martedì 3 maggio 2016

I'm so glad, whatever it takes

Parading - Butterfly b​/​w All in Good Time 7''

Data la mia totale infatuazione per certi suoni che arrivano negli ultimi anni dall'Australia, non è una sorpresa che non riesca a smettere di ascoltare questo nuovo sette pollici dei Parading, band di Melbourne che raccoglie nella propria formazione membri di Pageants (altro vecchio amore), Melbourne Cans (come sopra), Witch Hats e White Woods. Un suono shoegaze grondante e generoso che riesce a essere al tempo stesso epico e indolente. C'è una tonalità slacker, infatti, nella musica dei Parading che fa pensare a cosa sarebbe successo se Malkmus e soci si fossero messi in testa di suonare roba alla Slowdive. Questo singolo segna l'ingresso dei Parading nella scuderia della Lost & Lonesome del nostro caro Mark Monnone, e anticipa un album in arrivo entro l'anno. Mi faccio un appunto in agenda.



lunedì 2 maggio 2016

Do you remember the once eternal spring?

Teen Body - Get Home Safe

"Fun, young, and sad": questa è la descrizione breve che i Teen Body si sono dati sulla loro pagina facebook. Aggiungete il fatto che sintetizzano il loro suono come "crystalpunk", e avrete un'idea di come questo quartetto di Brooklyn si immagina. Tutto sommato, non c'è quasi bisogno di aggiungere altro. Io avrò sempre un debole per queste chitarre sognanti alla Beach Fossils, queste voci indolenti e queste melodie che sembrano galleggiare nell'aria per poi svanire in una nebbia.
Due tracce anticipano l'album di debutto Get Home Safe, in uscita a giugno, e sono una meglio dell'altra:






venerdì 29 aprile 2016

"C'è gente che ci scrive e noi non rispondiamo" (cit.) - Aprile 2016

Sporadica rubrica fatta con le vostre email e i miei sensi di colpa


FLOWERS OR RAZORWIRE - SUMMERISE

Basterebbe scorrere la lista dei titoli delle canzoni: Malibu Dream, Coconuts, Champagne Riviera... I Flowers Or Razorwire, quintetto proveniente da Trani, hanno intenzione di portarci già tutti in vacanza. Non a caso il loro nuovo album (co-prodotto con il Fabio Nirta) si intitola Summerise, e viaggia spedito tra beat morbidi e melodie assolate. Il primo riferimento che viene in mente è quello dei Phoenix, ma i Flowers Or Razorwire virano verso un funk elettronico colorato di synth sognanti (li vedrei bene in una serata assieme ai Welcome Back Sailors). Nota bene, Summerise è in free download!





Credo si possa dire senza timore di essere smentiti che sono pochi in Italia a confezionare dischi così belli e prodotti con tanta dedizione (sia a livello di grafica sia di cura dei dettagli - il tipo di carta o la costruzione del booklet...) come gli A Minor Place. Dopo un cofanetto di 45 giri che assomigliava più al regalo di qualcuno innamorato di te che a un'uscita discografica, arriva questo album in vinile trasparente, The Youth Spring Anthology, raccolta di dodici racconti, ognuno con la propria copertina e il proprio "personaggio". Un oggetto fantastico da avere per le mani, un lavoro che lascia incantati per l'enorme passione che emana da ogni particolare. Dal punto di vista musicale, gli A Minor Place suonano un indiepop molto nitido, classico (Belle and Sebastian, Go-Betweens, Wedding Present mi sembra siano tra le influenze principali di questa scrittura), con qualche tocco di arrangiamenti elettronici, mai invadenti. Paradossalmente, rispetto alla collezione Staying Home, forse qui si avverte un po' meno omogeneità, un paio di passaggi nella scaletta mi convincono meno (Funk, legnosa nonostante il titolo, o l'elusiva Nazi Twins), ma sono dettagli, gusto personale: nel suo complesso si tratta di un'opera che trabocca amore e che, cosa ancora più importante, lo trasmette in maniera forte e chiara.





