giovedì 23 marzo 2017

"Twenty Years Of Trouble": addio Fortuna POP!

Fortuna POP! - Twenty Years Of Trouble

Se non fosse esistita la Fortuna POP! non avrei saputo come riempire metà delle scalette dei miei anni alla radio. Non credo sia un'esagerazione affermare che l'etichetta fondata da Sean Price è stata semplicemente fondamentale nella piccola storia di quel bistrattato genere musicale che è l'indiepop. Eppure, anche da qui, dai margini, tanto del business quanto "delle cose che contano" per chi parla di musica, la Fortuna POP! è riuscita a diventare a suo modo un faro, una di quelle etichette di cui compravi ogni uscita "perché ti fidavi", un piccolo modello di coerenza artistica e di intraprendenza, continuando a trasmettere sempre anche una gran voglia di divertirsi.
All'Indietracks Festival dell'anno scorso Sean Price aveva annunciato che dopo vent'anni e circa 200 uscite era arrivato il momento di chiudere la label. Everything is ending here, e finisce in gloria. Ieri sera a Londra è infatti cominciato "Twenty Years Of Trouble", una cinque giorni di concerti e djset in varie location, con un cast da All-Star Game: dai Comet Gain a Darren Hayman, dai Tender Trap ai Martha, dai Would-be-goods agli Spook School, con l'aggiunta di un paio di reunion notevoli, come gli australiani Sodastream di cui si parlava ieri e i redivivi statunitensi Butterflies Of Love. Solo a guardare i poster delle varie serate già mi commuovo.

In queste settimane sono usciti alcuni articoli e interviste che mi sembra doveroso segnalare qui:
- "Bed bugs, Brexit and goodbyes: 20 years of indie, as told by Fortuna POP!" (The Guardian - intervista densa e sincera: "I think indie pop is dying off in a way"...)
- "20 years of trouble – Remembering the work of Fortuna POP!" (Loud And Quiet - con alcune foto bellissime!)
- "Fortuna POP! – The Little Label That Could" (Overblown - con i commenti di un sacco di band dell'etichetta, compresi i Pains Of Being Pure At Heart, con cui le cose non sono andate molto bene)
- "Fortuna POP! // On The Stereo" (London In Stereo - con una piccola playlist curata dallo stesso Sean)
- nel caso qualcuno di voi salga a Londra, lo staff della Fortuna POP! ha messo assieme una "Twenty Years Of Trouble // Food & Drink Guide"
- come post scriptum aggiungo anche "Of Loves, labels and Lexington burgers. Farewell Fortuna POP!", nonostante sia di qualche mese fa, perché è una bella lettura appassionata.

Qui sotto trovate il mio modesto e personale omaggio, ovviamente in forma di nastrone. Lo so, è sbilanciato verso la parte più recente del catalogo della Fortuna POP!, ma non ho la pretesa di fare una selezione esaustiva o "didattica" (per quella rimando al fantastico Be True To Your School, con le esilaranti note di copertina scritte dallo stesso Price). In questo mixtape niente di troppo raffinato o ricercato, solo le hit (ahahah!), perché quando si tratta di colpire al cuore, certe canzoni smettono di essere indiepop o twee: sono soltanto bellissime. E noi che le abbiamo ballate, le abbiamo sentite dal vivo nei posti peggiori, le abbiamo ricevute a qualche banchetto del merch dalle mani di Sean Price, siamo stati davvero molto fortunati.



Fortuna POP! mixtape
1) Comet Gain - You Can Hide Your Love Forever
"Well done, mate. Hai appena comprato la canzone più bella del mondo mai finita su un sette pollici". Non era un'esagerazione.

2) The Lucksmiths - T-Shirt Weather
Il suono della nuova primavera. Per sempre.

3) Allo Darlin' - The Polaroid Song
Forse uno dei più grandi talenti scovati dalla Fortuna POP!, passata da un set acustico con l'ukulele su un vagone di un treno a vapore ai sold-out di Londra.

4)  Tullycraft - Lost In Light Rotation
Il ritorno della band che mi fece conoscere la parola "twee" fu uno dei più entusiasmanti frutti della lunga collaborazione tra Fortuna POP! e Slumberland.

5) Bearsuit - True Love Will Never Find You
Totalmente sgangherati e imprevedibili, giocavano d'anticipo su un linguaggio frenetico che poi avrebbero perfezionato i Los Campesinos, e sapevano essere rrriot anche con le trombette, le maracas e i costumi da orsetto.

6) The Pains Of Being Pure At Heart - Come Saturday
Il brivido folgorante, l'euforia che provammo tutti la prima volta che sentimmo le chitarre dei Pains, una cosa che ti paralizzava e ti faceva agitare tantissimo.

7) The Ladybug Transistors - Oh Christina
Come potrei fare questo nastrone senza la voce (e il sorriso) di Gary Olson? Quante volte avremmo suonato questa canzone alla radio?

8) Flowers - Lonely
Bisognerebbe ascoltare soltanto musica che ci fa saltare per aria, stringere i pugni e prendere a calci i giorni là fuori.

