lunedì 27 aprile 2015

A kind of cynicism

Dell Glover - The New Yorker - The Man Who Broke the Music Business

Weeks before anyone else, Glover had the hottest albums of the year. He ripped the albums on his PC with software that Kali had sent, and then uploaded the files to him. The two made weekly phone calls to schedule the timing of the leaks.
[...] He listened to the CDs, but he often grew bored after only one or two plays. When he was done with a disk, he stashed it in a black duffelbag in his bedroom closet.
[...] Listening to hundreds of new releases a year could lead to a kind of cynicism.

"The Man Who Broke the Music Business" sul New Yorker racconta in maniera formidabile come è nata l'epoca degli album leaks, con tutti i personaggi e il crescendo di un film d'azione. Ma la cosa che mi è piaciuta di più è che anche in cima a tutto il processo - ovvero una serie di attività più o meno illegali, portate avanti nel tempo libero da gruppi di giovani nerd che agivano come fossero sette segrete in competizione tra di loro - si riesce a trovare la noia da overdose di informazioni che abbiamo poi vissuto e sperimentato tutti noi utenti, negli ultimi quindici anni. Come se fosse già la sorgente di tutto quello che ascoltavamo a fornirci i dischi e al tempo stesso a innestare anche il disgusto e l'insofferenza per la stessa musica, in una scena degna del Pasto Nudo.

domenica 26 aprile 2015

"Tra l'obsolescenza delle musicassette e quella dei portici bolognesi"

Domenica 26 aprile: MUSICA SIGILLATA VOL.3 - OBSOLET RELEASE PARTY

"Dentro c'è posto per uno soltanto. E quello non sei tu": era uno slogan geniale. Presentava Musica Sigillata, una rassegna che per tre anni ha fatto suonare a Bologna alcuni tra i migliori giovani gruppi indipendenti italiani. Concerti più o meno acustici dentro il Caffè Rubik di Via Marsala. E tutto il pubblico chiuso fuori, a guardare dalla vetrina.
Durante l'ultima stagione, Musica Sigillata aveva lanciato un Musicraiser per realizzare una compilation in cassetta con tutte le band ospitate. Alcuni dei live nel frattempo sono finiti anche su Bandcamp, ma ora finalmente l'antologia vera e propria vede la luce e verrà presentata oggi pomeriggio al Rubik dalle cinque in avanti, con un extended dj-set di JellyBoy "tra l'obsolescenza delle musicassette e quella dei portici bolognesi".
La notevole scaletta di Musica Sigillata Vol.3, suddivisa in un "Lato A come Avventura" e un "Lato B come Bravura", include: Le Man Avec Les Lunettes, Havah, Nelcaso, Girless & The Orphan, Kill Your Boyfriend, His Clancyness, Quakers And Mormons, Urali, The Sleeping Tree, Caso e Brace.
Ci si vede a banco!

venerdì 24 aprile 2015

Sorry again

Barbados - Runaway Stories

"People are all runaway stories
they run away from you
they run away from themselves"

Quando qualcuno pensa a un'idea con così tanta nitidezza, e poi la realizza con una quantità di passione che lascia ammirati, non c'è bisogno di girarci intorno con un verboso post su un blog. Vi presento i Barbados, band proveniente dalla provincia di Bari, e il loro EP di debutto Runaway Stories, così come sono arrivati nella mia casella di posta, conquistandomi sin dalla prima nota.

Cominciamo col titolo: Runaway Stories. Si tratta di una citazione da un libro di Alice Munro, una raccolta di storie che raccontano l'allontanamento e la fuga. E così è per il nostro ep: cinque canzoni come cinque episodi, cinque storie di partenze e distacchi. Alcune sono cinematografiche (Down The River è liberamente ispirata da Badlands di Terrence Malick), altre letterarie (Can't Tell parla di un personaggio di Manhattan Transfer di John Dos Passos), altre storie reali (Have You Ever di un amico che ha deciso di tradirmi; Chunky Smile di una ragazza che ha deciso di non esserci più). Insomma, una ricerca intorno a tutto quello che può significare andare via.

Il suono, pur avendo come punto di partenza un certo tipo di folk rock soprattutto americano (scommetto che Band Of Horses e National sono tra le band preferite dei Barbados), ha timbri caldi e carichi di riverberi sognanti che mi hanno fatto tornare in mente soprattutto un disco per me grandioso (e che più british non si potrebbe) come Vauxall And I di Morrissey, quella maniera distesa di appoggiare melodie morbide contro la musica. Le chitarre squillanti che si perdono nel vento controluce. Una ricerca di atmosfere e soprattutto di spazi che potrebbe anche ricordare quello che dalle nostre parti avevano fatto gli A Classic Education con il primo EP. Rock che si carica di così tante emozioni da diventare quasi soul (vedi anche la cover di Sam Cooke che i Barbados hanno da poco pubblicato sul loro Soundcloud). In fondo, il contrasto tra questa grana di suono, intensa e coinvolgente, e il modo in cui la musica prende il volo, dosando momenti eterei e strappi elettrici, è già tutto spiegato nel nome, Barbados, in quel richiamo a luoghi lontani ed esotici pur partendo dalla provincia, nella "voglia di coniugare luoghi e immagini" distanti attraverso le canzoni, anche loro "storie in fuga".

