martedì 22 maggio 2018

I just wanna dance, as much as I forget who I am

SAY SUE ME - Where We Were Together

I'm full of things I hate
but I like you
I like you liking me
Yet I'm full of things I hate


Sono rimasto il solo a invecchiare in questa vecchia città, se ne sono andati ormai tutti. Vorrei andarmene anche io, e vorrei restare, e non so il perché. Il tempo ha scelto al posto mio. I Say Sue Me non ne fanno un dramma, e con una franchezza invidiabile raccontano che abbiamo ancora molte cose: ballare, bere, una spiaggia, il nostro solito bar, un amore che non ha tutte le risposte ma a cui abbiamo imparato a non fare domande. Le cose che odio di me stesso sembrano essere proprio quelle per cui ti piaccio. Non proviamoci nemmeno a trovare un significato a tutto questo. Forse è uno spreco di tempo, e in ogni caso una nuova estate è ormai arrivata.
Il fatto che uno dei dischi indiepop migliori e più entusiasmanti di quest'anno riveli con la massima legerezza, tra i versi e le canzoni, questo atteggiamento sospeso tra il fatalista e il distaccato, forse mi dice qualcosa anche dello stato di salute dell'indiepop stesso. La maniera, sensibile ma non per questo meno spietata, in cui questa musica vede ora il mondo. Come è altrettanto importante sottolineare il fatto che il quartetto non è americano né inglese o svedese, ma coreano. Ci aiuta a ricordare che certe prospettive provinciali hannno sempre meno senso per il modo in cui si produce e circola la musica oggi.
Il secondo album dei Say Sue Me Where We Were Together è un disco davvero impeccabile, sia quando nei singoli come Old Town o B Lover si diverte a farci immaginare le chitarre di quell'indie-surf-pop da Anni Zero in riva all'Oceano Pacifico (ma dalla parte opposta della California), sia quando omaggia con gesti più scoperti le proprie influenze: per esempio, gli Yo La Tengo in Here, certi Pastels in Funny And Cute o gli Alvvays in Coming To The End (guarda caso tutte le ballate del disco).
Nonostante la pigrizia che attribuiscono alla propria città di origine, Busan, i Say Sue Me riescono a trovare la forza per condensare dentro questo disco un intero mondo di poesia, che parte da piccoli scambi quotidiani ("You know the place, our cozy bar"), conosce lo sconforto ("There are so many people, like it used to be, but I feel nothing inside"), lotta per perdere sé stessa ("I just wanna dance, as much as I forget who I am") e raggiunge infine una specie di serenità che quasi non è più di questo mondo ("Nobody is going to tell you who you are / Today is coming to an end / Nobody is going to know who I am").
E infine, Where We Were Together mi conquista definitivamente quando con acuta raffinatezza intitola una canzone The Courage To Become Somebody's Past e lascia che sia soltanto uno strumentale, mostrando così e non dicendo quando è il momento di abbandonare le parole.




lunedì 21 maggio 2018

For you too

THE OCEAN PARTY

"polaroid – un blog alla radio" – S17E27

Agent Blå – Another Reason To Cut Off An Ear
Dronjo Kept By 4 – Lemonn
Your Favourite Colour – Former Life
The Ocean Party – Promotional Single
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per la rubrica “Troppa Braga“]
Dude York – Moon
Value Void – Back In The Day
Spinning Coin – Apologies
Gentle Brontosaurus – Morgan
Setti – Mi mancavi
The Jackson Pollock – Surf
Yo La Tengo – For You Too

