martedì 24 dicembre 2019

La Classifica dei Dischi dell'Anno 2019!

La Classifica dei Dischi dell'Anno 2019!

L'ultimo appuntamento per questo 2019 con il podcast di "polaroid - un blog alla radio", il programma in onda "quasi" ogni settimana da Bologna su NEU Radio, è interamente dedicato alla tradizionale Classifica dei Dischi dell’Anno!
Da queste parti (forse si sarà capito) siamo abbastanza "vecchia scuola" e ci piace ancora fare la Top Ten come fosse il diario in forma di playlist dei dodici mesi che stiamo per lasciarci alle spalle. Ci piace tornare a raccogliere e riascoltare i dischi che sono stati più importanti per noi, guardarli da questa prospettiva, senza la pretesa che queste classifiche raccontino molto più di questo, o che possano servire davvero a stabilire "i dischi migliori" di un'annata. Ci sono cose più importanti, più gravi e spesso più tristi a cui pensare ogni giorno fuori di qui: lasciamo che questa manciata di belle canzoni ci faccia almeno un po' compagnia.
E dato che in questa stagione alla radio c'è Nur insieme a me ai microfoni, la classifica questa volta è doppia, e raddoppiano di conseguenza anche i brindisi. Temo che in qualche passaggio si intuisca.
Qui sotto trovate le nostre parole (entrando, Nur sulla sinistra e io accanto) e un po' di link, mentre qui c'è il podcast con tutta la classifica suonata per intero. Spero che vi piaccia!
~ ~ ~

10


James Blake - Assume Form
La prima volta che ho ascoltato il ricamo di pianoforte che apre Assume Form mi è sembrato che questa musica mi trascinasse via su di una superficie di acqua scintillante. Qualche secondo dopo, la sensazione era invece di levitare in maniera impercettibile. Ascendere, fluttuare, poi ricadere e sentire la terra sotto i piedi nudi: il quarto album di James Blake parla della gioia di capire finalmente come si fa a sentirsi vivi e amare qualcuno con tutti sé stessi, e lo fa con una musica che viaggia sulle stesse altezze di questo rinfrescante risveglio spirituale.


Business Of Dreams – Ripe For Anarchy
Business Of Dreams, ovvero Corey Cunningham, già nei nostri amati Terry Malts e prima ancora nei Magic Bullets, in questo secondo album affina un synth-pop quasi trasparente (vengono subito in mente certi Field Mice, oppure i Magnetic Fields), e Ripe For Anarchy è un disco che sa trattare la propria tristezza e malinconia senza suonare troppo triste o malinconico, almeno in apparenza.



9


Khruangbin - Hasta El Cielo
Lo scorso anno il terzetto di Houston mi ha sconvolto parecchie giornate con il loro Con Todo el Mundo: chitarre annacquate provenienti da uno spaghetti western in acido, voci fantasma, bassi bollenti e perforanti. Un andamento ipnotico semplicemente incredibile che ha ridefinito cosa vuol dire psichedelia ai giorni nostri. Arriva il 2019 e con Hasta El Cielo i Khruangbin decidono di risuonare tutto daccapo, ma in versione dub: ancora più secca, più allucinata, ancora più spirituale. E se vi state chiedendo “ma perché?”, la risposta è: “perché no?”

Kiwi jr – Football Money
L'entusiasmante esordio dei Kiwi jr è una concisa ma efficace raccolta di canzoni power pop dal tiro irresistibile, storie quotidiane di vita suburbana, spesso leggermente sfasata, cantate da una voce che sembra presa in prestito da qualche classica uscita dei Pavement. Noi handsome dads di provincia qui ci sentiamo a casa.





8


Liberato - Liberato
Per raccontare Liberato sono stati consumati i tasti di tutti i laptop d’Italia, e il concetto è ormai ben chiaro: questo mix di canzone napoletana tradizionale e pop elettronico non era mai riuscito a nessuno, o almeno non così bene. Il 2019 è l’anno in cui si è formalizzato il tutto con un disco vero, e il risultato sono 11 canzoni bellissime che hanno scritto un nuovo capitolo nella storia della musica del nostro paese.

