martedì 26 luglio 2016

"Mellow covers": for Hell Yeah / Lodown Magazine

 Lodown presents: Enzo Baruffaldi 'Mellow Covers'
«Quando Peedoo mi chiama a mettere dischi da qualche parte, io in realtà non penso quasi mai alle playlist. Piuttosto, me lo rivedo di fronte, nel nostro vecchio playground, che mi aspetta all'altezza del tiro libero con le mani sui fianchi. Io ho la palla e sono ancora fuori dalla linea dei tre punti. So bene che arrivare a quel canestro sarà molto, molto difficile. Andare a mettere musica nella metà campo di Piddu è un'azione che richiede ogni volta impegno e sudore. La convocazione per il Balearic Bassa 2016 riportava un compito preciso: un set di "mellow covers". La prima cosa a cui ho pensato è stata che volevo aprire con i Math And Physics Club che rifacevano Angel Gone. Non solo perché è una delle mie canzoni preferite dei Beat Happening, ma anche perché rappresenta uno dei miei ideali di cover indiepop: è come se la piccola band di Seattle avesse suonato il negativo dell'originale, ribaltando le asprezze in qualcosa di tenero e dolce, riuscendo però a raccontare lo stesso tutta l'amarezza di quella storia. La seconda traccia che mi è venuta in mente è stata la versione di Friday I'm In Love degli Yo La Tengo: forse è più scontata, ma bisogna riconoscere che probabilmente gli YLT sono i campioni mondiali della "mellowness". Non restava che unire i puntini tra quei due poli, e già così era una bella sfida, giocandosela punto a punto, tirando in mezzo un po' di amici, un po' di vecchi cavalli di battaglia, e senza mai perdere di vista i requisiti della missione iniziale. Spero che questo nastrone vi piaccia, almeno tanto quanto è piaciuto a me metterlo assieme. Ci si vede a banco, alla prossima festa Hell Yeah
Thank you so much Lodown Magazine!


01) Math And Physics Club - Angel Gone (Beat Happening)
02) Tashaki Miyaki - All I Have To Do Is Dream (Everly Brothers)
03) Fuck - Oops!... I Did It Again (Britney Spears)
04) Ben Lee - Float On (Modest Mouse)
05) Tindersticks - Here (Pavement)
06) Be Forest - I Quit Girls (Japandroids)
07) Le Man Avec Les Lunettes - So Bored (Wavves)
08) Fanfarlo - A Minor Place (Bonnie "Prince" Billy)
09) El Perro Del Mar - Dream Baby Dream (Suicide)
10) A Classic Education - Spanish Harlem (Phil Spector)
11) The Bilinda Butchers - This Love Is Fucking Right! (The Pains Of Being Pure At Heart)
12) Au Revoir Simone - Oh! You Pretty Thing (David Bowie)
13) Iron & Wine - Peng! 33 (Stereolab)
14) Tennis - Tell Her No (The Zombies)
15) Horrible Present - The Optimism High (Chris Cohen)
16) Jens Lekman - A Little Lost (Arthur Russell)
17) Girlpool - Cut Your Bangs (Radiator Hospital)
18) Yo La Tengo - Friday I'm In Love (The Cure)