[Runaway Stories esce in cassetta e digitale, e il pre-order è già attivo sul Bandcamp della neonata More Letters Records. La fantastica copertina è stata curata da Andrea Meloni.]



Barbados - Sorry Again



martedì 21 aprile 2015

The scene between

 The Go! Team - The Scene Between

È così difficile divertirsi? È così difficile lasciarsi andare? Stringere la mano che ci viene incontro, rispondere a un bacio con un bacio e seguire il ritmo? Non sono la persona più adatta a dare queste risposte, ma leggendo le recensioni all'ultimo disco dei Go! Team mi viene da dire che parecchi critici musicali devono essere messi peggio di me.
C’era questo suono traboccante e saturo, come se una ipercolorata squadra di sorridenti cheerleader si fosse messa in testa di diventare una crew hip-hop grazie all'improbabile aiuto di una banda di paese, squillante fanfara a passo di corsa, costumi e tutto il resto. Un suono che ti faceva venire il fiatone già dopo le prime note, una lezione di aerobica fatta di campionamenti e voglia di primavera. Era un'idea a suo modo geniale, e Thunder, Lightning, Strike, il debutto dei Go! Team di oltre dieci anni fa, è stato uno di quei dischi che pur non avendo segnato in maniera profonda la storia della musica, senza veri eredi né discepoli, puoi ancora collegare all'istante a una certa epoca, con quell’aria di festa spontanea e trascinante.
La musica in questi anni, però, non è fatta per restare fedele troppo a lungo a una sola formula. Seguono gli alti e bassi di una carriera comunque apprezzabile, mentre intorno il mondo si inventa mille altri generi e i ragazzini che all’inizio ballavano sotto al palco cedono il passo. Arriviamo a questo quarto album, The Scene Between, e il factotum Ian Parton decide di sostituire l’intera squadra per trovare nuove energie. Tra parentesi, per dire come è cambiata l’atmosfera, oggi anche i modi della comunicazione di questa più che legittima scelta vengono messi in discussione. JD Samson delle Tigre e dei MEN ha scritto un lungo articolo per Talkhouse al solo scopo di raccontare come il suo ascolto del disco sia stato influenzato dal comunicato stampa, in cui i nomi delle voci femminili vengono del tutto trascurati. Capisco il punto di vista, capisco che il cambiamento dei comportamenti e dell’atteggiamento nelle questioni di genere passa anche attraverso questa sensibilità, ma non ho potuto fare a meno di pensare che tutto il discorso fosse un filo esasperato.
Una analoga propensione a una certa intransigenza non necessaria l'ho ritrovata anche in diverse recensioni: "the record lacks the spunk and originality of past releases", secondo Consequence Of Sound, mentre "these saccharine tunes and too-cute melodies could desperately use some of the band's old abrasive edge", scrive Rolling Stone, tanto per fare un paio di esempi. Ho l'impressione che la musica dei Go! Team non venga presa abbastanza sul serio, anzi sia trattata con sufficienza, perché votata al divertimento senza compromessi e senza indugi, ma al tempo stesso non "cool" come altro pop contemporaneo in circolazione. E quando dico "divertimento" non intendo certo dire che queste canzoni non abbiano spessore. Prendi un singolo strappalacrime-col-sorriso come Did You Know?, puro stile The Supremes, oppure prendi la title track, un mid-tempo con un coro da "teniamoci tutti per mano e vediamo la luce" come nemmeno i Polyphonic Spree dei giorni migliori. L'attenzione per queste melodie, nonostante siano seppellite tra samples e fischi di feedback, è formidabile. E anche nelle tracce più veloci e immediatamente spinte al ballo (Catch Me On The Rebound oppure Blowtorch, le mie preferite) potresti seguire con il dito lungo tutto il vento le note di un ritornello che non sembra finire mai, che non sembra posarsi mai. In una recente intervista Ian Parton ha schiettamente dichiarato: "I want to do delicious, curvy, undeniable, sunshiny songs". E io, dopo avere tenuto The Scene Between in alta rotazione per settimane, davvero non vedo come si possa pretendere di più. Questo secondo me è esattamente quello che devono fare i Go! Team, chiunque abbiano in formazione, e questo riesce alla perfezione al nuovo album. Stavolta mi sembra ci sia meno rap e più soul, meno Wall Of Sound e un pizzico in più di malinconia, ma il risultato non cambia, il divertimento resta l'obiettivo, e l'obiettivo è raggiunto.

