venerdì 19 dicembre 2014

La Classifica dei Dischi dell'Anno 2014!


L'altra sera, prima di andare in radio, mi sono appuntato al volo sull'ultima pagina dell'agenda la classifica dei miei dischi del 2014. Ci ho messo meno di un quarto d'ora, compreso un veloce ripasso all'archivio del podcast. Ci sono annate in cui la musica che più ti ha fatto compagnia è ancora tutta lì con te, e quindi onorare una vecchia tradizione, come l'innocuo gioco da nerd anziani della Top Ten di fine anno, diventa facile facile, magari un po' sentimentale ma tutto sommato ancora divertente.
Qui trovate la puntata con la classifica andata in onda lunedì sera (una corsa contro il tempo!). Come scrivo ogni volta, non ho la pretesa di ritenere questi "i migliori dischi dell'anno": per quelli ci sono riviste specializzate e webzine più serie. Qui sotto trovate soltanto i dieci dischi che nel diario 2014 di "polaroid - un blog alla radio" si sono conquistati una pagina speciale. Spero che vi piacciano.



10) Bad Family - Bad Family
Tra influenze inglesi Anni Ottanta e un tocco più ruvido e quasi slacker, il debutto del quartetto di Melbourne riassume molte delle cose che mi hanno fatto innamorare della musica down-under negli ultimi anni. [...]

(mp3) Off To Bed



9) The Pains Of Being Pure At Heart - Days Of Abandon
Il disco in cui i Pains disarmano i loro classici feedback non è piaciuto a molti dei loro storici fan. Invece, dopo averli visti dal vivo, io mi sono convinto che la nuova direzione è quella giusta. [...]

(mp3) Beautiful You



8) Rat Columns - Leaf
Tra reminiscenze di Yo La Tengo e spigoli più new-wave e nervosi, un disco che sembra fatto apposta per cedere il passo al tempo e all'abitudine, e che invece racchiude una bellezza abbandonata che merita di essere raccolta. [...]

(mp3) Walking Back



7) Mac DeMarco - Salad Days
La voce sorniona, amica e rassicurante di Mac DeMarco in fondo a notti solitarie, quella sua chitarra suadente e scintillante, i ritmi incespicanti da fine sbronza e perenne sorriso assonnato (ma con il lampo sempre pronto a scatenarsi negli occhi) sono piaceri ancora molto preziosi. [...]

(mp3) Blue Boy



6) Tomorrows Tulips - When
Anche in questo caso, un gran bel disco che è cresciuto ancora di più dopo aver visto la formazione californiana in azione sopra un palco.Questi surfisti prestati al rock'n'roll sanno suonare dannatamente sensuali e "viziosi", secondo la lezione dei Velvet Underground. [...]

(mp3) When



5) Flowers - Do What You Want To, It's What You Should Do

Bisognerebbe ascoltare soltanto musica che ci fa saltare per aria, stringere i pugni e prendere a calci i giorni là fuori. Anche se non servirà, anche se quattro accordi non potranno mai davvero risolvere tutto quello che non è. [...]

(mp3) Lonely



4) Ought - More Than Any Other Day
Un disco super cerebrale che è riescito a coivolgermi in primo luogo a livello di nervi e muscoli, con una irrequietezza a dir poco entusiasmante. E avere visto di cosa sono capaci dal vivo me li ha fatti amare ancora di più. [...]

(mp3) Habit




3) Alvvays - Alvvays
L’estate banale, l’estate indimenticabile, l’estate delle mie e delle tue vacanze. La stagione del perdersi, dell’allungarsi pigri sul calendario, la sabbia calda contro la schiena, del parlare di surf rock senza aver mai saputo distinguere una tavola da un tavolino da salotto. La stagione dei mille nastroni per tutti i viaggi che dovevamo fare, e poi ascoltiamo sempre lo stesso disco. Quest’anno qui è toccato agli Alvvays. [...]

(mp3) Atop A Cake




2) QUARTERBACKS - Sportscenter / Quarterboy

Dean Engle quest'anno ha pubblicato due cassette a nome QUARTERBACKS che sono in qualche modo complementari: Sportscenter più irruenta e punk (anzi, "twee punx"), e Quarterboy, in cui diverse canzoni della prima vengono rilette in maniera acustica. Il risultato è superiore alla somma delle parti, e grida AMORE e ADOLESCENZA nella maniera più luminosa, autentica e commovente che si possa immaginare. [...]

