sabato 16 novembre 2019

F.A.R. Out - a sunshine psychopop compilation

F​.​A​.​R. OUT Compilation

Sotto il più tetro cielo di un mattino di metà novembre, mentre immagini di acqua alta e alluvioni rendono sempre più pessimisti e amareggiati, una compilation che si presenta a tema "sunshine psychopop" può rappresentare un'apprezzata via di fuga. La raccolta si intitola F​.​A​.​R. OUT ed esce per la Fadeawayradiate Records di Amsterdam, etichetta che ormai ci ha abituato alla pubblicazione di ottime compilation indiepop. Come l'omonimo blog, la label è curata da Estella Rosa, già voce del duo twee NAH!, qui presenti in scaletta sia con un singolo che con un featuring.
Questi quasi cinquanta minuti di musica riuniscono nomi eccellenti, e quasi tutte le canzoni potrebbero tranquillamente essere singoli a sé: i Pale Lights, da New York, vedono al loro interno componenti (o ex) di band del calibro di Comet Gain, Crystal Stilts, Cinema Red and Blue e Ladybug Transistor, e la loro elegante Golden Times si colora di uno stile molto Lloyd Cole; MJ Elston (ex dei Bulldozer Crash) contribuisce con la crepuscolare bossanova Normandy By Sundown; Night Heron, nome d'arte del prolifico Michael Telles, da Gloucester, Massachusetts, e il duo dei The Catherines, da Amburgo, viaggiano verso luminose atmosfere Sixties e retrò; i nostri amati Young Scum, dalla Virginia, tornano a regalarci un po' del loro squisito jangle pop, mentre i veterani Suncharms, da Sheffield, danno un tocco più dolce al loro shoegaze, di solito più rumoroso. Alcuni altri nomi interessanti, come i Miserable Chillers, li ho invece scoperti grazie a questa compilation, un altro dei vantaggi di queste operazioni discografiche. Se avete bisogno di un po' di indiepop per dare un po' di calore al vostro autunno, F.A.R. Out è il disco che fa per voi.




mercoledì 13 novembre 2019

Sometimes, somehow life gets in the way

House Deposit - Reward For Effort

Meaghan ha la sensazione di essere un po’ assente dalla propria vita. Le sembra di essere sempre addormentata. Esce a fare una passeggiata lungo il torrente per godersi il sole.
Sam è seduto nella macchina parcheggiata. Ascolterà ancora una canzone e poi deciderà se partire e raggiungere gli altri. Magari due canzoni. Magari arriverà in fondo alla strada e poi farà inversione.
Tutti e due guardano al mondo come se ne fossero fuori. Ansia e indifferenza si scambiano di posto, è lo stesso giorno che si ripete, il futuro fa paura.
Non vogliono mai uscire di casa, sognano un giorno improbabile in cui avranno una casa, chiamano il loro gruppo "caparra per l'acquisto di una casa".
Gli House Deposit raccontano queste piccole storie di malessere suburbano post-adolescenziale con un tono distaccato, quasi leggero, una distanza che mette sotto sedativo (spesso letteralmente) le emozioni e i ricordi. Ci sono state rotture, abbandoni, incompresioni e delusioni. Il mondo non offre né lavoro né scopo. Restiamo chiusi in camera da soli a suonare la chitarra.
Abbiamo alcune buone alternative artificali: "I take two pills for two separate reasons". Oppure possiamo abbandonarci agli effimeri sollievi del capitalismo: vaghiamo in un magazzino IKEA e compriamo oggetti per fingere di mettere ordine nella nostra vita. Ma la vita, come mi ricorda mia madre al telefono, "continua a mettersi in mezzo".

Adoro questi quattro ragazzi di Melbourne che, per presentare il loro album d'esordio Reward For Effort, citano le influenze di Feelies e Chills, e fin qui nulla di strano, ma poi tirano fuori pure la "dolewave", pura delizia di modernariato dell'altro ieri per noi blogger obsoleti. E quando, per esempio, parte il riff di Cruise Control, subito in apertura, con quel botta e risposta tra la voce femminile e la voce maschile, mi guardo intorno e mi aspetto che da un momento all'altro si scopra che è tutto uno scherzo dei Goon Sax.
Invece, questi testi brillanti e mai banalmente cinici è tutta poesia degli House Deposit, una scrittura genuina che "draws from personal experiences - reckless behaviour, struggles with mental health... plus a few of us in the band had gotten out of big relationships. We just tried to channel all that turbulent energy into these songs". Per quanto mi riguarda, ci sono riusciti in pieno: uno dei debutti indiepop più interessanti e divertenti dell'anno!








martedì 12 novembre 2019

It feels like I'm on cruise control

polaroid - un blog alla radio S19E04 podcast

"polaroid - un blog alla radio" S19E04 @ NEU RADIO

Sir Bobby Jukebox – You Only Dance
Stella Donnelly – Season’s Greetings
House Deposit – Cruise Control
The Quincey – Guai
The Natural – You Looked Like A Portrait
Shop Front – Trilobite
Young Scum – Seltzer
Koura – Drawbridge
Romantic States – Real Real Blonde

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giovedì 7 novembre 2019

Make sense

POPPEL - MAKE SENSE

Quei dischi indie rock che oggi prendono voti tipo 7.1, oppure tre stelle, fatti apposta per dimenticare subito titolo, autore e copertina; quelle mezz'ore di vecchie chitarre sincere che dovrebbero rappresentare un po' chi sei e che invece vengono skippate via in un soffio nelle playlist; quei gruppi che arrivano dalla provincia e che una volta ti avrebbero fatto immaginare nuove scene emergenti, proprio loro, a volte, se ti fermi a regalare un po' di attenzione, possono rivelare sorprese interessanti. Per esempio, questi belgi Poppel sono giunti al secondo album mettendo assieme una dozzina di canzoni praticamente impeccabili, eppure non mi sembra che in molti si siano davvero meravigliati. Dentro Make Sense si respira questa aria molto Anni Novanta e molto operosa, per così dire, fatta di arrangiamenti senza fronzoli e pezzi che arrivano diretti al punto. Tra momenti in cui possono tornare in mente via via i Sonic Youth, i Lemonheads, i Cure o i Dinosaur Jr, ti rendi conto, però, che i Poppel riescono a lasciare fuori dalla loro scrittura la nostalgia. Il loro suono funziona senza intoppi e mostra una maturità che ti aspetti di ritrovare da altre band più celebrate. Eppure il disco dei Poppel, pubblicato dalla spagnola Meritorio Records, resta fuori dai riflettori dell'hype. Non è un problema, quando si hanno queste canzoni. In fondo, forse, il destino di questo album è nel suo titolo: "make sense", che mi piace intendere come un imperativo.




martedì 5 novembre 2019

Accidents as important as the meant parts

polaroid – un blog alla radio – S19E03 podcast

"polaroid - un blog alla radio" S19E03 @ NEU RADIO

Full Power Happy Hour - Fun
A Certain Smile - Cherry Bomb
Failed Flowers - Faces
Dumb Things - Today Tonight
Comet Gain - The Godfrey Brothers
Ferro Solo - The Time We've Never Had
Flamingo - Chlorine (BIRTHH cover)
Agacy - Come On Out
Beabadoobee - I Wish I Was Stephen Malkmus
Stars On Fire - Salty Kiss
Surf Curse - Disco

