sabato 13 settembre 2014

Jackpunk

Enrico Brizzi - Jack Frusciante è uscito dal gruppo (una maestosa storia d'amore e di «rock parrocchiale»)

Vent’anni fa, a una mezza vita da qui, mi regalarono Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Lo lessi in fretta, ricordo che era un settembre non molto felice e fu una prima lettura da affamato, direi agitata. Chiusa l’ultima pagina, uscii di corsa e presi la bicicletta. All’epoca avevo una graziella rosa con un cestino enorme che faceva ridere tutti e che si rivelò uno tra i meno pratici mezzi di locomozione. Fu una faticaccia risalire Via Lame, passare per Piazza Maggiore, schivare i pedoni lungo Via D’Azeglio, uscire da Porta San Mamolo e affrontare in piedi su quei pedali sbagliati la salita verso la collina, seguendo le curve descritte nel romanzo. Ma fu un gesto istintivo, immediato e necessario. A quel punto, con la schiena sudata e il fiato corto, appoggiare il piede per terra e trovarsi davanti per davvero il muro con il graffito AIDI non faceva più differenza. La scrittura di Enrico Brizzi aveva dato forma a quel momento, e io invece, con quel mio orizzonte di pensieri sempre molto ristretto, continuavo a domandarmi come doveva essere avere realizzato il sogno di scrivere un libro (era il Novecento: quei sogni usavano ancora). Mentre le Vespe passavano scendendo verso Bologna e un vento allegro muoveva le foglie degli alberi, la fine del pomeriggio annunciava una serata fresca. Avrei voluto tirare fuori Jack Frusciante dal cestino e leggere ad alta voce qualche riga solenne, a celebrare quell’adolescenza. Invece tornai verso casa ripensando al modo in cui mi piaceva il ritmo di certe parole che Brizzi si ingegnava a incastrare nel meccanismo delle sue pagine: “maestoso”, “vecchio”, “ghignare”... Oppure quel suo togliere la conclusione di certe frasi, sottrarre i verbi per creare un’intesa più stretta. Ma chi era questo tizio della mia età, in quella stessa città, che sapeva così tante cose di me e faceva quel che avrei voluto fare io? Domande ingenue, lo so, ma la puntualità di quel romanzo, in quella precisa stagione, mi aveva spiazzato. E credo di non essere stato il solo a sentirsi così.
Mi trovai poi a festeggiare il decennale di Jack Frusciante mettendo dischi ai Giardini del Baraccano. Il reading, Wu Ming 2, Federico Fiumani, i Frida X, la playlist con le canzoni citate nel libro e tutto il resto. C’erano già i blog, polaroid alla radio e molte cose dagli anni dei Giovani Scrittori erano cambiate. Però l’eco di quella sorpresa di settembre non si era attenuata. Un paio di volte mi era anche capitato di parlargli, al Brizzi, e mi era sembrato un vero régaz. Per cui ieri sera abbiamo preso la bici e pedalato fino al Locomotiv Club: bisognava brindare al maestoso 1994, ascoltare un po’ di vecchie chitarre e ghignare ad Alex, a una mezza vita da qui.

(mp3) Frida Frenner - Jackpunk

martedì 9 settembre 2014

"Morte al fascismo, libertà al popolo!"

Smrt fašizmu, Sloboda narodu!

A sorpresa, oggi pomeriggio sul sito della Labrador è apparsa una nuova canzone dei nostri amati Radio Dept. Il titolo è quanto di più militante ci possa essere: Death to Fascism. Non è un caso. Come spiega la stessa etichetta, si tratta di un pezzo composto pensando alle imminenti elezioni svedesi, e i Radio Dept. al solito non sono scesi a compromessi. Il motto deriva dalle parole "Smrt fašizmu, Sloboda narodu!" pronunciate in punto di. morte dal partigiano yugoslavo Stjepan Filipović.
La canzone è un pezzo strumentale secco e freddo, spiazzante, in cui un campionamento di voce slava viene spezzato e reiterato all'ossessione. Fino al traguardo dei due minuti, quando compare una vaga citazione di Heaven's On Fire, non c'è quasi traccia di melodia. Sei lì ad aspettare invano che arrivi la voce di Johan a mitigare con la sua malinconia un tale accanimento. Non succederà. I Radio Dept. si confermano maestri nel non soddfisfare mai le aspettative del loro pubblico. Restano soltanto i synth e una drum machine indifferenti a portare la canzone fino alla fine, al punto di partenza.
I Radio Dept. non sono mai stati molto loquaci, ma oggi di loro si sa davvero meno che mai. Daniel Tjäder è uscito dalla formazione ormai due anni fa per portare avanti i suoi Korallreven, mentre pare che Johan e Martin stiano lavorando da tempo al seguito di Clinging To A Scheme, ma non è mai stata annunciata nessuna possibile data di uscita. Oggi è apparsa Death To Fascism (senza ulteriori note), per ora accontentiamoci di questo severo ammonimento.



lunedì 8 settembre 2014

Bring on the major league: Baseball Gregg

Baseball Gregg

Queste due belle facce da allegri fuorisede come li trovi soltanto a Bologna sono di Samuel Charles Regan e Luca Lovisetto. Il primo da Stockton, California, qualcuno lo ricorderà per i suoi Satan Wriders (che sono stati pure ospiti in radio qualche mese fa). L'altro, un vero régaz, militava nei rimpianti Absolut Red (anche loro con una bella polaroidblog session in archivio).
Tra una spaghettata di mezzanotte e l'ennesima birretta in Via Zamboni, i due hanno messo in piedi una band chiamata Baseball Gregg. Canzoni scritte e registrate tra il capoluogo emiliano e la provincia americana, capaci di tenere assieme ruvido e classico indie rock, psichedelia da spiaggia e quella giusta dose di melodie zuccherose che te li fa stare subito simpatici.
Il 27 settembre, in occasione del Cassette Store Day, i Baseball Gregg pubblicheranno una cassetta chiamata proprio come loro su Harlot negli States e sulla benemerita Barberia Records qui in Italia, ma ci sarà occasione per tornarci su. Nel frattempo, se volete conoscerli meglio (e secondo me dovreste) c'è una magnifica e dettagliatissima intervista su Impose Magazine. E non dico sia magnifica solo perché hanno avuto il buon cuore di citare anche il sottoscritto, ma perché - tra le altre cose - presentano per la prima volta il video del singolo Mathdance qui sotto, ed è davvero un fantastico home run.