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giovedì 17 maggio 2018

All her messages I would read aloud

Trust Fund - Carson McCullers

"Oh, she’s moving on and I still love her": esiste un verso più polaroid di questo?
In ogni caso, la bellissima notizia è che sono tornati i Trust Fund e suonano più pop che mai! Ellis Jones, autore di almeno un paio dei dischi dell'anno per questo blogghetto, ha infatti annunciato che il prossimo 2 luglio arriverà il nuovo album Bringing The Backline (ancora non è dato sapere se su vinile o solo digitale EDIT: è uscito il pre-order del vinile!). Tra i crediti si nota subito la produzione di Patrick Hyland, già al lavoro con Mitski, che i Trust Fund avevano accompagnato live per alcune date l'anno scorso.
Ad anticipare l'uscita, il singolo Carson McCullers: un titolo che rimanda all'importante scrittrice americana e che ci regala i Trust Fund più allegri e scanzonati di sempre, direi quasi dalle parti di certi Belle And Sebastian (io ci sento qualcosa di Century Of Fakers, Another Sunny Day o forse I'm A Cuckoo per via di quei synth). La storia, comunque, tra chat in cui non si può più scrivere tutto quello che si vuole e una ragazza che ci ha escluso dai suoi programmi per le vacanze, ci riporta subito alle atmosfere dei Trust Fund che ben conosciamo. "If I said I didn’t need her I’d be lying". Prevedo già che sarà una delle canzoni indiepop dell'estate.



mercoledì 16 maggio 2018

"The internet is a disaggregation machine"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

 STEPHEN MALKMUS

► «The internet is a disaggregation machine. Across all content types, users want to consume only what they want, when they want and in the format they want»: interessante articolo su Forbes che immagina come, dopo la dissoluzione dell'idea di album dai tempi di Napster in avanti, e la riconfigurazione nelle playlist sulle piattaforme di streaming, la prossima frontiera sarà rappresentata dalla scomposizione stessa delle canzoni nelle varie tracce e nei campionamenti che la costituiscono.

► «"Passion project”: that’s what you call it when it doesn’t sell. As soon as I saw it referred to as a “passion project” I knew it was, like, over. [Laughs] Sad that passion means death in entertainment»: una bella intervista a Stephen Malkmus sul New York Times. Ma l'ex voce dei Pavement alla vigilia dell'uscita del suo nuovo album Sparkle Hard, sta facendo tutto il giro, e nelle ultime settimane è passato su Pitchfork, su Stereogum, su Rolling Stone, su The Ringer e pure su GQ, tanto per segnalare solo quelle che ho letto io - e spesso con delle foto abbastanza strepitose.

(mp3) Stephen Malkmus And The Jicks - Middle America

► «So that’s kind of what the “rock’n’roll” scene has always been about—who’s the most crazy dude, who does the wildest stuff? Its kind of disparaging and I’ve thought about that when mingling with these people. Why am I involved in this music world at all? All these people want to do is get stupid fucked up, talk about some dude that they know somewhere that is real important, kind of like the L.A. scene»: bella intervista a Oliver Ackermann degli A Place to Bury Strangers su RealClear, non solo intorno al nuovo album Pinned.




► «'Superfans' buy more than two-thirds of all vinyl»: ovvero scoprire l'acqua calda, ma con il conforto dei numeri. Nel mercato UK oltre il 72% delle vendite di vinili va ai cosiddetti "big spender", cioè quelli che dedicano ai dischi almeno 400 sterline l'anno.  La cosiddetta "rinascita" del vinile è, come in fondo si sa da tempo, una questione di nicchia. Facoltosa forse, ma pur sempre nicchia.

► Altri numeri, altri pretesti di lamentarsi: "Music Downloads Had A Short And Unhappy Life" (via Hypebot).

► «Often these minorities are discouraged from becoming musicians (or pretty much any other thing) from a young age because they don’t see people like them doing it at a visible level. Representation is key to encourage the next generation of artists»: "The Silence Is So Loud: Are Music Festivals Finally Committing to Equality?" (su CLASH).

► Ivan Carozzi su CheFare, con la scusa di parlare di trap, Sfera Ebbasta e Concertone del Primo Maggio, mette molta carne al fuoco di una complessa discussione intorno alla contemporaneità, non solo musicale: "Lo spettro di Sfera Ebbasta. Oltre l’ostentazione del gioco".