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mercoledì 30 ottobre 2019

I've wasted so much time staring into stranger's eyes

Romantic States

All I've ever really learned is
If you don't bend you'll break
And having all the grace is fine
But it still won't get you saved

Un senso di sospeso fatalismo, di tempo immobile, uno spazio di silenzio in cui diventa possibile staccare ogni singolo momento e contemplare le sue connessioni da diversi angoli: la maniera in cui i Romantic States affrontano la scrittura delle loro canzoni, giocando di sottrazione, riesce a suggerire immagini di questo tipo. Una forma frugale, essenziale: Jim Triplett alla chitarra, Ilenia Madelaire alla batteria, entrambi alle voci. Per il loro nuovo album, Ballerina, la formazione si è allargata a comprendere anche Shawn Durham (già negli Snail Mail) e Alan Everheart (dai Wildhoney). Nelle prime due tracce che lo anticipano (oltre alla title track, anche Real Real Blonde) si percepisce un senso di austero distacco che mi fa tornare in mente certi New Year più dolci, oppure immaginare degli Young Marble Giants meno nervosi e alle prese con brevi racconti Carveriani ("Years later you stumbled into motherhood / With a bottle in each hand / One to forget the pain / The other to forget about having to forget").
I Romantic States provengono da Baltimora, hanno diviso palchi con band del calibro dei Beach House e Future Islands, e tra le loro ispirazioni citano i Flipper, Nico e le Breeders. Ballerina è in arrivo il prossimo 6 novembre su Gentle Reminder e io non vedo l'ora di ascoltare il resto.



lunedì 28 ottobre 2019

There’s a sense of urgency when you talk to me

FAILED FLOWERS - FACES

Lui è Fred Thomas, lo seguiamo da un paio di decenni, prima con i Saturday Looks Good To Me e poi con la sua iper-prolifica carriera solista; lei è Anna Burch, il cui agrodolce album di debutto l'anno scorso mi aveva incantato. Ogni tanto, per nostra fortuna, si ricordano di avere un progetto assieme chiamato Failed Flowers, nato ormai quattro o cinque anni fa, con la collaborazione anche di Erin Davis al basso e Miles Haney alla batteria. Quando gli astri si allineano e i Failed Flowers decidono che è tempo di tornare a regalare al mondo un po' della loro arte non sbagliano un colpo. L'ultimo in ordine di tempo è speciale: un sette pollici per il Singles Club che la leggendaria Slumberland Records ha lanciato come celebrazione del proprio trentennale. Le due nuove tracce, Faces / Broken Screen mostrano rispettivamente le due facce della band: più jangling e melodica la prima (con la Burch che sfiora quasi in territori Sundays / Alvvays), più incalzante, Flying Nun e "da giubbotto di pelle" la seconda, con Thomas alla voce. Ora, per favore, non fateci attendere altri tre anni!

sabato 26 ottobre 2019

Resentment and regret

Ferro Solo - Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando - Part 2

Ladies and gentlemen
let me introduce you to my two new best friends
here they come
they're called
resentment and regret


Qui su "polaroid - un blog alla radio" ho avuto la fortuna di poter seguire dall'inizio l'avventura di Ferro Solo, l'avventura musicale di Ferruccio Quercetti quando non suona nei CUT. Certi progetti nascono da passioni rock così forti e genuine che non possono non trascinarti dentro. Dopo gli inizi unplugged, negli anni Ferro Solo si è trasformato in una vera e propria band, con una ragguardevole compagnia di musicisti e amici a supportarlo e accompagnarlo in tour. Nel 2018 era finalmente uscito il debutto Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando - Part 1, dove il "part 1" lasciava intendere che la raccolta apriva soltanto il discorso (e infatti dalla scaletta mancavano alcune delle mie tracce preferite di Ferruccio), mettendo molta carne al fuoco e introducendo un alter ego tormentato, una voce narrante carica di rabbia e amore in egual misura.
La settimana scorsa, con altre dodici nuove composizioni, il racconto di Fernando è arrivato al secondo capitolo. Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando - Part 2, come  già il primo album, è diviso in due parti: un lato A dal titolo di "Resentment" e un lato B "Regret" (più elettrico il primo, più intimo il secondo), e nonostante ogni canzone abbia una propria vita, ognuna va anche a far parte di una storia articolata e unica, tanto che si potrebbe quasi immaginare una graphic novel tratta da questi due dischi.
L'ispirazione musicale, come sempre quando si tratta di Ferro Solo, è multiforme e stratificata, riflesso della ricca cultura musicale del suo autore: dai momenti più schiettamente rock'n'roll, divertenti e sfrenati (You Could Have Been My Joan Jett), passando per omaggi a certi jangling Sixties come in The Time We Never Had, non senza frequenti sfumature blues (Early Bird), a quelli in cui "Fernando" si mostra più fragile, in una forma più folk e delicata, come in Free To Love o nella magnifica Airplanes.
Ferro Solo riesce a vestire le proprie canzoni con abiti di varie epoche, dalla psichedelia al power pop, da certo post-punk irregolare (Nikki Sudden può tornare alla mente diverse volte lungo questi due dischi) all'indie rock Anni Novanta, grazie anche alla larga schiera di collaboratori su cui può contare. Una delle cose più belle di questi dischi, infatti, è scorrere i nomi dei credits, praticamente un All Star Game di musicisti, band e local heroes che abbiamo seguito negli ultimi due decenni. Dentro Part 2 possiamo trovare Sergio Carlini (Threesecondkiss), Riccardo Frabetti e Davide Montevecchi (The Tunas, Chow), Francesco "Salo" Salomone (Forty Winks, Qlowski), Samuele Gottardello (Second Hand Sam, Buzz Aldrin, Blak Saagan), Simone Romei (Des Moines), e una quota dei Julie's Haircut con Andrea Rovacchi e Ulisse Tramalloni.
In conclusione, questo album sarà anche fatto di "resentment and regret", ma si può dire che in fondo rappresenta un sacrificio accettabile se in cambio ci regalano musica sincera e coinvolgente come questa.

Questa sera al Ferro Solo presenterà Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando - Part 2 con un release party al Covo Club di Bologna!! In apertura il trio "punk'n'roll con forti sfumature voodoo" dei Muddy Worries. Ci si vede a banco!




venerdì 25 ottobre 2019

Full Power Happy Hour!

