venerdì 3 luglio 2015

This, the time to restart

Any Other - Gladly Farewell

Ricominciare quando tutto è a pezzi. Lo so, lo so: questo è il momento giusto per ripartire da capo, ma sento un nodo in gola e ho troppi ricordi. Preparare la cena e poi andare a letto: una cosa alla volta. E poi diventare grandi, crescere.
Adele faceva parte di un duo di cui mi ero innamorato a prima vista, le Lovecats. Un Natale mi avevano anche regalato una canzone per la solita compilation, ed è un regalo che tengo davvero caro. Le Lovecats si sono sciolte un po' di tempo fa: Cecilia la trovate nelle illustrazioni di Mistobosco, mentre Adele ha continuato a fare musica. Ora si fa chiamare Any Other, e ogni volta che posso corro a sentirla dal vivo, con la sua chitarra, la sicurezza nella sua voce, davvero notevole, e i suoi sorrisi ancora timidi, nonostante ormai abbia davanti un pubblico che la conosce e la segue. Ero curioso però di vedere come si sarebbero evolute le cose, magari con una band intera. E sta per succedere. La notizia è di qualche giorno fa: gli Any Other debutteranno con un album, Silently. Quietly. Going Away, in arrivo a settembre sulla neonata Bello Records.
Sul disco torneremo a suo tempo, intanto si può già ascoltare questa Gladly Farewell, che si apre nel modo migliore in cui si potrebbe inaugurare una nuova stagione. Diventare grandi, crescere. Un suono nettissimo. C'è dentro l'indie rock classico, ma ci sento anche parecchie affinità con alcune delle migliori cantautrici americane contemporanee, da Katie Crutchfield e i suoi Waxahatchee, a Courtney Barnett, Eskimeaux, Mitski, per fare i primi nomi che mi vengono in mente. E c'è, soprattutto, un talento giovane che vediamo maturare prova dopo prova. Gladly welcome!



Any Other - Gladly Farewell

mercoledì 1 luglio 2015

Dreams

Trust Fund - Dreams

No One's Coming For Us, l'album d'esordio dei Trust Fund, è stato uno dei dischi che ho più amato (e che mi ha fatto più male) nella prima metà di questo 2015. Nonostante sia, in tutta onestà, magnifico, resta un disco su cui faccio fatica a ritornare: troppo delicato e problematico al tempo stesso. Oggi il frontman Ellis Jones ha annunciato a sorpresa un nuovo singolo, Dreams, ed ero davvero curioso di sentire quale direzione avrebbe preso la band. Mentre Ellis continua a cantare nel suo falsetto ormai caratteristico, il suono qui è vigoroso e compatto, come quei momenti di No One's Coming For Us che più ricordavano certi Pixies. Se è un indizio per il futuro mi sembra entusiasmante. L'altro elemento di interesse è rappresentato dalla nuova seconda voce di Alanna McArdle, che qualche settimana fa aveva abbandonato i Joanna Gruesome. In fondo si tratta quasi di uno scambio da calciomercato, dato che a sostituire la McArdle nei JG è andata Roxy Brennan (Two White Cranes - altro notevole progetto su cui torneremo a breve), a sua volta uscita proprio dai Trust Fund.
Ma ora lasciamo da parte questi dettagli un po' da indie-nerd e ascoltiamo questo spettacolare nuovo singolo:


Trust Fund - Dreams

martedì 30 giugno 2015

MAP - Music Alliance Pact #81

MAP - Music Alliance Pact

Sta quasi per finire giugno e mi sono accorto di non avere postato l'ultima puntata del MAP - Music Alliance Pact! Corro subito ai ripari e posto al volo l'appuntamento mensile con questo bel progetto, che raccoglie una ventina di blog di tutto il mondo, i quali selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Episodio colmo di ritmi latini, con i quali non ho molta dimestichezza. Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- i giapponesi Einsteins, con un'elettronica retrò, sognante e ipercolorata, inevitabilmente cartoon;
- il peruviano Lagartijacarlo, cantautore "ukulele-pop" che non potevo non amare già al primo ascolto;
- il produttore messicano Siete Catorce, con un pezzo tagliente e minaccioso adatto alla colonna sonora di thriller in terza serata;
- i danesi The New Investors, ideali per andare a fare surf nel Mare del Nord.

MOOD - Upupa Produzioni
Gli italiani di questo mese sono i MOOD, giovanissimo duo proveniente dalla provincia di Modena, e per la precisione da Finale Emilia. Sono una delle cose migliori uscite da quel circolo musicale (e anche un po' scuola di vita) che è il LatoB, celebrato proprio lo scorso fine settimana con la terza edizione della Festa Del Ringraziamento.
Ho voluto segnalare i MOOD perché ho avuto occasione di vederli dal vivo più di una volta, e sfido chiunque a non rimanere senza parole davanti alla potenza del loro impetuoso set. Una chitarra, una batteria e un universo di ritmi frantumati, fatti a pezzi e ricostruiti dentro loop ipnotici, in lotta contro chitarre fragorose. Sudore e ingegno, tecnica e puro slancio. Tirare in ballo etichette come post-rock oppure math-rock a me sembra riduttivo e fuorviante. Dovete vederli, Francesco e Daniele, forse nemmeno in età da patente, tranquilli e concentrati uno di fronte all'altro. E poi dovete prendere tutta la loro musica in faccia e farvi travolgere. Vi assicuro che succederà. 
Il loro album di debutto si chiama come loro, e dentro ci hanno messo le mani Upupa Produzioni, Fooltribe, i Three In One Gentleman Suit, Stefano Pilia e Matteo Sgarbi (Sex Offenders Seek Salvation). Lo trovate anche su Bandcamp.

(mp3) MOOD - Sick Pride Nice Vibe

Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di giugno, con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

I don't want to hurt no one, but I will

Elvis Depressedly - New Alhambra

Giro tutti gli angoli della mia testa, ti cerco ancora. Mi sento inutile, alla deriva, ho bisogno di te, ma nella mia testa. Sono soltanto parole di una canzone, se vuoi. Potresti leggerci una tristezza sconfinata, una solitudine che schiaccia. Oppure potresti pensarle come l'espediente ultimo di chi vuole sfuggire con ostinazione alla felicità. Molte recensioni del nuovo disco di Elvis Depressedly insistono su quanto suoni positivo e ottimista rispetto alla produzione precedente (sia con questa denominazione che sotto l'alter ego Coma Cinema). Nonostante un paio di titoli in scaletta come No More Sad Songs o New Heaven, New Earth possano trarre in inganno, e anche se qualche melodia sembra arrivare più rotonda e luminosa del solito (Big Break su tutte), quello che io leggo in questo magnifico, evasivo e profondamente desolato New Alhambra continua a essere un'amarezza che non ha fine, nemmeno quando si rende conto di non fare altro che raggomitolarsi dentro sé stessa ("My cage is beautiful, but insincere"). Ogni cosa sembra sospesa, ogni decisione rimandata: "days come and go without saying goodbye / someday never came so i keep waiting". Voglio continuare ad aspettare perché rimanere aggrappato a quest'attesa è tutto quello che mi rimane di ciò che ho aspettato. Soltanto l'ennesimo pretesto. Perché quando passerà questa dolore non avrò davvero più nulla.
Mat Cothran innesta su questo discorso, in pericoloso bilico sulla morte, una serie di immagini che finiscono per formare una sorta di bizzarro senso religioso. "Jesus died on the cross / so I could quit my job". Tra i versi emergono riflessioni sul Vangelo e su Satana, per esempio, ma mi sembra servano come passaggi di una ricerca del senso della vita, diventata ormai necessaria: "violate my world / I'm not a person". Il tono appare a tratti ancora disperato ("I have failed at everything that I ever tried "), a tratti invece rasserenato e in pace con tutto e con tutti: "I owe the world nothing / I've been strung along too long to really care [...] I love everyone that I have ever known".
Forse sta qui la positività che alcuni hanno visto in questo album: nel pieno comprendere che tutto passerà, ciò che ci sta attorno e ciò che portiamo dentro e ci causa pena. Passeremo anche noi, e quello che dovremo riuscire a capire sta dentro quel passare, non nel restare aggrappati a ciò che passa, e che pure amiamo e ci fa vivere. La conclusiva Wastes Of Time riesce in maniera meravigliosa a parlare allo stesso tempo, e con una semplicità disarmante, d'amore e del nostro essere vivi nonostante tutto:

it's a sad world we were raised in
you could hate it but what's the use?
if you try I will try
when we fuck up it's alright
there is always more to life
than all these wastes of time


Elvis Depressedly - Big Break


Elvis Depressedly - Wastes Of Time

giovedì 25 giugno 2015

I know that she and I’ll be lonely together

Painted Fruits - Fruit Salad

Giorni mutevoli, poco sonno, molti treni. Se piove alla partenza dall'altra parte può esserci il sole. Concentrarsi su piccole incertezze quotidiane per non pensare a come sono più complesse le cose. Vedere sempre il cielo mezzo sereno e il bicchiere mezzo pieno? Ovvio. Ma chi lo fa? Io no di certo. Comunque mi è di buona compagnia un disco (anzi, una cassetta) che ho incrociato per caso su Bandcamp e che mi ha subito incuriosito per una sua strana mescolanza di leggerezza e sensualità, bassa fedeltà e approccio raffinato.
Loro si chiamano Painted Fruits, provengono da Victoria, Canada, e questo loro secondo lavoro si intitola Fruit Salad. Ascoltandoli, il primo paragone che viene in mente è quello con gli Orange Juice: stesse chitarre scintillanti, stessa atmosfera di romanticismo sornione che pervade le melodie, e soprattutto la stessa convinta pacatezza con cui vanno avanti a costruire un'idea di musica che, alla fine, rimane però sempre lieve, delicata anche quando tocca materie più scabrose (We Can Show You How To Feel Love). C'è addirittura un momento (Cheap Motel) in cui in qualche modo ricordano dei Fanfarlo più distesi sul punto di trasformarsi in una specie di svagato Bowie.
A tutto questo, i Painted Fruits aggiungono una sensibilità per certe ombre, momenti oscuri che si rivelano proprio lì dove i sentimenti si fanno più aperti e dichiarati ("it's so easy to change your love into nothing"). Sembra di intuire qualche situazione lasciva che però viene raccontata in una maniera che si arresta sempre un attimo prima di diventare decadente (Pick Up The Flowers). Da quanto leggo in giro, ai Painted Fruits piace presentarsi spesso sul palco in abiti femminili, mentre il singolo dell'album si intitola Gender ("a blur of genders clouded her vision / could no longer live this life of indecision"), ma tutto sembra avere sempre quest'aria divertita e leggermente surreale, un tocco di teatro ad ornare l'indiepop, imprevisto ma invitante.

(mp3) Painted Fruits - Gender


lunedì 22 giugno 2015

Expert Alterations


Il comunicato stampa che presenta gli Expert Alterations usa una buona formula, sintetica ed efficace: "minimal, but not skeletal". Nell'ep di debutto del trio di Baltimora, già uscito l'anno scorso su cassetta e ora ristampato niente meno che da Slumberland e Kanine Records, ogni elemento sembra infatti spoglio, secco e novembrino. Ma la somma che ne esce, quel suono asciutto, che vuole comprimere sia il livello di rumore sia le concessioni più melodiche, non per questo risulta scarno o limitato. Cinque canzoni in nemmeno tredici minuti che volano via in un attimo e ti costringono a rimettere il disco in loop. Gli Expert Alterations ripetono spesso che una delle loro principali influenze sono i Fall, a cui si possono tranquillamente aggiungere una buona dose di Television Personalities e di "stile" Flying Nun, Ma a me fanno tornare in mente anche un'altra classica e seminale band degli Ottanta, quei Josef K. che pur non essendo riusciti a esprimere forse tutto il proprio potenziale, hanno lasciato comunque un'eredità decisiva. Un nervosismo simile a quello della band scozzese serpeggia per queste tracce. Quel basso e batteria in primo piano, quelle chitarre tirate e aspre, e soprattutto quella voce impassibile, a tratti fredda, che comunque insegue melodie senza ombra di dubbio pop, mi fanno proprio pensare che questo EP avrebbe trovato un posto sicuro nel catalogo della Postcard.



Expert Alterations - Three Signs


domenica 21 giugno 2015

And then we fell into the sea

THE ACHARIS (Usa) in Italia per 3 date a Giugno!

Oggi è il primo giorno d'estate e si va al mare! L'occasione è delle migliori: un concerto sulla spiaggia, un dj set con un po' di amici, gli immancabili brindisi. Al QueVida di Porto Corsini, sulla costa ravennate, nuova location da segnare sulla mappa, arrivano per la prima volta in Italia The Acharis.
Duo di Oakland, California, formato da due veterani della scena indipendente locale come Mila Puccini (Healers) e Shaun Hunter (Diesel Dudes), combinano suoni post-punk, noise ed elettronica. I demo che hanno finora realizzato sono stati definiti "equally reminiscent of 90's art rock, 60's drug culture, and fucked up drum machine feedback of the future". Non è un caso che la loro label sia la Goth Horse.
Prima e dopo il concerto (occhio: è a orario aperitivo!) avrò il piacere di mettere un po' di dischi insieme a Fabio Merighi (Glamorama / Radio Città Fujiko), per il consueto set spalla-contro-spalla all'insegna del C'MON!
Ci si vede a banco!

(mp3) The Acharis - Best Wishes For A Bored Nation

martedì 16 giugno 2015

We wish there was a hell for some people

The Radio Dept. - Occupied

Sette, lunghi, oscuri e glaciali minuti: questo è Occupied, il nuovo, colossale singolo dei Radio Dept., pubblicato - come da misteriosi annunci - oggi da Labrador. La band svedese sembra continuare a inseguire la propria idea di musica elettronica, carica di malinconia e al tempo stesso di rabbia. A volte vorrei che Johan e soci fossero meno laconici, e raccontassero più a fondo cosa c'è dentro le loro canzoni, che cosa pensano dentro quelle lunghe pause tra le loro uscite discografiche. So che ogni loro gesto è ponderato, conosciamo il loro impegno, anche politico. Poi arriva un crescendo di piano e synth come quello che parte qui al quinto minuto, una tempesta tra New Order e qualcosa che evoca certi primi Rapture, e ogni parola diventa davvero superflua, tutto viene spazzato via. Bentornati!



The Radio Dept. - Occupied

martedì 9 giugno 2015

The Modern Age - a tribute playlist

The Modern Age - a tribute playlist

Oggi a Bologna è il gran giorno: a Vicolo Bolognetti arriva in concerto Julian Casablancas insieme ai suoi The Voidz (data prevedibilmente sold-out già da un po'). Se siete in zona e avete voglia di un fare un brindisi, arrivate presto e allungatevi al numero 5 della stessa strada, dove da qualche settimana ha aperto il magnifico giardino estivo di ZOO. Questa sera l'appuntamento con l'aperitivo "Play It Again" sarà tutto a tema "The Modern Age", e avrò il piacere di curare una playlist tributo alla più classica New York punk e rock'n'roll, dai Velvet Underground agli Strokes. Si comincia verso le sette: ci si vede a banco!

(mp3) The Strokes - The Modern Age

Seasons of the stereo

iji - Whatever Will Happen

È tardi, sto guidando e tutte le stagioni si confondono nei ricordi. La radio di notte racconta che è difficile aspettare l’amore giusto, l'amore che conta, e mentre ascolto mi metto a pensare se è una cosa che parla di me oppure no. Alcune canzoni le conosco, altre le avevo dimenticate, ma tutto scorre calmo, sono al centro del sogno e sono sveglio. Un groove disteso, una linea di basso che si insinua morbida, un sassofono sornione che ti accarezza. Whatever Will Happen è il nuovo album di Iji (credo si pronunci più o meno come una parola spagnola inventata), formazione guidata da Zach Burba per oltre un decennio, con una produzione copiosa e multiforme. Per la prima volta il cantautore di Seattle (ma originario dell'Arizona) ha portato il suo progetto dentro un vero e proprio studio di registrazione, coinvolgendo musicisti provenienti da band come Pill Wonder, Sick Sad World, Heavy Petting e Mega Bog. Il risultato è questo pop elegante che tiene assieme elementi di disinvolto soft-rock, sensuale funk notturno e schegge di sperimentazioni più introverse. Tornano in mente alcune cose del Destroyer più recente, ma Burba in realtà elenca influenze più complesse, dagli Eagles al jazz, da Laurie Anderson ad Arthur Russell. Per me, il suono a cui ambisce questo disco è descritto alla perfezione da un verso di Hard To Wait: "that world that may only truly be between closing your eyes and drifting off to sleep". C'è una brezza che arriva a sfiorarti, dentro queste canzoni, come certe notti d'estate, o forse come soltanto il ricordo di una notte d'estate di molto tempo fa, e che non ti ha mai abbandonato del tutto. Quel desiderio di scrollarsi di dosso ciò che siamo, come in un sogno, senza l'insopportabile impazienza dei nostri giorni, e abbracciare l'amore che ci aspetta dall'altra parte di questo lungo, lunghissimo viaggio. Insegne di stazioni di benzina, cartoline sbiadite, file di palme che delimitano un parcheggio, nomi di città tutti in fila, semplici colazioni che ti fanno sentire a casa. “Il sole sorge sopra il Burger Mart e mi elegge Poeta Laureato del MiniVan”: dentro questo motto infilato tra i crediti del disco Iji sembra condensare la sua poetica. Puoi quasi vedere il colore di quest'alba suburbana, annusare l'odore del caffè nella tazza di polistirolo, mentre le canzoni sfilano dolci una dopo l'altra, come svincoli di un'autostrada che arriva fino a te.



Iji - Hard To Wait

sabato 6 giugno 2015

Lestofante Beach!

Lestofante Beach!

Dopo una torrida settimana di festival e concerti, non c'è niente di meglio che rilassarsi sulla spiaggia del Lestofante (in Via San Petronio Vecchio 15/B a Bologna): aperitivi, piadine, sangria fresca e birre ghiacciate. La buona musica ce la mettono Germanarama (Sound & Vision) e il sottoscritto, in un infuocato duello in riva al mare, tra garage rock e Northern Soul.
A partire dalle sette, ci si vede a banco!

 (mp3) The Young Rascals - Too Many Fish In The Sea

venerdì 5 giugno 2015

We will be palm

PANDA KID

Tra i nomi che di solito vengono raccolti in quelle liste un po' generiche di "band italiane da esportazione" non capita spesso di trovare Panda Kid. È un peccato. Credo che in parte dipenda dal fatto che il progetto musicale del vicentino Alberto Manfrin in effetti ha ben poco di italiano, e in parte dev'essere che non tutti capiscono subito cosa diavolo sta succedendo dentro la sua musica. Panda Kid, che ha ha diviso palchi in giro per l'Europa con gente come Thee Oh Sees e Veronica Falls, e ha pubblicato anche uno split con No Monster Club, naviga (anzi, va allegramente alla deriva) nel vasto mare del lo-fi, suonando uno sporchissimo rock'n'roll che può mescolare coretti doo-wop, rumore incandescente, impazienza punk, secche drum machine, chitarre stridenti, ritornelli di un pop sfacciato e giocoso, voci perse tra i riverberi e riff che sembrano rubati a qualche classico surf. Se vi piacciono, per esempio, tutti quei gruppi che gravitano nell'universo Burger Records e affini, non vedo perché non dovreste amare Panda Kid soltanto perché non è californiano.
In ogni caso, il ragazzo è in partenza. Tra agosto e settembre sarà impegnato con un tour che toccherà entrambe le coste degli Stati Uniti. Per celebrare l'evento sta per vedere la luce una raccolta di singoli (impossibile definirlo un "Best Of"!), intitolata I Saw My Soul Leaving, in uscita congiunta per Lolipop Records / FDH Records / Already Dead Tapes. Nella tracklist sono inclusi anche due inediti, Sun Take Care Of Us e questa notevole, super-wavvesiana We Will Be Palm:


Panda Kid - We Will Be Palm

lunedì 1 giugno 2015

Road to Handmade 2015: I want to grow up

COLLEEN GREEN - I WANT TO GROW UP

I Want To Grow Up, l'ultimo disco di Colleen Green è uscito da qualche mese, ed è probabile che abbiate ormai familiarità con il suo rock asciutto e quella voce sottile come il suo profilo. Sono uscite un sacco di recensioni in giro, e praticamente tutto positive:
While the Ramones taught us all that we only need a few chords to make an endless number of perfect pop songs, most bands that have followed that model to the letter don’t have the ear for hooks, structure, or wordplay that their heroes did. Green does. [Pitchfork]
She’s all about simplicity. You could call her brand of guitar pop “minimalist” - but that would be way too contrived. The whole album is pretty much Green, a guitar, some bass and a drum machine – with the occasional synth thrown in. She’s a one-woman Bikini Kill/Garbage cross-breed. [The Line Of Best Fit]
This time out, she ups the pop side of the equation and some of the songs sound like '90s radio hits. Things That Are Bad for Me, Pt. 1 and Some People are like Juliana Hatfield and Blake Babies tracks, respectively, and the should-be hit single Wild One walks the same '70s power pop walk, with the same finger-snapping strut, that Ex Hex displayed on their 2014 album Rips. [AllMusic]
La cantautrice americana ci aveva abituato al suo stile diretto, quasi a due dimensioni, chitarra e drum machine (vedi anche qui Deeper Than Love oppure Whatever I Want), ma i momenti che preferisco in questo nuovo lavoro sono quelli in cui la musica cerca altre strade, più strutturate e consistenti, soprattutto grazie al contributo di Jake Orrall dei Jeff The Brotherhood, alla chitarra, e Casey Weissbuch dei Diarrhea Planet, alla batteria.
In qualche modo, il cambio di suono rispecchia quello di cui Colleen Green vuole parlare in questo disco: quel momento in cui ti rendi conto che devi prendere delle decisioni, e sei stanco di stare a immaginare come sarà la tua vita da adulto, soprattutto perché, beh è questa la tua vita da adulto. Quella in cui ti rendi conto di avere troppe dipendenze (Things That Are Bad For Me), di cedere ancora a troppe debolezze, e di avere qualche difficoltà più del dovuto nella tua vita sociale. Come fa tutta questa gente intorno a funzionare? E come faccio, io, a cambiare? C'è tutta un'ansia che filtra da queste "canzoncine" e che non la abbandona mai, nemmeno quando sostiene di "poter fare tutto quello che vuole", perché in fondo essere grandi dovrebbe essere questo. Oppure no?
Per essere una che passa come poco loquace ("How do some people talk so much? [...] I can't hold a conversation / I can't even pay attention"), Colleen Green ha rilasciato una quantità di interviste per promuovere il disco, e alcune mi ispirano un sacco di simpatia:
Yeah, I’m 30 years old, I’m an adult, I have my own thoughts, I do stuff, get over it, whatever… but it’s still really scary. [Stereogum]
It all started with the title. I had been thinking about a Descendents tattoo a lot—the ‘I Don’t Wanna Grow Up’ with the baby logo. A lot of my friends have that and a lot of people in general in the world have that. I just remember thinking, ‘That could be a cool tattoo to get …’ but going back and forth and thinking about that concept. Like getting a mantra tattooed on your body forever? It’s like… but you are gonna grow up. Maybe I don’t want that tattoo cuz I do wanna grow up. [L.A. Record]
"This record's a culmination of things I've been thinking about for the past five years," Green says. "It's about disease, health and being able to move on from things that are devastating in your life." In 2009, Green was diagnosed with myasthenia gravis, an incurable autoimmune disease that causes muscle weakness and fatigue. "It was an awakening," she says. "I realized how fragile our lives are."[L.A. Weekly]
When I wrote the last record, I was in a relationship, and this time I'm not. I was sort of hopeful about love at that point, but still cynical and kind of depressed about it. And now I am still depressed about love, but I also know that it doesn't matter, and that I shouldn't put too much importance on meeting someone because I am confident in what I'm doing, and that should be my thing. But I'm kind of a hopeless romantic. It would be really nice to meet someone and be totally in love and that would be it. But I just don't know if that can happen nowadays with the internet. [...] Actually, this guy that I've been kind of seeing, one of the main reasons I liked him—I mean, he's cool and everything, but one of the things I liked about him was that he didn't have an iPhone. Because I don't have an iPhone and everyone has an iPhone, which they're always looking at and doing nothing on. So I was like, nice, we're in this together. And then he fucking got an iPhone! [The Stranger]
Colleen Green sarà in concerto domani all'ottava edizione dell'Handmade Festival! Ci si vede a banco!

(mp3) Colleen Green - Pay Attention


giovedì 28 maggio 2015

Guestmix / Ragazzo di Periferia: "Radici Vol.2: Have You Gazed My Dancing Shoes?"


«Ciao sono Ragazzo Di Periferia, quello dreamy dub. Qualche tempo fa Enzo mi ha proposto di fare qualcosa su Polaroid. Non sapevo bene cosa, a parte il fatto che sarebbe stato qualcosa da ballare. Due anni fa ho mixato Radici (An Italian 70s Mix), un tributo all'amore per il prog italiano che diventava musica disco cosmica, e gli volevo dare un seguito. All'inizio degli anni Novanta Andrew Weatherall aveva già remixato Screamadelica e A Mix In Two Halves e Soon, io non sapevo ancora chi fosse Odette Di Maio e tutti in futuro si ricorderanno di Pump Up The Volume per Ofra Haza e non per gli A.R. Kane. Così Radici Vol.2 è un mixtape di 46m:05s su alcuni gruppetti che credevano possibile mischiare dream pop, shoegaze, Madchester e acid house. E ci sono anche gli A.R. Kane e i M/A/R/R/S. E ho pensato che avremmo potuto ballarlo qui.»


Radici Vol.2 (Have You Gazed My Dancing Shoes) by Ragazzodiperiferia on Mixcloud

Radici Vol.2: Have You Gazed My Dancing Shoes?

Don't Look Now – Chapterhouse [Dedicated, 1993]
Reflecter – Sun Dial [UFO Records, 1992]
On The Edge – That Uncertain Feeling [Dead Dead Good, 1992]
Blindfold – Curve [Anxious Records, 1991]
Souled Out – Supreme Love Gods [Beggars Banquet, 1992]
16 Years – Bang Bang Machine [Parallel Records, 1992]
Moon Llama – The Clouds [Wobble Records, 1991]
Anitina (The First Time I See The Dance) – M.A.R.R.S. [4AD, 1987]
Cherry – Curve [Anxious Records, 1991]
Junketing – Thousand Yard Stare [Polydor, 1992]
Baby Milk Snatcher – A.R. Kane [Rough Trade, 1988]

mercoledì 27 maggio 2015

Road to Handmade 2015: I wanna go fast

Warm Soda - Symbolic Dream

Matthew Melton, il baffuto cantante dei Warm Soda, ha detto in un'intervista che la musica rappresenta per lui "la fonte della giovinezza". E davvero, ascoltando l'ultimo album Symbolic Dream, pubblicato dalla Castle Face dei Thee Oh Sees (e in cassetta da Burger Records: accoppiata micidiale), ti si appiccica addosso un'adolescente voglia di fare festa, abbracciare gli amici di una vita, scuoterti come se l'estate non dovesse mai finire, piantarti di fronte alla ragazza più bella del liceo e baciarla davanti a tutti, in mezzo alla pista da ballo. Rock'n'roll spaccone, tutto assoli e stop-and-go, con chitarre glam e taglienti (e soprattutto una sezione ritmica compattissima), ma al tempo stesso pieno di melodie zuccherose e luccicante bubblegum pop. Belle come se la storia della musica si fosse fermata per sempre quando i Ramones suonarono quella cover delle Ronettes, queste dodici canzoni da due minuti, veloci e senza tregua, ti fanno saltare su una decappottabile che corre verso il mare e ti spingono ad alzare il volume a ogni ritornello.

I Warm Soda saranno in concerto il prossimo 2 giugno all'ottava edizione dell'Handmade Festival! Ci si vede a banco!


Warm Soda - I Wanna Go Fast

lunedì 25 maggio 2015

At your age you should know walk with no real place to go

Antony Harding

C'eravamo lasciati un anno fa con "la calma prima della tempesta", e nel frattempo la tempesta è arrivata e passata per davvero. Antony Harding pubblica il suo quarto album solista in un momento di passaggi e svolte non semplici della propria vita. Tra le ispirazioni del nuovo By The Yellow Sea il cantautore elenca "a summer touring China, the Swedish weather which always changes my mood, the end of a love". Tutti elementi che si ritrovano dentro questo primo singolo, Walk With No Real Place To Go, una ballata gentile e in apparenza lieve che però racchiude consigli a sé stesso fatti di profondo disincanto: "hold on tight and don’t let go / you should have walked years ago". Ritrovarsi da soli, con il cuore pesante, all'inizio di quello che sembra un cammino interminabile, e ripetersi che "at your age you should know walk with no real place to go" per farsi coraggio.
Antony racconta che la maggior parte del disco è stato scritta e registrata con una chitarra a 12 corde, per cui tra i suoi ascolti più recenti ci sono stati "a lot of Bob Dylan, Big Star, The Smiths, particularly the acoustic stuff, and anything that was played on a 12 string (The Byrds, America, The Eagles)". La sua musica, la sua scrittura e soprattutto la sua voce restano quelle di sempre: piene di tenerezza e conforto, anche quando ti ritrovi a pensare che non sai dove andare.
Il nuovo album arriva il 29 giugno, ma intanto è già disponibile il pre-order sul sito della We Were Never Being Boring.




Antony Harding - Walk With No Real Place to Go

venerdì 22 maggio 2015

Heart eyes

Peach Kelli Pop - III

Una delle migliori definizioni delle Peach Kelli Pop che ho letto in giro diceva più o meno "imagine the Ramones covering anime theme music", e davvero questa formula racchiude già molto di quello che c'è da sapere su questa band. Stesso approccio diretto e senza fronzoli al rock'n'roll, velocità sfrenata, melodie coloratissime e iperzuccherose, a cui si aggiunge anche una sincera passione per l'estetica pop giapponese. Non a caso nell'ultimo album, semplicemente chiamato III e pubblicato da Burger Records, ci sono titoli come Sailor Moon e Princess Castle 1987 ("You glowed pink and green, death stare and laser beam / I knew it was you then, in 1987"). Ma dentro queste canzoni, in cui le Peach Kelli Pop abbandonano certe forme più lo-fi delle produzioni precedenti e suonano più compatte che mai, puoi leggere tra le righe una consapevolezza non così scontata: "Here comes a big big man / tells me what I can and cannot do / Who my body belongs to / cuz I don’t seem to have a clue” (Big Man). Queste fanciulle faranno pure gli occhi a cuore e canteranno di arcobaleni, supereroi da cartoni animati, amori e feste su spiagge per nudisti, ma ci tengono a farti sapere che non per questo sono da considerare delle bambole di plastica (vedi la beffarda di Plastic Love).
Le Peach Kelli Pop sono la creatura di Allie Hanlon, cantautrice di Ottawa, Canada, ora residente a Los Angeles e già batterista per i White Wires. La sua musica mi ha fatto tornare in mente un'altra band da sempre innamorata dei Ramones, di un "bubblegum punk" fulminante e dell'immaginario giapponese, ovvero gli Helen Love, o almeno quelli delle origini. Ma nonostante riescano a condensare dieci canzoni in venti minuti, le Peach Kelli Pop sono capaci di conservare una leggerezza e una dolcezza tutta loro. Mi viene in mente che forse qui si è tramandato qualcosa dello spirito delle (fin troppo sottovalutate) All Girl Summer Fun Band, magari senza le stesse influenze retrò, ed è per quello che trovo questo disco così incantevole. Ma come la stessa Hanlon ha dichiarato in un'intervista a Flavorwire, «please don’t call my music "twee"». Ok, vada per "adorabile" allora!

(mp3) Peach Kelli Pop - Heart Eyes