Sky of Birds - Blank Love

Blank Love è il primo e vero album per gli Sky of Birds, dopo l'EP di due anni fa Rivers Flow Free, Lakes Just Agree. Indie rock sanguigno, con alcune aperture a cadenze ipnotiche e atmosfere più psichedeliche, e dalle radici saldamente piantate nella migliore tradizione americana (prendiamo i Wilco come punto di riferimento un po' generico, ma che rende abbastanza bene l'idea). Suoni di chitarre carichi di pathos ma al tempo stesso sempre molto calibrati, e una voce che sa raccontare bene sia su registri più malinconici (Every Vampire) sia su quelli rabbiosi (Deceivers). Garantisce Mia Cameretta Records.




Nobody Cried For Dinosaurs

Nuovo EP per i milanesi Nobody Cried For Dinosaurs, allegri portabandiera di un indiepop sintetico e sbarazzino, saltellante e molto estivo. Come la colonna sonora di un vecchio videogioco da bar (vedi l'azzeccato artwork) rifatta dai Vampire Weekend, le quattro tracce di Ten Billion Years Later scorrono via fin troppo in fretta, fresche fresche e dissetanti. Ritmi sempre sostenuti e melodie a presa rapida. Non si chieda, per una volta, altro che puro divertimento: quello, dai Nobody Cried For Dinosaurs, possiamo sempre aspettarcelo.



So davvero poco di cantautrici italiane, tanto meno giovani. Dove sono? Che posti frequentano? Come parlano e quali riferimenti hanno? Quando mi sono ritrovato davanti a Una settimana difficile, l'EP di debutto di Chiara Monaldi, ero abbastanza scettico, è più forte di me: sono sempre molto più critico nei confronti di chi canta in italiano. Chiara Monaldi è una ragazza "cresciuta tra i lotti popolari della Garbatella", che racconta le sue storie della metà dei vent'anni, tra le schegge di poesia che solo a quell'età si posso intercettare, "luci e ombre dell'innocenza", e la doverosa mancanza di modestia, che solo a quell'età ci si può permettere. Come la cover di Lived In Bars di Cat Power, che è francamente irraggiungibile, qui restituita in un sussurro, un biglietto d'amore pieno di sottintesi, e messa giù così non solo gliela concedi, ma ti immagini anche di capire benissimo perché lo sta facendo (se volete su DLSO c'è un bel "Disco raccontato"). In altri momenti non mi coinvolge troppo l'eccessiva accuratezza di un certo cantato, una certa compostezza dei modi. Ma trovo comunque molto interessante la capacità di Chiara Monaldi di catturare e rendere in pochi tratti un momento di passaggio e un punto di vista femminile: "e vado alle serate con scarsa sobrietà / e intavolo discorsi su questa nuova età / e fingo sia interessante / avere accanto un regista e un cantante / e vado alle serate e reggo fino a che / non mi chiudo in macchina a urlare / e mi è sembrata un'altra vita / e mi è sembrato come se / questa libertà non fa per me".


giovedì 28 aprile 2016

Tonight I got an extra life!

SODA FOUNTAIN RAG - EXTRA LIFE

Ormai saranno dieci anni che conosco Soda Fountain Rag e mi sembra incredibile sia la prima volta che suona a Bologna. Ma questa sera finalmente la cantautrice norvegese arriva da ZOO, in Strada Maggiore 50/A, per presentare l'ultimo album Extra Life, e sarà una festa super twee.
Queste dieci nuove canzoni sono state registrate insieme ad Alessandro Paderno e Fabio Benni dei nostri Le Man Avec Les Lunettes, che la accompagnano anche dal vivo nel tour appena cominciato. Dieci piccole istantanee della vita di Raghnild "from the highest high to the lowest low", per non farsi mancare nulla.
Prima e dopo il concerto, e in mezzo a molti brindisi, ci sarò anche io a mettere un po' di dischi. Ci si vede a banco!

martedì 26 aprile 2016

I'll be singing when I'm 90

free cake for every creature

“polaroid – un blog alla radio” – S15E23

Mercury Girls - Ariana
Petite Leauge - Annie
The City Yelps - We Like The Hours
Motorama - Holy Day
jj mazz - Asshole
GIUNGLA - Sand
Twin Peaks - Holding Roses
Vacations - Melting
Free Cake For Every Creature - First Summer In The City
Deerful - Moon Maps
Baseball Gregg - Pneumatic Girl

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domenica 24 aprile 2016

An Easy Night With...


