venerdì 17 novembre 2017

Indiepop Jukebox: anti Venerdì 17 edition

Fascinations Grand Chorus

Stephanie Cupo (voce e tastiere) e Andrew Pierce (batteria) formano i Fascination Grand Chorus, giovane duo di Brooklyn autore di un indiepop dolcissimo e un po' retrò che flirta con l'estetica Northern Soul. Hanno annunciato un nuovo EP intitolato Anglesea, aperto da questa When You're Mine, tutta coretti e ammiccamenti:





Bed Wettin' Bad Boys

Uno dei pezzi indie rock più epici di questo autunno 2017, Victoria, ultimo singolo dei Bed Wettin' Bad Boys, tratto dal loro nuovo album Rot, distribuito da un team di etichette davvero notevole: R.I.P. Society Records (AU / NZ), What’s Your Rupture? (USA / CAN) e Agitated Records (UK / EU). Indie rock glorioso e ubriaco (di elettricità) che amerete se già amate i dischi dei loro "cugini" Royal Headache.






Less Than Perfect è il secondo singolo tratto da Could It Be Different?, il terzo album degli Spook School in uscita per Slumberland (USA) e Alcopop (UK) il prossimo 26 gennaio. Il cantante e chitarrista Nye Todd spiega che la canzone racconta di "youthful insecurity and the road to becoming comfortable with who you are". Il difficile equilibrio tra il continuare giustamente a lottare e lo scendere a ragionevoli compromessi. Non a caso quando il ritornello esplode canta: "It’s alright now / Not what you hoped but that’s OK / Teenage hopes are never less than perfect anyway".




Weird Bloom - Guardian of the Men

Weird Bloom è il nuovo nome che si è data la band psychedelic rock romana Weird Black. Da poco hanno pubblicato un nuovo singolo (con surreale video annesso) intitolato Guardian Of The Men, un divertente trip da Sgt. Pepper acidissimo, come anteprima di un album che vedrà la luce (o mille colori, non saprei) il prossimo 12 gennaio. La bella notizia è che la settimana successiva i Weird Bloom saranno tra le band che rappresenteranno l'Italia al prestigioso festival Eurosonic Noorderslaag di Groningen.





The Academic - Why Can’t We Be Friends?

Leggo che il giovane quartetto irlandese The Academic è in tour in Europa di spalla ai Kooks, e la cosa ha perfettamente senso: il loro suono mi riporta a quella stagione molto fluo e myspace in cui l'indie rock slim-fit di band come Mistery Jets, Maxïmo Park o Good Shoes era ancora fresco e vigoroso, e inebriava pista piena di sbarbe e sbarbi al settimo cielo. Il nuovo delizioso singoletto Why Can't We Be Friends? anticipa l'album Tales From The Backseat, in arrivo a gennaio.





SAY SUE ME

Dell'ottimo twee pop dal contenuto 100% Sarah proveniente dalla Corea del Sud vogliamo lasciarlo fuori da questa rubrica? Ovviamente no! I Say Sue Me hanno già pubblicato un album, un EP e vari singoli, disponibili anche in Europa nella raccolta curata dalla Damnably Records. Per il decimo compleanno della loro etichetta coreana (Electric Muse) hanno pubblicato il 45 giri Good For Some Reason: "It's the first song we worked together on with our new drummer, Chang Won. I was struggling with some pessimistic thinking, which is a habit of mine, and I asked nobody in particular 'Why am I doing this?' He told me, 'Because it's the easiest thing to do'. For some reason that answer hurt my pride a little bit and I decided I didn't want to be so negative anymore. Now whenever I feel sad, I make myself believe that things will get better somehow." ".

mercoledì 15 novembre 2017

Days turn into years

Makthaverskan

Una musica per quando cade il cielo e per quando stringi i pugni e fai di tutto per resistere. Il suono stesso dell'ostinazione, una voce va avanti contro tutto e contro tutti, nonostante un disperato, estremo e assoluto bisogno d'amore o d'aiuto, non fa differenza. Qualcosa tanto potente, tanto seducente e al tempo stesso tanto distante che può riuscire in questa maniera cristallina solo a una band svedese. L'ardente intensità dei Makthaverskan consiste nel riuscire a essere una band sostanzialmente dream-pop che però impiega i mezzi (i muscoli, mi verrebbe da dire) della cupezza più post-punk. "You don’t even see it in my eyes / You are all that I want": le parole con cui si apre il terzo album della band di Göteborg mettono da subito in chiaro quale sarà l'umore affranto (ma anche l'irrecuperabile conflitto) dentro queste canzoni. Il giro di basso tetro e frenetico con cui si annuncia Eden ("We build it all / Just to watch it fall / We build barricades / There's so much hate / Humanity equals misery") potrebbe arrivare da direttamente dalla Manchester del 1979, ma quando poi fiorisce quel riff malinconico, è come se la fotografia in bianco e nero prendesse colore. L'atmosfera iperdrammatica delle loro canzoni, tra quelle chitarre supersoniche e quei ritmi forsennati, ha pochi paragoni, non a caso tutti nordici, come Agent Blå e Sun Days, o come i "cugini" Westkust o il loro ex chitarrista Guggi Data. Se proprio dovessi trovare un difetto nelle canzoni dei Makthaverskan è il fatto che, nonostante la voce di Maja Milner voli sopra melodie magnifiche e travolgenti, non è umanamente possibile starle dietro. La vedo sfrecciare per tutto il cielo, fiammeggiante e inafferrabile, di una bellezza siderale, ma da questa terra non riesco a cantare insieme a lei. E la sua disperazione diventa ancora un po' di più la mia.



lunedì 13 novembre 2017

Trent'anni di Sarah Records!