(mp3) The Go! Team - Catch Me On The Rebound




lunedì 20 aprile 2015

An illustration of loneliness

Courtney Barnett

“polaroid – un blog alla radio” – s14e25

Surf City – Spec City
Winter – Crazy
The Memories – Hot Afternoon
Twin Peaks – Got Your Money
[in collegamento dal Coachella Festival: La Donna di Prestigio]
Harriet – Irish Margaritas
Courtney Barnett – An Illustration Of Loneliness (Sleepless In New York)
Dizzyride – Tie Dye Brooklyn Sky

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domenica 19 aprile 2015

No matter how many records I buy

Altro - Prodotto

Caro Leo, ho passato il Record Store Day in campagna. Per una serie di coincidenze, ieri ero lontano almeno una trentina di chilometri da ogni negozio di dischi. Il più vicino era uno di quei posti di provincia che tengono in vetrina cofanetti di Zucchero, un’antologia dei Queen e qualche rapper italiano a caso appena passato in tv. Nessun problema, ma non è il mio mondo. Magari pure lì facevano qualche iniziativa con l’hashtag #RSD2015, e io che ho troppi pregiudizi me la sono persa. Scommetto che c’erano il prosecco e la torta salata sul tavolino accanto alla cassa. Comunque non ne avevo voglia. Anno dopo anno, il Record Store Day acquista credibilità tra le notizie mainstream, ma lo incontro sempre di meno tra le cose che leggo di solito. Che prevedibile snob del cazzo, me ne rendo conto. Il fatto è che titoli come “Happy Record Store Day! Celebrate By Buying Limited-Edition Vinyl!”, oppure “Get it while it lasts at Record Store Day!” non mi servono a niente, non mi dicono niente di come ascolto la musica, non racchiudono niente di quello che amo. Non ce l'ho fatta a diventare un collezionista. La musica che mi piace non è “limited”, se non per contingenze e sfiga, e mi auguro che “lasts” ancora per un bel po’. Guarda, per me ormai non è nemmeno più questione di avercela con le major che si sarebbero appropriate di un’iniziativa spontanea, snaturandola eccetera. Anche quest’anno ci sono un sacco di articoli interessanti che illustrano bene questo punto di vista:
- Record Store Day risks becoming more of a problem than a solution [Josh Hall su FACT]
- Record Store Day and the Ambivalent Branding of Independence [Eric Harvey su Pitchfork]
- What Most Music Fans Don’t Realize About Record Store Day [Jillian Mapes su Flavorwire]
Meritano tutti una lettura, ma in un certo senso anche la posizione di chi condanna e deplora il Record Store Day, edizione dopo edizione, sta diventando canonica. Un po’ come la battuta “eh, però dovrebbe essere il Record Store Day tutti i giorni” che ormai ti rifilano pure sul Resto del Carlino. Piccole etichette discografiche deluse e arrabbiate che non ce la fanno coi bilanci e gli ordini agli stampatori; negozi delusi e arrabbiati con i distributori, con la stampa, con internet; clienti delusi e arrabbiati per le mezze truffe, per le edizioni rare che non hanno trovato, per i prezzi che dovranno subire su Ebay da lunedì.
Vivo bene anche senza Record Store Day (ecco: l’ho scritto), e ieri ho ascoltato comunque qualche buon disco. Per dirla con gli immortali versi dei Let’s Wrestle, “no matter how many records I buy / I can't fill this void”. Il negozio di dischi che avrei voluto festeggiare non esiste più, e comunque anche io non ci andavo da anni, anche io mi ero perso. Non hanno ancora inventato una festa per ritornare a come mi sentivo la prima volta che ti ho chiesto “Avete questo gruppo che ho sentito ieri notte in radio? Credo di avere capito che si chiamino... Pixies?”, e mi hai sparato tutti in fila sul banco Surfer Rosa, Doolittle, Bossanova, Trompe Le Monde. Probabilmente, con un po’ di impegno e buona volontà, nel giro di un annetto o due potrei ancora diventare mediamente amico di qualche negoziante. Oppure potrei intervistare per la radio o per il blog qualche eroe di un’etichetta indipendente. Un paio di settimane era arrivata anche qui la mail di Andrea Pomini (“Ciao vecchio, come va”) che annunciava la ristampa in vinile di Prodotto degli Altro, sulla rinata e gloriosa Love Boat Records. Quale migliore occasione? Ehi Andrea, si avvicina il Record Store Day, qual è la tua opinione sulla rinascita del mercato degli LP nell’epoca di Spotify, roba autentica o buona solo per spillare gli ultimi dollari agli ultimi nostalgici, e così via. Non ce l’ho fatta, in quel momento non era il mio lavoro. In fondo, il Record Store Day nella mia testa è una specie di C’era una volta, in cui ho sempre addosso le Converse Pro e la maglietta a maniche corte sopra la maglietta a maniche lunghe, e gli esordienti Smashing Pumpkins suonano gratis alla Festa dell’Unità di Modena.
Avanti veloce: tornando in macchina verso Bologna ho prevedibilmente riascoltato Prodotto degli Altro, e intanto pensavo a tutti i bei dischi che non avevo comprato e che avrei soltanto letto nelle liste online “Record Store Day 2015: the best releases to look for”. Tenevo basso il volume della radio per non svegliare i bambini (ah Leo, che ironia per il tuo Play Loud!), ma lo stesso mi è arrivata addosso questa strofa che non ricordavo di Rumba, perfetta per chiudere la giornata:

come fosse sempre
anche se non è vero
tutto come sempre
anche se non è vero.