mercoledì 20 luglio 2016

Hold me close - no, closer than that

 Ben Seretan - Bowl Of Plums

Felicità a piene mani, bracciate di felicità, il petto e il cuore colmi, carichi come mai prima, tracimano in un sorriso che quasi non riesce a contenerla tutta, la luce di questa felicità.
Bowl Of Plums, il nuovo disco di Ben Seretan, ha il suono di un abbraccio fraterno, di quelli che ti porti dentro e che durano una vita. L'album precedente, una rivelazione fenomenale, si raccoglieva sotto il motto "ecstatic joy". Il mondo in cui ti trasportava aveva le forme dell'incanto, intrecci di chitarre liberi come jazz, psichedelici e spirituali al tempo stesso. Quello era un ascolto che in qualche modo sconfinava nella levitazione.
Bowl Of Plums mi racconta una serenità diversa, più fisica e concreta già a partire dal titolo. C'è un frutto succoso pronto da cogliere, c'è una pienezza che può essere avvertita sulla pelle, calda e viva. Un piacere intimo e domestico. È una liberazione travolgente: "I’m so happy I could cry". Ben Seretan si lascia andare a parlare tantissimo in prima persona, anzi lo fa quasi sempre, a differenza del lavoro precedente: "I'd like someone's arms around me now / Tell me that I'm pretty, that my mouth is soft". La musica lo segue: le strutture delle canzoni sono più piene, basso e batteria accompagnano incalzanti quasi sempre i voli della chitarra. L'acme è raggiunto in Cottonwood Tree, così potente e infuocata che potrebbe essere uscita dal catalogo Constellation. Addirittura il pianoforte e un sassofono (trascinante, per esempio, in My Lucky Stars, raggiante e super Seventies) intervengono spesso a colorare e addolcire la scrittura.
Ma gli intrecci quasi matematici che sorreggono questa musica passano in secondo piano rispetto alla gioia pura, alla sincerità dei sentimenti che si sprigiona da queste canzoni. Ben Seretan è capace di diffondere felicità in maniera smisurata, e questa volta ti mostra che la felicità può trovarsi anche in un vaso di frutta. Prendi un morso di questo disco, è buonissimo.



Ben Seretan - Bowl Of Plums


We pass away our time, I'm not ashamed of it

Trust Fund - We have always lived in The Harolds

"Me and my baby, that's all we want: all we want is to not exist!” Soltanto uno come Trust Fund è capace di far suonare un verso del genere come il culmine della felicità e del romanticismo. Del resto, sembra chiedersi il personaggio della canzone, perché non potrebbe essere anche questo un terreno comune su cui fondare un amore? Condividiamo cose ben peggiori di questo schietto nichilismo, e spesso non ne parliamo nemmeno con la stessa franchezza. Crab Line è la canzone più allegra e veloce di We Have Always Lived In The Harolds, e il fatto che Ellis Jones la riempia di questo senso di morte prosciugato da ogni dramma non fa che confermarmi quanto sia forte e tagliente la scrittura del giovane cantautore britannico. Con Trust Fund ho un conto aperto: i suoi ultimi due dischi (oltretutto usciti a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro) sono stati tra quelli che più mi hanno scavato dentro e lasciato ferite aperte negli ultimi anni. Questo album su cassetta si presenta come un capitolo un po' differente, forse più vicino agli umori inquieti e mesti del primo No One's Coming For Us che al suono più compatto del successivo Seems Unfair (tranne forse per Leaving You Behind o la già citata Crab Line). Si tratta di un lavoro sostanzialmente concepito e registrato dal solo Jones: "I put up the first song as soon as that was finished, and then put up the album as soon as that was finished" (ma leggetevi anche il resto della risposta in questa intervista su The405). Nonostante la presenza di alcuni arrangiamenti di synth (addirittura un vocoder in Would That Be An Adventure?), Harolds mantiene quell'immediatezza a bassa fedeltà, quel carattere scarno e asciutto che si adatta bene alle canzoni dei Trust Fund, spesso dal carattere spietato delle istantanee. Anche se il ritmo con cui Jones sta ampliando la sua discografia forse non fa bene alla mia salute, c'è davvero da augurarsi che gli esperimenti DIY continuino con questa prolificità.