THE SEA URCHINS: Pristine Christine

Il 14 novembre 1987 usciva Pristine Christine dei Sea Urchins, il numero 001 del catalogo della storica etichetta Sarah Records. Non ribadirò qui l'importanza estetica e politica della label di Bristol, e non solo all'interno della piccola scena indiepop. Abbiamo visto anche qui a Bologna il documentario My Secret World di Lucy Dawkins che lo spiega in maniera approfondita e appassionata. Ma questo anniversario speciale merita comunque di essere celebrato, e così questa sera la puntata di "polaroid - un blog alla radio" sarà dedicata per intero a una playlist Sarah. Ci saranno un po' di voci amiche in onda insieme a me (ognuna con una canzone del cuore), ci saranno molti abbracci molto twee, e ci saranno come di consueto molti brindisi. Indossate il vostro anorak consumato, sintonizzatevi alle 22.45 su Radio Città del Capo (in FM e streaming) e festeggiamo questi trent'anni di Sarah.

(mp3) The Sea Urchins - Pristine Christine

domenica 12 novembre 2017

I keep my headphones on



“polaroid – un blog alla radio” – S17E06

Allah-Las – The Earth Won’t Hold Me (Kathy Heideman cover)
Furnsss – Divine
Joy Again – Kim
Crepes – Four Years Time
Last Leaves – Where I Lived and What I Lived For
Weird Bloom – Guardian Of The Men
Freez – My Throat Burns
Буерак – Песни Малых Городов
The Just Joans – Biblically Speaking
Math And Physics Club – All The Mains Are Down
Soda Fountain Rag – Keep My Headphones On
Pinegrove – Intrepid

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sabato 11 novembre 2017

FREEZ + Naughty Betsy live @ Cca Lughè!


Oggi si torna nelle felici terre della Romagna più californiana per una serata ad alto voltaggio! Tra le mura amiche del Cca Lughé, sperduto e sorprendente rifugio dalle parti di Lugo e Ravenna, saliranno sul palco i FREEZ (che l'anno scorso ho anche avuto il piacere di ospitare live in radio) accompagnati dalle scatenate Naughty Betsy. Aspettatevi una ricca scaletta di selvaggio garage rock e suoni a forte impatto ormonale. Prima e dopo i concerti ci saremo anche io e Michele "Qlowski" Tellarini (ma non ditelo: sarà ospite a sorpresa!) a mettere un po' di dischi per farvi ballare, o quanto meno per conciarvi come il tizio nella strepitosa locandina. Non manca proprio nulla: ci si vede a banco!





venerdì 10 novembre 2017

Скромные Апартаменты

Буерак / BUERAK

Appartamenti modesti di Novosibirsk, cosa ne so? Cosa ne posso davvero capire? Leggo la pagina Wikipedia sulla città, temperature sopra lo zero per tre mesi l'anno, mi domando chi l'abbia tradotta e perché. Guardo su youtube il video di un festival con quarantamila persone. La notte della capitale del distretto siberiano non sembra così diversa da quella di una città dell'Emilia. Una ragazza un po' scocciata passa in mezzo al pubblico facendo interviste. Occhi accesi, tatuaggi, modelle di Vetements. Parlano tutti dei Буерак. Io qui scrivo Buerak, spero sia corretto. Sono un duo: chitarra, basso e drum machine. La voce profonda di Artem Cherepanov e gli accordi asciutti e affilati di Alexander Makyeev. New wave glaciale, estetica DDR Anni Settanta, il malessere di chi sente tagliato fuori. Il fascino di titoli come Canzone per le piccole città, Rendez vous sul tram o Tu sempre da solo con le tasche vuote. La prima reazione è associare i Buerak ai cari vecchi Motorama (che proprio in questi giorni sono in tour in Messico insieme ai nostri Be Forest), ma se c'è da fidarsi di Google translate mi pare che Cherepanov rilanci i riferimenti più in là, fino ai Kino. All'austerità intellettuale del post-punk, i Buerek preferiscono l'assurdo e il surreale. Si prendono gioco delle pose da malavitosi, esasperano una certa poetica del proletariato (bersi profumi sovietici da quattro soldi come sostituto economico della vodka). Ma a fronte di un'immagine che può lasciare disorientati (quelle pistole ostentate nei video insieme a quell'atmosfera da Buster Keaton meets Kaurismäki) risponde la consistenza e la coerenza della loro musica. Chitarre e suoni sintetici marciano compatti. Le loro canzoni, quasi sempre dai colori cupi Joy Division, ogni tanto si aprono a melodie scintillanti, quasi primaverili. Un'inaspettata primavera siberiana che suona splendida nell'autunno bolognese, e mi fa ballare.
(L'ultimo album dei Buerak si intitola Скромные Апартаменты, qualcosa come "Appartamenti modesti". Grazie a The Tuesday Tapes per la preziosa segnalazione.)






