martedì 21 ottobre 2014

MAP - Music Alliance Pact #73

MAP - Music Alliance Pact

Torna l'appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Episodio un po' asciutto di novità clamorose ma che comunque regala alcuni nomi che mi hanno incuriosito:
- i peruviani Las Amigas De Nadie, con un pop elettronico ipnotico che gira lento e non sai quando scavalca il confine tra il seducente e il paranoico;
- i portoghesi Pernas De Alicate, che ricordano certe composizioni frammentate ma travolgenti dei Broken Social Scene;
- i canadesi Friends Forever, con un synth pop che in una playlist vedrei bene vicino a quello dei nostri Welcome Back Sailors;
- gli spagnoli YDVST, con una incantevole ninnananna dallo spazio profondo.

Niagara - Don't Take It Personally
Gli italiani di questo mese sono i Niagara, da poco usciti con il secondo album Don't Take It Personally sulla label britannica Monotreme (streaming integrale qui). Il duo torinese composto da David Tomat e Gabriele Ottino insegue un'elettronica emozionale, che tenga assieme sperimentazioni pop e malinconia, suoni eterei e bassi grassi, melodie nevrotiche e ritmi destrutturati, glitch e psichedelia. Il risultato è raggiunto, l'amalgama è eccellente e il disco ha richiamato alla mente riferimenti del calibro di Caribou, TV On The Radio e Boards Of Canada. Da recuperare, in caso anche voi come me lo abbiate colpevolmente trascurato, anche l'ottimo esordio Otto del 2013.

Questa è la playlist del MAP di Ottobre, compreso il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

(mp3) Niagara - Vanillacola

domenica 19 ottobre 2014

Born to be a rebel

Vic Godard & Subway Sect

Allo scoccare della mezzanotte, Vic Godard e i suoi Subway Sect stanno attaccando la seconda canzone in scaletta. Vic si toglie gli occhiali da vista, si china per riporli con cura in una custodia di pelle e quando salta in piedi si scatena in uno strano ballo senza molta grazia, agitando le braccia ovunque, a ginocchia piegate e occhi chiusi. Born To Be A Rebel suona forte, più sciolta che su disco, con propulsione Northern Soul e coretti che sembrano citare le Fascinations di Girls Are Out To Get You, e Godard si sta lasciando proprio trasportare. È in quel momento che noti che indossa un paio di Etnies slacciate, pantaloni bianchi molto baggy e una disimpegnatissima polo a righe: potrebbe essere arrivato da Londra in skateboard, non farebbe una piega. Certo, ci sono tutti quei capelli bianchi, e qualche dubbio ti sorge. Mi torna in mente quella gag di un video dei Beastie Boys, in cui loro erano truccati da sé stessi anziani e andavano ancora in giro per strada con la stessa aria spavalda. Ecco, anche qui stasera, dietro le rughe e la calvizie, avverti l’identico sguardo fiero che potevi trovare nelle fanzine di epoca Clash o Sex Pistols, band con cui Godard ha condiviso gli inizi.
Una buona parte dei pensieri che ti girano in testa durante un concerto come quello di stasera al Covo è quanto ti senti a tuo agio a vedere ballare sopra un palco uno che ha circa l’età di tuo nonno. E non stiamo parlando di una celebrità come Mick Jagger, o un altro di quei bizzarri monumenti che sembrano resistere al tempo al solo scopo di contraddirne l’esistenza: qui abbiamo di fronte un postino inglese in pensione. Ecco, una domanda che ci si potrebbe fare è fin dove arriva il doveroso tributo ai padri fondatori e dove comincia l’accanimento terapeutico, il rifiuto di arrendersi agli anni che passano, di accettare il presente per quel che è. Penso a quei concerti memorabili tipo Nikki Sudden o Eugene Kelly davanti a poche decine di persone sempre qui al Covo, o Jonathan Richman a Ravenna, in un Bronson incredibilmente mezzo vuoto, qualche inverno fa: cosa ci spinge a cercare di ritrovare a ogni costo, qui e ora, una piccola luce che aveva brillato fortissimo così tanto tempo prima. Forse è un miscuglio di riconoscenza e consapevolezza di essere, dopotutto, piuttosto fortunati; un modo per aggrapparsi, almeno per mezz'ora, a una storia che sta franando da tutte le parti; il desiderio molto umano di trovare qualche volta dei punti fermi.
Chiamalo stile, chiamalo carisma, ma quando te lo trovi davanti sfoggiato in questa maniera, come è successo in questo sabato nel vecchio tempio bolognese, devi solo stare ad ascoltare. Vic Godard avrà anche l’età di tuo nonno, ma non si tira indietro quando c’è da cantare Stop That Girl e subito dopo Get That Girl, e ci scherza pure sopra. La sua ultima raccolta 1979 NOW! ripesca e rilegge tutte le influenze Northern Soul della sua lunga carriera, e nelle note dell’album scrive fitto titoli di libri e di film e nomi di band che lo hanno ispirato, e lo fa ancora con lo stesso entusiasmo di un ragazzino (o di un disco dei Comet Gain), che deve spiegare tutto e tutto in una volta. Da uno nato con il punk (la seconda parte del set di stasera è stata tutta un crescendo, fino a Nobody’s Scared ovviamente), e che poi è arrivato a toccare il jazz e il pop più raffinato, io tutto questo lo prendo come una bellissima lezione, una musica che è una vigorosa e salutare scossa al morale.

[foto via instagram]


giovedì 16 ottobre 2014

V for Vaselines

The Vaselines: V for Vaselines

La storia del Rock è disseminata di "se", strade mai imboccate, porte che si sono chiuse. Tutti quei dischi mai usciti al momento giusto, le morti premature, i sabotaggi, le scelte incomprensibili. E qualcosa che sembrava ormai certo, ora è soltanto un'ipotesi. A volte, invece, quella che sembrava una fine imprevista si rivela la sola via possibile per andare avanti. Un'oscura band scozzese della seconda metà degli Anni Ottanta, che si scioglie subito dopo aver pubblicato un atteso album di debutto, avrebbe oggi la stessa rilevanza se avesse proseguito una "normale" carriera? Considerando la biografia dei Vaselines viene proprio da chiederselo. Ogni volta che si parla di loro non si manca mai di citare il decisivo intervento di un personaggio come Kurt Cobain per far conoscere le loro canzoni. In mezzo c'è stata una media carriera solista, un po' di anonimato, una reunion che ha preso in contropiede non pochi, la bella e doverosa antologia Sub Pop e un ritorno alle canzoni pungenti e scanzonate con Sex With An X. Ascoltando questo nuovo V For Vaselines non puoi fare a meno di pensare che sarebbe il classico terzo disco, uno di quelli in cui i critici riescono a leggere tanto "l'approfondimento e la maturità" quanto "la noiosa ripetizione di stilemi risaputi". Con la sola e abbastanza eccezionale differenza che questo "normale" terzo disco arriva a quasi trent'anni dall'esordio. Ma del resto sono i Vaselines, cosa vi aspettavate?
Dicono che questo disco sia ispirato alla semplicità e immediatezza del rock'n'roll sanguigno alla Ramones, ma forse il suo difetto maggiore è proprio una certa prolissità. Se quasi tutte le canzoni durassero la metà dei minuti per me sarebbe efficaci il doppio. Vale anche per i momenti migliori, come il singolo High Tide Low Tide o la scanzonata One Lost Year: strofa ritornello strofa ritornello e tutti a casa, sarebbe sufficiente. Unica eccezione che concedo: Single Spies, una lunga e placida ballata in cui uno dei molti botta e risposta tra le voci di Eugene Kelly e Frances McKee serve a mettere in scena un agrodolce ma placido quadro casalingo, tra amori sbiaditi e voglia di resistere. Per il resto, i Vaselines tendono forse a trascinare ogni idea più del dovuto e a far sembrare la mezz'oretta di questo disco più lunga di quanto non sia in realtà. Detto questo, V For Vaselines resta un lavoro schietto e agguerrito, che non scende a patti con l'età dei suoi musicisti. E nonostante la conclusiva Last Half Hour si lasci andare a un drammatico "Switch off, turn the lights low / Final curtain, end of the show", c'è da scommettere che l'ultima parola per i Vaselines non è ancora detta.

(mp3) The Vaselines - One Lost Year

mercoledì 15 ottobre 2014

Polaroids From the Web

"We haven’t gotten any help from any blogs or big labels" edition

Belle & Sebastian - ‘Girls in Peacetime Want to Dance’

- Ieri sera i Belle & Sebastian hanno rivelato la copertina e tracklist per il nuovo album Girls in Peacetime Want to Dance in arrivo il prossimo 20 gennaio. Qualche dettaglio in più si trova nell'intervista a Stuart Murdoch e al batterista Richard Colburn uscita qualche giorno fa su The Quietus: «somebody trying to make a political record is somebody making a boring record. It's what people do when they've given up on life and romance. But I think I have become more aware of the outside world – you start looking around you a bit more when you're older. I was interested in similar characters, but perhaps considering how the political world affects them"».

- Agli antipodi, «nothing is more important than ego»: consigliabile la lettura degli (un po' anacronistici ma sempre divertenti) Everett Trues’s Handy Hints For Budding Writers.

- Altri consigli, ma su un versante più creativo. ELLE pubblica un estratto dal saggio di Grimes per il Rookie's Yearbook Three di Tavi Gevinson: "Boss Lady Lessons From a Pop Star". Lei musicalmente mi coinvolge poco, e il personaggio non è sempre simpaticissimo, ma il pezzo è interessante.

- Ancora a proposito di donne vincenti, Lindsay Zoladz su Vulture: "2014: The Year That All-Female Collaborations Ruled the Radio".

- «At the minute our mindset is purely focused on making another record. If we come up with something worthwhile and good then we'll continue»: vi ricordate quando eravamo tutti emozionati per la reunion degli Slowdive? In questa lunga intervista per Drowned In Sound raccontano come stanno andando le cose e cosa aspettarsi dal prossimo futuro.


- «There are definitely times when we’ve been in crazy poverty and have questioned why we were doing this. I’ve worked myself so hard that to the point of getting really sick or to not having a proper relationship with my family or my friends»: i Growlers su The Bay Bridged. Impossibile non voler bene a questi disgraziati.

- «From the surveys available, it may simply be impossible to know exactly how teens consume music. If anything, their range of preferences keeps the music industry's options open»: un po' demoralizzante ma non pessimista, "No One Knows How Teens Listen to Music" su The Atlantic.

- A proposito di consumi musicali, a volte ti chiedi se nel 2014 sia ancora possibile un'esperienza dell'ascolto in qualche modo unica, non solo eccezionale, ma letteralmente irripetibile. Deve essere quello che si sono chiesti anche allo Spazio O' di Milano che sta curando una speciale rassegna intitolata "Vapore". Per questi appuntamenti vengono commissionate composizioni originali ad artisti occidentali residenti in Giappone. I brani vengono riprodotti per un solo ascoltatore per volta e dopo 150 ascolti ogni brano viene cancellato, distrutto e non sarà più disponibile in alcuna versione, né online né in formato fisico. Dal 20 al 25 ottobre è il turno di Momus, che presenterà Pigtails, mentre a dicembre sarà la volta di Jim O’Rourke.

- «My anti-depressants have made it impossible for me to cry, it gets stuck in my throat constantly. I think that if it broke free, it would go on forever»: "Coke, Porn, Mountain-Climbing And Me", un autoritratto di John Grant su Mojo.

- «Back then they were kids. Nerds, really. Their cool came from their lack of anxiety about that fact. You could see it in how they presented themselves, how they dressed, in what was basically the detritus of New York City: big scruffed-up parkas, discarded military jackets, work boots, hooded sweatshirts. Worn in that unselfconscious way of people who have yet to see themselves in the mirror, let alone on the cover of a record»: compito fin troppo facile per Zach Baron su GQ, esaltare lo stile di gente come Beastie Boys e LL Cool J e la loro influenza nel presente - "Under the Influence: How Def Jam's Early Days Inspired this Season's Look".

- Sul Guardian dieci tracce essenziali per ricordare Mark Bell degli LFO, purtroppo scomparso prematuramente l'altro giorno.
(mp3) LFO - LFO

venerdì 10 ottobre 2014

Do what you want to, it's what you should do

Flowers - Do what you want to, it's what you should do

Bisognerebbe ascoltare soltanto musica che ci fa saltare per aria, stringere i pugni e prendere a calci i giorni là fuori. Anche se non servirà, anche se quattro accordi non potranno mai davvero risolvere tutto quello che non è, o far splendere il sole in questo grigio cielo di ottobre, né darti indietro il tempo che hai sprecato, a volte hai solo bisogno di questa lotta, di tenere stretta una canzone al cuore: è quello che conta e resterà. La tua canzone è tua per sempre. La scarna musica dei Flowers parla di questo. Dentro storie d’amore e disperazione, in apparenza così elementari e adolescenziali, quelle parole sempre sul punto di rompersi in lacrime e quelle melodie dolenti stanno dicendo quanto è ostinato ancora il desiderio di aggrapparsi a una scintilla fragile. E se affondiamo non ci sarà modo più bello e grandioso di affondare. Nella traccia di apertura, Young, Rachel Kenedy mette subito in chiaro le proprie drastiche intenzioni: “I would never tire of this / and if I do, then bury me beside you”. C’è tutto il dramma plateale della giovinezza, con i suoi pessimismi cosmici e la sua infinita tenerezza. Ma c'è anche qualcosa che, da quell’età in avanti, non è più possibile cogliere con la stessa franchezza e la stessa grazia inconsapevole: quella dedizione e quei bruschi cambi di direzione, le decisioni assolute prese nel giro di un attimo, il vento freddo in faccia e piangere sorridendo. La spiegazione è nella meravigliosa Forget The Fall, che racchiude il verso che dà il titolo all’album: “Do what you want to, it's what you should do”, e aggiunge “that’s the fun of being young”. Com’è ovvio, è un divertimento pieno di problemi e contraddizioni: “Leave me alone, but don’t leave me lonely / pick up the phone, but please don’t speak” (dalla straziante Alone). Eppure, chi non darebbe subito indietro la propria presunta maturità, il proprio pacato giorno-dopo-giorno, per un minuto di quella musica celestiale, di quel caos cieco ed entusiasmante, di quel batticuore che sembra eterno?
I Flowers devono buona parte della loro potenza alla voce della Kenedy, che è davvero qualcosa di angelico, tutta timidezze e slanci. Lei suona un basso distrutto con una corda sola e vorresti abbracciarla e proteggerla appena si presenta davanti al microfono. Jordan Hockley alla batteria percuote ritmi cupi, mentre Sam Ayres alla chitarra e qualche synth riempie tutto quello che resta da riempire, sapendo farsi da parte al momento giusto. La produzione di Bernard Butler forse smussa un po’ troppo gli spigoli rispetto ai 45 giri che ci avevano fatto conoscere e amare il trio londinese, ma questo disco resta in ogni caso un debutto davvero imponente. C’è il minimalismo di certi Young Marble Giants, c’è l’impetuosità tutta shoegaze, un tocco eccentrico degli Ottanta dei Cocteau Twins, l’immancabile malinconia Field Mice, l’indiepop secco ma incisivo alla Beat Happening. Ma soprattutto c’è, grandiosa e perdente, una musica che fa stringere i pugni e saltare per aria, come si conviene a ogni età.

(mp3) Flowers - Lonely

giovedì 9 ottobre 2014

In between appearing and disappearing

 Populous - 'Night Safari'

Spegni le luci e accendi l'astronave. Sorvoliamo a bassa quota il pianeta inesplorato spostandoci di poco dalla fascia dell'equatore, seguendo la linea dell'alba. La velocità è quella giusta per osservare con calma la forma dei continenti e dei mari. Seguiamo i venti e le correnti. L'artwork del nuovo album di Populous, Night Safari, è un paesaggio disegnato da Hello This Is Kae e in qualche modo mi ricorda qualcosa di certe vecchie copertine Urania. Scene sospese da mondi lontani, il senso immediato di avventura già per il semplice fatto di poterle vedere da vicino, e al tempo stesso la percezione netta di essere dentro un tempo fermo e assoluto. Giro la copertina tra le mani mentre faccio partire il disco. Cerco di capire la relazione tra la figura distesa in primo piano e quella specie di aurea creatura felina. Potrebbero essere la preda e il suo predatore, ma la quiete del lago cromato mi suggerisce altro. Nella copertina interna il leone è solo, si allontana tra le dune sullo sfondo, o forse scruta l'orizzonte. Nel retro rimangono soltanto il deserto e quel sole metallico, impassibile, gigantesco. Nel cielo persiste la stessa allusione d'alba. Che cosa è successo? Aspetto risposte dalla musica. Il comunicato stampa parla di suoni esotici e suggestioni tropicali, ma a me piace pensare che siano i tropici di un pianeta sconosciuto. Field-recordings raccolti ai quattro angoli di un globo mai visto prima. La musica continua a cullare la trasvolata anche quando i bmp accelerano. Percussioni furibonde smorzate sotto suoni liquidi, glitch che si innestano dentro voci tribali di razze perdute, atmosfere di una disco senza gravità. Non so quanto potrebbe far piacere agli artisti coinvolti (sono numerosi i featuring di questo disco: Cuuse, Clap Clap!, Digi G'Alessio, Iokoi, Dj Khalab e ovviamente Giorgio Tuma), ma la cosa che preferisco di Night Safari è abbandonarmi all'ascolto e rifiutarmi di percepire alcuna distinzione tra una canzone e l'altra. Ci sono, com'è logico, scoperte che destano sorpresa durante il viaggio: l'eterea Fall, uno dei momenti più "pop" del disco, la bipolare Quad Boogie, che alterna ritmi furibondi a campanelli da ninnananna, la limpida gioiosità di Brasilia, la sinuosa e martellante Water Temple. Ma la musica di questo safari è compatta, direi organica, nel suo procedere.
Il ritorno di Andrea Mangia al nome Populous, dopo varie pause e progetti paralleli, si presenta come un lungo e articolato viaggio in una terra nuova e al tempo stesso antica. Tiene assieme l'esplorazione e il ritorno a casa, il battito sintetico e il canto ancestrale, lo spazio profondo e lussureggianti foreste.

(mp3) Populous - Water Temple (feat. Clap! Clap!)

mercoledì 8 ottobre 2014

Best friend

Welcome Back Sailors | Best Friend

L'anteprima è uscita ieri sul blog inglese Goldfalke Paint e oggi è ufficiale: stanno per tornare i Welcome Back Sailors! Il singolo Best Friend anticipa Tourismo, album che arriverà a fine novembre per We Were Never Being Boring collective in collaborazione con La Barberia Records.
I classici suoni morbidi e sintetici dei Welcome Back Sailors hanno trovato una nuova forma, più equilibrata e compatta, mescolando naturalezza pop con ampie dosi di soul e di funk. Forse meno "solare" del precedente Yes/Sun, ma al tempo stesso più caldo e diretto. Perché, come dice questa prima traccia, "all I want is to make you happy":



Welcome Back Sailors - Best Friend

lunedì 6 ottobre 2014

"Fans only"

God Help the Girl by Stuart Murdoch - Olly Alexander,  Emily Browning, Hannah Murray

Ancora prima di presentare God Help The Girl al Sundance Festival, Stuart Murdoch metteva le mani avanti: il film sarebbe un "musical for people who don't like musicals". Dopo averlo visto, mi sento di aggiungere di più: questo film è un documentario in forma di musical. Tutte quelle immagini sullo schermo che non vanno a raccontare nessuna storia non possono che avere scopo divulgativo o di studio. Il soggetto di tale documentario sono post-adolescenti musicisti dilettanti che scrivono delicate canzoni nella loro cameretta, ascoltano vecchi 45 giri con giradischi portatili, usano ancora immacolate musicassette oppure forbici, colla e fotocopie per rendere nota al mondo la propria esistenza, hanno un debole per i vestiti di seconda mano, si innamorano senza mai riuscire a dirlo e baciano sempre al momento sbagliato. Insomma, il quadro è abbastanza chiaro: il debutto alla regia del cantante dei Belle and Sebastian è un documentario sul mondo indiepop. Chi l'avrebbe mai detto!
Molti dei difetti che sono stati rilevati a God Help The Girl possono riassumersi nelle stesse critiche che, a un certo punto della storia, un personaggio di contorno, giovane cantante di successo, rivolge alla protagonista, giovane cantautrice ancora piena di speranze: "il tuo suono è troppo ingenuo, [...] hai bisogno di registrare con un'attrezzatura più adatta, i tuoi testi sono sono deprimenti e autoreferenziali, queste canzoni sono infantili!". Stuart Murdoch deve avere sentito quelle parole non poche volte all'inizio della propria carriera musicale. A differenza dei dischi dei Belle and Sebastian, però, il tentativo di God Help The Girl di fare poesia a partire da elementi semplici trattati con una sensibilità limpida e un sofisticato senso dell'umorismo funziona solo in parte.
Tre ragazzi abbastanza emarginati si conoscono e decidono di mettere in piedi una band: c'è una storia d'amore, c'è una storia di guarigione e ci sono alcune piccole avventure di contorno. Olly Alexander ha una faccia che racchiude tutti gli stereotipi del genere, ma i tre personaggi principali (soprattutto quello interpretato dalla pur brava Hannah Murray) non sembrano mai abbastanza completi, e d'altra parte sono troppo precari e complessi per avere la leggerezza di favola, a due dimensioni, da fumetto. Eppure, o forse proprio per questo, i numeri musicali si innestano nel racconto con una grazia che fa di tutto per essere spontanea e che finisce spesso per strappare almeno un sorriso. Purtroppo le canzoni di God Help The Girl (parlo del disco da cui la storia prende le mosse) non mi sono mai sembrate tra le migliori scritte da Murdoch, ma questa è soltanto la mia opinione. La voce di Emily Browning è soave quanto basta e si lascia apprezzare, quasi tutti i componenti dei Belle and Sebastian si prestano a suonare sullo schermo, e in più fanno qualche comparsata anche Lee Thomson (Camera Obscura), i Wake The President, i We Are The Physics, la signora Murdoch in persona, Marisa Privitera, e di sicuro qualcun altro che mi è sfuggito.
A parte queste note un po' nerd, e a parte il fatto che a Stuart Murdoch sono disposto a perdonare anche l'idea di mettere in piedi un musical, bisogna dire che ci sono alcuni, non tantissimi, momenti in cui il film sembra ingranare: la gita in canoa, la discussione sul nome da dare alla band, le corse Nouvelle Vague, la prima canzone tra Eve e James, il primo balletto a tre. Ecco, mentre vedevo alcune sequenze sgranate da Super 8 (sogno? flashback?) mi è tornato in mente il dvd "Fans Only" che la Jeepster pubblicò all'inizio dei Duemila, come sintesi della prima parte della carriera della band scozzese. I Belle And Sebastian erano quelli, con quelle stesse immagini, erano già il racconto di sé stessi come gruppo, da sempre: un racconto lieve, appassionato e sentimentale. Erano sorrisi sinceri anche se il cielo era grigio, erano quaderni fitti di parole scritte a mano (la voce di Stuart David che spiega la nascita delle ink polaroids!), erano biciclette in salita con la città sullo sfondo, tazze di tè caldo e abbracci e musica bellissima. Quello che invece la storiella un po' Wes-Anderson-wannabe di God Help The Girl purtroppo non è capace di scrollarsi di dosso è di sembrare un racconto di seconda mano, poco spontaneo proprio perché non gli riesce di amalgamare elementi che già conoscevamo con qualche ingrediente nuovo, un nuovo slancio. E se Fans Only era allora un titolo a suo modo ironico e affettuoso, oggi rischia di sembrare più appropriato per questo nuovo lavoro di Murdoch.

Forget the fall

“polaroid – un blog alla radio” – s14e01

“polaroid – un blog alla radio” – s14e01

Literature – The Girl, The Gold Watch, And Everything
Rat Columns – Walking Back
The Pains Of Being Pure AT Heart – Summer Of Dreams
Baseball Gregg – Mathdance
The Stevens – Thirsty Eye
[Bastonate - "C'è questo disco di Karen O in streaming"]
Karen O – Day Go By
Terry Malts – Let You In
Twerps – Wait Til You Smile
Flowers – Forget The Fall

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giovedì 2 ottobre 2014

Time it seems never enough to choose

LITERATURE - CHORUS (2014)

Le canzoni dentro Chorus, il nuovo album dei Literature, corrono a perdifiato e sono tutte attaccate, suonano come una cassettina in cui volevi stipare più pezzi possibile e tenere il ritmo sempre alto, quasi fosse una sfida. Una finisce e subito arriva la successiva a travolgerti. Non per niente, il solo vero momento di stanchezza in scaletta è rappresentato dall'unica canzone in cui la band di Philadelphia toglie il piede dall'acceleratore (Chime Hours), ma arriva ormai all'inizio del Lato B del disco e non disturba più di tanto. Anche i testi sembrano riflettere questa impazienza: frasi brevi, immagini slegate, name-dropping senza il tempo di raccontare vere e proprie storie. "Time it seems never enough to choose". Lanciare la propria musica a velocità folle sembra necessario e vitale per i Literature: mi ricorda qualcosa di certi Pains Of Being Pure At Heart degli inizi (o magari di quello che avrebbero potuto essere i Drums), e questo rende il loro agguerrito indiepop (non è un ossimoro!) conciso ed efficace, oltre che divertentissimo (vedi l'irresistibile apertura di The Girl, The Gold Watch, and Everything, o il singolo The English Softhearts). Anche se la produzione del capitano Gary Olson arricchisce i colori e la "profondità" rispetto al debutto di due anni fa, quello dei Literature resta un suono che deve correre a più non posso per non indugiare e pentirsi. Super melodici e adrenalici, non concedono un attimo di tregua e sbaragliano ogni resistenza.

(mp3) Literature - The Girl, The Gold Watch, and Everything

mercoledì 1 ottobre 2014

What is that cheerful sound?

Italy's Be Forest covered Beat Happening, touring USA w/ Tennis System after CMJ (dates, streams)

La notizia l'ha data in anteprima ieri sera il blog americano BrooklynVegan: i nostri cari Be Forest ("masters of mood, making swoony dreampop informed by the classics but very much in the now") stanno per imbarcarsi per un lungo tour degli Stati Uniti!
Dopo un paio di live al festival CMJ di New York, gireranno per una ventina di date su entrambe le coste con un bel po' di tappe nel mezzo, e ad accompagnarli ci saranno i prodigiosi californiani Tennis System. Presenteranno il loro ultimo acclamato Earthbeat, e qualche altra sorpresa. Per celebrare la partenza, il trio pesarese ci regala una cover del classico dei Beat Happening Indian Summer, canzone quanto mai adatta alla stagione. Buon viaggio e in bocca al lupo, Be Forest! Cinque alti a tutta la banda e molti, molti brindisi!



Be Forest - Indian Summer (Beat Happening cover)

lunedì 29 settembre 2014

"polaroid - un blog alla radio": la quattordicesima stagione!


Lo so, è soltanto una manciata di gif di #polaroid pescate a caso su tumblr e messe assieme in pausa pranzo, ma in qualche modo dovevo darvi la notizia: questa sera, alle dieci e mezza, parte la quattordicesima stagione di "polaroid - un blog alla radio". Un po' di bei dischi nuovi, un po' di "ink polaroids", i prevedibili imprevisti e gli immancabili brindisi. In diretta da Bologna, sulle frequenze di Radio Città del Capo, come sempre anche in streaming (e da domani, più o meno, in podcast)!

I just wait til you smile

Twerps - Underlay (2014)

Siete una moderatamente disgraziata band australiana con riferimenti musicali abbastanza oscuri al grande pubblico. Esordio indipendente, la critica composta da vostri simili risponde più o meno entusiasta, qualche centinaio di dischi venduti, hype sui blog, amici che offrono birre: immagino la dimensione del successo. Una vostra canzone viene citata a caso da una star di Hollywood su twitter, e voi cosa fate? Nel disco successivo dichiarate: “I don’t want to sing Dreamin / It’s lost every single meaning”. Va bene, riguardava la storia personale tra il cantante Martin Frawley e la chitarrista Julia McFalane, ma alla fine sembra un po' che vogliate fare di tutto per accanirvi nella solita nicchia.
Alla fine non è così, per fortuna, soprattutto ascoltando questo nuovo Underlay EP uscito per la prestigiosa Merge, disco che rivela un suono in evoluzione.
La prima volta che parlai dei Twerps qui sul blog tirai fuori l'idea di una foschia di pigrizia che avvolgeva la loro musica. Se oggi dicessi che queste nuove canzoni sembrano invece mostrare un'anima più ruvida, non intendo che in passato la band di Melbourne suonasse twee-pop: è solo che questa nuova raccolta decide di puntare su un carattere a tratti più agitato e introverso. Da una parte restano fermi numi tutelari come Clean e Bats (vedi la meravigliosa Hypocrite), ma ci sono anche momenti Beat Happening (la filastrocca di Conditional Report) e altri poetici e ostinati alla Television Personalities, meravigliosi fino alle lacrime (Wait Til You Smile).
Se Underlay è davvero un disco di passaggio, soprattutto visto l'importante cambio di etichetta e di esposizione, rimango curioso di sapere cosa succederà in futuro. Ma anche nel caso i "nuovi" Twerps assomigliassero molto a quelli di oggi, non potrei davvero chiedere di più e gli vorrò un gran bene come sempre.

(mp3) Twerps - Wait Til You Smile

sabato 27 settembre 2014

EXCLUSIVE PREMIÈRE: stream Baseball Gregg debut cassette!

Baseball Gregg

Oggi è il Cassette Store Day, la festa mondiale delle care vecchie cassettine, e qui su polaroid lo festeggiamo ascoltando in anteprima il debutto dei Baseball Gregg, pubblicato proprio in cassetta da Harlot (USA) e dalla Barberia Records di Modena! Un lavoro di bedroom pop sofisticato e multiforme che secondo Impose Magazine "inspires rounds of spontaneous celebrations and instant entertainment", osservazione che mi trova del tutto d'accordo.
Ascoltate l'EP Baseball Gregg in esclusiva qui sotto, compratelo sui siti delle due label, e intanto leggetevi la lunga chiacchierata che ho fatto con Luca e Sam:


Nelle interviste su Impose e sul blog dei False Priest avete parlato a lungo di come vi siete suddivisi i compiti di scrittura delle canzoni. Io vorrei che invece raccontaste quello che avete fatto assieme, come siete intervenuti nei reciproci pezzi, nelle scelte dei suoni, insomma come avete lavorato e preso decisioni a quattro mani.

Luca: Come hai giustamente puntualizzato, i pezzi sono stati scritti individualmente, in tempi e luoghi diversi. Una volta che abbiamo iniziato a registrare abbiamo deciso quattro o cinque 'suoni' che dovevano essere presenti in ogni pezzo, e poi abbiamo arrangiato le varie canzoni. Il suono più caratteristico e che è un po' il minimo comune denominatore tra i vari brani è "calypso", uno stranissimo mix di effetti che escono in un rotary speaker invece che in un amplificatore, con il quale abbiamo registrato tutte le chitarre soliste. Volevamo dare una forma ed un'estetica comune a dei pezzi che erano per natura diversi, e per ognuno di essi abbiamo utilizzato circa lo stesso modus operandi, agendo sia a livello di arrangiamento che a livello di suoni. È il disco più attinente alla definizione di "bedroom pop" che possiate immaginare, perchè le canzoni le abbiamo scritte nella camera di Sam, registrate nella camera della mia fidanzata e tutto il processo si è svolto in un ambiente per così dire casalingo. L'assenza dell'urgenza di dover mai portare le canzoni dal vivo ha influenzato molto la struttura del lavoro: non siamo mai entrati in sala prove né in uno studio, le canzoni hanno tantissimi strati e sono un po' iper-prodotte talvolta. Non so dirti se tutto questo sia considerabile un aspetto negativo o positivo della cosa; tuttavia mi piace pensare che siamo riusciti a infondere per osmosi ai pezzi un po' del calore casalingo e delle atmosfere polleggiate che ci circondavano mentre suonavamo.

Sam: In generale, abbiamo scritto insieme gli arrangiamenti per le canzoni. Avevamo entrambi in mente delle strutture e dei pezzi di canzoni già composti, e quando ci si incontrava si decideva il resto insieme. In un certo senso, i pezzi sono stati "riscritti" durante il processo di registrazione. Quando ho iniziato da adolescente a provare a scrivere canzoni per la prima volta di solito attaccavo il registratore e iniziavo a suonare, per cui scrivere canzoni in questo modo è stato molto naturale per me. Tanto più questa volta che Luca era con me per discutere dei pezzi e fare un po' di brainstorming. Abbiamo cercato di essere realmente onesti l'un l'altro durante la registrazione - se non ci piaceva qualcosa o non ci convinceva non avevamo remore a dirlo. Credo che ciò abbia aiutato molto il prendere tutte le decisioni.

Dato che state uno a Bologna e uno in California e avete registrato tutto poco prima che Sam partisse, avete dato per scontato sin dall'inizio che i Baseball Gregg non si sarebbero mai esibti live in formazione completa? Pensi sia uno strano modo di concepire una band, sapendo già che sarà sempre qualcosa di leggermente diverso, forse impreciso o comunque mai aderente fino in fondo al disco? Per esempio, oggi ci sono i Baseball Gregg che si esibiscono a Modena ma anche quelli che suonano a Stockton, e sono entrambi "veri"! Oppure tutto questo lo si potrebbe vedere come un approccio molto attuale e disincantato alla frammentata scena musicale, una "temporary band" come un "pop-up store" che nasce, dice quel che deve dire e poi chiude?

Luca: Questa band è peculiare perché non è nata per essere tale. Mi spiego: nelle nostre intenzioni iniziali non vi era assolutamente l'idea di creare un complesso, né tantomeno di fare un album o un ep che dir si voglia. L'unico scopo - almeno dal mio punto di vista - per il quale abbiamo iniziato a lavorare su delle canzoni insieme è stato il desiderio di qualcosa che ci legasse una volta che Sam fosse ritornato a casa, una sorta di ricordo dei mesi trascorsi assieme e di un'amicizia molto bella. Ci sarebbe molto piaciuto fare un piccolo concertino acustico da qualche parte a Bologna prima che Sam partisse, ma abbiamo chiuso il master due sere prima del suo aereo e non abbiamo fatto in tempo a organizzare nulla, purtroppo.
Dal mio punto di vista, gli amici con cui porterò dal vivo un paio di volte le canzoni dei Baseball mi hanno fatto appassionare nuovamente alle canzoni: dopo aver ascoltato per due settimane di fila Mathdance montando il videoclip, e in generale aver abusato con gli ascolti dei pezzi nei mesi successivi alla fine del lavoro, mi trovavo in un momento in cui ero quasi nauseato dalle canzoni. La sfida di riuscire ad arrangiare tutto quanto per un complesso di tre elementi ed in generale il clima euforico da sala prove ha riacceso l'amore per i pezzi. Quelli di Sam sono molto belli da suonare dal vivo, è un buon compositore garage-rock.
Per quanto riguarda il parallelismo dei due progetti live: è un'ottima osservazione, e penso sia molto divertente pensare che dall'altra parte dell'oceano ci siano dei nostri cloni che stanno suonando gli stessi pezzi, con il loro stesso nome!

Sam: Ricordo anch'io che parlammo di provare a suonare insieme alla fine della mia permanenza in Italia, ma alla fine non ce l'abbiamo fatta. Penso che una delle cose più belle della musica live è che è diversa dalle registrazioni in un sacco di aspetti. Quando registri, una band ha un sacco di tempo per prendersi cura di tutti i minimi aspetti, e può provare a far sì che tutto suoni perfettamente - e questa è una fase del lavoro che mi piace molto. Apprezzo sentire che qualcuno ha fatto del suo meglio per far sì che una registrazione suoni bene. Ma è comunque diverso da una performance dal vivo. Live, la musica è sempre meno precisa, meno pianificata e calcolata; ciò in un certo senso rende la musica dal vivo più onesta che la musica registrata. Per quanto riguarda l'essere una temporary band, non so davvero se la versione Stocktoniana dei Baseball Gregg suonerà più di un concerto, almeno nel prossimo futuro.

A questo punto allora devo farvi anche la classica domanda sui prossimi progetti: continuerete a portare avanti i Baseball Gregg in qualche modo? Magari in stile Postal Service, senza incontrarvi mai, e spedendovi le parti di canzoni, oppure secondo voi questa band già ha raggiunto l'obiettivo con questa cassetta.

Sam: Non si sa mai. Qualora dovessimo continuare, però, non mi piacerebbe farlo come i Postal Service. Ma se dovessimo mai vivere di nuovo l'uno vicino all'altro in futuro, sicuramente vorrò suonare di nuovo con lui.

Luca: L'idea di considerare questa esperienza come conclusa mi rattristerebbe un po', perché a livello creativo credo abbiamo instaurato una sintonia molto rara, e mi dispiacerebbe ciò finisse. Io, invece, non fatico ad immaginarmi - anche in un tempo molto dilatato (magari nell'arco di un paio di anni), una specie di flusso di songwriting a distanza che si protragga per un po' finche non decidiamo di trovarci insieme e registrare qualcosa. Sarebbe una bella idea.


In the interviews with Impose and with False Priest, you have already discussed how you divided the task of writing the songs, with each of you writing a few. Instead, i would like to know more about the things did together: how you intervened in each other's songs, how you chose tones for the instruments, how you worked together and made the decisions.


Luca: As you noted, the songs were written individually, on our own time. When we started recording the first song, we chose 4 or 5 sounds that we would then use in every song, and then we arranged the songs around these sounds. The most characteristic sound, the lowest common denominator between the songs, is a guitar tone we named "calypso," a weird mix of effects that is played through a rotary speaker instead of an amp. We used this to record all the lead guitar. We wanted to give a common form and aesthetic to the songs that were all originally pretty different from each other, and so for each one we used the same modus operandi when it came to arrangement and tones. It's the closest thing to "bedroom pop" that I can imagine, since the songs were written in our bedrooms, recorded in my girlfriends room e the whole process was very domestic. The perceived absence of the need to play live influenced the work a lot: we never practiced the songs or stepped foot in a studio. The songs have a lot of layers and are a little hyper-produced. I don't know if this is a positive or negative aspect, but I like to think we succeeded, through some sort of osmosis, in putting a little bit of our relaxed and at home atmosphere into the songs.

Sam: In general, we made all the arrangements for the songs together. We had a bunch of structures and outlines of songs written, and when we would meet up to record we would decide on the rest together. So in a way the songs were re-written by the recording process. When I first started trying to write songs as a teenager, I would just start out by recording and see where it took me, so writing songs this way felt really comfortable to me. Even more so that Luca was there with me to bounce idea's around. I think we tried to be really honest with each other while recording, about if we didn't like something, which helped a lot in making all the decisions.

Given that one of you lives in Bologna and the other in California, and that you recorded everything shortly before Sam left, did you know from the beginning that Baseball Gregg would never play live in it's original form? It seems like a strange way to conceive a band, already knowing that there will be something a little different from the record, maybe imprecise or never earnest. For example, today there is the live version of Baseball Gregg that is debuting in Modena and the live version debuting in Stockton, and they are both "real!' Or could it be seen from a more real approach as a "temporary band," like a pop-up store that is born, says what it needs to say, and then closes?

Luca: This band is peculiar because it wasn't started to be a band. Let me explain: in our first intentions, we never intended to be a real band, nor to make an EP or anything. The only goal, at least from my point of view, for which we started to work on the songs was something to keep us connected after Sam returned home, a kinda of souvenir of the months we spent together and a beautiful friendship. We would have liked put on a small acoustic concert together somewhere in Bologna before Sam left, but we finished the masters of the songs 2 nights before his plane home, and we didn't have time to do so, unfortunately. From my point of view, my friends with whom I'm playing the songs live renewed my appreciation of the songs: after having listened to Mathdance for 2 weeks straight editing the video and more generally having listened to all the songs while recording them, I had found that I was, for the moment, almost nauseated by the songs. However, the challenge of rearranging the songs to be played by three people, and the euphoria of practicing, reignited my love for the songs. Those that Sam wrote are great to play live: he's a good composer of garage-rock. And for the parallelism between the two live projects: it's a good observation, and i think that it's fun to imagine that on the other side of the ocean there are our clones that a playing the same songs with the same name!

Sam: I remember talking about trying to play live together right at the end of my stay in Italy, but it never really worked out. I do think that one of the best parts about live music is that it is different from recordings in a lot of ways. When recording, a band has a lot of time to make decisions on small things, and can try to make things sounds perfect, which I personally really enjoy. I love being able to hear that someone put a lot of thought and effort into a recording. But it's always different that a live performance. Live, music is always less precise, less planned out and calculated, which in a way makes live music always more "earnest" than recorded music. As far as being a "temporary band" I don't really know if the Stockton version of Baseball Gregg will be playing more than one show, at least not in the near future.

Finally, I want to ask if you will continue Baseball Gregg, maybe in the same way that the Postal Service existed, without meeting, or in your opinion you have finished your project with this cassette.

Sam: You never know. If we do continue, I wouldn't want to do it like the postal service. But if me and Luca ever live close to each other again in the future, I'd definitely still want to play music with him.

Luca: Thinking of this experience as a conclusion would make me a little sad, because I think at the creative level we established a rare harmony, and I would be sorry to say its finished. It's not hard to imagine, also after a while (maybe a few years) a kind of long distance songwriting that would go on until we decide to get together and record something. It'd be nice.

Sometimes I wish your eyes could speak

SKELETS ON ME – SOMETIMES I WISH YOUR EYES COULD SPEAK

Valentina Giani è originaria di Brunico, tra i monti del Trentino, ma è nella città di Trieste che scrive, suona e registra le sue canzoni. I suoi compagni di avventura sono Maruška Kapić e Francesco Candura (Jennifer Gentle, Stop the Wheel). Prendono il nome di Skelets On Me e il loro primo lavoro si intitola Sometimes I Wish Your Eyes Could Speak, stampato in vinile 7″ (una traccia per lato) da We Were Never Being Boring, e disponibile anche in download digitale come EP di 6 canzoni. Il suono degli Skelets On Me è quello scarno e diretto che la scuola K Records ci ha insegnato ad amare. Unire ruvidi assalti elettrici e melodie innocenti, nel solco della tradizione di band come Sleater-Kinney, Breeders e Huggy Bear, riesce ai Skelets On Me del tutto naturale e spontaneo. Come recita il titolo di una loro canzone "Find Me", sarà una bella sorpresa.



Skelets On Me - Sometimes I Wish Your Eyes Could Speak

venerdì 26 settembre 2014

Beat VS clickbait

Social Anxiety: FKA Twigs, Robert Pattinson and the Ethics of Clickbait - THE FADER

As the Robert Pattinson/FKA Twigs paparazzi photography somewhat disturbingly suggest, retreating behind a shell of privacy and hoping to let one’s work do most of the talking may be a losing battle in this ultra-mediatized world. The trope of faceless, anonymous producer that proliferated in independent music a few years ago (think: How to Dress Well, Evian Christ) doesn’t really hold any water in the age where most fans watch festival shows through the viewfinders on their iPhone screens; it feels like a false conceit, which is maybe what Burial was getting at when he finally decided to share a selfie of his face earlier this year. [...]
In a mainstream music ecosystem that has become increasingly receptive to avant-garde sounds—to the point where it seems to embrace any statement that might possibly have previously antagonized it—navigating the press may be less of a necessary chore than a site of creative possibility, a means of disrupting the system while simultaneously exposing its inner workings. In an era where music and cult of personality have become one, it might even be the most exciting political frontier.

"Social Anxiety: FKA Twigs, Robert Pattinson and the Ethics of Clickbait" - Emilie Friedlander - THE FADER


giovedì 25 settembre 2014

Una polaroid da Stockton

Qualche settimana fa vi avevo presentato i Baseball Gregg (che a quanto pare continuano a non avere un sito), ovvero il nuovo progetto di Samuel Charles Regan dei californiani Satan Wriders insieme a Luca Lovisetto dei nostri Absolut Red.
In attesa del loro debutto, in uscita su Harlot negli USA e su Barberia Records qui in Italia, ho voluto chiedere a Sam, che parla piuttosto bene anche l'italiano, di raccontarci un po' il posto da cui proviene e in cui suona. E così eccovi oggi questa istantanea da Stockton.
L'EP self-titled dei Baseball Gregg vedrà ufficialmente la luce sabato 27 settembre, giornata in cui si celebrerà in tutto il mondo il Cassette Store Day. Anche dalle nostre parti festeggeremo con un piccolo evento, ne parleremo presto.

Storicamente, la città di Stockton, California, non è mai stata molto importante per la musica. Ci sono, è vero, un paio di gruppi importanti che sono venuti fuori dalla città (per esempio, i Pavement), ma a nessuno da queste parti era mai fregato molto della scena musicale. In questi giorni, però, c'è qualche nuova speranza per la città. Negli ultimi anni, è cresciuta una nuova scena underground nella città in bancarotta. Questa scena, anche se è piccola e un po' malformata, è un conglomerato di tutti i sottogeneri di indie formato da gruppi davvero piacevoli e rinfrescanti. Questi sono alcuni dei miei preferiti:

1. Monster Treasure
Un trio capace di mescolare Pop e Punk in maniera così perfetta è impossibile che a qualcuno non piaccia. Le canzoni sono fatte con ritmi propulsivi, spinti da RJ Mar il batterista, chitarre e cassa distorti e armonie gustose suonati e cantati da Rachel Orimo e Briana Granados. Il self titolato Debut LP è appena uscito per la Harlot Records di Brooklyn.





Surf Club
2. Surf Club
I Surf Club sono Frankie Soto (ex Craft Spells), Jose Medina, Fonso Robles e Marcos Gonzales. Fondamentalmente sono un gruppo Shoegaze e Dream Pop che scrive canzone d'amore tenero sotterrate sotto arrangiamenti succulenti. Hanno fatto uscire un bel po' di singoli con etichette diverse, come Slumberland e Beko, e anche un Ep con Death Party Records.





MLTD
3. MLTD
Fino a poco tempo fa MLTD era un gruppo intero composto da quattro persone, ma dall'inizio di Agosto è tornato a essere il progetto solista di Logan Wells. MLTD si è autoproclamato come "Sad Boy Shoegaze" un titolo che funziona bene, perché utilizza in grande quantità effetti e il reverb tipici dello Shoegaze, ma le canzone sono più simili alle canzone emo dei primi Anni Novanta. Il debut EP Born Ruined è uscito in cassetta da 40 Proof Tapes.





Kismet Aura
4. Kismet Aura
Bob e Kim di Kismet Aura suonano un loro tipo di noise punk perfettamente. Bob, il batterista, suona sempre forte e veloce con un sacco di energia, mentre Kim suona la chitarra e urla al microfono. Non ancora hanno fatto uscire ufficialmente qualcosa, ma le canzoni del loro soundcloud sono molto divertenti, anche se ormai sarebbe ora che pubblicassero qualcosa di nuovo. Ho visto i Kismet Aura recentemente un bel paio di volte, e posso dire anche che le canzoni nuove fanno paura.




Satan Wriders
5. Satan Wriders
I Satan Wriders sono un gruppo composto da me, John Steiner ed Eli Wengrin. Suoniamo una mescola di Rock Classico e Pop [NOTA DI POLAROID: in realtà Sam non lo dice ma secondo me nel loro sound interviene anche una buona dose di qualcosa che potremmo definire beffarda psichedelia slacker...], ed il nostro debut LP intitolato Black Eyed Kids è uscito su Harlot Records.



Tutte queste band, anche se fanno musica abbastanza diversa, sono sempre pronte per aiutare gli altri. Per esempio, Frankie dei Surf Club e John dei Satan Wriders preparano concerti per le altre band altre città che vengono a Stockon in tour. Bob e Kim da Kismet Aura fanno serigrafia per T-shirt e altra roba per tutti. Tutti i musicisti vanno ai concerti degli altri e comprano la musica. In una città che di solito è considerata noiosa e pericolosa, è veramente bello avere questo gruppo di persone belle e musica divertente.


martedì 23 settembre 2014

Summer of dreams


La declinazione più malinconica dell'ironia appartiene di certo all'indiepop. Un esempio: ritrovarsi nella mail una canzone intitolata Summer Of Dreams proprio il primo giorno d'autunno. La firmano i Pains Of Being Pure At Heart ed è una delle cinque bonus track contenute nella ristampa di Days of Abandon (su polaroid se ne era parlato qui dopo averli visti in concerto).
I sogni dell'estate sono ormai alle spalle, passate le foto sature di filtri dalle spiagge, ormai lontani i giorni in cui dire "All the dreams are you” riempiva il cuore. Non sappiamo se alla speranza “Tell me they are gonna come” l'estate di Kip Berman abbia dato una risposta. Nelle scintillanti chitarre di questa canzone è comunque rimasto impigliato un sorriso:


The Pains Of Being Pure - Summer Of Dreams

MAP - Music Alliance Pact #72

MAP - Music Alliance Pact

Un po' in ritardo e dopo uno stop non previsto di un paio di turni, riprende l'appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una trentina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- il messicano AAAA e la sua elettronica ossessiva, capace di sfiorare la techno e di dissolversi poi in sospesa ambient;
- Danpyunsun And The Sailors, dalla Corea del Sud, con un folk psichedelico e aggressivo che sembra fatto per diventare la colonna sonora di qualche film epico;
- gli australiani Foreign/National, che prendono certo pop lunatico e rilassato alla Beta Band e lo riempiono di luci e colori da MGMT;
- i peruviani Laikamorí, misteriosi e sfuggenti, che da quanto leggo in giro devono essere una specie di corrispettivo latino dei Knife. Fanno elettronica un po' meno sinistra ma altrettanto solenne;
- i giapponesi Nohtenkigengo, con un indiepop lieve a tinte folk che sembra una versione da cameretta di certi Lucksmiths o Kings Of Convenience.

Gli italiani di questo mese sono i Drink To Me. Il singolo Bright anticipa il nuovo e atteso album della band torinese White Bright Light, prodotto insieme ad Alessio Natalizia (Banjo or Freakout, Walls, Disco Drive…) e registrato da Andrea Suriani. Un singolo folgorante, colmo di synth davvero luminosi, è il caso di dirlo, che avvolgono la melodia e le voci, riuscendo a rimbalzare senza gravità. C'è un senso di abbandono, senza malinconia o rimpianti. Il ritmo incalza, si dovrebbe ballare, ma prevale la voglia di seguire il protagonista nella sua "crisi mistica senza crisi", senza memoria. Il disco uscirà il mese prossimo per 42 Records, e già da questa canzone promette bene.

Questa è la playlist del MAP di Settembre, compreso il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

(mp3) Drink To Me - Bright