Trust Fund - Together


lunedì 18 luglio 2016

Last days

MAKAI - HANDS (MORE LETTERS RECORDS)

Cominciamo questo complicato lunedì di mezzo luglio cercando di renderci la vita migliore. C'è un piccolo disco, cinque tracce appena, che da qualche settimana mi porto in giro e mi ha fatto compagnia più di altri album ben più noti e corposi. Si intitola Hands e lo firma Makai, nome d'arte di Dario Tatoli, già componente di Flowers Or Razorwire, di cui avevamo giusto parlato pochi mesi fa. Hands è fatto di musica elettronica che trabocca malinconia, ma al tempo stesso riesce ad aprirsi a squarci pieni di luce e a trasportarti ad altezze vertiginose (come quelle raggiunte dalla davvero stupefacente Missed). Il trucco di Makai è sapere dosare e amalgamare alla perfezione suoni sintetici quasi glaciali (Sigur Ros in vacanza a Ibiza?), riff di chitarre che potrebbero essere usciti dalle mani di Devendra Banhart (del resto, un'influenza dichiarata) e una voce calda ed emotiva. Ci sono grandi nubi di suoni che si spostano veloci sopra cieli ampi, melodie come venti estivi che viaggiano e portano nubi a rinfrescare la pianura. C'è un'idea di musica che non ha paura di sfidare (come nel maestoso finale di Sofia) toni più epici, che starebbero bene dentro una colonna sonora, magari anche quella della vostra estate.



Makai - Hands

giovedì 14 luglio 2016

Dance your pain away, keep your body moving

The Avalanches, Wildflower

Tra il finale di Going Home e l'attacco di If I Was A Folkstar, dentro Wildflower, il nuovo e attesissimo album degli Avalanches, si sentono questi rumori di cassette aperte e richiuse, riavvolte di colpo, frammenti di voci da un'autoradio in secondo piano, tutta quella musica dentro la plastica, l'aria che entra dal finestrino spalancato un giorno d'estate, la strada, un clacson, siamo quasi arrivati, una ragazzina che telefona per sapere se mamma è in casa (ti ricordi? chiamavi qualcuno a casa se lo cercavi, e non sapevi chi avrebbe risposto). Poi il beat della traccia prende il sopravvento e poco dopo entra la voce morbida di Toro y Moi (una piccola storia lisergica e sentimentale). Riascolto in loop questi pochi secondi di transizione quasi quanto il resto dell'album. Qualcosa mi cattura e mi stringe il cuore: questi sono "field recordings" provenienti dai territori della nostra adolescenza, senza nessun filtro. Questa è una mappa precisa di un luogo molto circoscritto che ci è appartenuto, e a cui non ci è più concesso ritornare. Immagino che qualcuno avrà provato la stessa cosa ascoltando l'enfatico frusciare delle puntine in certe vecchie canzoni di DJ Shadow o J Dilla. Io qui mi sono emozionato con questi pochi clac, stac, fzzz. Credo che da un certo punto di vista una premessa sottintesa di Wildflower, e forse di tutto quello che hanno prodotto gli Avalanches, sia creare una musica capace di mostrarti che cos'era sentirsi davvero immersi nella musica, anima e corpo, per tutto il tempo. Un'euforia. Una cosa che oggi sembra irripetibile con quella pienezza, da quando la musica sembra diventata per lo più accumulazione, condivisione, commento, pretesto e sottofondo. E nonostante tutto, non c'è nostalgia del passato negli Avalanches (non c'è ritorno, né tanto meno dolore), o almeno non più di quella che uno potrebbe voler leggere nell'archeologia. Quale problema può mai rappresentare il tempo per una band che ha impiegato sedici anni per consegnarci il suo secondo album? E ha davvero senso chiamarlo "secondo album"? No, il collettivo australiano non è nostalgico: il loro meticoloso - ai limiti della follia - assemblare sample è soltanto l'amorosa ricostruzione di una felicità tutta presente, immediata, piena. Sì, il funk esaltante dentro le fanfare spavalde di Because I'm Me, o nei coretti scanzonati "na-na-na-na" di Subways , la disco glitterata e il soul più solare, la poesia toccante di David Berman (che in parte conoscevamo già dal 2012), perfino l'hip da cartone animato di Noisy Eater o quello sguaiato e pacchiano di Frankie Sinatra, tutto è distillato da materiali di epoche passate, recuperati e salvati dall'oblio, ma la dimensione degli Avalanche è soltanto la felicità di questo attimo: ascoltalo qui e ora. Subito dopo attaccheranno un altro attimo, un altro sample e un altro sorriso, e poi ancora. E la cosa meravigliosa è che fanno tutto questo senza farti smettere di ballare un minuto, "dance your pain away", come quando riuscivi a far stare tutto dentro una cassetta.

