati Dei dell'Indie Rock ancora una volta hanno esaudito la mie preghiere.




martedì 17 dicembre 2019

Indiepop Jukebox (Christmas Special pt.2)


Robert Sekula - Not Santa Claus

Robert Sekula, frontman degli storici 14 Iced Bears, ha pubblicato qualche giorno fa una canzone che ha definito "a non-Christmas single" e che, infatti, si intitola perentoriamente Not Santa Claus. Io lo prendo in parola, però bisogna dire che con quei campanellini e con quella melodia malinconica-ma-non-troppo-ma-forse-anche-sì vorrei proprio dire che ha tutte le caratteristiche giuste per renderla una canzone di Natale perfetta:



cherry ghost - blue christmas

"I hope that Santa Claus gets you a conscience this Christmas": il primo singolo da cinque anni a questa parte per Simon Aldred e i suoi Cherry Ghost è una canzone di Natale che non ha nulla di banalmente allegro o spensierato, ma punta il dito sulle pessime condizioni in cui versa la sua Gran Bretagna, all'alba della vittoria elettorale di Boris Johnson e dei Conservatori. Blue Christmas, però, non è soltanto un canto di rabbia e il suo messaggio di speranza finale è che l'amore "soothes the wounds left open by inequality and injustice". Cherry Ghost devolve i proventi del singolo a Lifeshare, un'associazione che si occupa di assistenza ai senzatetto.




Kingfisher Bluez Christmas Single 2019

Da ormai nove anni consecutivi, l'etichetta discografica indipendente di Vancouver Kingfisher Bluez (Tim The Mute, Peach Pit, Capitol, Winona Forever...) sta portando avanti la tradizione di pubblicare ogni dicembre un 45 giri natalizio a scopo benefico. Quest'anno, per esempio, "100% of 7" profits will be donated to 1-800-SUICIDE and Crisis Centre BC". Il singolo del 2019 è uno split tra le interessantissime Club Sofa e, nel lato B, una collaborazione tra Carla J. Easton e Eugene Kelly dei nostri cari Vaselines.




The Hannah Barberas' Christmas Bandwagon vol​.​2

The Hanna Barberas sono una vecchia conoscenza delle playlist natalizie da queste parti (nonché di questa rubrica a forma di jukebox) e il loro Christmas Bandwagon arriva al secondo volume. Indiepop diretto, divertente e senza fronzoli, come vorrei che fosse sempre. In scaletta anche una rivisitazione del loro precedente "cavallo di battaglia" Oh Santa Claus, un classico come The Christmas Song di Nat King Cole e una inaspettata cover di Christmas Time Again di Reuben Anderson, reggae natalizio degli Anni Sessanta. Ancora una volta, i proventi dell'EP andranno in beneficenza, a favore dell'associazione Shelter, che offre aiuto senzatetto britannici.




STARS ON fIRE - Please Come Home for Christmas​

Una delle canzoni di Natale che mi è piaciuta di più quest'anno è la terza uscita a nome Stars On Fire, il nuovo progetto di Christoph Mark, californiano residente a Seoul, che già avevamo conosciuto quasi vent'anni fa con gli Ampersand. Please Come Home for Christmas (che esce anche in 7 pollici per la indie label greca Old Bad Habits) è una traccia che riesce a stare in equilibrio tra shoegaze e dolcissime jangling guitars, fermandosi un momento prima di sfociare nel rumore, e con una melodia sottolineata da una tromba che fa commuovere.




SWAMPMEAT FAMILY BAND- A PRESENT FOR ME

Da Birmingham via Stoccolma, dove fa base la loro label PNK SLM, arrivano gli Swampmeat Family Band, formazione che mescola indie rock, blues, rockabilly e classico folk americano. Il loro singolo natalizio, A Present For Me, è un inno pieno di romanticismo disperato: "Somewhere down the line / There will be a present for me / I just hope that it's you / Underneath that tree". Anche la band britannica devolve i proventi della canzone in beneficenza: "All profits will go to Birmingham homeless charities so hopefully we can do a little bit with our Xmas ditty to help a few folks out during what can be a shitty time for far too many."




