mercoledì 31 luglio 2002

Der Mann ohne Eingenschaften


*IllavoroalbrogliacciosignificaliquidazionedelvolumeI*pp.1779*Finalmente venne un giorno di pioggia. Il vento frustava. Il tempo rinfrescando diventò più lungo. Essi si riebbero come piante. Si baciarono. Le parole che si dissero li ristorarono. Furono di nuovo felici. Aspettare ogni momento il successivo è soltanto un abitudine; chiudi la diga e il tempo straripa come un lago. Le ore scorrono, è vero, ma sono più larghe che lunghe. Vi fu un secondo giorno di pioggia; un terzo. [...] Il più piccolo aiuto, l'idea che quel tempo era un fato personale, un destino straordinario, e la stanza si riempie di una strana luce acquatica, o è come scavata in un dado d'argento. [...] Ma si sa bene, alla fine non è stato altro che un profondo peccato originale, la caduta in un mondo dove per i cento gradini della ripetizione si scende, librandosi, sempre più in basso.*
Abozzi e frammenti, pp.1669 e sg.


Mattina che finisce luglio e fuori è più caldo che dentro. I panini al latte con la marmellata, l'amaro del tè. Puoi anche pensare che basti e respirare a lungo. L'affanno nervoso, un piacere che non è piacere ma soltanto rumore, gli dei, le forcine per capelli, la psicanalisi, i vestiti che passano, il grammofono, contagio di esperienze, Ulrich/Anders/Agathe, Ulrich/Walter/Clarisse, Clarisse che impazzisce, i presentimenti, bastoni sassi foglie sulla sabbia con le loro centinaia di richiami/significati/vuoti, un cucchiaino finito nella spazzatura come rumore della selce del cortile movimento di duna, i disegni sui muri, la dispersione della montagna, dopopranzo.


Amanti che recitano difronte ad un golfo mistico e una sala buia. Tutti gli amanti dovrebbero farlo. E lasciare spento il proprio personale amplificatore di rumori morali.


*Nel luogo del sogno passavano in media cinquanta macchine al minuto e alla velocità di trenta chilometri orari, e seicento pedoni. Se tutto ciò attirava un po' di sguardi, o almeno pensieri, l'innervazione doveva percorrere un cammino di duemilacinquecentometri al secondo, lasciando da parte l'odorato e l'udito, il desiderio eccitato e tutto il resto e considerando soltanto pazzesco il film.* Abozzi e frammenti, p.1769



Ho finito Musil, sembra niente, eppure.

martedì 30 luglio 2002

Le ragazze della redazione sono al lavoro e io che dovrei essere al lavoro mi perdo tra i link e le pagine sbagliate...
Monica mi fa notare che il sito della Lonely Planet a livello di contenuti è nettamente superiore (anche qui c'è una bella sezione di Forum, ma mi pare organizzata un po' peggio dell'analoga su Let's Go).
Uh. Phiiico, cartine cliccabili...

La redazione di Polaroid si prepara alle ferie :-)
Su segnalazione de La Laura passo sul sito della Let’s Go, la guida che ha accompagnato alcuni dei miei viaggi migliori.
Consigliabile la sezione Forum, con i consigli di chi la guida "la sta usando" on the road e magari aggiusta il tiro o suggerisce alternative più aggiornate.
("Italy: Home of La Cicciolina and the Pope. Hmmm...")

Sullo stessa linea, ma orientato verso il diario di viaggio, anche CiSonoStato.it, un sito fatto più o meno da chi lo legge.
Scegliete la vostra destinazione e date un’occhiata ai reportage di chi vi sembra più interessante. La qualità della scrittura non sempre equivale all’utilità dei contenuti (e questo vale per tutta la scrittura?), per cui a volte si scoprono buone note a piè di pagina nei posti più impensati.

Infine, vi linkerei volentieri la brillante (citazione alleniana sbagliata a parte) pagina dedicata a Barcellona "Metropoli sempre in gioco" che c’era sull’ultima Domenica del Sole-24Ore, ma ovviamente sul sito non si trova...

lunedì 29 luglio 2002

L’estate è nella distanza
del tempo e della strada.
Esco a fare un giro con la macchina.


L’ultima domenica di luglio degli anni passati.
Me la ricordo bene. Passata a casa, con le tapparelle quasi del tutto abbassate, un filo d’aria dalla porta della terrazza socchiusa, io che passo tra le stanze vuote in penombra.
Il riverbero del sole da sotto le tende bianche dilata il tempo. Si pensa che tutto possa durare per sempre, che l’estate sia lenta come il frusciare delle tende bianche sul pavimento.
Sul pavimento fresco sono sparse tutte le cassette, e io sono sdraiato con le cuffie che escono dal Marantz.
Ma la malinconia è dell’autunno, l’ultima domenica di luglio passa quasi limpida e secca, tranquillamente lontana dalle vacanze degli altri.
Le vacanze non sono un’immagine, una fotografia, un miscuglio di odori, ma il suono della radio, una radiosa stereofonia balneare, una moneta di canzone al bar, echi di altoparlanti sulle spiagge, uno sfondo di voci e vento sul passaggio di un aeroplano che fa pubblicità.
L’ultima domenica pomeriggio di luglio è il titolo di una canzone in inglese scritto male con la bic blu, pensando a una ragazza "in Luxemburg".

Qualcosa di tutto questo ho sentito di nuovo ieri pomeriggio, mentre sulla scrivania erano ammucchiati tutti i miei cd e stavo preparando le cassette miste da portare in viaggio.
All’improvviso è stato come rivedere me stesso, che non è cresciuto e ha voglia di andare in vacanza, di correre da qualcuno e di sapere che c’è tutto il tempo.
E un po’ mi ha fatto spavento vedere tutto questo tempo che era passato, questa musica che bisognava far stare dentro una cassetta e che mi era cresciuta davanti, mentre io (unica differenza gli occhiali) non ne sapevo un minuto di più di ogni altra ultima domenica di luglio.

giovedì 25 luglio 2002

indiepagesStavo sfogliando le sempre interessanti Indie Pages tanto per cercare qualche nuovo mp3 quando mi imbatto in Shady Lane Radio (nome che evoca in noi tardo adolescenti ricordi molto piacevoli), una radio via internet per di più powered by blogger...
tutto questo dovrebbe suggerirmi qualcosa...