► In questi giorni ovviamente sono usciti molti articoli per ricordare la cruciale figura di Glenn Branca, da poco scomparso. Quelli che mi sembra più interessante segnalare qui sono:
- "The Resonate: Reflecting on the work of avant-garde pioneer Glenn Branca" (di Lawrence English su FACT)
- "Glenn Branca: Remembering the Guitar Hero Who Linked the Symphony to Punk Rock" (Marc Masters su Rolling Stone)
- un profilo abbastanza esaustivo sul New York Times, insieme all'approfondimento "Remembering Glenn Branca: Hear 10 of His Essential Works";
- pezzo simile anche di Daniel Martin-McCormick su Pitchfork, "5 Crucial Works from Avant-Garde Icon Glenn Branca";
- oltre alla consueta rassegna di tweet e messaggi raccolta da Brooklyn Vegan.

lunedì 14 maggio 2018

PREMIÄR: Agent Blå – "Another Reason To Cut Off An Ear"


Giusto un anno fa gli Agent Blå ci facevano il magnifico regalo del loro supersonico album di debutto, e oggi la band di Götheborg torna a farsi sentire con un nuovo singolo. Abbiamo il piacere di ospitare la première di Another Reason To Cut Off An Ear, il primo singolo tratto da Medium Rare, nuovo EP che verrà pubblicato il primo di giugno in 12 pollici da Luxury (Svezia), Through Love (Germania) e Kanine Records (per gli USA).
Questa nuova traccia sembra stemperare i toni più scuri e gotici degli Agent Blå, ma anche Another Reason To Cut Off An Ear viene trascinata dalla voce maestosa di Emelie Alatalo, che riesce a passare da rochi sospiri a tempeste di drammi e passioni. "Leave me quickly, it's alright, I agree", canta desolato il ritornello, salvo poi non potere fare a meno di concludersi con l'accorata domanda "Are you in love with me?".
Come B-side del singolo troviamo una versione unplugged di Dream Boy Dream, una delle più belle canzoni del precedente album. Coraggio, non manca molto a giugno.





You’re keeping me waiting


"polaroid – un blog alla radio" – S17E26

The Goon Sax – She Knows
Young Scum – Wasting Time
Ex-Vöid – Boyfriend
[in collegamento con Francesco “Bastonate” Farabegoli]
The Ex – Soon All Cities
NAH – Annie
Golden Teardrops – You’re Keeping Me Waiting
La Luz – California Finally
M¥SS KETA – After Amore

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giovedì 10 maggio 2018

I’m wasting my time, I do it all the time

YOUNG SCUM - WASTING TIME

Quando li avevamo conosciuti un paio d'anni fa ascoltando il loro promettente Zona EP, ci eravamo lasciati con l'augurio "speriamo che arrivi presto anche un intero album". C'è voluto più del previsto ma finalmente gli Young Scum stanno per pubblicare il loro esordio sulla lunga distanza. Si chiamerà come loro e uscirà il prossimo 6 luglio in cassetta per Citrus City e in vinile per Pretty Olivia.
Il quartetto di Richmond, Virginia, presenta l'album con queste parole: "getting old is inevitable. And in the latter half of your 20s, it begins to finally set in. Things that you once enjoyed now seem like a waste of time, a reminder of how little time you have". Anche se il tema non sembra dei più allegri, il loro jangling pop non smette mai di essere scintillante e primaverile.
Vedi per esempio il singolo che anticipa il disco, la magnifica traccia d'apertura Wasting Time, che non a caso si domanda "was I naive to think at 25 I’d have at least, one thing figured out?". Una melodia che mi rapisce e che a tratti, complice la voce morbidissima di Chris Smith, mi riporta la mente ai migliori Gene degli esordi. Qui l'unico "tempo sprecato" è quello che ci separa dall'avere tra le mani questo LP.

mercoledì 9 maggio 2018

I know I like you but I don't know what for

FRANKIE COSMOS

You are a word I made up when I'm high
I gave you meaning but I don't know why
and you can make me cry


