lunedì 22 ottobre 2018

Always looking for your approval

Candy - Under The Weather

Non so mai se quello che dico o faccio è abbastanza per te, se a un certo punto deciderai che hai semplicemente preso la decisione sbagliata e te ne andrai. Stare insieme a te è soltanto una costante ricerca della tua approvazione.
Validation, la canzone che apre Under The Weather, il nuovo album di Candy, racconta una specie di storia d'amore che per metà si basa sull'insicurezza, su una dipendenza tutta a senso unico. Ma quello che sembra alludere, tra le righe, è che questo continuo bisogno di alimentare una fragile autostima, alla fine, è anche quello che tiene in piedi il protagonista. E chi siamo noi per giudicare se questo amore è migliore o peggiore di quello che conosciamo, soprattutto se funziona?

Candy è il nome d'arte di Calum Newton, da Melbourne, già nelle formazioni dei Lunatics On Pogosticks e degli Amyl + The Sniffers. Con questo progetto solista si dedica a un bedroom pop che ha fatto propria la lezione di DIIV e Beach Fossils, abbastanza vicino a certi suoni di High Sunn. La presentazione dell'album Under The Weather non risparmia understatement: "It's a pretty moppy and depressive album but maybe you'll like it - who knows". In realtà, io direi che bilancia molto bene atmosfere sognanti con colori più cupi e post-punk, e che suona alla perfezione in questo autunno ormai arrivato.




venerdì 19 ottobre 2018

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (5)

Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem



Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem (2018/10/16)

Comet Gain - I Was More Of A Mess Then
Crystal Stilts - Radiant Door
Evans The Death - Telling Lies
The Homesick - Gucci Gucci
Kevin Krauter - Suddenly
Primal Scream - Sonic Sister Love
The Goon Sax - Love Lost
Amida - Absolute Reality
Pre Nup - The Grudge
Sourpatch - Moved On
The Manhattan Love Suicides - Anything But Satisfied
Let's Wrestle - I Wish I Was In Husker Dü
The City Yelps - Light & Classical
Say Sue Me - Beginning To See The Light (The Velvet Underground cover)
Horrible Present - Jolly Roger's Blues
Young Scum - Freak Out
Grrrl Gang - Love Song
Frida And Ale - Hidden Song

(l'illustrazione sulla copertina della fanzine è di Claudia Ferrario)

giovedì 18 ottobre 2018

One of these nights I’m going to be your friend

Sasami - Not The Time

La canzone che ho ascoltato di più nell'ultima settimana, e con cui avevo anche aperto l'ultima puntata di "polaroid - un blog alla radio", è stata Not The Time, il singolo d'esordio di Sasami, pubblicato nientemeno che da Domino. Un singolo d'esordio nonostante Sasami Ashworth esordiente non lo sia affatto, avendo fatto parte negli ultimi anni degli Cherry Glazzer e avendo collaborato con musicisti come Wild Nothing, Curtis Harding e Hand Habits. Musicista di formazione classica, Sasami non ha paura di presentarsi nella sua bio come una "all-around musical badass". A giudicare dal suono di questo suo primo sette pollici, del resto, sono disposto a concederle ampio credito. Mentre la b-side Callous è una languida ballata notturna, con una melodia che si avvolge e si espande tra chiaroscuri, Not The Time è un clamoroso pezzone indie rock alla Yo La Tengo, capace di tenere assieme un carattere sognante e romantico con un ritmo incalzante e chitarre che si fanno via via più lancinanti. Mi ricorda molto le atmosfere di un'altra musicista con cui Sasami è andata in tour, ovvero Mitski, ma con certi spigoli in qualche modo smussati.
Nel comunicato che presenta il sette pollici, Sasami definisce le due tracce "a mix of a diary and a collection of letters; written but never sent, to people I've been intimately involved with in one way or another. Ok, maybe they're more like over-dramatic drafts of texts that you compose in the Notes section of your iPhone, but either way they come from a place of getting something off my chest". Ecco, questa loro natura "over-dramatic" e questo loro essere strappate "off her chest", tra i versi, i feedback e gli innesti di synth si percepisce benissimo. Sulla lunga distanza di un album riusciremo a reggere l'impatto emotivo? Non vedo l'ora di scoprirlo.





venerdì 12 ottobre 2018

"The whole world is made of honey”

polaroid - un blog alla radio S18E01 - il podcast

"polaroid - un blog alla radio" S18E01 @ NEU Radio

Massage – Kevin’s Coming Over
Magic Potion – Shock Proof
Motorama – No More Time
Woolen Men – Hollow World
[“Bastonate per posta alla radio" – a cura di Francesco Farabegoli]
The Wave Pictures – Roosevelt Sykes
Hater – Things To Keep Up With
Operazione San Gennaro – Don’t Say I Love You
Comet Gain – I Was More Of A Mess Then
Peel Dream Magazine – Qi Velocity

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giovedì 11 ottobre 2018

She’s wondering if she’ll feel that way again

The Pantones - Shades Of Blue

Shades Of Blue è un piccolo racconto in terza persona: lei se ne sta andando via, una stanza vuota lasciata alle spalle, su quel treno cerca di non pensare a niente, soprattutto a lui, e a poco a poco gli occhi si chiudono mentre l'alba comincia a dipingere la città di blu. Una domanda si ripete alla fine del ritornello: "she’s wondering if she’ll feel that way again". E tu non sai decidere se si riferisce al provare di nuovo qualcosa come un innamoramento, oppure al timore di soffrire ancora per un'ultima separazione.
Tre minuti di canzone che si cullano in mezzo ad arpeggi autunnali, due note di synth quasi rubate ai Cure e la voce morbida di Isabel Salinas: The Pantones sono tutte qui, e ovviamente mi hanno subito incantato. Formazione dream pop proveniente da Los Angeles, con le sorelle Angeline e Madeline Doctor, basso e chitarra, a curare la scrittura dei pezzi e in più, a quanto pare di capire tra le tag di Instagram, a volte una drum machine, altre volte invece Harley Hill-Richmond della band Harley And The Hummingbirds alla batteria.
L'anno scorso avevano registrato il loro primo e parecchio Smithsiano demo EP For The Ones Who Love You tra la classica cameretta e un'aula della loro high school, e ora arriva questo primo singolo Shades Of Blue​ / Corruption, che segna un netto e incoraggiante passo avanti. Se il lato A, così dondolante e malinconico, aggiorna la lezione Sarah alle fragilità del presente, la traccia sul lato B mette in luce tutto il lato post-punk del loro carattere (o quanto meno, la loro interpretazione più mitigata del post-punk), con un evidente debito verso i Joy Division e i New Order.
Le loro storie sono quelle di un'adolescenza comune, sopraffatta dall'over-thinking, a tratti scontrosa, a tratti in preda a sincero smarrimento ("She longs for something with value / but isolates herself in solitude"), ma che non si rassegna a smettere di cercare ovunque chiari riflessi di felicità.
Teniamo d'occhio queste promettenti ragazze: come recita il loro nome, potrebbero portare presto un arcobaleno di nuovi colori all'indiepop.



martedì 9 ottobre 2018

I was looking for a way outside

Massage - Oh Boy

All'inizio dell'estate avevamo sentito un paio di ottimi singoli dei Massage e, vuoi per quelle evidentri influenze Go-Betweens, vuoi perché alla voce c'è anche Alex Naidus, che conoscevamo già dalla prima formazione dei Pains Of Being Pure At Heart, era impossibile non trovarli subito adorabili. Le aspettative erano abbastanza alte per l'album d'esordio (registrato da Jason Quever dei Papercuts "on random weekends over the course of two years") ma bisogna riconoscere che il risultato finale di questo Oh Boy è stato decisamente sorprendente. Per riassumere in una parola, si percepisce una tale spontaneità in queste melodie, una tale naturalezza nella scrittura, che già alle prime note sembra di avere sempre avuto questo disco da qualche parte nel cuore. Indiepop allo stato puro, tra rimandi Flying Nun (vedi la title track oppure I'm Trying, degne di Bats o Clean), e momenti più irrequeiti e frenetici, tra Feelies e R.E.M.
La maniera assolutamente felice in cui si intrecciano e si alternano le voci del chitarrista Andrew Romano, della tastierista Gabrielle Ferrer e del citato Naidus, fa sembrare questo album molto più ricco di quanto già sia, e al tempo stesso lo rende veloce e scorrevole quanto un EP. Si respira una tale aria allegra e fresca tra queste note che quando si spegne la conclusiva ninna-nanna di At Your Door ti chiedi proprio "ma come: è già finito?". Sono sinceramente ammirato da come Oh Boy, un album che "da fuori" non sembra avere altre pretese se non quella di regalarti una buona mezz'oretta di indiepop, riesca a installarsi nei tuoi ascolti, a diventare uno di quei dischi che fai partire quasi sovrappensiero, perché hai bisogno di quella leggerezza che sanno regalarti senza alcuno sforzo.



mercoledì 3 ottobre 2018

Don't pick up slackers

Peel Dream Magazine - Modern Meta Physic

Certi titoli sfasati come Levitating Between 2 Chords o Upper Body Calaesthetics, una citazione di Tommaso d'Aquino piazzata in copertina, suoni ovattati di organi che sembrano arrivare dalla stanza accanto, voci a volte sussurrate, a volte perse tra polverosi riverberi. E soprattutto quel nome: Peel Dream Magazine, un omaggio dichiarato alla figura leggendaria e pionieristica di John Peel, subito però accoppiato con una dimensione onirica. La giovane band di Brooklyn, guidata da Joe Stevens (che ha suonato e registrato tutto in cameretta da solo) ce la mette tutta per ritagliarsi uno spazio immaginario tutto per sé, e ci riesce molto bene, tra palesi rimandi agli Stereolab e ipnotiche ritmiche Kraut a abssa fedeltà (vedi l'apertura di Qi Velocity, Interiors o l'ammiccante Anorak), ma anche con invenzioni che possono richiamare alla mente nomi più vicini e contemporanei, come Proper Ornaments e Ultimate Painting (Shenandoah e Deetjen's), o raffinatezze alla Chris Cohen (Art Today), il tutto ottimamente amalgamato dentro il debutto Modern Meta Physic, altro titolo graziosamente avant-Sadier.
Sono stati "scoperti" da Shaun Durkan (Weekend / Tamaryn) e hanno la benedizione di Mike Schulman della Slumberland Records: mi pare sia già un curriculum notevole per degli esordienti. In più, Stevens sembra mostrare una buona consapevolezza dei propri mezzi e del proprio ruolo di musicista oggi: "Pop music and art in general can be very political when you bend rules. Seeking out new territory and breaking violating old maxims is very exciting. Indie Pop needs that right now".




lunedì 1 ottobre 2018

Aspettando la diciottesima stagione di "polaroid - un blog alla radio"

polaroid - un blog alla radio S18E00 - il podcast


"polaroid - un blog alla radio" S18E00

The Fortuna POP! All-Stars – You Can Hide Your Love Forever
Alpaca Sports – Summer Days
Monnone Alone – Cut Knuckle
Girl In Red – Forget Her
Sea Pinks – Watermelon Sugar (Alcohol)
Ladroga – Arty
Setti – Wisconsin
The Goon Sax – Make Time 4 Love
Trust Fund – Blue X
Bodega Sisters – Footnote Static

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venerdì 28 settembre 2018

I need you to remind me how to smile


Without You, una canzone quasi alla fine di From Paris With Love, il nuovo album degli Alpaca Sports, si apre rivolgendosi alla persona amata: "Ho bisogno di te per ricordarmi come sorridere / quando il cielo è grigio e mi sento solo". Poco dopo, il ritornello diventa ancora più esplicito: "Senza di te non saprei che fare". Chi ha qualche familiarità con l'adorabile duo svedese troverà questi versi del tutto consueti per lo stile delle loro dolcissime canzoni.
Già alla seconda strofa, però, appare chiaro che questa persona amata non c'è. La canzone si sta rivolgendo soltanto al ricordo di un amore, ed è uno di quei ricordi che, nonostante ci riempiano di rimpianti, in qualche modo ci servono per continuare a vivere. "Even though it hurts / I sing our song / Now the sun is so low / And the days have lost their glow". In questo caso, ed è una situazione ancora più eccezionale, ad avere bisogno di quel ricordo per andare avanti è letteralmente la stessa canzone: "dreaming of you and me is how I carry on / and that's why I keep singing this song".
In questi tre minuti, tra jangling guitars e spensierati coretti pa-pa-ra-pa, gli Alpaca Sports ci raccontano non soltano la fine agrodolce di una relazione sentimentale, ma anche qualcosa intorno alla natura dell'indiepop oggi. Se per un momento recuperiamo il contesto storico e culturale in cui questo piccolo genere musicale è nato e ha preso forma (un certo underground britannico a cavallo tra Settanta e Ottanta, una digressione nel racconto del post-punk), ridotto a una sua nuda essenza, l'idea dell'indiepop è anche questo. Un sentimento che ancora illumina il cuore, un momento di felicità, il ricordo di qualcosa che ci manca e fa soffrire, a cui però torniamo sempre per riuscire a cantare ancora. Se sostituiamo l'amore nelle canzoni con l'amore per questo suono e questa poesia, e soprattutto con i riferimenti ormai mitici dell'indiepop (proprio quelli che puntualmente tornano anche in tutte le recensioni degli Alpaca Sports), possiamo vedere in trasparenza il meccanismo di questa piccola musica che sfida ogni legge della fisica. Tra i suoi pochi fragili ingranaggi, l'indiepop continua sempre a rinascere, già obsoleto, anacronistico ma ingenuamente nuovo, in perenne oscillazione tra la felicità e la necessità di malinconia.
I giovani Alpaca Sports, con la loro musica lieve che ti sfiora appena, riescono a riassumere tutta questa tradizione (un mondo che nel tempo di un battimani va dalla Sarah ai Camera Obscura, passando per certi Acid House Kings e Club 8) con una leggerezza quasi istintiva. Per ogni "I know it's already too late" (come lamenta Nobody Cares But Me) è pronto un rassicurante "we don't have to say goodbye", offerto con molta semplicità da Summer Days.
Ma questa leggerezza non è sinonimo di trascuratezza, tutt'altro. From Paris With Love brilla per la cura della realizzazione. Merito anche dei collaboratori che gli Alpaca Sports hanno scelto anche per questo disco: gente come Gary Olson dei Ladybug Transistor, Lisle Mitnik dei Fireflies e Ian Catt, già produttore di Field Mice, Saint Etienne e Trembling Blue Stars, tra gli altri. Se aggiungiamo che il disco esce ancora una volta per la storica Elefant Records, una delle etichette che a suo modo ha tenuto alta la bandiera del twee in questi decenni, possiamo dire senza paura di esagerare che siamo di fronte a uno dei dischi indiepop più limpidi e puri di quest'anno.



mercoledì 26 settembre 2018

Première: Hater - "Things To Keep Up With"

 Hater - Things To Keep Up With
Hater - photo by: Kamila Schneltser

Shiny as fuck but as my cheeks got wetter
I spooned a mouthful of a made up tale


L'ultimo singolo che gli Hater presentano oggi (in première anche qui a polaroid: festa!), a due giorni dall'uscita ufficiale del loro nuovo album Siesta, è Things To Keep Up With, una canzone che racchiude due anime che abitano questo disco: da una parte, quella disillusione amara che porta alle lacrime, dall'altro l'abbandono a una melodia trascinante. È come se questa musica diventasse il mezzo con cui gli Hater riescono a trovare un equilibrio di fronte alle "made up tale" che occorre mandare giù nella vita. La voce splendida di Caroline Landahl comincia rivolgendosi a un bambino "che non sa nemmeno di essere nato" e che ha bisogno di tutta la protezione possibile. Ma la conclusione assomiglia a un discorso fatto allo specchio, passato il pianto, quando sai che è arrivato il momento di doversi inventare un coraggio nuovo. Questi Hater più maturi, con arrangiamenti pieni e caldi, mi convincono sempre di più, singolo dopo singolo. Manca pochissimo a Siesta!

martedì 25 settembre 2018

Climbing bittersweet


Sono ormai passati un po' di anni da quando mi presi una cotta per i Sourpatch, band "punk queercore riot grrrl" (queste le tag sul loro Bandcamp), proveniente da San José, California. Dopo un paio di album per la cara vecchia Happy Happy Birthday To Me li avevo persi di vista. La voce di quella formazione, Nicole "Nikki" Munoz ora è tornata a farsi sentire in questi Eve's Peach, trio che suona un indiepop acceso, energico ed essenziale, fatto di chitarre belle aggressive e melodie contagiose ad alto tasso di emotività. Non a caso gli Eve's Peach hanno diviso palchi con band come Diet Cig, Swearin' e Nice Try, giusto per darvi un'idea di alcuni suoni di riferimento. Dopo un EP dell'anno scorso, che ho recuperato solo ora e che consiglio, è uscito da qualche settimana un album intitolato Climbing Bittersweet: dodici canzoni quasi tutte sui due minuti per ricordarci che quell'idea di musica molto Nineties, che richiama subito alla mente nomi tipo Tiger Trap, Velocity Girl oppure All Girl Summer Fun Band, non ha ancora finito di divertirci e farci venire voglia di saltare.



martedì 18 settembre 2018

I won't forget you now, though it may be unspoken

Shy Boys: 'Bell House'

Esiste qualcosa di meno rock’n’roll di una canzone sul tornare a vivere con i propri genitori e passare una piacevole serata in casa? O avete mai sentito una band cantare rimproveri a un amico che non dà abbastanza da mangiare al proprio cane? Benvenuti nel bizzarro, provinciale e schietto mondo di Bell House, il secondo album degli Shy Boys, da Kansas City, e per me soprattutto l’ultimo limpido album da ricordare prima che finisca questa estate 2018. Sì, perché si tratta di un disco estivo all’ennesima potenza, avendo come principali riferimenti le armonie vocali dei Beach Boys (vedi l’apertura a cappella di Miracle Gro, dedicata a una fioritura, diciamo così, molto speciale e preziosa) e certe melodie senza tempo di band come Thin Lizzy, Supertramp o Crosby Still & Nash. O, in alternativa, se vogliamo citare qualcuno più vicino a noi nel tempo, certe invenzioni di Shins e Real Estate.
Proprio questi ultimi mi vengono in mente soprattutto in un paio di canzoni (Evil Sin e la title track), ma la peculiarità degli Shy Boys è quella di creare atmosfere sospese non facendo ricorso alle foschie dei riverberi e degli strati di suono, bensì giocando per sottrazione, con elementi minimi, vorrei quasi dire “fragili”, dispensati con molta misura ed efficacia. Quelle code di tre note ripetute e ipnotiche, quel suono di batterie così pastose, quelle slide guitar che disegnano un controcanto di soppiatto, quegli handclap così “innocenti”, rivelano una consapevolezza e una chiarezza di intenzioni che gli Shy Boys sembrano quasi voler nascondere dietro le loro storie dimesse di ragazzi del Midwest, magari un po’ “stoned” ma oramai cresciuti e maturi.
Di certo questa maturità rispetto agli esordi lo-fi sarà in parte merito del passaggio sulla più grossa Polyvinyl, ma forse come scrive Kevin Morby, davvero gli Shy Boys sono “the heartland’s answer to The Beach Boys had Alex Chilton been on guitar”. Qualunque sia la risposta, immergetevi con serenità in questo suono placido e caldo. Raccogliete senza fretta un ultimo raggio di tramonto nel cortile dietro casa, salutate gli amici di una vita, svuotate il posacenere prima che quella dolcissima Champion di vostra madre veda in giro filtri e cartine, e rientrate in tempo per la cena.





giovedì 13 settembre 2018

Let’s try to get to know each other

Surf Rock Is Dead

Hanno accompagnato gli Shout Out Louds in tour negli States e hanno aperto per i Radio Dept. a New York: per quanto mi riguarda, il curriculum dei Surf Rock Is Dead è già più che approvato così. Giusto un anno fa li avevamo conosciuti per l'ottimo EP We Have No Friends? su Native Sound, label che conosciamo per Plastic Flowers, Lost Film e June Pastel, tra gli altri. Ieri hanno pubblicato un nuovo singolo, Away Message, prima anticipazione di un album di cui ancora non si conosce il titolo. Ha quel suono tutto rimbalzi ed echi, un po' alla Drums, che si adatta alla perfezione a versi sbarazzini come "Let’s try to get to know each other / in a new and exciting way". Ma soprattutto ha quel suono, jangling in controluce e super orecchiabile, che si adatta alla perfezione a questi giorni di fine estate in cui l'estate non sembra ancora voler finire.

martedì 11 settembre 2018

Anno nuovo, vita NEU!

Nonno Indie meme
Foto di nonno_indie

Proprio nel giorno in cui divento, per un warholiano quarto d'ora, un quasi-meme pure io (grazie Nonno Indie!), inequivocabile segno di senilità e "obsolescenza selvaggia", a Bologna una serata tra chiacchiere e musica aggiunge invece un altro piccolo tassello verso il nuovo.
A partire dalle 19.30 a Cacao, ovvero lo spazio di NERO Factory in mezzo al Guasto Village in Largo Respighi, ci sarà il secondo appuntamento di una rassegna con cui NEU Radio si presenta ai suoi ascoltatori. La nuova webradio, che giorno dopo giorno sta prendendo forma sotto le Due Torri, inaugura una nuova annata portando le facce e le voci di quelli che la fanno fuori dai monitor e in mezzo alla città.
E qui arriva l'altra notizia, che riguarda da vicino anche questo piccolo blogghetto: da questa stagione (la diciottesima!) "polaroid - un blog alla radio" lascia le frequenze di Radio Città del Capo e approda come appuntamento fisso nel palinsesto di NEU! Siamo ancora un po' tutti "work in progress" ma alcune cose resteranno immutate: il podcast settimanale (disponibile anche su Apple Podcast e Mixcloud) per esempio resta sempre lì dove lo abbiamo lasciato prima delle vacanze.
Nei prossimi giorni arriverà una puntata zero di questo nuovo capitolo, ma ci sarà modo e tempo per ricordarvelo. Ora è il momento di correre da Cacao: la NEU ballotta della radio mi aspetta!

(mp3) Neu! - Für immer

sabato 8 settembre 2018

“The songs we write they will not last"

Trust Fund - Bringing the backline

I don't know if maybe you know this
But one thing a song can do
Is tell you with a terrible sureness
Exactly who your heart belongs to


Not that it can belong to anyone...


I primi quattro versi di questa strofa potrebbero sembrare di un romanticismo totale. Ah, quel nome che sente il tuo cuore ogni volta che riascolta quella canzone, le canzoni legate ai ricordi, i movimenti del cuore come una meticolosa e sentimentale playlist... Bisogna però riconoscere che uno dei molti talenti di Ellis Jones, in arte Trust Fund, è stato spesso quello di trattare certe sue canzoni come piccoli sketch, e quindi spesso arriva quel verso in più, un'arguzia che può gelare, l'ennesima postilla del suo ostinato umorismo. Volevo solo dirti una cosa carina, e ho dovuto subito rettificare, rivedere, precisare. E tu intanto chissà dove te ne sei già andata.
La cosa più triste di questa cosa divertente è che poi la strofa finisce davvero tornando al tono pieno di romanticismo dell'inizio: "All I'm saying is, sometimes / You hear a song, it makes you think / I know the person I wish I was with".
Le canzoni dei Trust Fund sono sempre state piene di "persone con cui non siamo", o persone con cui siamo ma che stiamo per abbandonare, o che stanno per abbandonarci, o a cui non sappiamo come dire che è finita e con cui alla fine restiamo. Insomma, un lungo indugiare nella "fetishisation of regret", per usare una efficace espressione utilizzata dallo stesso Jones nella presentazione dell'ultimo album, Bringing The Backline.
Ma nel nuovo lavoro, oltre a tutto questo, l'altra protagonista ricorrente tra le canzoni sembra essere la stessa musica - intesa nei suoi aspetti meno ideali: la routine di andare ai concerti, incontrare gente uguale a te, guardare una band suonare cercando di capire se provare o non provare sentimenti. "Listening to your band / crying at the back / made me think about my band / how boring is that?". Tutto quell'affanno, gli strumenti da prestare, la backline da trovare, quell'aspettare sotto la pioggia, quel sentirsi incapaci, tutte quelle "sad Sunday suicidal ideation eight days a week"... tutto per arrivare alla conclusione: dover decidere se "we waste our time together or we waste our time alone".

Nelle settimane trascorse tra il pre-order di Bringing The Backline e il pacco con il mittente di Bristol arrivato nella mia cassetta della posta, Ellis Jones aveva annunciato lo scioglimento della band. Non posso nascondere che la notizia ha condizionato il mio ascolto. Per un certo periodo ho quasi tenuto a distanza il disco. Nonostante contenga alcune delle canzoni migliori mai registrate dai Trust Fund (Abundant, con quel solo di sax alla fine, o Alexandra, con quei sequencer così Human League), anche se forse non le canzoni con "i Trust Fund che amo di più", lo confesso: avevo la sensazione di essere stato quasi raggirato. Perché se ne doveva andare proprio in quel momento? Non poteva aspettare di fare almeno un piccolo tour promozionale? Aspettare un altro Indietracks? Magari riuscire a tornare ancora una volta in Italia? La data di qualche anno fa a Bologna era stata magnifica! Lo so, suona tutto molto egoistico, ma quando ascolto la musica che amo sono molto più capriccioso ed esigente del solito. E io amo ancora i Trust Fund, nonostante mi abbiano abbandonato.

Poi ho fatto pace con queste canzoni: le cose che trovo belle sono belle per quello che sono, e quelle che trovo meno belle (l'aspra e fastidiosa Jonathan?), lo sono per altri motivi. Nella canzone che chiude il disco, la delicatissima The Mill, tutta sorretta da arpeggi acustici, Jones canta apertamente:

The songs we write they will not last
All this dross we have amassed
Now me, my sister, and my brother
We all document the work of others


e in fondo è un discorso che invidio per la sua lucidità: è come se i Trust Fund, nuovi Wittgenstein dell'indiepop, fossero arrivati in cima alla scala del loro linguaggio e poi l'avessero buttata via, finalmente pronti ad affrontare altro. O forse, è un po' come vedere l'indiepop stesso come un linguaggio, come un mondo a cui ogni band aggiunge un'idea, una parola e poi lascia la parola ad altri. Sappiamo tutti che queste canzoni non sono "dross", ma forse possono diventarlo se cominciamo a considerarle qualcosa di più, se pretendiamo da loro qualcosa che non è lì.
Mi mancherà la spietata capacità di analisi dei versi di Ellis Jones, soprattutto il mondo in cui era seppellita tra chitarre Pixies / Weeezer / Los Campesinos, o nascosta in quegli audaci falsetti, ma anche questo non è del tutto vero: perché i Trust Fund sono ancora qui, con le loro battute micidiali e le loro melodie trascinanti (in questo disco, King Of CM su tutte), e con le loro tristissime strofe di addio tra amanti impossibili. Queste canzoni non se ne andranno mai. Voi portate la backline: qui c'è elettricità.