(Se volete leggere una recensione seria ne trovate una davvero molto bella su Quietus: "lightning rarely strikes twice, but 16 years slash those odds".)

(mp3) The Avalanches feat. Toro y Moi - If I Was A Folkstar

mercoledì 13 luglio 2016

Sometimes it might seem like we lost the battle

 Martha - Blisters in the Pit of My Heart

Quando tutto è precario e frustrante, quando intorno ogni cosa sembra tenerti schiacciato al tuo posto e niente assomiglia nemmeno vagamente a una speranza, il punk da sempre serve come strumento di riscatto, come motivazione per continuare a combattere. L'altra faccia della medaglia è che finisca per funzionare soltanto come comoda consolazione, una trita coperta di Linus. Dove trovare nuova energia? Dove pescare l'irruente sincerità indispensabile a questa musica? A giudicare da questo Blisters In The Pit Of My Heart, da nessun'altra parte rispetto al posto in cui ti trovi. I Martha hanno da sempre cantato la loro conservatrice provincia inglese (quella contea di Durham che, tra l'altro, ha da poco votato a grande maggioranza per la Brexit), e le loro canzoni parlano di ragazzi che, proprio come loro, resistono giorno per giorno, cercando di costruirsi una vita, crescendo tra lavori poco gratificanti, contraddizioni e le inevitabili domande di quell'età. I Martha hanno la grande capacità di addolcire i loro riff più rabbiosi con una notevole dose di melodie e di indiepop. Per limitarci a riferimenti inglesi, ti fanno venire in mente una versione più energetica e diretta di contemporanei come Spook School e Colour Me Wednesday, oppure dei Joanna Gruesome o dei Los Campesinos meno drammatici che volessero sunare semplice punk da garage insieme a un po' di amici. La prima impressione che ti lascia questo nuovo album è che i Martha abbiano ormai ben chiaro cosa dire e che non perdano tempo a cercare di sembrare più cool di quello che sono: sentono la necessità di questa schiettezza punk e hanno bisogno di aggiungere un elemento giocoso e pop (per esempio, il botta e risposta tra le voci funziona benissimo per evitare la monotonia e tenere alta la tensione). Forse a qualcuno la formula potrà sembrare poco ambiziosa, ma bisogna riconoscere che tiene benissimo e ci consegna un disco senza cedimenti, ad alto tasso di elettricità.



Martha - Goldman's Detective Agency

venerdì 8 luglio 2016

Ready for the break

Teenage Fanclub - I'm In Love

“polaroid – un blog alla radio” – S15E31 – season finale!

Petite League - Tylenol
Teenage Fanclub - I'm In Love
Young Scum - If You Say That
Sat. Nite Duets - St. Yuppie
[in collegamento telefonico con La Donna di Prestigio]
Calcutta feat. Ketra & Takagi - Oroscopo (PaoloFoxx remix)
The Avalanches - Colours (feat. Jonathan Donahue)
Dizzyride - Death Of A Slow Song
of Montreal - It's Different For Girls
Failed Flowers - Ready For The Break

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Spotify

giovedì 7 luglio 2016

Una vacanza, una festa, una tempesta

Cosmo - L'ultima festa

Fosse anche l'ultimo giorno della mia vita
speriamo passi prima che la voglia sia finita