Clever Square - Clever Square
L'insperato ritorno dei Clever Square, dopo l'addio di quattro anni fa, riesce allo stesso tempo a tornare sui loro sentieri più battuti, ma anche a prendere una traiettoria nuova, a indovinare quella prospettiva diversa che ci mette addosso dell’entusiasmo schietto e ci fa battere le mani sul volante. Un po’ meno Dinosaur Jr. e un po’ più Lemonheads, un po’ più Terror Twilight e un po’ meno Crooked Rain, merito anche della produzione di Marco "Halfalib" Giudici: è stato il mio disco perfetto da ascoltare in macchina d'estate.



7


Sudan Archives - Athena
Non credo di essere riuscita ad andare molto oltre un “wow” la prima volta che ho ascoltato Confessions, singolo che ha presentato al mondo Athena di Sudan Archives. Brittany Sparks è una che non usa il violino alla maniera “occidentale”, ma lo trasfigura in una lingua di fuoco che brucia alla stessa intensità r&b, neo-soul, erotismo e musica pop. Un debutto che, come del resto suggerisce il titolo, è davvero epico.

Vanishing Twin – The Age Of Immunology
Il nuovo lavoro dei Vanishing Twin si muove su suoni dilatati e ovattati, nei quali è evidente l’influenza, della ricerca di Stereolab e Broadcast, con un linguaggio che ha fatto propria la lezione del Krautorck e della psichedelia, ma anche di certi languidi paesaggi cosmici alla Sun Ra, una sensualità cerebrale ed eterea, tra Nico e la più contemporanea Cate LeBon, e certe atmosfere degne di Ennio Morricone.



6


Cate Le Bon - Reward
Non è la prima volta che Cate Le Bon scrive un disco notevole, ma è sicuramente la prima volta che lo fa imparando l’arte della falegnameria in un cottage isolato nella Contea di Cumbria (!). Aneddoti strambi a parte, la cantautrice inglese ha riversato in Reward arrangiamenti sontuosi (tra i quali un sax irresistibile), intermezzi stellari alla Stereolab e melodie che sembrano musicare fiabe nordiche - il tutto tenuto assieme dalla sua voce ammaliante a metà tra Nico e Tracey Thorn. Un ascolto davvero nutriente.

Golden Daze – Simpatico
Armonie vocali che sembrano disfarsi come miraggi (ecco come suonerebbero i Clientele se al posto dell'eleganza british avessero quella disinvoltura West Coast), arrangiamenti che accumulano strati su strati per poi dissolversi tra i riverberi (Brian Wilson, High Llamas e Real Estate i paragoni più frequenti), e quell'aria di fondo vagamente Anni Settanta, a tratti un po' Nick Drake ma senza tormenti: un disco che racchiude il puro piacere da pigro pomeriggio d'estate, sempre sul punto di allontanarsi, di tramutarsi in ricordo indelebile mentre è ancora presente.


5


Aldous Harding - Designer
Aldous Harding mi sembra una di quelle persone che ha perso (o forse non ha mai avuto?) ogni filtro tra la rappresentazione sociale di sé e il proprio io più selvaggio, più bambino. È per questo che sembra un po’ svitata, è per questo che i suoi video assomigliano a dei sogni allucinati e senza senso, ed è per questo che riesce a scrivere canzoni che sembrano arrivare da un oltretomba silvestre dove la realtà si riflette al contrario. E poi, come faccio a non adorare una che canta "How's the wine where you live?”

Fontaines D.C. – Dogrel
Una band formidabile per davvero: capace di scatenare un tumultuoso inferno sopra al palco, con concerti furibondi e memorabili (“You know I love that violence / That you get around here”), ma di rivelare su disco, con disinvolta consapevolezza, anche profondità, intelligenza e facce diverse. “You're not alive until you start kicking”, cantano a un certo punto, e queste canzoni gridano forte quanto i Fontaines D.C. siano ora ferocemente vivi.



4


Weyes Blood - Titanic Rising
Voce iridescente, armonie anni ‘70, strumentali esoteriche: Titanic Rising è il disco che avrebbero scritto i Kinks se avessero vissuto la Seconda Guerra Mondiale, è l’LP di duetti magici che Enya e Karen Carpenter non hanno mai inciso. Un lavoro sontuoso e che anela alla salvezza con una solennità templare: Natalie Mering è la mia nuova dea.

Comet Gain – Fireraisers Forever!
Fireraisers Forever! è un album che nasce dalla rabbia e dalla disillusione. Del resto, si apre con un’osservazione che non ammette repliche: We’re All Fucking Morons. Perché di fronte ai “privileged and greedy” che hanno ridotto la nostra vita e il nostro mondo in queste condizioni disperate non ci ribelliamo? Perché sembriamo tutti anestetizzati? La poesia mod dei Comet Gain è una domanda che risuona da oltre venticinque anni, e in questo nuovo album suona più punk e forte che mai.



3


Sasami - Sasami
Sasami debutta sulle scene con un album triste, che canta di relazioni che si sgretolano nonostante i tentativi di aggiustarle, ma che lascia trasparire anche una certa serenità tipica di chi si è appena tolto un peso dalle spalle e torna a guardare in avanti con la schiena dritta. È un disco capace di essere dolcissimo e persino delicato, e subito dopo scoppiare in rabbiose deflagrazioni shoegaze. Non saprei descriverlo se non come dell’ottimo indie rock da manuale, reso unico dalla personalità magnetica di Sasami che riesce a tenere in pugno l’attenzione degli ascoltatori ovunque e comunque si manifesti.

Seablite – Grass Stains And Novocaine
C’è molta energia nelle canzoni dei Seablite: quelle che mi piacciono di più sembrano innestare la spensieratezza delle All Girl Summer Fun Band con i bianchi e neri lugubri di certi Veronica Falls. Un gioco di contrasti che mescola di continuo le carte in tavola, e non sai decidere se sono le melodie travolgenti a prendere il sopravvento sui testi cupi, o viceversa. Insomma, tutto molto, molto "polaroid".



2


Jeanines – Jeanines [A PARIMERITO!]
È evidente che in questo disco sono presenti delle forme che arrivano dalle Talulah Gosh e dalle Marine Girls e scendono fino alle Liechtenstein, The Never Invited To Parties, Veronica Falls e Dum Dum Girls (non per niente esce su Slumberland). Ma quello che riescono a condensare Alicia Jeanine e Jed Smith (sì, proprio quello dei nostri cari My Teenage Stride e di Mick Trouble) all’interno di questa musica riesce ad andare oltre e a farmi dimenticare tutto. (E)

Con questo self titled dei Jeanines siamo dalle parti del più classico del twee/c86: non inizio nemmeno con il name dropping di influenze perché sarebbe davvero infinito. Ma se questo potrebbe far pensare ad un disco derivativo, la realtà è diversa: sembra impossibile, fuori tempo massimo e ingenuo, eppure il duo di Brooklyn è riuscito a scrivere un compendio semplicemente perfetto di questo genere musicale che assomiglia sempre di meno a uno stile sonoro e sempre più ad una comunità di persone. 16 canzoni brevissime che sono dei classici istantanei, ti spezzano il cuore e non si tolgono più dalla mente. Se dovete ascoltare un solo disco indiepop per tirare una summa di questo 2019, che sia quello dei Jeanines. (N)



1


Kevin Morby - Oh My God
“Oh mio Dio” è un’espressione di disperazione, di incredulità, ma anche un’esclamazione di gioia. E l’essenza di questo disco è tutta qui: concepito la notte dell’elezione di Trump, è un lavoro che guarda al disastro che ci circonda per riuscire a ricavarne un qualche senso. È un gospel, canzoni che cercano spiritualità disperatamente e la trovano nel prendersi cura di sé e degli altri, nel guardare alle nostre vite con la giusta prospettiva per poter capire qual è la cosa giusta da fare, la direzione giusta da prendere (non è un caso che molti dei testi siano stati scritti in aereo, dove Morby vedeva il sole anche se a terra c’era un cielo di piombo). Il nume tutelare che viene citato più spesso nelle recensioni è quello di Bob Dylan, assieme a Lou Reed e Cohen, ma credo non importi poi molto: è una manciata di canzoni talmente spontanea e istintiva da creare un adorabile pasticcio che rende irrilevante qualsiasi coordinata. Come canta Morby, “everything we do is a mess, but oh honey, may this mess be blessed”.

The Stroppies – Whoosh
La pelle d'oca quando sento queste chitarre a bassa fedeltà scalciare sopra il ritmo nervoso, e ogni battuta sembra accelerare dopo la precedente per tenere il passo del mio cuore. È necessario. È ancora incredibilmente necessario. Da una specie di supergruppo formato da gente passata per Twerps, Boomgates, The Stevens, Blank Statements e altri, non potevamo aspettarci niente di meno che uno dei dischi dell'anno. I logori e antiquati Dei dell'Indie Rock ancora una volta hanno esaudito la mie preghiere.




Nessun commento: