lunedì 19 novembre 2018

Time did everything it had to do

Рыцарь Диких Яблок

Il loro nome in caratteri cirillici è Рыцарь Диких Яблок. Secondo Google si legge "Rycar' Dikih Jablok" e a quanto ho capito significa "il cavaliere delle mele selvatiche". Se qualcuno passa ancora di qui e sa il russo può correggermi.
Provengono da San Pietroburgo, in alcune fotografie sono in tre, in altre in quattro, ogni tanto c'è una ragazza alla batteria. Non trovo molte altre informazioni su di loro, ma in fondo non importa troppo, dato che sul loro Bandcamp c'è già tutto quello di cui ho bisogno. Indiepop dal carattere dolente, le sfumature più twee di certi vecchi Motorama, se vogliamo indicare un riferimento di loro connazionali. A volte innestano qualche violino o vecchi synth per ammorbidire quelle austere melodie. I loro testi sembrano popolati da rovine, luoghi deserti e palazzi abbandonati, l'unica cosa che ci ha lasciato il passato, e mentre noi cerchiamo di continuare ad amare una natura indifferente torna a prendersi il proprio spazio. Il loro ultimo singolo si intitola (più o meno) "Fine delle vacanze", ma per me è l'inizio di un nuovo innamoramento.







lunedì 12 novembre 2018

The last little while has left me with a bitter taste

The Seams - Another Side of the Seams

Anche tu hai bisogno di quel suono di chitarre morbido-ma-non-troppo, diciamo un po' R.E.M. un po' Prefab Sprout, che di lunedì funziona meglio di un thermos di caffè? Sono abbastanza sicuro che The Seams potrebbero fare al caso tuo. Un paio d'anni fa, all'epoca dell'esordio, il quartetto di Vancouver era stato presentato come un supergruppo della scena cittadina, dato che la formazione vede al suo interno musicisti provenienti da band come Fake Palms, Elsa, WISH e in precedenza U.S. Girls. Ora che è uscito questo nuovo Another Side Of The Seams (anche in vinile per Meritorio Records), credo sia abbastanza chiaro che si tratta di un progetto solido e consistente, e che non ha nulla di estemporaneo. Uno dei punti di forza del nuovo album sta nel gioco delle due voci di Jonathan Rogers e Kyle Connolly, ora suadenti ora più risolute, la maniera differente in cui caratterizzano con cura ogni traccia. Puoi avere quel jangle-pop Go-Betweens di pezzi come On The Shelf, momenti magnificamente smithsiani tipo All In A Day, o un singolo quasi Real Estate come Lemonade, mentre Wait Up ti avvicina con quel passo sornione da M Ward, e nella conclusiva Glue soffia quell'aria trasparente e limpida Teenage Fanclub. "Another side", dicono con fin troppa modestia i Seams: io spero che ne svelino presto molti altri ancora.



giovedì 8 novembre 2018

"C'è gente che ci scrive e noi non rispondiamo" (cit.) - Novembre 2018

Sporadica rubrica fatta con le vostre email e i miei sensi di colpa

Si avvicina la fine dell'anno, e tutti i bei dischi che nei mesi passati mi erano arrivati e a cui non ho mai dato risposta sono ancora lì a ricordarmi "come ho speso male il mio tempo".


P. - Last Entry in The Ship's Log
► Piermaria Chapus è stato uno dei fondatori dei MiceCars, e questo è l'attacco di paragrafo più scontato che esista, ma per chi come me ha avuto a cuore l'indie rock italiano di inizio Duemila una premessa del genere è ancora importante. Piermaria abita da alcuni anni a Berlino e in questo periodo si era già dedicato a collaborazioni e progetti solisti. La sua ultima creatura si chiama semplicemente P. e in primavera aveva pubblicato un EP intitolato Last Entry in The Ship's Log. Sono soltanto tre canzoni ma non per questo bisogna credere che si tratti di un lavoro meno denso e robusto (tra l'altro, basta tornare a leggersi le raffinate annotazioni dello stesso Chapus nel track-by-track su DLSO). Pop sintetico e "intelligente" che come primi riferimenti mi fa venire in mente Air e Radiohead, e che trova sintesi e vertice nella conclusiva Someone Else's Life, un pezzo senza tempo che potresti immaginare uscito dalla discografia dagli XTC.




KLAM - NON
Dopo il sorprendente Bleak del 2014 avevo perso di vista i Klam e avevo fatto male. La band toscana ha pubblicato (ormai da qualche mese) un nuovo album intitolato NON- ed è un lavoro ancora più affascinante. Le atmosfere oscure e claustrofobiche si stemperano in paesaggi dissolti tra riverberi e delay. Il gioco di contrasti e chiaroscuri che ne esce rende l'ascolto dell'album un lungo viaggio, un'emozione quasi cinematografica. Un'idea di suono ampia e ambiziosa che, tra shoegaze e post-rock, si spinge avanti, con slanci epici, melodie dolenti, fughe agguerrite e digressioni meditative.




Lennard Rubra - Paracusie Notturne
Lennard Rubra viene da Riccione ed è nato nel 1997. La seconda informazione faccio un po' fatica a processarla mentre scorrono le canzoni del suo fenomenale album di debutto Paracusie notturne: qui dentro c'è talmente "tanta roba" e questo ragazzo (che ha suonato e registrato quasi tutto da solo, ha fatto pure l'artwork e si è pubblicato con la sua etichetta LFA 27 Zeitgeber Enterprise) dimostra una tale libertà nell'approccio alle canzoni, nelle forme, nei dettagli degli arrangiamenti, nella stessa lingua, che devo tornare indietro più di una volta a riascoltare certi passaggi. Puoi sentire di tutto: da Lucio Dalla agli Of Montreal, da Mac De Marco a Syd Barrett. In Italia credo si possa accostare a qualcosa di Iosonouncane, ma più pop. E il risultato, complesso e iper-stratificato, riesce comunque ad arrivarti addosso come un lampo, un'illuminazione improvvisa, ma molto, molto divertente. Lennard racconta di essere cresciuto a musica popolare brasiliana anni '60, Smiths e John Cage, e anche se sembra una di quelle frasi buone per i comunicati stampa questa volta, dati certi risultati, ci si può credere. Una scrittura davvero interessante quella di Lennard, fatta di frammenti e scherzi, sparate teatrali e poi confessioni a cuore aperto, e che nella sua multiforme musica trova un vestito perfetto. Un nuovo talento che bisognerà tenere d'acchio.




New Adventures in Lo-Fi - Indigo
► Rispetto a quando vennero live a polaroid qualche anno fa, i torinesi New Adventures In Lo-Fi sembrano davvero diventati un'altra band, almeno a giudicare da questo secondo album Indigo. Suono più incisivo, strutture più libere, una diversa aggressività, vedi per esempio l'apertura di Fault o la magnifica Blonde. Certo, puoi ritrovare ancora classici come i Death Cab For Cutie, sotto sotto, ma puoi percepire anche ispirazioni più mature, come National o War On Drugs. Soprattutto, senti che i loro "chitarroni" Nineties qui hanno una ragione d'essere che non è semplice nostalgia. Percepisci un sacco di passione, o come si diceva una volta, c'è attitudine in queste canzoni. Parte del merito deve essere anche il cambio di formazione, dato che ora i NAILF sono un trio, con Ettore Dara alla batteria, proveniente dai veronesi Debris Hill (altra vecchia conoscenza di queste pagine). Tra l'altro, il cantante di quella sottovalutata band, Michele Zamboni ha curato registrazione e produzione di questo lavoro. Come raccontano bene gli stessi New Adventures, "da anni siamo una band facilmente ascrivibile al grande girone emo, forse più per la scrittura e l’attitudine da teneroni col cuore traboccante che per le sfumature musicali legate al genere. Quelle ci sono sempre, ma con Indigo ci sembra di esserci spinti un po’ più in là".




► Agli albori di questo blog, nel lontano 2005, ci eravamo occupati diverse volte degli Austin Lace, quartetto belga ristampato anche in Italia dalla gloriosa etichetta Homesleep. Ora Fab Detry, che degli Austin Lace era il frontman, è tornato con un nuovo progetto chiamato Fabiola e ha da poco pubblicato un album intitolato Check My Spleen. Detry non ha perso la mano per un pop scanzonato, a tratti colorato di una psichedelia leggera, tra influenze brit e un po' di elettronica, sempre con molto humour (il disco è "dedicato alla propria milza"). In alcuni passaggi ti fa tornare in mente certi MGMT o l'Ariel Pink meno cupo.




ORCHESTRA OF SPHERES - MIRROR
► Quando mi sono imbattuto in Mirror, il quarto album degli Orchestra Of Spheres, non avevo punti di riferimento, mi sono trovato gettato in un spazio sconfinato e imprevedibile, ed è stato bellissimo. Ero quanto mai lontano dai suoni che frequento di solito, un differente universo proprio, ed ero totalmente a mio agio. L'effetto che può fare la band neozelandese è sorprendente. Musica ipnotica (Ata) ma anche altamente poetica (Foggy Day), che fagocita ogni linguaggio, dal kraut al jazz, dalla world music al prog, passando per l'ambient e il funk, e che però è capace di restituire un'opera coesa, in cui la complessità e i contrasti si lasciano conoscere e attraversare con grazia e potenza.




ING - SELF TITLED
► Gli ING si definiscono una "experimental rock band" ma scrivono ~experimental~ tra due tildi, giusto per spiazzarti un altro po'. Cercano di sfuggire a ogni definizione, ma così facendo, a volte si ritrovano proprio dove meno te l'aspetti, tra ballate stralunate oppure dentro filastrocche quasi twee. Anche se la loro caratteristica più evidente resta uno spigoloso minimalismo. Non per niente il loro ultimo EP Self Titled è stato "composed of only notes and no chords" (anche se secondo me qui e là si sono dimenticati di questa regola), immagino per accentuare la sensazione di nervosismo e asciuttezza. Obiettivo che, grazie alla confezione meticolosamente lo-fi, viene centrato in pieno.

martedì 6 novembre 2018

He took the highest ladder to reach the night

Motorama - Many Nights

Un giorno, da ragazzo, la nebbia che copriva la pianura mi sfiorò la guancia e mi disse: l'autunno ti piacerà per sempre. Sono cresciuto, ho lasciato case, dimenticato nomi, altri hanno dimenticato il mio, il cuore si è fatto avaro e poi di nuovo duttile. Ma la luce dell'autunno è rimasta sempre nei miei occhi.
C'è molta musica in questa luce e in questo autunno, e alcune band sanno leggerla bene, come seguendo un sentiero intriso d'acqua, un bordo di foglie cadute, un marciapiede cupo di abitudini, un colore che passa dal grigio sgranato all'azzurro trasparente in un soffio di vento suburbano, dopo l'arrivo della pioggia, prima che la nebbia, che non vedo quasi più, torni a dirmi che non si è dimenticata di me.
Una di queste band sono senza dubbio i Motorama. Con loro era stato amore a prima vista, e nel corso degli anni, dei dischi e dei concerti visti ogni volta che era possibile, quell'amore è andato avanti senza bisogno di spiegazioni. Many Nights è il loro quinto lavoro, quello in cui si sono allontanati come mai prima dalla loro origine, eppure continuano a colpirmi con una precisione e un'efficacia che mi sbalordisce.
Forse la band di Rostov sul Don era stanca di vedere invariabilmente citati soltanto i Joy Division in ogni recensione e hanno deciso di dare una svolta ancora più sintetica al loro suono, aggiungendo però ulteriore morbidezza e un timbro balearico alle canzoni come mai avevano fatto prima. L'attacco del disco, con Second Part, o altri momenti come He Will Disappear, dentro cui sembrano risuonare bucolici flauti, potresti immaginarli usciti dalle mani degli Air France, mentre in Voice From The Choir oppure in You & The Others ritrovo certi Tough Alliance meno aggressivi. Sarà perché Vladislav Parshin questa volta canta in un registro meno Matt Berninger, o perché il basso ogni tanto si stacca dal post-punk più dogmatico e si abbandona al groove, oppure sarà che qui compaiono più percussioni, mentre i tappeti di pad avvolgono e riscaldano quelle che una volta erano atmosfere gelide e sotto vuoto. E anche se i Motorama non sono mai stati una band che potresti chiamare "spensierata", quando decidono di virare verso territori più jangle pop che già conoscevano, come in Homewards, questa volta lo fanno con una leggerezza inedita per loro.
L'effetto complessivo di Many Nights è di un'opera più ampia e ambiziosa, un passo avanti rispetto alla strada percorsa fino a oggi. Bentornato autunno.