(mp3) Altro - Rumba
(mp3) Let's Wreslte - I Won't Lie To You
(mp3) Pixies - All Over the World

giovedì 16 aprile 2015

We can call it whatever

The Memories

Nel caso questo fosse l'ultimo post per un po' di tempo su queste pagine, non vi preoccupate: è solo che questa sera tra le mura del Freakout Club di Bologna arrivano in concerto The Memories e non ho idea di cosa succederà. La band di Portland presenterà l'ultimo divertentissimo album Hot Afternoon, pubblicato da Burger Records (già una garanzia!) insieme a Gnar Tapes, la loro stessa etichetta. Si tratta del primo lavoro realizzato dai Memories con un produttore esterno, ovvero Sonny Smith degli incredibili Sonny & The Sunsets, e rappresenta il tentativo più serio di dare una parvenza di ordine al loro spirito totalmente lo-fi, cazzone e festaiolo. Hot Afternoon continua comunque a traboccare di zuccherose melodie Fifties, canzoni che parlano di starsene stonati dalla mattina alla sera, coretti doo-woop a profusione, rock'n'roll allo zucchero filato e dopo la scuola vieni a casa mia che non ci sono i miei. Nati nel 2010 come side project più pop e spensierato dei punk White Fang (“The Mems are about smoking with your girl; The Fang is about drinking with your boys"), i Memories incarnano alla perfezione un certo suono e stile californiano contemporaneo, quello che gira su cassette autoprodotte a tiratura limitata e trova la propria celebrazione in eventi come il Burgerama. Esemplare in questo senso è l'approccio dei Memories alla cover di un classico come True Love Will Find You In The End di Daniel Johnston: declinata come un pezzo surf-rock, irriverente, scazzata e al tempo stesso nutrita di profondo amore.
A rendere la serata del Freakout ancora più memorabile ci penseranno le altre due band di supporto: i Qlowski, da Bologna, al debutto live (poi non dite che non ve l'avevo detto!), con il loro pop psichedelico che ogni tanto prende pieghe più scure e post-punk, e ogni tanto si infiamma di garage rock. E poi, dal Veneto, Krano, cantautore "super politicamente disimpegnato e apprezzatore di Satana", con band composta da membri di Movie Star Junkies, Piramide Di Sangue e Vermillion Sands. Non so davvero come andrà a finire, di sicuro ci si vede a banco!

(mp3) The Memories - True Love Will Find You In The End (Daniel Johnston cover)


The Memories - Dad's Not Home


Qlowski - Oh! Fine


Krano e i Postumi - Coparse Demo

MAP - Music Alliance Pact #79

MAP - Music Alliance Pact

Eccoci a un nuovo appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

In aprile un tot di cose belle. Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- i colombiani (ma residenti a New York) Balancer, con un indie rock morbido, dalle parti di Grizzly Bear e Death Cab For Cutie;
- i sudcoreani Cumeo Project, con un'elettronica dilatata che sembra abbastanza influenzata dalla psichedelia;
- il pop sintetico e infuso di soul degli indonesiani HMGNC;
- gli australiani Surf Dad (migliore nome di band della settimana) che mescolano field recordings e strati su strati di suoni eterei;
- lo shoegaze teso e nervoso del giapponese Tenkiame;
- i portoghesi The Leeway, con un pezzo pianoforte e voce super tradizionale e dalle tinte jazz, che però coinvolge e convince.

Il nome italiano di questo mese è quello di Old Fashioned Lover Boy, ovvero il cantautore napoletano Alessandro Panzeri, che ha da poco pubblicato l'album The Iceberg Theory (Sangue Disken / Sherpa Records). L'idea dietro l'immagine dell'iceberg è qualcosa di maestoso, forse ostile, ma anche fragile e incompleto. Old Fashioned Lover Boy riesce a tradurre tutto questo in musica con un folk pop emozionante, denso di riverberi e colorato di archi e synth che invece di appesantire le canzoni fa prendere loro il volo. Sembra tutto esile, potrebbe affondare o sparire da un momento all'altro, ma c'è una sincerità che tiene tutto a galla. Come se tutto il peso dell'iceberg non fosse nulla in confronto a quel gigantesco "desiderio di vivere" che racconta il primo verso della canzone di apertura del disco.

(mp3) Old Fashioned Lover Boy - Barracudas

Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di aprile, con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

mercoledì 15 aprile 2015

Il ritorno dei Radio Dept!

The Radio Dept är tillbaka! The Radio Dept. is back! I Radio Dept. sono tornati!

La notizia bomba di oggi, per quanto mi riguarda, è il ritorno dei Radio Dept! Scommetto che molti avevano perso le speranze e non credevano nemmeno che la band svedese fosse ancora in giro. Invece ieri sera il magazine musicale scandinavo Gaffa ha titolato "The Radio Dept är tillbaka" (ovvero "i Radio Dept. sono tornati"). L'unica cosa che si sa, per ora, è che il 9 giugno uscirà un EP intitolato Occupied, anche se non viene specificato se sempre su etichetta Labrador. Si tratta della prima uscita dei Radio Dept. dai tempi di Clingin To A Scheme del 2010, se si eccettuano i due estemporanei singoli "elettorali" The New Improved Hypocrisy e Death to Fascism, e ovviamente io non vedo l'ora!