Full Power Happy Hour

Esiste un nome di band più adatto a essere suonato a quest'ora del venerdì sera? I Full Power Happy Hour sono l’ultima creatura di Alex Campbell, cantante e chitarrista attiva da diversi anni nella scena di Brisbane, Australia. Aveva militato, infatti, nelle Gunk, agguerrita band riot grrrl, e nei Bad Bangers, che invece suonavano un indie rock dalle influenze più garage. Da poco più di un anno ha fondato questo nuovo quintetto dal suono più alt country, e un paio di settimane fa è uscito il nuovo singolo, tre tracce sotto il titolo The Fun EP. La Campbell racconta che il disco è stato scritto nell'apice dell'estate umida e incredibilmente infinita di Brisbane, e che queste canzoni traboccano di quella frustrazione che ti prende dall'essere troppo piena di energia per via della bella stagione ma troppo timorosa di affrontare ogni cambiamento: "Whether it’s working up the courage to get out on the streets to protest, to break old habits in love, friendships or other life choices, consider this little three track EP a nudge that pushes you to do the things you need to do". Non vedo davvero quale scopo migliore potrebbe avere un disco.
I Full Power Happy Hour vogliono che la loro musica “scuota il pubblico dall'apatia attraverso testi appassionati, arrangiamenti gioiosi e armonie commoventi”. Direi che potrebbe funzionare come una perfetta definizione dell’indiepop tutto. "I like it when it's fun!".





mercoledì 23 ottobre 2019

Red eyes like a teenager

PETITE LEAGUE - RATTLER

Arrivati alla soglia del quarto album, è abbastanza sorprendente come i Petite League non abbiano  perso il dono di riuscire a raccontare l'esuberanza adolescente, l'infaticabile corsa incontro a un'estate che sembra non finire mai, le passioni incondizionate che bruciano assolute e poi svaniscono in un lampo. Anzi, penso si possa dire con una certa sicurezza che, da questo punto di vista, l'ultimo Rattler è il loro lavoro migliore, più completo e più intenso. Queste dieci canzoni mettono a fuoco quel sentimento di cuore che trabocca, la consapevolezza delle inevitabili ferite e l'ostinazione nel non smettere mai di sperare, con una nitidezza se possibile ancora maggiore. La tracklist di Rattler sembra non conoscere quasi un attimo di riposo (se non per il giro di boa della ballata Infinite Fields), e si precipita a rotta di collo all'inseguimento di ogni raggio di sole che bacia la città, di ogni vittoria ancora da conquistare, di ogni ragazza da amare, da sognare o soltanto da ricordare.
Un paio di versi del singolo Sweetener sembrano racchiudere tutta questa poetica: "Old scratches on my knees remind me of you / And I’m hoping they’ll remind me of you". La scrittura di Lorenzo Gillis Cook è piena di ricordi che fanno male e sanguinano, ma ciò che dentro di noi soffre ci aiuta a conservare vivi i ricordi, che è proprio quello a cui sembrano tendere tutte queste canzoni. "I got a broken heart, you can’t break it" rincara la dose la spavalda title track in apertura, mentre le chitarre rotolano sempre un po' Strokes e un po' Cloud Nothings (anche se la più lunga influenza di questo indie rock sanguigno e diretto mi pare si possa rintracciare nei Replecements).
Cook ha dichiarato che "Rattler is a record about self-care and self-destruction. [...] it's about falling in love with someone so terrifying it's exciting and leaving it because life is all too exciting and terrifying". E tra questi contrasti di eccitazione e terrore, tra le contraddizioni dell'amore inseguito e poi ripudiato ("I don’t want to love anymore / I don’t want to hurt anymore"), tra le grandi verità che a vent'anni crediamo di scoprire per primi, i Petite League continuano a far nascere nella maniera più spontanea la loro musica travolgente. Mi auguro che l'estate da quelle parti duri ancora tantissimo.



venerdì 18 ottobre 2019

Dieci anni di We Were Never Being Boring!

WWNBB X - COVO CLUB / ZOO - BOLOGNA 18-19-20 OTTOBRE 2019

La primavera del 2009 da queste parti fu una stagione vorticosa: il primo figlio in arrivo, il trasloco per mettere su casa, un vecchio lavoro che si avviava verso la chiusura, inventarsi una nuova vita arrivati alla seconda metà dei trenta… insomma, niente di drammatico ma, come capita a tutti, si stava voltando una pagina. Perché mai, in mezzo a tutto quel casino, decisi di partecipare alla nascita di una nuova etichetta discografica indipendente non si spiega proprio.
La musica, del resto, stava attraversando una stagione altrettanto confusa: l’epoca di MySpace si stava spegnendo e Facebook era agli inizi; non esisteva ancora un modello di business chiaro e abbastanza diffuso per lo streaming; avevamo smesso di comprare dischi, e intanto il peer-to-peer “era come l'universo: in espansione”.
Io ero sempre più un pesce fuor d’acqua: un sacco delle band che a inizio decennio mi avevano fatto innamorare erano sparite o avevano cominciato a fare roba electro; le serate indie rock a cui ero sempre andato, erano ormai diventate serate electro; i nuovi ragazzini che vedevo in giro nei locali ascoltavano electro; il secondo nome italiano ad arrivare al mio amato festival di Emmaboda, dopo i Le Man Avec Les Lunettes, erano stati i Bloody Beetroots. Era tempo per qualche cambiamento.
Eppure, l’indiepop di quel decennio prosperava, grazie anche agli mp3 e alle nuove webzine da tutto il mondo, ma c’era la sensazione che stesse diventando una specie di “rifugio”, di continente chiuso, ormai rimasto separato nella deriva generale. I nostri entusiasmi erano spesso scavalcati dalla disillusione per il sempre più rapido ciclo delle news, dal nascente clickbait o dall'ansia di arrivare su ogni cosa per primi, tutti fattori che a poco a poco sono poi stati metabolizzati dalla comunicazione, e non solo musicale. Il risultato era che ci sentivamo annoiati da tutto, anche da quello che amavamo di più. Ed era un vero peccato, perché fino ad allora tutte le cose più belle che avevamo fatto, le avevamo fatte per la musica: scrivere, inventarci programmi alla radio, imbarcarci in viaggi assurdi per andare a sentire concerti irripetibili, restare amici per tantissimi anni.
Fu proprio Alessandro dei Le Man Avec Les Lunettes, insieme a Samuele e Nicola dei Calorifer Is Very Hot, due piccole band che seguivo da tempo, a parlarmi di fondare una nuova label. Non avevano nemmeno un nome, e non credo avessero le idee troppo chiare in generale, ma più o meno tutto ruotava intorno a un vago e pretenzioso “creiamo qualcosa di bello”. Ovviamente fu l’involontario riferimento al “do something pretty while you can” dei Belle And Sebastian a conquistarmi subito. Non sapevo, allora come oggi, praticamente nulla di come si pubblica un disco o come funziona il copyright, ma l’utopia che noi stessi potessimo fare qualcosa per rendere migliore il nostro piccolo mondo indie e ingenuo mi piaceva così tanto da farmi passare sopra a ogni altro dubbio.
Per la label proposi un nome assurdo: un intero verso di quella che per me era la canzone più bella dei Pet Shop Boys, band che non c’entrava nulla con i dischi che avevamo intenzione di pubblicare, ma che è stata capace di scrivere capolavori. Being Boring è una canzone che mi commuove ancora ogni volta che la sento e che parla di molte cose, tra cui l’amicizia, l’amore, l’essere giovani e l’arte che può dare un senso anche alla vita che scorre via. Di passaggio, dice anche che non ci sente mai annoiati se non si è mai noiosi. In definitiva, “We Were Never Being Boring” era un nome abbastanza complicato, inservibile e pieno di rimandi quasi come un manifesto: era perfetto per degli sprovveduti come noi. Gli altri ragazzi, che avevano cose più importanti a cui pensare, mi lasciarono fare.
Intanto, fuori dalla finestra si avvicinavano i mesi caldi, e il tormentone indie rock di quel periodo era un singolo dell’esordiente Wavves intitolato, guarda caso, So Bored. È una canzone che non racconta molto, preferisce lasciar parlare il rumore, ma dipinge bene il ritratto di un certo nichilismo skateboard, senza nemmeno fare lo sforzo di spingere sulla rabbia. In quell’epoca di fine del passaparola, era straordinario come Wavves fosse riuscito a catalizzare così tanta attenzione. La coincidenza, comunque, era fin troppo invitante, e decidemmo che la nostra prima uscita sarebbe stata un CD 3 pollici (qualcuno oggi si domanderà cosa fossero) con quattro cover di quella traccia. Oltre ai LMALL, che giocavano in casa, riuscimmo a coinvolgere anche His Clancyness (che ci fece conquistare pure una segnalazione da Pitchfork: battesimo notevole), Death In Donut Plains e DJ Minaccia. Non finirò mai di ringraziarli. Armato di forbici e colla, mi misi a confezionare a mano e spedire quei CD mentre chiudevo gli scatoloni e lasciavo casa mia. Forse a qualcuno che pagò 5 euro per ricevere quelle buste scritte di fretta devo ancora delle scuse. Ma l’idea era buona, la cosa poteva funzionare, l’etichetta in qualche modo era nata.
In seguito, dopo le proverbiali montagne di vinili invenduti accatastate nei garage, e dopo i classici demo rifiutati a band che sono diventate famose senza di noi, le cose si fecero più serie: c’era uno studio di registrazione, c’erano i preventivi degli stampatori, c’era da imparare cosa fossero le edizioni musicali e come si scrivevano i contratti. C’erano band che cominciavano a guadagnarsi un pubblico affezionato e che riuscivano a stupire noi per primi. C’erano dischi che erano passati per le nostre più distratte e-mail e poi erano capaci di viaggiare da soli fino al Giappone o agli States.
Ma a quel punto Sam e Ale avevano il controllo della situazione (per quanto possa essere controllabile la situazione di una piccola etichetta indipendente italiana nel ventunesimo secolo), e salvarono la pelle a WWNBB più di una volta. Senza di loro non saremmo arrivati a compiere dieci anni, a festeggiarli al SXSW di Austin qualche mese fa, a organizzare oggi un intero weekend di concerti e dj-set a Bologna (grazie Covo Club, grazie ZOO!), e a mettere assieme una compilation dove quasi tutte le “nostre” band si scambiano cover e pacche sulle spalle.
Io non so bene perché sono ancora qui: mi basta fare un brindisi con tutti loro e con tutti voi, se passate da queste parti. Mi basta dare un’occhiata a questo malandato catalogo e vedere che siamo riusciti a trovare cento numeri e cento modi per non annoiarci. Mi basta aver preparato un piccolo nastrone con un po’ della musica che WWNBB ha messo al mondo e che mi piace di più. Mi basta, come sempre, salutarvi con un invito: ci si vede a banco!