9) Crystal Stilts - Shake The Shackles
Seguivo la band di Brooklyn dalle prime uscite, ma questo fu forse il primo vero singolo che si poteva buttare sul dancefloor e fiondarsi a ballare buttando via cuffie e bicchieri.

10) Evans The Death - Catch Your Cold
Quella maniera squisitamente Brit di essere stilosi e arrabbiati allo stesso tempo.

11) Airport Girl - Between Delta And Delaware
Un nastrone per la Fortuna POP! deve per forza contenere almeno una traccia della band di Sean Price!

12) Let's Wrestle - Codeine And Marshmallows
Il passaggio dei Let's Wretle su FP! coincise con la loro "fase in cui cercavano di far credere di essere maturati", uscendo con un disco forse un po' intermittente e troppo uggioso, ma alla fine mi fa piacere poterli inserire qui.

13) Milky Wimpshake - Not Poetry
Il cantutore che ci insegnò che marxismo e tweepop andavano a braccetto.

14) The Spook School - I Don't Know
"Gender, sexuality and queer issues" mescolate a noise-pop e gusto per il nonsense e concerti che assomigliano più spesso a delle feste.

15) Martha - 1997, Passing In The Hallway
La band che chiuderà "Twenty Years Of Trouble", e così a occhio la più giovane band della casa Fortuna POP! e anche tra i più inclini a buttarla su sonorità più punk. Se esiste ancora un futuro per questa musica da sfigati, la risposta arriverà anche da ragazzi come questi.


mercoledì 22 marzo 2017

I felt like losing hope so got busy fighting

SODASTREAM - LITTLE BY LITTLE

Sarà stato ormai vent'anni fa. Qualcuno deve avermi detto una cosa tipo "a te che piacciono i Belle and Sebastian e i Lucksmiths, sicuramente piaceranno anche questi nuovi Sodastream". E così è cominciata questa curiosa confidenza a distanza: sembrava di conoscerli bene, questi due ragazzi australiani dall'aria seria, eppure in qualche modo i Sodastream restavano sempre ai margini dei radar. Hanno fatto tanti concerti, anche da queste parti, grazie anche a Bob Corn e alla sua Fooltribe (per la quale incisero un memorabile Concerto Al Barchessone Vecchio), ma nonostante l'innegabile talento non sembravano mai ottenere tutto il successo che avrebbero potuto meritare.
Dopo aver diviso palchi con nomi del livello di Pavement, Lambchop, Yo La Tengo, Smog e Low, subito dopo un ultimo album amato anche se non perfetto (Reservations del 2006), decisero di sciogliersi. Anche il loro scioglimento, se ricordo bene, non ebbe poi troppa risonanza. Sarà per quel tono dimesso che aveva sempre pervaso la loro musica. Passati ormai dieci anni, si può anche pensare che, più che un vero e proprio scioglimento, sia stata una lunga pausa dalla frustrazione.
In questo 2017 così diverso e lontano da quegli anni ("indie"?), tornano i Sodastream con un nuovo disco che forse rappresenta il dovuto culmine di una carriera da rivalutare a pieno. Si intitola Little By Little, ed è proprio così, "a poco a poco" che si presenta. La prima nota è sola, ed è del contrabbasso di Pete Cohen, poi arriva una carezza della chitarra di Karl Mith, l'immagine comincia a mettersi a fuoco. Colouring Iris parla di acquerelli, il colore lo tiene assieme una viola struggente. La melodia si coagula adagio, "if you need to rise / don't be hasty": no, i Sodastream sanno "rialzarsi" ma non sono certo frettolosi, e non lo sono mai sembrati. Queste nuove canzoni, anzi, si prendono tutto il tempo e lo spazio necessario. Da questo punto di vista, è davvero esemplare il portentoso crescendo di Three Sins, forse una delle migliori canzoni della loro intera discografia.
I Sodastream riescono a dare a ognuna delle loro storie un'atmosfera speciale e peculiare: c'è la nervosa fanfara di Letting Go, che guida una fuga rabbiosa ("don’t give me songs about God or country / Or about the violence I attract / I thought you might have evolved through more than these things"); c'è il rimpianto tutto racchiuso nelle poche note di un arpeggio sospeso come un punto interrogativo di Grey Waves ("we had a fortune, it's gone..."), i cui cori sembrano quasi un omaggio a Simon & Garfunkel; c'è l'amara rincorsa di Moving ("I wish I could've been more") che sfocia in un inevitabile addio; c'è l'insofferenza di Tyre Iron che spinge nei suoi archi inquieti, e poi c'è la quiete dopo che il peggio forse è passato nella conclusiva Saturday's Ash, con un theremin però subito pronto a instillare il dubbio ("the sun burns through a new kind of truth / and my fears are so tall").
I Sodastream dimostrano di essere una band in ottima forma, hanno realizzato un album compatto e ricco, a tal punto coinvolgente che non si direbbe sia passato un solo giorno dalla loro stagione migliore, e quasi ti sembra di troppo salutarli con un "bentornati".