mercoledì 8 novembre 2017

The songs you like are getting older every day

Radiator Hospital - Play The Songs You Like

La mia canzone preferita dei Radiator Hospital non è il loro singolo più noto, Cut Your Bangs, ma un'altra che sta sullo stesso album, Torch Song (del 2014), e intitolata Five & Dime. È una canzone precipitosa, che corre a rotta di collo tentando di afferrare una fiamma a mani nude e ridendo. È tutta un cuore che batte, mani che stringono, fianchi che danzano e labbra che bruciano. Trabocca innocenza e desiderio al tempo stesso, un'euforia che scuote e strappa le catene, senza voler essere più legata a nostalgie né rimpianti. Dura due minuti e per me i Radiator Hospital sono tutti lì. Quella speranza che corre, vola, resta senza fiato ma è ancora così forte da travolgere ogni altro momento, ogni delusione, ogni agrodolce abbandonarsi al sentirsi perdenti che conforta.
Si può discutere se certe loro chitarre pop punk potrebbero essere più incisive, o se la voce melodrammatica di Sam Cook-Parrot suona più antipatica o sincera. Ma non si può chiedere ai Radiator Hospital di non essere quello che sono. Vedere come anche le riviste considerate il benchmark del malandato settore riescono a mancare completamente il bersaglio nelle loro recensioni può essere, in un certo senso, anche fonte di consolazione, ma non rende giustizia al lavoro della band di Philadelphia. Pitchfork si lamenta che le canzoni del nuovo album Play The Songs You Like sono troppo brevi e troppo uguali. Ma guarda: io invece avevo esultato per come questo loro terzo lavoro, prodotto da Jeff Zeigler (uno che ha già collaborato con nomi come War On Drugs, Kurt Vile e Allison Crutchfield), fosse senza dubbio quello meno fragile del loro catalogo, quello più coeso e consistente. I Radiator Hospital fanno canzoni che di rado superano i due minuti: qual è il problema? Hai mai sentito parlare di urgenza? I Radiator Hospital non si possono definire punk, ma l'indiepop viene dopo il punk, ne eredita quell'elemento di immediatezza e cerca di trasportarlo in un mondo la cui sostanza è più emotiva, sentimentale. E i Radiator Hospital sono bravissimi a maneggiare questo linguaggio.
Non per niente, uno dei temi ricorrenti di Play The Songs You Like sembra essere quello dell'intreccio di musica e vita di tutti i giorni. Quella maniera unica che hanno le canzoni di avvilupparsi ai monologhi nella nostra testa, di riempire quelli che da fuori sembrano soltanto silenzi, di dare significato a ogni momento che sembra da dimenticare in fretta, di regalarci un po' di sogno proprio quando ne abbiamo più bisogno. Una fotografia che non vogliamo ancora deciderci a buttare via, un pezzo di strada fatto assieme mentre non riusciamo a dirci una parola, la fatica di diventare sé stessi, contro ogni pigrizia, la bellezza che ci aiuta a non stare più nascosti. Sedici ruvide canzoni stracolme di tutto questo, tra chitarre indie rock che si infiammano, presunzioni giovanili e tanta, tantissima tenerezza.





venerdì 3 novembre 2017

"Who fell in love first and in which parking lot?"


“polaroid – un blog alla radio” – S17E04

Jake Bellissimo – Carrie’s Dad
The Lamps – Woke Up
The Luxembourg Signal – Atomic No.10
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
Godblesscomputers feat. Francesca Amati – Wherever You Say
Lev – Damn Dogs
Tiger! Shit! Tiger! Tiger! – Girls
Bee Bee Sea – D.I. Why Why Why
Spice Boys – Spice City Boys
Flowers – 123
Parsnip – Health

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giovedì 2 novembre 2017

"Up in the early morning for no reason again"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

PINEGROVE - INTREPID

► «Alieni, animaletti esotici, disturbatori. I promoter di concerti si sentono considerati in questo modo dalle istituzioni. Sono percepiti come degli estranei, quando va bene, o come dei nemici, più che degli imprenditori in grado di portare vantaggi economici a città e regioni»: su Internazionale, un interessante articolo di Giovanni Ansaldo intitolato "Perché è così difficile organizzare festival e concerti in Italia".