venerdì 2 novembre 2018

I really think you’re beautiful and you’re right so am I

Sky Mata - Dye Xanh

Ci sono dischi che fluttuano in un'atmosfera tutta loro e che ti sono arrivati vicino senza che tu avessi la minima idea di come era possibile comunicare. Ci sono dischi che appaiono come finestre circolari affacciate sopra un altro mondo, una realtà parallela in cui le leggi della fisica sono leggermente sfasate rispetto a quelle che conosci e dai per scontate. Certi elementi isolati sono familiari, non troppo appariscenti. Eppure la maniera in cui si mescolano e gli effetti che producono ti lasciano sconcertato. Hai l'impressione di guardare troppo a lungo dentro un trompe l'oeil.
Oggi Dye Xanh di Sky Mata per me è stato uno di questi. Forse potrei dirti che assomiglia a una curiosa via di mezzo tra indolenze Mac De Marco e visioni Stereolab, con una forte predilezione per ritmi e colori sudamericani. Eppure questo cercare di distinguere profili conosciuti, questo tentare di mettere dei punti fermi non è utile per raccontare il fascino suadente ma in qualche modo dissimulato di questo lavoro. Lo stesso Sky Mata descrive Dye Xanh come una "alma brasileira com memorias del Nepal e Sri Lanka" (anche in forma di field recordings), riuscendo però a mostrarci soltanto una faccia del prisma.
Sky Mata è un progetto solista del musicista giapponese Mashu Haya, la cui biografia recita soltanto "home recording is so fun", e in effetti nell'abbondanza di imprevedibili dettagli delle sue canzoni questo divertimento è decisamente palpabile.
Dye Xanh, apparso per la prima volta nel 2017, è stato da poco ristampato in cassetta dalla Citrus City Records in collaborazione con la Like Spinning Tapes di Montreal.



martedì 30 ottobre 2018

I think I'm somewhere in between

The Goon Sax - photo by Elliott Lauren

Proprio in mezzo a We're Not Talking, il nuovo album dei Goon Sax, c'è uno scarno e singolare intermezzo soltanto piano elettrico e voce. Louis Forster (sì, per chi ancora non lo sapesse è il figlio di Robert Forster dei Go-Betweens: sgomberiamo subito il campo da questa inevitabile precisazione), pone un paio di domande nella maniera più diretta e franca possibile: "Would you rather see me as the person you loved and then left you? Would you rather see me as someone you feel like you never knew?". La breve traccia ha questa forma di interludio sospeso e lo-fi perché è finita nel disco nella prima versione, appena un appunto sul laptop, senza ulteriori arrangiamenti. Ma la cosa che mi sembra più interessante è il ritornello che funziona da risposta: "I think I'm somewhere in between".
Credo si possa dire che è un'osservazione valida per buona parte del disco e di quello che cercano di raccontare oggi i Goon Sax: storie di qualcuno che cresce e sta imparando a affrontare relazioni complicate, ma che deve ancora capire come gestire allo stesso tempo aspettative, malintesi, rimpianti, desideri e indifferenza. "I don't know how to think about me" proclama disarmata She Knows. "It's so hard to be who you want me to be" confessa con molto candore Love Lost, e la giovane band australiana, qui in un vestito estivo e Talking Heads, sembra quasi non accorgersi di centrare una questione fondamentale, a cui non è semplice trovare soluzione con una canzone. We Can't Win si apre con due versi che sembrano istruzioni per qualcuno che non ha molta dimestichezza con il genere umano e la vita sulla Terra: "I was told to distance myself from a situation when it makes me nervous / but we don't want distance, when distance always seems to be the thing that comes and hurts us". Eppure le distanze e le ferite, la perdita e la solitudine sono tutti elementi indispensabili con cui va attraversato quel "in between". Non dimentichiamo che dai diciassette anni dell'album d'esordio ai quasi venti di oggi, "in between" c'è praticamente un abisso.
E io che ascolto in continuazione i Goon Sax, e mi innamoro ancora perché questi ragazzini hanno proprio tutto per far innamorare l'ascoltatore di mezza età (l'eleganza scintillante Postcard, le giravolte beffarde Flying Nun, certe inaspettate dolcezze di archi Belle & Sebastian, un'innocenza Jonathan Richman ma anche un'arguzia un po' primi Delgados), io che "in between" non ci sono più da un pezzo, forse credo di capire bene questa musica perché, in fondo, dentro qualche "in between" ci siamo sempre, e amo i Goon Sax che ancora credono di dover imparare come poterne uscire, e invece con questo clamoroso nuovo disco mostrano di avere già tutte le qualità per saperci stare dentro magnificamente.






lunedì 29 ottobre 2018

Is everyone really that addicted to "engagement"?

