venerdì 21 luglio 2017

I'm still waiting for a reason to breathe

Wesley Gonzalez - 'Excellent Musician'

Pare che Wesley Gonzalez sia "no longer interested in playing guitar", ma io credo non smetterò di ascoltarlo anche nel caso suonasse due sassi sbattuti. E quando non scriverà più musica e continuerà a declamare i suoi versi crudeli e sconsolati, cantando le sue melodie beffarde in fondo al bancone di qualche pub londinese, io sarò ancora suo fan. Quella che è stata la precoce voce dei Let's Wrestle qui a polaroid avrà sempre un posto di riguardo. Il suo primo album solista è un avvenimento di cui bisogna dare conto con ogni riguardo. E sì: non ci sono chitarre, non c'è punk né indie rock né indiepop (vade retro!), ma la sua scrittura, la sua cattiveria e la sua poesia sono ancora le stesse, sono ancora tutte lì. Wesley Gonzalez lo riconosci alla prima nota.
"Misery don't love company / I'm not sleeping peacefully": Wesley è uscito dalla droga, dalla noia, dal banale tedio della sua giovinezza, e da non so che altro, ma riesce ancora a raccontare con ammirevole accuratezza la perfida maniera in cui la tragedia e la miseria di questa vita solitaria si mescolano a immotivate pulsioni, bassi desideri, tutti i persitenti accanimenti di cui è composta un'esistenza. "It's a terrible shame to get just what you need". C'è tutto il suo malessere e il suo sgomento dentro due semplici versi come "An adult, some freedom / what does it mean?".
Per costuire questo magnifico Excellent Musician Wesley si è fatto autodidatta di pianoforte e tastiere, racconta di essersi immerso in Al Green E Stevie Wonder (quanto di più lontano da Hüsker Dü e Wedding Present, un paio dei riferimenti più comuni per la sua precedente band). Lo immagino imprecare e sudare per mesi sui controlli di qualche synth Korg vintage, eppure alla fine eccolo qui, con le sue barcollanti composizioni tra XTC e David Bowie (e più in fondo, Beatles e Kinks), brillante e capace come pochi di raccontare piccole storie spietate e così dannatamente inglesi: "A song to sing, a song to be blunt / When did you start living life as a cunt?".
Dentro queste canzoni l'amore è un difficile compromesso, l'affetto dei cari assomiglia più a un ricatto e gli amici non sono mai affidabili molto a lungo: eppure la musica racconta un pop raffinato, allude con certi arrangiamenti di sax e fiati a una insospettabile spavalderia, a feste eleganti che non sappiamo più se sono un ricordo vissuto o meno. Il "musicista eccellente" è quello che ha imparato meglio di tutti che lo spettacolo prosegue sempre, nonostante gli errori di percorso, nonostante i costumi ormai logori, nonostante a volte la sua voce non sembri arrivare fino a dove vorrebbe. Ma lui è lì, il palcoscenico è suo, e Wesley canterà con tutto lo stile e la dedizione di un disgraziato hooligan che la vocazione ha chiamato all'arte. Grazie, davvero.





lunedì 17 luglio 2017

It's good for business

MODERATE REBELS - LIBERATE

Il loro manifesto è "utilizzare meno parole e meno accordi possibile", hanno quell'estetica sfuggente da studenti d'arte che non capisci mai quanto ti stiano prendendo in giro e quanto ci credano davvero, e il loro primo singolo esordiva con molta modestia: "We’ve come to wreck your house and ruin your life, God sent us".
Sono i Moderate Rebels, quartetto londinese che aveva visto segnalato per la prima volta qualche settimana fa niente meno che da Fabio "The Tuesday Tapes" De Luca: direi che c'è da fidarsi. Il suo commento era stato «"recommended if you like" Pylon, The Raincoats», e dopo l'ascolto in loop del nuovo magnetico Proxy EP aggiungerei senza dubbio CAN e Spacemen 3.
Ma la cosa che ho trovato più esaltante, e che che mi ha fatto definitivamente innamorare di loro, è che dopo le prime tracce, dal carattere ostile e spigoloso, i Moderate Rebels sono capaci di tirare fuori da quei loro maglioni neri e musi lunghi un paio di pezzi pop grondanti quello struggimento proletario che mi fa tornare in mente certi rabbiosi Comet Gain. E quando mai ti capita che una band ti faccia tornare in mente i Comet Gain? Pare sia in arrivo un album entro fine anno, ho aspettative già parecchio alte, Moderate Rebels nome su cui puntare per il prossimo futuro.



