martedì 16 settembre 2014

Worship the sun

Allah-Las: Worship the Sun

Nonostante abbia trovato gli Allah-Las abbastanza disastrosi dal vivo, il fatto che il loro nuovo album Worship The Sun mi stia prendendo così bene voglio interpretarlo come un segno del valore della band californiana. L'impegno e la dedizione che gli Allah-Las mettono nel realizzare un suono capace di portarti indietro nel tempo, da qualche parte nella seconda metà dei Sessanta, sono davvero notevoli e alla lunga superano qualunque incertezza sopra il palco. Queste quattordici canzoni non cambiano molto la formula del debutto di due anni fa, e tutto sommato non se ne sente il bisogno. Garage rock dai colori psichedelici, assolate armonie vocali, una spiaggia infinita e onde perfette di un blu profondo. Ma la scaletta gioca anche sui contrasti: momenti più languidi, come il singolo Had It All o Nothing To Hide, danno ancora più rilievo alle canzoni in cui gli Allah-Las spronano le loro chitarre e viaggiano spediti: Follow You Down, la kinksiana Better Than Mine o la sbarazzina Every Girl. La scaletta poi è punteggiata da inserti strumentali, per nulla superflui, che contribuiscono a rendere ancora più luminosa e sospesa tutta l'atmosfera del disco. Un ultimo piacevole riverbero dell'estate.

(mp3) Alla-Las - Artifact

lunedì 15 settembre 2014

Pure: Peter Gutteridge R.I.P.

R.I.P. Peter Gutteridge 1961-2014

Questa mattina, quando ho guardato i feed mi sono trovato davanti tantissime segnalazioni della scomparsa di Peter Gutteridge, un musicista che aveva avuto un ruolo fondamentale sia nei Clean, che nei Chills, oltre che in una quantità di altre band del cosiddetto Dunedin Sound.
Le forti reazioni emotive che ho letto in giro (tanto per fare un esempio, quella di Everett True) e che continuano a uscire mi hanno colpito. Non era una star, era un personaggio schivo, la sua musica non è esattamente popolare. Eppure, tantissimi dischi che amo oggi, molti di quelli che passo in radio e su queste pagine, sono nati anche grazie a lui, al suo lavoro e alle sue idee.
Io non ne so abbastanza per scriverne in maniera adatta. Quindi ho chiesto a Jonathan Clancy (His Clancyness), uno che quel linguaggio lo ha inteso bene e fatto proprio, se aveva voglia di mandarmi un suo commento a caldo, ed è stato così gentile da scrivere questo post:


Per spiegare chi era Peter Gutteridge per me basta il giro di basso e la canzone che ha co-scritto per i The Clean, Point That Thing Somewhere Else, l'unica canzone del Boodle, Boodle, Boodle EP (1981) non composta interamente dal trio Kilgour/Kilgour/Scott.


E si sente! Mi piace pensare che quell'incedere velvettiano sia opera sua: il basso che pulsa e che trascina per più di cinque minuti.
Per chi è un Kiwi pop obsessed non basta dire che fu membro fondatore di ben due band di quella che per me è la sacra trinità (Clean, Chills, Verlaines), è nelle cose piccole che veramente vedi la luce, il sogno ed il suo contributo quotidiano a tantissima musica incredibile: The Great Unwashed, Snapper, Alpaca Brothers eccetera.


La sua strada lo insegna, fuggiva e rifiutava quello che diventava ogni due anni il "Dunedin Sound", cercava sempre qualcosa di nuovo, si nascondeva in mille band senza mai dimenticare le origini. Vederlo suonare con gli sbarbi High Dependency Unit con una foga incredibile è un gran testamento a quel mondo un pelo diverso, rumoroso e psichedelico, che aveva contribuito a importare nella scena neozelandese.


Io voglio ricordarlo con il suo disco solista del 1989, una cassetta uscita per l'incredibile Xpressway, intitolata semplicemente PURE. E dentro quel titolo c'è tutto quello che voleva raccontare Peter Gutteridge e che lo rendeva diverso e unico all'interno del Kiwi pop. Le liner notes per questo album sono un vero e proprio manifesto di vita. Per tornare alle allusioni velvettiane, questo è il suo Metal Machine Music con le canzoni. La copertina poi non ha bisogno di spiegazioni. Un cerchio, la scena pop di Dunedin che incontra la scena noise di Dunedin (Dead C) ed un uomo che è lì seduto a disegnarlo perfettamente.