Matthew Perpetua on Twitter
[clicca per ingrandire]

Piccolo thread su Twitter di Matthew Perpetua che mi ha fatto sinceramente e ingenuamente molto piacere leggere, e che ho pensato di salvare su queste pagine. Per chi non lo conoscesse, Perpetua è l'autore di Fluxblog, uno dei primi blog musicali (tuttora in attività), ma è stato anche Music Editor di Buzzfeed, e ha regolarmente collaborato con testate come Rolling Stone, Pitchfork e SPIN, solo per citarne alcune.
Non so cosa abbia scatenato questo suo sfogo, ma è un sentimento che condivido da tempo. Si può riassumere nella esclamazione: "Things were so much better when we just had blogs. We can all still blog!". Se una prima parte di questa frase può essere mossa da un'inevitabile concessione alla nostalgia (ehi, dopotutto eravamo qui quando questa cosa è cominciata: "we blast first, we blast last"), è però anche vero che nessuno ci impedisce di provare soluzioni alternative, e che molto spesso non lo facciamo per pigrizia, per eccesso di prudenza, perché "non rende" o per timore di "uscire troppo dal giro".
L'idea di "underground media" di cui parla Perpetua, animata da spirito di indipendenza e DIY (o fai-da-te, come preferite) è qualcosa che non sento circolare abbastanza nella mia limitata bolla. Ci sono iniziative "dal basso" che vedi puntare a un successo in termini quantitativi, con una - del tutto legittima - ambizione verso qualche successivo contatto più "relevant". Ma se vogliamo sganciarci dalle unità di misura diffuse, accettate o imposte che siano, bisogna anche avere il coraggio di inventarsi altre strade (o vicoli o piazze). A ripensarci oggi, da questo paesaggio di fine 2018, tutto sommato i blog erano un bel quartiere: com'è successo che ci siamo tutti trasferiti? Possiamo fare niente per migliorare l'orizzonte?
Per quanto mi riguarda, la schiva felicità che può dare il perdere tempo per mettere assieme una maldestra fanzine di due foglietti, o un'ora di podcast che ascoltano in quattro, o la recensione amatoriale di un disco uscito un mese fa, è qualcosa che non si può paragonare all'ansia da like di qualsiasi discussione popolare sui social media, né tantomeno a qualche blasonata collaborazione retribuita in proverbiale "visibilità" o poco più. I blog sono stati un ambiente che permetteva tutto questo nella maniera migliore messa a disposizione dalla tecnologia dell'epoca.
E qui arriviamo alla vera domanda chiave del thread di Perpetua: "is everyone really that addicted to engagement?". In un certo senso, è una domanda retorica, e forse anche una domanda da pedante esame di coscienza. Sappiamo bene che è così, che siamo infognati e che è una cosa più grande di noi e dei blog musicali. Ma l'accento ovviamente va su "addicted", con tutto l'universo semantico che si tira dietro, dall'idea di ossessione fino ai ragionamenti intorno ai "drug dealer", metaforici o meno. Considerare l'engagement esasperato e ingolfato del presente come qualcosa di tossico non cambierà lo scenario oggi o domani, ma da qualche parte dobbiamo cominciare. Una parte di risposta razionale (ma qui la razionalità è ridotta a una scaltrezza a doppio taglio) è, come sempre, quella che suggerisce "follow the money" per capire meglio le situazioni. Ma quindi, per l'appunto, torniamo a chiederci: anche quando si tratta solo della nostra piccola nicchia, ci interessa davvero e ci fa sempre bene seguire? Quello che suggerisce Perpetua, con una certa veemenza che mi piace molto, è che abbiamo già a disposizione altri strumenti, se abbiamo voglia di sfruttarli nel modo migliore.



