sabato 15 novembre 2014

OAK live @ polaroid!


Verso la fine dell'estate, il buon Scaglia (già My Awesome Mixtape e mille altre storie) mi aveva passato dei demo di alcuni règaz bolognesi, Matteo Fortuni e Gregorio Salce. Pop acustico da cameretta, con una bella scrittura e un notevole orecchio per le melodie. Li avevo ascoltati con parecchia curiosità, ma con i miei soliti ritardi ci avevo messo una vita a rispondergli. Quando sono tornato sul pezzo, erano diventati una vera e propria band, gli OAK, con l'aggiunta di Ilaria Ciampolini e Fabio Casacci, e le prime cose caricate su soundcloud mostravano progressi notevoli, inserendo anche spunti più elettronici. Con grande piacere, lunedì scorso li ho avuti finalmente ospiti in radio per una "polaroid session" tra birrette e abbracci. Qui trovate il podcast completo con la nostra chiacchierata, mentre qui sotto le canzoni che ci hanno regalato dal vivo:

OAK live unplugged @ polaroid alla radio
Radio Città del Capo - 2014/11/10
Elephant And Castle
Not To Get Along
Robert John

Grazie a tutti!


giovedì 13 novembre 2014

Thirteen

Teenage Fanclub - Thirteen

Il disco del giorno da queste parti, per forza di cose, è Thirteen dei Teenage Fanclub: "polaroid - un blog alla radio" compie tredici anni, e non credo nemmeno sia una cosa che si fa più, festeggiare gli anniversari dei blog. Si festeggiano i dieci o i centomila follower, i traguardi dei like su facebook. Gli anni, perdonate il tremendo gioco di parole, sono proprio una roba del passato. Però questo compleanno me lo sono ricordato, mi è tornato in mente questo titolo e allora ho deciso di fare due cose: passare la mattina ascoltando i cari vecchi scozzesi (fanno sempre molto bene al cuore), e salutare la ricorrenza su queste pagine con un piccolo post che non interesserà a nessuno. Non ho preparato bilanci con slide e grafici, non ho profonde riflessioni su come sono cambiate le cose, o sul perché i blog siano ormai posti dove arrivi soltanto se trovi prima un link su qualche social network. Tutto questo non ha cambiato come amo la musica. Mi pare che anche la radio soffra di un problema analogo: se ho già tutte le canzoni del mondo da qualche altra parte, e se i podcast mi liberano da orari e calendari, che cos'è la diretta, almeno quella di un programma musicale? Che cosa rimane di quelle onde e frequenze che passano sopra la città? Cosa resta e cosa ha preso il posto di quelle sere steso sul letto ad ascoltare Suoni & Ultrasuoni o Radio Città 103, ad appuntarsi nomi e a registrare cassette? Il blog e la diretta del lunedì per me rimangono ancora la stessa cosa: un piccolo nastrone "dal vivo", acceso lì per farti compagnia, e una playlist personale di giorni come un racconto fatto di musica, dischi, concerti e link. Niente di eccezionale, ma l'archivio qui accanto si fa lungo, si allunga verso il basso come i trampoli di Proust, e per fortuna che i tempi cambiano, e vedo in giro un po' di "kids coming up from behind" parecchio attivi, con belle idee e migliori tagli di capelli. Dopo tutti questi anni, a me basta ancora che ci sia ancora quella voce che dice "Love to hear your song on the radio, on the radio".

(mp3) Teenage Fanclub - Radio

The party line

Belle and Sebastian – The Party Line

“polaroid – un blog alla radio” – s14e06

Failed Flowers – My Death
Sea Pink – Art Imitating Life
Twin Peaks – Making Breakfast
Tomorrows Tulips – Glued To You
Roya – A Sickness
Nothing – July The Fourth
Ought – Weather Song
Totally Mild – Take Today
Twerps – Conditional Report
Belle and Sebastian – The Party Line

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mercoledì 12 novembre 2014

Even though I lost my way, I found a friend

ANTHONY ATKINSON AND THE RUNNING MATES - Broken Folks (Lost & Lonesome Recording Co)

Benvenuto autunno, ti presento il disco che ti accompagnerà per questa stagione. Si intitola Broken Folks ed è la terza prova solista di Anthony Atkinson, accompagnato qui dai Running Mates. Atkinson era il frontman dei Mabels, storico gruppo di casa Candle, la defunta label australiana che ormai una ventina di anni fa ci regalò anche i Lucksmiths. A raccogliere parte dell'eredità di quella etichetta è stata poi la Lost & Lonesome di Mark Monnone che, per chi non lo ricordasse, dei Lucksmiths era il bassista. Il fatto che Broken Folks esca quindi per la Lost & Lonesome sembra quanto mai appropriato. Tra i credits del disco, insieme a membri dei Zebras e dei Mid-State Orange, figurano anche lo stesso Monnone e Marty Donald. Insomma, si respira proprio una bella aria di famiglia. Rispetto a tutti questi nomi, l'elegante folk pop di Atkinson ha un approccio più orchestrale, con arrangiamenti di archi e fiati, innesti di banjo e qualche chitarra slide che riescono a dare alla sua musica un tono luminoso, caldo, aggraziato anche quando tocca argomenti duri (il singolo The Lake, sul lento e penoso declino di una relazione, oppure Calm & Collected, con la sua travagliata storia famigliare). Anche i testi sono nitidi e precisi. Atkinson sceglie con cura ogni parola (non a caso l'album è accompagnato - con una certa autoironia - da un glossario), e riesce a raccontare tanto le sconfitte d'amore ("I’m on a mission to find the precise time we lost all reason"), quanto le insicurezze delle condizioni di lavoro oggi (la spietata giornata "di festa" di Labour Day), e anche gli impossibili sogni di fuga (Some Border Town). C'è molta malinconia dentro queste canzoni, ma la tristezza sembra tenuta a distanza ancora per un po'. C'è un cuore che nonostante tutto continua a pulsare, come nella clamorose It Radiates o nell'apertura di I Lost My Way, I Found A Friend, che giocano con un crescendo che mi fa tornare in mente certe cose di Magnetic Fields o Divine Comedy (oppure, volendo un riferimento più vicino, i più trascinanti Fanfarlo degli esordi). L'autunno è qui, ma quest'anno sembrerà un po' meno freddo.