D'estate ho bisogni elementari: per esempio, un disco cantato in italiano da urlare in macchina verso il mare, facendo le ali con le braccia fuori dal finestrino, secondo me è necessario. In realtà, mi trovo sul treno per andare al lavoro, l'aria condizionata gela la gola e tutti intorno strepitano al telefono, ma il cuore mi sorride di vacanza, sto ballando e niente mi può abbattere in questo momento. Sto ascoltando qualcosa che mi fa stare bene. Senza che prendessi alcuna vera decisione, L'ultima festa di Cosmo è diventato il mio disco italiano di questa estate 2016, l'unico disco italiano su cui continuo a tornare anche dopo mesi che è uscito.
Di questo disco mi piace tutto, dalle fondamenta techno e house (vedi la title track), robuste e consistenti, ma capaci di colpire anche in maniera sottile (come in Cazzate), fino alla scelte del campo semantico dei testi, precise e coerenti come non capita spesso di sentire (chiamiamola maturità). Una larga parte di queste canzoni è occupata da parole semplici e dai colori netti. Come se fosse un'unica e lunga storia, traboccante fame di vita (del meglio della vita), con una positività che non è sciocca, né aggressiva o presuntuosa. Ora che ci penso, è davvero qualcosa  di poco comune da queste parti, sia tra i cantautori, che tra gli alfieri del pop mainstream.
"Forse sembro uno scemo, rido mentre cammino, in testa una vacanza, una festa, una tempesta": ecco, Cosmo ha proprio questa faccia qui, e per come sto adesso, io trovo questo sorriso contagioso. Il verso che riassume nella maniera migliore lo spirito dell'album forse si trova proprio nella traccia che lo apre: "bevo la notte, sfido la morte, rido, perché il cuore mi scoppia, picchia e mi porta su!". Cosmo parla di mettere su famiglia e di aprirsi una bottiglia, di trovare l'amore che dà senso alla vita e di farsi buttare fuori dai locali all'alba. Cosmo conserva miracolosamente lo stupore per l'infinita catena di coincidenze che ci ha portato qui e ora (il bambino di Regata 70 diventa lo sguardo di Impossibile), e al tempo stesso mantiene ferma la convinzione che siamo noi a decidere il nostro destino. Dentro tutto L'ultima festa c'è una grandiosa consapevolezza di quanto il divertimento sia un essenziale, indispensabile fondamento del vivere, e il ritmo finisce per assimigliare a un travolgente e irresistibile istinto di conservazione. Non c'è nostalgia, i rimpianti servono solo per liberarsi del passato e andare avanti, affrontare le nuove voglie come una sfida, la ricerca della felicità. Con i suoi bassi acidi e la sua cassa in quattro, Cosmo crea l'elettronica più umana e raggiante che si possa ascoltare quest'estate in Italia, e io sento un bisogno vorace di questo battito euforico.

(mp3) Cosmo - Le voci


martedì 5 luglio 2016

Faith in time

Free Aktion - Faith In Time (feat. Jens Lekman)

Alla vostra estate manca un po' di Jens Lekman? Presto fatto! Ci pensa Viktor Sjöberg, eclettico musicista svedese che in passato ha accompagnato Lekman dal vivo e che ogni tanto è anche comparso su queste pagine. Il suo ultimo progetto in ambito elettronico si chiama Free Aktion, e enumera tra le proprie influenze la disco classica, la house music di Chicago e la scena breakbeat britannica di metà Anni Novanta. Free Aktion ha da poco pubblicato un album intitolato Be Love Now per l'etichetta Half-Night di Göteborg. Nel lavoro trovano posto collaborazioni con il compositore sperimentale Dan Olsson e con Jonnae Thompson, mentre una traccia, Faith In Time, vede Jens Lekman alla voce. Il gioco sta tutto nel contrasto tra bassi acidi e ritmo funkeggiante, da una parte, e la voce eterea, quasi serafica, del nostro cantautore del cuore. "You illuminate the darkest part of my soul" canta il ritornello, raggiungendo un'intensità dai toni quasi gospel. Sul soundcloud di Viktor Sjöberg trovate anche un paio di remix piuttosto interessanti a cura di Liminals e Jonas Fust.