► Dopo il fantastico Cardinal di due anni fa, stanno per tornare i Pinegrove. La band del New Jersey ha annunciato ieri sera di avere concluso il nuovo album. Non c'è ancora un titolo o una data di uscita ufficiale, ma un nuovo inedito per fortuna sì, Intrepid. (A marzo 2018 ci sarà anche un nuovo tour europeo ma al momento pare che non toccherà l'Italia, tristezza.)




► «SITTING: A Short Film»: un cortometraggio un po' inquietante di Emily Yoshida su droghe e solitudine che vede protagonista la nostra amata Mitski e la sua Thursday Girl.

► Ancora a proposito di Mitski, molto bella e personale la sua recensione del nuovo Weezer, Pacific Daydream, su Talkhouse, che si apre con una delle domande della vita, quanto meno della vita di questo blog: «How do you keep writing pop songs when you stop having pop-song feelings?».



► «A me non interessava essere una rockstar, non mi interessava fare dischi: volevo solo registrare la mia musica, e quindi un sabato andai in questo studio, e coi soldi dei lavoretti estivi – quelli che i miei amici spendevano per andarsene a Riccione – mi pagai un turno in una sala di registrazione abbastanza attrezzata, a Lecco, collegata a un famoso negozio di strumenti musicali, “Battistini Centro Musicale”. Quel sabato come fonico c’era di turno Baffo Banfi...»: Fabio de Luca intervista Garbo su Rockit.

► E dato che ogni scusa per leggere FdL è buona, segnalo anche che il suo podcast settimanale The Tuesday Tapes ha lanciato anche la newsletter!

► «So while one might think of a creative person who obsesses over a single work from long ago as a sort of tragic figure, Shields speaks of Loveless in cheerful terms, and his excitement about it is still palpable, even as he continues to work on new music. It’s also clear that sound itself is a holy thing for Shields. He speaks of it in almost mystical terms, the way a certain kind of circuitry can alter the texture in tiny ways that, he feels, can have an overwhelming impact»: il cuore della questione sta tutto qui, comunque è sempre bello tornarci su - Mark Richardson intervista Kevin Shields su Pitchfork.

► «She is flanked no longer by band members, but by larger-than-life images of herself, poised, polished and glassy-eyed. St Vincent appears anew. Barbie-like, she smiles emptily in her visuals, as she shreds neon sheets that read a silent refusal, “NO”. Gone is the freewheeling, unbridled energy I associate with Clark. She returns accompanied only by her new brand, her new cult of personality»: "Desperation, Frustration & Future Fatigue: St Vincent Live In Berlin" - notevole recensione di Mollie Zhang su The Quietus.

► Sul Daily Bandcamp, «How Luxury Records Became Sweden’s Home for “Dirty Pop” Music» (cinque alti da solo qui nella redazione di polaroid!)



venerdì 27 ottobre 2017

Youth Against Fascism @ Mikasa!

Youth Against Fascism @ Mikasa!

È sempre una buona occasione per chiamare una serata "Youth Against Fascism", anche senza attendere ricorrenze e commemorazioni. Per cui, quando ho letto che tornavano a Bologna i Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (finalmente!), e che di spalla c'erano pure i nostri amati Jackson Pollock, il promettente Dolan Tymas e gli scardinatissimi Dead Horses, ho trovato che una denominazione del genere fosse più che appropriata. Poi hanno invitato Fede "Gingerale" Pirozzi e il sottoscritto a mettere un po' di dischi prima e dopo i concerti, e allora non abbiamo potuto fare a meno di dare al nostro set il titolo di "Sloboda narodu" (*), un omaggio e un motto al tempo stesso.
La serata si annuncia bella carica, portatevi la maglia di ricambio. Occhio che l'appuntamento al Mikasa è abbastanza presto, verso le 21, tutte le info Fb qui. Ci si vede a banco!








mercoledì 25 ottobre 2017

Indiepop Jukebox (ottobre '17)

PARSNIP - Health

Quattro ragazze da Melbourne (che ovviamente non hanno nessuna intenzione di essere considerate una "band femminile") mescolano attitudine punk e beat Sixties con molto entusiasmo e molto divertimento. Le Parsnip stanno assieme da appena un anno ma sembrano già parecchio consapevoli ed agguerrite. Health, un 45 giri con quattro tracce, è in arrivo su Antifade Records, e da quello che si può già ascoltare sembra proprio che abbiamo trovato l'impossibile punto di congiunzione tra le Aislers Set e le Slits.





 Fits - Running Out

Uscirà il mese prossimo su Father/Daughter Records il debutto dei newyorkesi Fits intitolato All Belief is Paradise. Power pop asciutto da ascoltare pogando e puntando dita al cielo. Mi fa sorridere che la band dica di essersi formata "playing Brooklyn DIY spaces such as Shea Stadium and Silent Barn". Siamo già post anche quella scena oramai. Questo bel singolo Running "is about fear for the future, about growing up in and getting away from Trump Country, then much later realizing I’d never left. It’s about wanting to be optimistic despite all evidence to the contrary. It’s about being deluged by negativity from every direction and trying to keep your thoughts straight regardless. And it’s about wanting that to change".