domenica 16 luglio 2017

You turn me on

THE SHIVAS

Vedi alla voce partenze intelligenti: poco prima del tramonto, tornare dalla Riviera, deviare verso Ravenna, prendere la direzione centro e arrivare in Piazzetta Unità d'Italia. Qui, a partire dalle 19, trovate il sottoscritto a mettere un po' di dischi in versione aperitivo, ma soprattutto - appena calano le tenebre - trovate The Shivas in concerto!
La band di Portland torna in Italia per presentare l'ultimo lavoro Turn Me On, uscito per Burger Records dopo tre album per la storica K Records. Autori di un garage rock a bassa fedeltà che sconfina gioiosamente in una psichedelia ipnotica ma luminosa, gli Shivas sono attivi oramai da oltre un decennio, e diciamo che dalle nostre parti sono un po' di casa, garantisce Hey Man Booking. In apertura i local heroes Tunguska. Ci si vede a banco!



sabato 15 luglio 2017

Can’t take it anymore

TERRY - REMEMBER TERRY

"polaroid - un blog alla radio" S16E36

Shout Out Louds – Jumbo Jet
Loney Dear – Sum
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
sonambient – Kolymbetra
No Monster Club – Scouts Anthem
Terry – Give Up The Crown
The Shivas – Turn Me On
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per “Troppa Braga“]
Wet Lips – Can’t Take It Anymore
Wesley Gonzalez – In Amsterdam

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venerdì 14 luglio 2017

Teach me to forget

The Radio Dept. - Teach Me to Forget

A sorpresa, questa mattina una mail della Labrador Records annunciava l'uscita di un nuovo EP per i nostri amati Radio Dept. (per ora solo in digitale, in seguito anche vinile e cd - immagino con i consueti tempi dilatati degli svedesi).
Teach Me To Forget raccoglie 6 tracce: la title track che già chiudeva l'album dell'anno scorso Running Out Of Love, in una nuova versione, ancora più rarefatta, due inediti (di cui uno in anteprima qui sotto, sempre più PSB!) e tre remix che mi incuriosiscono molto, a cura di Henning Fürst (già componente di Tough Alliance), Mythologen e Kim Ki O.
Se volevate iniziare il weekend con un bel mood balearico ma a temperatura scandinava, eccovi accontentati!




giovedì 13 luglio 2017

[Video première] Stranger Paws - "Tie-Beams"

Stranger Paws - Tie-Beams

«1991: è il mio sesto compleanno. Dopo la torta mia madre mi tende un pacchetto azzurro con un motivo tartan. Ho paura sia il solito libro-gioco, quello con i dadi, dove sei costretto a leggere ed immaginarti tutto. O forse l’ennesimo set di dinosauri, destinati a chili di polvere sulla libreria di ciliegio ambrato. E invece no, dopo il primo strappo, capisco che è solo un pacchetto di Zigulì alla fragola. Piango per mezz’ora, disperato. Poi d’un tratto i miei, tra l’impietosito e il divertito, me ne porgono un altro, con la carta tutta piena di piccoli clown. Inizio lentamente a scartarlo, ma il cuore accelera ed anche io vado più veloce, penso già agli amici a scuola, ai pomeriggi sul mio letto, ai viaggi infiniti nella macchina dei miei: è un fantastico Game Boy. Bianco.»