... heard that you were finally leaving
so where'd you go?
maybe it was just a daydream
but who could know? ...

giovedì 25 ottobre 2018

How to quit smoking

 Papercuts - Parallel Universe Blues

Nonostante Jason Quever abbia ormai raggiunto il traguardo del sesto album, forse ancora non molti possono dire di averlo mai sentito nominare. Eppure la sua band, i Papercuts, ha in discografia anche un passaggio su Sub Pop (l’ottimo Fading Parade del 2011), e un paio di altri dischi sono usciti per l'etichetta Gnomonsong di Devendra Banhart. Soprattutto, Quever ha collaborato come ingegnere del suono, produttore, musicista o compositore con una quantità di artisti che invece conosciamo molto bene: dai Beach House ai Luna e Dean Wareham, dai Mantles agli Eux Autres, passando per Still Flyin’, Cass McCombs e Casiotone For The Painfully Alone, insieme a cui Quever aveva praticamente cominciato la carriera, oltre tre lustri fa.
Con i Papercuts ha messo a punto un suono caldo, a volte più barocco, a volte più frugale, ma sempre molto prezioso e curato, capace di coniugare certe scritture senza fronzoli alla Velvet Underground e atmosfere più sospese e notturne, che a volte mi fanno venire in mente gli Zombies, mentre la voce di Quever risulta sempre morbidissima e malinconica, anche quando resta molto in primo piano.
Con il suo ultimo lavoro, Parallel Universe Blues, approda alla Slumberland, e anche se magari non sarà un definitivo punto d’arrivo sembra un esito naturale e appropriato. Vedi quegli accenni quasi shoegaze di Sing To Me Candy, quell'ostinazione alla Veronica Falls di Walk Backwards, o certi contorni dolenti di forme spettrali alla Aislers Set, per esempio in All Along St. Mary's.
La mia preferita della scaletta, devo proprio dirlo, è How To Quit Smoking, che ha quel carattere di disadorna grandiosità dei migliori Belle and Sebastian o Magnetic Fields. Poche strofe che sembrano fatte di niente, una nuvola di fumo che svanisce, un posacenere vuoto, un televisore acceso che non ascolta nessuno, e che poi ti lasciano con il colpo di grazia: "this is the last day".
Dieci canzoni che brillano per gli arrangiamenti eleganti ed efficaci, un indiepop senza tempo che meriterebbe un po' più del nostro tempo, come del resto il nome dei Papercuts meriterebbe un po' più di notorietà.



lunedì 22 ottobre 2018

Always looking for your approval

Candy - Under The Weather

Non so mai se quello che dico o faccio è abbastanza per te, se a un certo punto deciderai che hai semplicemente preso la decisione sbagliata e te ne andrai. Stare insieme a te è soltanto una costante ricerca della tua approvazione.
Validation, la canzone che apre Under The Weather, il nuovo album di Candy, racconta una specie di storia d'amore che per metà si basa sull'insicurezza, su una dipendenza tutta a senso unico. Ma quello che sembra alludere, tra le righe, è che questo continuo bisogno di alimentare una fragile autostima, alla fine, è anche quello che tiene in piedi il protagonista. E chi siamo noi per giudicare se questo amore è migliore o peggiore di quello che conosciamo, soprattutto se funziona?

Candy è il nome d'arte di Calum Newton, da Melbourne, già nelle formazioni dei Lunatics On Pogosticks e degli Amyl + The Sniffers. Con questo progetto solista si dedica a un bedroom pop che ha fatto propria la lezione di DIIV e Beach Fossils, abbastanza vicino a certi suoni di High Sunn. La presentazione dell'album Under The Weather non risparmia understatement: "It's a pretty moppy and depressive album but maybe you'll like it - who knows". In realtà, io direi che bilancia molto bene atmosfere sognanti con colori più cupi e post-punk, e che suona alla perfezione in questo autunno ormai arrivato.




venerdì 19 ottobre 2018

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (5)

Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem



Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem (2018/10/16)

Comet Gain - I Was More Of A Mess Then
Crystal Stilts - Radiant Door
Evans The Death - Telling Lies
The Homesick - Gucci Gucci
Kevin Krauter - Suddenly
Primal Scream - Sonic Sister Love
The Goon Sax - Love Lost
Amida - Absolute Reality
Pre Nup - The Grudge
Sourpatch - Moved On
The Manhattan Love Suicides - Anything But Satisfied
Let's Wrestle - I Wish I Was In Husker Dü
The City Yelps - Light & Classical
Say Sue Me - Beginning To See The Light (The Velvet Underground cover)
Horrible Present - Jolly Roger's Blues
Young Scum - Freak Out
Grrrl Gang - Love Song
Frida And Ale - Hidden Song

(l'illustrazione sulla copertina della fanzine è di Claudia Ferrario)

giovedì 18 ottobre 2018

One of these nights I’m going to be your friend

Sasami - Not The Time

La canzone che ho ascoltato di più nell'ultima settimana, e con cui avevo anche aperto l'ultima puntata di "polaroid - un blog alla radio", è stata Not The Time, il singolo d'esordio di Sasami, pubblicato nientemeno che da Domino. Un singolo d'esordio nonostante Sasami Ashworth esordiente non lo sia affatto, avendo fatto parte negli ultimi anni degli Cherry Glazzer e avendo collaborato con musicisti come Wild Nothing, Curtis Harding e Hand Habits. Musicista di formazione classica, Sasami non ha paura di presentarsi nella sua bio come una "all-around musical badass". A giudicare dal suono di questo suo primo sette pollici, del resto, sono disposto a concederle ampio credito. Mentre la b-side Callous è una languida ballata notturna, con una melodia che si avvolge e si espande tra chiaroscuri, Not The Time è un clamoroso pezzone indie rock alla Yo La Tengo, capace di tenere assieme un carattere sognante e romantico con un ritmo incalzante e chitarre che si fanno via via più lancinanti. Mi ricorda molto le atmosfere di un'altra musicista con cui Sasami è andata in tour, ovvero Mitski, ma con certi spigoli in qualche modo smussati.
Nel comunicato che presenta il sette pollici, Sasami definisce le due tracce "a mix of a diary and a collection of letters; written but never sent, to people I've been intimately involved with in one way or another. Ok, maybe they're more like over-dramatic drafts of texts that you compose in the Notes section of your iPhone, but either way they come from a place of getting something off my chest". Ecco, questa loro natura "over-dramatic" e questo loro essere strappate "off her chest", tra i versi, i feedback e gli innesti di synth si percepisce benissimo. Sulla lunga distanza di un album riusciremo a reggere l'impatto emotivo? Non vedo l'ora di scoprirlo.





venerdì 12 ottobre 2018

"The whole world is made of honey”

polaroid - un blog alla radio S18E01 - il podcast

"polaroid - un blog alla radio" S18E01 @ NEU Radio

Massage – Kevin’s Coming Over
Magic Potion – Shock Proof
Motorama – No More Time
Woolen Men – Hollow World
[“Bastonate per posta alla radio" – a cura di Francesco Farabegoli]
The Wave Pictures – Roosevelt Sykes
Hater – Things To Keep Up With
Operazione San Gennaro – Don’t Say I Love You
Comet Gain – I Was More Of A Mess Then
Peel Dream Magazine – Qi Velocity