NEU Radio - Love is On Air!


Questa sera al Baumhaus, in via Sebastiano Serlio 25/2, c'è la festa di NEU Radio per lanciare il nuovo palinsesto e un nuovo anno di trasmissioni al grido di #loveisonair!
Nella nuova programmazione in diretta 24 ore su 24, tante conferme, nuovi format e conduttori.
La Nuova Emittente Urbana di Bologna rafforza ancora di più la sua presenza in città, con dirette esterne e media-partership, per una narrazione sempre più capillare degli eventi e ancora più spazio alle interviste e ai protagonisti della cultura a 360 gradi.
Un ballo di debutto che sancisce la nuova collaborazione assieme a Baumhaus.
Si comincia alle 19 con tutte le voci dei nostri conduttori, dal vivo e anche in diretta streaming, poi ci sarà il concerto di ni_so, producer che si muove con raffinatezza tra breakbeat, hip hop e influenze jazz, e a seguire i dj set di Fu Lvio, Emily Clancy e La Betta!

giovedì 17 ottobre 2019

I can still taste it on my lips

Stars On Fire - Songs For The Summer

In qualche luogo lontano da qui sta per arrivare l'estate. Può anche essere un bel pensiero da tenere a mente, mentre stretti nei nostri impermeabili ci aggiriamo tra le foglie che hanno cominciato ad ammucchiarsi a lato nella nostra via, e il cielo si fa buio ogni giorno più in fretta. Songs For The Summer è il titolo fuori tempo massimo del secondo EP per Stars On Fire, il progetto solista di Christoph Mark, californiano residente però a Seoul. Mark aveva fatto parte degli Ampersand, band che a cavallo tra Novanta e Duemila pubblicò un ottimo mini-album su Fantastic Records (recuperato soltanto ora, suona ancora freschissimo). Questi suoi nuovi Stars On Fire si definiscono "scrappy jangle pop for people with short attention spans", ma in realtà possono essere molto di più. Se le canzoni del precedente Blue Skies Above (uscito appena a giugno) costituiscono un'indicazione, nella musica degli Stars On Fire puoi trovare una certa vena dolente shoegaze, ma anche il piacere di abbandonarsi ogni tanto a un po' di irruente rumore. C'è un continuo oscillare tra le melodie più delicate, cariche di nostalgia, e un'asprezza austera, che sembra quasi non voler concedere nulla all'ascoltatore. Forse non è un caso che il primo singolo dal nuovo EP si intitoli Salty Kiss. Suona meravigliosamente, come se gli Yo La Tengo si mettessero a fare cover dei Field Mice, e nella sua dolce pigrizia irrequieta mi fa davvero pensare alle canzoni per un'estate lontano da qui.

mercoledì 16 ottobre 2019

Embracing that obsolescence (Ode to joy)