Missing winner - Ode a Plenum

Mark E. Smith - THE FALL

«La prima persona che vedo entrando nel cortile del Covo è un uomo sui cinquant’anni, con i capelli quasi del tutto bianchi e un occhio nero. Sta seduto su una panchina, stretto in un cappotto che ormai non sa più come tenere caldo. Fissa la sigaretta nella sua mano, la mano è appoggiata sul ginocchio. Con l’altra mano si tiene la guancia gonfia. Mi dicono sia il tour manager dei Fall, e l’occhio nero glielo avrebbe lasciato Mark E. Smith in persona, dopo una discussione al soundcheck il giorno prima...»

Quasi un anno fa His Clancyness pubblicava su FatCat Vicious, un formidabile album giustamente inserito in molte classifiche di fine anno. La versione in vinile era arricchita da una fanzine curata da Secret Furry Hole che raccoglieva firme illustri, come Okkervil River, Veronica Falls, Fresh & Onlys, Cloud Nothings, Massimo Volume, Diaframma, Giardini di Mirò e molti altri. In mezzo a quelli, avevo avuto l'onore di partecipare anche io, e il mio testo dedicato alla parola "vicious" era stato un piccolo racconto che ricordava il mio primo concerto dei Fall. Per fortuna la traduzione in inglese di Jonathan Clancy aveva mitigato certe mie sciocchezze.
Oggi "Missing Winner" è uscito in italiano su Plenum, la rivista online curata da Daniele Giovannini (che mi ha fatto lo scherzo della bio in fondo al pezzo). Purtroppo è l'ultimo aggiornamento del sito, e mi dispiace parecchio, non solo perché ho amato la sua rubrica dentro "polaroid alla radio", ma perché chiude un luogo di internet votato al raccontare storie in maniera non convenzionale, e perché è stata, semplicemente, "una forma di felicità condivisa". Grazie Plenum, a presto!

(mp3) The Fall - My Ex-Classmates Kids

venerdì 5 settembre 2014

We go to houseparties and hang out by ourselves

Ace Bushy Striptease – Slurpt

Mi ero perso la notizia dello scioglimento degli Ace Bushy Striptease, e alla luce dell'ultimo album Slurpt devo dire che è davvero un peccato. In fondo, si potrebbe dire che è la stessa idea vaga e sfaccettata di un genere come il "cuddlecore" a contenere l'idea del proprio esaurimento. Basta vedere a quale metamorfosi si sono dovuti sottoporre i Los Campesinos! per tirare avanti la propria carriera.
Forse gli Ace Bushy Striptease hanno detto tutto quello che dovevano dire. Forse non puoi continuare all'infinito a cadere in ginocchio, puntare il dito e gridare tutto il tuo sarcastico diario. A un certo punto diventare grandi non è più un'opzione su cui fare minuziosa autoironia ma, beh, semplicemente qualcosa da fare. Oppure qualcuno lo ha fatto per te.
Dentro Slurpt il consueto turbine di chitarre frenetiche e spigolose non lascia tregua, gli innesti di fiati incitano alla carica, il ritmo sembra sempre accelerare, e il botta e risposta dei cori tra voci femminili e maschili è l'equivalente sonico di un abbraccio di gruppo. "All I wanna do is put my cheek next to yours, all of yours, all six of yours", dichiara con tutta la schiettezza del mondo Cheek Next To Yours, e suona davvero come manifesto e al tempo stesso come un addio. La scomposizione di una relazione né in crisi né felice in We Go To Houseparties... rappresenta il passo successivo a certe spensieratezze più adolescenziali del precedente album Outside It's Cold Just Like The Inside Of Your Body. E se il singolo Ibiza Rocks, una canzone che parla della sesta stagione di Gilmore Girls (aka "Una Mamma Per Amica"), potrebbe lasciare pensare a un ripiegamento e a una definitiva disillusione di fondo, c'è il contrappunto di Eat My Dog ("sorry to spell it out so simply, but it seems nobody wants to see") e di Peanut Butter Revolution a far capire quanto gli indomiti Ace Bushy Striptease siano stati combattivi fino alla fine. Se questo disco è davvero l'ultima parola, i ragazzi di Birmingham se ne sono andati con stile.

(mp3) Ace Bushy Striptease - Cheek Next To Yours

giovedì 4 settembre 2014

Lose myself in sound


Uno dei dischi più "assolati" che ho ascoltato in questa poco soleggiata estate è stato senza dubbio End Times Undone, l'ultima eccellente prova di David Kilgour insieme agli Heavy Eights. In caso qualcuno abbia bisogno di una rapida presentazione della figura di David Kilgour, prendiamo la biografia sulla Allmusic come buon punto di partenza. Ebbene sì: si tratta proprio dell'ex cantante dei leggendari Clean (dico ex anche se la band neozelandese periodicamente torna a riformarsi, e non è da molto che la fondamentale Anthology è stata ristampata in vinile). Meglio specificarlo, perché magari ascoltando distrattamente End Times Undone uno potrebbe pensare che sia opera di qualche giovane band di Brooklyn, influenzata da nomi come Real Estate o Beach Fossils. Il rapporto è semmai invertito, i Clean sono una di quelle band per cui è lecito spendere l'abusato aggettivo "seminale", e il veterano Kilgour qui tiene alta la bandiera di un'idea di musica scintillante, melodica e incantevole, ma non per questo meno increspata di scatti improvvisi e scarti obliqui. Queste dieci tracce sono letteralmente ricolme di chitarre alla deriva dentro il suono più iridescente, sereno e cristallino che possiate immaginare, mentre le voci e le parole sembrano perdersi non nei riverberi ma nella brezza che soffia tra le note. L'apertura di Like Rain e la chiusura di Some Things You Don't Get Back, nella loro circolarità, rappresentano i confini di questo pop luminoso, in cui anche le distorsioni arrivano soltanto ad accentuare le melodie. All'interno si spazia tra sfumature più folk (Christopher Columbus), blues (Crow), psichedeliche (Down The Tubes), e strepitosi miracoli indie rock come Lose Myself In Sound (con quell'andatura spigliata da giovani Teenage Fanclub), oppure il singolo Comin' On (che potrebbe stare nella discografia dei R.E.M.). Uno di quei dischi dentro cui perdersi davvero, e dove risplende così tanta buona musica che ti resta addosso quest'immotivata fiducia, anche alla fine dell'estate.