Bee Bee Sea - D.I. Why Why Why

Ma vi siete accorti che un paio di giorni fa i Bee Bee Sea hanno avuto una première niente meno che su Brooklynvegan? La band "hailing from Castel Goffredo" (che la scorsa primavera era passata anche a polaroid!) sta per pubblicare un album intitolato Sonic Boomerang con la label statunitense Dirty Water Records USA in collaborazione con la Wild Honey, e sulle pagine del prestigioso blog di New York ha lanciato la nuova dirompente anteprima D.I. Why Why Why, garage rock festaiolo come solo i tre sciabolati sanno fare!







Esiste ancora indiepop in Svezia? La risposta, voglio crederci, è un netto sì. Prendi questi Delsbo Beach Club, quintetto di Stoccolma (ma originario di Umeå), che sta per debuttare su Rama Lama Records: fanno ben sperare. Citano Mac DeMarco tra le influenze e nel loro primo singolo All The Way Home hanno un sound bello rilassato e molto Eighties, non lontano da certi Beach Fossils.





 (don't) ASKMETODANCE #2 - Warm Morning Brothers + A Minor Place

Tornano a farsi sentire gli A Minor Place, instancabili difensori dell'indiepop fatto in Italia. Sono giunti al secondo singolo della serie di split più intimisti denominata "Dont' Ask Me To Dance", e questa volta dividono l'uscita con i piacentini Warm Morning Brothers (li avevo persi di vista, grande ritorno!). La band di Teramo con Lazy Genius prende in prestito atmosfere sospese alla Notwist, mentre la b-side Happiness Is A Stupid Song è una avvolgente ballata acustica guidata da un violoncello. Streaming e prezioso vinile via Bandcamp.





THE LAMPS - OKLAHOMA

In rete non si trovano praticamente informazioni su questi The Lamps, trio che fa base a Oklahoma City e che suona un twee pop delizioso e primaverile dai testi che sembrano pagine di diario. Io ci sento dentro un sacco di Frankie Cosmos ma anche certo indiepop classico USA Anni Novanta (Softies, Fairways...). Hanno pubblicato un EP di quattro canzoni che si chiama come loro e hanno aggiunto la tag "music for dogs". Mi stanno già super simpatici!





Totally Mild - Today Tonight

"I am strong and sensible, but I don't want to be alone", canta Elizabeth Mitchell, frontwoman degli australiani Totally Mild in questo nuovo singolo Today Tonight. Una canzone scritta durante "un lungo periodo di disoccupazione", in quelle giornate passate chiusi in casa ad aspettare che torni qualcuno, "sinking into the kind of depression that comes from doing nothing when you have the time to do whatever you want, the guilt of unproductivity. The house becomes a trap, you're not interesting enough to leave it anyway". Non so voi, ma è un sentimento che posso sentire molto vicino. La traccia (che su Soundcloud porta la significativa tag "lush pop") è il primo assaggio del prossimo album della band, Her, in arrivo a gennaio su Chapter Music.





LEV - EP

Il quintetto dei LEV si divide tra Padova, Londra e Bologna, e per mettere a punto il proprio pop elegante, capace di tenere assieme atmosfere sintetiche e acustiche, dichiara di ispirarsi a nomi come Damon Albarn, Kings Of Convenience e Tears For Fears, tra gli altri. Tutto molto giusto e molto appropriato, ma la cosa che al primo ascolto mi è piaciuta di più è quel loro recuperare (forse inconsapevolmente), in alcuni momenti più distesi, anche certe belle cadenze che dalle nostre parti erano state rese alla perfezione dagli Yuppie Flu. Il loro ottimo EP2 è da poco uscito in digitale.





Miss World - Waist Management

Si potrebbe tranquillamente fare una rubrica di nuovi singoli soltanto con le nuove uscite della PNK SLM. Seguire tutti gli aggiornamenti della label anglo-svedese è praticamente un secondo lavoro, con la differenza che sarebbe praticamente il lavoro dei sogni. Ne scelgo un paio al volo, tanto lo sapete che mi piacciono tutte. Tra le ultime arrivate nella nutrita scuderia, c'è Miss World, ovvero la londinese Natalie Chahal, già metà degli Shit Girlfriend. Il suo debutto solista è un EP di 4 canzoni intitolato Waist Management, colmo di melodie extradolci e Sixties (frequenti i paragoni con le Shangri-Las), ma con una punta ironica e beffarda che lascia piacevolmente spiazzati.