Popular culture no longer applies to me

Ieri sera in treno ero seduto accanto a una ragazza con una felpa dei Nirvana, una di quelle felpe standard che si comprano da H&M. Stava mangiando caldarroste da un sacchetto di carta e ascoltava musica con gli earpods. Ho sbirciato il suo telefono, c’era una playlist di Mamhood su YouTube. Mamhood fa quel genere di canzoni che non mi dicono assolutamente nulla ma che, tutto sommato, sono contento i ragazzini o i miei figli ascoltino. È roba per loro, ha una sua dignità, e mi sembra meglio di J-Ax, Baby K o Fedez.
Per dirti quanto sono sfasato e fuori dal tempo, però, il mio cervello ha registrato il trascurabile particolare delle castagne come “sta ancora mangiando caldarroste”. E mi sono accorto che in quell’ancora lasciato lì un po' sovrappensiero non stavo credendo fosse già autunno per davvero. A causa di qualche lapsus, da qualche parte nella mia testa sul treno si era formato il pensiero “ma dove avrà trovato castagne così avanti?”. Come se questo ottobre e le caldarroste fossero la sproporzionata estensione di un ottobre passato e insolitamente prolungato, sconfinato al di sopra di un’inverno, di una primavera e di un’altra estate, ma in qualche modo del tutto plausibile.
Un po’ confuso da questo vago momento Ubik dei miei pensieri, mi sono ripreso e sono ritornato al presente, mettendomi a leggere la newsletter di Darren Hemmings “Motive Unknown”, preziosa come sempre. Proprio alla fine, tra gli ultimi link, c’era il titolo “I Introduced the Term 'Dad-Rock' to the World. I Have Regrets.”, che prevedibilmente ho trovato irresistibile e che ho aperto subito. Portava a un articolo di Rob Mitchum (firma storica di Pitchfork, Paste, SPIN e Chicago Tribune) apparso ieri su su Esquire. Mitchum tornava sopra una sua vecchia recensione di Sky Blue Sky dei Wilco, datata 2007, in cui aveva usato l’etichetta “dad-rock” con un tono abbastanza negativo, contribuendo a diffondere un modo di dire spesso piuttosto sprezzante.
Da quei giorni, dall’epoca d’oro di band come National, Bon Iver, Fleet Foxes o Arcade Fire, in cui era possibile distinguere cosa fosse Dad-Rock e cosa no, è passata molta acqua sotto i ponti, e Mitchum (che non ha inventato l’espressione “dad-rock”) oggi è padre, e vuole farci sapere di considerare con un certo rammarico quella sua presa di posizione critica. Sente di essere stato forse troppo severo, di essersi lasciato prendere la mano, e arriva anche a scrivere “I also feel guilty whenever Tweedy, once one of my favorite songwriters, talks about his distaste for the term”.
Ma la cosa che mi ha colpito di più in quel pezzo è il penultimo paragrafo, il “bridge” che porta al finale, ovviamente lieto e riappacificatore. Un paragrafo che parla di un altro tempo:
But I’m embracing that obsolescence. I’m the same age now as when Tweedy put out Sky Blue Sky, and just as 28-year-old me didn’t connect with a 40-year-old’s songs about aging, marriage, and parenthood, I’m sure Pitchfork readers today don’t want music opinions from a father-of-two who often goes to bed at nine. Dad style as fashion might be a passing, ironic trend, but dad-rock as a frame of mind, an inverse of the youth-chasing mid-life crisis, might just be good mental health. It’s exhausting to stay on the bleeding edge of what’s cool; it’s liberating to know what you like, and to find joy in it during those increasingly scarce moments of free time, or when you’re dealing with the stress of caring for the little humans you made.
E qui ci troviamo di fronte a quello che potremmo definire un “reverse Reynolds”, un gesto atletico molto più difficile e faticoso di quanto si possa immaginare. Se eseguito con accuratezza, collocherà l’autore che lo realizza in una condizione diametralmente opposta, del tutto speculare, a quella di chi invece ritiene necessario che l’analisi dei singolari fenomeni culturali che avvengono intorno alla musica debba procedere costantemente in avanti, sempre alla ricerca di nuovi segni e di una nuova attualità da decifrare. Con Mitchum, invece, siamo alla fuga di fronte a un “what’s cool” letteralmente sanguinante.
“Abbracciare l’obsolescenza” sembra essere un’arte che la Generazione X ha imparato a praticare con paziente e incantevole raffinatezza: si può dire che sia nata per quello. Non abbastanza vecchia per permettersi di ignorare o addirittura biasimare il cambiamento, e non abbastanza dinamica per riuscire a goderne fino in fondo. “Abbracciare l’obsolescenza” come si abbraccia una boa in mezzo alla burrasca (e magari non hai nemmeno provato a vedere se qui si tocca). “Abbracciare l’obsolescenza” è una cosa che, in realtà, da amante dell’indiepop, ho imparato a frequentare ben prima dell’età del Dad-Rock. Nelle scene minime e pretenziose, nell'esasperazione dell'effimero e del fragile, una posa al tempo stesso compiaciuta ma anche consapevole, sono passate e hanno prosperato inosservate le stagioni più twee. Se vuoi, c’è sempre un prima a cui rimandare, e trovi sempre qualcuno che ti spiega che “una volta era meglio”.
Come Mitchum è sicuro che “Pitchfork readers today don’t want music opinions from a father-of-two who often goes to bed at nine”, così noi da sempre siamo stati del tutto certi che ben pochi avevano voglia di perdere tempo (e men che meno di ballare) con dischi che arrivavano da etichette che potevano proclamare con sommo candore “Music Is My Girlfriend” oppure “Happy Happy Birthday To Me”. E questo, forse, ci ha difeso e protetto da quel "contrario della crisi di mezza età che rincorre la gioventù", in fin dei conti superfluo. E questo, forse, è stato un po’ il mio momento caldarroste-con-lapsus sul treno ormai arrivato a Bologna: l’indiepop è sempre stato un po’ il Dad Rock di sé stesso, sfasato in una crisi di mezza età perenne che scavalca mesi e stagioni, senza bisogno di nessun “youth-chasing”, perché nel suo essere costantemente un po’ obsoleto e fuori dal tempo continua a trovare tutta la "youthfulness" di cui ha bisogno.
Al mio ritorno a casa, nella cassetta della posta c'era ad aspettarmi il pacchetto dell'ultimo crowd-funding di Eddie Argos: con meravigliosa puntualità, la maglietta “Popular culture no longer applies to me” era finalmente mia.




venerdì 11 ottobre 2019

Cherry bomb!

A Certain Smile - Bae

Un consiglio a tutti quelli che, come me, soffrono la mancanza di certe chitarre e melodie alla Pains Of Being Pure At Heart (e soprattutto dei Pains epoca primi sorprendenti singoli): gli A Certain Smile hanno fatto uscire un nuovo sette pollici e sono pronti a consolare i nostri cuori. Del resto, con il nome che si sono scelti e che omaggia così apertamente i Rocketship direi che si sono già conquistati tutte le nostre simpatie.
Dopo il primo e notevole album di un paio di anni fa, il self-released Fits & Starts, arrivano ora tre canzoni raccolte sotto il titolo di Bae EP e targate Jigsaw Records, e davvero non sbagliano un colpo. La band di Portland (ma originaria di Philadelphia) ha ormai messo a punto la sua formula fuzzy pop che mescola dolcezza e rumore nella giusta misura, e nella sentimentale B Side mostrano anche di saper maneggiare atmosfere più acustiche e Field Mice. Questo singolo anticipa un prossimo album a quanto pare in dirittura d'arrivo e alza parecchio le nostre aspettative.








martedì 8 ottobre 2019

“I think we could do it if we tried”

polaroid - un blog alla radio

"polaroid - un blog alla radio" S19E02 @ NEU RADIO

Daniel Johnston – Living It For The Moment
Versing – Tethered
Mick Trouble – Pity For A Pale Boy
Allah-Las – Prazer Em Te Conhecer
The Wellington – It’s So Fine
Locate S,1 – Owe It 2 The Girls
Real Beauties – Brown Eyes
Special Friend – Before
Clairo – Sofia

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lunedì 7 ottobre 2019

Approaching Perfection: A Tribute To DC Berman

Approaching Perfection: A Tribute To David Cloud Berman

Sono passati appena un paio di mesi da quando David Berman purtroppo ci ha lasciato, ma sono bastati per mettere assieme una prima compilation di ben trentacinque band che gli rendono omaggio. Credo sia un segno di quanto la sua scomparsa sia stata dolorosa e devastante, e immagino vedremo altre iniziative del genere nel prossimo futuro.
Approaching Perfection: A Tribute To DC Berman non è un disco ma un semplice streaming su Soundcloud, ed è stato promosso dal sito francese Section 26, che così lo presenta:
We know it too well: the appreciation of music is always subjective… And so is its reinterpretation. Just like a composite picture, these covers as a whole have profoundly changed the way we will now listen to David Berman’s songs. The performers have shown us other aspects of the musician, their own aspects, which we hadn’t even thought about. Behind each song, we can hear the voice of the artist covering it. But also, implicitly, that of the poet, reaching us differently.
In scaletta, fra gli altri, nomi del calibro di Dean Wareham (Galaxie 500, Luna), Adam Green, Pete Astor (The Loft), Robert Scott (The Bats), Jad Fair e Jeffrey Lewis, ma anche altre band care a queste pagine come Elva (Allo Darlin'), Wendy Darlings, Kyle Forster (Crystal Stilts, e ospite anche nell'ultima fatica discografica di Berman), Business Of Dreams, Jeremy Jay, The Reds, Pinks & Purples e David West (Rat Columns).
Ognuna di queste voci di fronte al non semplice compito di interpretare una canzone dei Silver Jews o dei Purple Mountains (o addirittura qualche  poesia), chi restando più fedele e chi facendola, invece, del tutto propria, credo sia riuscita soprattutto a mostrare moltissimo amore per l'opera di Berman, e tutte insieme rendono questa raccolta una bellissima e commovente testimonianza.





