giovedì 25 maggio 2017

They must be bored again

LAB COAST - LAB COAST (FAUX DISCX - 2017)

Avevo letto che questo era il "primo" disco dei canadesi Lab Coast sulla label britannica Faux Discx, e nella fretta avevo creduto fosse un esordio. Già al primo ascolto ero rimasto parecchio colpito: sedici canzoni che, prese tutte assieme, possono quasi funzionare come un Bignami dell'indie rock esauriente e multiforme. Ci sono certe chitarre slabbrate Guided By Voices, ci sono certe atmosfere serene Yo La Tengo, alcune melodie belle distese Teenage Fanclub e un po' di lo-fi sporco alla Sebadoh. Proprio in fondo alla tracklist, spunta addirittura una gemma di indiepop agrodolce come Back To Your Future, che potrebbe tranquillamente stare in qualche sette pollici dei Rocketship o degli Unrest.
Insomma, questa "nuova" band di Calgary sembrava davvero averle indovinate tutte. In realtà, come ho scoperto poco dopo, il disco che stavo ascoltando è una compilation, una specie di introduzione al vasto catalogo dei Lab Coast, che risale addirittura al 2009 e che ha attraversato varie fasi. David Laing e Chris Dadge sono due infaticabili animatori della scena musicale della loro città, e il secondo ha collaborato con Chad Van Gaalen e Pre Nup, e ha pure suonato la batteria nel primo capolavoro degli Alvvays. Tra le tag del loro Bandcamp, compare anche "bedroom pop": ci può stare, per via dei contorni non troppo definiti e un po' slacker della loro scrittura, ma non commettete l'errore di sottovalutare queste canzoni e questa band.







martedì 23 maggio 2017

"A long shadow across the youths"

2017 Manchester Arena bombing

• "2017 Manchester Arena bombing" (Wiki)

Il Post: aggiornamenti live

• "Because the arena let in under-18s, it was the destination for us to see live music – going to clubs or bars didn’t come until much later. This was the place that we fell in love with pop culture, an infatuation that has never, and will never, die. The horrific attack on the Ariana Grande show at the MEN Arena, reportedly killing over 20 and injuring many more, specifically targets children, teenagers and their parents. It targets euphoria, joy and happiness, it targets every emotion you feel when, caught in the beautiful, unique mixture of delirium and freedom – that specific concoction that only youth and pop can offer – you give yourself away to harmless obsessions" (Thomas Gorton su DAZED)

• "Manchester Arena : the darkest day in pop history" (John Robb: "Love is louder than war.")

Simon Hayes Budgen su XRRF: "In the dark, you learn who you are. You learn how you are."

• "You've got the wrong city if you think hate will tear us apart." (Dave Haslam su Twitter)

• "... beyond those immediately affected, this atrocity will cast a long shadow across the youths of countless pop fans. Will something like this happen again? Perhaps not. Statistically, the possibility of an attack at one particular show is minuscule. Over time, the fear will subside, because it always does. My daughter is absolutely still going to see Adele, and she’ll have a whale of a time. But the knowledge that it could happen at all means a loss of innocence." (Dorian Linskey)

• "The best night of your life, girl version: a ticket in an envelope you've marked with glitter glue, putting on too much of the eyeshadow you bought at the drugstore that day, wearing a skirt that's shorter than your school uniform, telling your mom it's okay and you'll meet her right after the show, running toward the front hand in hand with your best friend like you don't even have a mom right now, flirting with the kid who sells you a soda, dancing experimentally, looking at the woman onstage and thinking maybe one day you'll be sexy and confident like her, realizing that right this moment you are sexy and confident like her, matching your voice to the sound, loving the sound, falling into the sound. This is truth. Young girls loving music, whatever kind of music, are truth. I believe in them and nothing can annihilate their truth." (Ann Powers su Facebook)

UPDATE:

• Laura Snapes su Vogue: "Manchester Terror Attack: Pop Teaches Girls To Be Fearless In A Hostile World"

• Christina Cauterucci su Slate: "The Bombing at a Manchester Ariana Grande Show Was an Attack on Girls and Women".

• Alex Petridis sul Guardian: "Manchester’s heartbreak: ‘I never grasped what big pop gigs were for until I saw one through my daughter’s eyes’"