(mp3) The Radio Dept. - Heaven's On Fire

lunedì 13 aprile 2015

Sensitive Euro Man

Pavement - Wowee Zowee

Ho letto un paio di articoli sul ventennale di Wowee Zowee dei Pavement e vorrei averne trovati di più. Non so perché, non è nemmeno il mio disco preferito della band di Stockton. Immagino che uno dei motivi sia il fatto che non ho visto in giro molti articoli più interessanti (un altro è che stavo perdendo un sacco di tempo di proposito). In questa stagione la scrittura musicale contemporanea non appare in gran forma. Come spiega Lindsay Zoladz su Vulture, i critici sembrano soffrire di "surprise-album fatigue" e sono più preoccupati di restare a galla nel ciclo delle news che di capirci qualcosa. Tralasciamo le ammuffite liste alla Buzzfeed e le sfinite webzine che scoprono dieci sensazionali rivelazioni al giorno; tralasciamo certe scritture di Vice, divertenti solo se la tua massima aspirazione nella vita è fare lo stagista a Vice; tralasciamo i rispettabili autori che sentono la necessità di mettere le mani avanti e dichiarare "attenzione, questo non è lo sfogo di un cinquantenne nostalgico e un po’ rincoglionito", e tralasciamo pure le esegesi del disco di Kendrick Lamar pubblicate da OGNI testata del pianeta. Sul serio: To Pimp a Butterfly è di certo un ottimo lavoro, ma un bianco italiano sulla trentina che, a mezz'ora dalla messa online, grida in caps lock "signore e signori, abbiamo già il disco dell'anno", boh, rappresenta una forma di vita così distante dalla mia che - lo so, sono anziano e diffidente - non posso non mettere in discussione la sua sincerità.
In ogni caso, gli anniversari dei Pavement sono consolatori, gli articoli sui Pavement nel 2015 sono consolatori, e anche mettersi a raccogliere indizi intorno a un loro prossimo ritorno è molto, molto consolatorio. Ma in questo periodo mi sono reso conto di avere davvero troppo bisogno di queste specie di vasetti di Nutella in forma di scrittura intorno alla musica, e così mi sono sforzato di trovare epiche perfino le scarne, criptiche (e un po' deludenti) note della ristampa deluxe Sordid Sentinels, e ho cercato affetto tra i più assurdi commenti di Songmeanings (We Dance "sounds like he's at a friend's bachelor party, getting a lap dance from a stripper", oppure "has something to do with incest").
Sono passati vent'anni dal giorno in cui i Pavement voltarono le spalle al (possibile) successo dopo due dischi clamorosi come Slanted & Enchanted e Crooked Rain, Crooked Rain. Lo fecero con tutto lo stile e l'arguzia di cui erano capaci, e che pochi sapevano (e hanno saputo) eguagliare, ma quello fu pur sempre un momento in cui molti di noi reagirono con il corrispettivo del 1995 di un amareggiato MEH. Certo, riascoltato oggi, Wowee Zowee appare in una luce del tutto differente. Come sintetizzava bene già un anno fa Rob Sheffield su Rolling Stone "WZ didn't get appreciated until Pavement made Brighten the Corners, a totally different album that put the previous one's oddities into perspective". È facile oggi rimettere assieme i pezzi, ritrovare gli indizi che i Pavement hanno disseminato nella loro musica prima e dopo, e che sono poi filtrati anche nei dischi di Malkmus solista. Penso sopratutto a Brinx Job o Father To A Sister of Thought, non esattamente le canzoni più popolari dei Pavement. Oppure penso a una delusione di canzone dal titolo così ambizioso come Fight This Generation. Qualche lacrima scende tuttora per We Dance, mentre Black Out racchiude alla perfezione quella nostalgia-che-si-prende-in-giro-da-sola come soltanto i Pavement potevano permettersi, e pure Spiral Stairs dà il suo contributo con l'ottima Kennel District, ma in generale, lungo tutto il disco, la band sembra aggirarsi senza una meta precisa (e mi sembra improbabile fosse soltanto colpa del fumo, come hanno sempre voluto far credere). Anche se il loro essere così vagabondi e imprevedibili ha sempre fatto parte del loro fascino, mi sembra troppo facile dire col senno di poi "Wowee Zowee was Pavement's White Album", o anche rileggere la traiettoria dei Pavement come astrusa metafora degli stessi Anni Novanta, slacker e beffardi. Se Wowee Zowee ha segnato un po' il momento "Stephen Malkmus e soci sono usciti dal gruppo", dito medio e sorriso fraterno tanto al mercato quanto alla critica, a cui poi seguiranno riscatto e gloria, devo dire che all'epoca non si era percepito affatto in maniera così chiara. Troppo facile dire oggi che questo disco è "the ultimate compendium of inside jokes and substance-fueled curiosities" (Stereogum) o addirittura "is the one that has aged the most favorably" (Spectrum). Troppo facile e, ancora una volta, troppo consolatorio rileggere ogni cosa come se ci fosse sempre un ventennale da celebrare.
E poi lo so, è una tentazione troppo forte prendere qualche verso intricato e senza senso, o pieno di ogni senso possibile, scritto da Malkmus e sfruttarlo come supporto a qualsiasi argomento. Ma Black Out sembra dire qualcosa a proposito dello stesso atteggiamento dei Pavement nei confronti di questo disco e del music business in generale:
And your thoughts then start to turn 
And those lessons that you're learning
No one has a clue
Nessuno ci capisce niente. Oh, triste mondo malato, domenica pomeriggio, facciamo un giro col furgone, passiamo davanti alla Hall Of Fame della nostra giovinezza, ciao ciao con la mano e cambiamo strada, verso l'assolato e ordinario paesaggio suburbano.
Sulla rinata pagina facebook ufficiale dei Pavement, con una schiettezza commovente, l'altro giorno Spiral Stairs si è messo a parlare dei Replacements: "I saw one of the legendary drunk shows the mats did back in 85 at the uc davis coffee house. thin white dope (as paul called them) and salem 66 opened. the mats didn't finish one song. tommy broke a hole in the bass drum and sat inside it for a few songs. they ended up playing for about 20 minutes and then the cops arrested them. what a show. always ingrained in my memory. and still to this day i remember wanting to be them. so... when you listen to wowee zowee tonight celebrating it's 20th anniversary, this is one of the places it comes from".
Forse ora, chiuso questo fin troppo lungo post, mi riascolterò i Replacements. Oppure lo farò tra vent'anni, tanto non c'è un argomento "definitivo" quando si tratta dei Pavement (o di tutti i Novanta?). Non arriva mai il momento in cui afferri qualche conclusione decisiva.
Twenty years goes by very fast. But a lot of stuff has happened. It's really weird and fascinating. When I was in the Boy Scouts we would hike, and one time we went to this tunnel in Maryland. When you stand at the edge of the tunnel it doesn't look that far because you see to the other side. And then when you're in the middle of the tunnel the entrance and the exit are these tiny little dots and you're in complete blackness. And then once you get to the exit it doesn't look very far. You're looking through again. That's how I feel about the passing of time.
Questo l'ha detto Steve Keene, l'artista che ha dipinto la copertina di Wowee Zowee, vecchio amico della band sin dai tempi del college. Leggendolo ho avuto un piccolo e imprevisto brivido. "The passing of time" e tutta la musica che ci siamo portati dietro a fatica lungo il nostro tunnel, anche quella che non ascoltiamo più davvero, come questo disco, un intero e pesantissimo groppo in gola di cose complicate tanto da raccontare quanto da tenere dentro. E questo Steve arriva con la sua istantanea dei boy scout, la sua serenità americana, e una canzone dei Pavement che deraglia sullo sfondo. Mi ha steso. Stava suonando Grave Architecture quando l'ho letto e credo che l'associazione sia stata micidiale.
Am I just a phantom waiting to be gripped or found on shady ground?