venerdì 4 ottobre 2019

Where can you put yourself that makes sense

Frankie Cosmos - Close It Quietly

Come l’autunno di poche parole torna ancora una volta a insinuarsi, con un sussulto, tra questo pomeriggio in cui sembrava si potesse continuare a stare fuori in maglietta e la pedalata controvento del brusco imbrunire, in mezzo alle foglie che spazzano la strada e sotto le prime gocce che cominciano a cadere, così anche Frankie Cosmos lascia che tra gli aggraziati versi del suo ultimo album Close It Quietly filtrino brividi, angoli cupi e umidi, un freddo già presagito, un senso della fine, però naturale, quotidiano, un ordinario passaggio di stagione.
Dall’apertura apocalittica di “The world is crumbling and I don't have much to say / We say goodbye” (Moonsea), passando per la schietta ammissione “I wanna stop being in this life” (Self-Destruct), fino ad arrivare alla conclusiva This Swirling che, dopo avere constatato come “just standing here seems like a good start for me to cry”, si abbandona a un funereo scioglilingua: “I will die trying / I will die crying / I will cry dying / I will try crying / I will cry trying”.
Close It Quietly è il quarto album in studio di Frankie Cosmos, dopo la lunga e prolifica gavetta DIY su Bandcamp, e Greta Kline può contare ormai su una band stabile, nonché su una label di peso come la Sub Pop, e a questo lavoro si aggiunge anche la produzione di Gabe Wax (già al fianco di War On Drugs, Beirut, Fleet Foxes, fra gli altri). La consistenza e la confidenza della sua scrittura si sono rafforzate anno dopo anno: per quel che può valere un certo dato statistico, dai tempi di Zentropy del 2015 il minutaggio è raddoppiato, e così anche il numero delle tracce. Ma non è soltanto questione di quantità. Ccon molto disincanto 41st si domanda infatti: “Does anyone wanna hear the 40 songs I wrote this year?”. È una qualità oggi ancora più acuta, che conosce e quasi insegue la propria fragilità. E una voce che si mette di continuo in discussione.
La poesia di Greta Kline è un gioco sempre più sottile di equilibri tra l’attenta osservazione di ciò che la circonda (“Your windows glisten yellow in the sunset / I got teary looking at the sky again”), e la scrupolosa analisi di quello che succede al proprio cuore e ai propri pensieri: “I do not know what I am for / I wasn't really keeping score / It wasn't really a game / Flowers don't grow in an organized way / Why should I?”.
Di fronte alla musica di Frankie Cosmos, da tempo non ho alcun interesse a inventare giudizi o a far finta di avere un’opinione obiettiva da argomentare. La più sciocca recensione di questo ultimo lavoro che ho visto in giro diceva “[it] doesn’t sound particularly exciting or new, but it certainly succeeds at its intentions – it’s a triumphant album for people that find catharsis in indie pop’s niceness”. Se tieni in considerazione soltanto il grado di “novità” di un disco, e se scambi quello che Frankie Cosmos racconta per “niceness”, puoi passare oltre e impiegare meglio questi quaranta minuti della tua vita. Se invece trovi interessante, vorrei dire fecondo, lasciarti trasportare dall’incanto di piccole e continue illuminazioni (“love is a miracle / cause life's a dream”), allora in questo album potresti scoprire davvero molto.



mercoledì 2 ottobre 2019

Première: Pictish Trail - "Slow Memories"

Pictish Trail 63 - Credit - Stephanie Gibson + Styled by I’ll Be Your Mirror
photo by: Stephanie Gibson

Johnny Lynch, in arte Pictish Trail, nel corso degli anni è arrivato a mettere a punto un'idea di musica che, da un lato, colpisce per la coerenza e la precisione e, dall'altro, continua a regalare meraviglia. In qualche modo, sai benissimo quale accurata e raffinata mescolanza di folk acustico e innesti sintetici ti potrai aspettare da lui, quale nuova, imprevedibile e psichedelica combinazione di Grandaddy e Belle and Sebastian (due band con cui Lynch ha condiviso palchi e tour) riuscirà a inventare. Eppure, ogni volta le canzoni di Pictish Trail riescono a stupirti e a portarti altrove. Così è stato per i suoi primi tre album, e in particolare per l'ultimo Future Echoes (prodotto da Adem!), del 2016, che l'anno successivo si conquistò il voto popolare come Scottish Album Of The Year.
Oggi Pictish Trail presenta per la prima volta un'anticipazione dal suo quarto lavoro, Thumb World, in arrivo su Fire Records il prossimo 21 febbraio 2020. Qui sotto trovate il video del nuovo singolo Slow Memories, una delicata ballata che tocca uno dei temi intorno a cui si muove l'album: "i pollici opponibili sono quello che ci distingue dalla maggior parte degli animali sulla Terra", spiega Lynch, "e sono anche ciò che usiamo per scorrere sugli schermi, per separarci dalle nostre vite normali, cosa che a sua volta ci intrappola in una realtà artificiale".



La regia del video è a cura di Davey Ferguson, aka Swatpaz, noto per la serie Turbo Fantasy e per avere firmato un intero episodio del cartone di culto Adventure Time. Durante la scrittura e la registrazione di Thumb World, Lynch aveva inviato a Ferguson alcune bozze di canzoni, e Ferguson aveva immaginato il mondo del disco come una specie di videogioco onirico Anni Ottanta. Alla fine, alcune tracce dell'album sono state proprio ispirate dai visual di Swatpaz.
"Il video di Slow Memories racconta la storia di un pollice che lotta per tornare in contatto con gli alieni che lo hanno visitato in passato", spiega lo stesso Ferguson. "Ho preso la bellissima e inquietante traccia di Johnny, insieme a una sua nota sul desiderio di essere rapito dagli alieni come metafora per arrendersi all'ignoto nel tentativo di sfuggire la vita domestica. Ho cercato di creare un piccolo film che fosse al tempo stesso trionfante e triste, e magari leggermente meno sciocco dei miei precedenti cartoni".



lunedì 30 settembre 2019

Indiepop Jukebox (ieri, 29 settembre)

Agacy - Give My Life Back

▶️ Adam Agace, già bassista dei nostri amati Hater, ha un interessante progetto solista chiamato Agacy che, almeno a giudicare dalle prime prove, sembra abbastanza differente dal suono della band di Malmö. Il singolo di debutto Give My Life Back, prodotto da Joakim Lindberg e con Andreas Pollak dei Kluster alla batteria, ha un incedere grandioso e magniloquente che mi ricorda un incrocio tra il primo Joel Alme e certi Shout Out Louds. Più in generale, l'ispirazione dichiarata di Agacy intende essere un "emotional post-punk", come si può intuire dal ritornello "if we fake it again, maybe love will kick in". Give My Life Back farà parte di un album intitolato The Space Between Our Lips, in uscita il prossimo 25 ottobre su Yellow Step Records, label curata dallo stesso Agace.