giovedì 18 maggio 2017

All the indifference that I faked

The New Year - Snow

Voglio lasciarlo scritto qui, fermato mentre la primavera ha cominciato a mollare gli ormeggi e si sta ormai lasciando trascinare nella calda corrente dell'estate che arriva. Voglio lasciarlo qui, come un muto ammonimento pallido mentre intorno sono già pomeriggi a colori di sole forte, e maglietta e tormentoni rap. La monolitica copertina quadrata e grigia del nuovo disco dei New Year è un sentimento spoglio e freddo, invalicabile, ma per me vivo e trascinante. Non è triste e non è desolata. Non si può nemmeno definire "minimalista": ha fatto tutto il giro e ha raggiunto quell'austerità che scaturisce da un tempo diverso, distante, più prolungato e severo. Il tempo di chi sa bene che pronunciare la parola "slowcore" nel 2017 è come parlare lingue morte di civiltà dimenticate. I fratelli Matt e Bubba Kadane hanno continuato a creare la loro musica per più di venticinque anni, portando avanti un'idea di suono senza compromessi, in apparenza anche senza troppe urgenze, continuando a lavorare soltanto su una scrittura che, prova dopo prova, scava sempre più a fondo, e arriva a colpire con una precisione devastante.
Sono forse da considerare degli eroi per questa coerenza? No, almeno secondo certi temi che si possono leggere tra le righe di queste canzoni. Il disincanto che attraversa questo nuovo monumentale Snow è assoluto, direi irreparabile. "There's no reason to celebrate / The best things we've done won't live on / When what we were is gone" (Myths), mentre poco dopo The Beast rincara la dose: "The memories will fade / before we get repaid".
Ma questo album non è un epitaffio, non è arido né banalmente malinconico. La musica dei New Year, il suo essere in qualche modo circolare, tanto nelle progressioni poderose dei suoi crescendo quanto nelle derive quasi jazz delle canzoni più dilatate, ha da sempre un carattere di ostinazione e determinazione che mi lascia ammirato. Una quieta e irremovibile caparbietà, che li spinge avanti, da sempre:
"We either forget / Or count on a new ending / And go back again and again / For the same beating".
Le canzoni dei New Year sono enigmi rocciosi e al tempo stesso elusivi. Puoi passarci accanto di fretta e non accorgertene nemmeno. Oppure puoi sederti lì, accogliere il loro schivo saluto e riascoltare tutto dal principio. Chitarre senza tempo.
Una scrittura che scava sempre più a fondo, dicevo. Anche se Snow mi pare lo faccia cercando, più di ogni disco precedente, di smussare certe asprezze dei passati New Year. Il frequente uso del piano elettrico, gli interventi discreti di un organo a volte solenne, a volte deferente, rendono il paesaggio meno rigido. Le melodie hanno accenti delicati, a tratti diresti che rivelano un'autentica serenità. Le canzoni si concedono forme quanto mai aperte, con lunghe divagazioni strumentali che ti sollevano e ti lasciano sospeso, a fluttuare in un incanto, proprio come un lento fiocco di neve, che non ha bisogno di cielo e terra.
"When it snows / God only knows / Why it feels dead and alive".





mercoledì 10 maggio 2017

A message from the aching sky

Cindy Lee - Malenkost

C'è un momento, durante il primo ascolto di Malenkost, l'album di Cindy Lee appena ristampato da Maple Death, in cui hai l'impressione di essere entrato nel disco "dalla parte sbagliata". Ti chiedi se c'è qualcosa che non va. La puntina sta girando alla velocità giusta, il vinile procede come sempre dal cerchio più esterno a quello interno, e le casse funzionano a dovere: eppure, è come se avessi attraversato lo specchio di Alice. La musica è tutta sottosopra, e non sembra essere questione di bassa fedeltà. Si procede da momenti di noise cupo e claustrofobico a spettrali ballate che fanno pensare come sarebbe Twin Peaks con la colonna sonora di Deerhunter, da enigmatiche tracce fatte di ossessive reiterazioni a un dolente rock'n'roll da Velvet Underground dell'oltretomba.
Un po' come succede nel suo sconcertante programma radiofonico (prendetevi un'oretta per lasciarvi portare alla deriva), Cindy Lee sembra avere un'idea della musica come un'esperienza che non deve mai essere troppo rassicurante. Il comunicato che presenta il disco cita gli Swell Maps, e davvero qui siamo a quegli stessi livelli di capacità di maneggiare un suono che si presenta in apparenza lacerato e senza forma, ma che riesce a comunicare tutta la sua sofferenza, il suo bisogno di riscatto e, in certi inattesi e sorprendenti passaggi, un abbandono puro e sfrenato.
Cindy Lee è la creatura di Patrick Flegel, già voce e chitarra dei Women, band canadese che abbiamo avuto la fortuna di vedere anche dalle nostre parti qualche anno fa, e per la quale è davvero il caso di spendere il logoro aggettivo "seminale". Dopo la tragica scomparsa di Chris Reimer, parte della band ha dato vita ai post-punk Viet-Cong e ai Preoccupations, mentre Flegel si è dedicato a progetti ancora più sperimentali, come Androgynous Mind e Fels-Naptha, e come Cindy Lee ha già inciso tre album.
Questa sera Cindy Lee arriva in concerto a Bologna, all'AtelierSì in Via San Vitale 69 (in apertura Blak Sagaan). Ci si vede a banco!