Ho scoperto che c'è una cosa che mi piace tantissimo dentro i dischi di Frankie Cosmos, e che nel nuovo Vessel mi colpisce ancora di più, rispetto ai suoi lavori precedenti. In queste canzoni ci sono molte lacrime, come ci sono molte risate, molti abbracci e molte situazioni buffe: ma non c'è mai davvero nostalgia. È vero: ogni tanto parlano di passato, rotture sentimentali e momenti infelici, ma mi sembra che la maggior parte del tempo si muovano tra le cose come sono e le cose come dovrebbero essere. Ci sono più sogni che malinconia, più voglia e desideri che rinunce, più dialoghi che solitudini. A volte sembra quasi che la voce di queste canzoni stia letteralmente dando istruzioni all'amore su come vorrebbe che funzionasse: "you make me blue / I wanna make / a man out of you".
C'è una delicata risolutezza che non ha niente a che vedere con la "leziosità" che molti attribuiscono di solito all'indiepop, e che si traduce in qualcosa che assomiglia a un pratico buon senso: "you could take me and my apathy / turn us into clarity". Oppure, in maniera ancora più diretta: "if you miss your friend / call them again". C'è anche moltissimo romanticismo, com'è ovvio che sia (This Stuff, Duet...), ma ci sono anche un sacco di passaggi in cui il personaggio di Frankie Cosmos sembra soltanto cercare di capire quale posto prendere nel mondo ("being alive matters quite a bit / even when you feel like shit"), con quel senso dell'umorismo del tutto peculiare che ormai conosciamo: "I wasn't built for this world / I had sex once / now I'm dead".
Eppure, a fronte di tutta quest'opera di smantellamento del più prevedibile e banale manierismo malinconico, le canzoni di Vessel non perdono un briciolo della loro capacità di diventare poesia. Certi istanti vengono isolati, smontati e messi dentro piccole cornici, o in sospensione dentro vasi di vetro. Ma anche in quel caso non mi colpisce solo il particolare: resto soprattutto incantato dal punto di vista che la giovane cantautrice di New York riesce a indovinare ogni volta.
Forse la sua scrittura ha acquisito ancora più forza in questo terzo album in studio perché la band che l'accompagna dal vivo sembra intervenire in misura maggiore nelle registrazioni. Certi arrangiamenti come quelli di Jesse, Ballad Of R&J o la title track, per quanto essenziali e diretti, mostrano (se ce ne fosse ancora bisogno, dopo le ultime due prove su vinile) come Frankie Cosmos non sia più un semplice progetto da cameretta di Greta Kline, o qualche timido "fenomeno da Bandcamp" a bassa fedeltà. Non scende a compromessi: qui ci troviamo di fronte a 18 canzoni in 33 minuti, tanto per non smentirci, e ci sono anche un paio di accelerazioni più elettriche quasi punk (di quel twee-punk che mi fa tornare in mente i Quarterbacks).
Ma alla fine, quello che mi resta di tutti queste fugaci schegge di canzoni, è l'impressione d'insieme, un quadro vivido e appassionato, più grande e variopinto di quello che ti aspettavi. Eppure non c'è spazio per la malinconia, tra i ricordi da custodire, le nuove storie da raccontare e tutto il resto ancora da scoprire c'è ancora troppo da vivere. 







lunedì 7 maggio 2018

Nastrone di primavera!

NASTRONE DI PRIMAVERA

Come vi sarete certamente accorti, la settimana scorsa è mancato il consueto aggiornamento con il podcast. Se volete comunque recuperare un'oretta di buon indiepop e indie rock, per gli amici della neonata NEU Radio ho curato questo piccolo nastrone di primavera, dove mi sono divertito un sacco a cercare stipare un po' della musica che mi è piaciuta di più in questa stagione. Premete play per due punti facili!



Tracklist:

Sea Pinks - Run & Run
Say Sue Me - I Just Wanna Dance
Tres Oui - Off The Rails
Forth Wanderers - Nevermine
The Beths - Whatever
Soccer Mommy - Last Girl
The Yellow Traffic Light - Flower Of Yūgao (夕顔)
The Bilinda Butchers - Girlfriend
NAH - Linus
Stephen's Shore - The Sun
Night Flowers - Resolver
The Love-Birds - Angela
Crystales - When It's Over
Youngster - Real Time
Car Seat Headrest - Twin Fantasy (Those Boys)
MGMT - Days That Got Away
Superorganism - Relax

mercoledì 2 maggio 2018

I used to be a totally different kind of person

Modern Studies - Welcome Strangers

Remember I said before bed
that I felt I was caught in a current,
you said it was fine.
I thought you were there,
heard your voice in the air,
but it turns out you weren’t.
Like something divine.