Nico LaOnda - Calboni

Il geometra Calboni di fantozziana memoria è sempre stato un personaggio chiave per capire un certo lato del carattere italiano, sbruffone e vanitoso. Mescolare la Courmayer di Calboni con l'estetica tutta Ottanta della Cortina di Vacanze di Natale, film caro alla generazione successiva a quella di Villaggio, è l'idea di Nico LaOnda per il suo singolo natalizio Calboni. Il nuovo progetto di Nicola Donà (Calorifer Is Very Hot, Dizzyride, Horrible Present e chissà quanti altri) è qui alle prese con un synth pop agrodolce e un po' vintage, in cui la nostalgia non sembra mai prendersi troppo sul serio e viene sempre mitigata dalla voglia di riderci sopra.



sabato 14 dicembre 2019

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (anche a Natale)

MUSICA PER APERITWEEVI - 2019 CHRISTMAS SPECIAL

"Le lucine di Natale dietro di noi, gli ugly Christmas jumpers sopra di noi": ecco a voi il tradizionale appuntamento di Musica Per AperiTweevi con lo speciale di Natale in streaming su Radio Raheem, quest'anno in mash-up con "polaroid  un blog alla radio" e a due voci insieme a Nur Al Habash.
Preparate il vischio, noi ci abbiamo messo la playlist e i brindisi!

venerdì 13 dicembre 2019

A polaroid for Christmas 2019

A polaroid for Christmas 2019

IT  La mattina del 13 dicembre le ragazze scandinave indossano vesti candide e una corona di candele accese. L'oscurità della notte di Santa Lucia, che secondo il Calendario Giuliano era la notte più lunga dell'anno, è ormai alle spalle e la luce può ritornare. Ci si scambia doni, si preparano dolci tradizionali, si canta in coro e prende il via il periodo delle festività.
Come già gli anni scorsi, anche "polaroid - un blog alla radio" ha deciso di entrare nello spirito natalizio e di provare a farvi un piccolo regalo. Ho chiamato un po' di amici e di band, e ho chiesto se volevano scrivere una canzone adatta a questa stagione, o almeno suonare una canzone che mi facesse compagnia mentre addobbavo l'albero di Natale. Ancora una volta, le risposte sono state superiori a ogni aspettativa.
Ringrazio tutti i musicisti che hanno partecipato, sono stati fantastici: qui sotto trovate tutti i link. Spero che vi piaccia: è solo una polaroid per Natale, per fare un po' di auguri a tutti.

ENG  On the morning of December 13th, scandinavian girls wear white robes and a crown of candles. The darkness of the night of Saint Lucia, which according to the Julian Calendar was the longest night of the year, is now behind us and light can return. People exchange gifts, prepare traditional sweets, sing in choirs and kick off the holiday period.
Like we did the last years, polaroid blog has decided to enter into the Christmas spirit and brings you a small gift. I called some friends and some bands, and asked them if they wanted to write a song for this season, or at least play a song that could keep me company while decorating the Christmas tree. Once again, the responses exceeded all expectations.
I thank all the musicians who participated, they were fantastic. Below you can find all the links. I hope you like it: it's just a polaroid for Christmas to send some greetings to everyone.

[artwork by Claudia Ferrario]

01) P. feat. Lavinia Claws - Christmas (Baby Please Come Home)
02) The Fisherman and His Soul - A Christmas Tree Bright As A Lighthouse
03) Clever Square - A History Of Seed
04) The Memory Fades - Rose
05) Costa Brava and Friends - Merry Xmas Troublemaker
06) Caniggiah - Con la neve
07) Flamingo - Comfort
08) Blue Ocean - Entronic Daze
09) Lennard Rubra - Senza nuotare
10) Baseball Gregg - Decade Ender
11) Setti - Polar Odd
12) The Ian Fays - That's Not The Title
13) L'Ultima Ora - Le cercavamo insieme (Rose)
14) Steven Lipsticks & His Magic Band - Silly Christmas
15) Her Skin - Christmas Time Is Here





mercoledì 11 dicembre 2019

“Somewhere between drunkenness and chivalry”

JUNIORE - 'polaroid - un blog alla radio' podcast S19E07 @ NEU RADIO

"polaroid - un blog alla radio" S19E07 @ NEU RADIO

Ducks Unlimited – Annie Forever
Nilufer Yanya – In Your Head
Capitol – In Ceremony
Juniore – Ah Bah D’Accord
Pop At Summer – Everything’s Fine
Andy Shauf – Try Again
Pictish Trail – Bad Algebra
Julia Jacklin – Pressure To Party
Kevin Krauter – Surprise