Spice Boys

Garage rock aggressivo e cinico, quella degli Spice Boys è la colonna sonora ideale per una festa che finirà in bolgia. L'album di debutto Glade arriverà soltanto a gennaio 2018, ma intanto suonano già forte i tre minuti di rabbia e frustrazione suburbana di questo singolo Spice City Boys.




lunedì 23 ottobre 2017

Nobody has a heart without some holes

JAKE BELLISSIMO - THE GOOD WE’VE SEWN

Poco più di un anno e mezzo fa capitavo per caso sul Bandcamp di un giovane cantautore americano, restavo incantato al primo ascolto, mi emozionavo forte, compravo all'istante un sette pollici e scrivevo le mie solite due righe emo sul blog.
In seguito accadde quello che ogni tanto (mai abbastanza) accade, quando un sovraccarico di entusiasmo si intreccia a una forte dose di ingenuità e a un sincero desiderio di condividere con tutti la musica bella: Jake Bellissimo mi mandò le sue nuove canzoni, le suonai alla radio, qualcun altro si innamorò, mi scrissero, le feci ascoltare a qualche altro amico, lui venne anche in Italia per un tour e mezzo (che fatica!) e ora - finalmente! - esce il primo album a suo nome: The Good We've Sewn. E posso dire con molta soddisfazione che lo pubblica quello sgangherato collecttivo a cui ogni tanto provo a dare una maldestra mano pure io, quelli della We Were Never Being Boring. Ascoltatelo quando avete un po' di tempo: spero con tutto il cuore che vi piaccia.

C'è un desiderio che vorrei vedere esaudito, uno e un solo desiderio per tutta la vita: vorrei non perdere mai la capacità di provare meraviglia. E che sia la meraviglia per un vasto cielo vuoto di nubi, o per come certe parole messe in fila possono riempirti gli occhi di lacrime, la meraviglia per il tempo che cambia la forma di un amore, o quella per un incontro inatteso che ti tiene sveglio a camminare e parlare tutta una notte: vorrei poter dire un giorno “di tutte le cose che mancano in ogni vita, in questa non è mai mancata la meraviglia”. E sarei felice.
Io credo che un sentimento molto vicino a questo sia quello che è possibile sentire palpitare nella musica di Jake Bellissimo. Giovane compositore newyorkese, dopo una prima parte di carriera con lo pseudonimo di Gay Angel, e dopo un EP nel 2016 (Piece Of Ivy, Drunk With Love Records), arriva ora alla prima prova sulla lunga distanza, mostrando già una maturità fuori del comune.
Immaginate un elegante pop orchestrale che tenga assieme la poesia di Andrew Bird con l’urgenza drammatica di Bright Eyes, riuscendo a distendersi in sontuosi arrangiamenti che possono ricordare i Belle & Sebastian o Jens Lekman, frutto della formazione da musicista classico di Jake. Un suono che riesce a essere prezioso sia nei suoi momenti più accesi e trascinanti (il singolo Indipendence Day), come in quelli più delicati e idilliaci (In Weston), sia quando si presenta scarno e acustico (Noise War), o quando arriva a sfiorare i colori del musical, come nella title track. Un album che ti travolge e che ti parla da vicino, un’opera prima capace come poche altre di donare meraviglia. 




mercoledì 18 ottobre 2017

Don’t say it’s over, 'cause nothing ever is!

Shout Out Louds live @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14

Shout Out Louds live @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14

Per chi arriva da Bologna, la zona intorno all’Astra Kulturhaus di Berlino a prima vista ha un’aria abbastanza familiare: quello scenario post-industriale abbandonato e occupato, poi riconvertito e ripulito, e infine di nuovo consumato e degradato al livello in cui coesistono - tutto sommato pacificamente - graffiti di chissà quali illustri artisti ospitati in passato e furgoni di piadinari, neon colorati e angoli dove ammucchiare carcasse di lamiere, alberi monumentali e ruderi ricoperti di tag e cespugli, la progettualità e il pattume, bar asettici come Apple store e androni (probabili garage di giorno) intasati di divani vintage (o che diventeranno vintage dopodomani, non si vede bene) dove franare a finire birre inevitabilmente artigianali sotto lo sguardo severo di buttafuori e guardarobieri. Anche gli angoletti di spaccio fuori dai cancelli della metro sembrano in fin dei conti abbastanza composti, segnalati nell’ombra da uno speaker bluetooth che diffonde trap in mezzo alle gambe del gruppetto di ragazzi che mi attraversano con lo sguardo. È come se la capitale tedesca mi dicesse “vez, adesso te lo faccio vedere io come si fa la tua Piazza Verdi”.
Mi sembra per un attimo di ritornare a quella prima notte al Livello57, al Bestial Market di tanti anni fa, ma su scala esagerata. Questo è Blade Runner 2049 in 3D, e quello era Nirvana di Salvatores in videocassetta. Manca però negli occhi lo stesso stupore, lo stesso trasporto. Mi domando se esista un numero massimo di ex aree industriali riconvertite in centri sociali, spazi espositivi, squat, “laboratori”, orti urbani, localini tipici Instagram con le scritte in corsivo sulle lavagnette, che un tessuto urbano può sopportare di assorbire. Berlino deve essere senza dubbio uno dei principali esperimenti mondiali in questo ramo della ricerca, con una concentrazione vertiginosa di architetture che contengono e prolungano all’infinito ogni gesto compreso tra il currywurst, il vernissage, il kinderyoga e la coda per l’ingresso con accredito, e in mezzo una sosta ironica al Photoautomat da “veri” turisti.
Certo, atterrare a Berlino per un classico e iper-provinciale weekend mordi e fuggi leggendo Teoria della classe disagiata condiziona fatalmente la prospettiva. Eppure è vero che al decimo “questo era un grande magazzino della DDR, dopo il Muro è stato occupato, ci ho visto gli Yo La Tengo in una stanzetta così, adesso apre uno show-room della Mercedes” non si capisce più perché dovrebbe essere importante distinguere il confine tra l’autentico e l’autosuggestione. Non è più questione di cinismo: è solo design, “spiegato bene”.
Sono qui per vedere gli Shout Out Louds in concerto, nel 2017, e forse anche io non sono più il fiero Bauhaus di una volta. Nel quartierino semi-periferico che è la mia generazione esco sempre di meno, ogni tanto faccio un giro in bici di notte, quando non c’è traffico, ma a volte ho il sospetto di essere stato sgomberato pure io. Eppure non è sempre così: prendi per esempio questo splendido imbrunire d’autunno berlinese. A mano a mano che passano gli anni, le stagioni alla radio e i nuovi nomi delle serate negli stessi locali che frequentiamo da sempre; a mano a mano che gli ultimi lavori di gentrificazione di quello che chiamavamo “indie rock” non valgono più nemmeno come esercizio di stile per avanzi di clickbait; a mano a mano che i ricordi si confondono, i poster che strappavamo sono stati messi ordinatamente in cornice e per l’abbonamento alla passione della tua vita te la cavi con dieci euro al mese, l’idea stessa di continuare a fare una fragile cosa che facevi identica quindici anni prima – soltanto perché hai l’ingenua convinzione che sia ancora bella e importante – mi appare, giorno dopo giorno, sempre più inedita, sconvolgente e azzardata. L’azzardo modesto e irrilevante delle mie abitudini e dei miei logori gusti mi porta a guardare questi onesti musicisti, questa sera qui davanti a me, con una quantità di benevolenza, amore e riconoscenza che trascende qualsiasi valutazione della musica, per quanto la mia possa essere già soggettiva, del tutto di parte e via via meno lucida da qui fino alla fine del concerto. Voglio dire: sull’ultimo bis degli Shout Out Louds, una travolgente versione di Impossible che non voleva mai finire, siamo saliti di corsa sul palco a ballare in mezzo a Ted, Carl, Adam e Bebban. Abbiamo più di quarant’anni, dei figli, la maglietta inzuppata di sudore e vaffanculo: questa musica è ancora la nostra casa.
Shout Out Louds live @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14
Per un periodo, è sembrato che gli Shout Out Louds non dovessero nemmeno arrivare qui. Molti dicevano che non ce la facevano più, che dopo l’ultimo album era passato troppo tempo, tempo più veloce del loro suono, altre scelte di vita, altre scelte di carriera non sempre indovinate, col senno di poi. Una manciata di recensioni gentili e poco più, “un gruppo da 7”, giusto per l’anzianità di servizio e l’affetto di qualcuno per i primi Duemila. Eppure il nuovo Ease My Mind è un disco sontuoso, compatto, perfetto compendio della storia della band svedese. Un disco che merita attenzione, che trabocca una serenità conquistata e che si lascia alle spalle domande e contraddizioni. Forse ha in scaletta un paio di ballate di troppo, forse soffre la mancanza di un vero singolo sferzante e decisivo, ma il suo passo mai troppo spedito e mai troppo lento trova il ritmo della tua malinconia e riesce a raccontarti la sua, anche dietro la luce calda e tranquilla che diffonde. Una malinconia sorridente in forma di pop pieno di chitarre e cori. Riesci a immaginare qualcosa di più anacronistico? E invece questo ennesimo tour europeo ha visto gli Shout registrare parecchi sold-out. Anche stasera ci sono andati vicino, ma l’Astra di Berlino, una elegantissima sala in legno ereditata dal Dopolavoro Ferroviario della Germania dell’Est, sembra davvero enorme. Oltre un migliaio di persone e ancora c’è spazio in fondo. Guadagno un posto avanti senza troppa fatica mentre stanno finendo The Hanged Man, il nuovo progetto di Rebecka Rolfart, chitarrista delle adorabili Those Dancing Days. Niente di più lontano da quelle atmosfere: tanto le Those Dancing Days si presentavano come solari e scanzonate, quanto gli Hanged Man suonano drammatici, a volte piuttosto ipnotici e dark. Sono molto bravi a creare spazi dilatati che le percussioni, affilati synth e la voce cupa di Rebecka riempiono con notevole passione. Ma la domanda che mi gira in mente tutto il tempo è che tipo di live faranno questa volta gli Shout Out Louds. Li ho visti attraversare più o meno tutte le fasi della loro carriera: dalla folgorazione a Emmaboda 2003, anno in cui esplosero in Svezia, con quell’indiepop travolgente che pestava forte come schietto rock’n’roll, passando per la stagione dei set più ambiziosi ed espansi, in qualche misura sulla traccia di certi Arcade Fire, fino agli ultimi anni, in cui anche le canzoni che sui dischi sembravano più cerebrali, introverse e asciutte, si animavano e si illuminavano, e ti abbracciavano come sanno fare solo gli Shout: un indie rock liberato, disteso, ormai senza tempo né pressioni.
L’attacco del concerto di Berlino mi stende: Paola, la canzone più apertamente New Order del nuovo album, un lungo inno all’età dell’oro, alla capacità di afferrarla, all’amicizia che tiene assieme una vita intera. Sentirla dal vivo, così enorme e scintillante, mi fa rabbrividire. La band è salita sul palco con calma, sembra in forma nonostante le settimane on the road, e la risposta del pubblico è subito imponente. Un elemento costante dopo tanti concerti degli Shout Out Louds: hanno sempre le platee più felici e sorridenti che abbia mai visto. Nel giro di cinque minuti sto parlando con una coppia che è arrivata in macchina da Praga. Ogni tanto si solleva un’onda di pogo, ma è una roba da festa del liceo. Le successive Very Loud e Fall Hard in rapida sequenza sono la doppietta che mi mette già definitivamente KO. Non ero pronto, non sapevo quanta voglia avessi di sentire di nuovo gli Shout Out Louds dal vivo. Sembra passato tantissimo tempo, e ogni ragionevole considerazione intorno al valore di un loro disco o un altro non ha più senso. Le loro canzoni hanno segnato così tanti momenti diversi sulla mappa dei miei ultimi tre lustri che lì, davanti al palco dell’Astra, è come se fossi più leggero, trasparente, e facessi tutto il giro da capo un’altra volta, ma senza dolore.
Shout Out Louds live @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14
La scaletta del concerto procede così, tra canzoni classiche dentro cui perdere gambe e testa (Normandie, You Are Dreaming) e pezzi più recenti per tirare fiato (Throw Some Ligth, o la title track del nuovo album). Sulla devastante Tonight I Have To Leave It Adam scende a cantare in mezzo alle prime file, e a quel punto è inevitabile l’abbraccio collettivo tutti intorno a lui mentre perdiamo la voce. Per Walls sale invece sul palco come ospite Ian Hooper, cantante dei Mighty Oaks, band con cui gli Shout erano stati in tour nel 2013, e hai proprio l’impressione che tutto stia succedendo in maniera così naturale e “tra amici” che, nonostante la schiena non ti regga più, questa serata potrebbe anche non finire mai. Ma è interessante osservare come gli Shout Out Louds abbiano raggiunto un punto della propria storia in cui possono permettersi di lasciare fuori da un set alcuni dei loro singoli più noti come 100° o The Comeback, senza comunque far perdere al concerto un solo istante di intensità. Glielo devi concedere, li hai visti crescere, diventare la band matura e senza incertezze di oggi, ed è naturale che abbiano voglia di cambiare.
Grandioso finale, tre canzoni per il bis, prima Adam e Bebban da soli su una delicata Go Sadness, poi la nuova Porcelain (quasi un manifesto dell'ultimo lavoro) e infine Impossible, tirata, rimbombante e commovente come non mai. "Your love is something I cannot remember": ma concerti epocali come questo sanno risvegliare la memoria (e il cuore) come poche altre cose al mondo.