Qui leggo che il congresso americano ha approvato una legge per imporre i diritti d'autore anche alla trasmissione di musica sul web.
Cerco conferma e al primo giro di motore di ricerca scopro che tale provvedimento ha già fatto la sua prima vittima.
Per fortuna c'è anche chi ha già pensato come correre ai ripari: ovviamente, grazie all'open source.

mercoledì 24 luglio 2002




Un paio di mesi fa Polaroid è uscita dall’amministrazione controllata grazie all’acquisizione totale da parte di Bank One Corp, la sesta banca statunitense.
La settimana scorsa un articoletto del Sole-24Ore illustrava le nuove scelte di marketing dell’azienda nel prossimo futuro: addio alle macchine fotografiche digitali (settore in cui il gruppo si è gettato in ritardo, dissanguandosi per conquistare un comunque ragguardevole 12% del mercato), ora tutte le energie saranno concentrate verso le piattaforme per la stampa di immagini digitali ad alta velocità e prestazioni.
Come dire: si ritorna alle origini (1929, Grande Depressione, non so se è il caso di azzardare paralleli), alla riproduzione dell’immagine, abbandonando la "cattura".

Ritrovo un altro ritaglio nel tritatutto e niente del mio taccuino.
L’anno scorso negli Stati Uniti il mercato della fotografia digitale è cresciuto del 27%. Si stima che siano state vendute circa 21 milioni di macchine.
Quali sono i principi che muovono questo mercato così dinamico? La risposta degli esperti è chiara: tecnologia di alta qualità a basso prezzo, facilità d’uso, ma soprattutto "instant gratification".
L’instant gratification è ciò che veramente ti ammazza la concorrenza, cambia il livello e il gioco. Puoi aprire mille laboratori che sviluppano rullini in mezz’ora, in quindici minuti, in cinque. È come Achille e la tartaruga: l’instant non lo raggiungerai mai.

Teoricamente il principio si poteva applicare anche alla cara vecchia Polaroid (anche se lì c’era quel gesto infantile, quello sventolarla perché asciugasse, che poteva far volare via qualsiasi buona volontà di sentirsi gratificato), eppure, è proprio a causa dell’irruzione del digitale sul mercato che Polaroid ha rischiato di fallire.

La questione non sta nel passaggio dal minuto per asciugare al secondo per comparire sul display. Cosa ha reso perdente un’istantanea di fronte alla fotografia digitale? Forse il fatto che "istantanea" fosse una definizione da "debut du siécle", troppo ottimista, illusoria, positivista, mentre questi sono i tempi dell’instant gratification, con tutto l’accento ovviamente sul secondo termine.

La gratification di un instant è superiore all’oggetto che la scatena: capita di vedere foto digitali bruttine come le foto normali, solo che le si guarda su pochi centimetri quadrati di cristalli liquidi, girando tra le mani una scatoletta d’alluminio cromato poco più grande di un pacchetto di sigarette. L’immagine era lì, prima ancora che la persona ritratta uscisse dall’inquadratura e ci raggiungesse.

La gratificazione, a differenza di quando eravamo bambini, ora è davvero nell’istante perché, come l’istante, non ha più oggetto.
Scompare la carta, la lastra di polaroide diventa improvvisamente un peso.
Polaroid forse ha provato a far valere la sua esperienza nella velocità e non è arrivata in fondo alla corsa. Ora ritorna a girare su piste che le sono più familiari.

(sì, va bene, ma noi in tutto questo?)

martedì 23 luglio 2002

Perdo tempo e mi dimentico le cose.
Invece di segnarle sull’agenda farei meglio a scriverle qui sul blog.
Così me le ricorderebbe lui.
Da ieri e per le prossime due settimane (le ultime di lavoro!) c’è Paolo Conte alle otto della sera su Radio Due.


Shelflife RecordsHo passato la serata nel sito della Shelflife Records ad ascoltare tutta la musica di band che non avevo mai nemmeno sentito nominare e che mi sembrava di conoscere da sempre.

Gitarren pop come se piovesse, coretti di la-la-la, languidi shoegazers e sorridenti surfer californiani, indie indy indi... "and a certain eternal naiveté"...

La colonna sonora ideale per leggersi la preziosa "Indie-Rock Boys' Guide to Indie-Rock Girls", scoperta da Simone...

... oppure per guardare le foto della Balorda (ricordate la Balorda?) fatte da Roberto e finalmente "accessibili" (grazie ad Antonio per la segnalazione).

lunedì 22 luglio 2002

Estate: scompaiono gli archivi, svaporano dai monitor le parole di polaroid.
Se ne va in vacanza la memoria di questo blog, e presto anche la voce del sottoscritto e dell'IngegnIere svaniranno dall'etere bolonniese, soffiate nelle galassie dal vento che la sera, poco prima di cena, ci arriva dalla riviera.

Questo post qui sotto l'avevo scritto sabato pomeriggio, mentre gli amici erano a Genova. Poco fa, mentre cercavo di aggiustare i (le?) tag dell'archivio di blogger, è sparito: ostinato io lo rimetto e di seguito aggiungo quello de La Laura di qualche giorno fa, in cui si citava una delle canzoni della nostra estate.

@ presto
enzØ


* * *


Daydream Nation

Oggi (cioè sabato, n.d.r.) sul Foglio c’è un editoriale intitolato “Meno globablizzazione, meno no global”.
Sottotitolo: “I giottini tornano a Genova, ma in un quadro completamente cambiato”.

A parte questa cosa così irritante, dopo un anno, tirare ancora fuori queste etichettine imbecilli che andavano bene forse per il costume & società di Panorama prima di Genova, ma dopo il pomeriggio della Piazza, la notte della Scuola, dopo un anno di fango, dire ancora “giottini” mi sembra uno scatto di nervi seguito da un risolino, un insulto come una confessione.
Verrebbe voglia di battezzare d’ora in poi tutti quelli che scrivono sul quotidiano di Ferrara “fogliolini”.

Ma quello che leggo nell’editoriale mi fa ancora più arrabbiare:
«il “movimento dei movimenti” non è cresciuto».
Se l’avessi letto una settimana fa non avrei forse pensato nulla, avrei detto “ah, è solo il Foglio”.
Perfino se lo avessi sentito dire da Leonardo, avrei pensato “Leo si butta sempre giù”. Oppure sarei stato ad ascoltare le sue storie su quanto è difficile organizzare un’assemblea, quanto sia a volte frustrante. Mi avrebbe descritto come si perde per strada la gente durante l’inverno, che c’era da pensare alla Palestina, poi al terrorismo, poi al sindacato, poi arriva il caldo, bisogna portare le fidanzate al mare o in collina, alle riunioni non c’è più nessuno. Mi avrebbe fatto ridere con i racconti di uno che fa il banchetto in piazza per raccoglie firme…

Leo l’avrei ascoltato. Ma no: il movimento non è cresciuto. Ha leader poco attraenti, non sa gestire alleanze, la globalizzazione in realtà procede più a rilento di quanto si allarmasse tempo fa. Il movimento queste cose non le capisce e quindi non è cresciuto.
Il Foglio ha spiegato tutto: i ragazzi correranno un po’ per le strade, lasciamoli fare, hanno i loro martiri da celebrare, noi con la cravatta faremo il nostro lavoro dopo, da lunedì.

L’ottusità (o la ferma volontà) di non comprendere forme altre di muoversi politicamente, in modi meno usuali ma rispettosi delle istituzioni, hanno passato sotto silenzio (anche sulle pagine del meno convenzionale Foglio) che la Campagna per la Tobin Tax si è felicemente conclusa: sono state raccolte 153 mila firme, più del triplo di quelle necessarie a presentare una legge d’iniziativa popolare.
E se questo non è il segno di qualche crescita, cos’altro volete?
Sì, non è precisamente un nuovo miracolo italiano, ma le tentazioni a cui resiste il certificatore di firme possono avere dell’evangelico. E non è detto che un correttore di bozze non possa essere buon profeta.

Unabbrascio a Leo, a Monica e a tutta Genova, in questo pomeriggio di luglio in cui siamo cresciuti.



* * *


Dal Lamc.
Sono le sette passate e qualcuno ha ancora il coraggio di intonare un dottore in giro per l'università deserta. Oggi c'erano le lauree e quindi mi sono alzata dalla parte del letto sbagliata, figurarsi che non mi è piaciuta nemmeno la sessione che mi incoronavano a me. Eppoi non è che dopo sia così divertente.

Giro di vite di rinfreschi tra porta Saragozza e Porta San Mamolo: ragazzine romagnole bene educate da centoelode e amici che fanno la tesi col vicesindaco perchè amico di famiglia e si fanno prendere a secchiate col lambrusco. E ancora può capitare che lo chef del caffè mamolo interrompa l'ex jeunesse dorata dell'altoborghesia mantovana mentre sorbisce sciolta il negroni del meriggio per portare il risotto.
A me del resto mi restava solo di far le Polaroid, dato che seguiva pomeriggio molto lavorativo, niente Negroni nè Camparini con la Soda. Che sofferenza per noi donne d'aperitivi.
La Polaroid è di sicuro la cosa piu vicina all'Easton Ellis
più demenziale e fumettistico. Ma è stato solo un'attimo perchè già pensavo all'incontro di oggi pomeriggio decisivo per le sorti mie e della mia casina.

Vabbè: ho fatto la femmina ed ho scritto qualche riga di diario, anche se niente foto di gatti. Vi consiglio però onelinedrawing che forse tra il casino ha anche un blog o forse no ma di sicuro una bella canzone intimista: bitte ein kuss, il giusto succedaneo di un gattino tigrato.


ellegi

sabato 20 luglio 2002

qui sotto c'era un post de La Laura, che è scomparso da solo assieme a tutto il nostro archivio qui a fianco.
anche Madame dice di avere dei problemi con l'archivio di Blogspot.
oggi non ho voglia di mettermi ad aggiustare nulla.
se ne riparla lunedì, dopo Genova.

mercoledì 17 luglio 2002

Make money with your blog

Chissà perché gli articoli che parlano di blog sui quotidiani italiani finiscono nelle pagine più o meno economiche.
Oltre a quello del Corriere segnalato da Blog.it, ricordo un articoletto di tempo fa su Repubblica Affari e Finanza (che ora non sto nemmeno a cercare). Evan Williams in maglietta, zaino a tracolla e sorriso timido: uno che con gli affari e la finanza non sembrava averci molto a che fare.

Internet è new economy, si saranno detti in redazione, e se questa cosa va su internet allora è ok.
("Uh, guarda Marge, adesso internet c’è anche per computer")

La cosa che trovo interessante è la premessa di articoli come quello di ieri: il blog sta nella new economy perché *è* internet, come dicevano meglio di me quelli al workshop di Padova.

Anche se i giornali concludono che allora "da qualche parte dovranno pur esserci dei soldi", a me piace che intanto passi quest’idea: non si tratta solo di diari on line, narcisi e autistici.
Sono gli articoli più superficiali che mettono in evidenza soltanto la possibilità di pubblicare istantaneamente e "essere visibili a milioni di potenziali lettori" (capirai).
Chi si ferma a guardare un po’ più da vicino un blog, invece, scopre che chi lo aggiorna ha una colonna di link, dialoga con i suoi simili, li cita, si creano circoli, si intersecano conoscenze.

Certo, vedo bene che questo discorso va a finire in qualcosa di moraleggiante tipo "meglio 20 lettori che sanno chi sei e cosa dici piuttosto che ventimila contatti al giorno". E quindi mi fermo e mi rimetto seduto, perché i contatti sono moneta su internet, e se il blog è nelle pagine di economia potrebbe voler dire che 1) qualcuno si è confuso 2) qualcuno vede più lontano di me.
Però mi piacerebbe aggiungere una terza opzione: i blog potrebbero aiutarli ad allargare le vedute :-)

martedì 16 luglio 2002

questa immagine mi piace tantissimo ed è gentilmente offerta da uruworld.comDi ordine avresti bisogno diceva quello, e può anche darsi, dal momento che manca e quindi non sai.
Ma è anche possibile che riordinare le particelle del proprio corpo con l'acqua lo sport il sapone liquido il riposo la lettura e collocarlo poi in uno spazio convenzionale fatto di sole quattro dimensioni che sanno armonizzarsi, la frutta la verdura la pulizia l'acqua la clessidra i fiori le tazze colorate le stanze il bucato le lenzuola pulite non porti a niente o peggio all'ottusità.

Se vogliamo dare una voce a questo tipo di armonia supponendo di dedurne un modello diremo senz'altro quella dei giornalisti di radiotre, che ci immaginiamo abbiano gesti lenti e sereni e abitino posti in cui l'ordine è legato all'acustica, all'ottimizzazione della diffusione delle onde sonore e poltrone comode che disinteressate al design leggono da sole.

Oppure il rischio, lo sbaglio, il danno, le chiavi perse di una casa che non abitiamo più.
Certi graffi sulla tavola è meglio lasciarli a chi può pagare anche per noi, e noi stare ad ascoltare diligenti, prendere nota di cravatte, colli, occhi, gesti intorno al polso.
Il colore il movimento la rotazione di un momento sulla pagina sullo schermo, occhio appannato, non è la mia canzone, scusa, sto uscendo.
Avevi da fare, io ero in ritardo, non avevo sbagliato, era come mettere qualcuno che conoscevi dentro un racconto, o mordere un bicchiere mentre la Vespa parcheggia.

Fare confusione, la camicia a maniche corte è post rock, gli indie kid indossano t-shirt, sbando, sbatto, sono entrato nel bar accanto, non dovevo chiederti dei soldi.
Mi interessa solo non assomigliare a questo tizio nella foto, così fuori luogo. Come dice Fabio, revival, previval, utopia, tutto pur di non pensare al presente.
Mi manca l'ironia, il maglione con i buchi sui gomiti e l'odore della pipa. Chi se ne frega se ci siamo lasciati? Siamo ancora la migliore indie band che ti sia mai capito di ascoltare: giri di sol, batteria elettronica e secchiate di malinconia. Tutto esaurito, sulle spalle degli adolescenti.


Questa mattina mi sento esattamente dell'umore del disco dei Klint: non capisci bene quando l'ironia funziona o mostra solo una profonda tristezza.
Sei in bilico, potresti barcollare sul filo per altri cento metri oppure crollare al prossimo passo.
Puoi muoverti mellifluo tra atmosfere alla Beta Band indossando il ghignetto innocuo di John Cusack, far ridere tutti e di colpo annoiarti della finzione, dilatare ogni cosa nel più introverso post rock (un post rock suonato da Beck?), appassionarti e scuoterti con un blues dai cori selvatici e poi arrabbiarti ad una festa, tirare una drum machine contro il muro e allontanarti molto velocemente dagli altri sbattendo la porta.

we won't go that far
look at the mess we're in


Ultimamente mi imbatto nei dischi inaugurali di microscopiche labels.
Come la meravigliosa compilation dell'etichetta svedese Heavenly Pop Hits citata più sotto aveva il numero progressivo POPH01, così l'omonimo album dei Klint pubblicato da Tritone Records porta la dicitura TritCD001.
In realtà l'etichetta britannica ha già dato alle stampe diversi sette pollici in vinile, molto sobri, addirittura austeri.
Nella scuderia della casa, oltre ai Klint (che piacciono a Guy Ritchie, un paio di vecchi pezzi figurano nella soundtrack di Snatch - e qui rimando all'archivio di Leonardo), si segnalano anche My Brother e Fupper.
Nella pagina discography dell’elegantissimo sito interessanti mp3.
E le pictures sono una gallery di polaroid :-)

lunedì 15 luglio 2002

Che amarezza.
Credo che abbia cominciato a piovere ieri sera appena ho premuto "publish" e ancora non smette.
Qui in periferia è tutto allagato (controllate Borgo Panigale su Weatherpixie, segnalato da Frédéric).

Salta la serata Polaroid in reading + dj set di Glamorama.

Comunque a Modena stasera ci saremo lo stesso.
Non fosse altro che per mail come queste:

Data: 15/07/2002 09:37
Da: Glauco
A: Polaroid
Oggetto: RE: mah
E se per caso piove e non leggerete per il pubblico lo farete per noi (o anche solo per me) se vi offriamo da bere da qualche altra parte?


E poi ci saremo anche per incontrare Monica, che scende da Brescia apposta per sentire noi... beh, sì, e per conoscere Leonardo...

infine un po' di pubblicità per noi stessi ;-)
questa sera, lunedì 15 luglio (maltempo permettendo) la redazione di Polaroid si cimenterà nell'immodesto esperimento di replicare il reading "Polaroid. Foto alla radio. E qualcosa da bere".
Ci trovate a Modena, al Parco Amendola, dalle ottemmezza nove, direi.
Con un po' di testi nuovi, per fortuna.
Cosa ancora più bellla: proprio come in radio il giovedì sera, dopo di noi ci saranno Fabio e Arturo, Glamorama in trasferta per proporre un dj set indie rock doc, da ballare nel parco, tra le paperelle e le collinette buie...
Ci si vede là.

domenica 14 luglio 2002

Forse valeva la pena perdere la serata da diciottenni coi ragazzi della Radio, e forse anche saltare la cena importante in camicia azzurra, per vedere (grazie al buon Giovanni Unhip Gandolfi) Lou Reed e Laurie Anderson dal vivo ieri sera a Ferrara.
Il nuovo spettacolo è un elaborato reading che comprende alcuni brani nuovi e alcuni testi ispirati a Poe, testi che sono stati in parte cantati in inglese (e c'era lo schermo dei sottotitoli, come al cinema) e in parte recitati in un sorprendente italiano da Laurie.

Sul ricchissimo (anche d'entusiasmo) sito italiano dedicato a Lou Reed c'è una quantità di materiale sull'evento, recensioni delle varie date, nonché i testi dello spettacolo.

Per quanto mi riguarda, difficilmente scorderò la pelle d'oca all'attacco del bis, quando i due rientrati sul palco hanno suonato l'inedita Who am I. Perché farà piacere ascoltare il sessantenne leader dei Velvet Underground leggere con rabbia e passione, accompagnare con grazia la voce calda della Anderson, sorridere in maglietta bianca con manica tagliata da cattivo giovanotto.
Ma sentirlo modulare la voce sopra una chitarra distorta, nell'aria umida che schiacciava l'affollatissima Piazza del Castello, può regalare ancora sensazioni fantastiche, e ispirare la fiducia che la storia del rock ci possa condurre da qualche parte. Dalle parti del mito, direi.

Per la cronaca, ai due è stato da poco assegnato il Premio Grinzane Poesia.
ancora un po' di feedback intorno ai blog dopo il workshop di Padova.
La Pizia con la consueta grazia e una certa fermezza punta l'attenzione sui contenuti, lasciati in secondo piano durante la discussione.
Marco risponde dicendo che non si può parlare di blog partendo dai contenuti, perché i blog vengono utilizzati in modi talmente diversi che sarebbe impossibile una loro definizione.
Infine, Riccardo su Vita annota che
"tutto ciò sembra avere un gusto dai tempi antichi, di cose già viste, evoluzioni già vissute o sovrapposizioni discutibili dettate apparentemente da una nuova generazione di bisogni che la Rete post new economy non è riuscita a intercettare. Ciò che sembra aver creato una comunità, infatti, si trova davanti alla domanda classica: di tutto questo cosa ne facciamo adesso?"

giovedì 11 luglio 2002

Mettiamo che a te e alla tua ragazza piace da morire un gruppo (vi ricorda la musica che ascoltavate quando vi siete messi insieme e, sotto sotto, anche la musica che ascoltavate quando eravate più giovani e con altra gente, o da soli).
Seguite il gruppo, andate ai concerti, li conoscete, diventate i loro più grandi fan.
Nonostante ciò, il gruppo non riesce a fare nemmeno uno straccio di disco.

Allora tu e la tua ragazza (due tipi intraprendenti) decidete di mettere in piedi un’etichetta discografica apposta per loro, per pubblicare finalmente il loro esordio.
(In realtà, ma che rimanga fra noi, lo fate soprattutto per voi stessi, per avere per sempre il vostro disco con "la vostra canzone").

Però (ve ne accorgete solo ora) per produrre un disco occorrono soldi.
Quale modo migliore per fare soldi che... produrre un altro disco?
Così decidete di pubblicare una raccolta di canzoni dei gruppi che vi piacciono per trovare i fondi per pubblicare un disco con le canzoni del gruppo che vi piace più di tutti.

Chissà se è andata davvero così per Marie e Tommy, titolari della label svedese Heavenly Pop Hits (poi magari Arturo vi spiegherà da chi prendono il nome).
Di sicuro "Hit Music Only", questo il titolo del cd edito in sole 500 copie e che Polaroid ha tra le mani grazie alla fidata consulenza della unhip records, è già uno dei miei dischi dell’estate.

Puro distillato indie pop, a volte variegato di Casio, a volte virato in acustico fortemente smithseggiante, le ventuno canzoni mi stanno martellando dalle cuffie ormai da una settimana, e mi sono entrate nel cuore.
I nomi, a parte un paio noti (Ant, Sodastream, Ballboy), mi risultano del tutto sconosciuti: Hormones In Abundance, The School Uniforms, Lucy Electric, Avocado Baby...
Una generazione di melodici perdenti con il dono della poesia.

Per la cronaca, il motore primo di tutta la vicenda (che solo a qualche insensibile sembrerà microscopica e insignificante), è il gruppo filippino (?) dei Fantasy Lights.

mercoledì 10 luglio 2002

Non so cosa darei per andare alla radio. Farei anche il bollettino del tempo. E poi vedessi come ballo!


Cosa fa una speaker polaroid il martedi sera?

Guarda Radio Days: tenero omaggio, quasi una dichiarazione d'amore, ai tempi ingenui e fantasiosi della radio [...] (Morandini)


Riceviamo da Latta e postiamo volentieri:

Gaza, 6.7.02

I ragazzini al check point di Deir El-Balah, che separa Gaza da Khan Younis, si avvicinano a gruppi, appena notano gli stickers sulla macchina. Sono in gran parte figli dei beduini, che si sono stabiliti vicino al check point, perché vi hanno trovato una piccola fonte di sopravvivenza. Vendono sigarette, gomme da masticare, tè, chiedono semplicemente una moneta, "schekel, schekel", ma non desistono facilmente.

"Si sono fatti più sfacciati - mi spiega Gianluca, del CRIC -, infilano le mani nella macchina, qualcuno ti insulta, se gli neghi una sigaretta può capitare che ti minaccino con un sasso. Un anno fa non era così... sono esasperati".
Secondo Dina, del GVC, un paio d'anni fa nessuno chiedeva soldi per strada, molti palestinesi si vergognano di vedere i propri ragazzini per strada, ridotti a elemosinare.

Tenere i ragazzini a distanza, farsi scudo dei collaboratori locali, che li mandano via. La cosa mi fa davvero un brutto effetto. Mi scatta automatico il confronto con l'esperienza in Kosovo: girare per le strade con i bambini che ti salutano e scandiscono il tuo nome, che bella la vita del benefattore!
Qua i ragazzini li devi tenere a distanza, li devi anche un po' temere, senza una parola di arabo non è facile scherzarci insieme, provare a spiegare quello che fai: per un sedicente educatore è una dura prova, un autentico bagno d'umiltà. E può capitare di passarci un paio d'ore, in coda al check point, chiusi dentro le macchine; serve tanta pazienza. I più giovani non hanno visto altro che i territori e Israele. Per loro lo straniero è israeliano, l'unico "altro" possibile è israeliano.
Gli adulti ti riconoscono, invece, apprezzano la tua presenza qui, hanno voglia di raccontarti le proprie storie e la propria delusione perché tu le possa portare lontano. Nella Striscia di Gaza e` molto forte il senso di isolamento della gente. Non possono uscire dalla Striscia, moltissimi lavoravano in Israele e ora sono disoccupati.
A Gerusalemme si vedono più internazionali, anche la società civile palestinese è più aperta. Qui, come dire, è "provincia", c'è scarsa possibilità di scambi culturali, i pochi stranieri che lavorano sul campo nella zona di Khan Younis sono rispettati e benvoluti.

Passando alla cronaca, giovedi` quattro ragazzi della Papa Giovanni XXIII e altri quattro di "Action for Peace" sono stati fermati all'aeroporto di Tel Aviv, tenuti una notte in "custodia" e rimbarcati la mattina dopo con in mano un decreto di espulsione di 5 anni.
Nell'ambito degli interventi chirurgici per colpire il terrorismo, giovedi` sera a Gaza un elicottero israeliano ha sparato un razzo su un'auto con a bordo un'esponente di Hamas, che è morto insieme a un altro passeggero. L'importante è non trovarsi troppo vicini alla macchina sbagliata nel momento sbagliato.
Per finire, ma solo perché è tardi, ieri sera un tassista un po' distratto o un po' sordo non ha compreso il segnale di alt lanciatogli dai soldati israeliani nei pressi di un insediamento di coloni, nella Striscia di Gaza: puntuale è arrivata la cannonata (ripeto: cannonata) di un carro armato che ha centrato il taxi spedendo in cielo con generoso anticipo una bambina e sua madre.

Incidenti che capitano. Non mi pare che il tg1 ne abbia parlato, mentre il tg2 lo ha fatto, ma, sapete, succedono un sacco di cose nel mondo, probabilmente i reali d'Inghilterra non hanno ancora comunicato dove passeranno le vacanze e nel frattempo dev'essere uscito anche l'ultimo disco di Celine Dion.

A presto,
Alessandro

martedì 9 luglio 2002



La luna sorgiallolimon: piccolo omaggio a Ward Kimball


Ok. Non scandalizzatevi, a me la Disney di quel periodo piaceva, erano gli anni tra il '40 e il '50, e Ward Kimball era tra i Nine Old Man che la resero celebre.
Ed è di Ward Kimball quella che per me rimane la miglior sequenza dell'Alice-Disney (1951).
Niente di sofisticato, s'intende, ma succede più o meno così: quel che a suo tempo era nonsense traslittera in disordine.



Lì, la rigorosa composizione disneyana, fatta di simmetrie ed infinita e rassicurante elasticità nella cadenza dei passi e nel vapore dei capelli, in certa misura si destruttura per accelerazione. Se non ne esce per nulla il discorso originale, la lettura si fa però bellicosa e spiazzante, preparata in crescendo con il buio sentiero nel bosco dei palmipedoni e l'incontro col deplorevole cheshire cat (ahimè, sempre di Kimball: il Morandini qui apprezza). Nella baraonda del Mad tea party: rumore di tazze e gran strabuzzare d'occhi, viene fuori l'Alice migliore, bagnato tutto lo zucchero nel tè, si fa arguta e smorfiosetta, qui e lì sospirante e lamentosa, lunatica e imbronciata.
Alice nel paese delle meraviglie è stato il primo film che ho videoregistrato ed è facile che la vigilia di natale lo possiate incontrare in tivu. Il Morandini disprezza, ma poi elargisce generoso due stelle e mezzo. Le immagini di Kimball e Tenniel, sono gentilemente concesse da Lenny.

Buon noncompleanno.



La prima Polaroid



Ho anche scattato una polaroid al pubblico un po’ timida per il timore di far troppo forte (la polaroid, mi sono accorta ieri, è molto rumorosa). Jonathan infatti suonava mentre ebi leggeva Ronde d’ete. Una poesia che era un quadro, in principio.

Nella foto, che è nera, si vedono solo un paio di luci in fondo e tre sedie vuote davanti.

Ma c’era tanta gente nella Corte della Rocca di Cento: le amiche immolate alla causa dell’amica che fa il saggio di fine anno, le amiche che con un eccesso di fiducia trascinano architetti troppo intellettuali e spossati per noi troppo timidi, le amiche che, nonostante tutto, ci credono e fiori a mezzanotte.

E così, in bilico tra la recita scolastica e la performance teatrale senza, of course, risolversi a prendere una posizione, dilettanti Zelda e Francis Scott da anni allenati nel lancio delle arance, il collettivo Polaroid ha fatto la sua prima apparizione, che ad ellegi, stanca e malandata, è parsa bella e ben riuscita.


Ad ellegi è piaciuto: il pubblico immerso nel buio, ebi con la maglietta rossa con le parole di qualcuno che fece cose sorelle a suo tempo mentre legge Abitudine e finitudine, Abitudine e Finitudine e la sambetta di Jonathan, la camicia azzurra del chitarrista new-age, e il chitarrista new-age che ripassa tra le volte a vela del sotterraneo, le bolle di sapone, le amiche fedeli vestite a festa, il tappeto cinese quando l’abbiamo steso e poi alla fine quando l’abbiam raccolto.

Ma soprattutto, che tutto quanto è un regalo per ellegi, temporaneo e permanente insieme, dell’altra metà della redazione. Un regalo che si costruisce e si perfeziona, assieme, la redazione tutta, al gran completo.


Poi, tornati a casa, ellegi convalesceva stordita e nella sua testa era fissa ancora la full color palette di un cubo di Rubik irrisolto e gigante.
E nelle orecchie o meglio ancora nel naso: L’odore dei tigli. In un’altra città.


Grazie al chitarrista new-age con la camicia azzurra.
E grazie ebi.
Alla prossima?

lunedì 8 luglio 2002


Da Reggio a Parma, da Parma a Reggio, a Modena, a Carpi, a Carpi al Tuwat Emilia di notti dissolversi stupide sparire una ad una impotenti in un posto nuovo dell’A.R.C.I., diceva quello.


Ieri abbiamo giocato con il frisbee al parco Novi Sad e con Jonathan e le papere al parco estense di Modena che sembrava Brugge ed era pieno di gente e poi abbiamo guardato la Ghirlandina dissolversi nel retrovisore lungo la via Emilia fino a raggiungere Reggio.

A Reggio poi c'erano le Molteplicittà ai chiostri incastonati in San Pietro, sulla via Emilia, appunto: una chiesa tardobarocca rimaneggiata un cortile di crema con i divani dell'arci e in alto le nicchie coi santi che puntano il dito e sfogliano un libro. Bellissimo: squat à la suisse, come mi disse una volta qualcuno entrando in un bar di via del Pratello. Perchè là le pareti sono azzurre e i disegni naif sono di case a torre in bianco e nero, mentre poco sopra bifore e trifore non allineate o bucate o senza i denti e proprio difronte scendendo i gradini di muschio il pozzo dei desideri che fa luce a pois (incursioni moresche di designer svedesi).

Noi abbiamo parlato parecchio e quando il giovane scrittore ha declamato agli sparuti dispersi nel prato il florilegio dei suoi ventanni con calma svogliata era ormai troppo tardi, tra gli sbadigli, il malditesta tuonava implacabile.

In macchina, si è parlato di fornai, fruttivendoli, fiumani, frida frenner, conigli, cani, gatti, godano, giovanni&giovanni.
Bè anche di Hemingway - l'avreste mai detto? - mentre la mia testa man mano implodeva.

A stasera!

Ah, dimenticavo: anche Polaroid questa sera fa un reading, non mancate!
Ok, sarà che l’IngegnIere e io non possediamo proprio quell’irresistibile simpatia a pelle la prima volta che ci incontri, sarà che per andare da Reggio Emilia a Bologna stavo per finire a Firenze, sarà che il vino era forse troppo freddo e La Laura è stata malissimo accartocciandosi sotto il sedile, ma, insomma, il primo (e probabilmente unico) viaggio in macchina insieme a Enrico Brizzi poteva andare decisamente meglio.

Damir sotto il surreale portico del Chiostro di San Pietro butta lì un "ah ciao, questo è il ragazzo della radio che ti dicevo", mi giro e, smagliante camicia Mambo, mi stringe la mano un "ciao, Enrico" assolutamente cinematografico.
Poi lettura per pochi, qualcuno al bancone ogni tanto alza anche la voce, ma nel cielo sopra il cortile fresco si vedevano le stelle, e in fondo ammettiamolo: se EB leggesse anche solo la lista della spesa a me suonerebbe dannatamente bene, e ci troverei come ogni volta qualche musica dentro.

Quello stupefacente Chiostro, due cortili di un palazzo del Settecento (ma attendo dotte smentite da Ellegi, a cui lascio volentieri interventi di oleografia) con i muri sbriciolati e dipinti, le sonorizzazioni a cura dell’ottimo Piddu (rivisto con piacere e veramente in forma), un semplice prato, la cornice degli alberi, molti cuscini, ma soprattutto una luce davvero azzeccata e la compagnia di alcune persone con cui non capita spesso di poter scambiare due chiacchiere hanno fatto di ieri una di quelle piacevoli serate estive di cui avrei voglia (e bisogno) molto più più spesso.
Finalmente questa mattina in autobus ho potuto leggere l'articolo apparso su Diario a proposito dei blog italiani. Divertente vedere gli amici alle prese con i loro quindici bit di celebrità.
Confermo le buone opinioni espresse da tutti già al Webb.it.

domenica 7 luglio 2002

Grazie a Marco, Antonio e Frédéric per il workshop al Webb.it.

Tralascerò quanto mi è piaciuto fare il viaggio in macchina con Leonardo, rivedere Bruno e Matteo, conoscere finalmente La Pizia, correre sotto il temporale con Simone

Due parole su quanto ascoltato alla “conferenza”:
so bene che quando si parla in pubblico capita di prendere strade diverse da quelle che avevamo in mente di percorrere, e spesso senza nemmeno capire il motivo. Così mi pare che a livello generale la presentazione del “mondo blog” sia stata corretta, esaustiva e interessante perché tutto sommato informale. Però, nel discorso si è finito per accentuare qualche aspetto che in realtà “facendo” un blog si dà per scontato o non si avverte come realmente decisivo.

Per esempio: si è parlato a lungo del citare le fonti nei post (problema a cui non avevo mai realmente pensato), arrivando anche a sfiorare la questione dell’etica giornalistica da adattare al giornalismo peer to peer prodotto dal blog – e qui suppongo molti avessero in mente Indymedia.
Ma se fa parte della natura del blog il linkare un'altra pagina web allora la fonte diventa autoevidente.
E se al link ci ero arrivato attraverso un altro blog, “rubare link” senza dire da chi si cita lo posso fare una volta, forse due, poi la comunità di lettori di blog (per buona parte direi bloggatrice essa stessa) se ne accorgerà e tenderà ad emarginarmi, non tanto per motivi etici, quanto perché “tanto in quel sito c’è sempre la stessa roba”.

Poi questo insistere sulle fonti mi ha fatto venire in mente un’altra cosa.
I blog, almeno quelli italiani (che tutto sommato conosco da poco) si citano molto fra di loro (vedi le prime tre righe qui sopra).
Dalle citazioni può nascere un dialogo (a me è capitato), una piacevole conversazione non più tra siti ma tra persone che iniziano a conoscersi, e che magari prima o poi decideranno di incontrarsi (è capitato a tutti blog che conosco).
Insomma, non è questione di comunità (parola che sul web è stata associata alla forma del forum), è altro: è più simile a una compagnia di amici (una “balotta”, come si dice a Bologna, e solo ora, ma guarda, capisco cosa intendevo con il titolo del menù qui accanto).
Ecco, l’aspetto della “balotta” non è stato toccato al workshop (ehm, mi rendo conto che non è esattamente come parlare di PHP…)

venerdì 5 luglio 2002

Polaroid scenografiaIn attesa di rivederci a Padova tutti quanti, ecco le foto della serata con i blog alla radio: una pagina meravigliosamente curata dal solito Franco, grazie :-)
(davvero grazie, anche per il video inatteso: sembra girato in un sottomarino)
Lo sproloquio di enzo è una citazione da Douglas Coupland, so long ago...

martedì 2 luglio 2002

bohf, sotto i post sono scomparse le firme...
sono stato al telefono quasi mezz'ora con Antonio che mi ha fatto un check-up completo al template, e mi ha garantito che è un problema del povero Blogspot.
Se non è vero, sabato al workshop lo infamo pubblicamente :-)
Poco tempo e diverse cose da scrivere: first of all, thanx to Leonardo per il pezzo qui sotto su John Entwhistle. Ma quale Scajola! Ti vogliamo editorialista di NME!

Le foto di Simone del concerto dei Múm sono finalmente arrivate sul loro sito e sono BELLISSIME!

«The Ferrara (Italy) performance is set to become one of the most special concerts from the European leg of the "Finally we are no one" tour. Bad weather forced the band and promoter to improvise a stage under the arches of the Ferrara Castle and a magical setting was created. The band performed 3 songs acoustically before starting the usual tour line-up».

(a questo proposito, segnalo con colpevole ritardo anche la recensione di Davide. Hi!)

La settimana scorsa in radio ho trovato un promo di Schneider TM intitolato Frogtoise. Sul sito della City Slang ieri non dicevano ancora nulla, tranne che il nuovo album dovrebbe uscire in settembre.
Il pezzo è carino, con un cantato molto "confidenziale" molto Eighties, coretti limpidi limpidi in mezzo ai soliti blip, e un tiro insolitamente rettilineo per il nostro Dresselhaus. La cosa migliore è la terza versione (a nome Schneider FM, eh eh) che sembra una cover suonata da Badly Drown Boy. Giovedì sera in radio non ve lo toglie nessuno.

A proposito della prossima puntata, pare quasi certo che avremo come ospite Mr. Unhip in persona e birretta, non mancate: playlist sciabolatissima e fumo soffiato nei microfoni a go-go.

Appuntamento più vicino, anzi, imminente, quello di stasera a Ferrara, con gli americani Mercury Rev e la spalla (ben salda, stando a quanto scrive Valido) dei modenesi Fourire. Ci si vede allo Zoo, prezzo onesto di otto euro.

Altro appuntamento nella città estense è il vernissage del nuovo studio di Anguilla Metrica, venerdì sera. Camice azzurre, ragazze con la racchetta da tennis e salama da sugo per l'aperitivo: portate amici ed amiche!

Infine, sabato è la giornata del workshop dedicato ai blog al Webb.it di Padova. Ne ha parlato anche Kataweb.

lunedì 1 luglio 2002

Hope I die before I get old
Chi di voi si è fatto un minimo di cultura musicale sui dischi del padre rocchettaro (o viceversa chi come me in casa non aveva altro che una vecchia cassettina di De Andrè e Lauzi e la cultura se l'è fatta a base di incursioni nello scaffale dei nice price), conoscerà senz'altro My generation degli Who, una canzone che per una volta non parla della sua generazione, ma al massimo di quella dei genitori. Oltre a essere uno standard del rock, la canzone si fa notare per due curiose innovazioni:

1. Per la prima volta (ad anni luce da qualsiasi progenitore del rap) un cantante balbettava ostentatamente: talkin' 'bout my g-g-g-g-eneration.
2. L'assolo, pregevolissimo, non era del chitarrista, Pete Townshend, che in seguito si sarebbe rivelato uno dei grandi compositori del rock, ma che a quei tempi per sua stessa ammissione era poco più di una pippa. No: l'assolo lo suonava il bassista, John Entwhistle. Tirate fuori il vecchio disco logoro, spolverate il piatto e riattacatelo alle casse, e suonatelo a massimo volume: varrà la pena per una volta di disturbare il vicino, perché John Entwhistle è morto, il 27 giugno. Aveva 57 anni.

Gli Who non hanno avuto la fortuna proverbiale dei Beatles e dei Rolling Stones, anche se tra '64 e '74 non furono meno innovativi (oltre a essere molto più convincenti dal vivo). Se gli Stones furono il primo gruppo manifestamente 'sessuale', gli Who furono, da subito, il gruppo 'violento': tuttavia non hanno avuto dei veri e propri eredi: i mods (corteggiati dagli who nei primi anni) presero strade più poppeggianti, i filoni hard rock e heavy metal sono scaturiti da altre sorgenti e il "caso Who" è rimasto un capitolo isolato, benché fulgido, della storia del Rock. La stagione della violenza iniziò proprio con My generation: nel finale Townshend, saturo di invidia per la maggior abilità del collega, apre al massimo il suo Marshall e, letteralmente, esplode, mentre Keith Moon alla batteria lo asseconda con raffiche di rullante. Nelle interviste, Pete si scherniva così: "la gente mi crede un grande chitarrista, ma in realtà io do solo il massimo al volume e suono un mi distorto, e tutti dicono: Wow!" A questo punto, di solito, prendeva la chitarra per il manico e la sbatteva contro l'amplificatore, fracassando uno dei due o magari entrambi, la cosa non era programmata. Lo aveva fatto una volta per sbaglio in un locale col soffitto basso: era talmente piaciuto che da allora dovette ripeterlo a ogni concerto, e anche in tv. Incoraggiati dal successo, Pete e gli altri iniziarono a distruggere anche le camere d'albergo, con qualche ripercussione sul budget, visto che dopo qualche anno di concerti in USA e nel Regno erano più indebitati di prima.

In questa allegra compagnia, John era l'elemento più in ombra, come spesso accade al bassista. Gli Who, in teoria, erano un gruppo sbilanciato sul lato ritmico (essendo lo stesso Pete nient'altro che una valida rhythm guitar). In teoria, perché Keith Moon era un pazzo, e se gli andava era capace di suonare scariche per tutta la canzone. Schiacciato tra un matto con le bacchette, un chitarrista-pippa con la mania di distruggere strumenti, e il classico cantante biondone, c'è da chiedersi come sia riuscito a sopravvivere, il mite John. Nella foto sul retro di Who's next (1971), seduto in disparte, emerge con la testa da quello che sembra il ripostiglio di un teatro parrocchiale, con sedie di plastica accatastate. Dal fondo osserva i tre folli al tavolo con sospetto: sotto i due baffi a manubrio sembra Ringo Starr. Benché fosse un virtuoso dello strumento (e in My generation lo dimostra), John era anche il più disciplinato del gruppo, anzi, era l'unico, e probabilmente dobbiamo alla sua tranquillità se il sodalizio degli Who è durato tanto passando tra le derive religiose di Townshend, i problemi di droga, e la morte di Moon nei primi anni Ottanta.

Perché, oltre a distruggere camere d'albergo e strumenti, gli Who erano noti anche per un'altra peculiarità: litigavano continuamente. Anche questa era una novità: Lennon e McCartney, per esempio, non litigavano mai: semplicemente a un certo punto smisero di rivolgersi la parola. Gli Who invece litigavano per i classici motivi per cui litigano i membri di un complesso: tira giù la chitarra, non sento la voce, no, tira su tu la voce piuttosto. Una volta, esasperato dalle continue richieste di abbassare e rialzare, il povero John mandò tutti a fuck out, fece per scendere dal palco e… fece un volo di tre-quattro metri. Anche quando Pete scoprì di essere un produttore lambiccato, di quelli che piazzano i quartetti d'archi e inventano complicate suites quadrofoniche, i litigi continuarono, e Roger telefonava a Pete per dirgli: "sei un produttore del cazzo, in Quadrophenia non riesco a sentire la mia voce". "Ma vaffanculo, Roger, forse dovresti far riparare il tuo hi-fi". Bisogna dire che quando si ha la voce di Roger Daltrey c'è poco da coprire: andate a sentire Love reign o'er me.

Come altri musicisti tranquilli e disciplinati, John, in realtà, era anche un discreto compositore, se solo qualcuno glielo avesse chiesto. Da questo punto di vista fu più fortunato di Bill Wyman, il suo collega bassista degli Stones, che per incidere una canzone scritta da lui dovette aspettare che Jagger e Richard fossero in galera per atti osceni. "Cazzo, Bill, e adesso cosa facciamo? C'è lo studio prenotato per domani!" "Ahem… beh, io avrei scritto un pezzo"). John invece riuscì sempre a proporre qualcosa di suo, anche quando Pete trascinò il gruppo in opere rock dalla trama a dir poco astrusa. Tommy (1969), per chi non lo sa, è la storia di un ragazzo figlio di un aviatore morto in guerra (come il protagonista di The Wall, pensa un po') reso muto, sordo e cieco da un trauma infantile, che si scopre campione mondiale di flipper, guarisce e fonda una religione. Nel bel mezzo a questo delirante capolavoro, John riuscì a piazzare due canzoni sue: Cousin Kevin, la storia di un amichetto di Tommy che si diverte a bruciargli le sigarette sul braccio o a piantare chiodi nell'asse del gabinetto, e Fiddle about, dove incontriamo "Uncle Ernie" un altro sollecito amico di Tommy (nel film magistralmente interpretato da Keith Moon) che, senza tanti mezzi termini, lo violenta: "su il pigiama, giù le mutande". Niente male, considerato che siamo nel 1969. Ed è anche grazie al mite John, qui insospettabilmente sadico, che in Tommy per la prima volta l'immaginario psichedelico tutto pace e amore comincia a virare in tinte più oscure, e i santoni si rivelano pericolosi mitomani: nel finale Tommy chiede ai suoi fedeli di bendarsi, turarsi le orecchie e la bocca: tutti devono pagare per la sua infanzia difficile. Folgorante, come parabola, no? Eppure John confessava candidamente di non aver mai capito nulla della trama di Tommy, almeno fino al film, uscito cinque-sei anni dopo: come tutti noi, del resto.

Questo è più o meno tutto quello che ricordo su John Entwhistle. Confesso apertamente di avergli sempre preferito Pete: da ragazzino suonavo la chitarra senza saperne molto, abusavo del pedale, sbatacchiavo la stratocaster finta e facevo molta scena, poi scrivevo pezzi introversi e sperimentali. Ma avrei voluto avere John al mio fianco e gli avrei volentieri lasciato lo spazio di un assolo, come in My generation. Che non è la nostra generazione: è la sua. E che lentamente ci sta lasciando: dopo una prima ondata di morti violente, tra Settanta e Ottanta, ora è il tempo più triste delle morti standard, per infarti o per tumori, come l'anno scorso George Harrison. La cosa, a pensarci, è spaventosa, vista la quantità di coccodrilli che ci aspetta: ma soprattutto, si tratta della generazione dei nostri genitori. Hope I die before I get old, cantava Roger. E intanto Keith mitragliava il suo rullante a centocinquanta all'ora, Pete brandiva la chitarra contro il Marshall, e John, un po' in disparte, osservava con sospetto. Addio.