I Sodastream stanno per arrivare in Italia per cinque date. Questo il calendario dei concerti:






martedì 21 marzo 2017

"Welcome To The Post-DIY Era"

Una rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

James Mercer - The Shins

► «It’s probably just that I’m getting older,” he laughs. “You get to a certain age and, for some reason, you start to imagine that there’s something interesting about your childhood. Maybe there’s not, but it’s certainly something that’s become more interesting to me. I guess I’m becoming more nostalgic, because I used to really hate the feeling of looking back - it felt like a negative. Now, I feel like I can reflect on it and not be so embarrassed for who I was»: su Line Of Best Fit una lunga chiacchierata di Joe Goggins con James Mercer degli Shins.

(mp3) The Shins - Name For You

► «This new breed of superstar DIY artist enjoys the benefit of fiercely held independence with world class distribution and marketing. They are taking the tools of DIY but not all of the ethos»: "Welcome To The Post-DIY Era", Mark Mulligan su Music Industry Blog.

► «The great publishing enterprise known as American rock journalism was invented in January 1966. By a kid. In a basement. With a borrowed typewriter.» Su PopMatters, un bell'articolo racconta Paul Williams e gli inizi di Crawdaddy!: niente che non si sia letto già, forse, ma comunque un piccolo bignami appassionato per un ripasso sempre opportuno.

► «A lot of people are like, "OK, queer musician, but female-fronted." People can’t understand that there are multifaceted identities. It’s strange. It’s definitely a worry, but I’m pretty used to it at this point. I wasn’t even thinking about that when we were deciding on the artwork and the aesthetic and everything else»: Adult Mom intervistata da Rookie Magazine per presentare il suo nuovo album Soft Spots.

► «Spoon is arguably the greatest indie band of the last 20 years, with a new album to prove it. How have they stayed so good for so long?» Rob Harvila la tocca piano su The Ringer a proposito della band di Britt Daniel.

► Dopo la rivoluzione di Snapchat, negli ultimi mesi ci siamo ritrovati le "stories" su ogni piattaforma immaginabile (come se uno avesse sempre tutte queste cose interessanti da raccontare poi). Su Music Tech Future, Bas Grasmayer prova a immaginare come potrebbe funzionare uno strumento "story" applicato ai social musicali.

► "The Like Button Ruined the Internet": sull'Atlantic, James Somers parte dalla nostalgia per Google Reader per raccontare qualcosa di più sull'ecosistema dell'informazione completamente guidato (e intossicato) dall'engagement. Mi sembra che possa valere anche per quel che resta dell'informazione musicale.

lunedì 20 marzo 2017

Everyone moved out long ago

 The Butterflies Of Love / Famous Problems

Proprio nella settimana che vede l'addio della storica etichetta Fortuna POP! (parleremo tra poco del festival "Twenty Years Of Trouble") debuttano con un nuovo sette pollici a nome Famous Problems quattro quinti dei componenti dei Butterflies Of Love, ovvero la prima band che, verso la fine degli Anni Novanta, fece fare un deciso salto di qualità al catalogo della label indiepop britannica, tra Peel Sessions e singoli della settimana su NME. I Butterflies Of Love erano maestri nel maneggiare un indie rock a tratti intimo e a tratti psichedelico, tra Velevet Underground e Galaxie 500. Questa nuova creatura sembra seguire le stesse tracce, accentuando le sfumature folk rock più languide e malinconiche. L'anteprima della b-side Moon Thinking è una ballata agrodolce che finisce troppo in fretta. Vedremo se la temporanea reunione della band di New Haven, Connecticut, dopo questa reunion temporanea, e una manciata di date tra USA e UK, tornerà a produrre con una regolarità. Intanto, accontentiamoci di questo ottimo singolo uscito per Where Is At Is Where You Are.

sabato 18 marzo 2017

Past the breakers

Ben Seretan - Past the Breakers

Prima di pranzo avevo un'oretta libera e la casa vuota, e mentre cucinavo mi sono messo ad ascoltare per intero Past The Breakers di Ben Seretan, una traccia di oltre 50 minuti in cui racconta la sua estate del 2015 in tour in Italia. In pratica è la versione audiobook del libro con lo stesso titolo che potete trovare su Adult Punk (tranquilli: in Italia c'è la fidata Love Boat di Andrea Pomini: pre-order disponibile qui).
La scrittura di Ben è piuttosto diversa dalla sua musica: limpida, senza quelle improvvise accensioni che a volte prendono il sopravvento nelle sue canzoni. Nella sua lettura, mi è piaciuto il suo stile fatto di frammenti, eppure al tempo stesso carico di passione e stupore (non riesce quasi a smettere di ripetere "amazing"!). È bello vedere luoghi che conosco bene attraverso gli occhi di un giovane americano che ci capita in mezzo per la prima volta, come lo ZOO di Bologna o l'Hana-bi, e mi ha strappato un sorriso sentire pronunciare da lui nomi che mi sono familiari da una vita (prova a immaginare di dire "San Martino Spino" ad alta voce, là in mezzo a Brooklyn). In un passaggio si ricorda anche dell'intervista a Radio Città del Capo, non si poteva chiedere di più!
Grazie Ben, non solo per la tua musica incredibile, ma anche per la tua poesia.

venerdì 17 marzo 2017

Colombre live @ polaroid!

Colombre live @ 'polaroid - un blog alla radio' - Radio Città del Capo, 7 marzo 2017

Oggi esce Pulviscolo, l'esordio di Colombre pubblicato da Bravo Dischi. Colombre è Giovanni Imparato, che su queste frequenze conoscevamo da un sacco di anni per i suoi Chewingum. Questa sua nuova creatura è diversa, è un mostro in fondo al mare che mi affascina e intorno a cui abbiamo fatto una lunga chiacchierata nel podcast di lunedì.
Qui sotto invece trovate le canzoni che Colombre (grazie anche a Nur di Rockit!) ci ha regalato dal vivo in acustico in radio: 

Colombre live @ "polaroid - un blog alla radio"
Radio Città del Capo, 7 marzo 2017


1. Blatte
2. Sveglia
3. TSO



Hai trovato un'altra scusa per restartene da solo, un'altra scusa per aspettare. Potrebbe essere un ritornello da aggiungere alla mia vita, potrebbe essere un tuo biglietto pieno di rabbia, se non avessi smesso di parlarmi. Invece sta dentro la canzone più allegra, più primaverile, più scopertamente indiepop (e forse anche quella che mi ricorda più da vicino i vecchi Chewingum) di questo nuovo e prezioso Pulviscolo.
Colombre è un'idea di musica che a prima vista non sai come afferrare, e che continui a inseguire perché non hai ancora capito se da lei cerchi risposte, o l'avevi scambiata per un invito e ora non puoi più tirarti indietro. C'è quel passo quasi da Real Estate della title track in apertura, e la magia di Giovanni Imparato sta tutta nel tenere assieme l'amarezza e l'affetto, la polvere e la redenzione. Tagliare i ponti col passato e accarezzarlo in un gesto solo. Lo so, è fin troppo facile, ma viene voglia di sovrapporre alla storia d'amore dentro questa canzone la stessa musica di Colombre. Questo disco è la traversata, la nave partita dal porto dei Chewingum e ora in mezzo al mare, a inseguire nuove rotte di poesia. Ci si può orientare con le consuete stelle: innanzitutto Lucio Dalla e Lucio Battisti, da sempre citati tra i riferimenti della scrittura di Giovanni, insieme ai Beach Boys. Ma in queste acque potremmo parlare anche di correnti nuove, quelle atmosfere alla Mac DeMarco (soprattutto in Blatte) o alla Girls, che non portano alla deriva, anzi se ne vanno a esplorare nuovi orizzonti. E là poi diventa uno spasso farsi sorprendere, per esempio, da Dimmi tu, che danza con quella leggerezza e licenziosità Anni Settanta che mi ricorda gli esperimenti dei Valderrama5 di qualche tempo fa. Oppure da Deserto, che addirittura si dilata languida come certi primi Air.
Pulviscolo, nelle intenzioni di Colombre, vuole essere un disco che cattura una certa urgenza e immediatezza. Però, si sa, le intenzioni degli autori e le loro opere seguono geografie contigue, ma quasi mai identiche. Pulviscolo è senza dubbio un disco che sembra "aprirsi" al primo ascolto, con un linguaggio terso e melodie che sono brezze d'estate, ma non bisogna correre il rischio di lasciarsi sfuggire le sue ricchezze e i suoi tesori, la perla che ci ha promesso il racconto di Buzzati da cui prende il nome la band. Davvero, Pulviscolo è già uno dei dischi italiani più belli, più emozionanti e più importanti di quest'anno.




giovedì 16 marzo 2017

Hopeless romantic

HIGH SUNN - POLAROIDS

Un nuovo adorabile singolo intitolato proprio Polaroids, che esce sulla incontenibile PNK SLM e che trabocca malinconico jangle pop: direi che ci sono tutti gli elementi per finire su questo blog in alta rotazione! Lui si chiama High Sunn (l'anno scorso in radio avevo passato una sua cassetta pubblicata da Spirit Goth) ed è un giovane cantautore di San Francisco chiamato Justin Cheromiah. Definisce il suo progetto "an angst-driven dreampop band" e a giudicare dalla quantità di dischi e autoproduzioni, sembra usare Bandcamp come un diario personale (magnifici i titoli del tipo Pretend We're Kissing e Luv Songs For Whiners). Questa nuova canzone suona meno lo-fi di molte sue produzioni precedenti e mi ricorda i migliori Beach Fossils: non a caso il disco è stato prodotto da Dylan Wall, già al lavoro con i Craft Spells. Polaroids anticipa l'EP Hopeless Romantic (casomai non fosse stato ancora abbastanza chiaro) in prevendita qui.



High Sunn - Polaroids

martedì 14 marzo 2017

Oh, what a drag it is to win

Clap Your Hands Say Yeah - The Tourist

"Meglio continuare a muoversi / meglio restare immobili": Better Off, uno dei singoli che aveva anticipato l'uscita di The Tourist, il quinto album dei Clap Your Hands Say Yeah, indicava già uno dei temi che sembrano attraversare tutto il disco. "Meglio mollare che non fare niente": c'è indecisione e urgenza al tempo stesso. Il ritmo è incalzante, un po' alla Some Loud Thunder, i bassi nettamente sopra le righe, mentre la voce (che trova pure il tempo di citare Vicious di Lou Reed) sembra distendersi sopra la melodia, quasi abbandonarsi alla confusione dei pensieri, fino a quando gli echi si sovrappongono in un crescendo: "what I'm doing now, what am I doing now..."
"I get up to be the tourist, but am I the pilot?" si domanda la traccia d'apertura The Pilot. Alec Ounsworth, rimasto l'unico titolare della band, dopo che negli ultimi cinque anni tutti i componenti originari della formazione se ne sono andati, forse ha trovato una nuova motivazione e una nuova vena creativa. Sarà l'entusiasmo della primavera, ma mi sembra che queste nuove dieci canzoni, e soprattutto la loro coesione, possano essere considerate allo stesso piano dell'indimenticabile, e probabilmente irripetibile, debutto del 2005.
Ovvio, quell'impatto non lo avranno mai, né i CYHSY ritroveranno più le attenzioni che hanno goduto in quell'epoca (e non voglio neanche avvicinarmi con un bastone all'antipatica definizione di "blog rock"). Anche perché, già a cominciare dai primi tour che quasi impreparati e riluttanti si ritrovarono a fare, e poi soprattutto con il secondo album, la band di Philadelphia aveva fatto di tutto per far capire che non erano interessati a quel tipo di successo e notorietà.
E proprio con questo disco, che lo vede da solo e con cui ritrova finalmente in maniera piena quella prima ispirazione, Ounsworth sembra tra le righe riconsiderare la sua carriera con occhio distante: "Oh, what a drag it is to win". Ma non diamo nulla per scontato, questa non è una resa, anzi il tempo incombe, diamoci una mossa: "I can't take a breath and settle down. This revolution is only in my head. The loose ends are coming for me now. They’re coming for me now", proclama la bellissima Loose Ends. L'urgenza della musica si fa urgenza esistenziale. Non so quali travagli e sofferenze abbia patito Ounsworth in questi anni, ma sembra esserne uscito come una persona nuova.
Le cose che amavamo (o almeno, che io amavo) dei Clap Your Hands Say Yeah sono ancora tutte qui: quella capacità di combinare con grazia David Byrne e Bob Dylan la ritrovo immutata, e per fortuna! Quella poesia frantumata fatta di nonsense in cui, all'improvviso, emergono parole slegate che nonostante tutto ti restano stampate addosso: qui, per esempio, Unfolding Above Celibate Moon (Lost Angeles Nursery Rhyme) riesce a tirare fuori un verso mettendo assieme i Velvet Underground di "I’ll Be Your Mirror" e "I’m Still Your Fag” dei Broken Social Scene. E quella capacità di concepire una musica vibrante ed euforica che ti entra sotto pelle e ti fa gettare le braccia al cielo è sempre la stessa. Ma è rimasto lo stesso anche il gesto schivo di voltarti le spalle da un momento all'altro, perdendosi in divagazioni sperimentali subito dopo averti regalato un ritornello da saltare in pista come fosse il 2005 (la formidabile The Vanity Of Trying).
Proprio questa canzone racconta "I’ve been looking for easy solutions" ma forse non sono quelle a dare maggiore soddisfazione. "We can be whatever, whatever, whatever we want" mi sembra già molto più combattivo e promettente. Un nuovo inizio per i Clap Your Hands Say Yeah.



Clap You Hands Say Yeah - Better Off

lunedì 13 marzo 2017

Hater + Curiositi live @ Grand Öl&Mat, Malmö 2017-03-10

Curiositi live at Grand Öl&Mat, Malmö 2017-03-10
(via Instagram)
Hater live at Grand Öl&Mat, Malmö 2017-03-10
(via Instagram)

Ok, non vogliamo essere precipitosi: non parliamo già di disco dell'anno a marzo, ma You Tried, il debutto degli Hater pubblicato da PNKSLM, quanto meno è già candidato a diventare uno dei dischi più suonati della primavera qui a polaroid. Con loro è stato amore a prima vista, e li abbiamo seguiti passo dopo passo fino a questo LP che mantiene tutte le promesse e su cui tornerò presto.
Ma intanto, venerdì sera a Malmö c'è stato il release party, e in apertura di concerto suonavano i nostri Curiositi (il progetto synth-pop di Emil "Parker Lewis" e Matilda dei Mixtapes & Cellmates: ne avevamo parlato qui).
Mi piangeva il cuore non poter essere là per tutti e due, e quindi il minimo che Emil poteva fare era scrivermi un piccolo report della serata. Grazie vez, ti devo una bottiglia di lambrusco!

About last night. It was a big catharsis and a resurrection for me personally. I've felt a little homeless since I decided to call it quits with Parker Lewis. I haven't been sure that I'd ever get the chance to play music in front of an audience again. Who knows you know? And for us, for me and Matilda, these last couple of weeks have been all about preparing for the show. It's been on our minds all the time. It's crazy you know but it becomes such a big deal and so important when you love it this much.
Hater asked us to support them on their release party. They're such nice people. Gifted and humble. And their album is amazing I think. I want to fast forward time a couple of years to hear them on their third album. I think they're at like 65% of what they're capable of doing. You can see the light of inspiration shine right through them. Truly special.

