mercoledì 29 ottobre 2014

Aphex Swift: we are never ever getting back together

David_Rees - APHEX SWIFT

Non sentivo discutere di mashup da un sacco di tempo. Pezzi più o meno riusciti, mi pare in prevalenza di area hip-hop, continuano a popolare i forum specializzati, e magari ogni tanto a qualcuno può tornare utile giocare l’innesto ironico in qualche playlist. Ma l'âge d’or 2004/2005 è ben lontana. L’indie rock non sembra più abbastanza vivo da essere in grado di trarre vantaggio da eventuali incroci alto/basso (categorie in questo momento del tutto sorpassate). E d’altra parte, il pop mainstream è già, per sua natura, onnivoro e non ha (più?) bisogno di nessun credito nei confronti di quello che una volta era un pubblico blog-snob. Il groviglio Strokes VS Christina Aguilera oggi strappa un mezzo sorriso solo agli over 35, ma c’è gente che ancora vi racconterebbe la prima volta che è stata suonata sulla pista del Covo.
Eppure, per uno di quei sempre sorprendenti eterni ritorni delle mode musicali, da sabato scorso sta facendo il giro di mezza internet un magnifico mashup tra Taylor Swift e Aphex Twin, musicista che tra l’altro proprio quest’anno, con il nuovo Syro, è tornato sulle scene dopo una pausa di una dozzina d’anni.
David Reese, l’artista che ha creato Aphex Swift (ogni mashup che si rispetti DEVE fare mostra del proprio ingegno e della propria sagacia già a partire dal nome), ha scritto che questo lavoro si regge su una tesi divisa in due parti: primo, la musica di Aphex Twin riascoltata oggi è tanto romantica quanto quella di Taylor Swift; secondo, Taylor Swift può essere spaventosa tanto quanto Aphex Twin nei suoi momenti più violenti. Non so bene perché Reese abbia sentito il bisogno di affermare questa sostanziale parità tra i due poli della propria opera. Forse voleva evitare a ogni costo di ricadere nella posa “ehi, lo sto facendo con ironia” tipica del clash alto/basso della prima era dei mashup, e passare per inattuale.
Invece a me, che ascoltavo lo streaming senza averne letto l’introduzione, non sarebbe mai venuto in mente che in quelle canzoni il musicista britannico e la star americana fossero sullo stesso piano. Innanzitutto, perché mi è sempre stato evidente che Aphex Twin, con la sua storia di isolamento e ambiguità, sa essere di un romanticismo sconfinato, sa alludere a passioni e malinconie senza dire una parola, soltanto a forza di blips, sinuose frequenze di bassi, indefiniti prodotti di sintesi sonica, reazioni chimiche prelevate da pianeti sconosciuti e inumane frammentazioni di breaks. In secondo luogo, ho finora vissuto sereno con il pregiudizio che un personaggio come Taylor Swift, dalla narrazione impeccabile e così ben congegnata (le radici country, l’etica del lavoro, la padronanza dei red carpet, la competenza nei talk-show, la-storia-d’amore-la-rottura-la-catarsi, i discorsi motivazionali per un target da Rookie Magazine, la sua algida bellezza) apparisse molto più artificiosa e sofisticata di qualunque disco IDM. So che è un pregiudizio, so che esiste una sterminata letteratura agiografica intorno al personaggio, so che è appena stata nominata ambasciatrice di New York, so che rappresenta un modello positivo per una generazione di ragazze là fuori, ma non si può sempre essere imparziali e onniscienti: la mia vita aveva fatto a meno di Taylor Swift fino a ieri.
Nonostante il simpatico incidente della traccia di “rumore bianco” finita per sbaglio prima in classifica possa costituire un “glitch in the matrix” capace di diventare l’unità di misura della contemporaneità per qualche diligente surfista dello zeitgeist (e non a caso The Atlantic ci ha costruito sopra una spassosa e a suo modo geniale finta recensione firmata Don DeLillo), il mio mondo era proprio da un’altra parte. Il mashup di Reese ha quindi avuto il merito, tra le altre cose, di farmi venire voglia di sentire, per esempio, da dove venisse la traccia vocale appoggiata su Girl/Boy, banalmente una delle canzoni della mia vita. Un paio di ascolti di We Are Never Ever Getting Back Together non mi hanno detto molto: una confezione lucente sulla quale non riesco a trovare nessun appiglio. Anche la battutina sui dischi indie, le mezze frasi parlate inserite nei punti giusti, i coretti UH-UH-UH martellanti mi sembrano più alieni di una qualsiasi traccia dei Selected Ambient Works con una sequenza casuale di consonanti come titolo (a parte l’evidente effetto collaterale che le canzoni di Taylor Swift le devi estirpare chirurgicamente dal cervello, dove si piazzano in loop e ti riducono come uno schiavo dell’ipnorospo).
Malgrado tutto quello che può dichiarare il suo autore, il mashup Aphex Swift parla in maniera diversa a chi ha vissuto la meraviglia, la rivelazione della musica di Richard D. James quando nasceva, mentre ci scopriva orizzonti sconosciuti. La contrapposizione tra i due non può essere oggettivamente alla pari. Temo che ai fan di Taylor Swift questi suoni non sembrino più così di frontiera, né racchiudano per loro la stessa poesia. Anzi, forse ai più lungimiranti sembrerà un’interessante anticipazione di quello che potrebbe anche essere una futura tappa dell’evoluzione della cantautrice. Ma il mashup era e resta un terreno di scontro: a volte tra passato e presente, a volte tra cuore e cervello. Ti chiede di scegliere da che parte stare, fosse anche solo con un mezzo sorriso.

(mp3) Aphex Swift - We Are Never Ever Getting Girl/Boygether

martedì 28 ottobre 2014

The Ocean Party @ Lit Lounge, New York, 2014/10/21

Da qualche anno a questa parte, qui a polaroid abbiamo un debole per certe nuove band australiane. Che sia il suono di chitarre cristalline oppure garage a bassa fedeltà, sembra che down under non smettano mai di reinventare l'indie rock più diretto e coinvolgente. Gli Ocean Party sono senza dubbio da tempo una band da tenere d'occhio. In attesa di mettere finalmente le mani sul loro prossimo album Soft Focus (in fondo al post una nuova anticipazione: Head Down) arriva un'altra istantanea da New York a cura di Valeria di Trees Of Dreaming (grazie!), che ha visto la band dal vivo al CMJ.