Questa è la storia di Stranger Paws, e forse davvero basta un mito originario come questo, un classico "momento dopo il quale nulla sarà più come prima" per raccontare e spiegare  tutto quello che è venuto poi. Bastavano quel minuscolo schermo e una manciata di pixel colorati per riempire il mondo: "il pavimento a quadri della scuola è un Tetris gigante, le strade e i vicoli stretti del quartiere diventano il perfetto sfondo per Pac-Man, e le panchine o i gradini delle case ti fanno sentire Super Mario". Poi con gli anni i videogiochi scadono sempre più "nel loro banale iperrealismo", e per Stranger Paws è naturale passare dall'amore per le consolle a quello per i campionatori e i sintetizzatori.
Flash forward fino all'incontro con Lady Sometimes Records e MiaCameretta Records, le etichette per cui a settembre uscirà Concrete Structures Vol. 1, l'album di debutto registrato al VDSS Recording Studio di Morolo. Ad anticiparlo, il video di Tie-Beams che presentiamo in anteprima oggi qui. Retromania, synths vintage alla Com Truise o Miami Nights 1984, e atmosfere sospese che sembrano uscire da uno spin-off di Stranger Things. Il disco, in realtà, avrà riferimenti ben più solidi e sarà un concept su elementi tipici dell'ingegneria civile: "strutture di cemento, ma anche strutture concrete che richiamano la musique concrète ed il desiderio di manipolare suoni pre-esistenti - in questo caso sintetici, proprio come materiali edili - al fine di ricostruire un immaginario nostalgico, il ricordo di un’altra realtà, per certi aspetti più umana del presente virtualizzato".
Intanto, inserite il gettone e godetevi il pezzo.


Il video è realizzato da Bubi Visual Arts. La voce che si sente a un certo punto è quella di Giovanna Vedovati dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger!.

mercoledì 12 luglio 2017

Give me a chance to be forgotten


"I thought it'd be funny to write an anthemic sounding rock song about wanting to be unknown. I wrote it a few years ago, it was going to be on the last record, but it didn't sound right. There weren't enough guitars or crash cymbals. If you wanna be forgotten, a lot of guitars and crash cymbals are a great way to communicate this. Its also about heartache."

Siamo quelli che saranno dimenticati, la Storia ci avrà trascurato, ma almeno ce ne saremo andati in mezzo al frastuono dei riverberi e al fischio dei feedback, con tutte le chitarre in gloria, anche quelle scordate. Passano le estati degli altri, i sonni agitati e la vita che ci abbruttisce. Ci teniamo qualche inno sporco, quelle due tre parole che ci ripetiamo da sempre, una cicatrice. Tutti i più grandiosi dischi di indie rock dovrebbero sembrare così: "non finiti", eppure suonare esattamente come se nulla dovesse essere più toccato. Un'espressione indefinita ma completa che mi lascia addosso quel desiderio infantile e irrefrenabile di imbracciare una chitarra, di baciare, di ballare e di correre via di qua. Secondo album per The Stevens e vale ancora quello che avevo detto per l'esordio del 2013: "l'eleganza schiva di un gesto compiuto ma non chiuso". Cambiano in parte i fattori della somma: dentro questo nuovo Good la scrittura assume (quasi sempre) contorni più definiti, il minutaggio si fa più consistente, e quasi tutti i ritornelli girano un paio di volte. Ma queste notazioni passano in secondo piano, quando queste diciotto canzoni lungo quaranta minuti scarsi ti sbattono addosso un'infinità di pure intuizioni fatte di Television, Guided By Voices, Clean, Pavement, Modest Mouse. Quasi tutte strepitose, quasi nessuna conclusa. E non mi aspetto niente di meno da una band composta da membri di Twerps, Boomgates e Dick Diver: la meglio Australia che amo. Prendiamo a calci i ricordi, I want my life to be like the opening sequence of a sit-com.