sabato 14 ottobre 2017

Everything you see tonight is different from itself

polaroid – un blog alla radio – S17E02

The Spook School – Still Alive
Boys – Rabbits
Plastic Flowers – How Can I
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
Paolo Spaccamonti & Paul Beauchamp – White Side
The Clientele – Everything You See Tonight Is Different From Itself
Shout Out Louds – Ease My Mind
Tennis Club – Birthday
The Strokes – The Modern Age

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venerdì 13 ottobre 2017

You've got a lovely haircut, now you don't want me anymore


"I thought you liked me / but you, you just wanna smoke my weed". Storie di feste che non si sa bene come sono andate a finire, ragazze che non abbiamo ancora capito se sono diventate ex o cosa, ma intanto facciamoci un giro in macchina con i tuoi amici (sono tuoi amici questi?) e stiamo ancora un po' fuori. Garage rock a bassa, bassissima fedeltà, voci che arrivano da una radio rotta in cantina, melodie irressitibili come un pacco da sei birre che ti aspetta in frigo dopo questo pacco da sei birre che abbiamo appena aperto: mi sembra di riascoltare per la prima volta i vecchi Harlem. Loro si chiamano Tennis Club, provengono da Joplin, Missouri, hanno appena pubblicato uno sgangheratissimo, fulminante e delizioso album su Spirith Goth Records per il quale non hanno nemmeno fatto lo sforzo di inventarsi un titolo. Forse non inventano nulla nella storia del rock, ma io non so cosa darei per essere a qualche party là con loro stasera!