mercoledì 27 maggio 2015

Road to Handmade 2015: I wanna go fast

Warm Soda - Symbolic Dream

Matthew Melton, il baffuto cantante dei Warm Soda, ha detto in un'intervista che la musica rappresenta per lui "la fonte della giovinezza". E davvero, ascoltando l'ultimo album Symbolic Dream, pubblicato dalla Castle Face dei Thee Oh Sees (e in cassetta da Burger Records: accoppiata micidiale), ti si appiccica addosso un'adolescente voglia di fare festa, abbracciare gli amici di una vita, scuoterti come se l'estate non dovesse mai finire, piantarti di fronte alla ragazza più bella del liceo e baciarla davanti a tutti, in mezzo alla pista da ballo. Rock'n'roll spaccone, tutto assoli e stop-and-go, con chitarre glam e taglienti (e soprattutto una sezione ritmica compattissima), ma al tempo stesso pieno di melodie zuccherose e luccicante bubblegum pop. Belle come se la storia della musica si fosse fermata per sempre quando i Ramones suonarono quella cover delle Ronettes, queste dodici canzoni da due minuti, veloci e senza tregua, ti fanno saltare su una decappottabile che corre verso il mare e ti spingono ad alzare il volume a ogni ritornello.

I Warm Soda saranno in concerto il prossimo 2 giugno all'ottava edizione dell'Handmade Festival! Ci si vede a banco!


Warm Soda - I Wanna Go Fast

lunedì 25 maggio 2015

At your age you should know walk with no real place to go

Antony Harding

C'eravamo lasciati un anno fa con "la calma prima della tempesta", e nel frattempo la tempesta è arrivata e passata per davvero. Antony Harding pubblica il suo quarto album solista in un momento di passaggi e svolte non semplici della propria vita. Tra le ispirazioni del nuovo By The Yellow Sea il cantautore elenca "a summer touring China, the Swedish weather which always changes my mood, the end of a love". Tutti elementi che si ritrovano dentro questo primo singolo, Walk With No Real Place To Go, una ballata gentile e in apparenza lieve che però racchiude consigli a sé stesso fatti di profondo disincanto: "hold on tight and don’t let go / you should have walked years ago". Ritrovarsi da soli, con il cuore pesante, all'inizio di quello che sembra un cammino interminabile, e ripetersi che "at your age you should know walk with no real place to go" per farsi coraggio.
Antony racconta che la maggior parte del disco è stato scritta e registrata con una chitarra a 12 corde, per cui tra i suoi ascolti più recenti ci sono stati "a lot of Bob Dylan, Big Star, The Smiths, particularly the acoustic stuff, and anything that was played on a 12 string (The Byrds, America, The Eagles)". La sua musica, la sua scrittura e soprattutto la sua voce restano quelle di sempre: piene di tenerezza e conforto, anche quando ti ritrovi a pensare che non sai dove andare.
Il nuovo album arriva il 29 giugno, ma intanto è già disponibile il pre-order sul sito della We Were Never Being Boring.




Antony Harding - Walk With No Real Place to Go

venerdì 22 maggio 2015

Heart eyes

Peach Kelli Pop - III

Una delle migliori definizioni delle Peach Kelli Pop che ho letto in giro diceva più o meno "imagine the Ramones covering anime theme music", e davvero questa formula racchiude già molto di quello che c'è da sapere su questa band. Stesso approccio diretto e senza fronzoli al rock'n'roll, velocità sfrenata, melodie coloratissime e iperzuccherose, a cui si aggiunge anche una sincera passione per l'estetica pop giapponese. Non a caso nell'ultimo album, semplicemente chiamato III e pubblicato da Burger Records, ci sono titoli come Sailor Moon e Princess Castle 1987 ("You glowed pink and green, death stare and laser beam / I knew it was you then, in 1987"). Ma dentro queste canzoni, in cui le Peach Kelli Pop abbandonano certe forme più lo-fi delle produzioni precedenti e suonano più compatte che mai, puoi leggere tra le righe una consapevolezza non così scontata: "Here comes a big big man / tells me what I can and cannot do / Who my body belongs to / cuz I don’t seem to have a clue” (Big Man). Queste fanciulle faranno pure gli occhi a cuore e canteranno di arcobaleni, supereroi da cartoni animati, amori e feste su spiagge per nudisti, ma ci tengono a farti sapere che non per questo sono da considerare delle bambole di plastica (vedi la beffarda di Plastic Love).
Le Peach Kelli Pop sono la creatura di Allie Hanlon, cantautrice di Ottawa, Canada, ora residente a Los Angeles e già batterista per i White Wires. La sua musica mi ha fatto tornare in mente un'altra band da sempre innamorata dei Ramones, di un "bubblegum punk" fulminante e dell'immaginario giapponese, ovvero gli Helen Love, o almeno quelli delle origini. Ma nonostante riescano a condensare dieci canzoni in venti minuti, le Peach Kelli Pop sono capaci di conservare una leggerezza e una dolcezza tutta loro. Mi viene in mente che forse qui si è tramandato qualcosa dello spirito delle (fin troppo sottovalutate) All Girl Summer Fun Band, magari senza le stesse influenze retrò, ed è per quello che trovo questo disco così incantevole. Ma come la stessa Hanlon ha dichiarato in un'intervista a Flavorwire, «please don’t call my music "twee"». Ok, vada per "adorabile" allora!