sabato 13 settembre 2014

Jackpunk

Enrico Brizzi - Jack Frusciante è uscito dal gruppo (una maestosa storia d'amore e di «rock parrocchiale»)

Vent’anni fa, a una mezza vita da qui, mi regalarono Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Lo lessi in fretta, ricordo che era un settembre non molto felice e fu una prima lettura da affamato, direi agitata. Chiusa l’ultima pagina, uscii di corsa e presi la bicicletta. All’epoca avevo una graziella rosa con un cestino enorme che faceva ridere tutti e che si rivelò uno tra i meno pratici mezzi di locomozione. Fu una faticaccia risalire Via Lame, passare per Piazza Maggiore, schivare i pedoni lungo Via D’Azeglio, uscire da Porta San Mamolo e affrontare in piedi su quei pedali sbagliati la salita verso la collina, seguendo le curve descritte nel romanzo. Ma fu un gesto istintivo, immediato e necessario. A quel punto, con la schiena sudata e il fiato corto, appoggiare il piede per terra e trovarsi davanti per davvero il muro con il graffito AIDI non faceva più differenza. La scrittura di Enrico Brizzi aveva dato forma a quel momento, e io invece, con quel mio orizzonte di pensieri sempre molto ristretto, continuavo a domandarmi come doveva essere avere realizzato il sogno di scrivere un libro (era il Novecento: quei sogni usavano ancora). Mentre le Vespe passavano scendendo verso Bologna e un vento allegro muoveva le foglie degli alberi, la fine del pomeriggio annunciava una serata fresca. Avrei voluto tirare fuori Jack Frusciante dal cestino e leggere ad alta voce qualche riga solenne, a celebrare quell’adolescenza. Invece tornai verso casa ripensando al modo in cui mi piaceva il ritmo di certe parole che Brizzi si ingegnava a incastrare nel meccanismo delle sue pagine: “maestoso”, “vecchio”, “ghignare”... Oppure quel suo togliere la conclusione di certe frasi, sottrarre i verbi per creare un’intesa più stretta. Ma chi era questo tizio della mia età, in quella stessa città, che sapeva così tante cose di me e faceva quel che avrei voluto fare io? Domande ingenue, lo so, ma la puntualità di quel romanzo, in quella precisa stagione, mi aveva spiazzato. E credo di non essere stato il solo a sentirsi così.
Mi trovai poi a festeggiare il decennale di Jack Frusciante mettendo dischi ai Giardini del Baraccano. Il reading, Wu Ming 2, Federico Fiumani, i Frida X, la playlist con le canzoni citate nel libro e tutto il resto. C’erano già i blog, polaroid alla radio e molte cose dagli anni dei Giovani Scrittori erano cambiate. Però l’eco di quella sorpresa di settembre non si era attenuata. Un paio di volte mi era anche capitato di parlargli, al Brizzi, e mi era sembrato un vero régaz. Per cui ieri sera abbiamo preso la bici e pedalato fino al Locomotiv Club: bisognava brindare al maestoso 1994, ascoltare un po’ di vecchie chitarre e ghignare ad Alex, a una mezza vita da qui.

(mp3) Frida Frenner - Jackpunk

martedì 9 settembre 2014

"Morte al fascismo, libertà al popolo!"

Smrt fašizmu, Sloboda narodu!

A sorpresa, oggi pomeriggio sul sito della Labrador è apparsa una nuova canzone dei nostri amati Radio Dept. Il titolo è quanto di più militante ci possa essere: Death to Fascism. Non è un caso. Come spiega la stessa etichetta, si tratta di un pezzo composto pensando alle imminenti elezioni svedesi, e i Radio Dept. al solito non sono scesi a compromessi. Il motto deriva dalle parole "Smrt fašizmu, Sloboda narodu!" pronunciate in punto di. morte dal partigiano yugoslavo Stjepan Filipović.
La canzone è un pezzo strumentale secco e freddo, spiazzante, in cui un campionamento di voce slava viene spezzato e reiterato all'ossessione. Fino al traguardo dei due minuti, quando compare una vaga citazione di Heaven's On Fire, non c'è quasi traccia di melodia. Sei lì ad aspettare invano che arrivi la voce di Johan a mitigare con la sua malinconia un tale accanimento. Non succederà. I Radio Dept. si confermano maestri nel non soddfisfare mai le aspettative del loro pubblico. Restano soltanto i synth e una drum machine indifferenti a portare la canzone fino alla fine, al punto di partenza.
I Radio Dept. non sono mai stati molto loquaci, ma oggi di loro si sa davvero meno che mai. Daniel Tjäder è uscito dalla formazione ormai due anni fa per portare avanti i suoi Korallreven, mentre pare che Johan e Martin stiano lavorando da tempo al seguito di Clinging To A Scheme, ma non è mai stata annunciata nessuna possibile data di uscita. Oggi è apparsa Death To Fascism (senza ulteriori note), per ora accontentiamoci di questo severo ammonimento.