(mp3) David Kilgour and the Heavy Eights - Lose Myself In Sound

martedì 2 settembre 2014

A taste of honey

Comet Gain - Paperback Ghosts

"A taste of honey for all that could have been": se esiste un verso di una canzone dei Comet Gain capace di custodire in una manciata di parole tutta la loro poesia, per me è questo. Si trova dentro il singolo 'Sad Love' And Other Stories, uscito quest’estate. Eppure la coerenza dei Comet Gain è sempre stata tale che potrebbero averlo scritto all'inizio della loro carriera, oltre vent'anni fa. Qualcosa di dolcissimo, il miele, accompagnato all'amarezza di tutto quello che invece non è stato. La malinconia delle scelte prese e non prese, e accanto il fuoco per cui abbiamo combattuto e che sarà nostro per sempre. Quello che siamo e quello che detestiamo, la nostra incoerenza, quello che abbiamo perduto e il nostro semplice, modesto ma invincibile desiderio di mettere assieme un briciolo di bellezza. Usiamo parole logore e ne facciamo una bandiera. Una canzone dalla propulsione Motown e dalla melodia ostinata, per me la loro canzone più riuscita e più pura di sempre, forse ancora più della leggendaria You Can't Hide Your Love Forever, non a caso citata nell'ultima strofa.
Da un paio di mesi Fortuna Pop ha pubblicato il settimo album dei Comet Gain, Paperback Ghosts: ogni volta penso che poteva essere l’ultima, e invece è successo ancora un miracolo. Ogni volta sembra sempre il disco migliore, quello in cui la band londinese riesce a esprimere in maniera più netta il proprio mondo. David Feck e soci hanno messo a punto una formula che ormai conosciamo bene: quel miscuglio rabbioso e sentimentale di Northern Soul, Television Personalities, Velvet Underground, Style Council, riottose fanzine dimenticate, proteste proletarie, cataloghi Mod, l'impossibile rivincita dai margini, eleganti eroi della nouvelle vague in bianco e nero, e chissà che altro che non capisco. Eppure tutto questo non smette mai di farmi venire i brividi, e mi scaraventa via con la sua fiera energia.
Paperback Ghosts si presenta come un disco che parla di fantasmi. Il motto che campeggia nella copertina interna dell'album è THE LIFE WE LOVE IS SOMEWHERE ELSE. Ma c’è altro che forse Feck vuole spiegarci. Le parole che aprono una delle canzoni più belle dell’album, Wait ‘til December: “I think I’m running out of time”. I fantasmi con cui faccio i conti ogni giorno, il fantasma di me stesso, quello dal passato, quello dal futuro che poteva essere. "I live my life like this / Because I’m afraid of what I’d miss" (Far From The Pavilion). E nonostante sia facile cedere alla tentazione di lasciarsi andare alla tristezza - "You’re gonna be blue again" (in Avenue Girls) - i Comet Gain sono la band che sa sempre reagire, ti fa sempre saltare in piedi e stringere i pugni e adesso si prende una posizione e si resiste fino alla fine, perché questi siamo noi e non loro. Perché questo mondo è pieno di meraviglia ("wonder-filled") e noi siamo qui assieme, in questa alba: "Before the last drunk song is sung / I’ll hold on to your hand / I’ll hold on to everyone / and all we're believing" (Long After Tonite’s Candles Are Blown). Se sai ascoltare e guardare, i Comet Gain non possono suonare una singola nota, anche quella della loro canzone più sgangherata, senza che ti venga in mente la parola "epico".
In alcuni momenti ci sono arrangiamenti di sontuosi archi autunnali (le lacrime con cui si apre The Last Love Letter sono del tutto Clientele), un organo soul risuona dietro le chitarre in quasi tutte le canzoni, mentre l'acida accoppiata in chiusura An Orchid Stuck Inside Her Throat / Confessions Of A Daydream ci ricorda che quando i Comet Gain vogliono giocare con la psichedelia lo sanno fare in maniera raffinata: "A self-portrait of the fucked / in my teenage bedroom / got an A in daydreaming".
Forse è vero, the life we love is somewhere else, forse non abbiamo vinto. Ma l'amore, l'amore di questa vita piena di fantasmi, questo amore invece è qui, ora.