martedì 11 luglio 2017

There's something nice about knowing everyone feels hopeless

DIET CIG - Swear I'm Good At This (2017)

Magari non vale in tutti i casi, ma almeno questa volta per me ha funzionato: quando un disco che potenzialmente potrebbe piacermi diventa oggetto di qualche polemica fatta di fuffa, intorno alla quale tutti sentono il dovere di esprimere la propria opinione, per qualche specie di istinto di conservazione mi capita di starne quanto più alla larga. Pigrizia terminale o provvidenziale misantropia?
Tre mesi fa l'album di debutto dei Diet Cig, piccola band che aveva goduto di un certo hype agli esordi (se ne era parlato abbastanza bene anche qui), ha ricevuto una recensione piuttosto velenosa da Pitchfork, e si è levato un coro di reazioni tra il sarcastico e l'indignato, con conseguente e inevitabile backlash-del-backlash in difesa delle opinioni della recensione  (trovate un riassunto fin troppo esaustivo su Broooklyn Vegan). In sostanza, i Diet Cig venivano accusati di essere vuoti e inconsistenti, e di essersi appropriati di un linguaggio vagamente femminista, o femminista solo in apparenza, senza averne credito. Dopo questa bufera, qualcuno si era addirittura spinto a cercare oscuri legami tra una ex del batterista dei Diet Cig Noah Bowman e la giornalista di Pitchfork Quinn Moreland, mettendo in discussione l'etica professionale di quest'ultima (?). Io intanto non avevo ascoltato nessuna canzone tranne il singolo.
Tre mesi dopo, in tutta sincerità, e pur con tutta la simpatia verso i Diet Cig, ho qualche dubbio che Swear I'm Good At This sia un album con le spalle abbastanza larghe per reggere tutto questo. Dieci canzoni di pop punk sbarazzino (o, viceversa, di indiepop "pompato", come preferite) che hanno altri riferimenti e obiettivi. Per esempio, la risoluta affermazione di quella rabbia (post-) adolescenziale che non conosce modestia e si lancia in sentenze tipo "I’m done with being a chill girl / I’m trying to take over the world" (poi ti rileggi cinque anni dopo e ti metti le mani sulla faccia). Oppure quell'esuberanza degli ormoni ("I wanna kiss you in the middle of a party / I wanna cause a scene"), che a volte può dare alla testa e portare un bel po' di confusione: "I wanted to need you / And now I’m forgetting why I tried". A tutto ciò si accompagnano dichiarazioni di indipendenza forse acerbe ma non per questo meno fiere: "I don’t need a man to hold my hand / But that’s just something you’ll never understand", sorrette da chitarre piuttosto Novanta (che i più maligni paragonano a un certo stile Blink-182) e cantate dalla voce squillante di Alex Luciano (che i più maligni paragonano a quella di Avril Lavigne).
Swear I'm Good At This è un disco "semplicemente divertente", che racconta nel dettaglio questo suo reclamare il diritto di essere "semplicemente divertente", il suo "essere adulto" ma, al tempo stesso, "EHI lasciatemi in pace con le vostre menate da adulti". Insomma, un disco che contiene ancora una certa dose di innocenza rock'n'roll, ovviamente mescolata in maniera irreversibile a una certa ingenuità: "I wanna be the best one at this / But i don’t wanna get out of bed". Forse è stato questo a venire percepito come un peccato capitale, un'offesa irrimediabile, o forse un'espressione dei tempi e di una generazione che non ha ancora capito bene come bilanciare consapevolezza ed efficacia. Per quanto mi riguarda, polemiche e fuffa intorno dischi come questo sono un'espressione dei tempi altrettanto fastidiosa.