THE MEMORY FADES

▶️ Stephen Maughan è un veterano della scena indiepop: alla fine degli Anni Ottanta ha curato la fanzine This Almighty Pop! (poi diventata per un breve periodo anche una label), e in seguito ha dato vita a diverse band come Bulldozer Crash, Denver e Kosmonaut, pubblicando dischi per Sunday Records, Elefant, Matinée e molte altre (ho ripescato in rete alcune sue interviste, tutte molto interessanti per ricostruire una certa fase della nostra musica preferita, come questa oppure questa, e addirittura una in italiano, nel nostro caro vecchio Indiepop.it). Il talento e l'esperienza, quindi, non gli mancano, e lo dimostra anche nel suo più recente progetto solista The Memory Fades, con il quale ha da poco fatto uscire un ottimo EP dal titolo Space Pilot, contenente quattro nuove tracce. Si va dalla dichiarazione d'amore per The Jesus and Mary Chain (con Estella Rosa del Nah a fare da guest vocalist) a una canzone che potrebbe stare tranquillamente nel repertorio dei Teenage Fanclub, come Run Away, tutto scritto con grande eleganza.




The Fisherman and his Soul

▶️ Intanto l'altra metà dei Nah, quella residente in Germania, ovvero Sebastian Voss, porta avanti il suo progetto solista The Fisherman And His Soul, dove il carattere più twee della band lascia spazio anche ad altre direzioni e sperimentazioni. Il nuovo EP Disco///Voss raccoglie cinque tracce che mescolano chitarre jangling e arrangiamenti che mi fanno venire in mente in qualche modo gli Anni Ottanta. Per esempio, questa Criticize è un ottimo singolo danzereccio à la Orange Juice:




Beehive - Depressed & Distressed

▶️ Una drum machine ridotta all'osso che non si ferma mai, nemmeno tra un pezzo e l'altro, chitarre sporche, un basso ruvido e pesante in primo piano, una voce paranoica che rimbalza tra gli echi, atmosfere opprimenti e una rabbia che sembra dover esplodere da un momento all'altro: tutto questo sono i Beehive, nuova band che vede coinvolto Jake Sprecher (già parte di Terry Malts Smokescreens e Business Of Dreams: tutti nomi piuttosto cari a queste pagine) insieme al bassista Bud Armienti dei Shutups. A volte sembra di sentire un Jonathan Richman allucinato che presta la voce ai più scarni Suicide (You're So Fascinating), a volte il malessere si manifesta più diretto, aggressivo e punk, come nella disperata When Can I See You Again. Le sette canzoni dell'EP si potrebbero quasi riassumere nel titolo che le raccoglie: Depressed & Distressed.




The Wellington - It's So Fine

▶️ Non potrebbe essere una rubrica di questo jukebox senza una fuga in Indonesia, nazione capace di regalare all'indiepop sempre notevoli sorprese. L'ultima uscita di casa Guerrilla Records è un nuovo scintillante singolo dei The Wellington, formazione dalla scrittura cristallinaproveniente dalla città di Depok e in giro ormai da una quindicina d'anni (qui si può recuperare una datata biografia). Questa nuova It's So Fine è pura poesia byrdsiana. Dovrebbe far parte di un prossimo album, ma dato che le uscite dei Wellington arrivano sempre con il contagocce, non si sa bene quanto tempo toccherà aspettare. Accontentiamoci per ora di questa canzone trascinante e luminosa.




Lost Ships - All Of The Pieces EP

▶️ The Kites sono stati una piccola e abbastanza oscura band indiepop di Plymouth a cavallo tra Ottanta Novanta (la storia è raccontata in una esauriente intervista su Cloudberry Cake Proselytism). Dopo quasi trent'anni i componenti di quella formazione sono tornati a fare musica insieme con il nome di Lost Ships, e da quel che ho potuto sentire e confrontare hanno maturato un bel sound robusto, molto più influenzato da band come Teenage Fanclub e The La's rispetto alle origini. Dopo il buon EP Best Laid Plans, uscito la scorsa estate, ora c'è un nuovo singolo fuori, All Of The Pieces, pubblicato da Subjangle, straripante melodie contagiose e solari:




giovedì 26 settembre 2019

Walk slowly around each corner of our absent minds

Possible Humans - Everybody Split

A republic in the shape of a banana
King Crimson covering Nirvana
I guess that's my puddle in the sky
And I leave one glove behind

Mi stavo perdendo dentro i testi di Everybody Split, il disco d'esordio dei Possible Humans, ed era una lettura inspiegabilmente appagante, che assomigliava più a un lasciarsi andare alla deriva, di immagine in immagine, trasportati dalle fitte trame di chitarre e dai nonsensi. Era un po' come se quell'inafferrabile flusso di coscienza riflettesse la struttura stessa delle canzoni, il loro scorrere libero ma non scomposto, tra riff che emergono d'improvviso, acuti e taglienti, per poi dilatarsi, dileguarsi e mutare in altri colori.
La musica dei Possible Humans riesce a essere tanto jangling quanto psichedelica; sa avvicinarsi all'indiepop e sbandare sul post-punk; può mettere in mostra evidenti riferimenti come Clean, R.E.M. o Feelies (per esempio, nella nevrotica e magnifica The Thumps), ma anche abbandonarsi a esplorazioni quasi Television, come nei dodici minuti di Born Stoned, o rabbuiarsi alla Wire, come nella paranoica Nomenclature Airspace.
Everybody Split è proprio un disco per me: i Possible Humans fanno base a Melbourne, in formazione hanno Adam Hewitt, già chitarrista degli Stroppies, si definiscono dei "Total Control for sadsacks" e nonostante siano assieme dal 2012 sono arrivati soltanto ora al debutto. Inoltre, l'album è stato prodotto dall'ex Twerps e The Stevens Alex MacFarlane, che ne aveva anche curato la prima pubblicazione sulla sua label Hobbies Galore, mentre ora è stato ristampato in vinile dalla Trouble In Mind di Chicago.
All'ultima traccia, Meredith, il colpo di scena. Di colpo la narrazione si fa quasi lineare, le immagini si rapprendono in una scena plausibile: "I walked you home / I split to the bike path / Just for fear of being crushed / I worried about it too much". Davvero? Alla fine di questi fantastici e sconsiderati quaranta minuti, i Possible Humans decidono davvero di regalarci una fin troppo palese canzone d'amore?
Ovviamente manca il lieto fine: "I just wanna know you / Walk you a little further / But I gave up / And my loose tongue love dumb mouth won". Però la descrizione dell'impacciato protagonista che, nonostante tutto, mantiene viva la propria fiamma di speranza è resa senza filtri: "You'll come back and rescue me from / This whore of a town / Burn it to the ground". Ennesimo lampo di genio, proprio sull'orlo della conclusione, il disco sembra qui rivelare un carattere di circolarità, riallacciandosi alla canzone in apertura, Lung Of The City, un'istantanea tesa che racconta in qualche modo un rapporto di amore e odio con il luogo in cui si vive: "Resenting a home town is lazy, and leaving it doesn’t make you cool, however correct. It’s a relationship worth understanding, because maybe it doesn’t want to see you either".




martedì 24 settembre 2019

Première: The Procrastinators - "Wah Tah"

The Procrastinators - 'Wah Tah'
photo by Elisa Piatti

Stagioni intere passate a chiedersi perché qui in città non si muove mai nulla, a cercare qualcosa che ti dia un po' di scossa, e poi all'improvviso un messaggio, due righe, un nome nuovo: The Procrastinators. Si definiscono "una mefistofelica creatura bolognese che prende e mescola punk scuro, garage e post punk americano" e direi che si tratta di un autoritratto indovinato. Formazione essenziale, chitarra, basso e batteria, Paolo Cicconi, Paola Paganotto e Lorenzo Mazzilli sono insieme soltanto dall'anno scorso ma hanno già cominciato a farsi le ossa in giro, suonando con nomi del calibro di Warm Drag, Movie Star Junkies e Powersolo.
Ora sta per arrivare Wah Tah, l'EP di debutto pubblicato su cassetta dalla milanese Rocketman Records, sette tracce che "si divincolano tra disagi posturbani e contemplazioni fuorvianti sull'amore finito", ed è con grande piacere che lo presentiamo oggi qui, sulle vecchie pagine di polaroid. La cosa che colpisce subito di questo disco è la disinvoltura con cui riesce ad alternare momenti di rabbia e scazzo veloce (OK Day o il singolo White Hood ne sono un ottimo esempio), ad altri acidi e torbidi (l'asfissiante Mantra), ad altri ancora carichi di un nervosismo sensuale (Lady's Well, quasi Jon Spencer).
The Procrastinators presenteranno Wah Tah dal vivo con un imperdibile release party che si annuncia già infuocato al Freakout Club il prossimo 29 settembre, insieme a nunofyrbeeswax e Glitch Bitch.



White Hood (On His Head), il primo singolo tratto da Wah Tah, racconta un incontro/scontro immaginario con quello che i giornali di solito chiamano "sovranista" ("You hide behind your white priviledge") e il "white hood" è evidentemente quello del KKK.
La canzone è accompagnata da un video girato dalla stessa band in due punti cruciali per la Bologna di oggi: XM24 e il Parco Pasolini al Pilastro. Come sottolineano i Procrastinators, questi luoghi "rappresentano delle terre di confine, di creazione di una zona autonoma e volontaria, per questo scomoda e insopportabile, nel caso di XM24, di ghettizzazione forzata e voluta dalla politica per quanto riguarda il Pilastro".
Insomma, saranno pure dei "procrastinatori" e guarderanno sempre al domani, ma le idee chiare su cosa succede qui e ora direi che non mancano.

Ascolta tutto Wah Tah:



Uno speciale ringraziamento a Oh Dear Records!

lunedì 23 settembre 2019

How long you been gone

The reds, pinks and purples - anxiety art

Glenn Donaldson, autore dietro lo pseudonimo The Reds, Pinks And Purples definisce le canzoni contenute nel suo album d'esordio Anxiety Art (esordio per modo dire, come vedremo), soltanto delle "straight pop songs with not much of a filter". Credo sia una definizione fin troppo modesta. Al primo ascolto, mi ha subito fatto venire in mente una versione a bassa fedeltà di certi Magnetic Fields: la grazia autunnale delle melodie scavalca gli arrangiamenti da bedroom-pop, e l'ostinazione di una tersa malinconia pervade la scrittura, facendola brillare anche quando, in apparenza, si appoggia a pochi e misurati elementi.
Il comunicato di presentazione del disco, pubblicato dalla spagnola Pretty Olivia Records, spende subito tre nomi rilevanti: Sarah Records, The Go- Betweens e R.E.M. Penso si possa dire che è nella triangolazione di questi tre riferimenti (non a caso: uno britannico, uno australiano e uno statunitense), quasi fossero coordinate geografiche, che si localizza tutto il fascino di questa musica: un indiepop introverso, in cui si intravedono tracce nervose sotto pelle, ma comunque capace di catturare una luce semplice, un incanto dal carattere riservato che si può schiudere al momento opportuno.
"I wrote these songs in the Inner Richmond neighborhood of San Francisco. They came to me on walks around Golden Gate Park and shopping at Asian grocery stores on Clement Street. They are fiction and non-fiction", racconta Donaldson, che in maniera evidente sa come trattare queste istantanee suburbane dai colori pastello. L'esperienza non gli manca: ha fatto parte di Skygreen Leopards e Art Museums, ha collaborato con band come Woods e The Fresh And Onlys, due band il cui suono caldo in qualche modo è filtrato anche in questo nuovo album, e insieme a Chris Berry della Soft Abuse ha fondato l'etichetta Fruits & Flowers Records (dall'impertinente e adorabile motto "stupid music for smart people").
Reds, Pinks And Purples, però, sembra un progetto non solo solista ma anche più solitario, una ricca collezione di canzoni che suona come un diario stipato e aperto, piccole storie piene di indicazioni domestiche, domande che rimandano a un passato sfuggente, allusioni che non è possibile cogliere a pieno, luoghi carichi di memorie non nostre. La magia di Donaldson, e di quella sua voce calma e disillusa, sta proprio rendere così facile riconoscerle come familiari e vicine.
"Stress or bad times can drive people to make music or art. It's a relief for me to make things, so I called this record Anxiety Art."





mercoledì 18 settembre 2019

Are things falling together or falling apart?

SMALL CRUSH

Benedetta l'adolescenza pop, con i poster in cameretta, gli adesivi colorati di unicorni, cuori e gelati a riempire copertine e chitarre, le frasi profonde scritte a pennarello e costellate di arcobaleni, le lacrime allo specchio, le scoperte troppo veloci per essere ricordate, i buoni propositi velocemente da dimenticare e qualche ragazzo che non risponde mai e che, come sempre, capirà quanto di prezioso si è perso soltanto troppo tardi.
"Everything is confusing / I can never really know exactly what I want / It’s frustrating": se dai al tuo gruppo il nome di "piccola cotta" non puoi fare altro che disseminare il tuo album d'esordio di queste strofe schiette e adorabili e, alla faccia di ogni possibile cinismo, ribadire che esite un fragile momento nella tua vita in cui questa è tutta la poesia e significa tutto.
Gli Small Crush si tuffano senza esitare un secondo nell'età degli "I’m scared for what’s ahead" e dei "Sing me a song all night long about love", e io non ho nessuna intenzione di fargli qualche noiosa paternale e dirgli come potrebbe andare a finire. Se qualcuno è ancora così giovane e così pieno di speranze da mettersi alla ricerca di un "missing piece to what's making me so unhappy", io posso soltanto provare ammirazione e invidia. Anzi, io voglio proprio che queste canzoni mi facciano sentire la rincorsa e lo slancio di tutti i "There's nothing I'd rather do than sit and talk to you" del mondo, anche di tutti quelli che non abbiamo mai detto. Grazie al cielo, dentro a queste tredici canzoni, tutto ciò succede con una facilità e una freschezza non comuni.
Il promettente quartetto di Oakland, guidato da Logan Hammon e pubblicato da Asian Man Records, traduce in musica sentimenti puri scrivendo un indiepop che può ricordare, di volta in volta, certe atmosfere alla Frankie Cosmos, Radiator Hospital o Girlpool, ma lasciando intatta una naturalezza e una sincerità nell'approccio che di fronte all'ennesimo "I’m a mess, I’m a mess, I’m a mess!" non può che strapparmi un sorriso pieno d'affetto.