(mp3) Peach Kelli Pop - Heart Eyes

giovedì 21 maggio 2015

It's Grim Up North! - Intervista ai Bad Meds


Nel 1991 non avevo mai partecipato a un rave e non ero mai stato nel Nord della Gran Bretagna. Però, in qualche modo, avevo ben presente i KLF e il loro alter ego Justified Ancients Of Mu Mu, e avevo anche qualche confusa idea sulla loro strategia di sovversione attraverso la musica. Il singolo It's Grim Up North mi deve essere arrivato dentro qualche cassetta mixata di acid house pesante. Faceva venire i brividi perché il suo passo industriale, costellato di lampi minacciosi, aveva una cadenza epica, ma solo anni dopo ho potuto capire davvero di cosa si trattava.
Quando Maple Death, la nuova label curata da Jonathan Clancy (His Clancyness / A Classic Education / Settlefish), ha annunciato la terza uscita del proprio catalogo, l'eponimo EP di debutto dei Bad Meds, non mi sarei mai aspettato di trovarci dentro una cover di quel lontano pezzo. In effetti i Bad Meds provengono da Liverpool, ma fanno sostanzialmente un post-punk cupo, a tratti piuttosto aggressivo (vedi il singolo Hoax Apocalypse), e che in uno dei suoi momenti migliori (The City Against Itself) ricorda i Fall.
Mi è venuta la curiosità di andare a chiedere ai diretti interessati come era nata questa loro versione, che mi arrivava ancora una volta dentro una cassetta, e così qui sotto trovate le risposte del cantante e chitarrista Paul Rafferty (qualcuno lo ricorderà nei frenetici Hot Club da Paris). Ed è con grande piacere che oggi polaroid vi offre la première mondiale di It's Grim Up North nella infuocata versione dei Bad Meds.

[Bad Meds è disponibile su cassetta Limited Edition e digitale via Maple Death]



I would describe the sound on your debut EP something like "dark post-punk": how did you come up with the idea for a cover of a techno anthem from the early Nineties (apart from the fact that there are names of towns and villages close to your home) and how did decide to you approach it?

I first heard It's Grim Up North on the 4th side of a NOW THAT'S WHAT I CALL MUSIC cassette compilation back in 1991 - shortly after it'd come out. My mum had bought it for me so we had something to play at my primary school's disco. I suppose I would've been about 10 or so. As a kid it struck me as strange that towns I had been to or had heard of were mentioned in a real song. It wasn't until I was in my teens that I became aware of Bill Drummond's work and It's Grim Up North made more sense. I'm still very much interested in Drummond's work and have participated in his The 17 choir project. Anyway, I'd always longed to hear that song in a punk context so when we made a punk band, we tried it out and it totally worked.

The original song ends with a huge orchestra part, and I always felt it was somehow "rave-optimistic" (and a little bit boring, to be honest). You cover doesn't include that part: should we assume it's more gloomy, and you wanted it to sound really "grim"?

Well, that orchestral part at the end of the original is "Jerusalem", a piece of music based on William Blake's poem "And Did Those Feet In Ancient Time." The poem is an ode to Jesus' rumoured visit to Glastonbury before he became the pop star we know today. The poem was set to music and became a celebratory nationalistic anthem. The use of it in this context is an artistic appropriation and with its descriptions of beauty and bleakness, it becomes a fitting anthem for the north.
Sadly we're not friendly with any orchestras, so we left it out.

Is it still "grim up North" nowadays? Do you feel the political attitude behind KLF's song is still valid or necessary, and, in some measure, you wanted to share it in your music?

Everywhere is grim for at least some people and the towns in this song are no exception. Some towns in the song are considered beautiful places and some are considered terrible ones- much like the juxtaposition between the pleasant pastures and the dark satanic mills in Blake's poem. I always read the song as a celebration of the north's beauty, diversity and its resilience to the decade of aggressive Conservative rule that preceded the song's release. I figure the phrase "It's Grim Up North" is used sarcastically though Drummond may have had different motives. In view of the last General Election and our electorate's evident self-loathing, perhaps the song is as relevant now as it was in 1991.

Your cover on the EP, with this long list of Northern cities, comes after another song called "The City Against Itself": what is that song about? Is life in the urban landscape a theme or an inspiration behind your music?

I think it's difficult to write songs about anywhere other than where you live. I've lived in a city for the last 15 years so I suppose I have no other choice than for my life in the city to be a theme in the songs we write. The City Against Itself is about developers moving in and crushing, scattering and suffocating the best bits of the places that we live. It's an epidemic.

mercoledì 20 maggio 2015

Qlowski live a polaroid!

Qlowski live a polaroid!

Questa settimana in radio, tra i dischi nuovi, un intervento già molto estivo della Donna di Prestigio e i consueti brindisi, ho avuto il piacere di avere ospiti in studio i Qlowski, giovane e molto promettente band di origini romagnole che fa base a Bologna. La formazione è talmente giovane che questo è stato il loro secondo live di sempre. Ma li avevo visti di spalla a The Memories, il mese scorso, e mi era subito piaciuta quella loro maniera di riprendere certo pop spigoloso e Flying Nun aggiungendo sfumature più dark. Questo weekend torneranno ancora in azione: prima al Mikasa di Bologna, insieme a Wolther Goes Stranger, Pueblo People e X-Ray Picnic (anche loro poco tempo fa ospiti live a polaroid), e poi sabato a Imola, per l'insolito match Indie Rock VS Hardcore!
Qui trovate la puntata intera in podcast, mentre qui sotto le singole tracce che i Qlowski ci hanno regalato dal vivo:

Qlowski live unplugged @ polaroid alla radio
Radio Città del Capo - 2015/05/18

lunedì 18 maggio 2015

Are people getting worse, or is my attitude to blame?

Totally Mild - Down Time

L'apertura è già micidiale: "Hang me by my head / I’m already dead". E questo è soltanto l'inizio. Down Time, il debutto degli australiani Totally Mild è un disco così: non esattamente triste. Piuttosto, tutto impegnato a raccontare qualcosa di simile a una spossata monotonia post-tristezza. Un'amarezza disillusa senza più vera disperazione che porta ad allontanarsi dagli altri, e allontana gli altri da noi: "If you're looking happy I won't speak to you" (Nights), a cui fa da contrappunto "You're always my friend when I'm happy / But less in the down time (Always Around). Ma in fondo, la cosa più triste è che ci si può abituare a tutto: "are we getting better at living like ourselves?" (Move On).
La musica è spesso su battute lente, pigre, estenuate. I paragoni che la band di Melbourne si vede fare più di frequente sono con Beach House e Chromatics, e in un certo senso sono appropriati. Nei Totally Mild però sono le chitarre di Zachary Schneider (Full Ugly, The Great Outdoors) a ricreare quell'atmosfera che altrove è costruita su synth e drum machine. E poi c'è quella voce. La voce scintillante scintillante di Elizabeth Mitchell sale verso falsetti angelici con una facilità disarmante. Sembra dissolversi in una luminosa materia di cui sono fatti forse i sogni, pur continuando a cantare il tedio, la quotidiana malinconia, e a riconoscere che "nothing's fine anymore" (Christa). La chiusura dell'album, la struggente Money Or Fame (con tanto di appassionato assolo di sassofono), passa dal ricordo di come tutto era cominciato, con la confidenza e la dolcezza nuove, al confessare apertamente "I see we are through it / Nothing is ever as new".

(mp3) Totally Mild - Move On


Totally Mild - Christa

sabato 16 maggio 2015

MAP - Music Alliance Pact #80

MAP - Music Alliance Pact

Eccoci a un nuovo appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- gli indonesiani Answer Sheet, una specie di risposta asiatica ai Decemberists;
- gli irlandesi Comrade Hat, che sembrano avere qualcosa degli ultimi Vampire Weekend ma con ispirazioni dal freddo Nord al posto dei ritmi africani;
- il messicano Error.Error, con un'elettronica scarna e dark, vagamente minaciosa;
- i brasiliani Otis Trio, con un pezzo jazz dal crescendo sempre più rabbioso che poi si dilegua come se non fosse successo niente;
- i giapponesi Half Mile Beach Group, con un pop ambientale e dilatato;
- i cileni Urban Monk, con una specie di shoegaze super ottimista.

Pueblo People - Giving Up On People
Gli italiani di questo mese sono i Pueblo People, che tra un paio di settimane pubblicheranno il loro album d'esordio vero e proprio Giving Up On People. La serie di etichette che hanno unito le forze per questa impresa è davvero notevole: Sangue Dischi, diNotte Records, Sonatine Produzioni, Fooltribe e Flying Kids Records. Questo già per dare una certa idea del consenso che il trio milanese ha cominciato a raccogliere.
Non ho avuto un attimo di esitazione a scegliere questo disco per questo MAP perché, dopo averlo ascoltato e riascoltato, e soprattutto dopo avere visto la band in azione dal vivo, non ho potuto fare altro che innamorarmi anche io di questo suono. La prima parola che ti viene in mente per descriverlo è "poderoso". Eppure, nonostante quelle chitarre travolgenti e una sezione ritmica impetuosa (come nel singolo Dog People), quello che ti rimane addosso dopo ogni canzone dei Pueblo People è una melodia danneggiata, a brandelli, qualcosa di più che semplicemente malinconica (vedi la mia preferita, la magnifica Contemporary Life). Per la precisione, direi che è la maniera con cui i Pueblo People riescono a farti arrivare quella melodia. È qualcosa dentro questa voce, rotta e roca, ancora più ruvida della musica. C'è sempre un momento, dentro queste canzoni, in cui dalla pesantezza riesce comunque a sollevarsi una scheggia di luce, e ti colpisce ancora più duro. I Pueblo People ti fanno venire subito in mente i Dinosaur Jr. (Not Nothing) e Neil Young (Shit Hits), e loro aggiungono tra le influenze la scena Paisley Underground. Ma è tutto loro, ed è francamente esaltante, il modo in cui fanno scontrare queste storie di cattiva sorte, separazioni, disincanto e qualche altra "elaborata forma di autoinganno", con un suono carico, traboccante di energia e poderoso, grandiosamente poderoso. Uno dei migliori dischi indie rock usciti in Italia quest'anno.

(mp3) Pueblo People - Dog People

Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di maggio, con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

venerdì 15 maggio 2015

NYC Popfest 2015: la compilation in free download

NYC Popfest 2015: la compilation in free download

Tra un paio di settimane si terrà a New York la nona edizione del NYC Popfest, esuberante festival dedicato all'indiepop che riesce ogni anno a raccogliere alcune delle migliori band di questo piccolo genere. Anche questa volta in calendario un po' di vecchie glorie (Club 8, Lunchbox, #Poundsign, i Catenary Wires di Amelia Fletcher), qualche nome già noto (Eternal Summers, Spook School, Holiday Crowd) e alcuni nuovi e interessanti astri nascenti, come Expert Alterations, Roman a Clef, Seabirds e Pale Lights. Il NYC Popfest 2015 si svolge in quattro location: Cake Shop, Baby's Alright, Cameo e Knitting Factory (dove si terrà la proiezione del documentario sulla Sarah Records My Secret World). Per farvi un'idea dello "stato dell'arte" dell'indiepop oggi, può essere utile scaricare la compilation con tutte le band di questa edizione, che gli organizzatori del festival hanno messo in free download!


Expert Alterations - A Bell


Seabirds - Real Tears

giovedì 14 maggio 2015

There's always something missing

Westkust - Ladt Forever

"Sono in ginocchio, la vita se ne sta andando e nessuno se ne accorge, ma non c'è proprio niente che io possa fare": il ritornello di Dishwasher racchiude gran parte dei temi di Last Forever, l'atteso album di debutto dei Westkust pubblicato da Luxury. Tutta la dirompente frustrazione di questi giovani e disillusi ragazzi svedesi si propaga in una complicata serie di negazioni, disseminate lungo tutti i testi di queste nove canzoni: "I don't know what to do", "I don't give a damn", "I don't believe", "I don't want to be". Un conflitto tenace e persistente, in cui tutto il male che ci siamo fatti scoppia insieme a tutte le nostre contraddizioni. La musica dei Westkust rispecchia questo irrequieto groviglio in un formidabile collisione tra rumore, velocità e melodia, con un risultato che mi lascia euforico. Prende la forma dello shoegaze (vedi l'esplicita citazione dei My Bloody Valentine nel pitch bend in coda a Swirl), tra riverberi, strati su strati di distorsioni e melodie stellari. Ma nei Westkust c'è di più: questo è un suono a cui reagisco con un pogo furibondo e non ciondolando in un angolo da solo. Questa è una musica che fa stringere i pugni, scalciare il cielo e andarsi a prendere tutto quello che bisogna prendere: "it's time to grow / it's time to go". Anche in un piccolo capolavoro jangle come 0700, in cui il gioco di contrasti tra le due voci di Julia Bjernelind e Gustav Andersson sembra trovare per un attimo una via più docile, i Westkust sono costretti a riconoscere "there's always something missing". Tutto esplode nel crescendo supersonico del gran finale Another Day, che mi ha ricordato un'altra fondamentale band svedese, i Broder Daniel, anche loro essenziali per provare a capire qualcosa di questa adolescenza splendente e dolorosa.
Con i Westkust era stato per me amore a prima vista, sin dal loro dieci pollici di debutto del 2012. Se dovessi trovare un piccolo difetto oggi a questo album è proprio la scelta di avere incluso un paio di singoli già noti come Summer 3D e Weekends, invece di aggiungere qualcosa di nuovo, ma di fronte al lavoro nella sua interezza e nella sua coerenza si tratta di dettagli. Last Forever dei Westkust, scintillante di frastuono come si conviene a questa età, è uno dei migliori dischi indiepop dell'anno. E anche se in apparenza "non c'è proprio niente che io possa fare", la musica, questa musica, rimane la risposta migliore.

(mp3) Westkust - 0700
(mp3) Westkust - Summer 3D

martedì 12 maggio 2015

On this summer day we'll be best friends

Winter - Supreme Blue Dream

A quanto pare la "supreme blue dream" è una varietà piuttosto pregiata di cannabis. Mi è bastato un veloce giro di google mentre cercavo qualche recensione del nuovo disco dei Winter per intuire che, in questo caso, l'etichetta "dream pop" assumeva anche altre sfumature. I Winter provengono da Los Angeles (via Boston) e sono stati fondati dalla cantante di origini brasiliane Samira Winter. Proprio la sua voce eterea è uno degli elementi chiave del suono della band: tanto sensuale e seducente (Like I Do), quanto capace di toni indolenti e carichi di malinconia (Some Kind Of Surprise), mentre alcuni inserti di lingua portoghese nei testi rendono le canzoni ancora più evanescenti.
I Winter fanno quel genere di indie rock che si adatta bene ai riflessi del sole intorno alla piscina, ai pensieri di lunghi viaggi, ai pomeriggi languidi, con quelle chitarre piene di riverberi "bestycoasty" e quei contrappunti di synth che fanno così vacanza. I Winter potrebbero essere "il caso Alvvays" dell'ormai imminente estate, se questo di genere di avvenimenti fosse così prevedibile. Come già il debutto dei canadesi l'anno scorso, anche questo sembra un disco piccolo, pieno di un pop a prima vista trascurabile, ma capace alla lunga di insinuarsi negli ascolti. Quello che è certo è che Supreme Blue Dream, pubblicato dalla Lolipop Records, vanta una tripletta d'apertura davvero notevole: Someone Like You, Crazy e Pretend sono tre singoli perfetti per ogni nastrone delle vacanze 2015 che vorrà considerarsi tale. Aggiungiamo che in scaletta compare anche un titolo manifesto come Waiting For The Summer, e che la storia raccontata dalla romantica Flower Tattoo esordisce con una strofa del genere: "I'm just a girl with a flower tattoo / And you're the kind of guy that likes the movies / We're hanging out in Washington / Driving down the coast to the California sun". A volte non bisogna chiedere altro a un disco. Non resta che infilare gli occhiali scuri e partire. 

(mp3) Winter - Waiting For The Summer


Winter - Someone Like You

Well, that sounds fun

White Shoes & The Couples Company

“polaroid – un blog alla radio” – s14e27

Baker Island – Well That Sounds Fun
[in collegamento dall’EXPO di Milano: Fabio De Luca]
White Shoes & The Couples Company – Tengtang Cita
Bubblegum Lemonade – Pretty Girls Make Waves
Surf City – Jekyll Island
The Clever Square – Highly Effective Solution
[Bastonate: “Sono stato ragazzo in un paesello di provincia”]
Blonde Tongues – Beer
Part Time – Fallin 4 U
Baston – Tempelhof

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domenica 10 maggio 2015

Domenica in Retròmarcia

RETROMARCIA ↞ bike // food // vintage - Bologna

C'è talmente tanta roba da dire che non so da dove cominciare. Ok: calma, è domenica mattina, hai appena aperto gli occhi, e stai controllando facebook ancora prima che sia pronto il caffè. Hai due cose da fare: prendere la bici, e venire da ZOO.
Oggi a Bologna è la giornata del Bike Pride 2015, la fantastica parata su due ruote che invade la città. Dato che quest'anno il tema dell'evento è "Un mare di biciclette", da ZOO il brunch e tutta la giornata saranno declinati in stile vintage balneare, sotto il titolo di "RetròMarcia".
Il programma è bello pieno, si comincia alle dieci e mezza con una colazione in perfetto stile inglese, ed è qui che trovate anche il sottoscritto. Non credo mi sia mai capitato di mettere dischi a quest'ora della domenica, e sarà divertente selezionare musica tra torte, succhi di frutta e i clamorosi buns e bagels di Maolo. La giornata continua tra una pedalata e l'altra con il pienissimo mercatino, poi verso le sei il mixer passa nelle mani di Alice e Germanarama di Sound and Vision, mentre il gran finale è affidato alla Bologna Swing Dance Society.
La mia piccola playlist si intitola inevitabilmente "Ease your feet in the sea" e prevedo alta concentrazione di canzoni con la parola "beach"dentro. Ci si vede a banco!

venerdì 8 maggio 2015

I have always been a quiet mess

Fraternal Twins - Skin Gets Hot

Non m'importa quello che decidi tu, voglio soltanto ciò che è mio. Meglio ora, ma non prima. È solo che non dormo più, e non sogno, non sogno nulla. Noi siamo nati in una tempesta, ma ora che si è calmata dove te ne andrai da sola?

La poesia di Fraternal Twin è questa: scarna, disperatamente diretta e al tempo stesso inafferrabile. Come se mancassero dei pezzi del discorso, e le parole arrivassero a brandelli. La comunicazione risulta sempre sbilanciata. Tra noi e la voce che canta. Tra la voce che canta e la persona a cui si rivolge:
I have always been / a quiet mess
looking back at you / in your favorite dress
but you don't know / what I was thinking

C'è spesso qualcosa che non si sa, qualcosa che viene meno, qualcosa che dovrà accadere ma non è ancora qui, dentro queste storie. E allo stesso modo succede anche per la musica. Skin Gets Hot, il primo vero album di Fraternal Twin, racchiude canzoni che sembrano strappate via da altre canzoni, chitarre la cui elettricità è un fantasma di elettricità passata, o altrove, giri di accordi come edifici abbandonati, finestre che sbattono al vento. I primi riferimenti che mi sono venuti in mente sono stati quelli dei Bedhead e dei New Year. Altri hanno parlato di Elliot Smith (vedi, per esempio, la bellissima title track). In ogni caso niente di facile, pochi compromessi. In un paio di momenti, vuoi per quella voce distante ma comunque carica di amarezza, potresti pensare anche ai Notwist più uggiosi. In questa intervista vengono citati i Microphones e addirittura il nostro Gigi Masin.
All'inizio avevo notato il nome di Fraternal Twin perché avevo letto che era il progetto solista di Tom Christie, già bassista dei QUARTERBACKS, band che mi sta davvero a cuore. Ma il primo ascolto mi aveva preso in contropiede. Qui siamo da tutt'altra parte, ben lontani dal punk e dall'esuberanza emotiva e twee della creatura di Dean Engle. Nella musica di Fraternal Twin ogni elemento (pause, riverberi, rumori di fondo, loop) appare controllato e misurato, staccato dal resto come in una collezione di reperti chiusi dentro una bacheca, ormai scoloriti ma ancora carichi di significato. Parole e note che a prima vista potrebbero respingere qualcuno, troppo tormentate, troppo dolorose, ma che rivelano a poco a poco una sincera e vitale intensità. In fondo, come racconta lo stesso Christie, Skin Gets Hot "sums up a period of my life, when everything broke down and broke apart. Then everything came back together with this record".

