giovedì 23 febbraio 2017

Trappist-1 OST Volume Uno

STROMBOLI - VOLUME UNO

Ero in treno e stavo ascoltando il nuovo album di Stromboli quando è arrivata la notizia che la NASA aveva annunciato la scoperta di altri pianeti in cui la vita potrebbe essere possibile. Sette pianeti intorno a un piccolo sole, a quarant'anni luce dalla Terra. Buio fitto fuori dal mio finestrino, le cuffie ben strette, il volume molto alto per perdermi dentro bassi pulsanti, clangori sconosciuti e oceani sintetici, e in testa questo strano nome: Trappist-1.
Mentre leggevo e rimbalzavo da twitter ai siti dei quotidiani, il mio collage mentale di immagini prese da film di fantascienza era abbastanza prevedibile, eppure la musica di Stromboli funzionava, rendeva tutto più avvincente. Il treno, nel suo lungo viaggio di avvicinamento a una stella nana rossa ultrafredda e sconosciuta, di classe spettrale M8, risuonava della musica elettronica di Nico Pasquini, e mi sentivo quasi ottimista. Mi sono chiesto, come tanti altri, se i miei figli vedranno partire astronavi. Mi sono chiesto se lasceremo vivere questo pianeta abbasatanza a lungo per conoscerne altri. E a poco a poco, ho cominciato a sentire dentro questi strati di suoni e ritmi destrutturati, un suono e un ritmo nuovo, epico e grandioso.
Non capisco perché tutte le recensioni descrivano Volume Uno come un disco "marcio, scuro e sinistro". Qualcuno ha parlato addirittura di "visions of decay and mutation and gangs of feral humans roaming the urban landscape looking for fresh meat". Stanno male. Perché devono rovinare la mia personale traversata galattica? Non sentono che i droni frantumati di Drag Phase sono l'affascinante rumore di radiazioni cosmiche che si dissolvono? Non vedono che l'incedere ossessivo di Downwards o di Glow racchiude i poderosi rumori della gigantesca e prodigiosa sala macchine che spinge lo smisurato vascello verso altri sistemi solari? Non capiscono che la solennità di Basedown Grave è la stessa del primo miracoloso passo sulla superficie di un satellite sconosciuto? Perfino nella copertina del disco, nell'incredibile foto di Giulia Mazza, il pulviscolo si trasforma in stelle e galassie!
Eppure prevale questo luogo comune per cui il suono industriale deve per forza accompagnarsi a una visione nichilista e opprimente. Forse non conosco abbastanza Terry Riley e Basinski, forse è solo un mio limite. Ma perché quasi tutti i film di fantascienza devono finire per essere mezzi horror semplicemente ambientati nello spazio? Se devo immaginare l'oltre, io voglio che sia l'avventura, la scoperta, la frontiera. Voglio Verne, Bradbury, Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo.
Ho ripensato alle rocce sospese nell'aria di Arrival, a tutti gli interrogativi irrisolti del contatto con ciò che è alieno. Una delle cose che ho amato in quel film è come tutto si fermi sempre un passo prima di cedere alla cieca paura. Gli extraterresti neri non hanno nulla di tenero e sentimentale, alla E.T., ma non per questo tra di noi è impossibile comunicare. Il linguaggio, per quanto sfilacciato e impalpabile, esiste, e ha una sua musica mostruosa, tutta da decifrare. Non siamo più i bambini che scappavano sulle BMX, lo spazio là fuori è immenso e buio, e forse non ha niente di amichevole. Ma non per questo è nostro nemico. Allo stesso modo questo disco, non deve avere per forza il suono di minacce terrificanti e cupa disperazione: su qualche pianeta che non riusciamo ancora a immaginare, dalle parti di Trappist-1, è puro rave, oppure divertentissimo pop. Andiamo a scoprirlo.






martedì 21 febbraio 2017

Indiepop Jukebox (febbraio '17)

Dopo una cassetta autoprodotta e un sette pollici su Kingfisher Bluez, fanno il loro debutto in UK le Peaness, trio proveniente da Chester, in bilico tra indiepop e suoni più aggressivi e quasi punk. Same Place è un sette pollici (già esaurita la versione
verde acido a tiratura limitata) pubblicato da Odd Box Records nel singles club "The 100 Club Series". Due asciutte tracce che, oltre ai più evidenti richiami a Standard Fare e Chorusgirl, mi hanno fatto tornare in mente anche certe Elastica, davvero niente male.





 Luxury Death - Listerine
"The tale of a friend’s struggles with relationship and identity" è la storia di Listerine, la nuova anticipazione dell'imminente EP GLUE per i Luxury Death, in uscita sulla più o meno infallibile PNKSLM Recordings. Ben Thompson e Meg Williams questa volta ci mostrano il lato più notturno (non mi azzardo a dire sentimentale o romantico perché i ragazzi mi sembrano abbastanza spigolosi) e la traccia ha un suo incedere indolente ma in qualche modo grandioso, tutta giocata nella contrapposizione tra voci e synth.





 Wesley Gonzalez - Exhibition Song
Sono passati ormai dieci anni da quando i fenomenali Let's Wrestle mi travolgevano con il loro inno I Wish I Was In Husker Dü. Ora sta per arrivare il debutto solista del loro cantante, l'adorabile e sconcertante Wesley Gonzales, e sulle pagine di Loud&Quiet presentano il singolo che anticipa l'album scrivendo proprio "less Hüsker Dü and more Todd Rundgren, Stax Records and XTC". Il disco si intitolerà con molto understatement Excellent Musician, uscirà su Moshi Moshi e se questa Exhibition Song ("an ode to the lethargy and laziness felt during the beginnings of a romantic relationship") può servire da indicazione, direi che Wes non ci farà rimpiangerela sua vecchia band.





 Soaked - Backseat Heat
Bignami che riassume in tre minuti praticamente tutta l'estetica Burger Records, Backseat Heat è il singolo che anticipa il debutto dei Soaked, intitolato Don't Wanna Wake Up Today. Loro sono un quartetto di Austin, Texas, sono stati notati da Matthew Melton, il carismatico leader dei Warm Soda, già nei Bare Wires, che gli ha prodotto questa cassetta. Chitarre power pop graffianti, coretti super appiccicosi e quella generale aria di festa che le band di casa Burger riescono a trasmetterti con una facilità disarmante.





 Astragal - EP
Gli Astragal prendono il nome da un romanzo di Albertine Sarrazin, e sono un terzetto di Houston che intende mescolare il proprio dreampop con sfumature post-punk e jazz. Forse suona un po' troppo ambizioso sulla carta, ma in ogni caso il risultato, almeno dalle tre tracce di questo primo EP in cassetta, mi pare davvero riuscito e promettente, tra chitarre scintillanti e malinconiche melodie. "Songs that you can dance, ride a bike, and hopefully fall in love too".





Lance Bangs - Wash
Ci eravamo occupati dei Lance Bangs, trio proveniente da Richmond, Virginia, e noto in precedenza come Colin Thibodeauxx, già lo scorso settembre, in occasione dell'EP d'esordio. Ora tornano con un nuovo singolo, Wash, più compatto nella struttura e ancora più aggressivo, che anticipa un album in arrivo per l'estate. Ci puoi sentire dentro influenze Fall e Gang Of Four, amalgamate con una certa abilità e disinvoltura.





Terry vs. Tori - Wapebearer
I Terry VS. Tory sono due ragazze e due ragazzi provenienti da Siviglia. Hanno all'attivo un EP e un'uscita su BEKO. Io li avevo messi anche nel nastrone dell'estate scorsa perché suonano questo indiepop molto luminoso e disteso, che può ricordare a tratti certe atmosfere alla Wild Nothing / Beach Fossils degli esordi. Il nuovo singolo si intitola Wapebearer, è tantissimo Sarah e quindi mi sta piacendo davvero un sacco (copertina "da fanzine" compresa).





Il ritorno dei Letting Up Despite Great Faults ha la forma di un EP, intitolato Alexander Devotion e pubblicato da Shelflife insieme a Heist Or Hit. La band di Mike Lee, nata a Los Angeles e in seguito trasferitasi a Austin, rimane sulle sue consuete coordinate sonore, ma non per questo mostra stanchezza o perdita di fantasia: il loro synth-pop ipercolorato per amanti di M83 e primi Radio Dept, dai ritmi sostenuti e pieno melodie a presa rapida, resta divertente come sempre.





The Whooperups - Sensible Daydreams
Tre componenti di Spook School, Wolf Girl e Charla Fantasma: direi che basta questo per definire The Whooperups un "supergruppo" nel giro dell'indiepop. Il loro scopo dichiarato suonare “ugly pop music”, ma il risultato contenuto in questo debutto Sensible Daydreams EP (uscito su Everything Sucks Music) mi pare tutt'altro che ugly. Pop che si sporca con un punk giocoso e sincero. Qui e là tornano in mente le care vecchie All Gir Summer Fun Band, e la cosa non può che rendermi felice.





HALASAN BAZAR - BURNS
Arriva sull'etichetta francese Requiem Pour Un Twister il terzo album dei danesi Halasan Bazar, che da quanto mi pare di capire devo proprio recuperare. Festoso, caotico e psichedelico, il loro suono sembra capace di tenere assieme I'm From Barcelona, Beach Boys e Stereolab. "Buoyant melodies and kaleidoscopic composition", dice il comunicato stampa, e non vedo l'ora di farmi travolgere pure io dall'entusiasmo: Burns potrebbe essere una delle sorprese indiepop della stagione.





domenica 19 febbraio 2017

In the morning I’ll be better

 Spiral Stairs – Dundee Man

"polaroid – un blog alla radio" – S16E17

The New Year – Recent History
Tobin Sprout – Future Boy Today / Man Of Tomorrow
Spiral Stairs – Dundee Man
Grandaddy – Brush With The Wild
Teenage Fanclub – Thin Air
Tennis – In The Morning I’ll Be Better
No Middle Man – Love In Stereo Sound
Letting Up Despite Great Faults – Starlet
Halfalib – Love Letter To Science

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giovedì 16 febbraio 2017

I'll sing it to you softly, so terrified


Lenta, come soltanto un gesto dentro qualche sogno può essere, la mano si avvicina e si posa sulla pelle che sta per accarezzare, ne segue lieve il profilo, tra l'ombra e il punto in cui cade un raggio di sole che filtra dalle tende. La stanza è immersa nel silenzio, quasi non sentiamo i nostri respiri. La consuetudine delle nostre mani è qualcosa di cui non ci accorgiamo quasi mai.
La musica di Hand Habits sembra parlare, tra le altre cose, di carezze, di tatto, di qualcosa da tenere tra le mani con tutta l'attenzione e la premura del mondo: "Hold me like a child", canta All The While. "I hold you like a flower / hold you like an hourglass / hold you like you’re the only thing I ever had", risponde Flower Glass. Melodie che si distendono e si prendono tutto il tempo per avvolgerti, sussurrarti all'orecchio, aspettarti. Queste canzoni sembrano capaci di sprigionare calore: non quello istantaneo di una vampa, ma quello dolce di un lungo, lungo abbraccio. Viene in mente una sola parola per cercare di descrivere questa musica: languida. Suoni che galleggiano come anelli di fumo, volano via al rallentatore e si disfano tra echi impalpabili.
Meg Duffy era già conosciuta per aver fatto parte della band di Kevin Morby e dei Mega Bog, e ora esordisce sulla lunga distanza con questo progetto in cui fa tutto da sola. Wildly Idle (Humble Before The Void), pubblicato (in maniera direi molta appropriata) dalla Woodsist, è stato interamente registrato nel suo salotto, con l'eccezione di alcune guest performance di Avi Buffalo, Kevan Lareau e Sheridan Riley, e il mixaggio di M. Geddes Gengras, già al lavoro con L.A. Vampires, Zola Jesus, Pocahaunted e Love Cult.
La scrittura della Duffy sembra prediligere canzoni più ampie della forma pop abituale, quasi sempre sopra i cinque minuti, Ma non si tratta di sovrabbondanza, non ci sono lunghi assoli né  intermezzi riempitivi: è solo che tutto si rallenta dentro questo disco, il tempo si dilata e si distilla, la goccia di miele è sempre sul punto di cadere, e tu continui ad assaporare in anticipo quello che sta per succedere. Se non fosse per quella sfumatura di calda malinconia che sembra, in qualche modo, insinuarsi sempre tra le corde della chitarra, si potrebbe dire che questo album trabocca sensualità (quella In Between pronta per la colonna sonora di un vecchio David Lynch). Ma mi pare che alla fine sia una assorta delicatezza a prevalere, come se la musica di quel contatto e di quello sfiorarsi aprisse uno spazio nuovo, sconosciuto eppure intimo. E la voce di Meg Duffy, per fortuna, è qui per essere la nostra guida.



Hand Habits - Flower Glass


Hand Habits - All The While


martedì 14 febbraio 2017

When I was a boy

Tobin Sprout - The Universe and Me

La voce di un ragazzo over 60 che suona più giovane e schietta di quella di tanti cantanti che hanno meno della metà dei suoi anni. Non so, è una piccola cosa mi strappa un sorriso, e che però al tempo stesso mi fa pensare alla condizione dell'indie rock oggi. Tobin Sprout ha fatto parte dei Guided By Voices in due importanti capitoli della loro storia, ha scritto musica insieme a Robert Pollard, e ha una corposa produzione a proprio nome: stiamo parlando, insomma, di qualcuno che - magari non così sotto i riflettori come altre celebrità alternative - ha dato un certo contributo alla costruzione della nostra stessa idea di indie rock. "What George Harrison was to the Beatles and John Entwistle was to the Who, Tobin Sprout was to Guided by Voices" sintetizza la AllMusicGuide. Eppure, questo suo nuovo album, The Universe And Me, che pure esce per la nota, uber-cool e iperattiva Burger Records mi lascia l'impressone di quei gesti cordiali, quei saluti che si perdono nella folla di una festa e che non raggiungono il proprio destinatario. E tu resti lì, con la mano a mezz'aria, senza sapere bene che fare. Non perché le canzoni di Tobin Sprout non siano riuscite, al contrario: ci sono passaggi di vera bellezza qui dentro. Si passa dai pezzi con le classiche chitarre slabbrate, come l'apertura di Future Boy Today / Man Of Tomorrow, a ballate beatlesiane come la title track, a momenti semplici e dolci, guidati dal pianoforte (When I Was A Boy), una Heart Of Wax che potrebbe stare nel catalogo dei Teenage Fanclub, e anche un paio di quelli che sembrano omaggi a Bowie (Just One Kid, dall'andatura spavalda e glam). Uno di quei dischi che ti regalano infinite pacche sulle spalle, e che ti fanno pensare ah, se l'avessi ascoltato vent'anni fa (facciamo pure qualcuno di più) forse mi sarebbe scesa una lacrima. La bassa fedeltà, gli scazzi della batteria, quelle strofe sul diventare grandi. E invece oggi sei qui, le cose di cui si parla sono altre, la discussione è altrove, un signore dai capelli bianchi si è ritirato in provincia e ci ha mandato una cartolina per dirci che sta bene. Siamo contenti ma chissà se ci ricorderemo di rispondere.