(mp3) Pavement - Black Out

venerdì 10 aprile 2015

The Pains of Being Pure at Heart @ Mattatoio Club - DATA UNICA ITALIANA!

THE PAINS OF BEING PURE AT HEART + Ryan O'Reilly - il 10 Aprile al Mattatoio di Carpi (Modena)- DATA UNICA ITALIANA!

In partenza! Questa sera si torna a vedere i Pains Of Being Pure At Heart in concerto, una delle migliori e più consistenti band uscite dal giro indiepop negli ultimi anni. Il loro ultimo album, Days Of Abandon, è stato uno dei dischi che ho amato di più l'anno scorso, e posso dire di esserci rimasto sotto proprio dopo averli visti dal vivo. Il consiglio, quindi, è quello di non perdere l'evento di stasera tra le mura amiche del Mattatoio Club di Carpi (MO). Oltretutto è una data unica per l'Italia, e sono curioso di sentire se la band di Brooklyn suonerà già qualche canzone nuova. In apertura ci sarà il cantautore britannico Ryan O'Reilly, con il suo intenso folk rock tra Dylan e Springsteen, e a seguire avrò l'onore di mettere un po' di dischi insieme a Fabio Merighi (Glamorama), quindi ci sarà da ballare e sudare. Ci si vede a banco!

(mp3) The Pains Of Being Pure At Heart - Beautiful You

Bad year

EVANS THE DEATH

“polaroid – un blog alla radio” – s14e24

Evans The Death – Bad Year
Danny James – Guantanamo Baby
Modest Mouse – Lampshades On Fire
Sonny & The Sunsets – Icelene’s Loss
The National – Sunshine On My Back
Death Cab For Cutie – The Ghosts Of Beverly Drive
The Decemberists – Mistral
Darren Hayman – All For The Cause (electric)
Michael Feuerstack – Lamplight
No Joy – Everything New
Chastity Belt – Trapped
Toro Y Moi – Empty Nesters
Diet Cig – Breathless
The Manhattan Love Suicides – (Never Stop) Hating You
POW! – Liquid Daydream

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mercoledì 8 aprile 2015

Bad news boys

THE KING KHAN & BBQ SHOW - BAD NEWS BOYS

Ci sono giorni in cui non ho bisogno di ascoltare canzoni, e non conta quanto siano belli, coerenti e curati certi dischi. Ci sono giorni in cui tutto quello che mi serve è sentire chitarre che fanno SBRANG, batterie fracassate e urla selvagge. Chissà, in un'altra epoca e con un'altra educazione magari sarei diventato un collezionista di rari 45 giri di garage rock, e saprei elencare gloriose band Anni Sessanta finite in galera prima di riuscire a entrare in uno studio di registrazione. Invece sono qui, davanti al nuovo disco di King Khan & BBQ Show e non so nominare un solo musicista da cui possono discendere queste melodie fenomenali. Certo, si potrebbe diligentemente accostare la band di Montreal a compari come Black Lips e Jay Reatard, ma sai una cosa? In questo momento davvero non m'importa. Per goderti questo fulminante e insolente Rock'n'Roll non devi essere un filologo. Il prodigio che riesce ancora una volta a quei due scoppiati di Arish “King” Ahmad e Mark “BBQ” Sultan (tornati insieme dopo cinque anni - a quanto pare si erano lasciati dopo svariate mezze risse sul palco) è quello risaputo, eppure sempre nuovo, di far detonare la stessa energia primordiale, l'elettrico Big Bang da cui è nata tutta la musica che ascoltiamo. Il nuovo Bad News Boys (pubblicato da In The Red, una garanzia) non è una roba su cui devi ragionare troppo: è musica che scuote corpi (Illuminations), che fa avvinghiare corpi (Bue Bye Bhai), e che di tanto in tanto non pretende altro che strapparti una risata (D.F.O., rabbioso inno contro la, uhm, diarrea). E poi, dopo una gag sugli spuntini di mezzanotte (Snackin' After Midnight) e un pezzo intitolato Killing The Wolfman che sembra uscito dalla colonna sonora di qualche Russ Meyers, King Khan ti ricorda che è pur sempre un gran seduttore, e riesce a sorprenderti con una canzone che parla di un primo bacio (Never Felt Like This): "I dream about the dance that we had, and wonder about the chance that we took when we first kissed”. Non manca niente, la festa non poteva riuscire meglio. Le cose stanno così: qui dentro c'è tutto quello di cui è fatta la musica di cui parli sempre: ora sta a te credere che sia soltanto una posa vintage, una parodia fumettistica, oppure saltarci dentro, sudartela fino in fondo e non ricordare più come sei tornato a casa.

(mp3) The King Khan & BBQ Show - Illuminations

mercoledì 1 aprile 2015

The right kind of mess

The Manhattan Love Suicide

Seppelliremo i nostri cuori spezzati e perdenti sotto muri di feedback e distorsioni laceranti, come ci hanno insegnato i dischi che ascoltavamo da ragazzini. Davanti all'agonia degli amplificatori che lanciano l'ultimo gemito, dietro perenni occhiali da sole, sotto giacche di pelle nera come quel poco d'anima che ci è rimasta dentro, ci scuoteremo soli, disillusi e dimenticati. Perché questa è la foto ricordo che ci piace immaginare di noi stessi. Sono tornati i Manhattan Love Suicides, dopo che si erano sciolti nel 2009. Non è cambiato nulla, e in fondo è come se fossero sempre esistiti in un'altra dimensione, in un tempo tutto loro. La cosa che mi ha stupito ogni volta che sono riuscito a vederli dal vivo è lo status di culto assoluto che sembra riescano a emanare, con fan adoranti vestiti uguali a loro, gente che li segue per interi tour e tutto il resto. Davano l'impressione di essere una reunion gloriosa già prima di cominciare. L'improvviso scioglimento aveva soltanto rafforzato la loro leggenda. E questo nonostante da un punto di vista strettamente musicale uno possa sostenere che i Manhattan Love Suicides non hanno mai mosso un passo fuori da Psychocandy. Non importa: la grandezza di una band non si giudica dalla tecnica, dai dischi venduti o dalla ripetizione di modelli consolidati. C'entra più un'idea di musica, un'attitudine, come si diceva una volta, una sintonia tra quello che vogliono dire attraverso quelle canzoni, il modo in cui lo fanno e quello che stiamo cercando noi. In una recente intervista, Darren Lockwood, fondatore insieme a Rachel Barker della band di Leeds, mentre raccontava la frustrazione di far capire al fonico di un club che intendevano davvero sparare tutto quel rumore dal palco, ha detto: "We have high standards, believe it or not. It has to be the right kind of mess, the right flavour of shit". Il nuovo album More Heat! More Panic! è esattamente quello: the right kind of mess. La sintesi di Phil Spector, Ramones, Velvet Underground, oscuri Sixties girl groups e Galaxie 500, per quanto prevedibile, funziona e colpisce ancora nel segno. Ci sono i momenti più travolgenti, come il singolo (Never Stop) Hating You o Nowhere Bound; ci sono i momenti in cui i Manhattan Love Suicides lasciano emergere il loro carattere più malinconico, come Goffin-King o She's a Bullet (con tanto di obbligatorio omaggio a Some Candy Talking / Be My Baby), e ci sono addirittura quelli in cui si libera una furia che ricorda i Fall (Blood Club). Ma in fondo tutte queste canzoni, ruvide e aggressive, sono prima di tutto "canzoni dei Manhattan Love Suicides", e sotto quei muri di riverberi abbiamo già lasciato il cuore.

(mp3) The Manhattan Love Suicide - Nowhere Bound

lunedì 30 marzo 2015

Till everything flows away


Amelia Fletcher è uno di quei nomi che fanno venire l'occhio lucido a ogni amante dell'indiepop. Una carriera che comprende band come Talulah Gosh, Heavenly, Marine Research e Tender Trap non ha eguali. Rob Pursey, già componente di queste ultime tre band, è da anni compagno anche nella vita della Fletcher. Da un po' di tempo i due si sono trasferiti fuori Londra e hanno dato vita a un progetto musicale nuovo, i Catenary Wires dalle sonorità più acustiche e intime rispetto al passato. Siamo dalle parti dei più delicati Magnetic Fields o di certi Clientele. Giusto per darvi unì'idea, la biografia ufficiale li presenta così: "Rob and Amelia started playing songs on their daughter's 3/4 size acoustic guitar. They are still refusing to give it back". Il duo pubblicherà un album intitolato Red Red Skies su Elefant Records il prossimo primo giugno. Ad anticiparlo questa Intravenous:


The Catenary Wires - Intravenous

sabato 28 marzo 2015

Like soldiers on parade

The Clever Square - Nude Cavalcade

Questa sera al Bronson di Ravenna c'è il clamoroso release party dei nostri Clever Square! La band romagnola finalmente presenterà il nuovo album Nude Cavalcade, di spalla suoneranno i Modotti, a seguire ci sarà la Festa Anni Novanta e l'ingresso sarà gratuito fino alle 23. Direi che ci sono tutte le condizioni per ratificare la serata con il più convinto dei Ci Si Vede A Banco!

Il nuovo album dei Clever Square è il loro lavoro più completo di sempre. Quando mi hanno chiesto di scriverne in maniera un po' più "seria" di quello che faccio di solito qui sul blog non ho avuto esitazioni a dire che «i Clever Square parlano la stessa lingua che padri fondatori del calibro di Guided By Voices o Dinosaur Jr. hanno insegnato loro. I ragazzi macinano canzoni e dischi a ritmo impressionante, e nella loro già lunga discografia puoi ritrovare la fase più a bassa fedeltà, la fascinazione per il collettivo Elephant 6, l’inevitabile stagione Pavement / Silver Jews. Questo nuovo Nude Cavalcade suona come una sintesi di tutte queste loro anime e voci, un disco che diventa anche un modo per guardarsi allo specchio e rendersi conto di essere ancora “too proud to be ready to choose”, come canta African Dome. Si passa dalla festa Lemonheads di Perfecto alla rabbia Sebadoh di Stygian Decimator, dall’incedere slacker di Crystal Spaceships, alle carezze acustiche di Lord Garbage o Dream Eater (che vedono alla voce rispettivamente Mirko e Stefano), al pop esuberante e coinvolgente di Highly Effective Solutions. Se i Clever Square fossero una band come tutte le altre diremmo che Nude Cavalcade rappresenta il classico “disco della maturità”, ma la musica di questi ragazzi ci racconta invece che ci sono già arrivati da un pezzo, almeno da tre decenni».

(mp3) The Clever Square - Perfecto
(mp3) The Clever Square - Higly Effective Solutions

venerdì 27 marzo 2015

What remixed means

What Contemporary Means – Succeed Remixed

Con i What Contemporary Means ho un conto in sospeso. Anni fa sono venuti a fare un live a "polaroid alla radio" e io mi sono perso il podcast. Non me lo sono mai perdonato e da quel giorno ogni nuova uscita della band bolognese, ogni nuova data che mi compare tra gli inviti di facebook, gira il coltello nella piaga. Ora è arrivata una nuova raccolta di remix ed è la goccia che fa traboccare il vaso. Basta facepalm: è ora di ballare. L'anno scorso i régaz avevano pubblicato l'ottimo Succeed EP (vinile per Fallo Dischi e digitale in free download) che riassumeva bene la loro idea di musica: un pop-matematico inzuppato di tensioni emo che si colorava di elettronica. Nervosi e sentimentali in eguale misura: mi piace, mi ci sono ritrovato parecchio. In attesa che a fine 2015 arrivi finalmente l'album d'esordio vero e proprio, quelle cinque tracce sono state rimanipolate e rilette nelle maniere più diverse, dal balearico al glitch-pop, "e addirittura vaporwave" (questo l'hanno scritto loro e mi piaceva lasciarlo). I complici coinvolti sono, in ordine di apparizione: Johnny Paguro, Comakid, Nas1, Everlasting Joy e Osc2x. Insomma, una balotta niente male, con idee molto chiare su come far muovere una pista. Anche questo Succeed Remixed EP è in free download e direi che scaricarselo è il modo giusto per far partire questo weekend.