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martedì 10 dicembre 2019

Cry your little heart out

Cry Your Little Heart Out - The Best Of Ant

Questo 2019 che sta per concludersi, tra i tanti anniversari da ricordare e celebrare, ne racchiude anche uno molto caro alla famiglia We Were Never Being Boring: il traguardo dei vent’anni di carriera solista per il cantautore di origini britanniche Antony Harding. Lungo due decenni, dopo essere stato batterista nella seminale formazione degli Hefner negli Anni Novanta, Antony ha pubblicato sia a proprio nome che con il nome d’arte ANT una quantità di album, singoli ed EP dentro ai quali non è difficile perdersi. ANT, infatti, ha continuamente collaborato con etichette inglesi, italiane, svedesi, spagnole e anche di Taiwan e della Cina.
Sembrava arrivato, quindi, il momento giusto per fare un punto della situazione e festeggiare un autore che sa interpretare un certo pop acustico ed intimo con una delicatezza e una grazia assolutamente uniche, e la cui poesia aveva conquistato anche un orecchio raffinato come quello di John Peel.
Nasce così Cry Your Little Heart Out, un disco che riunisce ben 18 tracce (comprese alcune rarità, a rendere l’antologia ancora più interessante) che spaziano dal 1999 a oggi, e che prende il titolo da una delle più belle e sinceramente toccanti canzoni di ANT.
«Questa compilation raccoglie una selezione delle mie canzoni preferite, ma ho voluto che tenesse conto anche di quelle più popolari sulle varie piattaforme di streaming, comprese quelle asiatiche, dove i risultati mi sorprendono sempre molto. Mi piaceva che avesse questo titolo perché, in fondo, le lacrime e il cuore sono due temi che tornano spesso nelle mie canzoni e nelle mie storie.»
Il suono limpido delle ballate di ANT, pieno di calore e inconfondibile; la scelta di parole semplici e dirette per raccontare le proprie emozioni; gli arrangiamenti misurati che sembrano quasi farti arrivare queste canzoni vicine, in punta di piedi: vent’anni di ispirazione purissima e luminosa.



venerdì 6 dicembre 2019

Indiepop Jukebox (Christmas Special pt.1)

SASAMI shares Christmas three-track single 'lil drmr bb'

Nonostante in centro a Bologna ci siano addobbi e luci di Natale da più di un mese, non volevo arrendermi all'evidenza di questo estenuante Avvento infinito. Però, dopo essere stato strapazzato pure da Sasami che si cimenta in una vagamente inquietante cover di Silent Night (fa parte del nuovo singolo "in the spirit of the holidays" intitolato lil drmr bb), ho deciso che era finalmente arrivato il momento di mettersi in pari con le canzoni indie-natalizie di quest'anno.
Orsù, cominciamo a mettere un po' di regali sotto l'albero:


You Wish: A Merge Records Holiday Album

La Merge Records nel 2019 ha battuto tutti sul tempo, pubblicando una compilation natalizia già alla fine di ottobre: You Wish: A Merge Records Holiday Album arriva a chiudere in bellezza i dodici mesi che hanno segnato il trentesimo anniversario della storica label indipendente di Durham, North Carolina. Una raccolta piena di nomi illustri (Fruit Bats, Essex Green, Mikal Cronin tra gli altri), un sacco di inediti interessanti (adorabili Tracyanne & Danny, pigramente sensuali; Allison Crutchfield che all'improvviso entra a dar man forte a Mike Krol per una Won't Be Alone Tonight quasi da Ramones) e qualche cover d'eccezione (il chitarrista William Tyler alle prese con Jesus Christ dei Big Star, Apex Manor in una versione di White Christmas da cowboy). Ma soprattutto, proprio in chiusura di scaletta, la prima canzone nuova degli Shout Out Louds da tipo un secolo a questa parte, e va benissimo anche se è una cover di Blue Christmas di Elvis Presley. "Adesso è Natale!".






THE SCHOOL - Christmas EP

The School mancavano dalle scene da un po' di anni e rifarsi vivi con tre nuove tracce a tema Natale mi sembra quanto mai adatto a loro. "These songs play with the forced happiness associated with these holiday dates, to give them a touch of bitterness and loneliness, and remind us why they have broken our heart so many times over the years!": certo, come se ce ne fosse bisogno una volta di più. The Christmas EP è anticipato da Shouldn't Be Alone For Christmas, molto Camera Obscura o, se preferite, molto "Natale in casa Motown", con tanto di call and response tra le voci di Liz Hunt e Harri Davidson, e una storia tipo "non ci servono i soldi, a Natale ci basta l'amore".




