mercoledì 1 ottobre 2014

What is that cheerful sound?

Italy's Be Forest covered Beat Happening, touring USA w/ Tennis System after CMJ (dates, streams)

La notizia l'ha data in anteprima ieri sera il blog americano BrooklynVegan: i nostri cari Be Forest ("masters of mood, making swoony dreampop informed by the classics but very much in the now") stanno per imbarcarsi per un lungo tour degli Stati Uniti!
Dopo un paio di live al festival CMJ di New York, gireranno per una ventina di date su entrambe le coste con un bel po' di tappe nel mezzo, e ad accompagnarli ci saranno i prodigiosi californiani Tennis System. Presenteranno il loro ultimo acclamato Earthbeat, e qualche altra sorpresa. Per celebrare la partenza, il trio pesarese ci regala una cover del classico dei Beat Happening Indian Summer, canzone quanto mai adatta alla stagione. Buon viaggio e in bocca al lupo, Be Forest! Cinque alti a tutta la banda e molti, molti brindisi!



Be Forest - Indian Summer (Beat Happening cover)

lunedì 29 settembre 2014

"polaroid - un blog alla radio": la quattordicesima stagione!


Lo so, è soltanto una manciata di gif di #polaroid pescate a caso su tumblr e messe assieme in pausa pranzo, ma in qualche modo dovevo darvi la notizia: questa sera, alle dieci e mezza, parte la quattordicesima stagione di "polaroid - un blog alla radio". Un po' di bei dischi nuovi, un po' di "ink polaroids", i prevedibili imprevisti e gli immancabili brindisi. In diretta da Bologna, sulle frequenze di Radio Città del Capo, come sempre anche in streaming (e da domani, più o meno, in podcast)!

I just wait til you smile

Twerps - Underlay (2014)

Siete una moderatamente disgraziata band australiana con riferimenti musicali abbastanza oscuri al grande pubblico. Esordio indipendente, la critica composta da vostri simili risponde più o meno entusiasta, qualche centinaio di dischi venduti, hype sui blog, amici che offrono birre: immagino la dimensione del successo. Una vostra canzone viene citata a caso da una star di Hollywood su twitter, e voi cosa fate? Nel disco successivo dichiarate: “I don’t want to sing Dreamin / It’s lost every single meaning”. Va bene, riguardava la storia personale tra il cantante Martin Frawley e la chitarrista Julia McFalane, ma alla fine sembra un po' che vogliate fare di tutto per accanirvi nella solita nicchia.
Alla fine non è così, per fortuna, soprattutto ascoltando questo nuovo Underlay EP uscito per la prestigiosa Merge, disco che rivela un suono in evoluzione.
La prima volta che parlai dei Twerps qui sul blog tirai fuori l'idea di una foschia di pigrizia che avvolgeva la loro musica. Se oggi dicessi che queste nuove canzoni sembrano invece mostrare un'anima più ruvida, non intendo che in passato la band di Melbourne suonasse twee-pop: è solo che questa nuova raccolta decide di puntare su un carattere a tratti più agitato e introverso. Da una parte restano fermi numi tutelari come Clean e Bats (vedi la meravigliosa Hypocrite), ma ci sono anche momenti Beat Happening (la filastrocca di Conditional Report) e altri poetici e ostinati alla Television Personalities, meravigliosi fino alle lacrime (Wait Til You Smile).
Se Underlay è davvero un disco di passaggio, soprattutto visto l'importante cambio di etichetta e di esposizione, rimango curioso di sapere cosa succederà in futuro. Ma anche nel caso i "nuovi" Twerps assomigliassero molto a quelli di oggi, non potrei davvero chiedere di più e gli vorrò un gran bene come sempre.

(mp3) Twerps - Wait Til You Smile

sabato 27 settembre 2014

EXCLUSIVE PREMIÈRE: stream Baseball Gregg debut cassette!

Baseball Gregg

Oggi è il Cassette Store Day, la festa mondiale delle care vecchie cassettine, e qui su polaroid lo festeggiamo ascoltando in anteprima il debutto dei Baseball Gregg, pubblicato proprio in cassetta da Harlot (USA) e dalla Barberia Records di Modena! Un lavoro di bedroom pop sofisticato e multiforme che secondo Impose Magazine "inspires rounds of spontaneous celebrations and instant entertainment", osservazione che mi trova del tutto d'accordo.
Ascoltate l'EP Baseball Gregg in esclusiva qui sotto, compratelo sui siti delle due label, e intanto leggetevi la lunga chiacchierata che ho fatto con Luca e Sam:


Nelle interviste su Impose e sul blog dei False Priest avete parlato a lungo di come vi siete suddivisi i compiti di scrittura delle canzoni. Io vorrei che invece raccontaste quello che avete fatto assieme, come siete intervenuti nei reciproci pezzi, nelle scelte dei suoni, insomma come avete lavorato e preso decisioni a quattro mani.

Luca: Come hai giustamente puntualizzato, i pezzi sono stati scritti individualmente, in tempi e luoghi diversi. Una volta che abbiamo iniziato a registrare abbiamo deciso quattro o cinque 'suoni' che dovevano essere presenti in ogni pezzo, e poi abbiamo arrangiato le varie canzoni. Il suono più caratteristico e che è un po' il minimo comune denominatore tra i vari brani è "calypso", uno stranissimo mix di effetti che escono in un rotary speaker invece che in un amplificatore, con il quale abbiamo registrato tutte le chitarre soliste. Volevamo dare una forma ed un'estetica comune a dei pezzi che erano per natura diversi, e per ognuno di essi abbiamo utilizzato circa lo stesso modus operandi, agendo sia a livello di arrangiamento che a livello di suoni. È il disco più attinente alla definizione di "bedroom pop" che possiate immaginare, perchè le canzoni le abbiamo scritte nella camera di Sam, registrate nella camera della mia fidanzata e tutto il processo si è svolto in un ambiente per così dire casalingo. L'assenza dell'urgenza di dover mai portare le canzoni dal vivo ha influenzato molto la struttura del lavoro: non siamo mai entrati in sala prove né in uno studio, le canzoni hanno tantissimi strati e sono un po' iper-prodotte talvolta. Non so dirti se tutto questo sia considerabile un aspetto negativo o positivo della cosa; tuttavia mi piace pensare che siamo riusciti a infondere per osmosi ai pezzi un po' del calore casalingo e delle atmosfere polleggiate che ci circondavano mentre suonavamo.