lunedì 8 settembre 2014

Bring on the major league: Baseball Gregg

Baseball Gregg

Queste due belle facce da allegri fuorisede come li trovi soltanto a Bologna sono di Samuel Charles Regan e Luca Lovisetto. Il primo da Stockton, California, qualcuno lo ricorderà per i suoi Satan Wriders (che sono stati pure ospiti in radio qualche mese fa). L'altro, un vero régaz, militava nei rimpianti Absolut Red (anche loro con una bella polaroidblog session in archivio).
Tra una spaghettata di mezzanotte e l'ennesima birretta in Via Zamboni, i due hanno messo in piedi una band chiamata Baseball Gregg. Canzoni scritte e registrate tra il capoluogo emiliano e la provincia americana, capaci di tenere assieme ruvido e classico indie rock, psichedelia da spiaggia e quella giusta dose di melodie zuccherose che te li fa stare subito simpatici.
Il 27 settembre, in occasione del Cassette Store Day, i Baseball Gregg pubblicheranno una cassetta chiamata proprio come loro su Harlot negli States e sulla benemerita Barberia Records qui in Italia, ma ci sarà occasione per tornarci su. Nel frattempo, se volete conoscerli meglio (e secondo me dovreste) c'è una magnifica e dettagliatissima intervista su Impose Magazine. E non dico sia magnifica solo perché hanno avuto il buon cuore di citare anche il sottoscritto, ma perché - tra le altre cose - presentano per la prima volta il video del singolo Mathdance qui sotto, ed è davvero un fantastico home run.

Missing winner - Ode a Plenum

Mark E. Smith - THE FALL

«La prima persona che vedo entrando nel cortile del Covo è un uomo sui cinquant’anni, con i capelli quasi del tutto bianchi e un occhio nero. Sta seduto su una panchina, stretto in un cappotto che ormai non sa più come tenere caldo. Fissa la sigaretta nella sua mano, la mano è appoggiata sul ginocchio. Con l’altra mano si tiene la guancia gonfia. Mi dicono sia il tour manager dei Fall, e l’occhio nero glielo avrebbe lasciato Mark E. Smith in persona, dopo una discussione al soundcheck il giorno prima...»

Quasi un anno fa His Clancyness pubblicava su FatCat Vicious, un formidabile album giustamente inserito in molte classifiche di fine anno. La versione in vinile era arricchita da una fanzine curata da Secret Furry Hole che raccoglieva firme illustri, come Okkervil River, Veronica Falls, Fresh & Onlys, Cloud Nothings, Massimo Volume, Diaframma, Giardini di Mirò e molti altri. In mezzo a quelli, avevo avuto l'onore di partecipare anche io, e il mio testo dedicato alla parola "vicious" era stato un piccolo racconto che ricordava il mio primo concerto dei Fall. Per fortuna la traduzione in inglese di Jonathan Clancy aveva mitigato certe mie sciocchezze.
Oggi "Missing Winner" è uscito in italiano su Plenum, la rivista online curata da Daniele Giovannini (che mi ha fatto lo scherzo della bio in fondo al pezzo). Purtroppo è l'ultimo aggiornamento del sito, e mi dispiace parecchio, non solo perché ho amato la sua rubrica dentro "polaroid alla radio", ma perché chiude un luogo di internet votato al raccontare storie in maniera non convenzionale, e perché è stata, semplicemente, "una forma di felicità condivisa". Grazie Plenum, a presto!