(mp3) Fraternal Twin - Boil


Fraternal Twin - Skin Gets Hot

giovedì 7 maggio 2015

Running late

Flyying Colours

Che annata clamorosa per lo shoegaze! Alla lista di ottime uscite di Fever Dream, Novella, Pinkshinyultrablast, Manhattan Love Suicides, Westkust (su cui torneremo) e altri che di sicuro ora sto dimenticando, bisogna aggiungere gli australiani Flyying Colours che stanno per pubblicare un nuovo EP intitolato ROYGBIV per la solita Club AC30 in UK e per Shelflife negli USA. La band di Melbourne fa riferimento al lato più energico del genere, prendendo ispirazione da Swervedriver e Lush, ma il nuovo singolo Running Late mi ha fatto davvero saltare sulla sedia perché, mentre i consueti strati di suoni e riverberi si sovrappongono senza mai perdersi del tutto, il fragore delle chitarre si oppone a una melodia dolente, più malinconica rispetto ai loro standard, ma probabilmente tra le cose migliori che i Flyying Colours abbiano mai scritto. Nel prossimo tour europeo vedo svariati day off: qualcuno li porti dalle nostre parti, vi prego!

(mp3) Flyying Colours - Running Late

mercoledì 6 maggio 2015

Occupied

The Radio Dept. - Occupied

Due righe di testo, una foto e ho già il batticuore. Dopo l'annuncio del ritorno dei Radio Dept., poco fa via facebook sono arrivate una data, una copertina e la tracklist di un singolo.
1. Occupied
2. It looked like heaven (but feels like hell)
3. Down down down - Liminals remix
Non ci sono per ora altre informazioni né link (la label è sempre la Labrador? arriverà anche un album?): non resta quindi che aspettare con ansia il prossimo 16 giugno, tanto ormai lo sappiamo che i Radio Dept. sono i nostri campioni preferiti nel disattendere ogni volta le nostre aspettative, e spiazzarci sempre.

Headbanging in the mirror


Un'estate in cui c'è un nuovo disco dei Ducktails sarà ancora più estate. Quello di Matt Mondanile dei Real Estate è ormai qualcosa di più di un estemporaneo progetto collaterale, dato che il prossimo St. Catherine sarà il quinto album solista sotto questa denominazione. La Domino presenta il disco come una "finely-honed collection of baroque pop songs" e informa che hanno collaborato alle registrazioni Rob Schnapf, già produttore per Elliott Smith, la cantautrice Julia Holter e il musicista sperimentale James Ferraro. Il singolo che anticipa l'album (in uscita il 24 luglio) è questa Headbanging In The Mirror, traccia morbida e piena di luce, in cui sembra davvero di sentire già tutti i pigri pomeriggi pieni di sole che stanno per arrivare.


Ducktails - Headbanging In The Mirror

martedì 5 maggio 2015

Baston in tour in Italia!

Hey Man Booking presenta: Baston in tour in Italia dal 5 al 9 maggio 2015

Il comunicato stampa presenta i Baston come un "douchebag trio" ispirato tanto al più nervoso garage rock dei Thee Oh Sees, quanto dal pop sognante dei Beach Fossils. Niente male come accoppiata. Il risultato è un suono carico di riverberi ma al tempo stesso sporco, melodico e coinvolgente. Potete farvi un'idea sul loro soundcloud (dove si segnala anche una notevole cover di Little Honda dei Beach Boys). Non fossero francesi scommetto che starebbero già da un pezzo su Burger Records.
Date le sfumature parecchio surf nella loro musica, mi sembra opportuno che domani parta proprio dalla costa adriatica il loro nuovo tour italiano: qui sotto trovate le date. Ci si vede a banco!

mercoledì 6 @ QueVida - Porto Corsini (Ravenna)
giovedì 7 @ Osteria Sotto le Mura - Montecarotto (Ancona)
venerdì 8 @ Magazzino Parallelo - Cesena
sabato 9 @ Old Barrel - Schio (VI)


Baston - Tempelhof