mercoledì 29 giugno 2016

We Were Never Being Boring night @ Covo Summer Club!

We Were Never Being Boring night @ Covo Summer Club!

Questa sera al Covo Summer Club, l'estivo nel super confortevole cortile del Covo, la nostra piccola etichetta farà una festa e siete tutti invitati! Per questa nuova "We Were Never Being Boring Night" suoneranno BIRTHH, Brothers In Law e Love The Unicorn: in fondo WWNBB è proprio così, un po' indiepop, un po' shoegaze, e a volte abbiamo voglia di un po' di elettronica ma con un sacco di soul. Stasera non mancherà nulla. E dopo i live ci saremo anche io e Guagno a mettere un po' di dischi! Tutte le info qui: ci si vede a banco!



BIRTHH - Queen Of Failureland


Love The Unicorn - Don't Look At Me In That Way


Brothers In Law - Through the Mirror


martedì 28 giugno 2016

If there ain't no headache, it wasn't fun

Petite League - NO HITTER

Tu sei il mio il colore preferito, il mio numero fortunato, il maglione che non toglierei mai. D'amore parlano tutti, d'amore parleremo poi: questa è solo la nostra storia, questa è l'unica cosa che conta ora. La maniera travolgente in cui ti sbattono addosso le canzoni dei Petite League ha, per me, qualcosa di unico e risaputo al tempo stesso, e non voglio smettere di ascoltarle, come non si smette mai di pensare all'estate o al sorriso di qualcuno. Chitarre a perdifiato, parole sincere di inesauribile adolescenza e sanguigno indie rock da cantina. Ci si innamora in un attimo, ci si perde e non ci si dimentica più. Questa è l'età in cui anche i rimpianti hanno il sapore della cosa nuova, "I fell in love the morning you left me", e ci si guarda intorno in questi inconsueti costumi da adulti, senza risolversi ancora a decidere quale sarà la strada. La prima volta che avevo scritto dei Petite League ero semplicemente incantato dalla loro giovinezza. Nel suo nuovo album No Hitter Lorenzo Cook si conferma capace di mettere a fuoco quei meravigliosi istanti di esitazione che rendono la vita degna di essere vissuta: "Maybe I fall in love with the same thing in everyone / but maybe it’s just better to have nothing with no one". Pop punk irresistibile (Annie) che ti fa venire voglia di ballare e scappare via tenendosi per mano (Tylenol). E anche se la grammatica emo è stata metabolizzata ormai del tutto, c'è una nuova consapevolezza scritta in grande a pennarello sul muro: "There ain't no crying in Petite League, no", come recita la title track. Ci sono sempre feste, sbronze, la ragazza che indossa la tua maglietta tra le lenzuola la mattina dopo . Ci sono sempre amici francesi che abitano a New York e che ti ospitano sul divano pieno di polvere. Ci sono sempre le cicatrici e i ricordi che fanno venire il singhiozzo e che ho ricoperto con tre strati di vernice quando sei andata via. C'è anche una bonus track come Guetta che porta verso territori quasi Cloud Nothings ("David Guetta don’t get us / David Guetta don't care": LOL), e che mostra come Cook sappia anche spingere sull'acceleratore quando vuole. Questo disco non racconta la giovinezza, questo disco è la giovinezza, e suona forte esattamente come quella stagione in cui le mille idee, i mille pensieri, i mille innamoramenti che ti centrifugano ogni secondo cuore e cervello sono ancora un racconto, il tuo, il mio, il tuo e il mio.



Petite League - Tylenol


Petite League - No Hitter

sabato 25 giugno 2016

She Said Destroy live @ polaroid!

She Said Destroy live on polaroid

She Said Destroy live on polaroid

Quella di un paio di lunedì fa, sulle frequenze di Radio Città del Capo, è stata una puntata di "polaroid alla radio" speciale e importante! Mentre il resto d'Italia si guardava una partita della nazionale di calcio, una piccola gang di ragazze parecchio rumorose ha letteralmente occupato gli studi di Via Mura di Porta Galliera, e io sono stato ben felice di affidare a loro il timone della trasmissione.
Prima, insieme a Sara, abbiamo presentato il nuovo numero di Hello Dirty, agguerrita fanzine metà italiana e metà statunitense giunta da poco alla quarta uscita. Nella seconda parte, invece, sono tornate a trovarmi le She Said Destroy, fresche di 12'' split con le Signorine Taytituc, che proprio in questi giorni sono in giro in Europa per il loro tour d'addio (purtroppo!). La Emy e la Stefania erano già state a polaroid quasi quattro anni fa, le avevamo praticamente tenute a battesimo! E così, prima che il duo entri definitivamente in ibernazione, ho voluto chiamarle a far tremare ancora i vetri degli studi di Via Mura di Porta Galliera.
Qui trovate il podcast integrale della puntata, con le nostre chiacchiere e i brindisi, mentre qui sotto ci sono le tracce che il duo punk ci hanno regalato dal vivo:

She Said Destroy live @ polaroid - un blog alla radio
Radio Città del Capo - 2016/06/13


- Gardening
- NO
- Brigitte

venerdì 24 giugno 2016

Brexit music (for a film)

Brexit music (for a film)

Qualche giorno fa era uscito un notevole articolo di Laura Snapes su Pitchfork intitolato "The UK Leaving the EU Would Change the European Music Industry". Era stata una lettura abbastanza angosciante, in cui si parlava delle conseguenze sul settore musicale della possibile uscita del Regno Unito dall'Europa, e trattava di distribuzione, booking, festival, diritti d'autore.
Se volete, trovate un articolo "gemello" anche su Dazed: "What would Brexit mean for the music industry?".
Oggi, a fatti compiuti, mentre aleggia ancora una specie di atmosfera da Black Mirror e non è ancora ben chiaro quali saranno gli sviluppi nell'immediato futuro, Billboard tenta una prima analisi degli effetti di questa mesta giornata:
The implications for the music industry are similarly grave with the decision to leave the economic stability of the EU anticipated to impact heavily on the live sector. [...] Now the U.K. has voted to leave, there is the distinct possibility that acts will require separate working visas for each EU country they wish to visit. [...] Brexit also carries serious implications for how copyright is protected and enforced throughout Europe. At present, the European Commission is reviewing copyright legislation, including safe harbor provisions, as part of its Digital Single Market strategy. The U.K. stood to benefit from those regulations and, just as importantly, have a voice in how they are devised. That’s no longer the case...

UPDATE 26/6: Here’s how the UK’s Brexit from the European Union could affect the music and film industries - via Consequence of Sound

UPDATE 28/6: Gavin Dunbar (Camera Obscura) Talks Being a Scottish Musician Post-Brexit - via The Talkhouse

mercoledì 22 giugno 2016

Hater

HATER - RADIUS (PNKSLM)

Ieri mi sono dimenticato di Midsommar. Manco dalla Svezia ormai da troppi solstizi e mi sta per assalire la malinconia. Per fortuna la PNK SLM continua a farmi scoprire musica magnifica da quelle parti. L'ultima uscita della label svedese è il singolo di debutto di un quartetto di Malmö, gli Hater. Si sono formati appena all'inizio di quest'anno, ma sembrano avere le idee già piuttosto chiare sull'idea di suono che intendono raggiungere. Dichiarano di amare i contemporanei Alvvays e Radio Dept. ma si ispirano anche a classici come Pretenders e Neil Young. Di sicuro, la prima cosa che colpisce è la voce di Caroline Landah, strappata e drammatica ma al tempo stesso molto calda e coinvolgente. Chitarre nervose e atmosfere tese, melodie che potrebbero diventare epiche in un soffio ma che restano in qualche modo sempre introverse e danneggiate. L'album vero e proprio è atteso entro la fine dell'anno, intanto oggi festeggiamo (anche se in ritardo) l'inizio dell'estate.



Hater - First Time

martedì 21 giugno 2016

Making noise

City Yelps - The City Yelps Half Hour (Odd Box Records)

Un disco perfetto per celebrare il trentesimo anniversario della celebre compilation C86. Il debutto dei City Yelps arriva direttamente da quella tradizione fanzinara, sarcastica e ingegnosa che animava la scena indipendente inglese di metà Anni Ottanta. Basta prendere la copertina fatta a mano di questo dodici pollici: una fotocopia in due colori con i ritagli incollati, e proclami e didascalie battuti a macchina. "The slightly out of tune guitars of autumn wound my heart with a monotonous languor", dicono di Light & Classical: molto bello, se non fosse che le chitarre dei City Yelps non sono MAI "slightly out of tune". Il trio di Leeds convoglia tutto il rumore che riesce a tirare fuori da una strumentazione che sembra debba cadere a pezzi da un momento all'altro, e seppellisce melodie storte Flying Nun sotto fragorosi rimbombi. Ho controllato più di una volta se la puntina del giradischi avesse dei problemi. No, tutto ok: questo disco va ascoltato proprio così. In generale, The City Yelps Half Hour (pubblicato da Odd Box Records, una garanzia) prende il lato più pop di un suono alla Swell Maps e lo condensa in pezzi veloci da un paio di minuti al massimo. Bruciare tutto e in fretta. Ci sono momenti folgoranti, come l'apertura di Shut Up, che ti fa pensare a come sarebbe un classico rock'n'roll alla Back In The U.S.S.R. scritto dai Fall, oppure la programmatica Making Noise ("you too can write a song like this"), o la lunga coda di Canyons, con rumore di bottiglie e vetri rotti, e la cantina dove stanno registrando che probabilmente crolla. C'è spazio anche per un divertissement stoogesiano di sette minuti come The Corn. I City Yelps non si risparmiano. La loro musica trascende la categoria troppo intellettuale del lo-fi e ritorna in maniera brillante e con forza alle origini di uno stile.






venerdì 17 giugno 2016

The news are saying you don't love me anymore

Adam Olenius - News Are Saying

Proprio ieri leggevo questo articolo sul Guardian intorno al modo in cui i social network hanno modificato la nostra percezione delle relazioni sentimentali ("it gives each of us the same kind of weird relationship that celebrities have long had with paparazzi"), e oggi arriva Adam Olenius a cantare "The news are saying you don't love me anymore". Come se la fine di una storia d'amore fosse oramai principalmente una faccenda pubblica, un'argomento da condividere prima che da vivere.
Per chi non lo sapesse, Adam Olenius è il cantante dei nostri amati Shout Out Louds, i quali proprio in questi giorni sono in studio a registrare il quinto (e un po' inatteso) album. Sia prima che dopo l'ultimo Optica del 2013 sono stati parecchi i side-project che hanno tenuto impegnato i nostri eroi (A Nighthawk, Serenades, Amason, Little Gang...) ma un lavoro solista del frontman ancora mancava all'appello. Adam pubblica il suo EP d'esordio dal titolo programmatico Looking Forward To The New Me il prossimo primo luglio, sulla propria label ABWO. Sulle pagine di UnderTheRadar ha detto:
Here it is. My solo debut. In the shape of 5 songs I started writing a few years ago and finished just a few weeks ago. Songs written at home, in the elevator, on airplanes, in bars, and in between soundchecks. No filters, no time to think. Pushed record and started singing. Songs about love, death, alcohol, money, and other current affairs. I produced most of the EP with my friend and producer Måns Lundberg and two tracks by myself. This is the first glimpse of my new direction. My new road. My fire lane. Looking forward to the new me.
Ad anticipare la raccolta il singolo News Are Saying: "a song about loneliness, inspired a tiny bit by the movie Leaving Las Vegas with Nicolas Cage and Elisabeth Shue. About someone who is sort of fine about everything going south". Chissà quanto c'è di autobiografico qui. Al pezzo collaborano anche le sorelle Miranda ed Elektra June Kilbey-Jansson della band Say Lou Lou (e il gioco tra le voci qui ricorda molto quello con Bebban Stenborg in alcuni dei momenti migliori degli Shout Out Louds). Adam dice di volere ispirarsi a Carol King, Todd Rundgren e Robert Wyatt, e una definizione di questo suono che a quanto pare gli piace è "America (the band, not the country) meets Go Betweens". Aspettando il ritorno degli Shout, benvenuto Adam!


Adam Olenius - News Are Saying

giovedì 16 giugno 2016

Oh, has the world changed, or have I changed?

The Smiths 'The Queen Is Dead'

C'è stato un periodo della mia vita in cui recitare in religioso ordine "The Queen Is Dead / Frankly, Mr. Shankly / I Know It's Over..." e così via, fino all'ermetica conclusione di "Some Girls Are Bigger Than Others", provocava gli stessi brividi del mantra Zoff Gentile Cabrini Scirea di una generazione prima. Quella era la nostra Coppa del Mondo, quello era il nostro Giro della Vittoria sudati e sfiniti alla fine dell'adolescenza. Non era il mio album preferito degli Smiths, io sono più un tipo da scarti aspri e ruvidi demo alla Hatful Of Hollow. Ma The Queen Is Dead era la rocca inespugnabile, le Tavole della Legge, la pietra su cui era fondata la nostra Chiesa. Roboante e grandioso, un disco che non andava per il sottile, "I want to go down in musical history", e che si divertiva a spazzare via regine e poeti, preti e discografici. Tra le più scintillanti chitarre che Johnny Marr avesse mai scritto, in mezzo agli arrangiamenti sontuosi congegnati dall'allora giovane Stephen Street, Morrissey sembrava a suo agio come non mai lassù, sul proprio pulpito fiorito. Mettere in discussione quella miseria che i comuni mortali chiamavano monarchia alla fine sembrava quasi un passatempo. Mettere in ridicolo la Chiesa non valeva quasi nemmeno la fatica, con quel tutù era troppo facile. "It's so easy to laugh, it's so easy to hate, it takes guts to be gentle and kind". Stavamo diventando grandi? C'erano cose più importanti, e noi ragazzi con la spina nel fianco le conoscevamo bene. Noi sapevamo come si era sentita Giovanna D'Arco mentre le fiamme cominciavano a sciogliere il suo walkman, e nei nostri occhi accesi leggevi tutto l'orgoglio, nelle nostre parole forbite percepivi tutta la gravità della nostra missione. Quel "plundering desire for love" che sentivamo non era mai stato raccontato così bene. Portami fuori stasera, dove ci sono luci e c'è gente. Portami fuori ancora, ché The Queen Is Dead compie trent'anni. E anche se non sono più così sicuro che oggi mi butterei sotto quell'autobus a due piani, e nonostante Morrissey, a volte, sembri sempre più lontano come il Novecento ("has the world changed, or have I changed?"), appena ricominciano quelle note,io continuo a sapere che c'è una luce che non si spegne mai.

martedì 14 giugno 2016

You have no right to be depressed

Car Seat Headrest: Teens of Denial

Chi è giovane deve mirare al cielo. L'ambizione perfetta assomiglia all'abilità di saper prendere a spallate da un lato l'arroganza ottusa e dall'altra lo sterile desiderio. Riuscire a farsi largo nel mezzo, restare in equilibrio per arrivare di fronte a sé stessi e reggere lo sguardo. L'ambizione non si concede dubbi. Joe Gets Kicked Out of School For Using Drugs With Friends (But Says This Isn't a Problem) è un titolo quanto meno ambizioso. Si trova dentro Teens Of Denial, il nuovo disco di Car Seat Headrest. A un certo punto della canzone compare addirittura Gesù. È parecchio arrabbiato con Joe, il personaggio interpretato da Will Toledo lungo tutto l'album. A una festa, imbottito di droga, davanti a tutti i suoi amici Joe si becca una dura predica: "Chi sei tu per disobbedire alle parole del Padre mio? Chi ti credi di essere? Tu, feccia della Terra". Non male come punto di partenza. Ce ne sarebbe abbastanza per deprimersi e non riprendersi mai più.
Ma è la domanda che mi interessa, e che muove sia questa canzone, sia il resto del disco. Teens Of Denial è una lunga, barocca, verbosissima e straripante storia che racconta la ricerca della risposta al "chi sei tu". Joe non è ancora un adulto, i suoi errori glielo ricordano a ogni passo ("How the hell was I supposed to steer this ship? It was an expensive mistake" - da The Ballad Of Costa Concordia), e d'altra parte non è più un ragazzino, nemmeno un "ragazzino stiloso / al passo con lo stile dei tempi moderni".
Il disco si apre proprio quando Joe si rende conto che il suo vanitoso nichilismo potrebbe diventare universale ("I’m so sick of - fill in the blank") ma che questo non lo porterebbe da nessuna parte. "I have nothing but questions / I need answers, those would fill me up" ribadisce disperato in Not What I Needed. Le risposte non sono gratuite, e Joe sperimenta una sofferenza che lo tormenta sia nel cuore sia nel mondo là fuori: "If you really wanna know yourself / It will come at the price of knowing no one else" (Cosmic Hero). Mi ha ricordato quasi una frase da La vita dopo Dio di Coupland. Ma sopratttuto, nella trama del disco, sembra di assistere in diretta, una strofa dopo l'altra, alla dolorosa formazione di un Super-Io da manuale. Unforgiving Girl tira le somme senza tanti complimenti: "Well, everyone learns to live with themselves / And you're not the only one who's been through hell". Non è un caso che nell'ultima canzone di Teens Of Denial, la più breve in scaletta, Joe si veda all'improvviso da fuori. Un momento sospeso, del tutto casuale, un'immagine qualunque del mondo in cui l'unica cosa che conta è l'intenzione di un gesto (sentimentale e disinteressato), e non più il continuare a chiedersi quale sia il proprio posto e la direzione da seguire. 
Will Toledo, con la sua voce roca e lamentosa, la sua faccia quasi impassibile e la sua aria da nerd un po' distratto, ha realizzato un disco monumentale, capace di riassumere e fondere la potenza sonica delle chitarre dell'indie rock classico (Built To Spill e Modest Mouse i primi nomi che vengono in mente), la letterarietà di certi National o certi Okkervil River, con un'urgenza post-adolescente, sincera e bruciante, che è unicamente sua e della sua ambizione.



lunedì 13 giugno 2016

Beard on a bike

Bubblegum Lemonade - Beard On A Bike

Ti ricordi quel periodo in cui il "suono Matinée" sembrava racchiudere tutto quello che volevi dall'indiepop? Non sapevi niente per settimane o mesi, poi arrivava una newsletter e in un attimo era primavera. L'altro giorno ho visto la notifica "New EP from Bubblegum Lemonade!" sul telefono mentre ero in bici e me ne sono dimenticato quasi subito. Eppure la band scozzese continua a tenere alta come sempre la bandiera di un jangle-pop splendente, nemmeno troppo malinconico e "instantly catchy", come recita il comunicato stampa. Ora tornano con questo nuovo EP Beard On A Bike, anticipazione di un album intitolato The Great Leap Backward in arrivo a fine anno. Eppure, questa piccola canzonetta simpatica, con le sue chitarre squillanti, mi ha fatto pensare che la stessa idea di twee, codificata, diffusa e superata, a volte non sembra più rappresentare una certa sfumatura della nostalgia, ma in qualche modo diventa una formula per raccontare la nostalgia di quando si provava davvero nostalgia.



Bubblegum Lemonade - Beard On A Bike

giovedì 9 giugno 2016

I guess I thought there would always be another chance

Chris Cohen - As If Apart

Come sabbia che scorre via dalle dita, la musica di Chris Cohen ha qualcosa di inafferrabile. Rimani in ascolto, inseguendo gli accordi distesi del piano elettrico, il ritmo svelto di un jazz ovattato oppure il turbine delicato delle chitarre. Ma il quadro nel suo insieme sembra ogni volta avere i bordi sfuocati, mobili, le misure non tornano, hai davanti un trompe l'oeil fatto di note. La musica di Chris Cohen è un caleidoscopio sfuggente. Eppure, dentro quel tempo che sembra sospeso come un sogno, la vita si può rivelare in maniera nettissima. Il nuovo album di Cohen, As If Apart, pubblicato ancora una volta da Captured Tracks, dissemina indizi di una storia molto triste: "can't tell if there is any more world without you". Le immagini non sono quasi mai consequenziali, come del resto ogni melodia sembra sempre rimanere in qualche modo aperta, ma all'improvviso vengono interrotte da squarci di una chiarezza micidiale: "this life is no longer mine / but it's still yours". Quello che sembrava lieve e svagato, appena colorato di psichedelia, appare ora alla deriva: "one half is not enough to have". Le linee fluide in uno spazio senza confini disegnate da queste canzoni, guidate da quella voce sottile eppure calda, si raccolgono alla fine in una fiaba malinconica: "yesterday's on my mind" resta l'ultima amara parola di questa magnifico disco.


Chris Cohen - In a Fable


Chris Cohen - Drink From A Silver Cup

lunedì 6 giugno 2016

I can shred this city with my canine tooth

HIS CLANCYNESS – PALE FEAR

Inchioda questa città, brucia questa città, riducila a brandelli. Pianta i tuoi canini fino in fondo alla carne, fino in fondo alla paura. Radila al suolo, questa città.
His Clancyness torna a farsi sentire a tre anni da Vicious e si aggira con occhi con occhi spalancati e famelici nel nuovo paesaggio. Pale Fear è il nuovo singolo, sporco e battagliero, prima anticipazione dell'album che arriverà in autunno. Pale Fear è stato registrato negli Invada Studios dei Portishead a Bristol con la collaborazione di Stu Matthews (già al lavoro con Beak, Horrors, Anika e, appunto, gli stessi Portishead). Chitarre e synth si mescolano, tra rimandi dichiarati a Bowie e Swell Maps. C'è tensione in queste note, c'è il sapore di ferro della paura nella bocca. Ma c'è anche sfida, la paura inseguita e cercata: "I wound up in a city to find pale fear / Taking time to get scared / Gimme gimme pale fear". La canzone attraversa due quartieri molto diversi di questa città: la prima parte rimbomba più sospesa, incerta e interrogativa, mentre la seconda, nervosa, non aspetta che il rintocco di uno "yeah!" per scagliarsi energica ed esplodere. La "pale fear" (espressione che rimanda addirittura a Shakespeare?) è quella che ti fa riscattare da "sometimes I feel like a failure" al suo opposto "fight this city / to the ground".


His Clancyness - Pale Fear

domenica 5 giugno 2016

Balearic Bassa 2016: a banco!

Balearic Bassa

Sono in partenza per il Barchessone Vecchio, uno di quei curiosi incroci di coordinate per cui non è mai logora l'espressione "luogo dell'anima". Da queste parti ha il suo quartier generale la Fooltribe, qui si tiene Musica Nelle Valli, e qui ho visto concerti stupendi in momenti irripetibili. Ogni tanto, il Barchessone diventa anche quel singolare crocevia dove la Bassa emiliana incontra il Balearico: accade grazie alla Hell Yeah Recordings, label e molto altro promossa dall'amico di una vita Marco "Piddu" (o "Peedoo", come scrive la stampa straniera) Gallerani.
Balearic Bassa è ormai un appuntamento fisso ogni inizio di giugno, e ogni tanto anche io mi qui ritrovo a mettere dischi davanti a gente che lo fa per mestiere. Piddu quest'anno mi ha richiesto un set di "mellow covers" (qualunque cosa siano), non so cosa ne uscirà ma mi sono divertito molto a preparare la playlist. E poi mettiamo da parte gli imbarazzi, qui c'è da brindare, ascoltare musica meravigliosa e godersi la cucina strepitosa del Barchessone.
Le info dell'evento facebook sono qui. Ci si vede a banco!