Girlfriend Materia - If Anyone Asks, Just Tell Them You're Santa Claus

I Girlfriend Material sono il nuovo gruppo di Graham Wright e Josh Hook, rispettivamente tastierista e chitarrista dei Tokyo Police Club. Qui suonano un indie rock un po' meno nevrotico e frenetico e un po' più emotivo, ma soprattutto hanno già realizzato due EP natalizi! Il terzo è questo If Anyone Asks, Just Tell Them You're Santa Claus, cinque tracce incui la band di Toronto gioca con la nostalgia di stagione, tra storie di coppie che non dovrebbero scegliere Natale per lasciarsi e giornate sprecate nei centri commerciali.
"I say Christmas because that's the one I grew up doing, but really these songs are about whatever traditions tie you to the past and pull you home, and how weird that starts to get over the years. If you've ever found yourself sitting in your old bedroom wondering how you're supposed to feel about anything, this EP is for you!": mi ha convinto.




Les Bicyclettes de Belsize - Another Christmas Song

Ormai quello con il londinese Charlie Darling e con le canzoni di Natale firmate Les Bicyclettes de Belsize è un appuntamento fisso (nel 2018 abbiamo avuto anche l'onore di ospitarlo nella compila di polaroid!), quindi immagino quest'anno si sia ritrovato quasi costretto a intitolare questa nuova Another Christmas Song: "Everybody’s happy now / Jingle Bells and snow’s absurd / Without you / You never really cared".




Faux Canada - Fuck It, It's Christmas

Come cantava il nostro caro Jesse The Faccio, "cazzo, è già Natale". Devono essersi detti un po' la stessa cosa i Faux Canada quartetto di San Francisco che riunisce componenti di varie band  locali (My First Earthquake, Sir Salvatore e Crashfaster) e che di solito si dedica a un indie rock venato di elettronica e abbastanza multiforme, a volte un po' Metric a volte un po' shoegaze. Per questo Natale 2019 ci regalano una traccia dalla sincerità disarmante che si arrende all'evidenza: Fuck It, It's Christmas.

mercoledì 4 dicembre 2019

“It seems like the wrong time and the wrong place now"

polaroid - un blog alla radio - S19E06 podcast @ NEU RADIO

"polaroid - un blog alla radio" S19E06 @ NEU RADIO

Altre di B – It’s A Cloudy Day In San Francisco
Dronjo Kept By 4 – Umbrellas
Math and Physics Club – Indian Ocean
Lake Ruth – Strange Interiors
Vanishing Twin – Magician’s Success
Program – Motorbike
Woolen Men – Mexico City Blues
Jetstream Pony – I Close My Eyes
Baseball Gregg – Slow

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lunedì 2 dicembre 2019

It's a cloudy day in San Francisco

Altre di B - It's a Cloudy Day in San Francisco

“È soltanto questione di tempo, alla fine tornerà a uscire il sole”: così canta un verso di It’s A Cloudy Day In San Francisco, e la stessa cosa, in fondo, si potrebbe dire delle Altre di B.
Dal 2017, anno di uscita dell’album Miranda!, la band bolognese non si è mai fermata un attimo e ha continuato a portare in giro i suoi concerti trascinanti. Era però arrivato il momento di ascoltare anche qualche nuova canzone, ed ecco finalmente il primo singolo per l’etichetta We Were Never Being Boring, anticipazione del quarto album che vedrà la luce nella primavera del 2020.
Un po’ dandy e un po’ scanzonata, un po’ Carrot Rope dei Pavement e un po’ Phoenix epoca Wolfgang Amadeus Phoenix, questa nuova It’s A Cloudy Day In San Francisco racconta una giornata passata a camminare per la Fog City californiana, tra i murales di Lexington Street e i leoni marini distesi sulla baia, la grande soglia sull’Oceano Pacifico. Sui tram che tagliano la coltre grigia e tingono la città, un saliscendi di persone che si sfiorano appena, orbitando come satelliti le une attorno alle altre. Sempre in giro a godersi il tempo anche quando nessuno direbbe che il tempo è bello. Quale sarà il trucco?
«Un giorno, mentre ce ne andavamo in giro per il Mission District di San Francisco, abbiamo scattato una foto a questa scritta a lettere maiuscole sopra un muro di Lexington Street.
Immaginiamo che nelle giornate più uggiose la gente rimanga in casa, quindi è un'ottima ragione per uscire e godersi la città in contemplazione, in orbita attorno alle persone e ai luoghi che amiamo. Come satelliti.
Oggi su quel muro non c’è più quella frase.
Ed ecco perché abbiamo scritto questa canzone.»
Due piccole ma per me importanti note tra i credits della traccia: produzione, registrazione e masterizzazione sono state affidate a Bruno Germano (già nei Settlefish e ora negli Arto) e al suo Vacuum Studio, "eccellenza bolognese", mentre alla classica formazione a 4 delle Altre si è aggiunta la chitarra di Luca Lovisetto (Baseball Gregg), a cui i régaz fanno sapere che «questo nuovo progetto non sarebbe nato senza il tuo aiuto e il tuo incoraggiamento, e senza il tuo inconfondibile effetto Chorus».

venerdì 29 novembre 2019

Canicola 15 X 5 Maple Death Records!

Canicola 15 X 5 Maple Death - TPO / Bologna 2019/11/29

Quello che si può definire, senza timore di esagerare, un "happening": questa sera al TPO la casa editrice Canicola e la label Maple Death Records (due realtà indipendenti che fanno base a Bologna ma che sono conosciute in mezzo mondo) festeggiano assieme, rispettivamente, il quindicesimo e il quinto compleanno.
In cartellone una specie di All Star Game composto da band, disegnatori, DJ e illustratori (non a caso l'evento coincide anche con la prima serata del festival Bilbolbul). Concerti, live painting, sonorizzazioni, performance, installazioni, proiezioni video, per una contaminazione totale tra musica e disegno che detonerà simultaneamente tra diversi spazi e palchi.
Il contingente musicale vede in cartellone: gli WOW, che hanno da poco pubblicato il nuovo album Come La Notte; Krano, alla prima data dai tempi di Requiescat In Plavem e ormai prossimo a regalarci un nuovo lavoro; gli Holiday Inn, con il loro agguerrito synth-punk acido, da Roma; Blak Saagan e la sua elettronica cosmica, da Venezia; gli Hallelujah! con il loro sfrenato noise-punk, da Verona; Andrea De Franco, fumettista che si dedica anche a sperimentazioni fra techno e ambient; gli Heart Of Snake, con il loro folk rurale e dilatato, da Torino; i capitolini Metro Crowd, di cui conosciamo bene il cupo e frenetico post-punk industriale, e J.H. Guraj, con la sua chitarra ipnotica capace di unire psichedelia e suggestioni quasi cinematografiche.
Qui trovate l'evento Facebook con tutte le info, mentre su ZERO Bologna Jonathan Clancy ha preparato una playlist introduttiva per arrivare preparati.
Ci si vede a banco!

















mercoledì 27 novembre 2019

I guess we’ll never make it

Comet Gain - Fireraisers Forever!

My 4am shivers are gone
My punk rock damage is done
I'm here and it's where I belong
Still singing this song

“I guess we’ll never make it / I guess we’ll never know”: due semplici versi che potrebbero rappresentare la quintessenza dei Comet Gain. Del resto, forse quasi tutti i versi dei Comet Gain potrebbero farlo. Questa band da oltre venticinque anni spinge l’intero proprio cuore dentro ogni parola e ogni nota, anche quelle che sul palco continua a dimenticare, a sbagliare, a sporcare, a suonare troppo forte, per eccesso di impeto e convinzione. E anche questa volta mi trascina con sé.
Quei due piccoli versi stanno dentro The Godfrey Brothers, la canzone che chiude il lato A del nuovo 33 giri Fireraisers Forever!, il primo album che la band di Londra ha pubblicato con la label tedesca Tapete Records, cinque anni dopo il crepuscolare Paperback Ghosts, uscito per la sempre cara Fortuna Pop!. Tra tutte le canzoni, The Godfrey Brothers mi ha commosso al primo ascolto, ancora prima di capirne i motivi: un arpeggio classico, appena smussato da una chitarra slide e da un malinconico organo, sulla vena di altri vecchi laceranti singoli dei Comet Gain come Sad Love o Ballad Of A Mixtape, e strofe di una grazia per me meravigliosa: “In a West Hampstead room / I fight the gloom / With five hundreds Beach Boys bootlegs / All of them, they think that we’re strange / Working upstairs in the records tape exchange”.
Una canzone che non avevo mai sentito ma che mi sembra di avere sentito da sempre. Uno dopo l’altro, i due fratelli Godfrey muoiono ma la loro storia in qualche modo continua. Tutta quella poesia di un indiepop perdente ed epico, fatta di “true confession of a fuck up”, istantanee da un “unbronken unheard underground”, fotocopie in bianco e nero e furibondi incitamenti a noi “old Mods with bellies and hair like shit”. Sembrano due semplici versi ma per me spiegano già quanto i Comet Gain sappiano di essere ormai anacronistici e quanto, al tempo stesso, siano profondamente convinti di avere il dovere di cantare ancora, il dovere di esserci oggi, in questo squallido, stupido e cattivo presente che vuole “to make a memory of the future”.

E poi arriva Stephen McRobbie dei leggendari Pastels, che sul sito del Monorail (il celebre negozio di dischi che ha contribuito a fondare a Glasgow) mi risveglia la memoria e scrive che questa canzone è “an absolutely heartbreaking tribute to Epic Soundtrack and Nikki Sudden from Swell Maps”. Ecco da dove venivano i Brothers! Corro a controllare ed eccoli lì, quasi ad aspettarmi: Kevin Paul e Adrian Nicholas Godfrey. Entrambi decisivi per il suono, l’estetica e l’etica dei Comet Gain, entrambi ancora troppo sottovalutati, ed entrambi purtroppo scomparsi. “They won’t rememeber our names after all” è un ritornello che sembra prendermi in giro, ma è anche il segnale di un riscatto, di qualcosa di giusto che, alla fine di tutto, rimane ed è ancora importante.
E la strofa “Please play the beatiful music / I wanna be true / I wanna move you / I wanna pin my teenage heart to you” mi riempie gli occhi di lacrime. David Christian, la voce che canta queste parole, che riesce ancora a cantare queste parole dopo tutti questi anni senza vedere un raggio di sole, la voce che impersona questi fratelli con tanta devozione ti fa sentire la certezza che tutti i fantasmi di tutte le speranze un giorno riusciranno a uscire dalle macerie: “there’s beauty in the broken, the faith in something weirder”. E alla fine è una liberazione: quel “raise our arms to the rain” è qualcosa di glorioso.

Fireraisers Forever! è un album che nasce dalla rabbia e dalla disillusione. Del resto, si apre con un’osservazione che non ammette repliche: We’re All Fucking Morons. Perché di fronte ai “privileged and greedy” che hanno ridotto la nostra vita e il nostro mondo in queste condizioni disperate non ci ribelliamo? Perché sembriamo tutti anestetizzati?
Queste canzoni, spiega la band, sono state influenzate da “a world which has become darker and dumber over the years”. Queste canzoni vogliono suonare come il fuoco che cauterizza la ferita, e la ferita è la nostra stessa stupidità. “Don’t spend your life on your knees”.
Anche per questo, gran parte della scaletta mostra il lato più rumoroso, aggressivo e irruente dei Comet Gain. Sulla immancabile ispirazione Mod e Northern Soul, prevale qualcosa che assomiglia a un primitivo garage rock (vedi Victor Jara Finally Found, The Institute Debased o il singolo Mid 8Ts). E la versione dei Comet Gain dell’idea di garage rock è un ritmo testardo che pesta, qualche Farfisa acida, chitarre che friggono e bassi sovraccarichi. Tutta la registrazione del deisco rimbomba, i livelli sono sul rosso. Per i Comet Gain questo Fireraisers Forever! è “una manciata di canzoni che volevamo registrare in fretta e con passione, e per le quali gli incidenti, gli errori e gli imprevisti sono importanti tanto quanto le nostre intenzioni”. E dentro Fireraisers Forever! c’è davvero tutto, come dicono loro, gli errori e la passione, il cuore spezzato e il desiderio, ancora una volta, come sempre, Comet Gain.
"And you, you belong here".






martedì 26 novembre 2019

Première: Pictish Trail - "Bad Algebra"

Pictish Trail
photo by Stephanie Gibson

Dopo Slow Memories, ascoltata in anteprima il mese scorso, continua la marcia di avvicinamento al nuovo album di Pictish Trail, che si intitolerà Thumb World e arriverà su Fire Records il prossimo 21 febbraio.
Oggi esce in streaming e video questa nuova Bad Algebra, canzone dall'apparenza scanzonata ma che, in realtà, racconta quel malessere che a volte ci prende proprio quando siamo insieme a quelli che dovrebbero essere nostri amici:
Bad Algebra is about how being in the company of certain people can make you feel more alone than if you were on your own. I think that’s true of a lot of relationships, and it can be a comforting thing as well as an isolating feeling. “You are my solitude, I’m never so alone by myself”. There can be a tendency to analyse/scrutinise your own behaviour when in the company of another.
Con un velo di sarcasmo, una grazia di scrittura che mi fa ricordare certe cose della Beta Band ma in vena di fare festa, e soprattutto con un'allegria di fondo che si unisce a una sana dose di misantropia, questa Bad Algebra ti si incolla addosso e si rivela capace di dare conforto a tutti quelli che si ritrovano in mezzo agli altri desiderando di essere dalla parte opposta dell'universo, e cercano rifugio nella musica: "gimme strenght, gimme strenght my melodic creatures".



venerdì 22 novembre 2019

Indiepop Jukebox (Novembre 2019)

Math and Physics Club - Indian Ocean

▶️ Poco più di un anno fa se ne andava James Werle, chitarrista dei Math And Physics Club, tragico evento che segnò la fine della band californiana. Poco dopo, i MAPC si esibirono a un evento organizzato da KEXP chiamato "Death & Music - music heals" per ricordare l'amico scomparso. Tornando a suonare assieme per quell'occasione, decisero che dovevano registrare un ultimo singolo di commiato, e riformare la band per salutare James un'ultima volta:
James didn’t play on these recordings, but he is absolutely part of their fabric. That much is clear from the moment his Rickenbacker chimes the opening notes on Indian Ocean. The song was written shortly before James died, but the band never had a chance to record it. Perhaps seeking connection more than anything else, the remaining members decided to finish it in honor of their friend and bandmate. With bassist Ethan Jones stepping in to record James’ guitar part, the result is a bit of magic and an instant MAPC classic.
The flip-side, In Dreams, is a requiem of sorts, written for James in the weeks following his death. Stripped down acoustic guitar, mandolin, and layered vocals pack an emotional wallop. The lyrics are sparse and laid bare, but hopeful. The song’s spare arrangement juxtaposed with the lush guitars on Side A reveals a space left unmistakably unfilled.
Let’s be clear: As much as this single is an embrace of grief and loss, it’s also a nutshell of what Math and Physics Club does best. Economical, well-crafted, heartfelt pop. It’s a final keepsake from a band that’s been making songs like these for the better part of the past 15 years. Did you expect anything less?
Qui sotto in anteprima il commovente lato A, grazie come sempre alla storica Matinée Recordings, mentre la B-side si può trovare in streaming su KEXP, insieme a un''introduzione degli stessi Math & Physics Club.




Dronjo Kept By 4 - School Festival EP

▶️ I Dronjo Kept By 4 provengono da Fukushima, sono in giro dal 2007 e come rivela il loro curioso nome, sono un quartetto. Da quel che ho capito con Google Translator, il fondatore Jun Usuda ha fatto parte a lungo anche dei Johndickheadhunter3, formazione dedita a un bedroom pop a bassa fedeltà. Con i Dronjo Kept By 4 invece sembra lanciarsi verso un indie rock figlio dell'estetica Elephant 6, a volte bello fracassone e con un certo debito nei confronti dei Beach Boys. La loro ultima uscita per la Galaxy Train Records è una cassetta con 4 tracce intitolata School Festival EP, da cui ci ascoltiamo la quanto mai adatta alla stagione Umbrellas:




Scott & Charlene's Wedding - When in Rome, Carpe Diem

▶️ «Più tardi mi sono reso conto che potesse sembrare un linguaggio da boxe - ma in quel momento stavo solo camminando per la strada e vedo questo tizio che conosco starsene in un angolo del palazzo e così gli chiedo “ehi, che stai facendo lì nell'angolo?”, e quello mi risponde soltanto "mi sto sentendo bene!". Avevo sempre pensato che avesse l’aspetto di uno messo piuttosto male, ma quel giorno sembrava tutto pieno di sé e forte, e quella cosa mi ha reso felice. Mi sentivo giù, Jackie era stato male, ma sembrò che le cose stessero per girare. Forse sono stato messo all'angolo? Mi sento carico! Se soffri di depressione e ti capita un giorno in cui ti senti bene, buttati! I tuoi amici sono il Numero Uno!»
Queste sono le parole, quasi da discorso motivazionale, con cui Craig Dermody, carismatica voce degli Scott & Charlene's Wedding presenta I'm Back In The Corner, formidabile canzone che potresti quasi scambiare per un inedito di Lou Reed e che anticipa il nuovo EP della band australiana When in Rome, Carpe Diem, in arrivo a fine mese su Bedroom Sucks Records.




L'ultima Ora - Gerani

▶️ Conoscevamo Claudio Carboni con lo pseudonimo Chris Bacon: l’anno scorso aveva pubblicato Trilogia, una cassetta abbastanza sperimentale uscita sulla Nervi Cani di Modena. Ancora prima era nei Synthetic Trees, e proprio a un contest in cui partecipava la band ha incontrato Alice Figus, in quell'occasione provvidenzialmente in giuria. Insieme hanno deciso di mettere in piedi un nuovo progetto chiamato L’ultima ora, che sembra muovere questi primi passi verso un etereo dream pop con influenze shoegaze.
Nonostante si dividano tra Glasgow, Sassari e Urbino, stanno lavorando a un EP di quattro tracce che dovrebbe uscire in formato fanzine in risograph con allegati cassetta o flexi-disc in edizione limitata. Intanto, si può già ascoltare il promettente singolo d’esordio Gerani, dalle atmosfere liquide e notturne, e con un suggestivo testo che rielabora la poesia L'assenza di Guido Gozzano.




LAPIS - HI MOON

▶️ Di Lapis non so davvero nulla: appena il suo nome, la sua città, Denver, e l'indirizzo di Soundcloud dove ha postato due piccole e delicatissime canzoni di cui mi sono innamorato al primo ascolto. Twee da cameretta, sospeso tra le prime cose a bassa fedeltà di Girl In Red o Frankie Cosmos, giusto per dare un paio di riferimenti contemporanei, un indiepop intimista figlio della poetica di Kymia Dawson o ancora prima della tradizione Nineties di una certa K Records. Dietro i colori di quell'arcobaleno fluo, Lapis è semplicemente adorabile e non vedo l'ora di scoprirne di più.




Clouzot - MMXIX

▶️ I Clouzot sono un'altra band in cui milita Cecilia Corapi dei nostri cari Qlowski: dopo il primo demo MMXVIII della scorsa estate, ora è arrivato un nuovo singolo, non a caso intitolato MMXIX. Lo stile resta lo stesso: post-punk tumultuoso, nervoso e freddo, ma non così oscuro e cupo come ci si potrebbe aspettare. Anzi, i synth stridenti contribuiscono in qualche modo ad addolcire il suono del trio londinese. Speriamo di vederli live prima o poi anche dalle nostre parti.




Björn Falk - Pony

▶️ Nuovo arrivo in casa Yellow Step Records, la label curata da Adam Agace degli Hater. Lui sichiama Björn Falk e il suo singolo d'esordio, Pony, vede la partecipazione proprio di Caroline Landahl, che degli Hater è l'inconfondibile voce. Come mostra già il divertente minuto e mezzo di rock'n'roll di Pony, la musica di Björn Falk è "heavily influenced by the early Sixties", e come il piccolo video che l'accompagna, è piena di sole e colori brillanti.




Fehlt - Closure

▶️ I Fehlt si scrivono con l’H in mezzo, non confondeteli con gli storici Felt di Lawrence. Questi sono giovani esordienti di Leeds e sono la nuova band di Ewan Barr dei Dose, quartetto noise che faceva base a Newcastle. Il loro primo singolo è una cassetta di due tracce per la Clue Records, il cui lato A, Closure è un raffinato shoegaze che ricorda certi Beach Fossils ma più trasparenti e ipnotici. Non raccontano molto di loro e popolano i loro social di elusive foto in bianco e nero mezze sfuocate, che però sembrano molto adatte al loro suono brillante.