Free Aktion - Faith In Time (feat. Jens Lekman)

lunedì 4 luglio 2016

I make a wish and I think of you

DIZZYRIDE

Mi sono trovato a seguire le avventure musicali di Nicola Donà dai tempi acerbi dei Juxtabrunch, dirompente valvola di sfogo giovanile, anni di jeans stretti e NME. Lui era già splendido e io reggevo molto meglio l'alcol. Arrivarono poi gli scatenati The Calorifer Is Very Hot, indiepop a bassa fedeltà dall'inesauribile vena melodica. Avrebbero meritato un po' più di visibilità, soprattutto all'estero, ma forse era già una stagione di passaggio. Nel frattempo abbiamo superato il decimo anniversario della nostra amicizia, Nicola abita da un pezzo a New York e continua a produrre magnifica musica sotto il nome di Horrible Present. Un giorno ci scrisse da là, ci presentò la canadese Zoë Kiefl e ci fece scoprire la sua dolcissima voce, il suo gusto per i suoni elettronici dalle più disparate influenze.
Ora, visto che sono ragazzi che non riescono a stare fermi un attimo, Nic e Zoë hanno dato vita a un duo (oltre che a una famiglia eccezionale) e incidono dischi assieme come Dizzyride. L'anno scorso, mentre erano in tour e stavano già lavorando a un album che arriverà a gennaio 2017 su We Were Never Being Boring, si sono messi a improvvisare con svariati strumenti incontrati lungo il loro cammino, riempiendo computer e telefoni di note vocali e appunti di canzoni. Nelle settimane successive hanno lavorato di taglia e cuci e poi hanno preso tutto questo materiale e lo hanno depositato nelle esperte mani di Gary Olson, Alessandro Paderno ed Eli Crews (che ha già collaborato con nomi come tUnE-yArDs, Deerhof e Julie Ruin). Ne è uscito un EP di cinque tracce synth-pop psichedeliche e minimali, a volte lievi (Jungle Remix), a volte notturne e avvolgenti (Taraxacum). Da qualche giorno finalmente Lend Me Your Ears è arrivato su Bandcamp ed è in free download (con la formula del "name your price"). Il consiglio è quello di abbandonarsi al flusso dei suoni, lasciarsi andare e vedere dove saranno capaci di trasportarci questi due.



Dizzyride - Jungle Remix

sabato 2 luglio 2016

Fading lines

Car Seat Headrest

“polaroid – un blog alla radio” – S15E30

Dinosaur Jr - Tiny
Petite League - No Hitter
Boys Forever - Voices In My Head
Trust Fund - Together
Amber Arcades - Fading Lines
Mitski - Your Best American Girl
Ferro Solo (feat. The Fernandos) - Doppelgänger
Car Seat Headrest - (Joe Gets Kicked Out of School for Using) Drugs with Friends (But Says This Isn't a Problem)
Adam Olenius - News Are Saying

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Spotify

venerdì 1 luglio 2016

Just as long as you don't want it, you can have it all

FAILED FLOWERS

Forse quando saremo più vecchi, quando qualcuno si deciderà a pagarci, magari troveremo un posto che noi due potremo chiamare casa. Sembra un piccolo pensiero dolce, un appunto ai margini di una storia d'amore, ma in questo momento ti guardo parlare, non ti sto ascoltando, non mi importa quello che dici, continuo a pensare a questa scena: mattino presto bloccati dentro un supermercato. Ecco, le canzoni dei Failed Flowers sono quasi sempre un po' così: credi che siano semplici racconti sentimentali e poi mostrano in un attimo una punta acuminata che potrebbe ferire. In qualche modo, la cosa è talmente repentina che non sembra possibile separare le due facce.
In altri momenti, sembrano cantare da ogni punto di vista l'esatto istante in cui ti trovi sull'orlo di qualcosa di irreparabile. Basterebbe decidere di spingersi poco più in là, chiudere gli occhi, arrendersi e lasciarsi andare: "I'm ready for the break, I'm ready for catastrophe, I'm ready for the bleak bannishment of possibilities". Eppure, nonostante tutto, riescono a restare con i piedi per terra: "But it's just another day with nothing much in front of me, the regular malaise, the regular mundane anxiety". E alla fine sembrano ripensarci, non ne vale la pena, facciamo finta che non sia successo niente: "Just kidding, I feel fine".
Quando un paio d'anni fa abbiamo scoperto che Fred Thomas degli storici Saturday Looks Good To Me aveva un nuovo progetto indiepop, e che suonava piuttosto differente dalla band che ce lo aveva fatto conoscere, la curiosità era molto alta. Dopo quei Demo ora è arrivato il primo album, e le attese sono ampiamente mantenute: nove canzoni che di rado superano i due minuti, attitudine risoluta, scrittura senza fronzoli, guitar pop brillante, secco e tagliente. Una raccolta concisa e scorrevole che ha uno dei suoi punti di forza nel gioco delle due voci, tra Thomas e la chitarrista Autumn Wetli (già nei Bad Indians e solista come Rebel Kind). Con l'aggiunta di Erin Davis e Miles Haney (City Center e Evenings) la formazione suona compatta e perfettamente a proprio agio dentro questi piccoli quadri agrodolci, pieni di ombre e tenerezza.



Failed Flowers - Beatiful Shadow

mercoledì 29 giugno 2016

We Were Never Being Boring night @ Covo Summer Club!

We Were Never Being Boring night @ Covo Summer Club!

Questa sera al Covo Summer Club, l'estivo nel super confortevole cortile del Covo, la nostra piccola etichetta farà una festa e siete tutti invitati! Per questa nuova "We Were Never Being Boring Night" suoneranno BIRTHH, Brothers In Law e Love The Unicorn: in fondo WWNBB è proprio così, un po' indiepop, un po' shoegaze, e a volte abbiamo voglia di un po' di elettronica ma con un sacco di soul. Stasera non mancherà nulla. E dopo i live ci saremo anche io e Guagno a mettere un po' di dischi! Tutte le info qui: ci si vede a banco!



BIRTHH - Queen Of Failureland


Love The Unicorn - Don't Look At Me In That Way


Brothers In Law - Through the Mirror


martedì 28 giugno 2016

If there ain't no headache, it wasn't fun

Petite League - NO HITTER

Tu sei il mio il colore preferito, il mio numero fortunato, il maglione che non toglierei mai. D'amore parlano tutti, d'amore parleremo poi: questa è solo la nostra storia, questa è l'unica cosa che conta ora. La maniera travolgente in cui ti sbattono addosso le canzoni dei Petite League ha, per me, qualcosa di unico e risaputo al tempo stesso, e non voglio smettere di ascoltarle, come non si smette mai di pensare all'estate o al sorriso di qualcuno. Chitarre a perdifiato, parole sincere di inesauribile adolescenza e sanguigno indie rock da cantina. Ci si innamora in un attimo, ci si perde e non ci si dimentica più. Questa è l'età in cui anche i rimpianti hanno il sapore della cosa nuova, "I fell in love the morning you left me", e ci si guarda intorno in questi inconsueti costumi da adulti, senza risolversi ancora a decidere quale sarà la strada. La prima volta che avevo scritto dei Petite League ero semplicemente incantato dalla loro giovinezza. Nel suo nuovo album No Hitter Lorenzo Cook si conferma capace di mettere a fuoco quei meravigliosi istanti di esitazione che rendono la vita degna di essere vissuta: "Maybe I fall in love with the same thing in everyone / but maybe it’s just better to have nothing with no one". Pop punk irresistibile (Annie) che ti fa venire voglia di ballare e scappare via tenendosi per mano (Tylenol). E anche se la grammatica emo è stata metabolizzata ormai del tutto, c'è una nuova consapevolezza scritta in grande a pennarello sul muro: "There ain't no crying in Petite League, no", come recita la title track. Ci sono sempre feste, sbronze, la ragazza che indossa la tua maglietta tra le lenzuola la mattina dopo . Ci sono sempre amici francesi che abitano a New York e che ti ospitano sul divano pieno di polvere. Ci sono sempre le cicatrici e i ricordi che fanno venire il singhiozzo e che ho ricoperto con tre strati di vernice quando sei andata via. C'è anche una bonus track come Guetta che porta verso territori quasi Cloud Nothings ("David Guetta don’t get us / David Guetta don't care": LOL), e che mostra come Cook sappia anche spingere sull'acceleratore quando vuole. Questo disco non racconta la giovinezza, questo disco è la giovinezza, e suona forte esattamente come quella stagione in cui le mille idee, i mille pensieri, i mille innamoramenti che ti centrifugano ogni secondo cuore e cervello sono ancora un racconto, il tuo, il mio, il tuo e il mio.



Petite League - Tylenol


Petite League - No Hitter

sabato 25 giugno 2016

She Said Destroy live @ polaroid!

She Said Destroy live on polaroid

She Said Destroy live on polaroid

Quella di un paio di lunedì fa, sulle frequenze di Radio Città del Capo, è stata una puntata di "polaroid alla radio" speciale e importante! Mentre il resto d'Italia si guardava una partita della nazionale di calcio, una piccola gang di ragazze parecchio rumorose ha letteralmente occupato gli studi di Via Mura di Porta Galliera, e io sono stato ben felice di affidare a loro il timone della trasmissione.
Prima, insieme a Sara, abbiamo presentato il nuovo numero di Hello Dirty, agguerrita fanzine metà italiana e metà statunitense giunta da poco alla quarta uscita. Nella seconda parte, invece, sono tornate a trovarmi le She Said Destroy, fresche di 12'' split con le Signorine Taytituc, che proprio in questi giorni sono in giro in Europa per il loro tour d'addio (purtroppo!). La Emy e la Stefania erano già state a polaroid quasi quattro anni fa, le avevamo praticamente tenute a battesimo! E così, prima che il duo entri definitivamente in ibernazione, ho voluto chiamarle a far tremare ancora i vetri degli studi di Via Mura di Porta Galliera.
Qui trovate il podcast integrale della puntata, con le nostre chiacchiere e i brindisi, mentre qui sotto ci sono le tracce che il duo punk ci hanno regalato dal vivo:

She Said Destroy live @ polaroid - un blog alla radio
Radio Città del Capo - 2016/06/13


- Gardening
- NO
- Brigitte

venerdì 24 giugno 2016

Brexit music (for a film)

Brexit music (for a film)

Qualche giorno fa era uscito un notevole articolo di Laura Snapes su Pitchfork intitolato "The UK Leaving the EU Would Change the European Music Industry". Era stata una lettura abbastanza angosciante, in cui si parlava delle conseguenze sul settore musicale della possibile uscita del Regno Unito dall'Europa, e trattava di distribuzione, booking, festival, diritti d'autore.
Se volete, trovate un articolo "gemello" anche su Dazed: "What would Brexit mean for the music industry?".
Oggi, a fatti compiuti, mentre aleggia ancora una specie di atmosfera da Black Mirror e non è ancora ben chiaro quali saranno gli sviluppi nell'immediato futuro, Billboard tenta una prima analisi degli effetti di questa mesta giornata:
The implications for the music industry are similarly grave with the decision to leave the economic stability of the EU anticipated to impact heavily on the live sector. [...] Now the U.K. has voted to leave, there is the distinct possibility that acts will require separate working visas for each EU country they wish to visit. [...] Brexit also carries serious implications for how copyright is protected and enforced throughout Europe. At present, the European Commission is reviewing copyright legislation, including safe harbor provisions, as part of its Digital Single Market strategy. The U.K. stood to benefit from those regulations and, just as importantly, have a voice in how they are devised. That’s no longer the case...

UPDATE 26/6: Here’s how the UK’s Brexit from the European Union could affect the music and film industries - via Consequence of Sound

UPDATE 28/6: Gavin Dunbar (Camera Obscura) Talks Being a Scottish Musician Post-Brexit - via The Talkhouse