Cindy Lee - A Message From The Aching Sky



lunedì 8 maggio 2017

Fiori cresciuti in mezzo ai sampietrini

Carl Brave e Franco126 - Polaroid

«È passata una vita e non mi passa»: l’incontenibile voglia di raccontare una vita intera che ti prendeva quando ancora non avevi l’età per permetterti di parlare di “una vita”. Eppure, era quello il momento in cui si decideva. La vita, il quartiere, gli amici veri e persi, gli amori creduti, i mille bicchieri, le risate, tutte le serate identiche a morire di noia, i baci, i guai, le feste, e il film nella tua testa, i dialoghi, le scene. Tutto così fatto di frammenti, che però si tenevano assieme, e lo sentivi. Era il presente, suonava forte, passava e non passava, ti stava addosso e tu, che nemmeno te ne accorgevi, gli tenevi testa. Ti sembrava di essere «ancora pell’aria», ma eri già tu.
Carl Brave x Franco126 hanno intitolato il loro disco Polaroid (all’inizio non era nemmeno un disco: è stato prima una playlist su YouTube - a proposito del raccontare, con assoluta naturalezza, qualcosa del presente), una raccolta di istantanee che forse, a guardare meglio, sono soltanto fotogrammi di una stessa pellicola che si srotola. Da qui, una scrittura che procede felice e sovrabbondante per elenchi ed enumerazioni, qualcosa che riesce davvero bene al duo romano, e in mezzo a cui ognuno può scegliere il verso da ricopiare per riconoscersi. Tra fumo e birre, si mescola di tutto: frasi che sembrano tagliate e incollate dai nostri Whatsapp, fulminanti cronache quotidiane in una riga, «papiri di cazzate con le emoticon», piccola prosa crepuscolare, e anche quella decadenza spicciola a cui teniamo tanto in quella stagione acerba, ma stemperata da un sentimentalismo senza filtri né mediocre ironia. «So per certo cosa dire ma non te l’ho detto mai / e mi esce solo un "Come stai?"». Slanci e scazzi, illusioni e rimpianti, crederci fino in fondo e al tempo stesso avere già ben chiaro che «tanto finisce tutto prima o poi».
A fare da cornice costante, inesorabile e indispensabile, la città di Roma. Quella dei baretti di sempre, ma con i «grattacieli che si rubano il cielo»; quella del vecchio mercato delle sette, ma con le Enjoy che sfrecciano; quella della Fontana di Trevi, a cui rubare ancora oggi i desideri, ma pure quella dello “zozzone” dove finire la nottata. Una Roma con i gabbiani che planano sulla spazzatura e Villa Pamphili «verde che pare l'Amazzonia». Una Roma vista nei like sotto alle foto e nelle corse in motorino per tutti i vicoli e i viali. Una Roma che trasforma i barcollanti protagonisti delle storie che l’attraversano in «fiori cresciuti in mezzo ai sampietrini», onnipresenti nelle canzoni di Carl Brave e Franco126, tanto da ispirare la bella copertina firmata da Valerio Bulla. Come uno Urban Dictionary “de Trastevere”, Polaroid dispiega le proprie strade e il proprio slang in un solo gesto, e la sua eleganza sta nel suo essere forse non perfetto ma, proprio come un’istantanea, vivido e immediato.
Passa quasi in secondo piano mettersi a catalogare questo disco come hip-hop oppure no, trap ma non abbastanza, pontificare sulla qualità del flow di queste rime irregolari, che non parlano mai di sé stesse. Non è difficile immaginare che, se fosse uscito qualche anno prima, sarebbe stato un disco suonato e cantato in maniera molto più “italiana” e convenzionale. Queste canzoni, con certi ritornelli già pronti per diventare tormentoni, potrebbero reggere un trattamento cantautoriale classico. Ma Polaroid è un disco del 2017 a tutti gli effetti, e quindi ecco che ci sono le voci roche di sigaretta ingoiate dall’auto-tune, i ritmi scarni mai troppo veloci, dalla cadenza di nenia, e pochi bassi ma efficaci a riempire. L’ingrediente in più che Carl Brave e Franco126 hanno saputo aggiungere è una misurata combinazione del sintetico con elementi più caldi, soprattutto chitarre acustiche a reggere le melodie, ma anche sassofoni o violoncelli. Non a caso, nelle interviste i due possono citare tanto Neffa quanto Paolo Conte, passando per il contemporaneo Calcutta e – va da sé – pure per Califano (anche se, a mio parere, l’influenza principale su questo suono resta la stupenda Faustona di DJ Gruff). È un album che scavalca abbastanza sciolto la questione dei generi e delle pose, e anche per questo motivo mi piace pensare che sia o possa diventare un’autentica polaroid del suo tempo.

[grazie a Rockit]

(mp3) Carl Brave x Franco126 - Pellaria

mercoledì 3 maggio 2017

Indie rock is here to die

Indie music makes Wesley Gonzalez sick, so he’s made his debut solo album without guitars

He says he’s always just wanted to make pop music, "but people don’t use that word… and then people start calling it indie-pop, which I FUCKING hate. Indie pop is my least favourite genre. I can’t stand it." [...] He says it’s funny working in a record shop and seeing the clientele for rock music in general – “it’s so unappealing; so oppressively white male that it doesn’t really speak to me that much anymore.” [...] “And living with indie boys,” he vents, “you put on a dub reggae record and they’re like, ‘eerrrrrr, I don’t know if I like this.’ And you can tell that a lot of the time there’s a very slight racism there as well, of, I don’t like black music. So I don’t hate indie music, but it’s the core values that it represents in my mind that I don’t like.”
Tutto quello che hanno fatto i Let's Wrestle l'ho amato. Da quando, ormai dieci anni fa, apparvero all'improvviso proclamando "this is the death of an indiepop fan", fino alla gloriosa serata in cui conclusero il loro concerto d'addio con un'improbabile rissa. Se ci ripenso, è successo senza nessun vero motivo. Un po' per partito preso, Wesley Gonzalez è sempre stato uno che "dice qualcosa a me e alla mia vita", anche se probabilmente lui sarebbe dell'idea che abbiamo poco in comune. Questa sua monumentale intervista su Loud And Quiet di qualche giorno fa, in cui si racconta l'inizio della sua seconda carriera (a 26 anni) e il suo prossimo esordio solista con Excellent Musician su Moshi Moshi, mi ha colpito duro. Non tanto per le confessioni sulla droga o per la sua rabbia adolescenziale: sono state le sue parole sulla scena musicale a cui dovrebbe appartenere e in cui non si riconosce. Lo so che ha ragione, come so che certi toni fanno parte del suo "personaggio", ma al tempo stesso, sento che qui ci manca sempre di più la terra sotto i piedi.
Quante volte, negli ultimi anni, abbiamo letto pezzi intorno al canovaccio "indie rock is dead"? Quante volte ci siamo sentiti ripetere che non è più l'epoca di Our Band Could Be Your Life? Come ha scritto Derek Robertson su Drowned In Sound, "this is indie rock's very own Groundhog Day". Sembra appena ieri che ci costringevano a metabolizzare la morte della stessa parola "indie", lo smarrimento del suo significato politico, la riduzione a genere musicale come estremo rinnegamento di quei valori, la nostalgia dei Novanta come ultima svendita eccetera eccetera... E ora non solo ci dicono che il genere sta scomparendo, via via meno rilevante dal punto di vista discografico (la cosiddetta "post-DIY era"), ma sta diventando pure qualcosa a cui contrapporsi? Qualcosa, addirittura, di sbagliato? Ascoltare i Pavement è il nuovo votare Democrazia Cristiana, ed eravamo troppo distratti dalle ristampe in vinile colorato dei Record Store Day per accorgercene? L'indie rock è diventato roba trita per borghesi discutibili.
Giusto ieri,  Tracey Thorn ha rincarato la dose con un articolo dal programmatico titolo "The unbearable whiteness of Britpop" dove contesta la tradizionale lettura dei Novanta britannici, bianca e conservatrice, spingendosi a criticare anche una figura carismatica e rispettata come quella di Jarvis Cocker:
For some reason in the mid-Nineties a form of nostalgia began to hold sway, and we let it. In 2017, with the arguments about grime at the Brit Awards, I realise that we’re still having the same conversations about how to reflect and respect successful underground scenes, and we’re not much further on. Maybe the rot set in when we let the news lead with an item about two rock bands releasing singles on the same day and pretended that it was a groundbreaking story.
Ok Tracey, mi rendo conto che anche i dischi che ascoltiamo, i libri o i siti che leggiamo, i film che andiamo o non andiamo a vedere, le piattaforme digitali a cui ci abboniamo, tutto questo rappresenta, per usare un'espressione banale, una "scelta politica". Per il semplice motivo che esiste ed è all'opera una politica culturale, in maniera più o meno consapevole e collettiva. Per quanto ci crediamo raffinati intenditori, arguti critici, al sicuro nella nostra rigogliosa nicchia, siamo tutti anche il risultato (o forse solo la schiuma dell'onda) di uno Zeitgeist che ci ha prodotti.
Mi sento bloccato: da una parte, il nostro gusto, quello che si è formato e ci ha formati per una vita, non è mai apparso come oggi tanto anacronistico e superato; e dall'altra, la nostra stessa sensibilità per tutto ciò che si chiamava alternative ci spinge ora a riconoscerne i limiti, anche ideologici.
La sintesi più crudele e impietosa di questo stallo l'ha messa nero su bianco un mesetto fa Michael Hann, nell'editoriale con cui si congedava da music editor del Guardian:
Rock music is in its jazz phase. And I don’t mean it’s having a Kamasi Washington/Thundercat moment of extreme hipness. I mean it’s like Ryan Gosling’s version of jazz in La La Land: something fetishised by an older audience, but which has ceded its place at the centre of the pop-cultural conversation to other forms of music, ones less tied to a sense of history. Ones, dare I say it, more forward looking.
Siamo lontani dalle cose che succedono. "Forward looking", mi accorgo, non è sempre la prima cosa che chiedo alla musica che ascolto, e da cui, nonostante tutto, cerco ancora piacere. È sempre stato così? È un mio (o nostro) problema di anzianità di servizio? Nella nostra "range life" la musica è diventata una collezione di vanitose playlist, e non ci aiuta più a crescere? O sono invece le band e i dischi ad avere perso originalità, spinta propulsiva, attitudine (come si diceva una volta)? Oppure sono i critici e i giornalisti musicali a essere incapaci di leggere quello che succede, impigriti dall'appiattimento e dall'accelerazione del discorso intorno alla musica?
Oggi sembra più intelligente (vorrei dire opportuno, in tutte le sue sfumature) porre al centro dell'attenzione figure che si muovono su altri suoni e altri linguaggi, come una Beyoncé o un Kendrick Lamar, giusto per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Il giro di soldi, il clickbait, la capacità di incidere sul presente sono incommensurabili. Invece, etichette come "guitar pop" o "post rock", per esempio, suonano oggi come il bacio della morte nella bio di una nuova band (che nove volte su dieci sarà composta da ragazzi bianchi). Poi mi torna in mente una domanda alla fine del bel pezzo di Steven Hyden, "For The Last Time: Rock Is Not Dead, You’re Just Not Paying Attention":
Iggy Pop was never a pop star. If music history solely reflected the marketplace, Iggy Pop would’ve been forgotten long ago. It was up to critics to remind future generations that this guy mattered.
During Gimme Danger, I found myself wondering: How would music critics in 2017 regard a band like the Stooges? Would they appreciate the unrelenting power of the band’s 1970 LP Fun House, or would they denigrate the Stooges because they were never as popular as Cat Stevens? Is it possible that the poor commercial performance of Fun House — surely one of the greatest rock albums ever made — would be used as evidence that rock was dead?
D'accordo, l'estetica indie rock ha ormai i capelli grigi come noi, e forse è vero: alcune contraddizioni latenti che ne erano alla base sono venute al pettine del tempo. Ma con gli anni si matura anche un certo disincanto per certi roboanti proclami, fossero pure quelli della morte dell'indie rock. Si legge meglio tra le righe la nostalgia dei vent'anni di una nuova generazione (benvenuti!), l'invidia per i "kids coming up from behind" che ora sono diventati gli altri. Ci si scopre anche abbastanza tranquilli ad aspettare "la puntualità delle mode musicali" e il prossimo giro di giostra.
Non aspettiamoci una nuova Seattle, e nemmeno i nuovi Strokes, come se nel frattempo non fosse successo nulla. I semi gettati in tutti questi anni sono qui, in mezzo a noi, e forse qualcuno è stato troppo impegnato a raccontarsi la fine dell'indie rock per prestare ascolto.
“Rock is changing, and some people can’t see how it is moving forward because they are waiting for a new Fugazi to show up,” he said, referring to the D.C. post-hardcore band famed for its principled, do-it-yourself ethos. “It’s not gonna happen.”
A parlare, dalle pagine del New Yorker, è Andrew Savage dei Parquet Courts, proprio una delle band che negli ultimi anni ha meglio spinto in avanti i confini della musica "fatta con le chitarre". Il bell'articolo di Hua Hsu, pur partendo da una passione personale, e non trascurando il cambiamento di paradigma nell'ethos indie rock, riesce a mantenersi lontano da nostalgie e rimpianti. In fondo, si tratta di riuscire ancora a raccontare qualcosa, a farti sentire qualcosa. Penso a parecchi dischi "weird" che miè capitato di ascoltare di recente, ma anche a nomi che in queste ultime stagioni sono riusciti a imporre la propria voce e le proprie regole: Mitski, Courtney Barnett, Vagabon, Sheer Mag, Allison Crutchfield, Girlpool... E sì: sto citando soltanto ragazze di proposito. Anche l'indiepop ha fatto la sua piccola parte, con l'ironia post-binary degli Spook School, l'irruenza dei Martha o la poesia dei Radiator Hospital. Immagino che qui ognuno potrebbe aggiungere i propri preferiti (a me, tanto per dire, dispiacerebbe lasciare fuori Car Seat Headrest).
Qualcuna di queste band l'avete vista passare nei vostri "New Music Friday" preferiti. Nessuna di queste band guadagnerà in tutta la carriera quanto gli one percenters delle Top10 intascheranno quest'anno. Nessuno di questi nomi salverà da solo l'indie rock, darà vita a un nuovo genere, e forse nemmeno passerà alla Storia. Ma la Storia non è finita. "The core values", caro Wesley, passano come tutto il resto: non perdiamo la mia ingenua fiducia, né la tua generosa rabbia, né la voglia di ascoltare ancora qualcosa di nuovo (per me è la cosa più difficile).





giovedì 27 aprile 2017

One life and then you’re done

Dag - Benefits of Solitude

All'inizio dell'ultimo show 2017, c'è una battuta di Louis C.K. che comincia con queste parole: "Life is okay. I like life. I like it. I don't need it. I'd be fine without it". Ecco, a volte la vita ti fa sentire proprio così: come se potessi tranquillamente fare a meno di lei. Tu e la vita siete pari. È un margine sottile come una lama: il momento di equilibrio in cui puoi dirti completamente in pace con il mondo, ma basta un niente e tutto può crollare. Un niente, proprio.
Mi sembra che ci sia parecchio "niente" dentro Benefits Of Solituide, il bellissimo disco di debutto dei Dag pubblicato da Bedroom Suck. Non intendo "niente" nel senso che questo è un disco nichilista. Piuttosto, c'è molto di quel niente che incontra uno che attraversa i suoi giorni e realizza di colpo che curiosa coincidenza è ritrovarsi sulla faccia della terra e, al tempo stesso, ha molto a cuore quello che ci fa vivere ogni minuto. Lo sguardo dentro queste canzoni è quello di chi è abituato a guardare lontano, in fondo alle lunghe distanze dell'Autralia. Le distanze che ti portano a misurare le parole. Immagini facilmente uno scenario rurale non molto allegro e florido, un orizzonte deserto. C'è la solitudine e c'è il silenzio, e c'è anche quel sorriso di chi ha bisogno di compagnia, ma ha imparato a non aspettarsi troppo dagli altri. 
A volte sembra proprio che tu e la vita siate pari, e i Dag sanno far nascere da quella sensazione di confidente abbandono alcune delle loro canzoni migliori: Guards Down, Exercise o la title track piaceranno a chi già ama Twerps, Totally Mild o The Goon Sax. Qui e là interviene la voce di Heidi Cutlack ad addolcire le melodie roche di Dusty Anastassiou, a volte è un violino o addirittura un sassofono. Altre volte, invece, credi di essere tranquillo e rilassato, e invece è soltanto il fronte di bassa pressione del tedio e della tristezza che avanza lento e si prepara a copriree l'intero cielo. I Dag possono all'improvviso diventare una band slowcore, come in Company, JB o nella conclusiva Endless, Aching Dance. Quell'oscurità che riescono a tirare fuori dalla loro stessa (apparente) leggerezza, è quello che rende questo disco un viaggio - per forza di cose solitario - molto affascinante. 





venerdì 21 aprile 2017

Feels like it's clearing up, something is starting

Shout Out Louds - Oh Oh

"Don't say that it's over, 'cause nothing ever is": e se lo dice la voce roca di Adam Olenius io ci credo fortissimo. È una raggiante mattina di primavera, gli Shout Out Louds hanno appena annunciato il loro ritorno e io non potrei essere più felice. "The feeling is so strong, so pure". Nuovo singolo, nuovo video (diretto come sempre dal bassista Ted Malmros), nuove date live da qui all'autunno e il quinto album in arrivo dopo l'estate! Oh Oh racchiude esattamente questa euforia: "feels like it's clearing up, something is starting". E a quattro anni dall'ultima fatica, Optica, la band svedese infatti ha voglia di ripartire e rimettersi in gioco. Come racconta Adam in un'intervista su Line Of Best Fit, "we focused more on output and energy. The theme for Oh Oh is basically about that. About holding on to a feeling. Holding on to your dreams". Per gli Shout Out Louds, qui non abbiamo mai smesso di farlo. Quel loro suono, capace di tenere assieme malinconia ed esultanza, voglia di ballare e di abbandonarsi agli abbracci, è ancora intatto e splendente. Something is starting!





giovedì 20 aprile 2017

"A fossilization of the spring in your step"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]


► «I don't know if everyone's playing internal chess with themselves at all times," she muses when I bring up the song, "trying to win one more day of feeling that life has possibility to it, or... it might just be me. I've struggled a lot with just a general tone of darkness since I was a teenager. It gets boring. It gets exhausting»: bella intervista a Feist su Noisey per parlare del nuovo album Pleasure, in arrivo la prossima settimana.



► "My mother, the punk rocker Poly Styrene": wow, non lo sapevo, faranno un film sulla frontwoman X-Ray Spex!

► Volevate l'internet delle cose? Eccovi le cuffie che spiano quello che state ascoltando (e lo vanno pure a raccontare in giro): dal Washington Post, "Bose headphones have been spying on customers, lawsuit claims".

► Ok, lo ammetto, questa è troppo facile: "New Order and The Smiths songs reimagined as Stephen King book covers".

► «Shoegaze never became part of the big music industry. So maybe it was ripe for rediscovery, in the same way that when those Nuggets collections and Pebbles compilations—the old garage rock and psych—were reissued in the ’80s, they became really influential. You’d never heard your parents playing those records—they were never mainstream music. But they were brilliant bands that got a second bite after they were re-released. Maybe the internet had a real good impact on shoegaze because it’s given kids now a chance to check it out»: "Slowdive on Their First Album in 22 Years and Why Shoegaze Came Back".




► Verso il Record Store Day (1) - «I honestly think things have gotten worse»: Catching Up With 'Fvck Record Store Day' Manifesto Author Joe Steinhardt.

► "The Zombies' Odessey and Oracle: An Oral History of the '60s Rock Masterpiece That Rose from the Dead".

► E se volete concludere con qualcosa di completamente diverso (ma molto bello), "Aldous Huxley on the Transcendent Power of Music and Why It Sings to Our Souls": «Music “says” things about the world, but in specifically musical terms. Any attempt to reproduce these musical statements “in our own words” is necessarily doomed to failure».

martedì 18 aprile 2017

"You Are No Good": a playlist for The Notwist live in Bologna (2017/04/08)

 You Are No Good: a playlist for The Notwist live in Bologna (2017/04/08)

Un paio di weekend fa ho avuto l'onore di mettere un po' di dischi prima e dopo il concerto dei Notwist al Locomotiv Club di Bologna. La data era sold out, la sala era già quasi piena alle nove e io ero abbastanza teso. Immagino il pubblico della band tedesca piuttosto esigente, ma al tempo stesso so che un set di warm-up deve essere "di servizio" e funzionale. Nota bene: non sono un dj.
Alla fine, tra brindisi e vecchi amici rivisti dopo tanto tempo, vuoi per il mood presobene della serata, vuoi per la schietta felicità di poter dare il mio modestissimo contributo, mi sono divertito come non mi capitava da un pezzo dietro a un mixer. Ho cominciato a segnare sul telefono le canzoni che stavo mettendo, ed è venuta fuori più o meno questa improvvisata playlist. Non è perfetta né equilibrata, non è ricercata o colta, lo so, ma alla fine credo abbia fatto il suo dovere, e mi piace postarla qui, come una piccola istantanea di una bella festa.



  • Bedhead - Crushing
  • Contriva - Connected
  • L'Altra - In The Afternoon
  • Be Forest - Totem 2
  • Chris Cohen - Optimist High
  • Giardini di Mirò - Broken By
  • Boards Of Canada - Smokes Quantity
  • The Radio Dept. - Bus
  • Halfalib - Liebe Fénix II, Instant
  • His Clancyness - Dreams Building Dreams
  • Real Estate - Green Aisles
  • Baseball Gregg - On The Screen
  • DIIV - Dopamine
  • Komeit - Three Hours
  • Slowdive - When The Sun Hits
  • Yuppie Flu - The Blue Experiment

venerdì 14 aprile 2017

Bee Bee Sea live @ polaroid!

BEE BEE SEA LIVE @ POLAROID - UN BLOG ALLA RADIO

Arriva il fine settimana, è tempo di alzare il volume delle chitarre. Questa sera arrivano a Bologna i Bee Bee Sea, agguerrita band garage rock dalla provincia mantovana che aprirà il concerto dei Parrots al Covo. I Bee Bee Sea hanno diviso palchi con nomi del calibro di Black Lips, Thee Oh Sees e King Khan And The Shrines, hanno già all'attivo un album e un EP (che contiene pure una bella e inaspettata cover di Jacques Dutronc), e di sicuro sanno come farvi ballare.
Lunedì scorso, grazie a Hello Dirty Fanzine, i Bee Bee Sea sono venuti a trovarci negli studi di Radio Città del Capo, per due chiacchiere e un paio di canzoni live unplugged a "polaroid - un blog alla radio". Tra l'altro, i pezzi sono due inediti che anticipano un album in arrivo per l'autunno. Era la prima volta che i regaz suonavano in acustico, e a mio parere dovrebbero ripetere l'esperimento più spesso.
Qui trovate il podcast integrale della puntata e qui sotto le due tracce che ci hanno regalato dal vivo.
Ma intanto questa sera non perdetevi il party Boys & Girls: ci si vede a banco!

(mp3) Bee Bee Sea - I Shouted (live @ polaroid)
(mp3) Bee Bee Sea - I Shouted - reprise (live @ polaroid)

giovedì 13 aprile 2017

We didn’t care if this was the last one

Hater 'You Tried' (PNKSLM) - Malmö

Non leggo più tanti libri come una volta. Ci penso spesso e ci sto un po' male. Le storie si perdono, svaniscono, e un po' anche noi. Cerco di convincermi di avere già tutto quello che mi serve, di portare ogni cosa dentro qualche specie di valigia mentale che dovrei avere preparato e messo da parte in tutti questi anni. Ma la verità è che mi sento come se fossi sempre su questo treno e non ricordassi più quando sono partito e dove devo arrivare. Il viaggio fila dritto, comodo, alta velocità e aria condizionata. Ma è come non avere niente con me. Ho dimenticato qualcosa a terra, molte stazioni fa? Dov'è il mio biglietto?
Mi accorgo di continuare a cercare questo distacco, questa mancanza dentro le canzoni. Amo quei dischi che sembrano suonare allegri, sorridenti e piacevoli, addirittura primaverili, ma che trascinano nel cuore una malinconia splendente, un addio che si prolunga e non si placa. Io sono lì, sul treno, ma sento ancora tutta la scia dei miei "me" prolungarsi e risalire fino al momento in cui ci siamo lasciati sul binario, ed è finita.
You Tried, l'album di debutto degli Hater pubblicato da PNKSLM, dura appena ventisei minuti, ma mi sono bastati due secondi, due istanti lacerati e preziosi per innamorarmi ed essere certo che questo sarebbe stato un disco che mi avrebbe fatto male.
Carpet subito in apertura, un verso nudo e semplice come "oh baby, I can't fix it, you know I can't", proprio quando la canzone si interrompe: gli Hater non inseguono l'enfasi del dramma nella loro musica, sanno che non occorre. Ne abbiamo già abbastanza di dramma. Parlano in maniera semplice ma netta: ogni elemento deve stare dove sta. Fanno quel guitar pop limpido che a tutti ha fatto venire in mente gli Alvvays, ma che si potrebbe anche far risalire fino ai Dolly Mixture senza troppi problemi.
Nel singolo Had It All, il momento in cui la voce roca di Caroline Landahl all'improvviso si leva a un tono intransigente, e la batteria si inceppa, come se insistesse sull'unico punto che non può essere oltrepassato: "don't go back to me 'cause you had it all, and you lost it all". Fino alla strofa precedente sembrava accomodarsi tutto, la canzone era una spiegazione, aveva il tono di qualcosa che cerca di riaggiustarsi a poco a poco. Ma non puoi credere di sistemare davvero tutto, fino in fondo, e far tornare indietro quel treno. Il modo in cui la canzone si svuota e si spegne, quell'ultimo tentativo del basso, come una domanda patetica lasciata a metà, è da lacrime.
A volte non puoi far altro che abbandonarti a un crepuscolo (la tenerezza della conclusiva title track), a volte ti agiti e non riesci a controllarti (l'aspra e incalzante Stay Gold), a volte ostenti una sensualità quasi spavalda (Cry Later). Ma quello che non lascia mai il tuo cuore è quello che continui a cercare senza sosta.






lunedì 10 aprile 2017

We pretend I can be the one that you've been dreaming

Tennis - Yours Conditionally

Basta il primo pomeriggio ai Giardini in maglietta, basta il primo aperitivo in terrazza, basta un'inattesa lentezza al tramonto per non accontentarsi più: la nuova primavera appena cominciata non è più sufficiente, vogliamo già il mare, vogliamo già sentire il vento e la distanza sulla pelle. Può fare al caso nostro il nuovo album dei Tennis, che infatti cantano "Follow me into sweet fields of blue" (in una ballata attillata e ammiccante che sembra uscita da Emmerdale).
Coppia nella vita e nell'arte, come si dice sempre in questi casi, Alaina Moore e Patrick Riley hanno deciso di ripetere per questo quarto lavoro Yours Conditionally il trucco del loro esordio Cape Dory del 2011. Eccoli dunque raccontare ancora una volta come hanno solcato i mari con la loro barca e hanno trovato l'ispirazione per scrivere canzoni. Eccoli dunque ancora una volta alle prese con quel loro suono un po' Anni Sessanta con la drum machine, un po' Settanta sdolcinati ma consapevoli, come si conviene oggi. Possono raccontare l'amore più vulnerabile e romantico, quanto il disincanto di una donna contemporanea (My Emotions are Blinding, sul ruolo della femmina-oggetto nel pop, oppure Ladies Don't Play Guitar, sul sessismo dell'industria musicale). Difficilmente mancano il bersaglio (qui direi soltanto Please Don't Ruin This For Me mostra un po' di stanchezza nella formula), più spesso si mostrano per quello che sono: degli adorabili innamorati, e innamorati anche di una certa idea vintage di musica, impermeabili al vostro cinismo e capaci di insinuare ovunque melodie dolci e seducenti.
In fondo i Tennis sono la "band Instagram" ideale: prendono il momento più ordinario, o se vuoi un pop che potrebbe sembrare quanto mai datato, e lo trasformano in un delizioso quadretto dai colori saturi e dai riflessi sfumati. Tutto sta nell'equilibrio tra il soggetto e il filtro giusto, e nello scoprire che (fuga in barca a parte) anche tu stai cercando la stessa cosa: "happiness leaves me yearning / tell me that you feel it too".




Tennis - In The Morning I’ll Be Better


Tennis - Ladies Don't Play Guitar

domenica 9 aprile 2017

It was always you

MAJOR LEAGUES

"polaroid – un blog alla radio" – S16E24

Major Leagues – It Was Always You
Wurld Series – Rip KF
Punctuation Club – Art School Confidential
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per "Troppa Braga"]
The Boy Least Likely To – Follow Your Heart Somewhere
The Jasmine Minks – Ten Thousand Tears
Real Estate – Serve The Song
Tennis – My Emotions Are Blinding
Colombre – Pulviscolo
The Nowtist – Pick Up The Phone (live)

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giovedì 6 aprile 2017

"RAW 'n' LOUD": intervista ai Jackson Pollock!

THE JACKSON POLLOCK

Questa sera al Mikasa arriva il noise lacerante degli Spectres. In apertura alla band britannica suoneranno i nostri Jackson Pollock, una delle nuove band più interessanti che mi sia capitato di vedere da tempo qui a Bologna. Impetuoso duo chitarra e batteria, riescono a coniugare furia e divertimento, irruente tumulto e scanzonata catarsi. Si esce da un loro concerto frastornati, sorridendo come se non si sapesse bene dove ci si trova ma in fondo non importasse molto. Non a caso, il loro motto è "RAW 'n' LOUD".
Emily e Reginald, dalla loro base nell'hinterland bolognese, hanno appena registrato Bootleg, raccolta a bassa fedeltà di cinque tracce che tentano di catturare un'istantanea di quello che sono i Jackson Pollock oggi. Tra l'altro contiene anche una nuova versione di The Yeah Song, la canzone che avevano regalato alla compilation natalizia di polaroid dell'anno scorso. Per il resto non si trovano ancora molte tracce di loro in rete, e così ho voluto rivolgergli direttamente qualche domanda per conoscerli meglio, anche se la cosa migliore credo rimanga andare a vederli dal vivo. E soprattutto stare vicini, molto vicini, al palco.

Cominciamo proprio dalle presentazioni, visto che ancora non si sa molto di voi: da dove venite e come vi è venuta l’idea di mettere in piedi la band? Cosa si può rivelare intorno ai vostri personaggi?
Ah, l'annosa questione della bio! Niente di magico, veniamo dallo stesso paesino di provincia e ci siamo trasferiti a Bologna. Suonavamo insieme anche prima, ma il passato è tipo cancellato. Suonando a caso in casa abbiamo scritto un po' di roba e la band è venuta fuori per astrazione.

La prima impressione che ho avuto ascoltandovi (anzi: quando mi sono fatto travolgere dall’uragano della vostra musica a uno dei vostri concerti), è che ci sia una grande parte di jam e improvvisazione: è davvero così? Come scrivete concretamente i pezzi e come riuscite nell'impresa di assemblarli e farli stare assieme?
In realtà improvvisiamo poco, più che altro lo facciamo in privato perché a me piace molto improvvisare mentre Davide si vergogna. I pezzi escono naturalmente, si incastrano da soli a volte, cerchiamo di non domandarcelo e lasciare nella nostra musica una parte inconsapevole.

Ci sono dei riferimenti musicali che tenete sempre presente per la vostra musica? Uno potrebbe immaginare che i vostri ascolti comprendano tanto il rock, quanto noise o jazz. Insomma, cosa vi piace (compreso quello che non finisce direttamente nei Jackson Pollock)?
Il gruppo preferito di Davide in assoluto sono i Sonic Youth (pre Sonic Nurse), io ascolto sempre la stessa musica, canzoni singole più che album (ho lo skip facile, il replay infinito e il volume per me è o acceso o spento!). La musica nuova voglio scoprirla per caso.
Yes noise - no jazz! Una cosa che ci ha influenzato sicuramente è stato un concerto dei No Age visto al Covo: ci ha fatto capire che già in due potevamo essere una band, tipo l'acqua calda!

Quando Emily canta e pesta la batteria si resta immediatamente colpiti dalla sua energia, ma in effetti di cosa parlano le canzoni? Di chi sono i testi, e che cosa vi piace raccontare?
I testi li incastriamo insieme, a posteriori, con un metodo segreto che dovremmo brevettare. Non ci interessa comunicare a parole, ma quello che esce comunque ci riflette, anche se in un modo più criptico. Facciamo fatica anche con i titoli delle canzoni: chi ha visto la nostra scaletta lo sa!

È possibile catturare l'energia dei vostri live dentro una semplice registrazione? In che modo cambia il vostro approccio in studio?
Il feeling live è proprio quello che tentiamo di raggiungere nelle nostre registrazioni casalinghe. Abbiamo anche provato a registrarci con tecniche più canoniche, ma siamo subito tornati al lo-fi, "al nostro amato Tascam", per catturare l'aura (ovvero poter riascoltare i pezzi e ritrovarcisi e non sentirli distanti). Nel processo qualcosa lo abbiamo imparato, forse!



The Jackson Pollock - Chuck Norris


The Jackson Pollock - The Yeah Song