(mp3) Anthony Atkinson & the Running Mates - I Lost My Way, I Found a Friend


Anthony Atkinson & the Running Mates — It Radiates

giovedì 6 novembre 2014

Stay glued to you


Non ci provo nemmeno a far finta che il mio giudizio su questo nuovo When non sia influenzato dal formidabile concerto dei Tomorrows Tulips visto un paio di settimane fa a Ravenna. Anche se il terzo album della band californiana restituisce solo in parte il mondo fatto di polvere, psichedelia, sole negli occhi e riverberi saturi che la loro musica può creare, dopo un live del genere non si può non essere team "eternally teenage" in maniera incondizionata. La situazione al Moog era ideale: la stanzetta stipata di gente entusiasta, stavamo addosso ai musicisti e agli strumenti, il suono sporchissimo e avvolgente, le diapositive acide da Factory che ricoprivano tutti e disegnavano contorni vaghi dai colori accesi. When mi sembra ora una semplice lista di belle canzoni, ma so che sopra un palco si trasformano nella distesa di una spiaggia. Tra l'altro dal vivo, i Tomorrows Tulips sono molto meno narcolettici e slacker di quanto ci si potrebbe aspettare. Il loro è un rock'n'roll che spesso ha un passo indolente, d'accordo, ma si conferma pieno di chitarre vibranti e "viziose", figlie di quelle di Lou Reed e dei Velvet Underground. Un rock spogliato di ogni pretesa di complicazione. Un rock che è pura materia prima, vedi i giri elementari di I Lay In My Bed o Plan It Peace, suonate senza ironia, con un piacere che verrebbe da dire limpido, primordiale. E live ci mettono un sacco di passione, questi surfisti prestati alla musica, per trascinarti con loro, per sedurti e avvinghiarti. Sanno accelerare e spingere, come nell'apertura di Baby che ricorda certi Teenage Fanclub, o in Papers By The TV, che si regge su un riff di tre note quasi da Beat Happening garage. Sanno anche parlarti con il cuore in mano, consapevoli del loro ruolo di outsider: "Trying hard to know my heart / with liquor and some drugs [...] Feeling down and out / is nothing to be proud or sad about" (Down Turned Self Pity - che rimanda ai TV Personalities). Ma è in momenti fiammeggianti e "lenti" come Glued To You, dove la voce è un sussurro all'orecchio che fa proposte oscene, o nella sussultante title track, dove la spirale della melodia viene sempre più sommersa dai feedback, oppure nei lunghi assoli che si concedono live, che i Tomorrow Tulips danno il meglio, con una sensualità naturale, traboccante e contagiosa.

 (mp3) Tomorrows Tulips - When

martedì 4 novembre 2014

Vinx goes to CMJ: photo gallery e birrette

Un paio di settimane fa mi aveva scritto Vinx, ovvero il fotografo e regista Roberto Vincitore, chiedendomi qualche dritta per il CMJ. Mi ero parecchio divertito a scartabellare il corposo calendario, incrociando locali e orari, e a mandargli poi una lunga serie di link e consigli. Pensavo di essere stato noiosissimo, e invece mi è tornata indietro questa bella cronaca per immagini, e oggi è un onore poter ospitare qui sul blog le sue foto (insieme all'adrenanilica mail che le accompagnava)!

A Place to Bury Strangers


Caro Polaroid Un Blog Alla Radio,
la musica al CMJ era tutta eccezionale e le performance, lasciami dire, genuine. Per quel che ne so io dello stato della musica, per me dovrebbero essere tutti passati in radio. Ti posso dire che mi sono divertito, che ho visto tutte le band contente di fare quello che fanno, che il pubblico era affettuoso e l'energia palpabile. Mi sono divertito. Anche a tornare nei camerini, scambiare due battute con i musicisti e poi fregargli un paio di birre dal frigo. A quest’ultima cosa ci tengo parecchio, checcazzo. Mi mancava da morire.
Sono stato trascinato a sentire i Literature, per fortuna. Loro sono quelli che mi sono garbati di più in assoluto: sobri, chitarroni ignoranti, si batte il piedino che è un piacere. Purtroppo ho sentito solo le ultime due canzoni. Non ne ho foto ma me la sono goduta.
Be Forest in formissima, grandi applausi. Ci siamo mangiati i calamari fritti insieme, bravi ragazzi.
Prince Rama tamarrissime, gasatissime, a piedi nudi. Premio The Bangles.
Nai Harvest è tutto una tirata, sporco e giovinastro hipster e con quel piglio strafottente che hanno quelli di Sheffield. è scappato che aveva un concerto a Boston ma una birretta l’avrei offerta volentieri a quell’asinone lì di Ben Thompson.
I Beach Day son giovani che fan roba per giovani. Lei è cospicuamente gnocca quindi le si è perdonato di esserci attorcigliata nei cavi come un cormorano.
September Girls presissime dalla parte. Una parte che un po’ anche basta per essere il 2015, ma suonata bene. Non male.
Sophie Hanlon è un’artista che non mi aspettavo inclusa al CMJ. Lontana dal roghenroa e qualsiasi ruvidità. Gran voce, splendido sorriso australiano, gran presenza on stage. Mi ha scritto ieri.
Il premio Ugola D’oro va ripartito equamente tra Flowers e Marissa Nadler. Di quest’ultima ne ho una sola foto perché mi sono talmente perso nella sua voce che mi son completamente dimenticato perché ero lì. Ho anche una certa.
PINS vincitrici di statura. Carichissime, sexy - soprattutto Lois Macdonald (@Propertyoflois) - e brave brave brave. Palco rotondo e luci della madonna, stranamente. Girls Like Us ha dentro la nuova Manchester. Il 5 Novembre suonano a Reykjavik, Iceland, facci na pensata.
Moon Duo ipnotici, fenomenali. A loro va il premio Porca Puttana Però per via delle luci. Hanno suonato completamente al buio, tutto il concerto. Figo (se non fosse il 2015 anche per loro) ma niente foto nemmeno per la stampa. Rimarrà sempre e solo nel mio cuoricino. Il premio è più per te.
A Place To Bury Strangers sono innegabilmente bravi ma non è il mio genere. Nulla da aggiungere.

Questi sono i miei due cents sulla musica, il resto è tutto nelle fotografie.
Le luci sono state un vero disastro. Solo rosse verdi e viola, soprattutto rosse. La morte della fotografia tutta.
Però c’è il sudore, la rabbia dei giovini e i pedalini.
È tutto lì. Come l’ho visto io.

Be Forest
Be Forest

I've got a strange feeling: I'm falling through a pink mist again

Rat Columns - Leaf

Col tempo ci si abitua a tutto, soprattutto alla ferocia del tempo. Si riesce a restare indifferenti agli schiaffi di certe madeleine che una volta ci avrebbero strappato lacrime, indifferenti ai fantasmi nelle vecchie case, alle nebbie dell'autunno dentro cui volevamo perderci, alle occasioni sprecate. Leaf, il nuovo album dei Rat Columns, è un disco di indie rock fatto di chitarre obsolete, non abbastanza alla moda per certi suoni contemporanei, e non abbastanza vintage per destare l'attenzione di altre nicchie. Forse è un problema dell'indie rock in generale, non saprei. Quello che so è che mi basta poco per vincere l'indifferenza e lasciarmi prendere da queste canzoni. Leaf è un disco capace di tenere assieme reminiscenze di Yo La Tengo (Pink Mist), Go-Betweens (Only Love Can Hurt You) e Clientele (Sixteen), passando per una trascinante new-wave (Another Day) e il versante più nervoso e acerbo dell'indiepop, à la Josef K / Orange Juice (Walking Back). La seconda parte della scaletta sembra in qualche modo perdere di intensità, ma io credo che funzioni anche in quel caso e mi piace, suona molto "veritiera", come un discorso importante che ti si sbriciola tra le mani mentre nello slancio cerchi le parole giuste, ma non per questo diminuisce la sua forza.
I Rat Columns sono un trio che si divide tra San Francisco e l'Australia, da dove proviene David West (già nei Total Control e nei Lace Courtain, da non confondere con i Lace Courtains, ex Harlem). Insieme alla batteria di Matt Bleyle e al basso di Jon Young, e con l'aiuto di un po' di amici (tra cui Kelley Stoltz che ha registrato l'album) ha realizzato un disco che sembra fatto apposta per cedere il passo al tempo e all'abitudine, e che invece racchiude una bellezza abbandonata che merita di essere raccolta.

(mp3) Rat Columns - Walking Back

lunedì 3 novembre 2014

You're looking better in my underwear


“polaroid – un blog alla radio” – s14e05
Grazie a La Donna di Prestigio!


Aphex Swift – We Are Never Ever Getting Girl_Boygether
The Proper Ornaments – Now I Understand
Broncho – Deena
The Growlers – Black Memories
Girlpool – Blah Blah Blah
The Ocean Party – Head Down
Leon Bridges – Better Man
Ex Hex – Waterfall

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venerdì 31 ottobre 2014

I listened to "Cool Choices" and all I've got is this lousy sense of emptiness

Se vi è capitato di ascoltare le ultime puntate di "polaroid alla radio", in onda sulle frequenze di Radio Città del Capo, vi sarete accorti che le playlist riuscivano molto più spumeggianti. Tutto merito della Donna di Prestigio, ovvero la metà senza baffi di Mondo Oltro, che è passata a dare un po' di provvidenziale supporto alla trasmissione. Oggi è un grande onore poterla ospitare anche qui, sulle pagine del blog, con una recensione della "ungoogleable" cantautrice S.


S (Jenn Ghetto) - Cool Choices

Se non ci sbrighiamo a pensare a un'alternativa andrà a finire che la critica musicale verrà sostituita da una pseudo-curatela in cui trascrivere il testo di una canzone basterà a significare "ehi, questa cosa vale il tuo tempo e i tuoi soldi" (eventualmente) e vederselo ribloggare sarà il feedback che adesso manca ai critici di professione.
Di fatto è già così, e il tempo stringe: il testo di Brunch gira su Tumblr - a ragione - da mesi prima dell'uscita di Cool Choices di S, il nuovo (quarto) disco solista di Jenn Ghetto dei fu Carissa’s Wierd. Cool Choices ha una copertina che a me personalmente ricorda Beyoncé. Va da sé che l’interno non ha nulla a che fare con quello e non c’è nemmeno un pezzo allusivo come Blow, anche se pure qui il linguaggio è forte e le immagini sfacciate. L’album è fuori per Hardly Art, che fra gli altri è la casa dei Gem Club, e non li nomino a caso: quando Jenn/S abbandona la chitarra per il pianoforte, potrebbe aver rubato idee a Christopher Barnes. Quando torna ad imbracciare quella, la sensazione è di stare ascoltando un disco perduto dei Death Cab For Cutie, finito dietro una mensola più o meno nell’intervallo tra la pubblicazione di The Photo Album e You Can Play These Songs With Chords. Nemmeno questo è un caso: per la seconda volta Jenn lavora con Chris Walla, che al momento di questo ingaggio non aveva ancora abbandonato la formazione. E anche se così fosse stato: Walla è il suono dei DCFC tanto quanto Ben Gibbard. O no?
Comunque. Fin qui l’aneddotica.

Il valore di Cool Choices è un altro paio di maniche, e pure difficili da arrotolare uguali. A sinistra, il lato del cuore, aderisco con calore all’idea del disco concept-non concept su una rottura sentimentale che non è più quella lancinante delle prime storie d’amore - è Lancinante con la L maiuscola. Lancinante. Un bel nome per un ronzino, un cane randagio che torna sempre davanti al cancellino di casa, una lavanderia con l’insegna anni Settanta (“La Lancinante”), una bici scrostata. Qualcosa che tieni anche quando potresti liberartene per un upgrade a un modello migliore e meno stropicciato. Dall’altro, mi piacerebbe "sentire" queste canzoni quando Jenn canta “You’re getting old and no one gives a shit”, e quasi succede, e sono sul punto di essere io quella che ribloggherà i suoi testi. Invece per qualche motivo mi viene voglia di ascoltare le Now, Now, o penso con abbandono ai Company of Thieves scoprendo che si sono sciolti a inizio anno (sigh). Oppure, ancora: provo impazienza per queste canzoni che quando potrebbero decollare raggiungono il minutaggio previsto e bum, finiscono mentre ci stavo prendendo gusto.

E mentre la signorina Ghetto (come suona bene!) passa a sviscerare un altro capitolo della sua frattura cardiaca scomposta mi cade l’occhio sul commento dell’utente 420Honey al video del singolone Losers, quando scrive “sorry I’m a gen X’er” per dire del proprio spaesamento che forse è anche il mio, semplicemente una questione di gap generazionale. È che davvero non sono sicura: sono io che ho perso terreno o Jenn un’occasione, accontentandosi di un disco ok quando avrebbe potuto firmare un capolavoro?

(mp3) S - Vampires
(mp3) S - Vampires (Swim Good remix)

mercoledì 29 ottobre 2014

Aphex Swift: we are never ever getting back together

David_Rees - APHEX SWIFT

Non sentivo discutere di mashup da un sacco di tempo. Pezzi più o meno riusciti, mi pare in prevalenza di area hip-hop, continuano a popolare i forum specializzati, e magari ogni tanto a qualcuno può tornare utile giocare l’innesto ironico in qualche playlist. Ma l'âge d’or 2004/2005 è ben lontana. L’indie rock non sembra più abbastanza vivo da essere in grado di trarre vantaggio da eventuali incroci alto/basso (categorie in questo momento del tutto sorpassate). E d’altra parte, il pop mainstream è già, per sua natura, onnivoro e non ha (più?) bisogno di nessun credito nei confronti di quello che una volta era un pubblico blog-snob. Il groviglio Strokes VS Christina Aguilera oggi strappa un mezzo sorriso solo agli over 35, ma c’è gente che ancora vi racconterebbe la prima volta che è stata suonata sulla pista del Covo.
Eppure, per uno di quei sempre sorprendenti eterni ritorni delle mode musicali, da sabato scorso sta facendo il giro di mezza internet un magnifico mashup tra Taylor Swift e Aphex Twin, musicista che tra l’altro proprio quest’anno, con il nuovo Syro, è tornato sulle scene dopo una pausa di una dozzina d’anni.
David Reese, l’artista che ha creato Aphex Swift (ogni mashup che si rispetti DEVE fare mostra del proprio ingegno e della propria sagacia già a partire dal nome), ha scritto che questo lavoro si regge su una tesi divisa in due parti: primo, la musica di Aphex Twin riascoltata oggi è tanto romantica quanto quella di Taylor Swift; secondo, Taylor Swift può essere spaventosa tanto quanto Aphex Twin nei suoi momenti più violenti. Non so bene perché Reese abbia sentito il bisogno di affermare questa sostanziale parità tra i due poli della propria opera. Forse voleva evitare a ogni costo di ricadere nella posa “ehi, lo sto facendo con ironia” tipica del clash alto/basso della prima era dei mashup, e passare per inattuale.
Invece a me, che ascoltavo lo streaming senza averne letto l’introduzione, non sarebbe mai venuto in mente che in quelle canzoni il musicista britannico e la star americana fossero sullo stesso piano. Innanzitutto, perché mi è sempre stato evidente che Aphex Twin, con la sua storia di isolamento e ambiguità, sa essere di un romanticismo sconfinato, sa alludere a passioni e malinconie senza dire una parola, soltanto a forza di blips, sinuose frequenze di bassi, indefiniti prodotti di sintesi sonica, reazioni chimiche prelevate da pianeti sconosciuti e inumane frammentazioni di breaks. In secondo luogo, ho finora vissuto sereno con il pregiudizio che un personaggio come Taylor Swift, dalla narrazione impeccabile e così ben congegnata (le radici country, l’etica del lavoro, la padronanza dei red carpet, la competenza nei talk-show, la-storia-d’amore-la-rottura-la-catarsi, i discorsi motivazionali per un target da Rookie Magazine, la sua algida bellezza) apparisse molto più artificiosa e sofisticata di qualunque disco IDM. So che è un pregiudizio, so che esiste una sterminata letteratura agiografica intorno al personaggio, so che è appena stata nominata ambasciatrice di New York, so che rappresenta un modello positivo per una generazione di ragazze là fuori, ma non si può sempre essere imparziali e onniscienti: la mia vita aveva fatto a meno di Taylor Swift fino a ieri.
Nonostante il simpatico incidente della traccia di “rumore bianco” finita per sbaglio prima in classifica possa costituire un “glitch in the matrix” capace di diventare l’unità di misura della contemporaneità per qualche diligente surfista dello zeitgeist (e non a caso The Atlantic ci ha costruito sopra una spassosa e a suo modo geniale finta recensione firmata Don DeLillo), il mio mondo era proprio da un’altra parte. Il mashup di Reese ha quindi avuto il merito, tra le altre cose, di farmi venire voglia di sentire, per esempio, da dove venisse la traccia vocale appoggiata su Girl/Boy, banalmente una delle canzoni della mia vita. Un paio di ascolti di We Are Never Ever Getting Back Together non mi hanno detto molto: una confezione lucente sulla quale non riesco a trovare nessun appiglio. Anche la battutina sui dischi indie, le mezze frasi parlate inserite nei punti giusti, i coretti UH-UH-UH martellanti mi sembrano più alieni di una qualsiasi traccia dei Selected Ambient Works con una sequenza casuale di consonanti come titolo (a parte l’evidente effetto collaterale che le canzoni di Taylor Swift le devi estirpare chirurgicamente dal cervello, dove si piazzano in loop e ti riducono come uno schiavo dell’ipnorospo).
Malgrado tutto quello che può dichiarare il suo autore, il mashup Aphex Swift parla in maniera diversa a chi ha vissuto la meraviglia, la rivelazione della musica di Richard D. James quando nasceva, mentre ci scopriva orizzonti sconosciuti. La contrapposizione tra i due non può essere oggettivamente alla pari. Temo che ai fan di Taylor Swift questi suoni non sembrino più così di frontiera, né racchiudano per loro la stessa poesia. Anzi, forse ai più lungimiranti sembrerà un’interessante anticipazione di quello che potrebbe anche essere una futura tappa dell’evoluzione della cantautrice. Ma il mashup era e resta un terreno di scontro: a volte tra passato e presente, a volte tra cuore e cervello. Ti chiede di scegliere da che parte stare, fosse anche solo con un mezzo sorriso.

(mp3) Aphex Swift - We Are Never Ever Getting Girl/Boygether

martedì 28 ottobre 2014

The Ocean Party @ Lit Lounge, New York, 2014/10/21

Da qualche anno a questa parte, qui a polaroid abbiamo un debole per certe nuove band australiane. Che sia il suono di chitarre cristalline oppure garage a bassa fedeltà, sembra che down under non smettano mai di reinventare l'indie rock più diretto e coinvolgente. Gli Ocean Party sono senza dubbio da tempo una band da tenere d'occhio. In attesa di mettere finalmente le mani sul loro prossimo album Soft Focus (in fondo al post una nuova anticipazione: Head Down) arriva un'altra istantanea da New York a cura di Valeria di Trees Of Dreaming (grazie!), che ha visto la band dal vivo al CMJ.

(foto rubata al CMJ)

Giusto il tempo di prendermi una birra e The Ocean Party attaccano puntuali alle venti. Siamo al Lit Lounge nell'East Village, un locale a tre piani: il seminterrato per i concerti, l'ingresso a piano terra con il bar e il biliardo, e il primo piano per i dj set. Appena comincia, però, la band australiana ha subito qualche problema di audio, è la tastiera, non riescono a collegarla bene, "this is embarassing guys". A un certo punto partono in quarta ed è Liam Halliwell la prima voce a farsi sentire con Every Decision. Tiene l'asta del microfono un po' troppo alta e canta sulle punte dei piedi, si muove parecchio, mi sorride, vacillo un secondo, come presenza sul palco è decisamente carismatica. Ma non è l'unico: tutti e sei hanno un'aria molto confidente, quasi scanzonata, da ragazzi cresciuti in mezzo ai campi. I pezzi sembrano parlare di argomenti semplici e familiari. Per esempio Sit On the Hill racconta della collina sulla quale vanno sempre a guardare da lontano la loro città, e che a quanto pare è un posto speciale per tutti. Fanno qualche pezzo dai vecchi album, ma la metà viene dal nuovo Soft Focus, che hanno lì in vinile e che non sarà "out" almeno per un'altra settimana: "so please guys if you buy it don't leak it!". Si ride e mi rendo conto che comunque ci sono al massimo una ventina di persone. Una ragazza in prima fila pare sappia tutte le canzoni, e mi chiedo se è la fidanzata di qualcuno (scopro dopo che è una sorta di groupie che il bassista deve aver conosciuto ieri). Nel complesso al concerto manca un po' d'azione ma la musica riesce comunque a trasportarti nell'atmosfera calda dalla quale proviene. Lo scantinato con il soffitto basso del Lit Lounge non aiuta, e immagino cosa deve essere ascoltarli di pomeriggio all'aperto e nella luce australiana, come si vede nei loro video. Finito il concerto esco e arrivano tutti quanti, quindi li saluto, bravi ragazzi, mi chiedono chi sono venuta a sentire (ci sono altre quattro band che suonano dopo di loro) e quando rispondo "you guys!" si illuminano in sorrisi sinceri. Non hanno fatto Quarter Life Crisis, peccato, glielo dico, mi dicono ma no!, avrei dovuto richiederla. Magari alla prossima. Chiedo come va in Australia, ci tengono a insegnarmi qualche parola in gergo (a quanto pare "donnie can" è il cesso e "ciggie" la sigaretta), mi chiedono chi altro mi piace di australiano e gli dico Bad Family, e li conoscono, ci hanno suonato e Jordan mi chiede se conosco i Twerps (certo!) e passiamo cinque minuti a parlare bene del nuovo Underlay. Liam, e Lachlan suonano anche in un'altra band e mi dicono di ascoltarli e fargli sapere che ne penso, mi fanno lo spelling, Ciggie Witch. Mi consigliano anche di recuperare i Dick Diver. Ci raggiunge un membro dei Shiloh, una band di Chicago che suona tra poco e che mi regala il loro disco: ci racconta che a Chicago al momento sono tutti su vibes garage anni 60/70, e che stanno tornando davvero di moda le droghe di quel periodo, il che contribuisce molto. Finiamo le birre e ci salutiamo. Io torno a casa perché domani si fa sul serio, al Cake Shop a partire da mezzogiorno c'è il party di Terrorbirds e due metri più in la quello del Pianos. Arrivo a Brooklyn, un po' di chinese takeaway per cena, un lungo sorriso per questa bella serata insieme agli Ocean Party.

(mp3) The Ocean Party - Head Down

lunedì 27 ottobre 2014

Club entrance


“polaroid – un blog alla radio” – s14e04

Vic Godard & Subway Sect – Happy Go Lucky Girl
Viet Cong – Continental Shelf
Tomorrows Tulips – When
Kevin Morby – The Ballad Of Arlo Jones
[Bastonate - Mi ha comprato con "Everyday Is Like Sunday"]
Morrissey - Everyday Is Like Sunday
Starfoxx – Club Entrance
Monnone Alone – Eddie
Ferro Solo – Almost Mine
Rivulets – My Favorite Drug Is Sleep

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venerdì 24 ottobre 2014

I'm a dull boy with a dead dream

 The Growlers - Chinese Fountain

Negli ultimi tempi sto ascoltando parecchio Chinese Fountain, il nuovo disco dei Growlers. E non perché sia un disco irresistibile (mi pare si possa essere tutti d'accordo sul fatto che non è certo la loro prova migliore, o almeno non a livello degli ultimi due lavori). Ma c'è qualcosa in queste canzoni che mi ci fa tornare spesso sopra. Forse proprio perché si presenta come l'album più "ripulito" e in qualche modo più rilassato della band californiana, sembra ci sia qualcosa che non si riesce ad afferrare mai del tutto. Una musica che mi porta domande che hanno poco a che fare con la musica. Non mi capita spesso che una canzone mi faccia pensare a quanto ne so in realtà del mondo di chi l'ha scritta. Non dovrebbe influenzare il giudizio, a dire il vero, ma la voce nasale di Brooks Nielsen, come un Dylan danneggiato che non ha trovato la poesia al di là dal bancone del bar, meriterebbe già un romanzo. Di sicuro c'entra il fatto di avere visto i Growlers dal vivo in condizioni abbastanza incredibili; c'entra il fatto che sono forse l'unica band a rendermi tollerabile questo progressivo slittamento verso ritmi in levare; e c'entra il fatto che oggi, con qualche mezz'ora sui social network, a chiunque sembra di essere già amico della band e di sapere tutto quello che c'è da sapere (foto fighissime di concerti letteralmente tra le braccia del pubblico, feste a qualunque ora, una consistente quantità di droga, sfascio di ogni genere, e al tempo stesso una dedizione al lavoro implacabile). Con i Growlers sembra più importante che per altre band conoscere la "cold bitch" di Big Toe: "she's a lost cause, so count your losses". L'addio di Dull Boy alla città che sta affondando non suona del tutto finzione. La nausea espressa da Not The Men è genuina. L'invocazione di Black Memories segna il momento fatale: "where are you going? Come back with my heart". In fondo, conosciamo già abbastanza bene quali temi aspettarci dai Growlers: storie d'amore più o meno maledette, ricordi confusi dopo la seconda bottiglia di tequila, paesaggi marginali di rovine e strade perdute, menzogne a sé stessi, la lotta quotidiana per portare a casa la pelle, l'impossibilità della redenzione, per di più senza nessuna vera grande tragedia. Storie piene di gente con cicatrici che si sbatte, si trova e si perde, senza ormai nemmeno una lacrima di disillusione. Saranno gli anni dell'adolescenza passati a leggere Fante, Steinbeck e Saroyan che mi hanno lasciato addosso un debole per questo mondo, ma l'intera band dei Growlers sembra un'idea uscita da una loro stessa canzone, e chi se ne importa se questo disco è uscito così, il prossimo sarà già in arrivo, appena hanno un attimo di tempo tra un concerto e l'altro e due soldi per lo studio.
Ogni tanto, in mezzo a tutta questa "Magnificent Sadness", e in mezzo ad alcuni testi un po' più imbarazzanti del solito (ad esempio la title track), Chinese Fountain lascia trapelare qualche intuizione di speranza. Going Gets Tough nota che "worry is a bully that just won’t let me be", eppure in qualche modo tiriamo avanti comunque, una scheggia di fiducia persiste: "the labour of love will reward us soon enough". Credici.

(mp3) The Growlers - Black Memories

giovedì 23 ottobre 2014

Kings and Queens: Allo Darlin' live @ Glasslands - Brooklyn, NY, 2014/10/10

[Allo Darlin', al secolo Elizabeth Morris, è una delle voci più sorprendenti uscite dal piccolo mondo indiepop negli ultimi anni, una che meriterebbe (e di certo si guadagnerà) un pubblico ben più ampio. Da poco ha pubblicato il suo terzo album, We Come from The Same Place, e in queste settimane lo sta presentando con un lungo tour negli Stati Uniti. Valeria di Trees Of Dreaming (grazie!) ha avuto la fortuna di patecipare alla data del Glasslands di Brooklyn, e dato che conosco l'effetto che fanno i concerti di Allo Darlin', non poteva che uscirne un report parecchio emozionato.]

Allo Darlin' @ Glasslands, 10/10/2014
[foto rubate a Brooklynvegan]

C'è scritto che il concerto inizia alle otto. Adoro questi concerti che cominciano presto perché posso andarci direttamente dall'ufficio, giusto il tempo di farmi un bicchiere di vino prima. A Williamsburg mi stanno aspettando la mia amica e sua sorella, mi chiamano per dirmi di non correre, tanto non c'è nessuno. Letteralmente. Arriviamo all'ingresso e il tizio della security non vuole nemmeno farci entrare, le band salgono sul palco alle dieci, alle otto aprivano solo le porte. Ah. È la terza volta che mi succede qua a New York, vediamo se riesco a capirlo prima di un paio di mesi. Compriamo i biglietti, ci mettono il timbro, un salto al cinese e torniamo ai cancelli del Glasslands puntuali, mostriamo il nostro calabrone timbrato sui polsi, entriamo. Ci saranno al massimo un centinaio di persone, e sembrano di meno perché una parte è appollaiata lungo un corridoio sospeso protetto da una balaustra. Fossimo arrivate prima mi sarei arrampicata, ma comunque riusciamo quasi a raggiungere la prima fila, quindi non mi lamento. Il Glasslands ha dei principi gotici: il soffitto è altissimo e sproporzionato rispetto all'effettivo spazio della sala, è tutto in legno, con questi pilastri che reggono la balaustra, sembra di trovarsi sul fondo di un barile. Ovunque sul soffitto sono appesi grappoli di curiose installazioni, tubi metallici da cui fanno capolino timide luci colorate cangianti. Il pubblico ha un'età media di trent'anni, le mie amiche mi guardano perplesse per la scarsa presenza giovanile (non conoscono Allo Darlin', sono qui in buona fede). Rassicuro che sarà bellissimo (spoiler: lo sarà). La band sta sistemando gli strumenti. Elizabeth è deliziosa con quel taglio alla maschietta e questo vestitino grigio di maglina a maniche corte, roba che io mettevo alle elementari.
Allo Darlin' @ Glasslands, 10/10/2014
Il bassista ha un sorriso incredibilmente contagioso, viene subito soprannominato "il baffotto", sembra ubriaco di gioia, riderà suonando con gli occhi chiusi per quasi tutto il concerto.
Attaccano tutto, lei saluta con la sua voce celestiale, ringrazia, cominciano con Kings And Queens dal nuovo album. Il suono per fortuna è pulito, nonostante a prima vista l'impianto mi avesse preoccupata, ma si percepisce bene la limpidezza della sua voce e la leggerezza dell'ukulele. Subito dopo suonano la title track del nuovo album We Come From The Same Place, ed Elizabeth infatti dice timida "abbiamo fatto un nuovo album". La gente applaude, lo sanno e ce l'hanno già tutti. Si comincia anche a ballare ma con circospezione, i più attempati non si muovono e sono tanti. Poi è la volta di Half Heart Necklace: Elizabeth spiega che è la prima e unica canzone che ha scritto dal punto di vista di qualcun altro, un "friend" dentro una relazione a distanza da quattro anni. Un amplificatore si mette a gracidare, Elizabeth stacca una mano dall'ukulele e aggiusta il cavo al volo mentre continua a cantare con un candore e un sorriso da "e che ci vuoi fare" che fa venire voglia di salire sul palco e abbracciarla. Dicono ridendo che questo ampli "comes from space". Poi arriva Wonderland e a seguire History Lesson. A questo punto l'ampli comincia ad abbandonarci davvero. Rumoreggia, borbotta, la band inizia a suonare qualcosa ma le scariche sono troppo forti e deve fermarsi. Il chitarrista cerca di intrattenere il pubblico con qualche battuta, sono visibilmente tutti e quattro a disagio e imbarazzati, ci urlano scusate ma "we don't have any money and this amp was originally in a bin". Dicono che portarsi gli strumenti dall'Europa costa un patrimonio e che hanno recuperato questo di fortuna ieri, pareva funzionare e invece no, scusate. Lo sostituiscono con un altro che credo gli sia stato prestato dal locale, non lo dicono, cercano di fare i vaghi, ricordano gli studenti di liceo quando la professoressa dice che interroga e tutti cominciano a cercare cose sul fondo delle proprie cartelle o fissare intensamente cartine geografiche per evitare l'eye-contact col prof.
Allo Darlin' @ Glasslands, 10/10/2014
Parte Capricornia ed è il mio momento preferito, ballo e vedo altri che ballano, mi chiedo perché certe volte i pezzi li senti dal vivo ed è come se li vedessi, un nastro trasparente perlaceo che esce dalle casse e ti travolge, entra nella schiena ed esce dalla gola tirandosi dietro urla, risate di gioia nervosa e lucida, mezza lacrima e il fiato che stai usando per ballare. Quando finisce non voglio. Poi fanno Crickets In The Rain, sempre dal nuovo album, e lei specifica che questa è una canzone "about things that are good now, but weren't before", ci mette tutta sé stessa e alla fine sembra che stia per piangere ma si trattiene. Poi "Paul is going to sing the next song" ed è Bright Eyes, a me lui non convince ma quando lei chiede "do you believe in love?" lui risponde "I do if you ask me to", mi sciolgo e finisco per volergli bene.
Poi My Heart Is A Drummer e Silver Dollars, che ci fanno saltare un bel po'. Mentre sul finale la voce angelica di Elizabeth cantilena "I can stay here forever hanging out" credo che tutti stiamo pensando "sì, anche io, non andare via, cantaci qualcos'altro, di tutto, e se ti avanza puoi venire a casa mia, io mi accoccolo sotto le coperte e tu mi fai addormentare". Salutano, spariscono dietro le quinte, ovvero due stracci neri appesi per coprire il buco nel muro che porta al backstage. Le mie amiche vogliono precipitarsi al banchetto del merch ma sento che non è finita e le invito a tenere la posizione. Infatti poco dopo Elizabeth esce di nuovo, stavolta è da sola e intona Talullah voce, ukulele e anima. Verso due lacrime, vedo occhi lucidi intorno. Finisce davvero. Andiamo al banchetto, salutiamo tutti, Elizabeth è letteralmente accerchiata, le diciamo brava bravissima ti vogliamo benissimo come vere fangirl adolescenti. Prima di uscire andiamo dal bassista baffone che ha sorriso tutto il tempo, gli diciamo che sono bravissimi e che vogliamo bene pure a lui e lui ci regala sorrisi e strette di mano, siete italiane wow lo sapete che Elizabeth abita a Firenze da un anno (piccolo indizio: l'ultima traccia dell'album si intitola Santa Maria Novella). Ripenso alla mia ultima volta a Firenze e mi sale un sorriso che sa di nostalgia per quello che mi sono lasciata dietro in Italia, o forse per quello che troverei ad aspettarmi se tornassi. Dura un attimo e poi siamo fuori. Per tornare a Manhattan facciamo il ponte di Williamsburg a piedi anche se comincia a fare fresco. Sta arrivando l'autunno a New York.

(mp3) Allo Darlin' - Kings And Queens

"Before Spotify solved the problem with music forever"

Streaming Music Has Left Me Adrift - The New York Times

«It’s hard to imagine now, but there once was a time when you could not play any song ever recorded, instantly, from your phone. I call this period adolescence. It lasted approximately 30 years, and it was galvanized by conflict.
At that time, music had to be melted onto plastic discs and shipped across the country in trucks. In order to keep this system running smoothly, a handful of major labels coordinated with broadcasters and retailers to encourage everyone to like the same thing, e.g. Third Eye Blind. This approach divided music into two broad categories: “popular” and what I liked.
[...]
The digital age has given everyone in America a better music collection than the one I put together over the last 20 years, and in so doing it has leveled us. James Murphy describes this problem in the LCD Soundsystem song “Losing My Edge”».
"Streaming Music Has Left Me Adrift" è un pezzo tutto sommato divertente di Dan Brooks sul New York Times. Forse non aggiunge nulla di nuovo al tema, ma sintetizza bene un certo disagio generazionale (un classico caso di "first world problem", me ne rendo conto) nel dover accettare che "my record collection is no longer a lifestyle, a biography, a status". Il mondo sembra fare di tutto per dirci che quelle pareti di dischi che abbiamo eretto in casa non contano più niente. Puoi reagire abbracciando la contemporaneità (cosa che l'articolo di Brooks contempla, seppure con poca convinzione), oppure scoprire se la tua identità, il tuo carattere, il tuo gusto sono abbastanza forti lo stesso, e trovano nuove maniere per raccontarsi e confrontarsi (argomento che il pezzo tutto sommato trascura). Insomma, si può vivere benissimo senza Spotify e tutto il resto in streaming, ma se questo si riduce unicamente al sostenere con spocchia "io vivo senza Spotify" suona un po' come il vecchio "io non ho neanche il televisore in casa". L'universale accessibilità immediata mi preoccupa/incuriosisce più per l'aspetto dell'immediatezza che per quello dell'accessibilità. Mi torna in mente il "We used to wait" che cantavano gli Arcade Fire. Ma non per la nostalgia ormai stereotipata che racconta il pezzo del New York Times, piuttosto perché è in quel "wait", nel saper lasciare sedimentare le cose, nel consentire di mettere radici, farle intrecciare, che io vedo la partita ancora aperta.

martedì 21 ottobre 2014

MAP - Music Alliance Pact #73

MAP - Music Alliance Pact

Torna l'appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Episodio un po' asciutto di novità clamorose ma che comunque regala alcuni nomi che mi hanno incuriosito:
- i peruviani Las Amigas De Nadie, con un pop elettronico ipnotico che gira lento e non sai quando scavalca il confine tra il seducente e il paranoico;
- i portoghesi Pernas De Alicate, che ricordano certe composizioni frammentate ma travolgenti dei Broken Social Scene;
- i canadesi Friends Forever, con un synth pop che in una playlist vedrei bene vicino a quello dei nostri Welcome Back Sailors;
- gli spagnoli YDVST, con una incantevole ninnananna dallo spazio profondo.

Niagara - Don't Take It Personally
Gli italiani di questo mese sono i Niagara, da poco usciti con il secondo album Don't Take It Personally sulla label britannica Monotreme (streaming integrale qui). Il duo torinese composto da David Tomat e Gabriele Ottino insegue un'elettronica emozionale, che tiene assieme sperimentazioni pop e malinconia, suoni eterei e bassi grassi, melodie nevrotiche e ritmi destrutturati, glitch e psichedelia. Il risultato è raggiunto, l'amalgama è eccellente e il disco ha richiamato alla mente riferimenti del calibro di Boards Of Canada, Caribou e TV On The Radio. Da recuperare, in caso anche voi come me lo abbiate colpevolmente trascurato, anche l'ottimo esordio Otto del 2013.

Questa è la playlist del MAP di ottobre, compreso il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

(mp3) Niagara - Vanillacola

domenica 19 ottobre 2014

Born to be a rebel

Vic Godard & Subway Sect

Allo scoccare della mezzanotte, Vic Godard e i suoi Subway Sect stanno attaccando la seconda canzone in scaletta. Vic si toglie gli occhiali da vista, si china per riporli con cura in una custodia di pelle e quando salta in piedi si scatena in uno strano ballo senza molta grazia, agitando le braccia ovunque, a ginocchia piegate e occhi chiusi. Born To Be A Rebel suona forte, più sciolta che su disco, con propulsione Northern Soul e coretti che sembrano citare le Fascinations di Girls Are Out To Get You, e Godard si sta lasciando proprio trasportare. È in quel momento che noti che indossa un paio di Etnies slacciate, pantaloni bianchi molto baggy e una disimpegnatissima polo a righe: potrebbe essere arrivato da Londra in skateboard, non farebbe una piega. Certo, ci sono tutti quei capelli bianchi, e qualche dubbio ti sorge. Mi torna in mente quella gag di un video dei Beastie Boys, in cui loro erano truccati da sé stessi anziani e andavano ancora in giro per strada con la stessa aria spavalda. Ecco, anche qui stasera, dietro le rughe e la calvizie, avverti l’identico sguardo fiero che potevi trovare nelle fanzine di epoca Clash o Sex Pistols, band con cui Godard ha condiviso gli inizi.
Una buona parte dei pensieri che ti girano in testa durante un concerto come quello di stasera al Covo è quanto ti senti a tuo agio a vedere ballare sopra un palco uno che ha circa l’età di tuo nonno. E non stiamo parlando di una celebrità come Mick Jagger, o un altro di quei bizzarri monumenti che sembrano resistere al tempo al solo scopo di contraddirne l’esistenza: qui abbiamo di fronte un postino inglese in pensione. Ecco, una domanda che ci si potrebbe fare è fin dove arriva il doveroso tributo ai padri fondatori e dove comincia l’accanimento terapeutico, il rifiuto di arrendersi agli anni che passano, di accettare il presente per quel che è. Penso a quei concerti memorabili tipo Nikki Sudden o Eugene Kelly davanti a poche decine di persone sempre qui al Covo, o Jonathan Richman a Ravenna, in un Bronson incredibilmente mezzo vuoto, qualche inverno fa: cosa ci spinge a cercare di ritrovare a ogni costo, qui e ora, una piccola luce che aveva brillato fortissimo così tanto tempo prima. Forse è un miscuglio di riconoscenza e consapevolezza di essere, dopotutto, piuttosto fortunati; un modo per aggrapparsi, almeno per mezz'ora, a una storia che sta franando da tutte le parti; il desiderio molto umano di trovare qualche volta dei punti fermi.
Chiamalo stile, chiamalo carisma, ma quando te lo trovi davanti sfoggiato in questa maniera, come è successo in questo sabato nel vecchio tempio bolognese, devi solo stare ad ascoltare. Vic Godard avrà anche l’età di tuo nonno, ma non si tira indietro quando c’è da cantare Stop That Girl e subito dopo Get That Girl, e ci scherza pure sopra. La sua ultima raccolta 1979 NOW! ripesca e rilegge tutte le influenze Northern Soul della sua lunga carriera, e nelle note dell’album scrive fitto titoli di libri e di film e nomi di band che lo hanno ispirato, e lo fa ancora con lo stesso entusiasmo di un ragazzino (o di un disco dei Comet Gain), che deve spiegare tutto e tutto in una volta. Da uno nato con il punk (la seconda parte del set di stasera è stata tutta un crescendo, fino a Nobody’s Scared ovviamente), e che poi è arrivato a toccare il jazz e il pop più raffinato, io tutto questo lo prendo come una bellissima lezione, una musica che è una vigorosa e salutare scossa al morale.

[foto via instagram]


giovedì 16 ottobre 2014

V for Vaselines

The Vaselines: V for Vaselines

La storia del Rock è disseminata di "se", strade mai imboccate, porte che si sono chiuse. Tutti quei dischi mai usciti al momento giusto, le morti premature, i sabotaggi, le scelte incomprensibili. E qualcosa che sembrava ormai certo, ora è soltanto un'ipotesi. A volte, invece, quella che sembrava una fine imprevista si rivela la sola via possibile per andare avanti. Un'oscura band scozzese della seconda metà degli Anni Ottanta, che si scioglie subito dopo aver pubblicato un atteso album di debutto, avrebbe oggi la stessa rilevanza se avesse proseguito una "normale" carriera? Considerando la biografia dei Vaselines viene proprio da chiederselo. Ogni volta che si parla di loro non si manca mai di citare il decisivo intervento di un personaggio come Kurt Cobain per far conoscere le loro canzoni. In mezzo c'è stata una media carriera solista, un po' di anonimato, una reunion che ha preso in contropiede non pochi, la bella e doverosa antologia Sub Pop e un ritorno alle canzoni pungenti e scanzonate con Sex With An X. Ascoltando questo nuovo V For Vaselines non puoi fare a meno di pensare che sarebbe il classico terzo disco, uno di quelli in cui i critici riescono a leggere tanto "l'approfondimento e la maturità" quanto "la noiosa ripetizione di stilemi risaputi". Con la sola e abbastanza eccezionale differenza che questo "normale" terzo disco arriva a quasi trent'anni dall'esordio. Ma del resto sono i Vaselines, cosa vi aspettavate?
Dicono che questo disco sia ispirato alla semplicità e immediatezza del rock'n'roll sanguigno alla Ramones, ma forse il suo difetto maggiore è proprio una certa prolissità. Se quasi tutte le canzoni durassero la metà dei minuti per me sarebbe efficaci il doppio. Vale anche per i momenti migliori, come il singolo High Tide Low Tide o la scanzonata One Lost Year: strofa ritornello strofa ritornello e tutti a casa, sarebbe sufficiente. Unica eccezione che concedo: Single Spies, una lunga e placida ballata in cui uno dei molti botta e risposta tra le voci di Eugene Kelly e Frances McKee serve a mettere in scena un agrodolce ma placido quadro casalingo, tra amori sbiaditi e voglia di resistere. Per il resto, i Vaselines tendono forse a trascinare ogni idea più del dovuto e a far sembrare la mezz'oretta di questo disco più lunga di quanto non sia in realtà. Detto questo, V For Vaselines resta un lavoro schietto e agguerrito, che non scende a patti con l'età dei suoi musicisti. E nonostante la conclusiva Last Half Hour si lasci andare a un drammatico "Switch off, turn the lights low / Final curtain, end of the show", c'è da scommettere che l'ultima parola per i Vaselines non è ancora detta.

(mp3) The Vaselines - One Lost Year