Sam: In generale, abbiamo scritto insieme gli arrangiamenti per le canzoni. Avevamo entrambi in mente delle strutture e dei pezzi di canzoni già composti, e quando ci si incontrava si decideva il resto insieme. In un certo senso, i pezzi sono stati "riscritti" durante il processo di registrazione. Quando ho iniziato da adolescente a provare a scrivere canzoni per la prima volta di solito attaccavo il registratore e iniziavo a suonare, per cui scrivere canzoni in questo modo è stato molto naturale per me. Tanto più questa volta che Luca era con me per discutere dei pezzi e fare un po' di brainstorming. Abbiamo cercato di essere realmente onesti l'un l'altro durante la registrazione - se non ci piaceva qualcosa o non ci convinceva non avevamo remore a dirlo. Credo che ciò abbia aiutato molto il prendere tutte le decisioni.

Dato che state uno a Bologna e uno in California e avete registrato tutto poco prima che Sam partisse, avete dato per scontato sin dall'inizio che i Baseball Gregg non si sarebbero mai esibti live in formazione completa? Pensi sia uno strano modo di concepire una band, sapendo già che sarà sempre qualcosa di leggermente diverso, forse impreciso o comunque mai aderente fino in fondo al disco? Per esempio, oggi ci sono i Baseball Gregg che si esibiscono a Modena ma anche quelli che suonano a Stockton, e sono entrambi "veri"! Oppure tutto questo lo si potrebbe vedere come un approccio molto attuale e disincantato alla frammentata scena musicale, una "temporary band" come un "pop-up store" che nasce, dice quel che deve dire e poi chiude?

Luca: Questa band è peculiare perché non è nata per essere tale. Mi spiego: nelle nostre intenzioni iniziali non vi era assolutamente l'idea di creare un complesso, né tantomeno di fare un album o un ep che dir si voglia. L'unico scopo - almeno dal mio punto di vista - per il quale abbiamo iniziato a lavorare su delle canzoni insieme è stato il desiderio di qualcosa che ci legasse una volta che Sam fosse ritornato a casa, una sorta di ricordo dei mesi trascorsi assieme e di un'amicizia molto bella. Ci sarebbe molto piaciuto fare un piccolo concertino acustico da qualche parte a Bologna prima che Sam partisse, ma abbiamo chiuso il master due sere prima del suo aereo e non abbiamo fatto in tempo a organizzare nulla, purtroppo.
Dal mio punto di vista, gli amici con cui porterò dal vivo un paio di volte le canzoni dei Baseball mi hanno fatto appassionare nuovamente alle canzoni: dopo aver ascoltato per due settimane di fila Mathdance montando il videoclip, e in generale aver abusato con gli ascolti dei pezzi nei mesi successivi alla fine del lavoro, mi trovavo in un momento in cui ero quasi nauseato dalle canzoni. La sfida di riuscire ad arrangiare tutto quanto per un complesso di tre elementi ed in generale il clima euforico da sala prove ha riacceso l'amore per i pezzi. Quelli di Sam sono molto belli da suonare dal vivo, è un buon compositore garage-rock.
Per quanto riguarda il parallelismo dei due progetti live: è un'ottima osservazione, e penso sia molto divertente pensare che dall'altra parte dell'oceano ci siano dei nostri cloni che stanno suonando gli stessi pezzi, con il loro stesso nome!

Sam: Ricordo anch'io che parlammo di provare a suonare insieme alla fine della mia permanenza in Italia, ma alla fine non ce l'abbiamo fatta. Penso che una delle cose più belle della musica live è che è diversa dalle registrazioni in un sacco di aspetti. Quando registri, una band ha un sacco di tempo per prendersi cura di tutti i minimi aspetti, e può provare a far sì che tutto suoni perfettamente - e questa è una fase del lavoro che mi piace molto. Apprezzo sentire che qualcuno ha fatto del suo meglio per far sì che una registrazione suoni bene. Ma è comunque diverso da una performance dal vivo. Live, la musica è sempre meno precisa, meno pianificata e calcolata; ciò in un certo senso rende la musica dal vivo più onesta che la musica registrata. Per quanto riguarda l'essere una temporary band, non so davvero se la versione Stocktoniana dei Baseball Gregg suonerà più di un concerto, almeno nel prossimo futuro.

A questo punto allora devo farvi anche la classica domanda sui prossimi progetti: continuerete a portare avanti i Baseball Gregg in qualche modo? Magari in stile Postal Service, senza incontrarvi mai, e spedendovi le parti di canzoni, oppure secondo voi questa band già ha raggiunto l'obiettivo con questa cassetta.

Sam: Non si sa mai. Qualora dovessimo continuare, però, non mi piacerebbe farlo come i Postal Service. Ma se dovessimo mai vivere di nuovo l'uno vicino all'altro in futuro, sicuramente vorrò suonare di nuovo con lui.

Luca: L'idea di considerare questa esperienza come conclusa mi rattristerebbe un po', perché a livello creativo credo abbiamo instaurato una sintonia molto rara, e mi dispiacerebbe ciò finisse. Io, invece, non fatico ad immaginarmi - anche in un tempo molto dilatato (magari nell'arco di un paio di anni), una specie di flusso di songwriting a distanza che si protragga per un po' finche non decidiamo di trovarci insieme e registrare qualcosa. Sarebbe una bella idea.


In the interviews with Impose and with False Priest, you have already discussed how you divided the task of writing the songs, with each of you writing a few. Instead, i would like to know more about the things did together: how you intervened in each other's songs, how you chose tones for the instruments, how you worked together and made the decisions.