Una delle parole che ricorre più spesso dentro Welcome Strangers, il secondo album dei Modern Studies è "grow". E mi sembra che dentro quel crescere, che poi diventa un espandersi e un trasformarsi, stia una delle chiavi della poesia di questo disco. È un crescere che respira, pulsa e segue da vicino i ritmi della natura. I suoi versi e le sue melodie si mescolano alla terra e all'acqua del mare, si sciolgono nel vento, non hanno fretta di fiorire, poi mutano colore in un attimo, come un vasto cielo del Nord. È un crescere che soffia in una conchiglia vuota e leggera, è pietra che diventa una casa. Aspetta dietro la finestra silenziosa il movimento circolare delle ombre, riconosce i passi di chi ama.
La musica dei Modern Studies ha un fascino che non si concede subito, come pop orchestrale alla Tindersticks o cantautorato rigoroso alla Nick Cave, ma capace di carezze e scontrosità peculiari. Sa essere epica e pastorale al tempo stesso. Si apre all'improvviso a ricordi che forse erano soltanto sogni, come la strofa che ho copiato qui sopra. Mi piace l'aria di enigma di quelle poche frasi: non riesco a decidere se racchiudono una profonda solitudine o se descrivono una stupenda illuminazione. La maniera dolcissima ed elegante con cui si fondono le voci di Emily Scott e Rob St. John dentro gli arrangiamenti di archi, fiati e organo, non fa che aumentare la sensazione di vertigine dentro una profondissima quiete. Spiega il comunicato che accompagna il disco, “in making this record we had to think clearly about what a strange sound might conjure up. We wanted to be respectful of the orchestral arrangements, while adding elements of chance and weirdness". Elementi che sono quanto mai benvenuti, visto il risultato finale. Benvenuti, davvero, stranieri.

martedì 1 maggio 2018

It always hurts when no one replies

THE GOON SAX - SHE KNOWS

Un paio d'anni fa Up To Anything, l'esordio fulminante dei Goon Sax, era finito dritto tra i miei personali dischi dell'anno, e perciò oggi, quando è arrivato l'atteso annuncio del loro secondo album, We're Not Talking, ho subito indirizzato un ideale brindisi verso l'Australia.
Secondo il comunicato che lo presenta, il disco "shows how much can change between the ages of 17 and 19. It's a record that takes the enthusiasms of youth and twists them into darker, more sophisticated shapes. Relationships are now laced with hesitation, remorse, misunderstanding and ultimately compassion". I ragazzi stanno passando dalla loro fase più apertamente indiepop a qualcosa di più post-punk, e se può essere un'anticipazione di questo cambio di prospettiva, c'è un nuovo singolo da ascoltare, She Knows. Suono più robusto, atmosfera decisamente più nevrotica (qualcosa mi ricorda certi Josef K più austeri): "a song about losing hope, stubbornness and heartache". Insomma, ci vado a nozze.
Unica nota davvero negativa: We're Not Talking, che uscirà ancora una volta per Chapter Music ma con l'aggiunta della Wichita per Europa e USA, si farà attendere fino al 14 settembre.

lunedì 30 aprile 2018

I don't have a fit


"polaroid – un blog alla radio" – S17E25

Mac DeMarco – Indian Summer (Beat Happening cover)
Say Sue Me – I’m Beginning To See The Light (Velvet Underground cover)
Terry Vs Tori – Larusso
Rolling Blackouts Coastal Fever – Talking Straight
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per la rubrica “Troppa Braga“]
Breakfast Muff – Crocodile
Crystales – Boring
Ari Roar – Don’t Have A Fit
Elephants – Burger Drama
Peach Kelli Pop – Hello Kitty Knife
Holy Tunics – Cardinal
Shout Out Louds – Walls (Fontän Rework)

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venerdì 27 aprile 2018

Indiepop Jukebox (aprile 2018)

Peach Kelli Pop - 'Hello Kitty Knife'

▶️ Hello Kitty Knife è un titolo che potrebbe quasi rappresentare la quintessenza dell'idea di musica delle Peach Kelli Pop: tiene assieme lo sdolcinato e il tagliente, lo slancio irruente e il carattere di cartone animato. La band della canadese (ma con base a Los Angeles) Allie Hanlon torna con il quarto album, il primo dopo tre anni, e con una nuova label, la Mint Records. Come primo assaggio da questo nuovo Gentle Leader, che vede al suo interno anche una cover delle Marine Girls e canzoni scritte per la prima volta in maniera collettiva, i due frenetici minuti di Hello Kitty Knife funzionano alla perfezione:




BLAIRE - SMILING

▶️ Immagino che la definizione di "punkgaze" sia qualcosa tipo maneggiare suoni shoegaze ma con attitudine tutta punk. Se è così, si adatta bene ai Blaire, che infatti piazzano quella tag sotto i loro primi singoli su Bandcamp. L'ultimo si intitola Smiling ed è parecchio travolgente. Il giovane trio proveniente da Gold Coast, Australia, spiega che la canzone "is about being really into something, when you know deep down it’s probably killing you". Ok, speriamo che i Blaire continuino a essere "into punkgaze", ma non fino a questo punto:





▶️ Ari Roar è un ragazzo di Dallas che risponde al nome di Caleb Campbell e che debutterà alla fine di maggio sulla prestigiosa Bella Union con un album intitolato Calm Down. Come sua formazione musicale cita i Grandaddy, i Doobie Brothers e il personaggio di Jason Schwartzman in Slacker di Richard Linklater. Non è un caso, quindi, che uno dei paragoni che richiama il suo progetto sia proprio la band di Schwartzman, i Coconut Records, pure qui piuttosto apprezzati. Anche se, per via di quel modo di cantare "felpato" e suadente, mi piace accostare Campbell più a Chris Cohen, o quanto meno a una sua versione idealmente più pop e sbarazzina, come in questa I Don't Fit:




Echo Ladies - Pink Noise

▶️ Hanno suonato il loro primo concerto fuori dalla Svezia appena qualche settimana fa, ma il nome degli Echo Ladies era già tra quelli promettenti che mi ero segnato da tenere d'occhio quest'anno. Trio shoegaze di Malmö arricchito da una voce femminile scintillante, come degli Hater iperdrammatici. Dopo l'ottimo EP dell'anno scorso, pubblicheranno a giugno il loro primo album Pink Noise sulla label di culto Hybris, e nell'attesa ci fanno soffrire con questa Bedroom, una canzone che parla del "need to be left alone, to isolate yourself and be in your ‘safety-zone’, which in this case is a/the/your bedroom. However, after too much time alone and in isolation maybe you start to go a bit insane”:




Beach Skulls - Las Dunas

▶️ Quando partono le prime note di That's Not Me, il nuovo singolo dei Beach Skulls, giureresti che i ragazzi provengono da qualche sobborgo psichedelico di San Francisco, o al massimo da Austin, più vicina al deserto. Invece il terzetto fa base a Manchester, e sta per pubblicare il secondo album, Las Dunas, con la nostra amata etichetta di Stoccolma PNKSLM. Suoni caldi che, citazioni vintage a parte, si possono accostare a certe produzioni Woodsist e che, oltre ad alcune evidenti assonanze con gli Smith Westerns, mi hanno anche fatto tornare in mente i sottovalutatissimi Ganglians:

lunedì 23 aprile 2018

I thought you were there


"polaroid – un blog alla radio" – S17E24

Quarterbacks – Park
Tracyanne and Danny – Alabama
Taken By Trees – Vibrant Colors
Shout Out Louds – In New Europe
High Sunn – I Thought You Were There
Blaire – Smiling
Say Sue Me – But l Like You
Crystales – Seance
MNNQNS – If Only They Could
Lev Snowe – When I Look Back