Dopo la magnifica serata di un paio di domeniche fa, è giunta l'ora di un nuovo appuntamento con la rassegna "An Easy Night With" che nel quartier generale della Malvagio Inc. in Via de' Pepoli, proprio dietro Piazza Santo Stefano, ospita una serie di concerti organizzati in collaborazione con la Indipendead della infaticabile Isabella Corigliano.
Stasera è la volta di ThreeLakes e Al The Coordinator, e tra le cena e gli aperitivi ci sarò anche io a mettere un po' di dischi.
Si parte alle 18.30 con la presentazione di Join The Coordinator, debutto discografico del progetto musicale di Aldo D'orrico che potete trovare anche in streaming su Rockit. Sonorità calde tra il folk e il country, e un gran gusto per il racconto.
A seguire, la presentazione di Folk The Casbah, il nuovo disco dal vivo di ThreeLakes che a tre anni dall'esordio War Tales torna sulle sue produzioni passate. La dimensione live è forse quella più congeniale alla musica (e alla poesia) di Luca Righi, e la cornice raccolta (per quanto sempre molto "malvagia") di questa sera lo confermerà una volta di più.
Qui tutte le info per partecipare.

Stories we tell ourselves about ourselves

Supermoon - Playland

La cotta twee di questa domenica mattina sono le Supermoon, quartetto di fanciulle proveniente da Vancouver. Band nata dalle ceneri di altre due formazioni, Movieland e Pups (nelle quali militava anche Rose Melberg), le Supermoon fanno un jangle-pop super dolce alla Tiger Trap, con qualche sfumatura più surf che di sicuro tornerà utile la prossima estate. Stanno per pubblicare un nuovo EP in doppio 45 giri su Mint Records intitolato Playland, e a conferma dello spirito lieve della loro musica (anche quando parlano di "people self-destructing in relationships"), la copertina ipercolorata trabocca di palloncini rosa. Le due canzoni che lo anticipano, Witching Hour e Bottleships, sono a dir poco deliziose:





venerdì 22 aprile 2016

Quando il Piave passa per Bologna

Krano – R.I.P. Requiescat In Plavem (Maple Death Records)

Ci sono dischi che sono come mappe. Ogni canzone ti mostra una strada: ascoltarla è come imboccare un sentiero, imparare a conoscere un territorio che prima era inesplorato. Requiescat In Plavem di Krano è uno di quei dischi.
Da fuori e da lontano uno potrebbe pensare al Veneto di oggi come a quello di certe fotografie su Padania Classics. Capannoni, ipermercati e zone industriali, cittadine operose e cieche, statali indifferenti che tagliano una pianura esausta. Krano, vuole la leggenda, si è lasciato alle spalle tutto questo e si è ritirato sulle colline del Valdobbiadene, nome che già da solo evoca brindisi e profumi, e ha registrato un album intero con il solo aiuto di un Tascam 388. La cosa importante è che Krano aveva una missione: "dare indietro qualcosa alla terra in cui è nato". Non credo siano molti i dischi che nascono animati da un simile e nobile proposito.
La musica di Krano risale le rive del fiume Piave (nome questo che, invece, richiama storie di sangue e guerra), e si inoltra per boschi e "valli ubriache di Prosecco". Il fatto davvero straordinario di Requiescat In Plavem è che il linguaggio utilizzato per questa traversata sia in prevalenza quello del country, e soprattutto che la cosa appaia del tutto naturale. Così come sentire il dialetto veneto sopra cadenze folk e dolenti, a volte sensuali (Mi e ti), a volte più acide (Schei), a volte scanzonate (Tosca). Ma come dicevo, Krano disegna una mappa tutta sua. E anche se possiamo ricordare di averlo già visto in azione con i suoi vecchi Vermillion Sands o con i Movie Star Junkies e i Vernon Sèlavy, band che hanno portato il nostro rock'n'roll in giro per il mondo, qui si va per regioni nuove, per stagioni diverse. Amo la semplicità con cui queste canzoni riescono a riferirsi a un tempo mitico, assoluto: "l'era là, l'era istà": non occorre altro. Questo Plavem è carico di memorie (amori, tradimenti, fratelli di bevute), ma è anche un luogo che sembra fantastico e sconosciuto, sovrapposto a ogni cartolina che potremmo immaginarci da qui. La voce di Krano, ebbra, sfuggente eppure appassionata, la sua chitarra malconcia e la sua armonica sono la guida per passare tra questi due piani, per attraversare il fiume e andare a trovare la bellezza: mappa e tesoro al tempo stesso.