Luca: As you noted, the songs were written individually, on our own time. When we started recording the first song, we chose 4 or 5 sounds that we would then use in every song, and then we arranged the songs around these sounds. The most characteristic sound, the lowest common denominator between the songs, is a guitar tone we named "calypso," a weird mix of effects that is played through a rotary speaker instead of an amp. We used this to record all the lead guitar. We wanted to give a common form and aesthetic to the songs that were all originally pretty different from each other, and so for each one we used the same modus operandi when it came to arrangement and tones. It's the closest thing to "bedroom pop" that I can imagine, since the songs were written in our bedrooms, recorded in my girlfriends room e the whole process was very domestic. The perceived absence of the need to play live influenced the work a lot: we never practiced the songs or stepped foot in a studio. The songs have a lot of layers and are a little hyper-produced. I don't know if this is a positive or negative aspect, but I like to think we succeeded, through some sort of osmosis, in putting a little bit of our relaxed and at home atmosphere into the songs.

Sam: In general, we made all the arrangements for the songs together. We had a bunch of structures and outlines of songs written, and when we would meet up to record we would decide on the rest together. So in a way the songs were re-written by the recording process. When I first started trying to write songs as a teenager, I would just start out by recording and see where it took me, so writing songs this way felt really comfortable to me. Even more so that Luca was there with me to bounce idea's around. I think we tried to be really honest with each other while recording, about if we didn't like something, which helped a lot in making all the decisions.

Given that one of you lives in Bologna and the other in California, and that you recorded everything shortly before Sam left, did you know from the beginning that Baseball Gregg would never play live in it's original form? It seems like a strange way to conceive a band, already knowing that there will be something a little different from the record, maybe imprecise or never earnest. For example, today there is the live version of Baseball Gregg that is debuting in Modena and the live version debuting in Stockton, and they are both "real!' Or could it be seen from a more real approach as a "temporary band," like a pop-up store that is born, says what it needs to say, and then closes?

Luca: This band is peculiar because it wasn't started to be a band. Let me explain: in our first intentions, we never intended to be a real band, nor to make an EP or anything. The only goal, at least from my point of view, for which we started to work on the songs was something to keep us connected after Sam returned home, a kinda of souvenir of the months we spent together and a beautiful friendship. We would have liked put on a small acoustic concert together somewhere in Bologna before Sam left, but we finished the masters of the songs 2 nights before his plane home, and we didn't have time to do so, unfortunately. From my point of view, my friends with whom I'm playing the songs live renewed my appreciation of the songs: after having listened to Mathdance for 2 weeks straight editing the video and more generally having listened to all the songs while recording them, I had found that I was, for the moment, almost nauseated by the songs. However, the challenge of rearranging the songs to be played by three people, and the euphoria of practicing, reignited my love for the songs. Those that Sam wrote are great to play live: he's a good composer of garage-rock. And for the parallelism between the two live projects: it's a good observation, and i think that it's fun to imagine that on the other side of the ocean there are our clones that a playing the same songs with the same name!

Sam: I remember talking about trying to play live together right at the end of my stay in Italy, but it never really worked out. I do think that one of the best parts about live music is that it is different from recordings in a lot of ways. When recording, a band has a lot of time to make decisions on small things, and can try to make things sounds perfect, which I personally really enjoy. I love being able to hear that someone put a lot of thought and effort into a recording. But it's always different that a live performance. Live, music is always less precise, less planned out and calculated, which in a way makes live music always more "earnest" than recorded music. As far as being a "temporary band" I don't really know if the Stockton version of Baseball Gregg will be playing more than one show, at least not in the near future.

Finally, I want to ask if you will continue Baseball Gregg, maybe in the same way that the Postal Service existed, without meeting, or in your opinion you have finished your project with this cassette.

Sam: You never know. If we do continue, I wouldn't want to do it like the postal service. But if me and Luca ever live close to each other again in the future, I'd definitely still want to play music with him.

Luca: Thinking of this experience as a conclusion would make me a little sad, because I think at the creative level we established a rare harmony, and I would be sorry to say its finished. It's not hard to imagine, also after a while (maybe a few years) a kind of long distance songwriting that would go on until we decide to get together and record something. It'd be nice.

Sometimes I wish your eyes could speak

SKELETS ON ME – SOMETIMES I WISH YOUR EYES COULD SPEAK

Valentina Giani è originaria di Brunico, tra i monti del Trentino, ma è nella città di Trieste che scrive, suona e registra le sue canzoni. I suoi compagni di avventura sono Maruška Kapić e Francesco Candura (Jennifer Gentle, Stop the Wheel). Prendono il nome di Skelets On Me e il loro primo lavoro si intitola Sometimes I Wish Your Eyes Could Speak, stampato in vinile 7″ (una traccia per lato) da We Were Never Being Boring, e disponibile anche in download digitale come EP di 6 canzoni. Il suono degli Skelets On Me è quello scarno e diretto che la scuola K Records ci ha insegnato ad amare. Unire ruvidi assalti elettrici e melodie innocenti, nel solco della tradizione di band come Sleater-Kinney, Breeders e Huggy Bear, riesce ai Skelets On Me del tutto naturale e spontaneo. Come recita il titolo di una loro canzone "Find Me", sarà una bella sorpresa.



Skelets On Me - Sometimes I Wish Your Eyes Could Speak

venerdì 26 settembre 2014

Beat VS clickbait

Social Anxiety: FKA Twigs, Robert Pattinson and the Ethics of Clickbait - THE FADER

As the Robert Pattinson/FKA Twigs paparazzi photography somewhat disturbingly suggest, retreating behind a shell of privacy and hoping to let one’s work do most of the talking may be a losing battle in this ultra-mediatized world. The trope of faceless, anonymous producer that proliferated in independent music a few years ago (think: How to Dress Well, Evian Christ) doesn’t really hold any water in the age where most fans watch festival shows through the viewfinders on their iPhone screens; it feels like a false conceit, which is maybe what Burial was getting at when he finally decided to share a selfie of his face earlier this year. [...]
In a mainstream music ecosystem that has become increasingly receptive to avant-garde sounds—to the point where it seems to embrace any statement that might possibly have previously antagonized it—navigating the press may be less of a necessary chore than a site of creative possibility, a means of disrupting the system while simultaneously exposing its inner workings. In an era where music and cult of personality have become one, it might even be the most exciting political frontier.

"Social Anxiety: FKA Twigs, Robert Pattinson and the Ethics of Clickbait" - Emilie Friedlander - THE FADER


giovedì 25 settembre 2014

Una polaroid da Stockton

Qualche settimana fa vi avevo presentato i Baseball Gregg (che a quanto pare continuano a non avere un sito), ovvero il nuovo progetto di Samuel Charles Regan dei californiani Satan Wriders insieme a Luca Lovisetto dei nostri Absolut Red.
In attesa del loro debutto, in uscita su Harlot negli USA e su Barberia Records qui in Italia, ho voluto chiedere a Sam, che parla piuttosto bene anche l'italiano, di raccontarci un po' il posto da cui proviene e in cui suona. E così eccovi oggi questa istantanea da Stockton.
L'EP self-titled dei Baseball Gregg vedrà ufficialmente la luce sabato 27 settembre, giornata in cui si celebrerà in tutto il mondo il Cassette Store Day. Anche dalle nostre parti festeggeremo con un piccolo evento, ne parleremo presto.

Storicamente, la città di Stockton, California, non è mai stata molto importante per la musica. Ci sono, è vero, un paio di gruppi importanti che sono venuti fuori dalla città (per esempio, i Pavement), ma a nessuno da queste parti era mai fregato molto della scena musicale. In questi giorni, però, c'è qualche nuova speranza per la città. Negli ultimi anni, è cresciuta una nuova scena underground nella città in bancarotta. Questa scena, anche se è piccola e un po' malformata, è un conglomerato di tutti i sottogeneri di indie formato da gruppi davvero piacevoli e rinfrescanti. Questi sono alcuni dei miei preferiti:

1. Monster Treasure
Un trio capace di mescolare Pop e Punk in maniera così perfetta è impossibile che a qualcuno non piaccia. Le canzoni sono fatte con ritmi propulsivi, spinti da RJ Mar il batterista, chitarre e cassa distorti e armonie gustose suonati e cantati da Rachel Orimo e Briana Granados. Il self titolato Debut LP è appena uscito per la Harlot Records di Brooklyn.





Surf Club
2. Surf Club
I Surf Club sono Frankie Soto (ex Craft Spells), Jose Medina, Fonso Robles e Marcos Gonzales. Fondamentalmente sono un gruppo Shoegaze e Dream Pop che scrive canzone d'amore tenero sotterrate sotto arrangiamenti succulenti. Hanno fatto uscire un bel po' di singoli con etichette diverse, come Slumberland e Beko, e anche un Ep con Death Party Records.





MLTD
3. MLTD
Fino a poco tempo fa MLTD era un gruppo intero composto da quattro persone, ma dall'inizio di Agosto è tornato a essere il progetto solista di Logan Wells. MLTD si è autoproclamato come "Sad Boy Shoegaze" un titolo che funziona bene, perché utilizza in grande quantità effetti e il reverb tipici dello Shoegaze, ma le canzone sono più simili alle canzone emo dei primi Anni Novanta. Il debut EP Born Ruined è uscito in cassetta da 40 Proof Tapes.





Kismet Aura
4. Kismet Aura
Bob e Kim di Kismet Aura suonano un loro tipo di noise punk perfettamente. Bob, il batterista, suona sempre forte e veloce con un sacco di energia, mentre Kim suona la chitarra e urla al microfono. Non ancora hanno fatto uscire ufficialmente qualcosa, ma le canzoni del loro soundcloud sono molto divertenti, anche se ormai sarebbe ora che pubblicassero qualcosa di nuovo. Ho visto i Kismet Aura recentemente un bel paio di volte, e posso dire anche che le canzoni nuove fanno paura.




Satan Wriders
5. Satan Wriders
I Satan Wriders sono un gruppo composto da me, John Steiner ed Eli Wengrin. Suoniamo una mescola di Rock Classico e Pop [NOTA DI POLAROID: in realtà Sam non lo dice ma secondo me nel loro sound interviene anche una buona dose di qualcosa che potremmo definire beffarda psichedelia slacker...], ed il nostro debut LP intitolato Black Eyed Kids è uscito su Harlot Records.



Tutte queste band, anche se fanno musica abbastanza diversa, sono sempre pronte per aiutare gli altri. Per esempio, Frankie dei Surf Club e John dei Satan Wriders preparano concerti per le altre band altre città che vengono a Stockon in tour. Bob e Kim da Kismet Aura fanno serigrafia per T-shirt e altra roba per tutti. Tutti i musicisti vanno ai concerti degli altri e comprano la musica. In una città che di solito è considerata noiosa e pericolosa, è veramente bello avere questo gruppo di persone belle e musica divertente.


martedì 23 settembre 2014

Summer of dreams


La declinazione più malinconica dell'ironia appartiene di certo all'indiepop. Un esempio: ritrovarsi nella mail una canzone intitolata Summer Of Dreams proprio il primo giorno d'autunno. La firmano i Pains Of Being Pure At Heart ed è una delle cinque bonus track contenute nella ristampa di Days of Abandon (su polaroid se ne era parlato qui dopo averli visti in concerto).
I sogni dell'estate sono ormai alle spalle, passate le foto sature di filtri dalle spiagge, ormai lontani i giorni in cui dire "All the dreams are you” riempiva il cuore. Non sappiamo se alla speranza “Tell me they are gonna come” l'estate di Kip Berman abbia dato una risposta. Nelle scintillanti chitarre di questa canzone è comunque rimasto impigliato un sorriso:


The Pains Of Being Pure - Summer Of Dreams

MAP - Music Alliance Pact #72

MAP - Music Alliance Pact

Un po' in ritardo e dopo uno stop non previsto di un paio di turni, riprende l'appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una trentina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- il messicano AAAA e la sua elettronica ossessiva, capace di sfiorare la techno e di dissolversi poi in sospesa ambient;
- Danpyunsun And The Sailors, dalla Corea del Sud, con un folk psichedelico e aggressivo che sembra fatto per diventare la colonna sonora di qualche film epico;
- gli australiani Foreign/National, che prendono certo pop lunatico e rilassato alla Beta Band e lo riempiono di luci e colori da MGMT;
- i peruviani Laikamorí, misteriosi e sfuggenti, che da quanto leggo in giro devono essere una specie di corrispettivo latino dei Knife. Fanno elettronica un po' meno sinistra ma altrettanto solenne;
- i giapponesi Nohtenkigengo, con un indiepop lieve a tinte folk che sembra una versione da cameretta di certi Lucksmiths o Kings Of Convenience.