The place was packed since 10. We got on stage at 10:44. We left the stage 11:06. It's a bit hazy but I was really really nervous and I was scared of the microphone. Matilda looked happy. I almost cried watching Erik and Adam play their hearts out for Curiositi. I had so much love for all the friendly faces that we've got to know in Malmö since we moved here. I think we did good! And I feel like myself again.
Hater went on stage at 11:32. It's just so hard to describe the kind of honesty and like true spirit of how they felt. Caroline's voice is just perfect. It's next level shit. And the songs they write... We listened to the album right before we walked over to the club and from time to time we just laughed cuz it's like.. There's hundreds of bands that try to do what they do and they manage to sound completely unique both in their songwriting and in how they sound as a band.
My favorite moment of their show was the first seconds of Mental Haven. It was like a tiny shockwave of joy through the audience. Like everyone started glowing a little. And seeing the band reacting back, taken by the moment. Truly one with the audience.

Me and Matilda met at a magic festival outside of Modena in 2007, where it felt like everyone had a little bit of fairy dust on their shoulders. It's painfully cheesy to say but I'm just really happy that I get to do shit like this still/again and that bands like Hater and cities like Malmö make magic like this happen.
Greetings from Möllan =)


Hater - Mental Haven


Curiositi - Finding Out

sabato 11 marzo 2017

Boys & Girls

BOYS & GIRLS @ COVO CLUB / POLAROID

"polaroid – un blog alla radio" – S16E20

The Drums – Blood Under My Belt
Ceremony – The Separation
Beach Fossils – This Year
Bikini Kill – Rebel Girl
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
Ohio Kid – Cattle
Nirvana – Territorial Pissings
Wavves – Daisy
M.I.A. – Bring The Noize
The Garden – All Smiles Over Here

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venerdì 10 marzo 2017

In a world of mouths, I want to be an ear

JENS LEKMAN - LIFE WILL WEE YOU NOW

Se avete visto Jens Lekman in concerto almeno una volta nella vita, è probabile che conosciate bene il gesto con cui di solito conclude la sua dolcissima A Postcard To Nina: quello svolazzo della mano a mezz’aria a mimare una firma prima dell'ultimo verso: “yours truly, Jens Lekman”. Mi ha sempre colpito la naturalezza con cui Jens inserisce il proprio nome nelle canzoni (vedi anche Black Cab o la giovanile Jens Lekman's Farewell Song to Rocky Dennis), una cosa, per esempio, assolutamente all'ordine del giorno nell'hip-hop, ma per niente diffusa nell'indiepop.
Credo fosse un modo per prendere le distanze, per mettersi un po' al riparo da una scrittura in prima persona dentro cui era facilissimo (e anche molto divertente) identificarsi, ma che rischiava di diventare cliché autobiografico. Era un modo per esporsi e sottrarsi al tempo stesso. Io, Jens, divento "Jens", un personaggio delle mie stesse storie. Vedete? Parlo di me ma possiamo guardare tutto da fuori.
Dentro To Know Your Mission, la canzone che apre il nuovo album Life Will See You Now, invece succede il contrario. La prima inquadratura segue un missionario mormone in giro per le strade di Göteborg in un giorno d'estate. Il suo vagare è pieno di dubbi, la ricerca di una meta è una cosa sola con la ricerca di uno scopo nella vita. Incontra un ragazzino chiamato Jens che, più che parlare della Bibbia, è interessato a chiedergli come ci si sente ad avere una missione. Qual è il tuo sogno? Scrivo canzoni, ma se non funziona voglio fare il lavoro di mio padre, l'assistente sociale. Mi piace ascoltare le storie della gente. "In a world of mouths / I want to be an ear". E così il giovane Jens realizza che il suo scopo nella vita sarà questo: "I know what I'm here for / I know who I'm serving / I'm serving you". Il disco che segue, dunque, sarà l'antologia delle storie che quel "Jens" avrà raccolto lungo la sua strada, trasformate in canzoni e donate a noi.
Lekman riesce con una sola mossa a darci la chiave di lettura per entrare nel suo nuovo disco e in qualche modo a "chiuderci fuori". Sembra più difficile, per una volta, immedesimarsi davvero nella sue canzoni. Le storie sono raccontate come sempre in maniera impeccabile, ma mi sono accorto che, ascolto dopo ascolto, forse anche per colpa di qualche arrangiamento più sgraziato del solito, alcune mi scorrevano addosso senza che me ne accorgessi. La produzione di Ewan Pearson (uno che ha lavorato con Rapture, Junior Boys, !!! e M83) sembra levigare e appiattire la scrittura di Lekman vestendola con un'elettronica disadorna (le campane sul ritornello di To Know Your Mission da pop radiofonico Anni Ottanta, quella drum machine in Evening Prayer che grida vendetta, l'effetto karaoke su Wedding In Finistère...). Per esempio, puoi riconoscere in quale momento sta rifacendo qualcosa di Sipping On The Sweet Nectar, o di I Saw Her At The Demonstration, ma è come se lo facesse in scala ridotta.
Intendiamoci: la poesia di Lekman è fuori discussione. Solo lui possiede quel tocco lieve con cui può permettersi di fare rime assurde tipo "Ibuprofen / Pacific Ocean", tirare in ballo fossili del Cambriano per parlare di un primo bacio, oppure, avendo a disposizione la voce di Tracey Thorn, costringerla a cantare una strofa bizzarra come "My brother was an electrician / But when he was younger he had other ambitions". Ma in generale la sensazione è che Jens, avendoci consegnato quel giovane "Jens", si sia poi fatto da parte, sollevato dall'idea di dovere soltanto trasportare storie altrui, e tornando ad apparire in rare strofe (forse, non a caso, la tripletta How Can I Tell Him, Postcard #17 e Dandelion Seed sta in fondo al disco).
Le canzoni di Life Will See You Now sono in buona parte i frutti del lungo lavoro al progetto Ghostwriting e dell'esercizio delle Postcards (con il quale, lungo tutto il 2015, Lekman aveva postato su Soundcloud una canzone alla settimana), e non si può certo dire che manchino di inventiva e personaggi forti: il professore che costruisce con una stampante 3D un modellino del proprio tumore, due innamorati che vanno ad accendere una ruota panoramica di notte, la storia di un amore omosessuale impossibile da rivelare, un matrimonio speciale in riva al mare.
Quello che in parte manca (o forse è un po' mancato a me, almeno in queste prime settimane in compagnia del disco) è stato quel Jens che ognuno, negli anni, di concerto in concerto, aveva fatto diventare un amico molto intimo, un confidente, uno dei ricordi più cari di questa vita passata ad ascoltare una musica che interessa a sempre meno gente. Life Will See You Now racconta come "le storie" abbiano dato a Jens una risposta alla domanda intorno al "cosa fare". E di questo non posso che essere felice. Resta ancora abbastanza aperta la risposta alla domanda cosa ce ne facciamo noi delle storie se viene meno il calore che ce le aveva rese care in principio.



Jens Lekman - What's That Perfume That You Wear?


Jens Lekman - Postcard #17

mercoledì 8 marzo 2017

I can be whoever I want to be

JAY SOM

Melina Duterte ha soltanto 22 anni, e non credo che le venga mai in mente l'idea di mixtape quando parla della musica che scrive e registra nella sua cameretta sotto il nome di Jay Som. Eppure il suo nuovo lavoro, Everybody Works, uno straordinario passo avanti rispetto al debutto DIY di quasi due anni fa Turn Into, per me suona come un meraviglioso nastrone, confezionato con cura e passione, grande senso del ritmo e gusto per gli accostamenti. C'è l'indiepop esuberante di The Bus Song (venga la primavera!), c'è lo shoegaze sonico di 1 Billion Dogs, c'è l'indie rock dinoccolato della title track, c'è quel suono levigato un po' Tame Impala della micidiale accoppiata centrale del disco, One More Time / Baybee (Jay Som cita tra le influenze di questo lavoro il pop patinato di Carly Rae Jepsen), e c'è il dream pop a bassa fedeltà di Bedhead. Insomma, ci si diverte parecchio, e abbandonandosi allo scorrere di queste dieci tracce, non si avverte mai il bisogno di una maggiore omogeneità. Tutto è fluido e spontaneo nella musica di Jay Som. Il comunicato stampa di presentazione del disco insiste molto sull'etica del lavoro che avrebbe dato una svolta a questa fase della carriera della giovane cantautrice di Oakland. Forse è davvero così, perché soltanto con molto lavoro e molta fatica si raggiunge una certa disinvoltura che fa sembrare ogni cosa leggera. Forse non avrà ancora la poetica feroce di una Mitski, forse siamo più dalle parti di una Frankie Cosmos in divenire, ma quello che è già molto forte e molto presente in Jay Som è questo sottinteso che la sua musica possa trasformarsi in qualunque cosa, giocare con i trucchi e cambiare costume, sorprenderci lungo un'intera tracklist, e continuare comunque a suonare inconfondibilmente "Jay Som".



Jay Som - The Bus Song


Jay Som - 1 Billion Dogs

I want what I want

Allison Crutchfield

Per essere descritto, di solito, come un "break-up album", Tourist In This Town di Allison Crutchfield, mi sembra un disco che sprigiona una forza e una determinazione non comuni in questa categoria. Non c'è momento di (comprensibile) sconforto a cui non corrisponda un momento di gioia, se non addirittura di euforia. Per ogni "Cry my eyes out the moment we leave town" c'è sempre un "I should take care of me", che può anche trasformarsi in un netto "I want what I want", ed è qui che questo disco diventa importante.
Anche i giorni più tristi sono sempre accompagnati da un'analisi impietosa di tutto quello che le capita (la mia preferita: "I'm so narcissistic I want you to be obsessed with me"). Ma quello che a volte i racconti forse perdono in passione e profondità, lo guadagnano in lucidità: "I keep confusing love and nostalgia".
La Crutchfield ha parlato in maniera molto aperta della fine della sua storia con Kyle Gilbride, chitarrista insieme a lei negli Swearin, e della sua vita personale in questa fase di passaggio. Le canzoni di questo disco hanno finito per diventare frammenti di diario di quel periodo burrascoso. Quelle burrasche in cui, una volta o l'altra, siamo passati tutti, e in cui non è difficile identificarsi: "I was angry with you but I still wondered if you miss me".
La persona che la voce narrante ha di fronte ormai ha trovato il modo di giustificarsi con sé stesso e diventa, a poco poco, sempre più opaco. Non è un caso che le ultime parole del disco siano "More than anything, I just wish I didn't care": bisogna superare questa fase, qualcosa di nuovo è già qui (Secret Lives and Deaths), e allora è lo stesso lento e faticoso mutamento del desiderio a essere terapeutico, liberatorio.
La Crutchfield si stacca dal suo passato anche a livello sonoro, impiegando molti synth (grazie alla produzione di Jeff Zeigler) e giocando con atmosfere più pop e leggere che mai. Le riesce molto bene, soprattutto in singoli come Dean's Room e I Don’t Ever Wanna Leave California. Forse sembrerà a qualcuno che in questo disco non si parli di massimi sistemi, e magari queste canzoni non sono esattamente una sferzante critica alla società patriarcale, eppure raccontano in maniera esemplare come una donna, tra mille ansie e complicazioni, riesca a trovare la proria voce.




domenica 5 marzo 2017

Staying up at night

HOLY NOW

Vansire – Pale Blue
The Ex-Rippers – In This Life
Vacations – Young
Dag – Staying Up At Night
Tobin Sprout – Heart Of Wax
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per "Troppa Braga"]
The Chinchees – Hey Boy
Holy Now – Dead End
Dead Horses – Morning Hell
Soaked – Backseat Heat
Astragal – Lilac
Sodastream – Walking Bones

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mercoledì 1 marzo 2017

Blurred dreamy cloudy fuzzy something

Human Colonies - Big Domino Vortex

Puoi esibire sin dalla prima nota le tue influenze, mettere in chiaro da subito quale sarà la tua lingua, eppure non riuscire lo stesso a comunicare nulla. I più gentili dei tuoi ascoltatori ti liquideranno come "band derivativa" e di solito finisce lì. Per la sovrabbondanza di musica attuale non sarà un dramma, figuriamoci per tutto il modernariato della "musica fatta con le chitarre". Se, invece, riuscirai nel piccolo prodigio di trovare la tua voce, pur prendendo a prestito una grammatica di altri, non facendo nulla per nasconderlo, e indovinerai la tua via per colpire ed emozionare, allora avrai creato qualcosa di potente. Gli Human Colonies, trio diviso tra Bologna e Firenze, sono un piccolo ma formidabile esempio di come, a volte, in musica due più due possa fare cinque. Il loro nuovo EP intitolato Big Domino Vortex (pubblicato da Lady Sometimes e da MiaCameretta) si apre con Sirio, tutta costruita su feedback e pitch bending apertamente alla My Bloody Valentine. Eppure è un portento, parte da lì per rivelarti il suo carattere scontroso e schivo, ma non per questo meno seducente. Le canzoni degli Human Colonies trascinano, soprattutto quando si fanno più fragorose e veloci, come nella title track, con il suo coretto capriccioso, o in Kleio, che potresti quasi immaginare in una roca cover di J Mascis con i suoi Dinosaur Jr. In queste cinque tracce c'è tutto quello che da sempre conosciamo dello shoegaze, ma nemmeno per un istante si scade in una monotona replica in scala di cose già vissute altrove. Dopo questa ottima prova, sembrano pronti per un lavoro sulla lunga distanza che mostri profondità, cuore e immaginazione.




martedì 28 febbraio 2017

Same old fear

Secret Meadow - Same Old Fear EP

Chissà se quello di cui hai paura oggi è soltanto quello che rimpiangerai domani. Sei troppo giovane per avere una risposta, ti fa paura anche questo, e soprattutto ti fa paura che i tuoi vent'anni finiscano troppo in fretta. Mettere in piedi una band indiepop sarà una buona idea? Oppure è soltanto un altro modo per rinchiudersi sempre di più nella propria confortevole bolla? Non che l'indiepop sia poi sempre tutto rose e fiori, specie oggi.
Più o meno, dovevano essere state queste le domande che si facevano un paio d'anni fa quattro ragazzi di Jakarta, Indonesia. Lavoravano nello stesso negozio di dischi e avevano gli stessi gusti: quel suono da primi Radio Dept., quella malinconia tutta Sarah Records, e quelle chitarre Ride / Galaxie 500 scintillanti. Passare dal vendere musica a scriverla è stato quasi naturale. Si sono dati un nome, Secret Meadow, e già in questa scelta sembravano voler fuggire il centro della scena. Il loro EP di debutto, Same Old Fear, pubblicato prima da Anoa Records, è stato ora ristampato dalla sempre lodevole Jigsaw Records. Se pensavate che un disco parecchio twee proveniente dall'Indonesia non avrebbe mai potuto stregarvi, nel 2017 è ora di cambiare idea.