Questa sera Krano viene a presentare R.I.P. a Bologna, alla seconda Maple Death Night, insieme a Bad Meds, Holiday INN e J.H. Guraj. Ci si vede a banco!





Ben Seretan - "Purple Rain" (Prince cover - ZOO, Bologna 2016/04/21)


Ci siamo trovati sotto i portici, lì davanti a ZOO, e tutti chiedevano ma è vero che è morto Prince? Il concerto di Ben Seretan stava per cominciare, volevo salutare un paio di amici e prendere una birra, e invece ci siamo tutti fermati a parlare dell'ennesimo grande musicista che ci aveva lasciato in questi mesi. Ognuno sentiva il bisogno di raccontare il proprio disco preferito o la prima volta che l'aveva sentito, e qualcuno l'aveva anche visto dal vivo. E mi rendevo conto che ognuno tirava fuori così tante cose e tutte diverse, che ti veniva da pensare che Prince (in questo un po' simile a Bowie) non fosse stato (non è) soltanto "un artista", un cartellino con il nome sullo scaffale, ma una specie di intera storia della musica che si svolgeva da qualche altra parte, in qualche coloratissimo universo parallelo, mentre noi, da questa parte della realtà, eravamo fortunati ad avere notizia di tutte le band e i movimenti più importanti attraverso dischi e concerti - che per comodità ci arrivavano sotto un unico nome. Qualcuno come me, si sarà imbattuto in un'improbabile e incomprensibile replica di Purple Rain su Telesanterno da bambino, o avrà avuto una cassetta di quella colonna sonora che dubito fosse originale (comprata al mare o in autogrill). Poi passano gli anni, qualcuno ti fa ascoltare le cose giuste e più o meno metti assieme i tuoi pezzi. Ti azzardi addirittura a disquisire di musica black, lì sotto i portici, come se ne sapessi davvero qualcosa. Ma in realtà l'unica cosa che conta sono i brividi che regolarmente arrivano appena senti la prima nota di basso di Sign O' The Times, o il modo in cui ti muove ancora il groove di Sexy MF, o il ricordo di quella volta che le parole "It's been seven hours and fifteen days / Since you took your love away" ti hanno fatto venire gli occhi lucidi
Si stava facendo tardi, siamo entrati, Ben Seretan stava imbracciando la chitarra. Anche lui era emozionato e prima delle sue canzoni ha iniziato il set con una cover di Purple Rain. Non poteva esserci regalo più bello, non poteva esserci modo migliore per dare un senso a tutto quel momento.

Grazie a Claudia Toscano per il video.

giovedì 21 aprile 2016

But you came and took my blues away

Ben Seretan live @ ZOO questa sera!

Ben Seretan @ ZOO / Bologna

Questa è la foto di una serata molto speciale dell'estate scorsa: Ben Seretan in concerto nel cortile estivo di ZOO. Noi seduti sull'erba non potevamo fare altro che goderci il tramonto che scendeva a portarci un po' di fresco, mentre la musica magica del cantautore americano restava sospesa tra quegli alberi e quelle vecchie mura. Riuscivi soltanto a pensare che doveva esistere qualche modo per fermare il tempo. Il suo album è stato per me uno dei più belli e importanti dello scorso anno, e ogni tanto mi capita di riascoltarlo: non ha mai smesso di incantarmi.
Ora Ben Seretan sta per tornare con un nuovo disco, Bowl Of Plums, in uscita a giugno su Love Boat e Whatever's Clever. Ad anticiparlo, questa You Took My Blues Away, che racchiude uno dei suoi ormai proverbiali crescendo.
Spero davvero che la suoni nel suo concerto di questa sera da ZOO, nella classica sede di Strada Maggiore. L'appuntamento è a orario aperitivo, verso le 19. Ci si vede a banco!


Ben Seretan - You Took My Blues Away

A melody abandoned in the key of New York


Il titolo di questo post non c'entra niente, è solo che mi piaceva quel verso di Captive Of The Sun. Trovo che sia un'immagine suggestiva, anche se non credo serva a spiegare la musica dei Parquet Courts. O almeno, non più di quanto la spieghino gli abituali riferimenti a Velvet Underground, Wire, Television o Talking Heads nelle recensioni. «Living in New York doesn't mean the same thing as when Lou Reed was living in New York, or when a lot of my favorite hardcore bands from the ’80s were around in New York. It's a totally different world. You have to reflect your own time and you have to address the world that you are actually living in», diceva Andrew Savage a Fader, qualche settimana fa.
Il succo per me è tutto lì: "il mondo nel quale vivi oggi". Credo sia proprio questo che, disco dopo disco, continua ad affascinarmi dei Parquet Courts: la maniera acuta e piena di stile con cui si sono appropriati di un linguaggio ereditato e noto (un post-punk teso e mutante, capace di trasformarsi tanto in folk quanto in schietto rock'n'roll, a seconda delle occasioni), e lo adoperano per raccontare il lato più nevrotico della vita contemporanea, l'irragionevole tentativo di tradurre in rigore la confusione. Quella racchiusa nelle canzoni dei Parquet Courts mi sembra la descrizione della battaglia, tutta intellettuale e votata alla sconfitta, di un uomo che cerca di riprendere quello che resta di un bandolo della matassa. La cosa peggiore è che continua a farlo nonostante sia del tutto consapevole della propria condizione. "My mind's worn out / Without a doubt" (I Was Just Here).
Soltanto i Parquet Courts potevano aprire un album con una canzone dedicata all'ossessione per la polvere: "dust is everywhere: sweep!". Oppure il restare connessi a ogni costo visto come una fatica di Sisifo: "Cellphone service is not that expensive / bt that takes commitment and you just don’t have it" (Berlin Got Blurry).
La determinazione dei Parquet Courts di rendere lo spaesamento a ogni livello è totale, implacabile: "Outside? I'll check It out: it's just a mirror / “Look back now!”: an empty page" (One Man, No City). Non sembra esserci conforto nemmeno nell'amore: "I know I loved you / Did I even deserve it when you returned it?", come canta sarcastica la title track.
La familiarità con la depressione è una condizione ormai accettata: "It never leaves me, just visits less often / It isn't gone and I won't feel its grip soften, without a coffin", eppure non direi che è il passivo disincanto l'ultimo orizzonte nella poetica dei Parquet Courts. Io continuo a sentire in questa musica una grande combattività, il suono di una band che non si piega ma che nemmeno ne fa una questione di particolare eroismo: "Hard words to sing but I laughed cause they were true" (Outside). Insomma, per usare una parola forse un po' bizzarra in una recensione, oltre che piuttosto logora, una appassionata umanità

(mp3) Parquet Courts - Berlin Got Blurry

martedì 19 aprile 2016

Première: jj mazz - "Honey"

JJ Mazz

Nella doppia esposizione immagini diverse si sovrappongono dentro la stessa fotografia. Quasi come ricordi, fantasmi che galleggiano abbracciati nello stesso istante e si imprimono nello stesso spazio. Non riesco a togliermi dalla testa che questo abbia a che fare in qualche modo con la musica di jj mazz, il nome nuovo di una nostra vecchia conoscenza: Luca Mazzieri.
Prima nei Marla, poi negli A Classic Education, infine con i Wolther Goes Stranger, Luca continua a portare in giro il suo animo rock'n'roll. Cambiano luci e costumi, tatuaggi e maschere, ma alla fine il suo profilo lo riconosci sempre. E tutte queste fotografie, con le loro ombre doppie, raccontano la sua nuova sfida, jj mazz, in cui per la prima volta, invece, fa tutto da solo.
C'è un album in arrivo ("sette canzoni d'amore per colli rotti"), intitolato sfacciatamente MoFo, in uscita in formato cassetta per La Barberia Records. Il disco è frutto di "intense sessioni di vino rosso e honey slide" tra i monti dell'Appennino ("ho una finestra che dà sul bosco"), e vede Luca accompagnato soltanto da una languida Fender Mustang del 1976, un vecchio Juno 6, una drum-machine dentro un iPad e una quantità di pedali ed effetti. I suoni di chitarra si mescolano a quelli sintetici tra echi e riverberi. L'effetto che raggiunge è a volte sognante, a volte puramente cinematografico, ma al tempo stesso niente affatto lieve. L'intenzione è dichiarata: "punk nell'attitudine come il Johnny Jewel solista (a cui jj mazz rende omaggio nel nome)", ma capace di cogliere anche la poetica più sottile e tormentata di un Vincent Gallo.
Oggi ho il piacere di presentare qui in anteprima Honey, canzone che in parte è anche un tributo a It's So Nice To Get Stoned di Ted Lucas, "che gli Okkervil River facevano ogni tanto dal vivo quando eravamo in tour". Quattro minuti che sembrano incarnare alla perfezione "tutto jj mazz", salvo poi, ancora una volta, risolversi nelle contrapposizioni (ogni strofa fa perno sopra un "but"), rendere trasparente l'immagine in primo piano e rivelare il contorno di un'altra figura, tra accordi sospesi e melodie malinconiche che si sciolgono dentro i sequencer.
It's all so chemical / but I don't give a fuck.


jj mazz - Honey


jj mazz - MoFo:
 - Horse
- Heaven
- Ask
- Gallo (pt 1)
- Asshole
- Honey
- Pane

Data di uscita: 2016/05/16 - preorder su La Barberia Records
41 cassette + download card
Artwork: Shayde Sartin (Fresh && Onlys, Sonny & The Sunsets)
Layout: Makkinoso
Masterizzato su registratore a bobina 1/4 di pollici da Nico Pasquini (Stromboli / His Clancyness)

Sometimes I can't be paraphrased

QLOWSKI

“polaroid – un blog alla radio” – S15E22

Frankie Cosmos – Embody
The Parrots – Let’s Do It Again
Parquet Courts – Paraphrased
Qlowski – Marble
Krano – Amighi
Ben Seretan – You Took My Blues Away
Sequoyah Tiger – Hey Paul Anka
Major Leagues – Better Off
ShitKid – Oh Please Be A Cocky Cool Kid
I Cani – Calabi-Yau

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lunedì 18 aprile 2016

You only say you love me when you’re lonely

PETITE LEAGUE

Quello per i Petite League era stato un clamoroso caso di amore a prima vista: indie rock adolescenziale, sincero, buttato fuori tutto d'un fiato. Finalmente il duo (che ora a quanto pare si divide tra Syracuse, nello stato di New York, e Bruxelles) sta per tornare con un nuovo album, intitolato No Hitter e in uscita il prossimo 23 maggio. Ad anticiparlo questa scatenata Annie (in free download), dedicata a una fanciulla con la quale non è proprio facile avere a che fare: "you’re my nightmare on Elm Street / Annie, you could have killed me in my sleep".

domenica 17 aprile 2016

Holy day

Motorama - Holy Day

"Hello holy day / Bye-bye damned night": perfetto per la domenica mattina e i vostri hangover, arriva il nuovo singolo dei Motorama. In uscita il prossimo 27 maggio, sempre sulla fidata Talitres, conferma i Motorama campioni di un post-punk severo e solenne ma al tempo stesso capace di grandi passioni.
L'amore di polaroid per la band di Rostov-On-Don è di lunga data, e già dopo un paio di ascolti so che anche questa nuova traccia, dalle atmosfere più elettroniche, in qualche modo più rarefatte e luminose rispetto al passato, finirà fissa in playlist. "The moon is passing away / She looks at me and she smiles".

giovedì 14 aprile 2016

Première: ascolta l'esordio dei Qlowski in streaming!

QLOWSKI - EP - STREAMING

La prima cosa che mi ha colpito nella musica dei Qlowski è stata il suo carattere ostinato. C'è una tensione risoluta e asciutta che tiene legati in maniera indissolubile i pochi, misurati e spigolosi elementi che la compongono e spinge il suono in avanti, con caparbietà. Chitarre scarne, synth stridenti, una propulsione ritmica sempre impaziente, voci che cercano ogni volta l'angolatura più scomoda per raccontarti la loro inquietudine. La capacità dei Qlowski sta proprio nel mescolare influenze scure e tetre (il comunicato di presentazione cita Cure, Killing Joke e P.I.L.: non manca nulla) con un'apertura al pop più irregolare di casa Flying Nun. E tutto questo pur avendo pubblicato solo qualche demo e avendo fatto una manciata di concerti.
Ora la band romagnola con base a Bologna arriva finalmente all'EP di debutto (cassetta a tiratura limitata + download). Le cinque tracce sono state registrate allo Strange City Studio da Nico Pasquini (Stromboli, His Clancyness) e Jonathan Clancy (His Clancyness), masterizzate a Liverpool da Robert Whiteley (Bad Meds, Mugstar, Clinic), mentre Giulia Mazza ha curato artwork e fotografia.
Dopo avere avuto il piacere di ospitare i Qlowski in radio per uno dei loro primissimi live, quasi un anno fa, oggi sono super felice di presentare qui in anteprima lo streaming integrale dell'EP, con le note curate dalla stessa band:

1) Her

«"She was trapped in her head / Wandering as a stranger to herself". Questa canzone parla di schizofrenia. Forse ci è venuta fuori un po' inquietante, ma le vogliamo tantissimo bene. Quando l'abbiamo scritta erano giorni un po' di crisi, ed è uscito questo testo abbastanza cupo e teso, con un finale esasperato.»


2) Marble

«"Hand in hand / they’re going to the end". Marble nasce dalla lettura di una poesia di Robert Forst, Home Burial, e dall'analisi che ne fa Borges in un saggio. La poesia parla di questa coppia di sposi che ha perso il figlio, e in particolare della moglie che passa le giornate davanti alla finestra a guardare il cimitero e la tomba del figlio. Ma c'è un'immagine in particolare che ci ha colpito, e un'invenzione linguistica che abbiamo rubato: "She's starting down the stairs". Forst qui riesce a sospendere il momento in cui lei sta per compiere il primo passo per scendere le scale e poi scappare di casa. Ovviamente abbiamo riadattato tutto a una situazione che fosse più nostra. La canzone parla del rischio che una coppia può correre, soprattutto agli inizi, di chiudersi dentro sé stessa, di dimenticare il mondo, finendo con lo svilire il rapporto, fino ad arrivare a temere addirittura le proprie orme (altra citazione, in questo caso di Sinjavskij).»


3) Days

«"Scanning the horizon / catching your shadow walking away". Questa canzone racconta in maniera abbastanza esplicita di un fratello che vive lontano, ma parla anche della distanza in generale, di qualcuno di caro che se ne va, anche se solo per un breve periodo.»


4) Blue

«"Impose your hands on me / Can you fix my self in?". Possiamo dire che si tratta di una canzone d'amore e un po' anche di supplica. Enough said.»


5) Nothing

«"I’m driving to nothing / Turn your eyes on me". Questa canzone si può intendere come una preghiera, quasi un esame di coscienza. Però può essere letta anche in maniera laica, come fosse riferita a una persona e non a un dio.»

I Qlowski presenteranno il loro EP di esordio domenica 17 aprile al Freakout Club di Bologna insieme a Frown e Sugar Pigs.

mercoledì 13 aprile 2016

Mercury Girls


Devo dire che i Mercury Girls hanno dato prova di sapere sfruttare al meglio i social network. Tra passaparola, post sponsorizzati e profili suggeriti, erano mesi che me li vedevo segnalare su qualunque piattaforma, e ormai mi sembrava di conoscerli ancora prima di aver sentito una sola nota. Il rischio, in questi casi, è di prendere un po' in antipatia preventiva certe band troppo "loquaci". Ma ora, dopo una raccolta di demo e pezzi live, è arrivato il singolo di debutto (niente meno che su Slumberland) e ogni dubbio è dissolto.
Del resto, il curriculum dei componenti della formazione di Philadelphia è di quelli che non passano inosservati nella nostra piccola scena indiepop: il chitarrista Kevin Attics milita nei Literature, la cantante Sarah Schimineck nei Pet Milk, Kevin O'Halloran proviene dai Little Big League. In pratica, ritroviamo qui mezzo NYC Popfest.
Il suono di Ariana, la canzone con cui si presentano, è scintillante al tempo stesso furibondo, tra Pains Of Being Pure At Heart e Golden Grrrls, mentre la melodia ha quella progressione epica da shoegaze (il comunicato di presentazione cita a ragione anche gli svedesi Makthaverskan) semplicemente irresistibile.
Insomma, a parte le consuetudini dell'hype, un nuovo nome interessante da accogliere sorridendo nel nostro giovane cuore twee.


Mercury Girls - Ariana

martedì 12 aprile 2016

All the grace and lightness

FRANKIE COSMOS

Grazie Frankie Cosmos per aver fatto uscire il tuo nuovo disco in primavera, così la primavera potrà sbocciare e risplendere, azzurra e incontenibile, risaputa eppure, come ogni volta, nuova. Rigogliosa e luminosa, non ancora lussureggiante ma già irresistibilmente in fiore e indiepop.
Grazie Frankie Cosmos, perché i tuoi 22 anni sembrano fin troppi rispetto a quelli che mi sento io mentre ascolto Next Thing. La primavera del "when you’re young, you’re too young / When you’re old, you’re too old" (What If). La primavera del risveglio e della consapevolezza: "the world is pretty big / it's cool we fit on it / it makes me wanna grow / so I can go see more" (Embody). La primavera delle domande e della debolezza: "I don’t know what I’m cut out for / if there’s anything I have lived for” (Tour Good). La primavera che è ancora tutta da scrivere: “I haven't finished this song yet / will you help me fix it?" (Outside With the Cuties). La primavera dei mille premurosi momenti, tutti identicamente irripetibili e stupiti, in cui ci accorgiamo che "I’m shivering just thinking / where have you been / all these minutes" (Sappho). La primavera che ti fa trattenere il fiato: "why would I kiss ya / if I could kiss ya?". La primavera, infine e per sempre, con tutte le "grace and lightness" trionfali, incarnate, di vita che trabocca di vita e di canzoni che mai, rigorosamente mai sono superano i due minuti e mezzo.
Questo non è twee, o forse se lo è (impossibile non sentire Julian Nation dentro On The Lips, impossibile non sorridere per le citazioni di Eskimeaux, Porches e Florist) arriva da qualche posto diverso e se ne va per un'altra strada. Siamo dopo quella Storia, oltre i rituali "si avvertono reminiscenze di".
Oh Frankie, non importa più quanti anni hai, chi sono i tuoi genitori e quali riviste parlano di te. Lasciamo perdere anche gli uomini che pretendono di spiegarti ogni cosa ("I guess I just make myself the victim / just like you said"), lasciamo perdere "chi pretende di importi schemi e categorie". Sono soltanto così contento, così genuinamente e ingenuamente contento che tu abbia scritto queste canzoni, e che queste canzoni siano qui, ora, e avrei voluto che oggi pomeriggio fossi qui anche tu. "Sono canzoni scritte per la me stessa dei 16 anni": quale migliore primavera si potrebbe raccontare? Soltanto quella, che ritorna in questa. "I look at you everyday / You change, I change, hooray".







lunedì 11 aprile 2016

Kitten Forever!

KITTEN FOREVER - 7 HEARTS

Non stiamo parlando di gattini. Decisamente no. Stiamo parlando di schiaffi in faccia e scossa elettrica. Ci sono mattine in cui non hai bisogno di altro che un po' di punk vecchia scuola, perché ogni piccolo passo sembra un ostacolo insormontabile, e soprattutto perché non vedi motivi per andare da nessuna parte.
Liz Elton, Laura Larson e Corrie Harrigan sono tre veterane della scena di Minneapolis. Si chiamano Kitten Forever da una vita e negli anni hanno aperto per band come Babes In Toyland, Jack Off Jill e Men. Nonostante il nome possa trarre in inganno, il loro suono è pura detonazione punk. Queste fierissime riot-grrrl ("we’ve always identified as feminists and we are a feminist band": più chiaro di così!) si alternano tra basso, batteria e microfono. Sì, non hanno le chitarre, ma se ascoltate le loro canzoni sentirete che non ce n'è alcun bisogno. Stanno per pubblicare il loro nuovo album 7 Hearts sulla Atlas Chair, label co-fondata da JD Samson (Le Tigre). Comprimono quindici rabbiosissime canzoni in trenta scatenati minuti, e vi passeranno addosso come un rullo compressore se non vi alzate in fretta e cominciate a darvi una mossa. Proprio quello di cui hai bisogno certe mattine!



Kitten Forever - Brainstorm


Kitten Forever - Cannon