Gli italiani di questo mese sono i Drink To Me. Il singolo Bright anticipa il nuovo e atteso album della band torinese White Bright Light, prodotto insieme ad Alessio Natalizia (Banjo or Freakout, Walls, Disco Drive…) e registrato da Andrea Suriani. Un singolo folgorante, colmo di synth davvero luminosi, è il caso di dirlo, che avvolgono la melodia e le voci, riuscendo a rimbalzare senza gravità. C'è un senso di abbandono, senza malinconia o rimpianti. Il ritmo incalza, si dovrebbe ballare, ma prevale la voglia di seguire il protagonista nella sua "crisi mistica senza crisi", senza memoria. Il disco uscirà il mese prossimo per 42 Records, e già da questa canzone promette bene.

Questa è la playlist del MAP di Settembre, compreso il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

(mp3) Drink To Me - Bright

martedì 16 settembre 2014

Worship the sun

Allah-Las: Worship the Sun

Nonostante abbia trovato gli Allah-Las abbastanza disastrosi dal vivo, il fatto che il loro nuovo album Worship The Sun mi stia prendendo così bene voglio interpretarlo come un segno del valore della band californiana. L'impegno e la dedizione che gli Allah-Las mettono nel realizzare un suono capace di portarti indietro nel tempo, da qualche parte nella seconda metà dei Sessanta, sono davvero notevoli e alla lunga superano qualunque incertezza sopra il palco. Queste quattordici canzoni non cambiano molto la formula del debutto di due anni fa, e tutto sommato non se ne sente il bisogno. Garage rock dai colori psichedelici, assolate armonie vocali, una spiaggia infinita e onde perfette di un blu profondo. Ma la scaletta gioca anche sui contrasti: momenti più languidi, come il singolo Had It All o Nothing To Hide, danno ancora più rilievo alle canzoni in cui gli Allah-Las spronano le loro chitarre e viaggiano spediti: Follow You Down, la kinksiana Better Than Mine o la sbarazzina Every Girl. La scaletta poi è punteggiata da inserti strumentali, per nulla superflui, che contribuiscono a rendere ancora più luminosa e sospesa tutta l'atmosfera del disco. Un ultimo piacevole riverbero dell'estate.

(mp3) Alla-Las - Artifact

lunedì 15 settembre 2014

Pure: Peter Gutteridge R.I.P.

R.I.P. Peter Gutteridge 1961-2014

Questa mattina, quando ho guardato i feed mi sono trovato davanti tantissime segnalazioni della scomparsa di Peter Gutteridge, un musicista che aveva avuto un ruolo fondamentale sia nei Clean, che nei Chills, oltre che in una quantità di altre band del cosiddetto Dunedin Sound.
Le forti reazioni emotive che ho letto in giro (tanto per fare un esempio, quella di Everett True) e che continuano a uscire mi hanno colpito. Non era una star, era un personaggio schivo, la sua musica non è esattamente popolare. Eppure, tantissimi dischi che amo oggi, molti di quelli che passo in radio e su queste pagine, sono nati anche grazie a lui, al suo lavoro e alle sue idee.
Io non ne so abbastanza per scriverne in maniera adatta. Quindi ho chiesto a Jonathan Clancy (His Clancyness), uno che quel linguaggio lo ha inteso bene e fatto proprio, se aveva voglia di mandarmi un suo commento a caldo, ed è stato così gentile da scrivere questo post:


Per spiegare chi era Peter Gutteridge per me basta il giro di basso e la canzone che ha co-scritto per i The Clean, Point That Thing Somewhere Else, l'unica canzone del Boodle, Boodle, Boodle EP (1981) non composta interamente dal trio Kilgour/Kilgour/Scott.


E si sente! Mi piace pensare che quell'incedere velvettiano sia opera sua: il basso che pulsa e che trascina per più di cinque minuti.
Per chi è un Kiwi pop obsessed non basta dire che fu membro fondatore di ben due band di quella che per me è la sacra trinità (Clean, Chills, Verlaines), è nelle cose piccole che veramente vedi la luce, il sogno ed il suo contributo quotidiano a tantissima musica incredibile: The Great Unwashed, Snapper, Alpaca Brothers eccetera.


La sua strada lo insegna, fuggiva e rifiutava quello che diventava ogni due anni il "Dunedin Sound", cercava sempre qualcosa di nuovo, si nascondeva in mille band senza mai dimenticare le origini. Vederlo suonare con gli sbarbi High Dependency Unit con una foga incredibile è un gran testamento a quel mondo un pelo diverso, rumoroso e psichedelico, che aveva contribuito a importare nella scena neozelandese.


Io voglio ricordarlo con il suo disco solista del 1989, una cassetta uscita per l'incredibile Xpressway, intitolata semplicemente PURE. E dentro quel titolo c'è tutto quello che voleva raccontare Peter Gutteridge e che lo rendeva diverso e unico all'interno del Kiwi pop. Le liner notes per questo album sono un vero e proprio manifesto di vita. Per tornare alle allusioni velvettiane, questo è il suo Metal Machine Music con le canzoni. La copertina poi non ha bisogno di spiegazioni. Un cerchio, la scena pop di Dunedin che incontra la scena noise di Dunedin (Dead C) ed un uomo che è lì seduto a disegnarlo perfettamente.


sabato 13 settembre 2014

Jackpunk

Enrico Brizzi - Jack Frusciante è uscito dal gruppo (una maestosa storia d'amore e di «rock parrocchiale»)

Vent’anni fa, a una mezza vita da qui, mi regalarono Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Lo lessi in fretta, ricordo che era un settembre non molto felice e fu una prima lettura da affamato, direi agitata. Chiusa l’ultima pagina, uscii di corsa e presi la bicicletta. All’epoca avevo una graziella rosa con un cestino enorme che faceva ridere tutti e che si rivelò uno tra i meno pratici mezzi di locomozione. Fu una faticaccia risalire Via Lame, passare per Piazza Maggiore, schivare i pedoni lungo Via D’Azeglio, uscire da Porta San Mamolo e affrontare in piedi su quei pedali sbagliati la salita verso la collina, seguendo le curve descritte nel romanzo. Ma fu un gesto istintivo, immediato e necessario. A quel punto, con la schiena sudata e il fiato corto, appoggiare il piede per terra e trovarsi davanti per davvero il muro con il graffito AIDI non faceva più differenza. La scrittura di Enrico Brizzi aveva dato forma a quel momento, e io invece, con quel mio orizzonte di pensieri sempre molto ristretto, continuavo a domandarmi come doveva essere avere realizzato il sogno di scrivere un libro (era il Novecento: quei sogni usavano ancora). Mentre le Vespe passavano scendendo verso Bologna e un vento allegro muoveva le foglie degli alberi, la fine del pomeriggio annunciava una serata fresca. Avrei voluto tirare fuori Jack Frusciante dal cestino e leggere ad alta voce qualche riga solenne, a celebrare quell’adolescenza. Invece tornai verso casa ripensando al modo in cui mi piaceva il ritmo di certe parole che Brizzi si ingegnava a incastrare nel meccanismo delle sue pagine: “maestoso”, “vecchio”, “ghignare”... Oppure quel suo togliere la conclusione di certe frasi, sottrarre i verbi per creare un’intesa più stretta. Ma chi era questo tizio della mia età, in quella stessa città, che sapeva così tante cose di me e faceva quel che avrei voluto fare io? Domande ingenue, lo so, ma la puntualità di quel romanzo, in quella precisa stagione, mi aveva spiazzato. E credo di non essere stato il solo a sentirsi così.
Mi trovai poi a festeggiare il decennale di Jack Frusciante mettendo dischi ai Giardini del Baraccano. Il reading, Wu Ming 2, Federico Fiumani, i Frida X, la playlist con le canzoni citate nel libro e tutto il resto. C’erano già i blog, polaroid alla radio e molte cose dagli anni dei Giovani Scrittori erano cambiate. Però l’eco di quella sorpresa di settembre non si era attenuata. Un paio di volte mi era anche capitato di parlargli, al Brizzi, e mi era sembrato un vero régaz. Per cui ieri sera abbiamo preso la bici e pedalato fino al Locomotiv Club: bisognava brindare al maestoso 1994, ascoltare un po’ di vecchie chitarre e ghignare ad Alex, a una mezza vita da qui.

(mp3) Frida Frenner - Jackpunk

martedì 9 settembre 2014

"Morte al fascismo, libertà al popolo!"

Smrt fašizmu, Sloboda narodu!

A sorpresa, oggi pomeriggio sul sito della Labrador è apparsa una nuova canzone dei nostri amati Radio Dept. Il titolo è quanto di più militante ci possa essere: Death to Fascism. Non è un caso. Come spiega la stessa etichetta, si tratta di un pezzo composto pensando alle imminenti elezioni svedesi, e i Radio Dept. al solito non sono scesi a compromessi. Il motto deriva dalle parole "Smrt fašizmu, Sloboda narodu!" pronunciate in punto di. morte dal partigiano yugoslavo Stjepan Filipović.
La canzone è un pezzo strumentale secco e freddo, spiazzante, in cui un campionamento di voce slava viene spezzato e reiterato all'ossessione. Fino al traguardo dei due minuti, quando compare una vaga citazione di Heaven's On Fire, non c'è quasi traccia di melodia. Sei lì ad aspettare invano che arrivi la voce di Johan a mitigare con la sua malinconia un tale accanimento. Non succederà. I Radio Dept. si confermano maestri nel non soddfisfare mai le aspettative del loro pubblico. Restano soltanto i synth e una drum machine indifferenti a portare la canzone fino alla fine, al punto di partenza.
I Radio Dept. non sono mai stati molto loquaci, ma oggi di loro si sa davvero meno che mai. Daniel Tjäder è uscito dalla formazione ormai due anni fa per portare avanti i suoi Korallreven, mentre pare che Johan e Martin stiano lavorando da tempo al seguito di Clinging To A Scheme, ma non è mai stata annunciata nessuna possibile data di uscita. Oggi è apparsa Death To Fascism (senza ulteriori note), per ora accontentiamoci di questo severo ammonimento.



lunedì 8 settembre 2014

Bring on the major league: Baseball Gregg

Baseball Gregg

Queste due belle facce da allegri fuorisede come li trovi soltanto a Bologna sono di Samuel Charles Regan e Luca Lovisetto. Il primo da Stockton, California, qualcuno lo ricorderà per i suoi Satan Wriders (che sono stati pure ospiti in radio qualche mese fa). L'altro, un vero régaz, militava nei rimpianti Absolut Red (anche loro con una bella polaroidblog session in archivio).
Tra una spaghettata di mezzanotte e l'ennesima birretta in Via Zamboni, i due hanno messo in piedi una band chiamata Baseball Gregg. Canzoni scritte e registrate tra il capoluogo emiliano e la provincia americana, capaci di tenere assieme ruvido e classico indie rock, psichedelia da spiaggia e quella giusta dose di melodie zuccherose che te li fa stare subito simpatici.
Il 27 settembre, in occasione del Cassette Store Day, i Baseball Gregg pubblicheranno una cassetta chiamata proprio come loro su Harlot negli States e sulla benemerita Barberia Records qui in Italia, ma ci sarà occasione per tornarci su. Nel frattempo, se volete conoscerli meglio (e secondo me dovreste) c'è una magnifica e dettagliatissima intervista su Impose Magazine. E non dico sia magnifica solo perché hanno avuto il buon cuore di citare anche il sottoscritto, ma perché - tra le altre cose - presentano per la prima volta il video del singolo Mathdance qui sotto, ed è davvero un fantastico home run.

Missing winner - Ode a Plenum

Mark E. Smith - THE FALL

«La prima persona che vedo entrando nel cortile del Covo è un uomo sui cinquant’anni, con i capelli quasi del tutto bianchi e un occhio nero. Sta seduto su una panchina, stretto in un cappotto che ormai non sa più come tenere caldo. Fissa la sigaretta nella sua mano, la mano è appoggiata sul ginocchio. Con l’altra mano si tiene la guancia gonfia. Mi dicono sia il tour manager dei Fall, e l’occhio nero glielo avrebbe lasciato Mark E. Smith in persona, dopo una discussione al soundcheck il giorno prima...»

Quasi un anno fa His Clancyness pubblicava su FatCat Vicious, un formidabile album giustamente inserito in molte classifiche di fine anno. La versione in vinile era arricchita da una fanzine curata da Secret Furry Hole che raccoglieva firme illustri, come Okkervil River, Veronica Falls, Fresh & Onlys, Cloud Nothings, Massimo Volume, Diaframma, Giardini di Mirò e molti altri. In mezzo a quelli, avevo avuto l'onore di partecipare anche io, e il mio testo dedicato alla parola "vicious" era stato un piccolo racconto che ricordava il mio primo concerto dei Fall. Per fortuna la traduzione in inglese di Jonathan Clancy aveva mitigato certe mie sciocchezze.
Oggi "Missing Winner" è uscito in italiano su Plenum, la rivista online curata da Daniele Giovannini (che mi ha fatto lo scherzo della bio in fondo al pezzo). Purtroppo è l'ultimo aggiornamento del sito, e mi dispiace parecchio, non solo perché ho amato la sua rubrica dentro "polaroid alla radio", ma perché chiude un luogo di internet votato al raccontare storie in maniera non convenzionale, e perché è stata, semplicemente, "una forma di felicità condivisa". Grazie Plenum, a presto!

(mp3) The Fall - My Ex-Classmates Kids

venerdì 5 settembre 2014

We go to houseparties and hang out by ourselves

Ace Bushy Striptease – Slurpt

Mi ero perso la notizia dello scioglimento degli Ace Bushy Striptease, e alla luce dell'ultimo album Slurpt devo dire che è davvero un peccato. In fondo, si potrebbe dire che è la stessa idea vaga e sfaccettata di un genere come il "cuddlecore" a contenere l'idea del proprio esaurimento. Basta vedere a quale metamorfosi si sono dovuti sottoporre i Los Campesinos! per tirare avanti la propria carriera.
Forse gli Ace Bushy Striptease hanno detto tutto quello che dovevano dire. Forse non puoi continuare all'infinito a cadere in ginocchio, puntare il dito e gridare tutto il tuo sarcastico diario. A un certo punto diventare grandi non è più un'opzione su cui fare minuziosa autoironia ma, beh, semplicemente qualcosa da fare. Oppure qualcuno lo ha fatto per te.
Dentro Slurpt il consueto turbine di chitarre frenetiche e spigolose non lascia tregua, gli innesti di fiati incitano alla carica, il ritmo sembra sempre accelerare, e il botta e risposta dei cori tra voci femminili e maschili è l'equivalente sonico di un abbraccio di gruppo. "All I wanna do is put my cheek next to yours, all of yours, all six of yours", dichiara con tutta la schiettezza del mondo Cheek Next To Yours, e suona davvero come manifesto e al tempo stesso come un addio. La scomposizione di una relazione né in crisi né felice in We Go To Houseparties... rappresenta il passo successivo a certe spensieratezze più adolescenziali del precedente album Outside It's Cold Just Like The Inside Of Your Body. E se il singolo Ibiza Rocks, una canzone che parla della sesta stagione di Gilmore Girls (aka "Una Mamma Per Amica"), potrebbe lasciare pensare a un ripiegamento e a una definitiva disillusione di fondo, c'è il contrappunto di Eat My Dog ("sorry to spell it out so simply, but it seems nobody wants to see") e di Peanut Butter Revolution a far capire quanto gli indomiti Ace Bushy Striptease siano stati combattivi fino alla fine. Se questo disco è davvero l'ultima parola, i ragazzi di Birmingham se ne sono andati con stile.

(mp3) Ace Bushy Striptease - Cheek Next To Yours

giovedì 4 settembre 2014

Lose myself in sound


Uno dei dischi più "assolati" che ho ascoltato in questa poco soleggiata estate è stato senza dubbio End Times Undone, l'ultima eccellente prova di David Kilgour insieme agli Heavy Eights. In caso qualcuno abbia bisogno di una rapida presentazione della figura di David Kilgour, prendiamo la biografia sulla Allmusic come buon punto di partenza. Ebbene sì: si tratta proprio dell'ex cantante dei leggendari Clean (dico ex anche se la band neozelandese periodicamente torna a riformarsi, e non è da molto che la fondamentale Anthology è stata ristampata in vinile). Meglio specificarlo, perché magari ascoltando distrattamente End Times Undone uno potrebbe pensare che sia opera di qualche giovane band di Brooklyn, influenzata da nomi come Real Estate o Beach Fossils. Il rapporto è semmai invertito, i Clean sono una di quelle band per cui è lecito spendere l'abusato aggettivo "seminale", e il veterano Kilgour qui tiene alta la bandiera di un'idea di musica scintillante, melodica e incantevole, ma non per questo meno increspata di scatti improvvisi e scarti obliqui. Queste dieci tracce sono letteralmente ricolme di chitarre alla deriva dentro il suono più iridescente, sereno e cristallino che possiate immaginare, mentre le voci e le parole sembrano perdersi non nei riverberi ma nella brezza che soffia tra le note. L'apertura di Like Rain e la chiusura di Some Things You Don't Get Back, nella loro circolarità, rappresentano i confini di questo pop luminoso, in cui anche le distorsioni arrivano soltanto ad accentuare le melodie. All'interno si spazia tra sfumature più folk (Christopher Columbus), blues (Crow), psichedeliche (Down The Tubes), e strepitosi miracoli indie rock come Lose Myself In Sound (con quell'andatura spigliata da giovani Teenage Fanclub), oppure il singolo Comin' On (che potrebbe stare nella discografia dei R.E.M.). Uno di quei dischi dentro cui perdersi davvero, e dove risplende così tanta buona musica che ti resta addosso quest'immotivata fiducia, anche alla fine dell'estate.