(mp3) Comet Gain - 'Sad Love' And Other Stories

venerdì 29 agosto 2014

It feels good to lose

Lunchbox - Lunchbox Loves You (Jigsaw Records)

Il nome dei Lunchbox non lo sentivo da un pezzo. Mi richiama alla memoria un periodo a cavallo tra i Novanta e i Duemila in cui cominciavo a cercare indiepop in Rete, e scoprivo per caso i primi mp3 legali su Epitonic o la prima versione di Emusic. Era un'epoca pre-Pitchfork, di NME già ci si fidava poco e il criterio di votazione di Indiepages era l'unico che contava. I Lunchbox uscivano su etichette fighissime come la Magic Marker e la 555 Recordings dei Boyracer, quindi erano ok. Non sapevo niente di loro, però da quel che ricordo mi piaceva quel suono orientato a certi Sixties tipo Stereolab un po' più ruvidi e sbrigativi.
Intanto la band di Berkeley, California, si riduceva sostanzialmente a un progetto dei soli Tim Brown e Donna McKean, ma ammetto di essermi perso nel frattempo il loro periodo come Birds Of California. Quando mi è arrivato questo nuovo Lunchbox Loves You, che segna il ritorno alla denominazione originaria, ho provato una sincera fitta di nostalgia. Quanto sembra ingenuo oggi quel periodo di mezzo, in cui di certo altri puristi delle fanzine per posta e delle religiose collezioni di sette pollici già si lamentavano della decadenza dei tempi.
Ma è bastato far partire la prima traccia, l'appiccicosissima Everybody Knows, per levarsi dalla testa pensieri tanto noiosi. Qui c'è una sera di festa da American Graffiti, la radio della Cadillac non smette di suonare i Beach Boys, il jukebox scintilla, al ballo di fine anno l'intera orchestra di archi e fiati è in smoking, le ragazze battono le mani e i ragazzi si mettono in ginocchio per dichiarare il proprio amore. I Lunchbox mescolano melodie e rumore al punto giusto, sovrapponendo strati di chitarre acustiche ed elettriche, aggiungendo qualche tastiera retrò (è una specie di clavicordo quello che sento in Will You Be True?), e lasciando quel tocco Elephant 6 che pareggia il pieno d'estate, sorrisi e arcobaleni. Tom What's Wrong? e Die Trying sono in assoluto tra le cose migliori di sempre a firma Lunchbox. Grazie Jigsaw per averli riportati al presente. Un amore totalmente corrisposto.

(mp3) Lunchbox - Tom, What's Wrong?
(mp3) Lunchbox - Give A Little Love

lunedì 25 agosto 2014

If I should fall act as though it never happened


Sono uno di quelli a cui viene voglia di fare la foto all’ultimo tramonto sul mare, l’ultimo giorno delle vacanze. Anche se già so che non la guarderò mai: ciao. E poi nei discorsi la sera tardi, tardissimo, ancora seduti a cena, quel piacere quasi capriccioso nel confondere gli anni, i paesi, le strade: era la volta in cui andammo a Cadaques in macchina? Era dopo il festival in Svezia. L’ultimo inter-rail con il walkman. C’erano Leo, la Monica e quella tipa con i capelli lunghi. No, quella era la Sicilia, ascoltavamo i Grandaddy in tenda. L’estate banale, l’estate indimenticabile, l’estate delle mie e delle tue vacanze. La stagione del perdersi, dell’allungarsi pigri sul calendario, la sabbia calda contro la schiena, del parlare di surf rock senza aver mai saputo distinguere una tavola da un tavolino da salotto. La stagione dei mille nastroni per tutti i viaggi che dovevamo fare, e poi ascoltiamo sempre lo stesso disco. Quest’anno (ma lo dimenticherò subito dopo averlo scritto, e chissà con quale altro anno lo confonderò) qui è toccato agli Alvvays.
Una cosa che mi piace un sacco del debutto della band canadese è che a prima vista, un paio di mesi fa, sembrava un disco del tutto trascurabile. Innocuo indie rock contemporaneo, non troppo luccicante e balneare quanto basta, avrebbe detto una recensione frettolosa, canzonette buone per tornare a riciclare un’ultima gag su “Beasty Coasty”. Poi, ascolto dopo ascolto, chilometro dopo chilometro, la sensazione sempre più netta di affezionarsi. Era la malinconia della stagione che passava, c’era qualcosa che doveva durare per sempre e poi non è andata così, la conosci da una vita, un po’ come queste canzoni. C’è altro dopo l’implacabile doppietta di singoli in apertura, Adult Diversion ("How do I grow old with you?") e Archie, Marry Me ("Too late to go out and too young to stay in"). La voce da sirena stremata di Molly Rankin racconta con pacata competenza la nostalgia sbiadita dei riverberi ben noti (l’eccezionale Ones Who Love You), mentre le chitarre sanno giocare tanto agli Smiths da cameretta (Atop A Cake), quanto mostrare un lato più notturno e dolente (The Agency Group), duettando qui e là con synth discreti.
Sulle riviste hanno citato i R.E.M., hanno citato il C86 e i Magnetic Fields (ma che c'entrano? Al massimo qualche tono da Camera Obscura). Non esageriamo. Questo potrebbe essere un esordio incredibilmente promettente, oppure potrebbe essere un disco da confondere tra qualche mese nelle posizioni dopo la venti nelle classifiche di fine anno. Intanto questa era davvero l'estate. Era l'estate che ascoltavamo gli Alvvays e tu cantavi sempre "If I should fall act as though it never happened".

(mp3) Alvvays - Atop A Cake

martedì 5 agosto 2014

Il nastrone delle vacanze - Estate 2014

Il Nastrone Delle Vacanze - Estate 2014 - polaroid blogspot.com

In mezzo a questo nastrone, tra i languidi riflessi della pigra canzone degli australiani Lower Plenty, c'è una strofa che dice più o meno: "And I saw me way across the sea, I was not where I was supposed to be, I was on the beach, and I just go, I go away".
Poco prima, invece, i frenetici Radiator Hospital avevano il tono dell'incitazione: "Runnin’ down the stairs. You’re runnin’ out the door. Shout at all your friends runnin’ up the hill. Around your heart, a burning love. Feel the flame".
Ecco, quello che mi piaceva provare a fare con questa piccola compila delle vacanze era scattare una sola istantanea di due facce opposte che sento nell'estate: il bisogno di distanze, la sospensione, il perdersi, e allo stesso tempo la voglia di correre e di gettarsi, l'euforia, il desiderio di spingere al massimo il cuore.

01 - Alvvays - Atop A Cake
02 - Strange Babes - Holiday
03 - Radiator Hospital - Five & Dime
04 - Burnt Palms - Isolation
05 - She Said Destroy - Gummy Ruins
06 - Thee AHs - I Am Not Angry Anymore
07 - Saint Pepsi - Fiona Coyne
08 - Lower Plenty - On The Beach
09 - Melted Toys - Observations
10 - Adult Mom - Ode To One Night Stands
11 - Wax Witches - Headshave
12 - Habibi - I Got The Moves
13 - The She's - My Secret To Keep
14 - CEEFAX - Baby All That Went Away


lunedì 4 agosto 2014

"polaroid - un blog alla radio" - SPECIALE INDIETRACKS FESTIVAL 2014!

indietracks-festival-2014-by-lucio-pellacani

Pur non avendo programmato nessuna playlist (come al solito), e trovandomi a gestire un paio di ospiti di riguardo come Fabio Merighi (da Radio Città Fujiko) e il fotografo Lucio Pellacani (ringrazio entrambi) devo dire che lo special di quest'anno dedicato all’edizione 2014 dell’Indietracks Festival mi ha molto soddisfatto. Sì, suona un po' presuntuoso, ma tanto chi ci ascolta?
Seguirà poi anche un reportage scritto (che dovrebbe essere anche un po' più ordinato) a settembre, ma ne riparleremo. Nel frattempo, spero che vi divertiate con questa caotica trasmissione e che vi restituisca almeno in parte lo spirito di un piccolo festival bello e abbastanza unico come l'Indietracks.

Allo Darlin' - Darren
Spearmint - Julie Christie
The Chills - Molten Gold
Thee Ahs - I Am Not Angry Anymore
Dorotea - Here Comes That Feeling Again
Dorotea - My Guilty Conscience
(seconda parte)
The Yawns - Summers Wasted
The Yearning - If I Can't Have You
Joanna Gruesome - Sugarcrush
The Hobbes Fanclub - Your Doubting Heart
Mega Emotion - Brains
Trust Fund - Complicate
Martha - Sleeping Beauty
The Spook School - You Make It Sound So Easy
Tha Flatmates - Do The Angels Care


venerdì 1 agosto 2014

"It’s 2014 and we’re all forcing it"

FREE DEVIL’S HAIRCUTS: THE WANING ALLURE of FESTIVAL CULTURE

«It’s 2014 and we’re all forcing it. Pitchfork Music Festival is up-selling a lineup that might as well have been performed by holograms. We’re forcing our interest. Force a few illicits into the system and hope for illumination, only to hallucinate a magic eight ball that reads “outlook not good” on the jumbo screen between FKA Twigs debut album ads and reminders to get in line for free haircuts. Yes, free haircuts. Is Pitchfork the armed forces? We the stylishly homogenous army of one. Force your friend to fork over that extra VIP pass for a stowaway’s buffet of perks before last call. Force Neneh Cherry into the states for the first time in 22 years. Force Moroder as relevant, instead of distantly iconic. Force Donna Summer’s “Love To Love You Baby” into the lives of 20-somethings. (Note: My parents also attend an annual disco night at Centennial Terrace.) Force SZA on us, but offer no Blue Ribbon to accompany her PBR&B, only overpriced Goose Island. Beck, he’ll force himself as he always has. Forcing himself into our lives as only a man with one name can.
All it took during Beck’s headlining set was a “c’mon everybody” during opener “Devil’s Haircut” to scoff and seek the VIP area for as many free Goose Island beers and Jim Beam cocktails and cell battery juice in the Beats By Dre lounge as I could squeeze into the remaining hour.»

"Free Devil’s Haircuts: The Waning Allure Of Festival Culture" by Blake Gillespie / Impose Magazine

(mp3) Beck - Devil's Haircut (Groovy Sunday remix by Mike Simpson)

giovedì 31 luglio 2014

Indietracks Festival 2014: lo speciale radiofonico!

Indietracks Festival 2014 by Lucio Pellacani

Questa sera, a partire dalle 21.30, sulle frequenze di Radio Città del Capo (anche in streaming!) va in onda una puntata speciale di "polaroid - un blog alla radio" per raccontare l'edizione 2014 dell'Indietracks Festival, uno dei principali eventi mondiali dedicati all'indiepop.
A farmi compagnia in onda, tra i molti brindisi e gli improbabili dischi che abbiamo portato a casa, ci saranno Fabio Merighi (da Radio Città Fujiko) e Lucio Pellacani, a cui ho rubato la foto qui sopra (altre ne arriveranno a breve). Sintonizzatevi!


Indietracks Compilation 2014

Let you in

Terry Malts - Let You In

Non succede spesso, ma ci sono band a cui chiedi soltanto di non cambiare mai, perché quello che sono e rappresentano è già perfetto così. Per me, i Terry Malts sono senza dubbio fra queste, e bisogna riconoscere che uno dei loro pregi è proprio la coerenza. Dopo l'album Nobody Realizes This Is Nowhere dell'anno scorso, il trio di San Francisco sta per tornare con un nuovo EP in uscita a settembre, intitolato Insides, ovviamente su Slumberland. L'obiettivo rimane lo stesso: indagare quel territorio "where hope meets disgust", e i Terry Malts lo fanno da sempre a suon di chitarre taglienti e cori battaglieri. Dulcis in fundo, a quanto pare l'EP si chiuderà con una cover di Hidden Bay dei Chills. Per ora accontentiamoci della prima anticipazione, i nemmeno due dirompenti minuti di questa Let You In.

In altre news legate ai Terry Malts, il chitarrista Corey Cunningham continua a portare avanti il suo progetto solista Corey. Giusto in tempo per il suo prossimo tour di supporto ai Real Estate, da un paio di giorni è uscito il nuovo singolo in streaming su Bandcamp, Down Again. B-side d'eccezione, una cover di New Rose dei Damned.


Terry Malts - Let You In

giovedì 24 luglio 2014

I make boys cry

Adult Mom - Sometimes Bad Happens

Incantevole fanciulla di vent'anni che canti "I think I'm old enough" in una canzone che parla di "growing up and feeling weird" e che si chiude descrivendo il disagio che provi "when your parents start actin' like your pals": fino a che punto vuoi farmi innamorare? Vacci piano, per favore. Ti chiami Stephanie Knipe e ti sei scelta un nome d'arte come Adult Mom che su Google spalanca abissi di pornografia. Bella mossa. Ma la prima volta che sei apparsa su questo blog, un paio di mesi fa, ci hai davvero abbracciato molto materna, ed è stato semplicemente bello. Suoni un indiepop scarno ma al tempo stesso dolcissimo (ok, facciamo subito il nome di Frankie Cosmos e andiamo oltre). Dopo le immancabili opere voce-e-chitarra-in-cameretta (I Fell In Love By Accident era un magnifico motto) hai appena realizzato il tuo primo "album con la band al completo": si intitola Sometimes Bad Happens, è in free download su Bandcamp oppure in cassetta su Miscreant Records, e racchiude sei canzoni in nemmeno dieci minuti. No, sul serio, vacci piano, per favore. Già so che con le questioni di cuore hai i tuoi problemi: tu e la tua amica Meg parlate un sacco di quanto sia andata male con i ragazzi negli ultimi tempi (Route 59), hai fatto piangere tutti i tuoi fidanzati e loro hanno fatto piangere te (I Make Boys Cry) e pensi ancora al tuo ex quando finisci a letto con qualcun altro (Ode To One Night Stand). Lo so, lo so: ci siamo passati tutti, è una faticaccia, e credo tu lo abbia raccontato alla perfezione in un piccolo adorabile verso come "it's shit that your love for me scared you so much". E poi non ne hai fatto un dramma. Ci vediamo al caffè, porta la chitarra, ti ascolterò volentieri ancora e ancora. Ma vacci piano, per favore.



Adult Mom - I think I'm old enough

martedì 22 luglio 2014

Il ritorno degli Slowdive: riunione di famiglia

Slowdive live at Radar Festival - Padova, 2014/06/16

Una settimana fa ero al concerto degli Slowdive al Radar Festival di Padova. Il loro primo concerto in Italia, a vent'anni dallo scioglimento. La location forse non era delle più suggestive (la serata era ospitata dalla festa di Radio Sherwood, nel parcheggio dello Stadio Euganeo), e a dire il vero mi aspettavo un'affluenza di pubblico ben maggiore.
Ma il clima era così sereno e disteso, e intorno a me ho visto così tante facce conosciute, salutato così tanti amici e incontrato persone che non vedevo da così tanto tempo, che alla fine la sensazione non era più quella di un concerto, o di un evento che, pur nella sua scala ridotta di "nicchia per personaggi di Alta Fedeltà", si poteva definire "storico".
No: è stata una vera e propria riunione di famiglia. Una di quelle che non succedono mai per davvero, in cui tutto va per il verso giusto e provi solo affetto per tutti e tutto quanto. Mentre eravamo lì a farci travolgere da quel suono (praticamente impeccabile: forse, a tratti, alcuni accidentali squilibri sulle voci), avevo la più totale sensazione di trovarmi in quel posto e in quel momento soltanto per la musica, per un'idea di musica. Quella degli Slowdive sembra essere una reunion senza nessuna nostalgia, senza nessuna stridente contraddizione, senza rimandi a chissà quale giovinezza che non avevamo nemmeno vent'anni fa. Non ho mai idolatrato Rachel Goswell o Neil Halstead, per esempio, come possibili personaggi carismatici. Ma eravamo lì, tutti assieme, loro con noi, e durante il concerto di Padova quello che tornava a vivere era soltanto l'opera degli Slowdive, il capitolo (grande o piccolo, come preferite) che porta il loro nome nella Storia della Musica. Tutti, figli, eredi, lontani parenti e discepoli, eravamo lì per un piacere prezioso che è raro provare.

E se in parte di una riunione di famiglia si è trattato, ho voluto invitare un po' di amici a scrivere due righe a proposito di questo concerto qui sul blog: qualcuno era già in giro quando uscivano i dischi degli Slowdive, qualcuno non era ancora nato quando si sono sciolti, ma tutti quella sera erano lì per quella incredibile musica.

- Jukka Reverberi (Giardini di Mirò / Crimea X / Spartiti)
il mio sabato pomeriggio negli anni 90 si chiamava "argh!". lo ricordo ancora come il miglior negozio di dischi del mondo. treno da Cavriago a Reggio. treno da Reggio a Modena. poi a piedi dalla stazione di modena fino a zona Pomposa dove si trovavano queste due stanzette gestite da punk per i punk. ma sui dischi il punk non era una dieta, c'era parecchio di più ed è anche quel luogo che mi sono formato musicalmente, incontrando amicizie importanti.
in un pomeriggio come tanti, durante l'esplorazione degli scaffali porta cd, Enrico mi disse "dai, lo faccio mettere su" mostrandomi Souvlaki. lo avevamo visto mille volte, ci chiamava, ma poi eravamo sempre passati oltre.
Su Alison ci ritrovammo uno di fronte all'altro, increduli per quell'abisso sonoro, a gestire le vertigini dell'ascolto.
ovviamente all'argh! disponevano di una sola copia del cd, che Enrico si portò a casa. poi io ho fatto i compiti, dato che su Top Ten (catalogo via posta di offerte musicali con sede a Salsomaggiore Terme, un'altra roba scomparsa con gli anni 90 e internet) in quel periodo i dischi degli slowdive si portavano a casa per una cantata.
ieri, a Padova, a un certo punto sono partite le note di Alison e per tre minuti abbondanti ero di nuovo nella seconda saletta dell'argh! con il mio amico, felici per la scoperta di un mondo sonoro nuovo che ci avrebbe accompagnato nel futuro.

- Daniele Carretti (Offlaga Disco Pax / Magpie / Felpa)
Credevo di arrivare emotivamente preparato, più o meno, avendo già avuto la botta grossa al Primavera a fine Maggio, ma alla fine non si è mai abbastanza preparati. Alle cose belle, come alle cose brutte, non c’è preparazione che tenga, la botta arriva sempre e talmente potente che non ci lascia scampo.
A mente lucida, il giorno dopo, l’unico aggettivo che mi viene in mente e che riassume il concerto degli Slowdive di Padova, ma allo stesso tempo riassume pure quello di Barcellona e riassumerà tutti quelli futuri che spero di poter vedere e sentire, è “perfezione”.
Non ci sono altre parole che possano descrivere quel momento in cui ti ritrovi prima a non capire nulla travolto da quello che per anni e anni hai potuto ascoltare solamente in cd e vinili rimanendone esterrefatto e che ora è lì, reale, dal vivo, davanti a te, con tutta la potenza del passato e dei ricordi che riaffiorano senza lasciarti scampo e poi ritrovarsi a piangere per quanto tutto sia perfetto e talmente emozionante da togliere il fiato.
Sicuramente per me la parte emotiva in questa situazione ha giocato il ruolo principale, ma per tutto il resto, per come intendo io la musica legata al suono, alle canzoni e all’emotività che trasmettono, oggi, ma neanche ieri, in giro non c’è nessuno che suoni come gli Slowdive.

- Margherita Ferrari (Soft Revolution / L'odore dei pomeriggi quando li butti via)
Il biglietto per il concerto degli Slowdive l'avevo comprato il giorno d'apertura della prevendita, quasi senza rendermene conto. Un gesto automatico. Poi sono passati i mesi e, poco per volta, ho realizzato le implicazioni di quella transazione economica: le mie tenere orecchie a pochi passi dagli amplificatori di Rachel Goswell e soci.
Qualche giorno fa sono stata assalita dal terrore che la band di Reading, dal vivo, potesse indurmi crisi esistenziali assimilabili a quelle causatemi dai My Bloody Valentine, che vidi alla Route du Rock nel 2009 e che ora occupano l'apice della mia personale classifica delle delusioni concertistiche. Sarà che non capita spesso di trovarsi al cospetto delle persone che hanno definito lo standard della pregevolezza shoegaze... io mi sono preparata abbandonando ogni aspettativa fuori dai cancelli di Sherwood.
La mossa si è rivelata vincente. Tra una birretta e l'altra, amiche ritrovate nel pubblico e momenti di grande intendimento femminista, mi sono effettivamente ritrovata a pochi passi dagli amplificatori di Rachel Goswell e soci. Sul momento ho pensato all'aggettivo "magnifico", che è forse quello che associo di più alla mancanza di parole e allo stordimento piacevole. Ora che ci ripenso, mi vengono in mente gli occhi luccicanti e quasi increduli dell'amica Adele, le danze quiete dell'amica Francia, il mio magone pressoché costante da inizio a fine concerto e, nel complesso, quel senso di quiete e quelle immagini di approdi felici che associo ai concerti più belli cui abbia partecipato.

- Anna Laura Cazzola (Frigopop / Roar Magazine)
Come se tutte le emozioni vorticassero nei riff delle tre chitarre, o nei tuoi occhi. Seguire le note arrampicarsi sul pentagramma, scavalcare il muro del suono ovattato delle cuffie, trasparente nelle tue orecchie. Nel sospirare di Rachel Goswell sgarbugliando il filo del microfono, un filo di vento muovere la calura di Luglio sulle braccia sgomitare, sudarsi un'altra canzone. Sotto il palco affollato del rumore dei passi, dei piedi alzare la polvere in una nuvola di fumo sporcare con il distorsore, stropicciare le ciglia con un pugno in un occhio: sto sognando? Intorpidita dal freddo del lenzuolo lasciarmi scoperte le gambe su cui non mi reggo più, e non è la stanchezza.

- Chris Angiolini (Bronson Produzioni / Hana-bi)
L’altra sera Enzo mi ha intravisto tra il pubblico e così ha pensato bene di tirarmi dentro questo report collettivo della prima volta degli Slowdive in Italia. Forse io dovrei essere la voce fuori dal coro, tanto che sono partito dall’Hana bi mentre nella testa risuonava ancora quel tormentone iniziato sotto la tettoia una notte al Ceremony Festival che faceva esattamente così: “ …ma chi sono gli Slowdive, ma chissono gli Slowdive …”, rischiando ovviamente l’incidente diplomatico. All’inizio degli anni ’90 i miei ascolti viaggiavano sull’asse Seattle New York Washington DC, avevo fatto una scelta di campo precisa. Solo succcessivamente mi sono imbattuto nei Mojave 3 e ancor più recentemente nella carriera solista di quel barbuto surfista d’albione che mi ha conquistato con le sue melodie. Ovviamente stiamo parlando di Neil Halstead. Sono arrivato a Padova senza possedere nemmeno un disco degli Slowdive, per una volta volevo ascoltare qualcosa di nuovo. Non ero nemmeno mai stato a Sherwood, piacevolissima sorpresa, ottima la pizza. Mi affretto verso il palco sulle prime note della cerimonia e mi avvicino progressivamente al palco per entrare in quella bolla fuori dal temp(i)o, circondato dai devoti. È stato emozionante scoprire così tante canzoni nuove, bellissime, una alla volta, senza fretta appoggiato su quelle melodie dilatate, riposizionando alcune tessere nel mosaico degli ascolti di una vita. Stavano sul palco con la consapevolezza dei giusti mentre là fuori i suoni erano stratificati e avvolgenti. Un brano alla volta e mi immergevo lentamente in quel sogno (per tutti gli altri divenuto realtà) fatto di feedback zucchero e malinconia, al punto che ho deciso di stendermi sulla collinetta e addormentarmi e continuare a sognare: di volare con un aeroplano sopra il mare. Avevo i capelli d’oro.

- Simone Grossi (101ism)
Il fatto è che arrivi ad una certa età e diventa inevitabile fare un po’ il punto della situazione, chiederti dove sei, cosa ti sei portato dietro e cosa ti sei lasciato alle spalle. Se ne è valsa la pena. Non è una questione di rimpianti o di retromanie, anzi, tutto il contrario.
È guardarsi indietro per capire meglio cosa sei diventato, mettere a fuoco il presente, per raddrizzare il tiro, magari. Sei stato coerente con te stesso, con la tua storia, oppure hai derogato a troppi compromessi, alla comodità di non prendere posizioni e decisioni?
Delay e riverberi si inseguono, spandendosi e dilatandosi in onde concentriche, la sua voce un sussurro appena udibile. Hai i brividi. Osservi per un attimo la tua mano che stringe il cellulare: sta tremando. Ripensi a una giornata di una decina di anni prima, al fianco della stessa persona che è al tuo fianco adesso, quando sul palco di Saint-Malo c’erano quasi le stesse persone, ma con un nome diverso. Il pubblico, a malapena una trentina di coraggiosi, in un pomeriggio piovoso, e tu impegnato in una preghiera silenziosa: “vi prego, vi prego, almeno Dagger, qualsiasi cosa ma datemi un frammento di Slowdive”.
Ma erano i Mojave 3 e coerentemente fecero solo pezzi dei Mojave 3. Guardi Rachel Goswell che sorride scuotendo leggermente la testa, e ti chiedi se anche lei stia pensando alla stessa cosa, ai vent’anni passati, alle trenta persone annoiate ad un concerto tra tanti, e nessuno che allora le urlasse “Rachel, I love you!”, nessuno che le lanciasse rose sul palco.
Chiudi gli occhi, i brividi continuano e ti passi le mani sulle tempie, perché tutto questo richiede raccoglimento. Quando parte She Calls il concerto si trasforma in una sorta di epifania, che definisce il senso di un lungo viaggio in macchina, permessi al lavoro, una presentazione saltata e babysitting coatto, il senso di ritrovare persone che non vedevi da anni, e che, tutto sommato, speravi di rivedere, o anche solo di riconoscere senza dover necessariamente fermarle o parlarci. Tutto quello che determina, forma e sostanza, la nostra storia. Che ne è valsa la pena.

Slowdive, you can’t touch me now.

Polaroid alla radio: S13 season finale!

Polaroid alla radio: S13 season finale!

“polaroid – un blog alla radio” – s13e33

Tyrannosaurus Dead – Post Holiday Dead Song
Martha – Present Tense
Beverly – Honey Do
Melbourne Cans – Prom Night
Slowdive – When The Sun Hits
Comet Gain – Your Haunted Heart
The Proper Ornaments – Stereolab
Alvvays – Ones Who Love You
Do Nascimiento – Estate

lunedì 21 luglio 2014

"C'è gente che ci scrive e noi non rispondiamo" (2)

Sporadica rubrica fatta con i miei sensi di colpa e le vostre email

Omake - Florida

Da poco più di un mese si è affacciata una nuova label sulla scena indipendente italiana, la Sherpa Records, e il motto che si è scelta mette bene in chiaro le proprie ambizioni: "inerpicarsi su sentieri impervi e procedere per rotte non battute, passo passo con i nostri artisti". Sherpa sta annunciando roster e uscite settimana dopo settimana, e sono davvero tutte belle notizie, ma oggi voglio tornare al primo nome con cui si sono presentati: Omake, nome d'arte di Francesco Caprai, già attivo in ambito hardcore, ma qui dedito a un folk essenziale ed evocativo, soprattutto grazie a una voce dalla personalità molto decisa. Su Son Of Marketing c'è una approfondita intervista e qui sotto il primo singolo in streaming, Florida:


Omake - Florida


Retrotapes - Future EP

Il produttore italiano Mark Carello si divide tra Sydney e Roma e ha deciso di chiamare Retrotapes il proprio progetto musiale. Scelta azzeccata, perché i toni nostalgici e i colori al tempo stesso acidi e sbiaditi di una vecchia VHS sono quelli predominanti nel suo etereo synth-pop. Ha pubblicato da qualche settimana su Bandcamp l'EP Future, e nel frattempo è arrivato anche un ottimo remix a firma Casa Del Mirto, che spinge sulla cassa e i bassi grassi:


Retrotapes - Strong (Casa del Mirto REMIX)


Supertempo - 29

"Veloci" e "punk" sono le due parole che si incontrano più spesso leggendo in giro dei Supertempo, trio dalla provincia di Venezia attivo dal 2010, e una certa ragione statistica bisogna riconoscerla: essere veloci e punk è quello che sanno fare meglio, ma ci sono momenti più melodici, di un'aggressività più sottile (Steve), che ricordano qualcosa dei primi REM. Da qualche giorno è uscito 29, il loro secondo album, free download su Bandcamp oppure in bel vinile su God Down Records:


Supertempo - Hammerhead


The Henry Millers

The Henry Millers sono un duo di Brooklyn composto da John MacCallum e Katie Schecter. A volte postano foto appena usciti dalla doccia o nudi sul letto sommersi dai loro strumenti musicali. A parte questo suonano un bel pop elettronico super dolce, con quei cori trascinanti che a me fa venire in mente i Tilly & The Wall, e poi vai a sentire i Tilly & The Wall e non c'entrano molto. Ma insomma, se ascoltate il loro nuovo singolo Beautiful Woman (anticipazione del loro prossimo album Posies) vi fate un'idea:


The Henry Millers - Beautiful Woman


FEWS - The Zoo

Un altro duo, anche questo di base a Brooklyn ma questa volta proveniente dalla Svezia: i FEWS. Di loro si sa poco: hanno appena tre canzoni su Soundcloud, ma l'anno scorso hanno aperto alcuni concerti per i Beach Fossils. L'accostamento è indovinato, dato che i FEWS suonano quel post punk un po' sognante di molte band di casa Captured Tracks. Questo è il loro ultimo singolo, promette bene:


FEWS - The Zoo



Coppia nella vita e nell'arte, i canadesi The Tallest Tree mi mandano questa canzone scritta a Mexico City, da dove proviene la metà femminile della band. E infatti è un bel rock'n'roll sbarazzino ed estivo, che sprizza già voglia di vacanze:


The Tallest Tree - Boat