Planet Rock VS polaroid alla radio!

LUCA DE GENNARO: PLANET ROCK - L’ULTIMA RIVOLUZIONE

Lunedì scorso, durante “polaroid – un blog alla radio“, il programma in onda ogni lunedì sera da Bologna su Radio Città del Capo, ho avuto il piacere di avere in collegamento telefonico Luca De Gennaro, dj, giornalista e molto altro, e soprattutto storico conduttore della storica trasmissione radiofonica Planet Rock, a cui è dedicato un bel libro uscito da poco.
C'è addirittura una piccolissima parte di polaroid dentro quel libro (ed è per me un grande onore), ma soprattutto credo ci sia un grande debito nei confronti dello spirito di Planet Rock dentro quello che oggi fa oggi polaroid: per me è soltanto un passatempo ma allora, dalle frequenze "complicate" di Radio Rai, si trattava dell'opera di un gruppo di pionieri.
Al netto della ricostruzione di un'epoca musicale molto precisa e (forse) irripetibile (l'ultima rivoluzione del sottotitolo), e oltre alle divertentissime sbobinature delle trasmissioni live, il libro racconta bene proprio questo: quanto fu difficile, ma anche entusiasmante, portare in onda a livello nazionale "la visione soggettiva di qualcuno che era dentro l'esperienza dei consumi musicali in corso, e che perciò superava d'un getto classificazione, erudizione, analisi dietrologiche". Questa "competenza vissura sul campo" fu immediatamente recepita dal pubblico, intercettò un bisogno che era nuovo per quell'epoca: e da lì nacque una formidabile community "pre-internet" che ancora oggi resiste e tiene alta la bandiera di Planet Rock.

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mercoledì 1 giugno 2016

Indiepop jukebox (maggio '16)


Talking Bush
Il giovane e prolifico Nikita Bushmanov, da San Pietroburgo, pubblica dischi da tempo con il nome Talking Bush. L'anno scorso un suo EP è stato anche ristampato da Shelflife. Ma il nuovo Aquamarine Blues EP mi sembra mostrare un netto miglioramento: i synth si sono fatti meno ingombranti e le melodie scorrono morbidissime. Evidente l'ispirazione morrisseyana, d'accordo, ma per tutti noi orfani dei Cats On Fire è quello che ci vuole.




Big Baby - Dumb Guys
Dumb Guy è il primo EP per i Big Baby, giovane band di Richmond, Virginia, che ha esordito dal vivo appena un paio di settimane fa! Ali, Chris e Brian si dichiarano fan di Rose Melberg e Talulah Gosh, ma vista la dolcezza di queste tre piccole tracce, io aggiungerei anche una bella influenza del suono di casa Matinée.




Long Limbs -  Everything you're thinking about, think about it less
"Everything you're thinking about, think about it less": sante parole (a volte). Sono quelle che hanno scelto come titolo del loro prossimo EP i Long Limbs, ovvero Pete Eason-Daniels (chitarra e voce) e Tom Pool (batteria e voce). Il duo di Sheffield, dopo un furibondo 7'' uscito lo scorso anno, torna su Delicious Clam Records, e dato che questa sgangherata All My Friends Are Older Than Me mi ha ricordato all'istante i Let's Wrestle mi stanno già supersimpaici.




 Tape Waves - Look Away
Imbattersi, nel 2016, in una canzone che trabocca così tanto soave candore lascia quasi senza parole. I Tape Waves sono un duo nella vita e nell'arte (con uscite già all'attivo su Bleeding Gold Records) proveniente da Charleston, South Carolina. Questa loro nuova canzone si trova proprio all'interno di una compilation dedicata alla promozione della scena musicale di quello Stato. L'iniziativa è della webzine SceneSC, e anche il resto della raccolta merita un ascolto, potrete fare alcune belle scoperte.




Pale Lights - Séance For Something EP
Nuovo EP per i Pale Lights, l'ultima band di Philip Sutton, già componente di Comet Gain, Cinema Red & Blue e Soft City. A due anni di distanza dall'ottimo Before There Were Pictures, ora arriva questo Séance For Something, quattro canzoni che confermano un'ispirazione raffinata, tra Lloyd Cole e Go-Betweens, e una scrittura elegante fuori dal tempo. Consigliatissimi.




Blue Jeans - Songs Are Easy
Forse conoscete Tim Sendra come firma onnipresente della All Music Guide (quanti dischi ascolterà ogni giorno questo martire dell'indiepop?), o magari qualcuno se lo ricorderà per la band Anni Novanta dei Veronica Lake. Ma probabilmente non tutti sapevano che Sendra è tuttora in attività e la sua nuova band ha il nome super-google-friendly di Blue Jeans. Il suo ultimo album Songs Are Easy, pubblicato dalla benemerita Jigsaw, si muove tra suoni asciutti alla Vaselines e citazioni di Buddy Holly. Produce un altro veterano come Fred Thomas dei gloriosi Saturday Looks Good To Me.




 Cocktails - Hypochondriac
Hypochondriac dei Cocktails, canzone che anticipa e dà il titolo al prossimo album della band californiana, ha un bel tiro e soprattutto quell'aria allegra e contagiosa che ricorda i migliori Tullycraft. Il sound robusto e compatto è stato messo a punto nei Tiny Telephone Studios di John Vaderslice, dove i Cocktails raccontano di essersi divertiti molto a rinforzare gli arrangiamenti sfruttando l'enorme collezione di synth analogici. L'album è in arrivo il mese prossimo via Father/Daughter Records.




Ciggie Witch – ‘Walking the Tracks’
Zac Denton (The Ocean Party), Ashley Bundang (Totally Mild) insieme a Mitch Clemens e ad altri musicisti della scena di Melbourne portano avanti da alcuni anni i Ciggie Witch: band dal sound super rilassato e slacker, ideale congiunzione tra Mac DeMarco e Real Estate, praticamente il paradiso per me. Il nuovo album si intitola Classic Connection e da quello che si può già sentire è una meraviglia che ci accompagnerà per tutta l'imminente estate. Garantisce Lost and Lonesome Records!




Trudy and the Romance - 'He Sings'
Dicono di suonare "pop Anni Cinquanta mutante", che magari potrebbe anche rivelarsi una buona idea di marketing, e poi hanno le facce di tre che deve essere divertente incontrare al pub. Loro si chiamano Trudy And The Romance, provengono da Liverpool e sostanzialmente sono dei rockabilly. Più suonano sporchi, come in questa He Sings, più sono efficaci. C'è quel tocco strascicato nella voce sempre sopra le righe, un King Krule nato quarant'anni prima che si butta sul rock'n'roll senza ironia (altra cosa che potrebbe rivelarsi una buona idea).




 The Orielles - Sliders
Nuovo singolo per The Orielles, due fanciulle e un ragazzo provenienti da Halifax. Sliders è la mia canzone preferita nel loro ultimo EP Jobin, pubblicato da Art Is Hard, la traccia dove la loro sbarazzina commistione di sonorità Sixties Motown e chitarre indie rock, si colora al meglio con una giusta dose di aggressività. In qualche universo parallelo, dove ancora c'è qualcuno che balla sui dancefloor degli indie club, questa semplice e irresistibile canzone è una piccola hit.

lunedì 30 maggio 2016

Don't say sorry

'polaroid – un blog alla radio' – S15E27

“polaroid – un blog alla radio” – S15E27

Easy Love - No One Like You
Pre-Nup - Wrong Your
BOYS - In My Mind
Baseball Gregg - Sad Sandra
The City Yelps - Light & Classical
Terry - Don't Say Sorry
Parquet Courts - One Man No City
Oscar - Be Good
Fruit Bats - From a Soon-to-Be Ghost Town
Sonny & The Sunsets - Moods

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