(foto rubata al CMJ)

Giusto il tempo di prendermi una birra e The Ocean Party attaccano puntuali alle venti. Siamo al Lit Lounge nell'East Village, un locale a tre piani: il seminterrato per i concerti, l'ingresso a piano terra con il bar e il biliardo, e il primo piano per i dj set. Appena comincia, però, la band australiana ha subito qualche problema di audio, è la tastiera, non riescono a collegarla bene, "this is embarassing guys". A un certo punto partono in quarta ed è Liam Halliwell la prima voce a farsi sentire con Every Decision. Tiene l'asta del microfono un po' troppo alta e canta sulle punte dei piedi, si muove parecchio, mi sorride, vacillo un secondo, come presenza sul palco è decisamente carismatica. Ma non è l'unico: tutti e sei hanno un'aria molto confidente, quasi scanzonata, da ragazzi cresciuti in mezzo ai campi. I pezzi sembrano parlare di argomenti semplici e familiari. Per esempio Sit On the Hill racconta della collina sulla quale vanno sempre a guardare da lontano la loro città, e che a quanto pare è un posto speciale per tutti. Fanno qualche pezzo dai vecchi album, ma la metà viene dal nuovo Soft Focus, che hanno lì in vinile e che non sarà "out" almeno per un'altra settimana: "so please guys if you buy it don't leak it!". Si ride e mi rendo conto che comunque ci sono al massimo una ventina di persone. Una ragazza in prima fila pare sappia tutte le canzoni, e mi chiedo se è la fidanzata di qualcuno (scopro dopo che è una sorta di groupie che il bassista deve aver conosciuto ieri). Nel complesso al concerto manca un po' d'azione ma la musica riesce comunque a trasportarti nell'atmosfera calda dalla quale proviene. Lo scantinato con il soffitto basso del Lit Lounge non aiuta, e immagino cosa deve essere ascoltarli di pomeriggio all'aperto e nella luce australiana, come si vede nei loro video. Finito il concerto esco e arrivano tutti quanti, quindi li saluto, bravi ragazzi, mi chiedono chi sono venuta a sentire (ci sono altre quattro band che suonano dopo di loro) e quando rispondo "you guys!" si illuminano in sorrisi sinceri. Non hanno fatto Quarter Life Crisis, peccato, glielo dico, mi dicono ma no!, avrei dovuto richiederla. Magari alla prossima. Chiedo come va in Australia, ci tengono a insegnarmi qualche parola in gergo (a quanto pare "donnie can" è il cesso e "ciggie" la sigaretta), mi chiedono chi altro mi piace di australiano e gli dico Bad Family, e li conoscono, ci hanno suonato e Jordan mi chiede se conosco i Twerps (certo!) e passiamo cinque minuti a parlare bene del nuovo Underlay. Liam, e Lachlan suonano anche in un'altra band e mi dicono di ascoltarli e fargli sapere che ne penso, mi fanno lo spelling, Ciggie Witch. Mi consigliano anche di recuperare i Dick Diver. Ci raggiunge un membro dei Shiloh, una band di Chicago che suona tra poco e che mi regala il loro disco: ci racconta che a Chicago al momento sono tutti su vibes garage anni 60/70, e che stanno tornando davvero di moda le droghe di quel periodo, il che contribuisce molto. Finiamo le birre e ci salutiamo. Io torno a casa perché domani si fa sul serio, al Cake Shop a partire da mezzogiorno c'è il party di Terrorbirds e due metri più in la quello del Pianos. Arrivo a Brooklyn, un po' di chinese takeaway per cena, un lungo sorriso per questa bella serata insieme agli Ocean Party.

(mp3) The Ocean Party - Head Down

lunedì 27 ottobre 2014

Club entrance


“polaroid – un blog alla radio” – s14e04

Vic Godard & Subway Sect – Happy Go Lucky Girl
Viet Cong – Continental Shelf
Tomorrows Tulips – When
Kevin Morby – The Ballad Of Arlo Jones
[Bastonate - Mi ha comprato con "Everyday Is Like Sunday"]
Morrissey - Everyday Is Like Sunday
Starfoxx – Club Entrance
Monnone Alone – Eddie
Ferro Solo – Almost Mine
Rivulets – My Favorite Drug Is Sleep

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venerdì 24 ottobre 2014

I'm a dull boy with a dead dream

 The Growlers - Chinese Fountain

Negli ultimi tempi sto ascoltando parecchio Chinese Fountain, il nuovo disco dei Growlers. E non perché sia un disco irresistibile (mi pare si possa essere tutti d'accordo sul fatto che non è certo la loro prova migliore, o almeno non a livello degli ultimi due lavori). Ma c'è qualcosa in queste canzoni che mi ci fa tornare spesso sopra. Forse proprio perché si presenta come l'album più "ripulito" e in qualche modo più rilassato della band californiana, sembra ci sia qualcosa che non si riesce ad afferrare mai del tutto. Una musica che mi porta domande che hanno poco a che fare con la musica. Non mi capita spesso che una canzone mi faccia pensare a quanto ne so in realtà del mondo di chi l'ha scritta. Non dovrebbe influenzare il giudizio, a dire il vero, ma la voce nasale di Brooks Nielsen, come un Dylan danneggiato che non ha trovato la poesia al di là dal bancone del bar, meriterebbe già un romanzo. Di sicuro c'entra il fatto di avere visto i Growlers dal vivo in condizioni abbastanza incredibili; c'entra il fatto che sono forse l'unica band a rendermi tollerabile questo progressivo slittamento verso ritmi in levare; e c'entra il fatto che oggi, con qualche mezz'ora sui social network, a chiunque sembra di essere già amico della band e di sapere tutto quello che c'è da sapere (foto fighissime di concerti letteralmente tra le braccia del pubblico, feste a qualunque ora, una consistente quantità di droga, sfascio di ogni genere, e al tempo stesso una dedizione al lavoro implacabile). Con i Growlers sembra più importante che per altre band conoscere la "cold bitch" di Big Toe: "she's a lost cause, so count your losses". L'addio di Dull Boy alla città che sta affondando non suona del tutto finzione. La nausea espressa da Not The Men è genuina. L'invocazione di Black Memories segna il momento fatale: "where are you going? Come back with my heart". In fondo, conosciamo già abbastanza bene quali temi aspettarci dai Growlers: storie d'amore più o meno maledette, ricordi confusi dopo la seconda bottiglia di tequila, paesaggi marginali di rovine e strade perdute, menzogne a sé stessi, la lotta quotidiana per portare a casa la pelle, l'impossibilità della redenzione, per di più senza nessuna vera grande tragedia. Storie piene di gente con cicatrici che si sbatte, si trova e si perde, senza ormai nemmeno una lacrima di disillusione. Saranno gli anni dell'adolescenza passati a leggere Fante, Steinbeck e Saroyan che mi hanno lasciato addosso un debole per questo mondo, ma l'intera band dei Growlers sembra un'idea uscita da una loro stessa canzone, e chi se ne importa se questo disco è uscito così, il prossimo sarà già in arrivo, appena hanno un attimo di tempo tra un concerto e l'altro e due soldi per lo studio.
Ogni tanto, in mezzo a tutta questa "Magnificent Sadness", e in mezzo ad alcuni testi un po' più imbarazzanti del solito (ad esempio la title track), Chinese Fountain lascia trapelare qualche intuizione di speranza. Going Gets Tough nota che "worry is a bully that just won’t let me be", eppure in qualche modo tiriamo avanti comunque, una scheggia di fiducia persiste: "the labour of love will reward us soon enough". Credici.