(mp3) Weekend
(mp3) Center



1) Comet Gain - Paperback Ghosts

Il disco in cui la storica band londinese è riuscita a mettere meglio a fuoco quel miscuglio rabbioso e sentimentale di Northern Soul, Television Personalities, Velvet Underground, Style Council, riottose fanzine dimenticate, proteste proletarie, cataloghi Mod, l'impossibile rivincita dai margini, eleganti eroi della nouvelle vague in bianco e nero, e chissà che altro che non capisco. Dopo tutti questi anni conosciamo bene, eppure tutto questo non smette mai di farmi venire i brividi, e mi scaraventa via con la sua fiera energia. [...]

(mp3) 'Sad Love' And Other Stories




mercoledì 17 dicembre 2014

Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah

Girlpool

Maschio, bianco, eterosessuale: direi che ho tutte le carte in regola per NON parlare delle Girlpool. La musica del duo di Los Angeles ti fa venire il dubbio che potresti trattare ogni argomento dal punto di vista sbagliato, nel modo sbagliato, per qualche scopo sbagliato. Ma sto ascoltando tantissimo il loro EP di debutto, e mi pare ingiusto concludere l'anno senza lasciarne traccia qui sul blog. Negli ultimi due o tre anni mi sembra sempre più diffusa nel mondo musicale, sia indie che mainstream, una rinnovata consapevolezza riguardo alle problematiche di genere e al femminismo (parola che mi sembra sempre di usare come una semplificazione, ma che credo sia necessario spendere). Forse perché leggo troppe webzine americane tipo Rookie o Le Sigh (e dalle nostre parti non dimentichiamo il lavoro di Softrevolution), o forse perché, d'altra parte, la situazione per le donne sta diventando sempre più insostenibile. E così arriviamo a queste canzoni: uno schiaffo in faccia. Nonostante siano composte soltanto da chitarra, basso e due voci (due voci sempre intense, chiare, penetranti), le canzoni delle Girlpool risultano ogni volta più forti di quello che ti aspetteresti. A prima vista, qualcuno potrebbe dire che manca un sacco di roba, che queste due tipe dall'aria un po' scoppiata sono delle dilettanti. Ma se presti attenzione ti accorgi che "lo spazio" dentro la musica è messo lì apposta per farti concentrare su qualcosa d'altro. Per esempio, sui versi (rime semplici, una franchezza disarmante) e sul perché quei versi sono scritti in quel modo. "The pain is an endless cycle" notano le Girlpool in Plants And Worms, e si potrebbe dire che forse è l'osservazione da cui prende le mosse tutto il disco. Quali sono le cause di questo dolore? Esiste soluzione? "It's hard to see things simply", dice un altro verso poco più avanti: un modo per rispondere a chi vede nel loro suono soltanto un approccio "facile", minimalista. Quando una volta si parlava di punk si usava spesso la parola "urgenza". Ecco, per queste due ragazze che in fondo prendono delle forme del folk, le scarnificano e sanno incendiarle con la loro vita, la parola urgenza sembra tornare utilissima. Non è soltanto qualche somma algebrica tra Breeders, Beat Happening, riot-grrrl e via dicendo. C'è un intero mondo dentro il quarto d'ora scarso di questo disco, dentro questi strilli e dentro queste parole sussurrate. C'è la voglia di divertirsi ("Love spell / go to hell / drink my wine / everything's fine"), la dolorosa necessità di amare (Blah Blah Blah), il sesso ("it's not enough to watch a movie / eat me out to American Beauty"), la politica ("I don't wanna get fucked by a fucked society"), l'orgoglio ("You were born for a reason / share all your feelings / If you are a Jane / put your fist up, too"). Ma soprattutto nella musica delle Girlpool trovo uno sguardo sincero e aperto che mi fa passare la voglia di mettermi a pontificare su qualunque "già sentito / già detto" possibile. Harmony Tividad e Cleo Tucker hanno diciotto anni, e in una delle loro canzoni più belle e commoventi, la dichiarazione d'amore Chinatown, purtroppo ancora inedita, arrivano quasi con stupore a domandarsi per la prima volta "do you feel restless when you realize you're alive?". Non vorrei rovinare per nulla al mondo questo momento. Ascoltatele.

(mp3) Girlpool - Slutmouth

lunedì 15 dicembre 2014

OCCUPY POLAROID!


“polaroid – un blog alla radio” – s14e11

Francesco Farabegoli, già firma di Vice Magazine e Rumore, nonché fondatore di Bastonate, “uno dei migliori blog musicali in circolazione nonostante la musica di cui parla”, ha preso il controllo dell'ultima puntata di polaroid alla radio. Questo è il podcast di quello che ne è venuto fuori:

Deerhoof – Exit Only
Flaming Lips feat. Miley Cyrus – Lucy In The Sky With Diamonds
Io e la Tigre – La mia collezione impossibile
Johnny Mox – Praise The Stubborn
Alvvays – Adult Diversion
Shellac – Surveyor
Sun Kil Moon – Jim Wise

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sabato 13 dicembre 2014

A polaroid for Christmas 2014

 A polaroid for Christmast 2014


IT La mattina del 13 dicembre le ragazze scandinave indossano vesti candide e una corona di candele accese. L'oscurità della notte di Santa Lucia, che secondo il Calendario Giuliano era la notte più lunga dell'anno, è ormai alle spalle e la luce può ritornare. Ci si scambia doni, si preparano dolci tradizionali, si canta in coro e prende il via il periodo delle festività.
Come già gli anni scorsi, anche "polaroid alla radio" ha deciso di entrare nello spirito natalizio e di provare a farvi un piccolo regalo. Ho chiamato un po' di amici e di band e ho chiesto se volevano scrivere una canzone adatta a questa stagione, o almeno suonare una canzone che mi facesse compagnia mentre addobbavo l'albero di Natale. Ancora una volta, le risposte sono state superiori a ogni aspettativa.
Ringrazio tutti i musicisti che hanno partecipato, sono stati fantastici: qui sotto trovate tutti i link. Spero che vi piaccia. È una polaroid per Natale, per fare un po' di auguri a tutti.

ENG On the morning of December 13th, scandinavian girls wear white robes and a crown of candles. The darkness of the night of Saint Lucia, which according to the Julian Calendar was the longest night of the year, is now behind us and light can return. People exchange gifts, prepare traditional sweets, sing in choirs and kick off the holiday period.
Like we did the last years, polaroid blog has decided to enter into the Christmas spirit and brings you a small gift. I called some friends and some bands, and asked them if they wanted to write a song for this season, or at least play a song that could keep me company while decorating the Christmas tree. Once again, the responses exceeded all expectations.
I thank all the musicians who participated, they were fantastic. Below you can find all the links. I hope you like it. It's just a polaroid for Christmas to send some greetings to everyone.


Artwork by Mistobosco

01) Flying Vaginas - Santa Bring Me A Dinosaur (Bob Brown cover)
02) Baseball Gregg - Rebel Without A Claus
03) Burnt Palms - You
04) New Adventures In Lo-Fi - Temptation (New Order cover)
05) Slow Shot - Shining All Night
06) The Mumble Jackson - Darling
07) Barbados - The Fall
08) Machweo - Santa Claus Is Coming To Town (per Oscillatori e Risuonatori)
09) Setti - Crauti
10) Skelets On Me - Love (John Lennon cover)
11) Le Man Avec Les Lunettes - I'll Be Home for Christmas (Bing Crosby cover)
12) Neverending Mojitos - Cooking Up Something Good (Mac DeMarco cover)
13) Osc2x - Dreaming Of A Wild Christmas
14) Winter Dies In June - Winter Dies In June
15) Neverwhere - Christmas Eve Lonesome Bitterness Blues



mercoledì 10 dicembre 2014

I’ll be stoned for Christmas

Dent May – I’ll Be Stoned For Christmas

Come ogni anno non volevo cascarci, mi dico proviamo a darci un tono, basta con questi luoghi comuni, e poi ecco arriva lui, con le luci colorate e gli occhiali grandi: Dent May, ormai da un pezzo senza il suo "magnificent ukulele" ma adorabile e svalvolato come sempre. La prima vera canzone di Natale di quest'anno qui sul blog è sua, ed è una roba - diciamo - per tirarsi su. Hai presente com'è dura tornare al paesello per le vacanze, ripetere frasi fatte, rivedere vecchi amici, stare a tavola per ore con i parenti, aprire regali e fare sorrisi di circostanza. Dent ha una soluzione: "I'll be stoned for Christmas. Sorry mom".

(mp3) Dent May – I’ll Be Stoned For Christmas

martedì 9 dicembre 2014

Non c'è niente di twee (2)

Marc Spitz - Twee

[continua] Come ogni società, anche "la tribù Twee" (Spitz sottolinea spesso che non si tratta di una generazione, ma di un concetto più esteso e inclusivo) possiede un proprio codice etico, riassumibile in questa specie di decalogo.

- La bellezza vince sempre su ciò che è brutto.
- Un'acuta, quasi disarmante, consapevolezza della morte, della crudeltà e di tutto ciò che è oscuro che, però, si scontra con l'inamovibile centralità data al nostro essere essenzialmente buoni.
- Uno strettissimo legame con l'infanzia e la relativa innocenza e mancanza di avidità.
- La totale deroga al concetto di "cool", come è convenzionalmente noto, spesso a favore di una sorta di feticizzazione del nerd, del geek, dell'imbranato, del vergine.
- Un sano sospetto per l'età adulta.
- Un interesse per il sesso ma una certa diffidenza e timidezza quando si tratta di passare ai fatti.
- Un ardente desiderio di conoscenza, sia che riguardi la scaletta di un album, gli attori secondari in un vecchio film di Hal Ashby o di Robert Altman, i libri meno conosciuti di Judy Blum, o come coltivare la perfetta melanzana viola o il cavolfiore arancione.
- Il portare avanti un progetto per pura passione, che sia una band, una fanzine, un film indipendente, un sito, un'azienda di abbigliamento o alimentare. Qualunque cosa sia, agli occhi del Twee rappresenta una forza del bene e qualcosa per cui vale la pena vivere.

sabato 6 dicembre 2014

Ferro Solo live @ polaroid!


Da qualche tempo, Ferruccio Quercetti dei nostri amati CUT ha messo in rete alcune sue canzoni da solista, con il nome di Ferro Solo. Senza elettricità, soltanto chitarra, voce, e tanta, tantissima passione. Si avverte in maniera netta, al primo ascolto, che si tratta di canzoni molto personali, fatte di una materia delicata, anche se indiscutibilmente rock'n'roll. Anche per questo motivo è stato un onore poter ospitare lunedì scorso a polaroid, su Radio Città del Capo, il primo live radiofonico di Ferro Solo.
Tra i soliti brindisi, le quattro chiacchiere improvvisate, un prestigioso collegamento telefonico con La Donna di Prestigio e un prezioso intervento di Bastonate, mi sono trovato a mandare in onda un set toccante e pieno di forza, e mentre lo ascoltavo lì, dall'altra parte del vetro, non volevo davvero finisse.
Grazie a Emanuele "ehiuomo!" Rosso per le fotografie. Qui trovate il podcast completo, mentre qui sotto le quattro tracce che Ferro Solo ci ha regalato dal vivo:

Ferro Solo live unplugged @ polaroid alla radio
Radio Città del Capo - 2014/12/01

Almost Mine
Airplanes
You And Your New Lover
Early Bird

La nostalgia della cassettina nella Macroregione

... ritrovare il DeeJay Time oggi, qui, in questo “spazio industriale”, ha soprattutto un valore – eh sì – nostalgico. Come il 90% della nostra dieta mediatica, ovvio. “Ma ti ricordi...”. Certo che ci ricordiamo: non dimentichiamo mai niente. Non possiamo dimenticarci niente. È la feroce, spietata gentrificazione della memoria, per cui l’affastellarsi degli anni e dei ricordi fa salire follemente il prezzo immobiliare delle esperienze “originali”, delle madeleine più lontane nel tempo.

(Sono stato un ascoltatore saltuario del Deejay Time e passata l'età dei primi volumi della Los Cuarenta non sono più riuscito ad appassionarmi a quell'idea di musica, ma per apprezzare questo articolo credo non occorra nemmeno aver mai ascoltato un pezzo degli U.S.U.R.A. Come un capitolo di Memoria Polaroid trapiantato dentro Padania Classics.)

Fabio de Luca - "Il DeeJay Time, i 30 anni della Time Records e la fine del mondo"

giovedì 4 dicembre 2014

Content nausea

Parquet Courts / Parkay Quarts

Quando ho ascoltato Content Nausea dei Parkay Quarts (leggero slittamento da Parquet Courts) la prima volta mi sono agitato parecchio. È forse la Losing My Edge degli Anni Dieci? È una specie di manifesto ingenuo e fin troppo sincero? Oppure è la parodia di un manifesto, che intende mostrare come la nostra non sia più epoca da proclami e dichiarazioni? Dov’è il trucco? Il torrente di parole rigurgitate da Andrew Savage mi investe accompagnato da rumori dissonanti, elettricità dilaniata, mentre il ritmo insegue una cavalcata furibonda che non arriva da nessuna parte. Oh, come mi emozionano ogni volta gli elenchi, gli inventari, i cataloghi, le liste di oggetti e precetti, Gadda e Petronio. “Too much data, too much tension / Too much plastic, too much glass”. Mi viene solo voglia di credere a tutto. Il candore di versi anacronistici come “The more connected, the more alone” non mi scoraggia: io pretendo che la canzone continui a sparare ad altezza uomo. “Meeting a friend, writing a letter, being lost: antique ritual all lost to the ceremony of progress, like the sensual organs removed”. Come una versione cinica di We Used To Wait degli Arcade Fire senza il salvagente della poesia e dei buoni sentimenti. “Life's lived best when scrolling least“: ehi, Parkay Quarts, sto leggendo i vostri testi su un iPhone, che ironia, vero? “Ignore this part, it’s an advertisement”.
Mi piace che le recensioni di Content Nausea, in pratica il secondo album pubblicato dalla band newyorkese in questo 2014, dopo l’impressionante e acclamato Sunbathing Animal, mostrino quasi tutte un certo disappunto, e stavolta i voti in media restino bassi. Secondo non pochi critici, i Parquet Courts non sarebbero riusciti a concentrare tutta l’energia di cui sono capaci, disperdendo idee e lanciando questa opera verso obiettivi poco chiari. Cazzate, a mio parere. Una band che è riuscita a scatenare tutta l’energia punk (punk qui nel senso di Velvet Underground + Gang Of Four, per dare un’idea) di Black & White, per esempio, non ha bisogno di provare nulla, e se vuole anche azzardare passatempi kraut (cosa sarebbe un remix di Kevlar Walls nelle mani giuste?) continua ad avere tutta la mia fiducia.
Content Nausea: che grande titolo, che immagine perfetta per una battaglia (intellettuale) persa in partenza che forse vale ancora la pena combattere. Ma non è da credere che i Parkay Quarts siano dei puri sognatori. In Pretty Machines, che nella mia testa è un po’ il proseguimento della title track, Savage è consapevole che nemmeno la sua voce può chiamarsi fuori: “I've been tricked into buying quite a number of things / Yeah, bullshit and dreams”. Del resto è un semplice musicista: “Punk songs: I thought that they were different / And I thought that they could end it / No, no it was a deception”. Quanta severità. Forse sono proprio i modi severi di queste canzoni, anche quando sembrano andare alla deriva, a farmi considerare questo disco una spanna sopra molta altra musica contemporanea. “Still, you think that you're not a servant / You think that you can avoid / The stylish institution, worshiping illusions / Things you thought you could destroy”. Questo disco è il ragazzo dall’aria un po’ cupa che vendeva Lotta Comunista davanti al portone dell’università, e quella volta che hai deciso, così per cambiare, di fermarti a fare due chiacchiere hai scoperto che non ci credeva neppure tanto, ma almeno sapeva mettere in fila due idee critiche che valeva la pena ascoltare.
Aggiungo poi che accanto a quest’anima un po’ paranoica e un po’ lucida, e che non molla mai un suo certo tenace senso dell’umorismo (quale spazio rimane oggi a chi dovrebbe essere definito anti-establishment?), i Parkay Quarts si rivelano anche dei sorprendenti narratori: la chiusura di Uncast Shadow Of A Southern Myth, che rimanda a Dylan, e la kafkiana The Map sono due veri e propri racconti, scritti con una cura e una nettezza che mettono ansia. Era chiaro fin dalle prime parole del disco: “Everyday it starts / Anxiety / Anxiety / Anxiety”. Disco dell’anno, nel senso che consegna alla storia un’istantanea di quest’epoca a fuoco come poche altre. “Punk for the millennials” sono stati definiti i Parkay Quarts, e forse è un’etichetta da non considerare con l’abituale sarcasmo.

(mp3) Parkay Quarts - Pretty Machines

mercoledì 3 dicembre 2014

Still half hoping that you'll come down



“polaroid – un blog alla radio” – s14e08

Pretty Sad – Never Falling
The Felines – Pretty Boy
Grandstands – Forest Hill
Terrible Truths – False Hope
Corners – Buoy
Bully – Bully
YACHT – Terminal Beach
The Coathangers – Drive
Anthony Atkinson & The Running Mates – It Radiates
The Cannanes – Tempus Fugit
[Bastonate - “La letteratura musicale e, penso, anche quella sportiva”]
Shellac – Compliant
Cheryll – Sometimes
Leon Bridges – Comin Home
Foxygen – Mattress Warehouse
Cat Cat – Microwave
Boudica – White Liar
Roya – 14th Floor (Television Personalities cover)

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QUARTERBACKS

“polaroid – un blog alla radio” – s14e09

QUARTERBACKS – Center
QUARTERBACKS – Center
The Weak Boys – Hangovers
Woolen Men – Rain
Garrett Klahn – I Don’t Care At All
The Shivas – You Make Me Wanna Die
Twin Peaks – Mirror Of Time
Bass Drum Of Death – For Blood
Burnt Palms – Be Mine
The Decemberists – Make You Better
Ultimate Paintings – Ten Street

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martedì 2 dicembre 2014

Welcome Back Hype!


Dopo l'anteprima del singolo Best Friend e dopo il nuovo video, è finalmente arrivato anche lo streaming integrale del secondo album dei Welcome Back Sailors! Da ieri sera potete ascoltare Tourismo niente meno che su Hype Machine.
Premete play e dategli un ascolto perché merita davvero e scalda il cuore. Nel nuovo lavoro i classici suoni morbidi e sintetici dei Welcome Back Sailors hanno trovato una nuova forma, più equilibrata e compatta. Ma è il modo del tutto personale con cui i Welcome Back Sailors fanno suonare emotivi e viscerali i loro synth che rappresenta ancora il loro principale punto di forza, riuscendo a combinare la naturalezza pop con ampie dosi di soul e di funk.
L'album esce in vinile, cd e digitale per We Were Never Being Boring collective in collaborazione con La Barberia Records.


lunedì 1 dicembre 2014

Non c'è niente di twee (1)


In questi giorni non ho molte cose da scrivere, perciò ho deciso che condividerò qui sul blog un po' di appunti "live" da Twee, il saggio di Marc Spitz dedicato alla "rivoluzione gentile". Spitz traccia una storia dell'idea di "Twee" dal dopoguerra ai giorni nostri, raccogliendo i più disparati elementi di cultura pop. Non so come andrà a finire, a volte il ragionamento sembra abbastanza fragile e fin troppo "generoso", tendendo a includere un po' tutto, ma di sicuro ci sono parecchi passaggi interessanti e la scrittura è brillante.
Il punto di osservazione da cui parte Spitz è che la più recente gentrificazione della sua nativa Brooklyn rappresenti l'epicentro del Twee, e che sia avvenuta una progressiva "brooklynizzazione" dell'estetica a livello mondiale:

Some Narnias are not full of industrious souls. Rather, they are otherworlds, which simply enchant without stoking the urge to collect and consume. They're fantastical, mostly fictional. In Brooklyn and "Brooklyn" (the real world, if you will) you have to purchase the snow and the creatures and the experience itself. While it might seem folly to some, this retail-happy land is not without its share of genuinely inspired inventors. Among these aesthetes is the clever soul who has penetrated the lid of an old-fashioned glass mason jar and welded a metal straw to the top for sipping. It's not the lightbulb, the combustion engine, or the silicon chip, but America doesn't make these things anymore. What we produce is... "Brooklyn". It's our greatest export to the world right now, the way "Hollywood" was a half century ago and Silicon Valley was three decades later.

La seconda cosa interessante è che quello che succede a Brooklyn, ovvero la mescolanza di Generazione X, Y, Millennials e baby-boomers fuori tempo massimo, fa dire a Spitz che, a differenza del Punk e dell'Hip-Hop, il Twee unisce generazioni lontane, tanto gli adolescenti quanto i sessantenni, "liberating from the pressure to be cool, swaggering, aggressively macho and old at heart".
[continua...]

sabato 29 novembre 2014

I haven't changed much but I'll never be the same

The Ocean Party - Soft Focus

Una premurosa pugnalata al cuore, affettuosa e inesorabile, mentre il buio arriva così presto e non vedo nulla oltre la pioggia. Gli Ocean Party non dovevano tornare con un disco così, non in questo momento. Il quarto album della band australiana racconta a meraviglia la maturazione della loro musica e riesce a fare male, malissimo. Si vorrebbe restare per sempre attaccati a quelle giovanili jangling guitars che una volta ci ricordavano qualcosa dell'inquietudine dei Pants Yell, mescolata all'indolenza dei Real Estate. Ma il nuovo Soft Focus non è quasi più niente di tutto questo. Voltare pagina. Suoni morbidissimi, che spesso sembrano rimandare a certo rock Anni Ottanta, e ricchi di arrangiamenti che includono synth e sassofoni. Non a caso la band dice di essersi ispirata più ad atmosfere Roxy Music epoca Brian Eno, e di avere come numi tutelari i connazionali Triffids (il cui Rob McComb compare tra i credits di questo nuovo lavoro). Soft Focus cattura un sentimento esausto. "I did all the ground work / Now they’re probably going to throw it away". La sensazione di essere rimasti inchiodati in qualche posto sbagliato (Still Stuck Out Here). C'è molta solitudine, e tutto quel romanticismo da persone sole. Titoli come Bed As A Grave oppure Deluded. Versi netti come "relief will never come, and I waited enough, so now the need is gone". E c'è la consueta gentilezza nel modo in cui gli Ocean Party sferzano tutti questi fendenti spietati. C'è grazia nelle voci e nelle melodie distese. Ti chiedi se bisogna abbandonarsi o restare aggrappati con tenacia a queste macerie. Provo a pensare che la risposta sia già nella traccia di apertura: "I went out. I thought what else could I do". Ma fa ancora male.

(mp3) The Ocean Party - Sharps And Taylors

venerdì 28 novembre 2014

I whish you knew how I feel for you

Pretty Sad - Pretty Sad EP - Shelflife

Lo so che l'indiepop vi sembra un po' la comunità Amish della musica indie, e questo non tanto perché sia una nicchia chiusa e immobile, quanto perché quello che riesce a filtrare all'interno diventa presto parte di un discorso che sembra da sempre molto conservatore. In realtà le origini dell'indiepop (basta vedere la storia della Sarah Records, per fare un esempio) hanno un carattere di rottura e rivoluzione forte quanto quello del punk. Solo che i mezzi scelti per esprimersi sono stati spesso sottovalutati o travisati, e in ultimo hanno finito per essere assimilati ad altro.
Così quando nel 2014 esce un piccolo e delizioso EP come il debutto dei Pretty Sad per la benemerita Shelflife Records, il primo pensiero è che potrebbe essere un disco del decennio scorso, o di quello prima, e suonerebbe esattamente allo stesso modo. Il trio, che si divide tra Danimarca e Gran Bretagna, prende la strada di un dream pop malinconico ma non sconsolato, grazie a melodie terse e chitarre scintillanti (qualcosa di Beach Fossils, qualcosa di New Order), e soprattutto grazie a una voce lieve che scende da una nuvola e che ricorda molto le prime cose dei Concretes. Purtroppo escono l'EP esce solo in digitale, sarebbe stato perfetto dentro uno di quei sette pollici, "come una volta".



Pretty Sad - Pretty Sad EP

giovedì 27 novembre 2014

"We, the creative class"


Un incipit da blog bulletto per questo post sarebbe: "non so se i Pomplamoose si rendono più ridicoli con la loro musica, il loro look o le cose che scrivono". Ma in effetti non conosco abbastanza il duo californiano per avere voglia di spendere troppo sarcasmo. Leggo su Wikipedia che le loro canzoni sono finite dentro spot della Toyota e della Hyundai, e i loro video hanno superato i cento milioni di visualizzazioni su youtube. Insomma, non sono proprio l'ultimo dei gruppetti da cantina. Ti aspetti che abbiano un minimo di consapevolezza circa il business e i propri mezzi.
Poi leggi questo pezzo intitolato "Pomplamoose 2014 Tour Profits (or Lack Thereof)" e ti cadono le braccia. Forse era meglio fare un po' il bulletto.
Pomplamoose just finished a 28-day tour. We played 24 shows in 23 cities around the United States. It was awesome [...] that’s $135,983 in total income for our tour. And we had $147,802 in expenses. We lost $11,819.

Non è che solo per il fatto di essere pubblicato su Medium un articolo diventa intelligente e brillante. Ho trovato abbastanza imbarazzante il modo in cui i Pomplamoose hanno scelto di elencare entrate e uscite dettagliate al centesimo per sostenere la loro tesi ("an attempt to shine light on a new paradigm for professional artistry"). Avrebbero potuto raccontare il loro barcamenarsi come band che sta cercando (pure con qualche successo) di galleggiare sopra la linea del totale anonimato facendosi qualche domanda in più. Davvero retribuisci sei persone quasi cinquantamila dollari per quattro settimane, dormi in una doppia al Best Western e ti chiedi come mai il tour non va in pari? "Neither of us had experience with financial modeling": e ce ne vantiamo con un lungo pezzo su internet scritto purché abbia i font belli larghi e i bottoni dei social. L'unico accenno nel testo a qualche forma di funzionamento concreto del mercato è l'esempio delle pubblicità su youtube: "people agree to run ads over their videos to make money from their content". Questo sì che è "marketing insegnato (d)ai musicisti"! (cit. Gluca).
"The 'creative class' is no longer emerging: it’s here, now": e questa suona davvero come una minaccia.

UPDATE: "You don’t have to lose money on tour" - una sensata replica su Noisey.


domenica 23 novembre 2014

Letting go has not really been something that I've been good at

Le Man Avec Les Lunettes - Summer Summer - video directed  by Erica Terenzi (Be Forest) and Lorenzo Musto

Non aggiornavo il blog da una settimana, ma in questi giorni sono uscite un po' di notizie di band italiane che mi stanno a cuore, e la domenica mattina è il momento giusto per un po' di recap.

- Con il consueto tempismo, a poche settimane dal Natale i Le Man Avec Les Lunettes hanno pubblicato un nuovo video per Summer Summer, canzone contenuta nel loro ultimo magnifico album Make It Happen. La versione del video però è leggermente diversa, dato che aggiunge la voce di Costanza Delle Rose dei Be Forest, e ascoltarla in un contesto così diverso per lei è proprio un piacere. Anche il video è speciale, perché è diretto da Erica Terenzi (sempre dei Be Forest) e Lorenzo Musto, che rendono bene l'aria malinconica ma leggera, quasi di sogno, della musica dei Lunettes.


- E a proposito dei Be Forest, il trio pesarese ha concluso proprio ieri il lungo tour americano che li ha portati in giro da una costa all'altra. Lo scorso 18 novembre sono stati anche ospiti della celebre stazione radiofonica di Seattle KEXP. Se siete curiosi di sentire cosa hanno combinato i nostri ragazzi dal vivo, potete riascoltare il Morning Show di John Richards sul player a questo link!

Be Forest live @ KEXP Seattle 2014/11/18


- Nuovo video anche per i Welcome Back Sailors, uscito in anteprima sulla webzine americana My Old Kentucky Blog. Best Friends è la nuova anticipazione da Tourismo, il secondo album del duo emiliano, in arrivo martedì su We Were Never Being Boring. Piroette e volteggi controluce, per una suono che da "semplicemente" elettronico è diventato sempre più sensuale e soul.


- Questa settimana è uscito anche Amore, il debutto sulla lunga distanza per i romani WOW. Pubblicato da 42 Records raccoglie dieci magnifiche canzoni (più una bonus track) che sembrano arrivare direttamente da un magnifico universo parallelo in bianco e nero, in cui gli Anni Sessanta italiani rappresentano una cultura dominante e certi arrangiamenti lussureggianti di archi non sono mai passati di moda. Una nuova voce interessantissima nel panorama nazionale.


- Fallo Dischi e To Lose La Track hanno unito le forze per pubblicare il nuovo sette pollici in split tra i bolognesi Action Dead Mouse e i napoletani L'Amo. Punk hardcore fatto col cuore, gridato e sanguinante, come serve a noi: "esigiamo passioni smodate". In attesa che arrivino i vinili, le due canzoni sono in free download via Bandcamp.

 split Action Dead Mouse​ / ​L'Amo