domenica 9 luglio 2017

Sometime someplace

Plume Of Feathers

"polaroid - un blog alla radio" S16E35

Lexie - Youngster
My Light Shines For You - Detective
Pale Spectres - Didn't Know Where To Go
Crepes - Sexyland
Kevin Morby - Pearly Gates
We. The Pigs - Too Young
Ladroga - Locali
Cornelius - Sometime Someplace
The Clientele - Lunar Days
Plume Of Feathers - One Year On
Carl Brave x Franco126 - Pellaria (Populous & Ckrono remix)

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giovedì 6 luglio 2017

Living in the straight world

My Teenage Stride - Living In The Straight World

Quando qualche giorno fa, sul feed di Bandcamp, ho visto riapparire il nome dei My Teenage Stride sono rimasto davvero sorpreso, e non ho potuto fare a meno di sorridere. Il semplice fatto che nel 2017, in uno scenario musicale ipercinetico e dentro cui è complicato dare ancora un senso alla parola "passione", esista una band come quella che Jedediah Smith porta avanti da ormai tre lustri, mi regala sincera felicità. La Unblinking Ear Records di New York ha da poco pubblicato una nuova cassetta, Living In The Straight World: sei vibranti tracce di indiepop ruvido e senza fronzoli che, tra omaggi a Television Personalities (la magnifica title track), ai Velvet Underground più classici (Christopher Come), o all'estetica Flying Nun (Gamma Radiation), confermano che questa vecchia musica fatta di jangling guitars (a volte pure scordate) e poesia dei margini è ancora viva, capace di suonare ancora forte ed emozionare.

lunedì 3 luglio 2017

To long for a feeling is better than nothing

Lexie – Record Time!

Nello stesso giorno in cui indossavo una maglietta di Frankie Cosmos e la inzuppavo allegro dentro il più provvidenziale dei temporali estivi, attraversando di corsa la città in bici, felice come un bambino, scoprivo che proprio Frankie Cosmos aveva messo in piedi un nuovo side project e, cosa ancora più esaltante, che è meraviglioso!
Si chiamano Lexie e vedono la nostra super Greta Kline insieme al chitarrista e al batterista provenienti dai Warehouse (rispettivamente Alex Bailey e Doug Bleichner), band post-punk di Atlanta pubblicata dalla Bayonet Records dei Beach Fossils, nonché casa della stessa Frankie. Per scrupolo, i Warehouse sono anche andato a riascoltarmeli (avevo un vaghissimo ricordo urlante dell'esordio Tesseract del 2015): spigolosi e abrasivi tra Wire e Sonic Youth, quanto di più lontano dalla delicata poesia twee dei Lexie.
Ha da poco visto la luce l'esordio Record Time! e mi ci sono buttato dentro con il cuore traboccante di speranze. Greta raccoglimi e consolami, e parliamo un po' mentre andiamo in bici e facciamo battute brillanti, e fammi sentire che quest'estate e questa vita non mi hanno lasciato stupido del tutto. Dopo l'iniziale Blood Boils, forse la canzone qui più affine alla precedente produzione di Frankie Cosmos, credevo che non ci sarebbero state troppe sorprese. Invece, a mano a mano che la scaletta si srotolava rapida (otto canzoni in appena un quarto d'ora) cominciavo a rendermi conto di qualcosa che mi stava facendo entusiasmare come poche altre volte negli ultimi tempi. La struttura irregolare dei pezzi, il tono di certe strofe, tra l'agrodolce e il surreale, e soprattutto le parti cantate da Bailey, mi stavano facendo tornare in mente... non può essere, proprio loro: i Pants Yell!
Sì, forse è ora di ammetterlo a me stesso: nonostante tutto, nonostante sia sempre più una lotta contro il tempo, il buon senso e i mulini a vento, uno dei motivi principali per cui continuo ad ascoltare musica è per trovare qualcuno che sappia farmi emozionare come facevano i Pants Yell, qualcuno che sappia portare avanti quell'idea di musica fragile eppure ostinata, nervosa e piena di grazia al tempo stesso. L'asciuttezza del tratto dei Pants Yell trova per me un'eco, forse inconsapevole (chissà), dentro queste canzoni dei Lexie. La ritrovo in versi micidiali tipo "did you even notice the way that I'm hopeless / to long for a feeling is better than nothing" (Home For A Minute); in battute che sembrano già citazioni dai dialoghi di qualche prossima serie: "yea I know we met and it's not like me to forget but if I haven't said so / yet let me say something I'll regret" (Youngster); in quello humour dai risvolti sempre un po' lugubri: "graveyards are pretty in the sun / it's ok that someday I will be in one"; o in sentenze inappellabili come "I believe in love / I don't believe in us" (In Us, forse una delle più belle canzoni cantate da Greta in tutta la sua carriera). Jangling guitars puntuali e discrete, melodie che restano sospese a mezz'aria, quegli scambi eleganti tra voce maschile e voce femminile, una generale aria di frugalità e semplicità che però arriva sempre a cogliere il segno: i Lexie possiedono praticamente tutto quello che amo e cerco e, nonostante tutto, continuo a cercare nell'indiepop.


sabato 1 luglio 2017

Mt. Zuma live @ polaroid!

Mt. Zuma live @ polaroid alla radio 2017/06/26
Mt. Zuma live @ polaroid alla radio 2017/06/26

Una delle novità più interessanti dell'anno, per l'indie rock qui in città, è stato senza dubbio il debutto dei Mt. Zuma, trio che ha da poco pubblicato il proprio esordio su cassetta per More Letters Records. Qui sul bloog ne avevamo parlato giusto qualche settimana fa, definendo i Mt. Zuma "power trio". Talmente power che quando lunedì scorso sono venuti a trovarmi in radio hannno fatto saltare tutti i volumi della regia. Eppure lo stesso: pur di averli lì, dall'altra parte del vetro a suonare dal vivo e a pestare forte, ne valeva assolutamente la pena. Qui trovate il podcast dell'intera puntata, tra chiacchiere e brindisi, mentre qui sotto alcune delle tracce che i regaz ci hanno regalato dal vivo, negli studi di Radio Città del Capo:

2) Frail




mercoledì 28 giugno 2017

Playin' for pride

Sea Pinks - Watercourse

A volte l'indiepop sembra un distinto signore che continua ad allacciarsi con diligenza il colletto della button-down e a tenersi i capelli ostinatamente in ordine, mentre ogni cosa intorno sta franando e vola via in un uragano. Per quanto possa essere del tutto ozioso e frivolo tentare di stipare dentro un'analogia, nemmeno troppo originale, un intero genere musicale fatto di epoche e band differenti, c'è questa impressione che non mi abbandona: la natura che la maggioranza delle persone percepisce, forse con una certa superficialità, nell'indiepop, quel suo essere anacronistico e datato, un discorso che non avrebbe nulla da dire sul presente, è invece il cuore stesso del suo slancio perdente e fragile. Gira intorno a una certa idea di dignità ostinata, di rivoluzione fatta di etica sobria, di resistenza all'apocalisse che veste solo in apparenza i panni del partito conservatore. Insomma, una continua contraddizione. Solo che invece di farla detonare, questa rivoluzione, l'indiepop deve avere deciso a un certo punto di custodirla e alimentarla al proprio interno per prolungarla nel tempo. Una brace che cova tra amori mai corrisposti, nostalgia e chitarre già cenere della Storia, un suono che brucia in una lentezza esasperante, mentre intorno folate di decenni di mode vanno e vengono, nuovi generi divampano e illuminano. L'indiepop resta lì e non se accorge quasi nessuno. Per qualcuno (e per me) quel suo restare lì, in qualche modo, è ancora importante.
Nel loro nuovo album, Watercourse, gli irlandesi Sea Pinks cantano Playin' For Pride, una piccola canzone che gira intorno all'idea di continuare a fare musica da outsider. Non spiegano cosa sia quel "pride", ma lo puoi sentire nelle scariche elettriche degli accordi, insolitamente aggressivi per il loro stile. Forse più dalle parti dei Wedding Present che degli Smiths, consueti riferimenti nelle loro recensioni. A quel sentirsi "buried alive" dentro un giro musicale sempre più soffocante (o soffocato), ognuno reagisce come può. L'orgoglio lo trovi anche dentro un suono distillato e decantato da ormai sei album in sette anni, senza fronzoli, e che in questa nuova prova raggiunge forse la sua perfezione. A tratti lievi come primaverili Housemartins, a tratti più nervosi come giovani REM, i Sea Pinks continuano e continueranno a portarsi dietro quegli aggettivi tipo "breezy", ma lo fanno ormai con una disinvoltura consumate e ammirevole. Con questo disco hanno dimostrato di avere le spalle più larghe del sarcasmo con cui qualcuno potrebbe considerare oggi l'etichetta "surf-rock" (a proposito: ma solo a me la title-track qui sembra un magnifico pezzo da primi Vampire Weekend?).
I Sea Pinks forse non diventeranno delle leggende della storia della musica, ma la consistenza e la coerenza della loro produzione per me è un altro incoraggiante mattoncino da aggiungere con un certo orgoglio al rifugio traballante e prediletto che è l'indiepop attuale.






sabato 24 giugno 2017

Lobby Boys + All My Teenage Feelings live @ polaroid!

Lobby Boys & All My Teenage Feelings live @ polaroid!

Lunedì scorso ho avuto il piacere di ospitare in radio Lobby Boys e All My Teenage Feelings, ovvero Omar Aleotti e Luigi Bussotti, rispettivamente da Modena e Viterbo. Due cantautori accomunati, tra le altre cose, dalla predilezione per il lo-fi e per lo shoegaze, le uscite su cassetta e un'innata sensibilità per il DIY. Entrambi sono stati pubblicati da Nervi Cani, iperattiva etichetta e casa editrice con base a Modena. Qui trovate il podcast dell'intera puntata, mentre qui sotto le singole tracce che i regaz ci hanno regalato dal vivo negli studi di Radio Città del Capo:


venerdì 23 giugno 2017

Indiepop jukebox: "glad midsommar"!

Oggi in Svezia si celebra Midsommar e qui a polaroid festeggiamo a distanza, levando il nostro Midsommarstång simbolico tutto fatto di canzoni indiepop scandinave (qualche alternativa più tradizionale qui).

(immagine da @Sweden.se)


Il fatto di avere attraversato in bicicletta, una volta, la città di Falun, nella regione del Dalarna, molto probabilmente ha condizionato il mio ascolto dei Pole Siblings. In questa città, infatti, fanno base i fratelli Sofia e Johan Stolpe, autori di un dream pop etereo ed elegante, che a tratti ricorda certi Beach House, come nel singolo Ghosts (ma qui vi lascio la conclusiva Nog Va He Bra, perché oggi mi sembra doveroso mettere almeno una traccia in svedese in scaletta). Il loro EP intitolato It Might Grow è pubblicato da Strangers Candy.




Summer Heart - 101
David Alexander, da Stoccolma, tagga la sua musica su Soundcloud con il significativo "summerwave", e in effetti questi suoni sintetici e pastosi si adattano bene ai riflessi del mare, a cieli tersi e vasti e ai tempi dilatati delle vacanze. Summer Heart è il suo nome d'arte, e 101 è il suo nuovo singolo, antipasto di un album in arrivo il prossimo 25 agosto. Se amate artisti come Washed Out, Toro y Moi o Teen Daze, è il disco che fa per voi.




we. the pigs
We. The Pigs sono Veronika e Martin, insieme ai loro amici Fredrik, Niklas, Johan e Charley. Provengono da Malmö e da Stoccolma, e trovo nella mail una loro traccia già nel 2011 (con il link a MySpace!). Eppure questo nuovo EP pubblicato da Discos De Kirlian è solo la loro seconda uscita. Suono che riesce a spaziare da colori più allegri (Too Young) alle cadenze notturne dello shoegaze (come in Start Over)




Honeymilk - Trip
"Thin Lizzy meets Mac DeMarco" dice il comunicato che presenta gli Honeymilk, quartetto che fa base a Stoccolma. E davvero la band sembra amare molto mescolare certe atmosfere rilassate e chitarre che sanno farsi più taglienti. Questa nuova Trip è la nuova anticipazione dal loro secondo album in arrivo su Birds Records nella seconda metà del 2017.




I nostri cari Curiositi (ovvero la band che si muove tra R'n'B e synth-pop formata da Emil "Parker Lewis" e Matilda dei Mixtapes & Cellmates) hanno pubblicato un nuovo EP con il titolo Night Fever. In mezzo ai consueti suoni molto sensuali e distillati, torna tra le canzoni anche qualcosa della loro vecchia anima più indiepop, come per esempio in questa Fix. Non riesco a immaginare compagnia migliore con cui passare Midsommar!

"Climb the playlist ladder"

Liz Pelly - THE SECRET LIVES OF PLAYLISTS

Il mio personale consiglio per "l'articolo assolutamente da leggere oggi" è quello di Liz Pelly sulle pagine di Cash Music. Si intitola "The Secret Lives Of Playlists" e analizza il sottile (o labile) confine tra contenuto editoriale e contenuto a pagamento sulla vostra piattaforma musicale preferita. Problema effimero? Non credo.
Spotify is currently striving for a never-before-seen level of authority over how music is distributed, discovered, and paid/not-paid for. Its ultimate goal is seemingly to build brand loyalty in the “magic” of Spotify, to embolden that authority. Playlists are the top tool they are currently employing to expand their platform empire.
Sarà una coincidenza, ma l'articolo esce proprio nella settimana in cui ha fatto notizia l'inizio della sperimentazione degli "Sponsored Content", la versione aggiornata al ventunesimo secolo della vecchia payola (che però non sarebbe esattamente payola perché riguarderebbe "clearly-marked sponsored track", uhm, ok, e viaggerebbe sul digitale e non sulla radio - vabbè).
Oltre a mostrare uno scorcio su un mondo che per me è davvero alieno (Filtr, Digster...), il lungo articolo della Pelly sottolinea molto chiaramente e più volte un aspetto:
Playlist culture is introducing an unprecedented dependence on data. We hear about the stacked human playlisting teams, with “genre leads” and “junior and senior curators” building thousands and thousands of playlists. (Though we never see their faces or names on the platforms—Spotify’s way of building trust in the mystified Oz-like “magic” of Spotify, rather than human intelligence needed to program playlists.) These human curators are responding to data to such an extent that they’re practically just facilitating the machine process.
Si potrebbe incollare qui il cliché surreale del Chaplin sopraffatto alla ruota dentata, oppure - per i più esigenti - la figura inquietante del Burroughs alla macchina da scrivere insetto, ma in ogni caso bisogna ammettere che "facilitating the machine process" è un'immagine sconfortante del cos'è diventato ascoltare musica oggi, da una parte e dall'altra della "macchina". Budget, investimenti, analisi e pianificazioni: a nudo dentro ogni play, skip o repeat. Monetizzare questo nostro grande amore per le canzonette, con la beffa di rubarti anche l'anima del nostro vecchio nastrone.
Un'ultima nota su band e musicisti: "artists are expected to climb the playlist ladder and hope the data stacks up". Direi che mi sembra un ottimo scenario, no? Abbiamo visto gli eccellenti risultati che ha portato il clickbait ai giornali e alla stessa idea di giornalismo: applichiamolo in maniera massiccia al mercato musicale e godiamoci i dividendi.