(mp3) The Growlers - Black Memories

giovedì 23 ottobre 2014

Kings and Queens: Allo Darlin' live @ Glasslands - Brooklyn, NY, 2014/10/10

[Allo Darlin', al secolo Elizabeth Morris, è una delle voci più sorprendenti uscite dal piccolo mondo indiepop negli ultimi anni, una che meriterebbe (e di certo si guadagnerà) un pubblico ben più ampio. Da poco ha pubblicato il suo terzo album, We Come from The Same Place, e in queste settimane lo sta presentando con un lungo tour negli Stati Uniti. Valeria di Trees Of Dreaming (grazie!) ha avuto la fortuna di patecipare alla data del Glasslands di Brooklyn, e dato che conosco l'effetto che fanno i concerti di Allo Darlin', non poteva che uscirne un report parecchio emozionato.]

Allo Darlin' @ Glasslands, 10/10/2014
[foto rubate a Brooklynvegan]

C'è scritto che il concerto inizia alle otto. Adoro questi concerti che cominciano presto perché posso andarci direttamente dall'ufficio, giusto il tempo di farmi un bicchiere di vino prima. A Williamsburg mi stanno aspettando la mia amica e sua sorella, mi chiamano per dirmi di non correre, tanto non c'è nessuno. Letteralmente. Arriviamo all'ingresso e il tizio della security non vuole nemmeno farci entrare, le band salgono sul palco alle dieci, alle otto aprivano solo le porte. Ah. È la terza volta che mi succede qua a New York, vediamo se riesco a capirlo prima di un paio di mesi. Compriamo i biglietti, ci mettono il timbro, un salto al cinese e torniamo ai cancelli del Glasslands puntuali, mostriamo il nostro calabrone timbrato sui polsi, entriamo. Ci saranno al massimo un centinaio di persone, e sembrano di meno perché una parte è appollaiata lungo un corridoio sospeso protetto da una balaustra. Fossimo arrivate prima mi sarei arrampicata, ma comunque riusciamo quasi a raggiungere la prima fila, quindi non mi lamento. Il Glasslands ha dei principi gotici: il soffitto è altissimo e sproporzionato rispetto all'effettivo spazio della sala, è tutto in legno, con questi pilastri che reggono la balaustra, sembra di trovarsi sul fondo di un barile. Ovunque sul soffitto sono appesi grappoli di curiose installazioni, tubi metallici da cui fanno capolino timide luci colorate cangianti. Il pubblico ha un'età media di trent'anni, le mie amiche mi guardano perplesse per la scarsa presenza giovanile (non conoscono Allo Darlin', sono qui in buona fede). Rassicuro che sarà bellissimo (spoiler: lo sarà). La band sta sistemando gli strumenti. Elizabeth è deliziosa con quel taglio alla maschietta e questo vestitino grigio di maglina a maniche corte, roba che io mettevo alle elementari.
Allo Darlin' @ Glasslands, 10/10/2014
Il bassista ha un sorriso incredibilmente contagioso, viene subito soprannominato "il baffotto", sembra ubriaco di gioia, riderà suonando con gli occhi chiusi per quasi tutto il concerto.
Attaccano tutto, lei saluta con la sua voce celestiale, ringrazia, cominciano con Kings And Queens dal nuovo album. Il suono per fortuna è pulito, nonostante a prima vista l'impianto mi avesse preoccupata, ma si percepisce bene la limpidezza della sua voce e la leggerezza dell'ukulele. Subito dopo suonano la title track del nuovo album We Come From The Same Place, ed Elizabeth infatti dice timida "abbiamo fatto un nuovo album". La gente applaude, lo sanno e ce l'hanno già tutti. Si comincia anche a ballare ma con circospezione, i più attempati non si muovono e sono tanti. Poi è la volta di Half Heart Necklace: Elizabeth spiega che è la prima e unica canzone che ha scritto dal punto di vista di qualcun altro, un "friend" dentro una relazione a distanza da quattro anni. Un amplificatore si mette a gracidare, Elizabeth stacca una mano dall'ukulele e aggiusta il cavo al volo mentre continua a cantare con un candore e un sorriso da "e che ci vuoi fare" che fa venire voglia di salire sul palco e abbracciarla. Dicono ridendo che questo ampli "comes from space". Poi arriva Wonderland e a seguire History Lesson. A questo punto l'ampli comincia ad abbandonarci davvero. Rumoreggia, borbotta, la band inizia a suonare qualcosa ma le scariche sono troppo forti e deve fermarsi. Il chitarrista cerca di intrattenere il pubblico con qualche battuta, sono visibilmente tutti e quattro a disagio e imbarazzati, ci urlano scusate ma "we don't have any money and this amp was originally in a bin". Dicono che portarsi gli strumenti dall'Europa costa un patrimonio e che hanno recuperato questo di fortuna ieri, pareva funzionare e invece no, scusate. Lo sostituiscono con un altro che credo gli sia stato prestato dal locale, non lo dicono, cercano di fare i vaghi, ricordano gli studenti di liceo quando la professoressa dice che interroga e tutti cominciano a cercare cose sul fondo delle proprie cartelle o fissare intensamente cartine geografiche per evitare l'eye-contact col prof.
Allo Darlin' @ Glasslands, 10/10/2014
Parte Capricornia ed è il mio momento preferito, ballo e vedo altri che ballano, mi chiedo perché certe volte i pezzi li senti dal vivo ed è come se li vedessi, un nastro trasparente perlaceo che esce dalle casse e ti travolge, entra nella schiena ed esce dalla gola tirandosi dietro urla, risate di gioia nervosa e lucida, mezza lacrima e il fiato che stai usando per ballare. Quando finisce non voglio. Poi fanno Crickets In The Rain, sempre dal nuovo album, e lei specifica che questa è una canzone "about things that are good now, but weren't before", ci mette tutta sé stessa e alla fine sembra che stia per piangere ma si trattiene. Poi "Paul is going to sing the next song" ed è Bright Eyes, a me lui non convince ma quando lei chiede "do you believe in love?" lui risponde "I do if you ask me to", mi sciolgo e finisco per volergli bene.
Poi My Heart Is A Drummer e Silver Dollars, che ci fanno saltare un bel po'. Mentre sul finale la voce angelica di Elizabeth cantilena "I can stay here forever hanging out" credo che tutti stiamo pensando "sì, anche io, non andare via, cantaci qualcos'altro, di tutto, e se ti avanza puoi venire a casa mia, io mi accoccolo sotto le coperte e tu mi fai addormentare". Salutano, spariscono dietro le quinte, ovvero due stracci neri appesi per coprire il buco nel muro che porta al backstage. Le mie amiche vogliono precipitarsi al banchetto del merch ma sento che non è finita e le invito a tenere la posizione. Infatti poco dopo Elizabeth esce di nuovo, stavolta è da sola e intona Talullah voce, ukulele e anima. Verso due lacrime, vedo occhi lucidi intorno. Finisce davvero. Andiamo al banchetto, salutiamo tutti, Elizabeth è letteralmente accerchiata, le diciamo brava bravissima ti vogliamo benissimo come vere fangirl adolescenti. Prima di uscire andiamo dal bassista baffone che ha sorriso tutto il tempo, gli diciamo che sono bravissimi e che vogliamo bene pure a lui e lui ci regala sorrisi e strette di mano, siete italiane wow lo sapete che Elizabeth abita a Firenze da un anno (piccolo indizio: l'ultima traccia dell'album si intitola Santa Maria Novella). Ripenso alla mia ultima volta a Firenze e mi sale un sorriso che sa di nostalgia per quello che mi sono lasciata dietro in Italia, o forse per quello che troverei ad aspettarmi se tornassi. Dura un attimo e poi siamo fuori. Per tornare a Manhattan facciamo il ponte di Williamsburg a piedi anche se comincia a fare fresco. Sta arrivando l'autunno a New York.

(mp3) Allo Darlin' - Kings And Queens

"Before Spotify solved the problem with music forever"

Streaming Music Has Left Me Adrift - The New York Times

«It’s hard to imagine now, but there once was a time when you could not play any song ever recorded, instantly, from your phone. I call this period adolescence. It lasted approximately 30 years, and it was galvanized by conflict.
At that time, music had to be melted onto plastic discs and shipped across the country in trucks. In order to keep this system running smoothly, a handful of major labels coordinated with broadcasters and retailers to encourage everyone to like the same thing, e.g. Third Eye Blind. This approach divided music into two broad categories: “popular” and what I liked.
[...]
The digital age has given everyone in America a better music collection than the one I put together over the last 20 years, and in so doing it has leveled us. James Murphy describes this problem in the LCD Soundsystem song “Losing My Edge”».
"Streaming Music Has Left Me Adrift" è un pezzo tutto sommato divertente di Dan Brooks sul New York Times. Forse non aggiunge nulla di nuovo al tema, ma sintetizza bene un certo disagio generazionale (un classico caso di "first world problem", me ne rendo conto) nel dover accettare che "my record collection is no longer a lifestyle, a biography, a status". Il mondo sembra fare di tutto per dirci che quelle pareti di dischi che abbiamo eretto in casa non contano più niente. Puoi reagire abbracciando la contemporaneità (cosa che l'articolo di Brooks contempla, seppure con poca convinzione), oppure scoprire se la tua identità, il tuo carattere, il tuo gusto sono abbastanza forti lo stesso, e trovano nuove maniere per raccontarsi e confrontarsi (argomento che il pezzo tutto sommato trascura). Insomma, si può vivere benissimo senza Spotify e tutto il resto in streaming, ma se questo si riduce unicamente al sostenere con spocchia "io vivo senza Spotify" suona un po' come il vecchio "io non ho neanche il televisore in casa". L'universale accessibilità immediata mi preoccupa/incuriosisce più per l'aspetto dell'immediatezza che per quello dell'accessibilità. Mi torna in mente il "We used to wait" che cantavano gli Arcade Fire. Ma non per la nostalgia ormai stereotipata che racconta il pezzo del New York Times, piuttosto perché è in quel "wait", nel saper lasciare sedimentare le cose, nel consentire di mettere radici, farle intrecciare, che io vedo la partita ancora aperta.

martedì 21 ottobre 2014

MAP - Music Alliance Pact #73

MAP - Music Alliance Pact

Torna l'appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Episodio un po' asciutto di novità clamorose ma che comunque regala alcuni nomi che mi hanno incuriosito:
- i peruviani Las Amigas De Nadie, con un pop elettronico ipnotico che gira lento e non sai quando scavalca il confine tra il seducente e il paranoico;
- i portoghesi Pernas De Alicate, che ricordano certe composizioni frammentate ma travolgenti dei Broken Social Scene;
- i canadesi Friends Forever, con un synth pop che in una playlist vedrei bene vicino a quello dei nostri Welcome Back Sailors;
- gli spagnoli YDVST, con una incantevole ninnananna dallo spazio profondo.

Niagara - Don't Take It Personally
Gli italiani di questo mese sono i Niagara, da poco usciti con il secondo album Don't Take It Personally sulla label britannica Monotreme (streaming integrale qui). Il duo torinese composto da David Tomat e Gabriele Ottino insegue un'elettronica emozionale, che tiene assieme sperimentazioni pop e malinconia, suoni eterei e bassi grassi, melodie nevrotiche e ritmi destrutturati, glitch e psichedelia. Il risultato è raggiunto, l'amalgama è eccellente e il disco ha richiamato alla mente riferimenti del calibro di Boards Of Canada, Caribou e TV On The Radio. Da recuperare, in caso anche voi come me lo abbiate colpevolmente trascurato, anche l'ottimo esordio Otto del 2013.

Questa è la playlist del MAP di ottobre, compreso il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

(mp3) Niagara - Vanillacola

domenica 19 ottobre 2014

Born to be a rebel

Vic Godard & Subway Sect

Allo scoccare della mezzanotte, Vic Godard e i suoi Subway Sect stanno attaccando la seconda canzone in scaletta. Vic si toglie gli occhiali da vista, si china per riporli con cura in una custodia di pelle e quando salta in piedi si scatena in uno strano ballo senza molta grazia, agitando le braccia ovunque, a ginocchia piegate e occhi chiusi. Born To Be A Rebel suona forte, più sciolta che su disco, con propulsione Northern Soul e coretti che sembrano citare le Fascinations di Girls Are Out To Get You, e Godard si sta lasciando proprio trasportare. È in quel momento che noti che indossa un paio di Etnies slacciate, pantaloni bianchi molto baggy e una disimpegnatissima polo a righe: potrebbe essere arrivato da Londra in skateboard, non farebbe una piega. Certo, ci sono tutti quei capelli bianchi, e qualche dubbio ti sorge. Mi torna in mente quella gag di un video dei Beastie Boys, in cui loro erano truccati da sé stessi anziani e andavano ancora in giro per strada con la stessa aria spavalda. Ecco, anche qui stasera, dietro le rughe e la calvizie, avverti l’identico sguardo fiero che potevi trovare nelle fanzine di epoca Clash o Sex Pistols, band con cui Godard ha condiviso gli inizi.
Una buona parte dei pensieri che ti girano in testa durante un concerto come quello di stasera al Covo è quanto ti senti a tuo agio a vedere ballare sopra un palco uno che ha circa l’età di tuo nonno. E non stiamo parlando di una celebrità come Mick Jagger, o un altro di quei bizzarri monumenti che sembrano resistere al tempo al solo scopo di contraddirne l’esistenza: qui abbiamo di fronte un postino inglese in pensione. Ecco, una domanda che ci si potrebbe fare è fin dove arriva il doveroso tributo ai padri fondatori e dove comincia l’accanimento terapeutico, il rifiuto di arrendersi agli anni che passano, di accettare il presente per quel che è. Penso a quei concerti memorabili tipo Nikki Sudden o Eugene Kelly davanti a poche decine di persone sempre qui al Covo, o Jonathan Richman a Ravenna, in un Bronson incredibilmente mezzo vuoto, qualche inverno fa: cosa ci spinge a cercare di ritrovare a ogni costo, qui e ora, una piccola luce che aveva brillato fortissimo così tanto tempo prima. Forse è un miscuglio di riconoscenza e consapevolezza di essere, dopotutto, piuttosto fortunati; un modo per aggrapparsi, almeno per mezz'ora, a una storia che sta franando da tutte le parti; il desiderio molto umano di trovare qualche volta dei punti fermi.
Chiamalo stile, chiamalo carisma, ma quando te lo trovi davanti sfoggiato in questa maniera, come è successo in questo sabato nel vecchio tempio bolognese, devi solo stare ad ascoltare. Vic Godard avrà anche l’età di tuo nonno, ma non si tira indietro quando c’è da cantare Stop That Girl e subito dopo Get That Girl, e ci scherza pure sopra. La sua ultima raccolta 1979 NOW! ripesca e rilegge tutte le influenze Northern Soul della sua lunga carriera, e nelle note dell’album scrive fitto titoli di libri e di film e nomi di band che lo hanno ispirato, e lo fa ancora con lo stesso entusiasmo di un ragazzino (o di un disco dei Comet Gain), che deve spiegare tutto e tutto in una volta. Da uno nato con il punk (la seconda parte del set di stasera è stata tutta un crescendo, fino a Nobody’s Scared ovviamente), e che poi è arrivato a toccare il jazz e il pop più raffinato, io tutto questo lo prendo come una bellissima lezione, una musica che è una vigorosa e salutare scossa al morale.

[foto via instagram]


giovedì 16 ottobre 2014

V for Vaselines

The Vaselines: V for Vaselines

La storia del Rock è disseminata di "se", strade mai imboccate, porte che si sono chiuse. Tutti quei dischi mai usciti al momento giusto, le morti premature, i sabotaggi, le scelte incomprensibili. E qualcosa che sembrava ormai certo, ora è soltanto un'ipotesi. A volte, invece, quella che sembrava una fine imprevista si rivela la sola via possibile per andare avanti. Un'oscura band scozzese della seconda metà degli Anni Ottanta, che si scioglie subito dopo aver pubblicato un atteso album di debutto, avrebbe oggi la stessa rilevanza se avesse proseguito una "normale" carriera? Considerando la biografia dei Vaselines viene proprio da chiederselo. Ogni volta che si parla di loro non si manca mai di citare il decisivo intervento di un personaggio come Kurt Cobain per far conoscere le loro canzoni. In mezzo c'è stata una media carriera solista, un po' di anonimato, una reunion che ha preso in contropiede non pochi, la bella e doverosa antologia Sub Pop e un ritorno alle canzoni pungenti e scanzonate con Sex With An X. Ascoltando questo nuovo V For Vaselines non puoi fare a meno di pensare che sarebbe il classico terzo disco, uno di quelli in cui i critici riescono a leggere tanto "l'approfondimento e la maturità" quanto "la noiosa ripetizione di stilemi risaputi". Con la sola e abbastanza eccezionale differenza che questo "normale" terzo disco arriva a quasi trent'anni dall'esordio. Ma del resto sono i Vaselines, cosa vi aspettavate?
Dicono che questo disco sia ispirato alla semplicità e immediatezza del rock'n'roll sanguigno alla Ramones, ma forse il suo difetto maggiore è proprio una certa prolissità. Se quasi tutte le canzoni durassero la metà dei minuti per me sarebbe efficaci il doppio. Vale anche per i momenti migliori, come il singolo High Tide Low Tide o la scanzonata One Lost Year: strofa ritornello strofa ritornello e tutti a casa, sarebbe sufficiente. Unica eccezione che concedo: Single Spies, una lunga e placida ballata in cui uno dei molti botta e risposta tra le voci di Eugene Kelly e Frances McKee serve a mettere in scena un agrodolce ma placido quadro casalingo, tra amori sbiaditi e voglia di resistere. Per il resto, i Vaselines tendono forse a trascinare ogni idea più del dovuto e a far sembrare la mezz'oretta di questo disco più lunga di quanto non sia in realtà. Detto questo, V For Vaselines resta un lavoro schietto e agguerrito, che non scende a patti con l'età dei suoi musicisti. E nonostante la conclusiva Last Half Hour si lasci andare a un drammatico "Switch off, turn the lights low / Final curtain, end of the show", c'è da scommettere che l'ultima parola per i Vaselines non è ancora detta.

(mp3) The Vaselines - One Lost Year

mercoledì 15 ottobre 2014

Polaroids From the Web

"We haven’t gotten any help from any blogs or big labels" edition

Belle & Sebastian - ‘Girls in Peacetime Want to Dance’

- Ieri sera i Belle & Sebastian hanno rivelato la copertina e tracklist per il nuovo album Girls in Peacetime Want to Dance in arrivo il prossimo 20 gennaio. Qualche dettaglio in più si trova nell'intervista a Stuart Murdoch e al batterista Richard Colburn uscita qualche giorno fa su The Quietus: «somebody trying to make a political record is somebody making a boring record. It's what people do when they've given up on life and romance. But I think I have become more aware of the outside world – you start looking around you a bit more when you're older. I was interested in similar characters, but perhaps considering how the political world affects them"».

- Agli antipodi, «nothing is more important than ego»: consigliabile la lettura degli (un po' anacronistici ma sempre divertenti) Everett Trues’s Handy Hints For Budding Writers.

- Altri consigli, ma su un versante più creativo. ELLE pubblica un estratto dal saggio di Grimes per il Rookie's Yearbook Three di Tavi Gevinson: "Boss Lady Lessons From a Pop Star". Lei musicalmente mi coinvolge poco, e il personaggio non è sempre simpaticissimo, ma il pezzo è interessante.

- Ancora a proposito di donne vincenti, Lindsay Zoladz su Vulture: "2014: The Year That All-Female Collaborations Ruled the Radio".

- «At the minute our mindset is purely focused on making another record. If we come up with something worthwhile and good then we'll continue»: vi ricordate quando eravamo tutti emozionati per la reunion degli Slowdive? In questa lunga intervista per Drowned In Sound raccontano come stanno andando le cose e cosa aspettarsi dal prossimo futuro.


- «There are definitely times when we’ve been in crazy poverty and have questioned why we were doing this. I’ve worked myself so hard that to the point of getting really sick or to not having a proper relationship with my family or my friends»: i Growlers su The Bay Bridged. Impossibile non voler bene a questi disgraziati.

- «From the surveys available, it may simply be impossible to know exactly how teens consume music. If anything, their range of preferences keeps the music industry's options open»: un po' demoralizzante ma non pessimista, "No One Knows How Teens Listen to Music" su The Atlantic.

- A proposito di consumi musicali, a volte ti chiedi se nel 2014 sia ancora possibile un'esperienza dell'ascolto in qualche modo unica, non solo eccezionale, ma letteralmente irripetibile. Deve essere quello che si sono chiesti anche allo Spazio O' di Milano che sta curando una speciale rassegna intitolata "Vapore". Per questi appuntamenti vengono commissionate composizioni originali ad artisti occidentali residenti in Giappone. I brani vengono riprodotti per un solo ascoltatore per volta e dopo 150 ascolti ogni brano viene cancellato, distrutto e non sarà più disponibile in alcuna versione, né online né in formato fisico. Dal 20 al 25 ottobre è il turno di Momus, che presenterà Pigtails, mentre a dicembre sarà la volta di Jim O’Rourke.

- «My anti-depressants have made it impossible for me to cry, it gets stuck in my throat constantly. I think that if it broke free, it would go on forever»: "Coke, Porn, Mountain-Climbing And Me", un autoritratto di John Grant su Mojo.

- «Back then they were kids. Nerds, really. Their cool came from their lack of anxiety about that fact. You could see it in how they presented themselves, how they dressed, in what was basically the detritus of New York City: big scruffed-up parkas, discarded military jackets, work boots, hooded sweatshirts. Worn in that unselfconscious way of people who have yet to see themselves in the mirror, let alone on the cover of a record»: compito fin troppo facile per Zach Baron su GQ, esaltare lo stile di gente come Beastie Boys e LL Cool J e la loro influenza nel presente - "Under the Influence: How Def Jam's Early Days Inspired this Season's Look".

- Sul Guardian dieci tracce essenziali per ricordare Mark Bell degli LFO, purtroppo scomparso prematuramente l'altro giorno.
(mp3) LFO - LFO

venerdì 10 ottobre 2014

Do what you want to, it's what you should do

Flowers - Do what you want to, it's what you should do

Bisognerebbe ascoltare soltanto musica che ci fa saltare per aria, stringere i pugni e prendere a calci i giorni là fuori. Anche se non servirà, anche se quattro accordi non potranno mai davvero risolvere tutto quello che non è, o far splendere il sole in questo grigio cielo di ottobre, né darti indietro il tempo che hai sprecato, a volte hai solo bisogno di questa lotta, di tenere stretta una canzone al cuore: è quello che conta e resterà. La tua canzone è tua per sempre. La scarna musica dei Flowers parla di questo. Dentro storie d’amore e disperazione, in apparenza così elementari e adolescenziali, quelle parole sempre sul punto di rompersi in lacrime e quelle melodie dolenti stanno dicendo quanto è ostinato ancora il desiderio di aggrapparsi a una scintilla fragile. E se affondiamo non ci sarà modo più bello e grandioso di affondare. Nella traccia di apertura, Young, Rachel Kenedy mette subito in chiaro le proprie drastiche intenzioni: “I would never tire of this / and if I do, then bury me beside you”. C’è tutto il dramma plateale della giovinezza, con i suoi pessimismi cosmici e la sua infinita tenerezza. Ma c'è anche qualcosa che, da quell’età in avanti, non è più possibile cogliere con la stessa franchezza e la stessa grazia inconsapevole: quella dedizione e quei bruschi cambi di direzione, le decisioni assolute prese nel giro di un attimo, il vento freddo in faccia e piangere sorridendo. La spiegazione è nella meravigliosa Forget The Fall, che racchiude il verso che dà il titolo all’album: “Do what you want to, it's what you should do”, e aggiunge “that’s the fun of being young”. Com’è ovvio, è un divertimento pieno di problemi e contraddizioni: “Leave me alone, but don’t leave me lonely / pick up the phone, but please don’t speak” (dalla straziante Lonely). Eppure, chi non darebbe subito indietro la propria presunta maturità, il proprio pacato giorno-dopo-giorno, per un minuto di quella musica celestiale, di quel caos cieco ed entusiasmante, di quel batticuore che sembra eterno?
I Flowers devono buona parte della loro potenza alla voce della Kenedy, che è davvero qualcosa di angelico, tutta timidezze e slanci. Lei suona un basso distrutto con una corda sola e vorresti abbracciarla e proteggerla appena si presenta davanti al microfono. Jordan Hockley alla batteria percuote ritmi cupi, mentre Sam Ayres alla chitarra e qualche synth riempie tutto quello che resta da riempire, sapendo farsi da parte al momento giusto. La produzione di Bernard Butler forse smussa un po’ troppo gli spigoli rispetto ai 45 giri che ci avevano fatto conoscere e amare il trio londinese, ma questo disco resta in ogni caso un debutto davvero imponente. C’è il minimalismo di certi Young Marble Giants, c’è l’impetuosità tutta shoegaze, un tocco eccentrico degli Ottanta dei Cocteau Twins, l’immancabile malinconia Field Mice, l’indiepop secco ma incisivo alla Beat Happening. Ma soprattutto c’è, grandiosa e perdente, una musica che fa stringere i pugni e saltare per aria, come si conviene a ogni età.

(mp3) Flowers - Lonely

giovedì 9 ottobre 2014

In between appearing and disappearing

 Populous - 'Night Safari'

Spegni le luci e accendi l'astronave. Sorvoliamo a bassa quota il pianeta inesplorato spostandoci di poco dalla fascia dell'equatore, seguendo la linea dell'alba. La velocità è quella giusta per osservare con calma la forma dei continenti e dei mari. Seguiamo i venti e le correnti. L'artwork del nuovo album di Populous, Night Safari, è un paesaggio disegnato da Hello This Is Kae e in qualche modo mi ricorda qualcosa di certe vecchie copertine Urania. Scene sospese da mondi lontani, il senso immediato di avventura già per il semplice fatto di poterle vedere da vicino, e al tempo stesso la percezione netta di essere dentro un tempo fermo e assoluto. Giro la copertina tra le mani mentre faccio partire il disco. Cerco di capire la relazione tra la figura distesa in primo piano e quella specie di aurea creatura felina. Potrebbero essere la preda e il suo predatore, ma la quiete del lago cromato mi suggerisce altro. Nella copertina interna il leone è solo, si allontana tra le dune sullo sfondo, o forse scruta l'orizzonte. Nel retro rimangono soltanto il deserto e quel sole metallico, impassibile, gigantesco. Nel cielo persiste la stessa allusione d'alba. Che cosa è successo? Aspetto risposte dalla musica. Il comunicato stampa parla di suoni esotici e suggestioni tropicali, ma a me piace pensare che siano i tropici di un pianeta sconosciuto. Field-recordings raccolti ai quattro angoli di un globo mai visto prima. La musica continua a cullare la trasvolata anche quando i bmp accelerano. Percussioni furibonde smorzate sotto suoni liquidi, glitch che si innestano dentro voci tribali di razze perdute, atmosfere di una disco senza gravità. Non so quanto potrebbe far piacere agli artisti coinvolti (sono numerosi i featuring di questo disco: Cuuse, Clap Clap!, Digi G'Alessio, Iokoi, Dj Khalab e ovviamente Giorgio Tuma), ma la cosa che preferisco di Night Safari è abbandonarmi all'ascolto e rifiutarmi di percepire alcuna distinzione tra una canzone e l'altra. Ci sono, com'è logico, scoperte che destano sorpresa durante il viaggio: l'eterea Fall, uno dei momenti più "pop" del disco, la bipolare Quad Boogie, che alterna ritmi furibondi a campanelli da ninnananna, la limpida gioiosità di Brasilia, la sinuosa e martellante Water Temple. Ma la musica di questo safari è compatta, direi organica, nel suo procedere.
Il ritorno di Andrea Mangia al nome Populous, dopo varie pause e progetti paralleli, si presenta come un lungo e articolato viaggio in una terra nuova e al tempo stesso antica. Tiene assieme l'esplorazione e il ritorno a casa, il battito sintetico e il canto ancestrale, lo spazio profondo e lussureggianti foreste.

(mp3) Populous - Water Temple (feat. Clap! Clap!)

mercoledì 8 ottobre 2014

Best friend

Welcome Back Sailors | Best Friend

L'anteprima è uscita ieri sul blog inglese Goldfalke Paint e oggi è ufficiale: stanno per tornare i Welcome Back Sailors! Il singolo Best Friend anticipa Tourismo, album che arriverà a fine novembre per We Were Never Being Boring collective in collaborazione con La Barberia Records.
I classici suoni morbidi e sintetici dei Welcome Back Sailors hanno trovato una nuova forma, più equilibrata e compatta, mescolando naturalezza pop con ampie dosi di soul e di funk. Forse meno "solare" del precedente Yes/Sun, ma al tempo stesso più caldo e diretto. Perché, come dice questa prima traccia, "all I want is to make you happy":



Welcome Back Sailors - Best Friend

lunedì 6 ottobre 2014

"Fans only"

God Help the Girl by Stuart Murdoch - Olly Alexander,  Emily Browning, Hannah Murray

Ancora prima di presentare God Help The Girl al Sundance Festival, Stuart Murdoch metteva le mani avanti: il film sarebbe un "musical for people who don't like musicals". Dopo averlo visto, mi sento di aggiungere di più: questo film è un documentario in forma di musical. Tutte quelle immagini sullo schermo che non vanno a raccontare nessuna storia non possono che avere scopo divulgativo o di studio. Il soggetto di tale documentario sono post-adolescenti musicisti dilettanti che scrivono delicate canzoni nella loro cameretta, ascoltano vecchi 45 giri con giradischi portatili, usano ancora immacolate musicassette oppure forbici, colla e fotocopie per rendere nota al mondo la propria esistenza, hanno un debole per i vestiti di seconda mano, si innamorano senza mai riuscire a dirlo e baciano sempre al momento sbagliato. Insomma, il quadro è abbastanza chiaro: il debutto alla regia del cantante dei Belle and Sebastian è un documentario sul mondo indiepop. Chi l'avrebbe mai detto!
Molti dei difetti che sono stati rilevati a God Help The Girl possono riassumersi nelle stesse critiche che, a un certo punto della storia, un personaggio di contorno, giovane cantante di successo, rivolge alla protagonista, giovane cantautrice ancora piena di speranze: "il tuo suono è troppo ingenuo, [...] hai bisogno di registrare con un'attrezzatura più adatta, i tuoi testi sono sono deprimenti e autoreferenziali, queste canzoni sono infantili!". Stuart Murdoch deve avere sentito quelle parole non poche volte all'inizio della propria carriera musicale. A differenza dei dischi dei Belle and Sebastian, però, il tentativo di God Help The Girl di fare poesia a partire da elementi semplici trattati con una sensibilità limpida e un sofisticato senso dell'umorismo funziona solo in parte.
Tre ragazzi abbastanza emarginati si conoscono e decidono di mettere in piedi una band: c'è una storia d'amore, c'è una storia di guarigione e ci sono alcune piccole avventure di contorno. Olly Alexander ha una faccia che racchiude tutti gli stereotipi del genere, ma i tre personaggi principali (soprattutto quello interpretato dalla pur brava Hannah Murray) non sembrano mai abbastanza completi, e d'altra parte sono troppo precari e complessi per avere la leggerezza di favola, a due dimensioni, da fumetto. Eppure, o forse proprio per questo, i numeri musicali si innestano nel racconto con una grazia che fa di tutto per essere spontanea e che finisce spesso per strappare almeno un sorriso. Purtroppo le canzoni di God Help The Girl (parlo del disco da cui la storia prende le mosse) non mi sono mai sembrate tra le migliori scritte da Murdoch, ma questa è soltanto la mia opinione. La voce di Emily Browning è soave quanto basta e si lascia apprezzare, quasi tutti i componenti dei Belle and Sebastian si prestano a suonare sullo schermo, e in più fanno qualche comparsata anche Lee Thomson (Camera Obscura), i Wake The President, i We Are The Physics, la signora Murdoch in persona, Marisa Privitera, e di sicuro qualcun altro che mi è sfuggito.
A parte queste note un po' nerd, e a parte il fatto che a Stuart Murdoch sono disposto a perdonare anche l'idea di mettere in piedi un musical, bisogna dire che ci sono alcuni, non tantissimi, momenti in cui il film sembra ingranare: la gita in canoa, la discussione sul nome da dare alla band, le corse Nouvelle Vague, la prima canzone tra Eve e James, il primo balletto a tre. Ecco, mentre vedevo alcune sequenze sgranate da Super 8 (sogno? flashback?) mi è tornato in mente il dvd "Fans Only" che la Jeepster pubblicò all'inizio dei Duemila, come sintesi della prima parte della carriera della band scozzese. I Belle And Sebastian erano quelli, con quelle stesse immagini, erano già il racconto di sé stessi come gruppo, da sempre: un racconto lieve, appassionato e sentimentale. Erano sorrisi sinceri anche se il cielo era grigio, erano quaderni fitti di parole scritte a mano (la voce di Stuart David che spiega la nascita delle ink polaroids!), erano biciclette in salita con la città sullo sfondo, tazze di tè caldo e abbracci e musica bellissima. Quello che invece la storiella un po' Wes-Anderson-wannabe di God Help The Girl purtroppo non è capace di scrollarsi di dosso è di sembrare un racconto di seconda mano, poco spontaneo proprio perché non gli riesce di amalgamare elementi che già conoscevamo con qualche ingrediente nuovo, un nuovo slancio. E se Fans Only era allora un titolo a suo modo ironico e affettuoso, oggi rischia di sembrare più appropriato per questo nuovo lavoro di Murdoch.

Forget the fall

“polaroid – un blog alla radio” – s14e01

“polaroid – un blog alla radio” – s14e01

Literature – The Girl, The Gold Watch, And Everything
Rat Columns – Walking Back
The Pains Of Being Pure AT Heart – Summer Of Dreams
Baseball Gregg – Mathdance
The Stevens – Thirsty Eye
[Bastonate - "C'è questo disco di Karen O in streaming"]
Karen O – Day Go By
Terry Malts – Let You In
Twerps – Wait Til You Smile
Flowers – Forget The Fall

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giovedì 2 ottobre 2014

Time it seems never enough to choose

LITERATURE - CHORUS (2014)

Le canzoni dentro Chorus, il nuovo album dei Literature, corrono a perdifiato e sono tutte attaccate, suonano come una cassettina in cui volevi stipare più pezzi possibile e tenere il ritmo sempre alto, quasi fosse una sfida. Una finisce e subito arriva la successiva a travolgerti. Non per niente, il solo vero momento di stanchezza in scaletta è rappresentato dall'unica canzone in cui la band di Philadelphia toglie il piede dall'acceleratore (Chime Hours), ma arriva ormai all'inizio del Lato B del disco e non disturba più di tanto. Anche i testi sembrano riflettere questa impazienza: frasi brevi, immagini slegate, name-dropping senza il tempo di raccontare vere e proprie storie. "Time it seems never enough to choose". Lanciare la propria musica a velocità folle sembra necessario e vitale per i Literature: mi ricorda qualcosa di certi Pains Of Being Pure At Heart degli inizi (o magari di quello che avrebbero potuto essere i Drums), e questo rende il loro agguerrito indiepop (non è un ossimoro!) conciso ed efficace, oltre che divertentissimo (vedi l'irresistibile apertura di The Girl, The Gold Watch, and Everything, o il singolo The English Softhearts). Anche se la produzione del capitano Gary Olson arricchisce i colori e la "profondità" rispetto al debutto di due anni fa, quello dei Literature resta un suono che deve correre a più non posso per non indugiare e pentirsi. Super melodici e adrenalici, non concedono un attimo di tregua e sbaragliano ogni resistenza.

(mp3) Literature - The Girl, The Gold Watch, and Everything

mercoledì 1 ottobre 2014

What is that cheerful sound?

Italy's Be Forest covered Beat Happening, touring USA w/ Tennis System after CMJ (dates, streams)

La notizia l'ha data in anteprima ieri sera il blog americano BrooklynVegan: i nostri cari Be Forest ("masters of mood, making swoony dreampop informed by the classics but very much in the now") stanno per imbarcarsi per un lungo tour degli Stati Uniti!
Dopo un paio di live al festival CMJ di New York, gireranno per una ventina di date su entrambe le coste con un bel po' di tappe nel mezzo, e ad accompagnarli ci saranno i prodigiosi californiani Tennis System. Presenteranno il loro ultimo acclamato Earthbeat, e qualche altra sorpresa. Per celebrare la partenza, il trio pesarese ci regala una cover del classico dei Beat Happening Indian Summer, canzone quanto mai adatta alla stagione. Buon viaggio e in bocca al lupo, Be Forest! Cinque alti a tutta la banda e molti, molti brindisi!



Be Forest - Indian Summer (Beat Happening cover)