(mp3) The Fall - My Ex-Classmates Kids

venerdì 5 settembre 2014

We go to houseparties and hang out by ourselves

Ace Bushy Striptease – Slurpt

Mi ero perso la notizia dello scioglimento degli Ace Bushy Striptease, e alla luce dell'ultimo album Slurpt devo dire che è davvero un peccato. In fondo, si potrebbe dire che è la stessa idea vaga e sfaccettata di un genere come il "cuddlecore" a contenere l'idea del proprio esaurimento. Basta vedere a quale metamorfosi si sono dovuti sottoporre i Los Campesinos! per tirare avanti la propria carriera.
Forse gli Ace Bushy Striptease hanno detto tutto quello che dovevano dire. Forse non puoi continuare all'infinito a cadere in ginocchio, puntare il dito e gridare tutto il tuo sarcastico diario. A un certo punto diventare grandi non è più un'opzione su cui fare minuziosa autoironia ma, beh, semplicemente qualcosa da fare. Oppure qualcuno lo ha fatto per te.
Dentro Slurpt il consueto turbine di chitarre frenetiche e spigolose non lascia tregua, gli innesti di fiati incitano alla carica, il ritmo sembra sempre accelerare, e il botta e risposta dei cori tra voci femminili e maschili è l'equivalente sonico di un abbraccio di gruppo. "All I wanna do is put my cheek next to yours, all of yours, all six of yours", dichiara con tutta la schiettezza del mondo Cheek Next To Yours, e suona davvero come manifesto e al tempo stesso come un addio. La scomposizione di una relazione né in crisi né felice in We Go To Houseparties... rappresenta il passo successivo a certe spensieratezze più adolescenziali del precedente album Outside It's Cold Just Like The Inside Of Your Body. E se il singolo Ibiza Rocks, una canzone che parla della sesta stagione di Gilmore Girls (aka "Una Mamma Per Amica"), potrebbe lasciare pensare a un ripiegamento e a una definitiva disillusione di fondo, c'è il contrappunto di Eat My Dog ("sorry to spell it out so simply, but it seems nobody wants to see") e di Peanut Butter Revolution a far capire quanto gli indomiti Ace Bushy Striptease siano stati combattivi fino alla fine. Se questo disco è davvero l'ultima parola, i ragazzi di Birmingham se ne sono andati con stile.

(mp3) Ace Bushy Striptease - Cheek Next To Yours

giovedì 4 settembre 2014

Lose myself in sound


Uno dei dischi più "assolati" che ho ascoltato in questa poco soleggiata estate è stato senza dubbio End Times Undone, l'ultima eccellente prova di David Kilgour insieme agli Heavy Eights. In caso qualcuno abbia bisogno di una rapida presentazione della figura di David Kilgour, prendiamo la biografia sulla Allmusic come buon punto di partenza. Ebbene sì: si tratta proprio dell'ex cantante dei leggendari Clean (dico ex anche se la band neozelandese periodicamente torna a riformarsi, e non è da molto che la fondamentale Anthology è stata ristampata in vinile). Meglio specificarlo, perché magari ascoltando distrattamente End Times Undone uno potrebbe pensare che sia opera di qualche giovane band di Brooklyn, influenzata da nomi come Real Estate o Beach Fossils. Il rapporto è semmai invertito, i Clean sono una di quelle band per cui è lecito spendere l'abusato aggettivo "seminale", e il veterano Kilgour qui tiene alta la bandiera di un'idea di musica scintillante, melodica e incantevole, ma non per questo meno increspata di scatti improvvisi e scarti obliqui. Queste dieci tracce sono letteralmente ricolme di chitarre alla deriva dentro il suono più iridescente, sereno e cristallino che possiate immaginare, mentre le voci e le parole sembrano perdersi non nei riverberi ma nella brezza che soffia tra le note. L'apertura di Like Rain e la chiusura di Some Things You Don't Get Back, nella loro circolarità, rappresentano i confini di questo pop luminoso, in cui anche le distorsioni arrivano soltanto ad accentuare le melodie. All'interno si spazia tra sfumature più folk (Christopher Columbus), blues (Crow), psichedeliche (Down The Tubes), e strepitosi miracoli indie rock come Lose Myself In Sound (con quell'andatura spigliata da giovani Teenage Fanclub), oppure il singolo Comin' On (che potrebbe stare nella discografia dei R.E.M.). Uno di quei dischi dentro cui perdersi davvero, e dove risplende così tanta buona musica che ti resta addosso quest'immotivata fiducia, anche alla fine dell'estate.

(mp3) David Kilgour and the Heavy Eights - Lose Myself In Sound

martedì 2 settembre 2014

A taste of honey

Comet Gain - Paperback Ghosts

"A taste of honey for all that could have been": se esiste un verso di una canzone dei Comet Gain capace di custodire in una manciata di parole tutta la loro poesia, per me è questo. Si trova dentro il singolo 'Sad Love' And Other Stories, uscito quest’estate. Eppure la coerenza dei Comet Gain è sempre stata tale che potrebbero averlo scritto all'inizio della loro carriera, oltre vent'anni fa. Qualcosa di dolcissimo, il miele, accompagnato all'amarezza di tutto quello che invece non è stato. La malinconia delle scelte prese e non prese, e accanto il fuoco per cui abbiamo combattuto e che sarà nostro per sempre. Quello che siamo e quello che detestiamo, la nostra incoerenza, quello che abbiamo perduto e il nostro semplice, modesto ma invincibile desiderio di mettere assieme un briciolo di bellezza. Usiamo parole logore e ne facciamo una bandiera. Una canzone dalla propulsione Motown e dalla melodia ostinata, per me la loro canzone più riuscita e più pura di sempre, forse ancora più della leggendaria You Can't Hide Your Love Forever, non a caso citata nell'ultima strofa.
Da un paio di mesi Fortuna Pop ha pubblicato il settimo album dei Comet Gain, Paperback Ghosts: ogni volta penso che poteva essere l’ultima, e invece è successo ancora un miracolo. Ogni volta sembra sempre il disco migliore, quello in cui la band londinese riesce a esprimere in maniera più netta il proprio mondo. David Feck e soci hanno messo a punto una formula che ormai conosciamo bene: quel miscuglio rabbioso e sentimentale di Northern Soul, Television Personalities, Velvet Underground, Style Council, riottose fanzine dimenticate, proteste proletarie, cataloghi Mod, l'impossibile rivincita dai margini, eleganti eroi della nouvelle vague in bianco e nero, e chissà che altro che non capisco. Eppure tutto questo non smette mai di farmi venire i brividi, e mi scaraventa via con la sua fiera energia.
Paperback Ghosts si presenta come un disco che parla di fantasmi. Il motto che campeggia nella copertina interna dell'album è THE LIFE WE LOVE IS SOMEWHERE ELSE. Ma c’è altro che forse Feck vuole spiegarci. Le parole che aprono una delle canzoni più belle dell’album, Wait ‘til December: “I think I’m running out of time”. I fantasmi con cui faccio i conti ogni giorno, il fantasma di me stesso, quello dal passato, quello dal futuro che poteva essere. "I live my life like this / Because I’m afraid of what I’d miss" (Far From The Pavilion). E nonostante sia facile cedere alla tentazione di lasciarsi andare alla tristezza - "You’re gonna be blue again" (in Avenue Girls) - i Comet Gain sono la band che sa sempre reagire, ti fa sempre saltare in piedi e stringere i pugni e adesso si prende una posizione e si resiste fino alla fine, perché questi siamo noi e non loro. Perché questo mondo è pieno di meraviglia ("wonder-filled") e noi siamo qui assieme, in questa alba: "Before the last drunk song is sung / I’ll hold on to your hand / I’ll hold on to everyone / and all we're believing" (Long After Tonite’s Candles Are Blown). Se sai ascoltare e guardare, i Comet Gain non possono suonare una singola nota, anche quella della loro canzone più sgangherata, senza che ti venga in mente la parola "epico".
In alcuni momenti ci sono arrangiamenti di sontuosi archi autunnali (le lacrime con cui si apre The Last Love Letter sono del tutto Clientele), un organo soul risuona dietro le chitarre in quasi tutte le canzoni, mentre l'acida accoppiata in chiusura An Orchid Stuck Inside Her Throat / Confessions Of A Daydream ci ricorda che quando i Comet Gain vogliono giocare con la psichedelia lo sanno fare in maniera raffinata: "A self-portrait of the fucked / in my teenage bedroom / got an A in daydreaming".
Forse è vero, the life we love is somewhere else, forse non abbiamo vinto. Ma l'amore, l'amore di questa vita piena di fantasmi, questo amore invece è qui, ora.

(mp3) Comet Gain - 'Sad Love' And Other Stories

venerdì 29 agosto 2014

It feels good to lose

Lunchbox - Lunchbox Loves You (Jigsaw Records)

Il nome dei Lunchbox non lo sentivo da un pezzo. Mi richiama alla memoria un periodo a cavallo tra i Novanta e i Duemila in cui cominciavo a cercare indiepop in Rete, e scoprivo per caso i primi mp3 legali su Epitonic o la prima versione di Emusic. Era un'epoca pre-Pitchfork, di NME già ci si fidava poco e il criterio di votazione di Indiepages era l'unico che contava. I Lunchbox uscivano su etichette fighissime come la Magic Marker e la 555 Recordings dei Boyracer, quindi erano ok. Non sapevo niente di loro, però da quel che ricordo mi piaceva quel suono orientato a certi Sixties tipo Stereolab un po' più ruvidi e sbrigativi.
Intanto la band di Berkeley, California, si riduceva sostanzialmente a un progetto dei soli Tim Brown e Donna McKean, ma ammetto di essermi perso nel frattempo il loro periodo come Birds Of California. Quando mi è arrivato questo nuovo Lunchbox Loves You, che segna il ritorno alla denominazione originaria, ho provato una sincera fitta di nostalgia. Quanto sembra ingenuo oggi quel periodo di mezzo, in cui di certo altri puristi delle fanzine per posta e delle religiose collezioni di sette pollici già si lamentavano della decadenza dei tempi.
Ma è bastato far partire la prima traccia, l'appiccicosissima Everybody Knows, per levarsi dalla testa pensieri tanto noiosi. Qui c'è una sera di festa da American Graffiti, la radio della Cadillac non smette di suonare i Beach Boys, il jukebox scintilla, al ballo di fine anno l'intera orchestra di archi e fiati è in smoking, le ragazze battono le mani e i ragazzi si mettono in ginocchio per dichiarare il proprio amore. I Lunchbox mescolano melodie e rumore al punto giusto, sovrapponendo strati di chitarre acustiche ed elettriche, aggiungendo qualche tastiera retrò (è una specie di clavicordo quello che sento in Will You Be True?), e lasciando quel tocco Elephant 6 che pareggia il pieno d'estate, sorrisi e arcobaleni. Tom What's Wrong? e Die Trying sono in assoluto tra le cose migliori di sempre a firma Lunchbox. Grazie Jigsaw per averli riportati al presente. Un amore totalmente corrisposto.

(mp3) Lunchbox - Tom, What's Wrong?
(mp3) Lunchbox - Give A Little Love

lunedì 25 agosto 2014

If I should fall act as though it never happened


Sono uno di quelli a cui viene voglia di fare la foto all’ultimo tramonto sul mare, l’ultimo giorno delle vacanze. Anche se già so che non la guarderò mai: ciao. E poi nei discorsi la sera tardi, tardissimo, ancora seduti a cena, quel piacere quasi capriccioso nel confondere gli anni, i paesi, le strade: era la volta in cui andammo a Cadaques in macchina? Era dopo il festival in Svezia. L’ultimo inter-rail con il walkman. C’erano Leo, la Monica e quella tipa con i capelli lunghi. No, quella era la Sicilia, ascoltavamo i Grandaddy in tenda. L’estate banale, l’estate indimenticabile, l’estate delle mie e delle tue vacanze. La stagione del perdersi, dell’allungarsi pigri sul calendario, la sabbia calda contro la schiena, del parlare di surf rock senza aver mai saputo distinguere una tavola da un tavolino da salotto. La stagione dei mille nastroni per tutti i viaggi che dovevamo fare, e poi ascoltiamo sempre lo stesso disco. Quest’anno (ma lo dimenticherò subito dopo averlo scritto, e chissà con quale altro anno lo confonderò) qui è toccato agli Alvvays.
Una cosa che mi piace un sacco del debutto della band canadese è che a prima vista, un paio di mesi fa, sembrava un disco del tutto trascurabile. Innocuo indie rock contemporaneo, non troppo luccicante e balneare quanto basta, avrebbe detto una recensione frettolosa, canzonette buone per tornare a riciclare un’ultima gag su “Beasty Coasty”. Poi, ascolto dopo ascolto, chilometro dopo chilometro, la sensazione sempre più netta di affezionarsi. Era la malinconia della stagione che passava, c’era qualcosa che doveva durare per sempre e poi non è andata così, la conosci da una vita, un po’ come queste canzoni. C’è altro dopo l’implacabile doppietta di singoli in apertura, Adult Diversion ("How do I grow old with you?") e Archie, Marry Me ("Too late to go out and too young to stay in"). La voce da sirena stremata di Molly Rankin racconta con pacata competenza la nostalgia sbiadita dei riverberi ben noti (l’eccezionale Ones Who Love You), mentre le chitarre sanno giocare tanto agli Smiths da cameretta (Atop A Cake), quanto mostrare un lato più notturno e dolente (The Agency Group), duettando qui e là con synth discreti.
Sulle riviste hanno citato i R.E.M., hanno citato il C86 e i Magnetic Fields (ma che c'entrano? Al massimo qualche tono da Camera Obscura). Non esageriamo. Questo potrebbe essere un esordio incredibilmente promettente, oppure potrebbe essere un disco da confondere tra qualche mese nelle posizioni dopo la venti nelle classifiche di fine anno. Intanto questa era davvero l'estate. Era l'estate che ascoltavamo gli Alvvays e tu cantavi sempre "If I should fall act as though it never happened".

(mp3) Alvvays - Atop A Cake

martedì 5 agosto 2014

Il nastrone delle vacanze - Estate 2014

Il Nastrone Delle Vacanze - Estate 2014 - polaroid blogspot.com

In mezzo a questo nastrone, tra i languidi riflessi della pigra canzone degli australiani Lower Plenty, c'è una strofa che dice più o meno: "And I saw me way across the sea, I was not where I was supposed to be, I was on the beach, and I just go, I go away".
Poco prima, invece, i frenetici Radiator Hospital avevano il tono dell'incitazione: "Runnin’ down the stairs. You’re runnin’ out the door. Shout at all your friends runnin’ up the hill. Around your heart, a burning love. Feel the flame".
Ecco, quello che mi piaceva provare a fare con questa piccola compila delle vacanze era scattare una sola istantanea di due facce opposte che sento nell'estate: il bisogno di distanze, la sospensione, il perdersi, e allo stesso tempo la voglia di correre e di gettarsi, l'euforia, il desiderio di spingere al massimo il cuore.

01 - Alvvays - Atop A Cake
02 - Strange Babes - Holiday
03 - Radiator Hospital - Five & Dime
04 - Burnt Palms - Isolation
05 - She Said Destroy - Gummy Ruins
06 - Thee AHs - I Am Not Angry Anymore
07 - Saint Pepsi - Fiona Coyne
08 - Lower Plenty - On The Beach
09 - Melted Toys - Observations
10 - Adult Mom - Ode To One Night Stands
11 - Wax Witches - Headshave
12 - Habibi - I Got The Moves
13 - The She's - My Secret To Keep
14 - CEEFAX - Baby All That Went Away


lunedì 4 agosto 2014

"polaroid - un blog alla radio" - SPECIALE INDIETRACKS FESTIVAL 2014!

indietracks-festival-2014-by-lucio-pellacani

Pur non avendo programmato nessuna playlist (come al solito), e trovandomi a gestire un paio di ospiti di riguardo come Fabio Merighi (da Radio Città Fujiko) e il fotografo Lucio Pellacani (ringrazio entrambi) devo dire che lo special di quest'anno dedicato all’edizione 2014 dell’Indietracks Festival mi ha molto soddisfatto. Sì, suona un po' presuntuoso, ma tanto chi ci ascolta?
Seguirà poi anche un reportage scritto (che dovrebbe essere anche un po' più ordinato) a settembre, ma ne riparleremo. Nel frattempo, spero che vi divertiate con questa caotica trasmissione e che vi restituisca almeno in parte lo spirito di un piccolo festival bello e abbastanza unico come l'Indietracks.

Allo Darlin' - Darren
Spearmint - Julie Christie
The Chills - Molten Gold
Thee Ahs - I Am Not Angry Anymore
Dorotea - Here Comes That Feeling Again
Dorotea - My Guilty Conscience
(seconda parte)
The Yawns - Summers Wasted
The Yearning - If I Can't Have You
Joanna Gruesome - Sugarcrush
The Hobbes Fanclub - Your Doubting Heart
Mega Emotion - Brains
Trust Fund - Complicate
Martha - Sleeping Beauty
The Spook School - You Make It Sound So Easy
Tha Flatmates - Do The Angels Care


venerdì 1 agosto 2014

"It’s 2014 and we’re all forcing it"

FREE DEVIL’S HAIRCUTS: THE WANING ALLURE of FESTIVAL CULTURE

«It’s 2014 and we’re all forcing it. Pitchfork Music Festival is up-selling a lineup that might as well have been performed by holograms. We’re forcing our interest. Force a few illicits into the system and hope for illumination, only to hallucinate a magic eight ball that reads “outlook not good” on the jumbo screen between FKA Twigs debut album ads and reminders to get in line for free haircuts. Yes, free haircuts. Is Pitchfork the armed forces? We the stylishly homogenous army of one. Force your friend to fork over that extra VIP pass for a stowaway’s buffet of perks before last call. Force Neneh Cherry into the states for the first time in 22 years. Force Moroder as relevant, instead of distantly iconic. Force Donna Summer’s “Love To Love You Baby” into the lives of 20-somethings. (Note: My parents also attend an annual disco night at Centennial Terrace.) Force SZA on us, but offer no Blue Ribbon to accompany her PBR&B, only overpriced Goose Island. Beck, he’ll force himself as he always has. Forcing himself into our lives as only a man with one name can.
All it took during Beck’s headlining set was a “c’mon everybody” during opener “Devil’s Haircut” to scoff and seek the VIP area for as many free Goose Island beers and Jim Beam cocktails and cell battery juice in the Beats By Dre lounge as I could squeeze into the remaining hour.»

"Free Devil’s Haircuts: The Waning Allure Of Festival Culture" by Blake Gillespie / Impose Magazine

(mp3) Beck - Devil's Haircut (Groovy Sunday remix by Mike Simpson)

giovedì 31 luglio 2014

Indietracks Festival 2014: lo speciale radiofonico!

Indietracks Festival 2014 by Lucio Pellacani

Questa sera, a partire dalle 21.30, sulle frequenze di Radio Città del Capo (anche in streaming!) va in onda una puntata speciale di "polaroid - un blog alla radio" per raccontare l'edizione 2014 dell'Indietracks Festival, uno dei principali eventi mondiali dedicati all'indiepop.
A farmi compagnia in onda, tra i molti brindisi e gli improbabili dischi che abbiamo portato a casa, ci saranno Fabio Merighi (da Radio Città Fujiko) e Lucio Pellacani, a cui ho rubato la foto qui sopra (altre ne arriveranno a breve). Sintonizzatevi!


Indietracks Compilation 2014

Let you in

Terry Malts - Let You In

Non succede spesso, ma ci sono band a cui chiedi soltanto di non cambiare mai, perché quello che sono e rappresentano è già perfetto così. Per me, i Terry Malts sono senza dubbio fra queste, e bisogna riconoscere che uno dei loro pregi è proprio la coerenza. Dopo l'album Nobody Realizes This Is Nowhere dell'anno scorso, il trio di San Francisco sta per tornare con un nuovo EP in uscita a settembre, intitolato Insides, ovviamente su Slumberland. L'obiettivo rimane lo stesso: indagare quel territorio "where hope meets disgust", e i Terry Malts lo fanno da sempre a suon di chitarre taglienti e cori battaglieri. Dulcis in fundo, a quanto pare l'EP si chiuderà con una cover di Hidden Bay dei Chills. Per ora accontentiamoci della prima anticipazione, i nemmeno due dirompenti minuti di questa Let You In.

In altre news legate ai Terry Malts, il chitarrista Corey Cunningham continua a portare avanti il suo progetto solista Corey. Giusto in tempo per il suo prossimo tour di supporto ai Real Estate, da un paio di giorni è uscito il nuovo singolo in streaming su Bandcamp, Down Again. B-side d'eccezione, una cover di New Rose dei Damned.


Terry Malts - Let You In

giovedì 24 luglio 2014

I make boys cry

Adult Mom - Sometimes Bad Happens

Incantevole fanciulla di vent'anni che canti "I think I'm old enough" in una canzone che parla di "growing up and feeling weird" e che si chiude descrivendo il disagio che provi "when your parents start actin' like your pals": fino a che punto vuoi farmi innamorare? Vacci piano, per favore. Ti chiami Stephanie Knipe e ti sei scelta un nome d'arte come Adult Mom che su Google spalanca abissi di pornografia. Bella mossa. Ma la prima volta che sei apparsa su questo blog, un paio di mesi fa, ci hai davvero abbracciato molto materna, ed è stato semplicemente bello. Suoni un indiepop scarno ma al tempo stesso dolcissimo (ok, facciamo subito il nome di Frankie Cosmos e andiamo oltre). Dopo le immancabili opere voce-e-chitarra-in-cameretta (I Fell In Love By Accident era un magnifico motto) hai appena realizzato il tuo primo "album con la band al completo": si intitola Sometimes Bad Happens, è in free download su Bandcamp oppure in cassetta su Miscreant Records, e racchiude sei canzoni in nemmeno dieci minuti. No, sul serio, vacci piano, per favore. Già so che con le questioni di cuore hai i tuoi problemi: tu e la tua amica Meg parlate un sacco di quanto sia andata male con i ragazzi negli ultimi tempi (Route 59), hai fatto piangere tutti i tuoi fidanzati e loro hanno fatto piangere te (I Make Boys Cry) e pensi ancora al tuo ex quando finisci a letto con qualcun altro (Ode To One Night Stand). Lo so, lo so: ci siamo passati tutti, è una faticaccia, e credo tu lo abbia raccontato alla perfezione in un piccolo adorabile verso come "it's shit that your love for me scared you so much". E poi non ne hai fatto un dramma. Ci vediamo al caffè, porta la chitarra, ti ascolterò volentieri ancora e ancora. Ma vacci piano, per favore.



Adult Mom - I think I'm old enough