domenica 12 febbraio 2017

Lay down next to me, forget your worries

VACATIONS - Vibes & Days

Se, come me, non vedete l'ora che arrivino i prossimi album di Mac DeMarco e Real Estate, ma sentite il bisogno di riscaldare questa grigia domenica di febbraio, guardate verso l'altro emisfero, sono sicuro che l'Australia non vi deluderà. Da Newcastle arrivano i Vacations, perfetti già a cominciare dal nome. Chitarre baciate dal sole, ritmi languidi e una voce che invita a rilassarsi e a prendere tutto con molta calma. "Life moves so slow, when you're at home": è proprio in quel momento che non devi arrenderti alla noia. Lì sei di fronte al tuo ostacolo più grande: te stesso. Può uscirne qualcosa di buono? Non ti agitare, andrà tutto bene. Sognare a occhi aperti, amici. Nessuno riesce più a farlo davvero. "I'm so tired from doing nothing, I wish I wasn't so lazy".
Campbell Burns, 21 anni, background jazz (vedi l'omaggio strumentale intitolato Dave Brubeck), ha una scrittura capace di insinuarsi nelle increspature dei minuti interminabili dei pomeriggi e tirarne fuori una musica consolante, in cui si fa pace anche con quella punta di inevitabile amara malinconia.
Vibes & Days è una cassetta pubblicata dalla Human Sounds Records di Atlanta, Stati Uniti, e raccoglie l'ultimo album e il primo EP della band australiana. Molto consigliata.


Vacations - Young

martedì 7 febbraio 2017

Maybe I don't deserve a single thing

JOY AGAIN - EP

Qual è il confine della "cameretta" quando parliamo di "bedroom pop"? Esiste forse un limite di decibel? Le melodie devono essere sempre sussurrate e dimesse, per non disturbare i vicini? Oppure è una questione di testi e argomenti? Di chi è stata l'idea che dovesse esserci un gatto nelle foto stampa? E a quale età la cameretta smette di essere luogo d'elezione dell'eterna adolescenza, e comincia a trasformarsi in un limite?
Sto scherzando: è soltanto che mentre ascoltavo in loop questa manciata di fantastiche canzoni mi è venuto in mente quanti dischi vengono liquidati come "bedroom pop", forse in mancanza di migliori definizioni, mentre in realtà mostrano un amore e una cura che molta altra musica non possiede.
Un anno dopo l'incoraggiante singolo di debutto Looking Out For You, tornano a farsi sentire i Joy Again, band di Philadelphia che vede al suo interno anche il giovane e promettente cantautore Arthur Shea. Guitar pop a bassa fedeltà, che nonostante il suo apparire senza pretese, mezzo nascosto tra umorismo lieve, understatement e romanticismo, si rivela invece senza tempo, quasi classico. Immaginate Sungazing rifatta da scanzonati Vampire Weekend in vena di ukulele e bolle di sapone, oppure Necromancer suonata sulla spiaggia insieme agli indimenticati Little Joy di Fab Moretti e Binky Shapiro. Potremmo stare a discutere se i Joy Again hanno ascoltato più Jonathan Richman o più Magnetic Fields, più Beach Boys o più Mac DeMarco, ma in fondo è come se fossero tutti qui, vecchi poster nella loro e nella nostra "cameretta". La voce perennemente filtrata "da vecchia radiolina" ha una buona parte nel fascino di questo suono impolverato e indolente (almeno su di me), ma il fatto è che le canzoni seducono già al primo ascolto, soltanto con il loro essere spensierate e nostalgiche al tempo stesso. Sembra all'istante di conoscerle da sempre, sembra proprio di essere da sempre nella cameretta insieme a loro.


Joy Again - Sungazing


venerdì 3 febbraio 2017

"No such thing as homeless in nowhere land"


Il racconto notturno di un sassofono si intreccia a luminosi tappeti di synth, animandosi quasi senza ritmo, mentre una voce angelica fluttua, si immerge e riaffiora, tra il buio e l’alba, persa tra riverberi e vento che soffia dal mare: dal chiaroscuro, tutto si accende in un’inquadratura perfetta. “No such thing as homeless in nowhere land”, proclama Soundtrack, la canzone che apre l’eponimo album d’esordio dei Dizzyride. È una sensazione che non ci scrolliamo più di dosso per tutta la durata del disco: la certezza che, ovunque staremo andando, l’amore conterà più di muri e confini, sarà sempre più forte della solitudine, delle nostre incertezze di un’ora, e anche del tempo che ci passa addosso.
“Supersonic, amour fou”, ripete Jungle Mix. “Every moment will be what it should be / We exist in ways beyond our control / Every moment we shared has been mystical” (da Young You): potrebbe sembrare il comizio ebbro di un asceta in stato confusionale, e invece è la schietta e travolgente istantanea che cattura uno di quei preziosi e rari lampi di assoluta lucidità, in cui il semplice stupore di ritrovarsi a vivere allinea e fa coincidere tutto quello che abbiamo sempre saputo e scelto in fondo ai nostri pensieri. È straordinario osservare da tanto vicino un fenomeno così maestoso, poterlo sfiorare in forma di canzoni e di parole d’amore. “Going back to the one I adore / Shining bright like a star / He is near when I am far” (Candy Lullaby).
Il suono dei Dizzyride trasforma e distilla influenze di pop minimalista, tradizione psichedelica, disco afro- beat, elettronica lo-fi e soul music in dieci delicate composizioni che esulano dalle affinità con altri nomi contemporanei. Una volta tanto, la musica si presenta a noi con una verità palpitante, che fa quasi commuovere.
I Dizzyride sono Nicola Donà (che già conoscevamo per i nostri The Calorifer Is Very Hot! e Horrible Present) e Zoë Kiefl, cantautrice originaria di Montreal. Coppia nell’arte e nella vita dal 2014, risiedono a Brooklyn, dove hanno già registrato due EP. Questo è il loro primo album.


Dizzyride - Soundtrack

mercoledì 1 febbraio 2017

The Radio Dept. @ Bitterzoet, Amsterdam 2017/01/28

The Radio Dept. @ Bitterzoet, Amsterdam 2017/01/28

Sono passati quasi quattordici anni da quando, per la prima volta, saltammo su un aereo e volammo a vedere i Radio Dept. al loro primo concerto fuori dalla Svezia. Me ne rendo conto all’improvviso sabato sera, sotto al palco del Bitterzoet di Amsterdam, mentre il locale si sta riempiendo. Di colpo realizzo quanto tempo è passato da quella goffa nottata al piccolo Spitz di Londra mezzo vuoto, zona Brick Lane pre-gentrificazione, senza Rough Trade né bancarelle hipster a Spitalfields. Il catalogo delle cose che sono cambiate da allora (per la band, per questa confusa scena musicale, per noi...) è una vertigine. Dura un attimo: decido di pensare invece a quello che è importante oggi, al fatto che siamo ancora qui davanti (per la band, per questa confusa scena musicale, per noi...), al fatto che non abbiamo esitato un attimo a saltare su un altro aereo ancora una volta, per esserci, finché reggono le gambe, e al fatto che la data, come quasi tutte le altre di questo tour, è sold out.
Alla fine, per me conta soltanto che l’ultimo disco dei Radio Dept., Running Out Of Love, sia bellissimo, forse il migliore e il più importante della loro carriera finora, e che tra poco lo sentiremo dal vivo. Qui, ora, davanti a noi. Basta sopravvivere alla playlist di sottofondo (un’interminabile ora di Drake, The Weeknd, Frank Ocean, The Internet...), basta non prendersela troppo per i drink che non sanno di niente, basta fare qualche sforzo per godersi anche il gruppo spalla, i Germans, soul/R’n’B da New York, tanto eleganti quanto flebili (l’accoppiata in cartellone al Bitterzoet mi è sembrata abbastanza bizzarra).
Tra le molte cose che sono cambiate per i Radio Dept. salta subito all’occhio il set-up del nuovo palco, il cui allestimento dura parecchio: la quantità di macchine è cresciuta in maniera esponenziale e, cosa ancora più importante, i tecnici stanno preparando quattro postazioni. Infatti, scopriamo che insieme a Johan Duncanson, Martin Carlberg e al ritrovato Daniel Tjäder, c’è anche Maja Karlsson, che aveva già accompagnato la band in Asia l’anno scorso. A lei il compito di dare coesione e robustezza al suono dei Radio Dept., passando da una seconda chitarra ai synth, alle percussioni (acustiche e sintetiche). Un apporto fondamentale, lo si capisce subito dall’attacco con Sloboda Narodu, tesa e precisa, canzone che apre anche l’ultimo album e detta il tono alla scaletta di questa sera. "Death to fascism, freedom to the people".
La seconda cosa che mi colpisce è che, nonostante siano in giro da così tanto tempo, i ragazzi non hanno ancora imparato a dissimulare la propria timidezza di fronte al pubblico. Tra una canzone e l’altra Johan non può far altro che sorridere chiudendo gli occhi, accennare “thank you”, un paio di volte “cheers”, e quasi nient’altro. Sono adorabili: sono qui per suonare, per sbatterci addosso le loro canzoni più crude e impietose, parlare di etica e umanità attraverso la loro musica. Ma quando manca quella, restano sempre i riservati e introversi ragazzi nordici che avevamo incontrato tanto tempo fa, che tacevano o si scusavano sconsolati per le loro performance dal vivo. Invece stasera funziona tutto a meraviglia.
Ovviamente il nuovo album prevale nella selezione: We Got Game, incalzante Detroit che fa ballare la gente sulla galleria, l’ondeggiante Committed To The Cause, con l’innesto di quel furbissimo piano italian house, la dolcissima e tormentata Teach Me To Forget (questa non me l’aspettavo) e addirittura la strumentale title track. Le tracce più vecchie si inseriscono alla perfezione in questo suoni sospesi tra eredità Pet Shop Boys e un balearico scandinavo asciutto e glaciale. Riascoltato oggi, il vecchio singolo David era già un’anticipazione dei temi del più recente lavoro, mentre Heaven’s On Fire suona come una hit estiva mondiale di qualche migliore universo parallelo in cui vorrei abitare. Ottimo il recupero di The New Improved Hypocrisy, azzeccatissimo per argomento e forma, mentre The Worst Taste in Music dal vivo abbandona le sfumature più dolenti per spingere sul lato ritmico. Com’è logico aspettarsi, i Radio Dept. non fanno mai quello che ci si aspetta da loro, e così dal primo disco non ripescano canzoni prevedibili come Against The Tide o Damage, ma l’interlocutoria Lost & Found, la cui malinconia è forse l’unica parentesi in cui il concerto sembra perdere compattezza. Ancora, tra le cose che mi aspetto e che puntualmente non si avverano: sarebbe fin troppo facile per i Radio Dept., in questi surreali e minacciosi primi giorni della presidenza Trump (mentre anche il resto del mondo non se la passa meglio), introdurre quasi ogni canzone con lunghi discorsi di contesto politico. Invece nulla: non una parola sulle "Swedish guns", nessuna facile battuta sul “middle ground” o sul preveggente “We don’t mind democracy / We have our ways around it”.
La mia idea è che i Radio Dept. ritengano di avere detto tutto quello che devono dire a riguardo nella strofa “There’s a choice to be made / We never used to blindly disobey / Now make some noise, never fade”. Vederli dal vivo e sentirsi arrivare addosso quelle parole, tra bassi profondi e ritmi sintetici che rimbombano nella pancia, è sinceramente emozionante. Più forte di mille canzoni che l’abitudine definisce “di protesta”. L’apoteosi finale è una tiratissima versione di Occupied di quasi dieci minuti, dall’incedere marziale e spietato, “We all wish there was a hell for some people”, fino al crescendo techno e apocalittico bombardato dalle strobo, una detonazione liberatoria che forse non tutti si aspettano a un concerto dei Radio Dept. La sala esplode.
È grandioso e riempie il cuore vederli così in forma, dopo tanto tempo e mille tentativi, una sintesi perfetta di quello che hai sempre voluto tu da loro e di quello che forse vogliono loro dalla musica, una sintesi che finalmente si avvera.



The Radio Dept. - Occupied





sabato 28 gennaio 2017

Don't talk to strangers

HATER - YOU TRIED


"polaroid – un blog alla radio" – S16E14

Hater – Had It All
Los Campesinos! – 5 Flucloxacillin
Cherry Glazerr – Trash People
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per “Troppa Braga“]
Cayetana – Mesa
Spoon – Hot Thoughts
Tiger! Shit! Tiger! Tiger! – Highland Park
Dunes – Can’t Stay
Joy Again – Sungazing
Agent Blå – Don’t Talk To Strangers
Fred Thomas – Voiceover

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giovedì 26 gennaio 2017

"An alternative needs to exist"

Una rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

Cairobi

► Esce domani per la neonata etichetta Some Other Planet Records, il debutto eponimo dei Cairobi e sul sito di Radio Città del Capo potete già ascoltarlo in anterprima streaming! Ricordate il fantastico Archaeology Of The Future dei Vadoinmessico? I Cairobi sono il proseguimento di quella esperienza, e la loro musica continua a mescolare gioioso afro-pop e influenze folk, questa volta con sfumature più psichedeliche e dark:




► Nell'epoca di Spotify e delle playlist, nessuno sembra avere la formula magica per rimettere in piedi il mercato discografico da zero. Il modello alternativo di Bandcamp, nonostante tutto, è la piattaforma che mi convince di più e che mi sta più simaptica. Hanno diffuso i più che positivi numeri del 2016 e, al netto delle comprensibili fanfare, hanno aggiunto anche un'altra considerazione di stampo, diciamo così, più etico/politico, che mi sembra interessante: «if subscription music rental can't work as a standalone business, then it will only exist as a service offered by corporate behemoths to draw customers into the parts of their businesses where they do make money, like selling phones, service plans, or merchandise».


► «They’re there to see a show, and they’re not even watching you—they’re watching a projection of you that’s in their brain. They’re there to feel their own emotions, and sort their own feelings out»: bella intervista a Mitski su Creative Independent in cui racconta com'è stato passare da opening act a headliner, e tutto quello che ha dovuto imparare.




► Un'intervista già linkata ovunque, ma che voglio segnalare anche io e tenere qui, a futura memoria: "We Have To Invent The Future: An Unseen Interview With Mark Fisher" (via The Quietus): «I think certain kinds of disconnection are needed now. Unplugging from certain kinds of networks. I was speaking to my students about trying to unplug – we are in a new phase of human life I think. In the 70s, boredom was a big problem. Boredom was an existential void, boredom could then be thrown back at the entertainment industry and mainstream culture and it was also a challenge to ourselves: why are we allowing ourselves to be bored? Given that we are finite animals and we are gonna die, it was a moral scandal of insane proportions that we can ever be bored. But now boredom is a luxury we don’t have any more».


► Wannafeelold (1): Drinking In L.A. usciva vent'anni fa (anche se avrebbe avuto successo l'estate successiva) e su Noisey viene giustamente celebrata come "the trippy slacker anthem" per eccellenza.




► Wannafeelold (2): siamo già al revival di Skins? No, cioè, sul serio? Non ne sarei così sicuro, ma in ogni caso Noisey (ancora!) pubblica un'analisi piuttosto lunga dal titolo "How the 'Skins'Soundtrack Captured Youth Culture in the 2000s".


► Lettura obbligatoria sul Guardian in queste cupe giornate, ma nonostante tutto non molto consolante: "Protest songs: soundtracking Trump's first days in office with the National, Bon Iver and more"


► Il piccolo saggio introduttivo della "Pitchfork's 50 Best IDM Albums of All Time" è firmato da Simon Reynolds, un po' troppo conciso ma impecccabile come sempre.


► Un articolo su The 405 che cerca di essere ottimista ma che in realtà trovo irritatante in più di un passaggio: "Despite What Everyone is Saying, Albums Are Alive as Ever".


Lungo, approfondito e abbastanza demoralizzante articolo su Consequence Of Sound che non si occupa soltanto dei nuovi album di band come Japandroids, Real Estate o Cloud Nothings, ma tenta di dare un senso al contesto di relativo disinteresse per il rock'n'roll e la musica fatta con le chitarre nel 2017: «The problem and the paradox for rock music isn’t that it’s making no money, but that fans might be mortgaging the genre’s future by investing so many dollars in its past».




martedì 24 gennaio 2017

"Do I even need to be here? And why does this hurt?”

Fred Thomas - Changer

«Well, you’re moving around constantly, but you’re also playing the same venues that you played, like, three years ago, and they have the same stickers in the bathroom. [...] The people that stuck around and kept going to shows are still there, and my friends are still there, but they’re changing, while we’re at the same venues where we met 10 or 15 years ago. That’s an amazing thing, but you don’t have a chance to catch your breath. In a way, it’s like, wow, this backdrop is always going to be there. It’s like you’re a character in this play that takes place at the punk show.» [*]
Eccolo qui, il tipo di polaroid che parla di un altro disco indiepop: due analogie, una citazione e un link. Quanti dischi, quanto tempo. Quanti anni saranno ormai che va avanti? Quindici? Perché lo fa? Siamo ancora a questo punto? Cos'è questa recita? Sembra una recita che parla di cambiamenti e in un certo senso di speranza, che però rimane sempre identica, e non ha nessuna speranza di cambiare. Aspetta: qui sta parlando del disco di oggi o invece, tipo, della vita? Ehi, questo è indiepop: dovrebbe essere modesto, rassicurante, consolatorio, prevedibile. Fred Thomas non è un tipo prevedibile, e non sta mai fermo. Mille progetti, una carriera solista, produzioni e musicista per altri. Ne è passata di acqua sotto i ponti dall'epoca dei cari vecchi Saturday Looks Good To Me. Changer è un disco nato in un periodo cruciale della vita di Fred Thomas: "in a matter of months, I quit my job, started the insane paperwork process that it takes to move to Canada, got married, and left. I was doing tours the entire time and recording bands". Quella stagione si riflette nei versi queste nuove canzoni:

Like, I remember standing out in front of the Northern, after another 15-paid gig, getting harassed by Olympia street punks (the worst!) for looking like a hipster. I wanted to be like, "Man I’m probably a couple years younger than your father. And I’ve traded any chance at stability for this community of people who, like, know what Black Flag is or whatever". And look a little closer: his outfit is amazing! (da Open Letter to Forever)
La musica diventa il veicolo a cui Thomas consegna veloci e incalzanti polaroid di ognuno di questi momenti di passaggio. "There was something I was trying to say" sono le parole con cui si apre il disco, ed è come se la voce del narratore si trovasse a rincorrere di continuo la frenetica girandola di eventi, il tempo che passa, il peso degli anni, la leggerezza che ti mette addosso la perseveranza nel raccontare. Intorno, gli amici spariscono ("obsessed with taking pictures of their children"), i sogni non si avverano, il mondo non diventa più giusto, la noia delle lunghe estati da ragazzo te la porterai dentro per sempre. "All those left-behind feelings": rimane altro? Qualcuno dice di avere trovato l'amore. Siamo sinceri: "Love is always looming, but it's tired of your attention / It feels like an excuse you use to rename old conventions". Non per questo Thomas abbandona il suo impeto. Anche quando August Rats, Young Sociopaths sembra soccombere sotto "another garbage year", quando "fuck man, can't something be kinda good before it's kinda gone?", anche in quel momento Thomas è lì a compilare il suo lungo elenco, a tenere nota di tutto, a trattenere e a inseguire, al tempo stesso, il cambiamento.
Dopo le chitarre scarne ed energiche, nella seconda parte della scaletta affiorano alcune tracce più sperimentali ed elettroniche. La migliore è Oval Beach che, come sintetizza alla perfezione Pitchfork, suona "like Boards of Canada making dream pop". Credo che questo cambio di passo rappresenti la maniera in cui Fred Thomas si vede nel mezzo della corrente del cambiamento: le parole si quietano e cedono il posto agli interludi sintetici strumentali, il ritmo passa da convulso a trasparente e sereno, ed è come se il disco stesso si sospendesse e si preparasse al ritorno delle parole, ora sovrapposte alle altre, consapevoli ma non per questo meno risolute. L'esperienza è quella che ti guida fuori dal cambiamento, e il cambiamento è quello che ti serve per guadagnarti esperienza, nonostante tutto quello che succede intorno a te, nonostante quello che dicono gli altri: "every ugly part of everything that people keep on telling you are... They aren't yours. They're just wrong".


Fred Thomas - Mallwalkers

lunedì 23 gennaio 2017

What have I done

polaroid – un blog alla radio – S16E13

“polaroid – un blog alla radio” – S16E13

Jens Lekman – What’s That Perfume That You Wear
Très Oui – Prince Of Pop
Dag – Guards Down
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
Lame – What Have I Done
Tiger! Shit! Tiger! Tiger! – Girls
Tinsel Heart – Wasted Yet Sad
Diet Cig – Tummy Ache
The Proper Ornaments – Bridge By A Tunnel
Halfalib – Arythmie Du Soleil

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venerdì 20 gennaio 2017

"La pietra che i costruttori avevano disprezzata è divenuta la pietra angolare"

Tiger! Shit! Tiger! Tiger!  –  Corners

Continuiamo ad amare le chitarre, l'indie rock che fa rumore, il frastuono elettrico che fischia dagli amplificatori, il basso che ti rimbomba nel petto, le batterie pestate che fanno sollevare la polvere dalle assi del palco. Noi restiamo qui, resistiamo qui. Arriviamo fino in mezzo al deserto del Texas e ci troviamo proprio bene come nella nostra cantina. Non è bellissimo qui? Sul furgone consumiamo le cassette dei Dinosaur Jr, dei Sonic Youth, dei Pavement, dei Fall e dei Nirvana, ma lungo la strada carichiamo anche Wavves, No Age e magari Cloud Nothings. Le chitarre sferzano e le canzoni sfrecciano, tieni la mano fuori dal finestrino e acceleri. Chitarre come quelle dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! non le trovi più in giro come una volta. Forse non piacciono più? Forse qualcuno ha preso uno svincolo più indietro sull'austrada e le ha scartate lì, a impolverarsi sotto il sole? Che importa. Il trio di Foligno invece ha tirato dritto e lungo questa maestosa freeway ha costruito una discografia che, sotto il profilo della solidità e della maturazione, non ha nulla da invidare a band più celebri. Da Be Yr Own Shit, di quasi dieci anni fa, fino al nuovo Corners, passando per l'EP Whispers e per il clamoroso Forever Young del 2013, i T!S!T!T! hanno messo a punto un suono formidabile, in abile equilibrio tra melodie epiche e impetuosi fragori. Gli "angoli" di questo nuovo disco non sono semplici "spigoli", non cercate la secchezza appuntita e tagliente del post-punk: piuttosto, puoi intenderli come testata d'angolo, qualcosa di solido, robusto materiale da costruzione, fondamenta sopra cui l'ingegno dei Tiger ha edificato una musica agguerrita e resistente, quella che ancora continuiamo ad amare.

Corners esce come sempre per To Lose La Track, questa volta insieme a Miacameretta Records, ed è stato registrato nei VDSS Recording Studio da Filippo Strang (Flying Vaginas).
Questa sera i Tiger! Shit! Tiger! Tiger! verranno a presentarlo dal vivo per il primo dei due appuntamenti di Inverno Fest, a partire dalle 20 al Covo Club. Impensabile mancare.


TIGER!SHIT!TIGER!TIGER! - SACRAMENTO

giovedì 19 gennaio 2017

Don't come back to me 'cause you had it all (and you lost it all)

 Hater - Had It All

Quante volte dovrò ancora scriverlo? La PNKSLM continua a non sbagliare un'uscita, e a ogni aggiornamento del loro Bandcamp so già che mi parte un Paypal. Le ultime notizie sono di quelle che mi fanno saltare per la stanza con i pugni al cielo.

- Tanto per cominciare, ieri è arrivato il nuovo singolo degli Hater, di cui ci eravamo già occupati lo scorso giugno, ed è stato un colpo al cuore. Se il primo ed evidente riferimento resta il guitar pop emotivo degli Alvvays, bisogna ammettere che la banda di Malmö ha spostato ancora più in alto il livello del pathos. Speravi di tornare, speravi fosse ancora tutto come prima: no, non funziona così. Hai ottenuto quello che volevi, ora puoi anche andartene per sempre. La voce strappata di Caroline Landah, pur con le sue carezze, non ammette ripensamenti. Had It All è una nuova, superba e travolgente anticipazione da You Tried, in arrivo il prossimo 10 Marzo, e sinceramente non sto più nella pelle:




LUXURY DEATH

- Dopo un'infilata di ottimi singoli (qui mi era piaciuto un sacco Painkiller), tornano i Luxury Death con un nuovo EP in vinile rosa intitolato Glue (con allegata fanzine). Il duo di Manchester sembra abbandonare i toni più accomodanti dell'indiepop e sforna una title track dall'andatura testarda, guidata da tastiere acide che sfociano in un ritornello un po' sconsolato che ripete "you do it 'cause it hurts". Mi piace molto questa maniera del tutto naturale che hanno i Luxury Death di passare da una certa severità a momenti più sgangherati, in cui buttano tutto all'aria e si lanciano nella festa:




MIND RAYS

- Gli ultimi arrivati in casa PNK SLM sono belgi, si chiamano Mind Rays e si definiscono devoti di un "mind bending psych, raw primitive punk & face melting fuzzadelic savagery". A marzo esordiranno con l'album Nerve Endings, e la canzone che lo apre è questa Still & All. Da gente che ha diviso palchi con nomi tipo King Khan & The Shrines o Rocket From The Tombs, e che ha pure in curriculum una cassetta per Gnar Tapes, non puoi aspettarti altro che un feroce attacco al lato più sporco del rock'n'roll, e questo avrete: