mercoledì 17 luglio 2019

I'm almost happy all the time

 Seablite - Grass Stains And Novocaine

Non so perché gli Anni Novanta continuino a esercitare tutto questo fascino su di me. O meglio: lo so, ma non ho nessuna intenzione di analizzarlo troppo, per poi scoprire che si tratta di motivi sbagliati o deboli. Quella parentesi tra le epoche che mi è capitato di attraversare, vissuta da qualcuno come un crepuscolo e che altri, invece, hanno spiegato come un’alba, è stata capace di generare un’atmosfera così peculiare, una specie di fantasma di cultura così libero e sconclusionato, una vacanza dal senso della storia (e che quindi, come ogni vacanza, si reggeva in buona parte sopra un’illusione) che un angolo del mio cuore, ancora oggi, non vuole abbandonarla.
E mi rendo conto che la stessa idea di “Anni Novanta” suona posticcia, un’etichetta convenzionale che qualcuno malinconico quanto me ha dovuto inventare: il 1992 non era per nulla simile al 1998, tanto per dire. Eppure visti anche solo pochi istanti dopo il salto nel nuovo millennio apparivano entrambi come le stesse facce di un monolite indistruttibile, fatto di irragionevole ottimismo, post-moderno 1.0 applicato al markting e incomprensibili colori sgargianti. Già da quella agitata terra di mezzo tra i primi Strokes e l’âge d’or di Myspace, per fare un esempio, tutto quanto era successo appena una manciata di Classifiche Dei Dischi Di Fine Anno prima sembrava lontanissimo, fissato per sempre e per sempre irraggiungibile. “I still think 1990 was ten years ago”.
Ultimamente ho ripensato a quel nebuloso concetto di “Anni Novanta”, senza peraltro concludere granché, guardando e riguardando la semplice copertina del disco dei Seablite. Mentre la puntina girava sul vinile, mi sono accorto di avere pensato “wow, che copertina So Nineties, bella!”. Ma poi mi sono reso conto che non avrei saputo spiegarla meglio. D’accordo, c’erano quegli strati di rosa e fucsia saturi, sovrapposti e fuori fuoco in un evidente effetto-omaggio Loveless; c’era quel font che avrei usato io ai tempi del Corel Draw; c’erano le facce dei musicisti tutte mosse e offuscate (oh, quella maglietta a righe), quasi a dire “siamo qui ma anche un po’ no”. Non avrei saputo puntare il dito, però, su che cosa esattamente “mi faceva Anni Novanta”. Eppure quella copertina, così poco appariscente ed elusiva, mi appagava e trovavo che in qualche modo si adattasse alla perfezione alla musica che racchiudeva.
Grass Stains And Novocaine è un album che, come pochi altri, si colloca a un crocevia di stili e influenze, tutte perfettamente riconoscibili e individuabili, è vero, arrivando però a conquistare una sintesi personale, viva e di notevole impatto. È un album che riesce a fare della coesione il suo punto di forza senza mai suonare ripetitivo, trovando di continuo nuove modulazioni a un indiepop rumoroso e irruente. C’è molta energia in queste undici canzoni: quelle che mi piacciono di più (Lollipop Crush, I Talk To Frogs o l’apertura esultante di Won’t You) sembrano innestare la spensieratezza delle All Girl Summer Fun Band con i bianchi e neri lugubri di certi Veronica Falls. Un gioco di contrasti che mescola di continuo le carte in tavola, e non sai decidere se sono le melodie travolgenti a prendere il sopravvento sui testi cupi, o viceversa (il meravoiglioso singolo Heart Mountain). Chitarre grondanti fuzz, feedback lancinanti, cori che si inseguono a perdifiato tra gli echi. A volte si sconfina nello shoegaze (Vacuum Chamber), molte recensioni citano anche Lush, Ride e Pale Saints, mentre in altri momenti è il loro carattere più jangling a mettersi in luce, e io davvero non so da che parte prendere questo album. Suona magnificamente dall’inizio alla fine, e poi di nuovo in loop.
La conclusione è tanto semplice e scontata quanto categorica: i Seablite, quartetto “odd pop” di San Francisco, che ci aveva regalato un ottimo EP un paio di anni fa e che, tra l’altro, vede in formazione anche Jen Mundy, già nelle ottime Wax Idols, mettono a segno con Grass Stains And Novocaine uno degli esordi indiepop dell’anno, di quelli che mi fanno tornare l'ottimismo per questo piccolo e trascurabile genere musicale, e che conferma anche il momento super positivo della Emotional Response Records.



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