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venerdì 20 aprile 2018

Come back to hold me, don’t ever call me

CRYSTALES - CRYSTALES

Controluce, quell’istante sull’orlo del tramonto, la linea dell’orizzonte si dissolve piano tra i campi e il cielo. Cielo sconfinato, in declino da turchese a indaco a blu oltremare. Mezzo sole arancione cupo resiste immobile, oltre le strade, le rotonde, gli argini, i campanili e i capannoni. Frusciano di lato filari di pioppi, se hai tempo di ascoltare. Siedi qui, raccogli le ginocchia, puoi far volar via i soffioni e guardare gli aerei planare pigri verso Bologna o Verona o Milano, chissà.
Per noi di provincia, la Bassa Padana può diventare l’Oceano Pacifico, perdiamo sempre lo sguardo lontano come surfisti veterani, e certi suoni dolenti e dilatati dello shoegaze sono i nostri Beach Boys. La Bassa è la nostra California, quelle epiche traversate sulle sterminate freeway di campagna, dal Po agli Appennini in due giri di cassette consumate.
Ai Crystales riesce proprio il piccolo e prezioso prodigio di unire l’indolenza assolata che da qui immaginiamo West Coast con l’indolenza dissolta negli echi e nei riverberi dello shoegaze. Hanno scoperto come far combaciare il muro di suono dei My Bloody Valentine con la fragilità dell’indiepop. Sono un quartetto di Highland Park, Los Angeles, stanno per debuttare con un album su Burger Records, ed è proprio un altro nome Burger il primo che mi viene in mente ascoltando queste undici scintillanti tracce: quello dei Tomorrows Tulips. Stessi suoni che sembrano sfaldarsi a ogni nota e che quasi per miracolo riescono a intrecciare una melodia, stesse atmosfere di sogno. Ma mentre la band di Alex Knost Ford Archbold conduce la propria musica, più rock e spoglia, verso una sensualità psichedelica, ai Crystales riesce più naturale maneggiare sentimenti come la malinconia e l’abbandono.
"Boring is a boring song about breaking up and making up and regret, inspired by the sweet, sad-sap style of Brian Wilson", tanto per rendere l’idea di come si apre il disco. A volte spingono un po’ di più l’acceleratore sonico, come in Shoggoth o in Kate Blanchett, e mettono a punto una loro versione di quel pop abrasivo che una volta sarebbe stato di Crocodiles, Vivian Girls o Dum Dum Girls, ma io amo molto anche momenti alla Donkey, che sembra trasportare semplicemente un ritornello dei Radio Dept. sopra una spiaggia lontana e oziosa. Noi qui, dal fondo della Bassa in controluce, ringraziamo con molta passione.





mercoledì 18 aprile 2018

My love is where you left it

NIGHT FLOWERS

Riporre le speranze in una nuova primavera resta sempre la cosa più facile. E ti arrendi, con uguale misura di malinconia e impazienza, al gioco che già conosci di promesse non mantenute, aspettative eccessive, una settimana di pioggia per una giornata di sole, la bici, le strade, i nuovi dischi da ascoltare. Fingi di non ricordare le inquietudini e gli abbandoni, e come ogni volta pretendi di credere di avere tutto il tempo. Ti arrendi e un po’ ti fa comodo così. Sono stagioni in cui daresti ogni cosa pur di tornare a sentire di avere voglia di aspettare qualcosa.
Wild Notion, il disco d’esordio dei Night Flowers fa al caso tuo: anche lui come te un po’ si lascia andare e un po’ resta sulle sue, incerto sul deja-vù (“A lot of the album deals with time, place and memory. The memory often plays tricks and blurs the lines between present, past and future tense”, spiega il chitarrista Greg Ullyart). È un cielo d’aprile che a volte si affaccia già sul nuovo da cominciare, e a volte si mostra opaco, variabile, restio e nuvoloso.
La tripletta di canzoni in apertura alza subito la posta in maniera considerevole, e anche se non sempre il resto della scaletta sembra in grado di reggere il passo, forse nell’indiepop abbiamo imparato a essere contenti di queste promesse di primavera. La romantica Sandcastles è di una dolcezza Cardigans, e il modo in cui sfocia dentro le chitarre irruenti di Night Live, quasi da Teenage Fanclub alle prese con una cover dei Pains Of Being Pure at Heart, ti lascia addosso quell’euforia da primo pomeriggio in maglietta e aria nuova sulla pelle. Resolver arriva a portare la giusta sintesi, pareggiando il conto tra jangling guitars e ritornelli zuccherosi che non si staccano dai pensieri.
Basterebbe già questo alla band londinese (ma con la voce squillante di Sophia Pettit che arriva da Boston) per conquistarci, ma qui e là compaiono alcune autentiche gemme, come la ballata Fireworks, che sembra quasi una versione mainstream (si fa per dire) di certi Flowers, oppure la sgargiante Hey Love, che potrebbe stare dopo Friday I'm In Love in una ideale playlist. In alcuni altri episodi, invece, mi pare che i Night Flowers si trascinino senza troppa convinzione, ma in fondo è il piccolo prezzo che accettiamo di pagare ogni primavera, la prevedibile resa per tutta la voglia di correre che vogliamo ritrovare una volta di più.