(mp3) David Kilgour and the Heavy Eights - Lose Myself In Sound

martedì 2 settembre 2014

A taste of honey

Comet Gain - Paperback Ghosts

"A taste of honey for all that could have been": se esiste un verso di una canzone dei Comet Gain capace di custodire in una manciata di parole tutta la loro poesia, per me è questo. Si trova dentro il singolo 'Sad Love' And Other Stories, uscito quest’estate. Eppure la coerenza dei Comet Gain è sempre stata tale che potrebbero averlo scritto all'inizio della loro carriera, oltre vent'anni fa. Qualcosa di dolcissimo, il miele, accompagnato all'amarezza di tutto quello che invece non è stato. La malinconia delle scelte prese e non prese, e accanto il fuoco per cui abbiamo combattuto e che sarà nostro per sempre. Quello che siamo e quello che detestiamo, la nostra incoerenza, quello che abbiamo perduto e il nostro semplice, modesto ma invincibile desiderio di mettere assieme un briciolo di bellezza. Usiamo parole logore e ne facciamo una bandiera. Una canzone dalla propulsione Motown e dalla melodia ostinata, per me la loro canzone più riuscita e più pura di sempre, forse ancora più della leggendaria You Can't Hide Your Love Forever, non a caso citata nell'ultima strofa.
Da un paio di mesi Fortuna Pop ha pubblicato il settimo album dei Comet Gain, Paperback Ghosts: ogni volta penso che poteva essere l’ultima, e invece è successo ancora un miracolo. Ogni volta sembra sempre il disco migliore, quello in cui la band londinese riesce a esprimere in maniera più netta il proprio mondo. David Feck e soci hanno messo a punto una formula che ormai conosciamo bene: quel miscuglio rabbioso e sentimentale di Northern Soul, Television Personalities, Velvet Underground, Style Council, riottose fanzine dimenticate, proteste proletarie, cataloghi Mod, l'impossibile rivincita dai margini, eleganti eroi della nouvelle vague in bianco e nero, e chissà che altro che non capisco. Eppure tutto questo non smette mai di farmi venire i brividi, e mi scaraventa via con la sua fiera energia.
Paperback Ghosts si presenta come un disco che parla di fantasmi. Il motto che campeggia nella copertina interna dell'album è THE LIFE WE LOVE IS SOMEWHERE ELSE. Ma c’è altro che forse Feck vuole spiegarci. Le parole che aprono una delle canzoni più belle dell’album, Wait ‘til December: “I think I’m running out of time”. I fantasmi con cui faccio i conti ogni giorno, il fantasma di me stesso, quello dal passato, quello dal futuro che poteva essere. "I live my life like this / Because I’m afraid of what I’d miss" (Far From The Pavilion). E nonostante sia facile cedere alla tentazione di lasciarsi andare alla tristezza - "You’re gonna be blue again" (in Avenue Girls) - i Comet Gain sono la band che sa sempre reagire, ti fa sempre saltare in piedi e stringere i pugni e adesso si prende una posizione e si resiste fino alla fine, perché questi siamo noi e non loro. Perché questo mondo è pieno di meraviglia ("wonder-filled") e noi siamo qui assieme, in questa alba: "Before the last drunk song is sung / I’ll hold on to your hand / I’ll hold on to everyone / and all we're believing" (Long After Tonite’s Candles Are Blown). Se sai ascoltare e guardare, i Comet Gain non possono suonare una singola nota, anche quella della loro canzone più sgangherata, senza che ti venga in mente la parola "epico".
In alcuni momenti ci sono arrangiamenti di sontuosi archi autunnali (le lacrime con cui si apre The Last Love Letter sono del tutto Clientele), un organo soul risuona dietro le chitarre in quasi tutte le canzoni, mentre l'acida accoppiata in chiusura An Orchid Stuck Inside Her Throat / Confessions Of A Daydream ci ricorda che quando i Comet Gain vogliono giocare con la psichedelia lo sanno fare in maniera raffinata: "A self-portrait of the fucked / in my teenage bedroom / got an A in daydreaming".
Forse è vero, the life we love is somewhere else, forse non abbiamo vinto. Ma l'amore, l'amore di questa vita piena di fantasmi, questo amore invece è qui, ora.

(mp3) Comet Gain - 'Sad Love' And Other Stories

venerdì 29 agosto 2014

It feels good to lose

Lunchbox - Lunchbox Loves You (Jigsaw Records)

Il nome dei Lunchbox non lo sentivo da un pezzo. Mi richiama alla memoria un periodo a cavallo tra i Novanta e i Duemila in cui cominciavo a cercare indiepop in Rete, e scoprivo per caso i primi mp3 legali su Epitonic o la prima versione di Emusic. Era un'epoca pre-Pitchfork, di NME già ci si fidava poco e il criterio di votazione di Indiepages era l'unico che contava. I Lunchbox uscivano su etichette fighissime come la Magic Marker e la 555 Recordings dei Boyracer, quindi erano ok. Non sapevo niente di loro, però da quel che ricordo mi piaceva quel suono orientato a certi Sixties tipo Stereolab un po' più ruvidi e sbrigativi.
Intanto la band di Berkeley, California, si riduceva sostanzialmente a un progetto dei soli Tim Brown e Donna McKean, ma ammetto di essermi perso nel frattempo il loro periodo come Birds Of California. Quando mi è arrivato questo nuovo Lunchbox Loves You, che segna il ritorno alla denominazione originaria, ho provato una sincera fitta di nostalgia. Quanto sembra ingenuo oggi quel periodo di mezzo, in cui di certo altri puristi delle fanzine per posta e delle religiose collezioni di sette pollici già si lamentavano della decadenza dei tempi.
Ma è bastato far partire la prima traccia, l'appiccicosissima Everybody Knows, per levarsi dalla testa pensieri tanto noiosi. Qui c'è una sera di festa da American Graffiti, la radio della Cadillac non smette di suonare i Beach Boys, il jukebox scintilla, al ballo di fine anno l'intera orchestra di archi e fiati è in smoking, le ragazze battono le mani e i ragazzi si mettono in ginocchio per dichiarare il proprio amore. I Lunchbox mescolano melodie e rumore al punto giusto, sovrapponendo strati di chitarre acustiche ed elettriche, aggiungendo qualche tastiera retrò (è una specie di clavicordo quello che sento in Will You Be True?), e lasciando quel tocco Elephant 6 che pareggia il pieno d'estate, sorrisi e arcobaleni. Tom What's Wrong? e Die Trying sono in assoluto tra le cose migliori di sempre a firma Lunchbox. Grazie Jigsaw per averli riportati al presente. Un amore totalmente corrisposto.

(mp3) Lunchbox - Tom, What's Wrong?
(mp3) Lunchbox - Give A Little Love