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Mixcloud







giovedì 11 ottobre 2018

She’s wondering if she’ll feel that way again

The Pantones - Shades Of Blue

Shades Of Blue è un piccolo racconto in terza persona: lei se ne sta andando via, una stanza vuota lasciata alle spalle, su quel treno cerca di non pensare a niente, soprattutto a lui, e a poco a poco gli occhi si chiudono mentre l'alba comincia a dipingere la città di blu. Una domanda si ripete alla fine del ritornello: "she’s wondering if she’ll feel that way again". E tu non sai decidere se si riferisce al provare di nuovo qualcosa come un innamoramento, oppure al timore di soffrire ancora per un'ultima separazione.
Tre minuti di canzone che si cullano in mezzo ad arpeggi autunnali, due note di synth quasi rubate ai Cure e la voce morbida di Isabel Salinas: The Pantones sono tutte qui, e ovviamente mi hanno subito incantato. Formazione dream pop proveniente da Los Angeles, con le sorelle Angeline e Madeline Doctor, basso e chitarra, a curare la scrittura dei pezzi e in più, a quanto pare di capire tra le tag di Instagram, a volte una drum machine, altre volte invece Harley Hill-Richmond della band Harley And The Hummingbirds alla batteria.
L'anno scorso avevano registrato il loro primo e parecchio Smithsiano demo EP For The Ones Who Love You tra la classica cameretta e un'aula della loro high school, e ora arriva questo primo singolo Shades Of Blue​ / Corruption, che segna un netto e incoraggiante passo avanti. Se il lato A, così dondolante e malinconico, aggiorna la lezione Sarah alle fragilità del presente, la traccia sul lato B mette in luce tutto il lato post-punk del loro carattere (o quanto meno, la loro interpretazione più mitigata del post-punk), con un evidente debito verso i Joy Division e i New Order.
Le loro storie sono quelle di un'adolescenza comune, sopraffatta dall'over-thinking, a tratti scontrosa, a tratti in preda a sincero smarrimento ("She longs for something with value / but isolates herself in solitude"), ma che non si rassegna a smettere di cercare ovunque chiari riflessi di felicità.
Teniamo d'occhio queste promettenti ragazze: come recita il loro nome, potrebbero portare presto un arcobaleno di nuovi colori all'indiepop.



martedì 9 ottobre 2018

I was looking for a way outside

Massage - Oh Boy

All'inizio dell'estate avevamo sentito un paio di ottimi singoli dei Massage e, vuoi per quelle evidentri influenze Go-Betweens, vuoi perché alla voce c'è anche Alex Naidus, che conoscevamo già dalla prima formazione dei Pains Of Being Pure At Heart, era impossibile non trovarli subito adorabili. Le aspettative erano abbastanza alte per l'album d'esordio (registrato da Jason Quever dei Papercuts "on random weekends over the course of two years") ma bisogna riconoscere che il risultato finale di questo Oh Boy è stato decisamente sorprendente. Per riassumere in una parola, si percepisce una tale spontaneità in queste melodie, una tale naturalezza nella scrittura, che già alle prime note sembra di avere sempre avuto questo disco da qualche parte nel cuore. Indiepop allo stato puro, tra rimandi Flying Nun (vedi la title track oppure I'm Trying, degne di Bats o Clean), e momenti più irrequeiti e frenetici, tra Feelies e R.E.M.
La maniera assolutamente felice in cui si intrecciano e si alternano le voci del chitarrista Andrew Romano, della tastierista Gabrielle Ferrer e del citato Naidus, fa sembrare questo album molto più ricco di quanto già sia, e al tempo stesso lo rende veloce e scorrevole quanto un EP. Si respira una tale aria allegra e fresca tra queste note che quando si spegne la conclusiva ninna-nanna di At Your Door ti chiedi proprio "ma come: è già finito?". Sono sinceramente ammirato da come Oh Boy, un album che "da fuori" non sembra avere altre pretese se non quella di regalarti una buona mezz'oretta di indiepop, riesca a installarsi nei tuoi ascolti, a diventare uno di quei dischi che fai partire quasi sovrappensiero, perché hai bisogno di quella leggerezza che sanno regalarti senza alcuno sforzo.



mercoledì 3 ottobre 2018

Don't pick up slackers

Peel Dream Magazine - Modern Meta Physic

Certi titoli sfasati come Levitating Between 2 Chords o Upper Body Calaesthetics, una citazione di Tommaso d'Aquino piazzata in copertina, suoni ovattati di organi che sembrano arrivare dalla stanza accanto, voci a volte sussurrate, a volte perse tra polverosi riverberi. E soprattutto quel nome: Peel Dream Magazine, un omaggio dichiarato alla figura leggendaria e pionieristica di John Peel, subito però accoppiato con una dimensione onirica. La giovane band di Brooklyn, guidata da Joe Stevens (che ha suonato e registrato tutto in cameretta da solo) ce la mette tutta per ritagliarsi uno spazio immaginario tutto per sé, e ci riesce molto bene, tra palesi rimandi agli Stereolab e ipnotiche ritmiche Kraut a abssa fedeltà (vedi l'apertura di Qi Velocity, Interiors o l'ammiccante Anorak), ma anche con invenzioni che possono richiamare alla mente nomi più vicini e contemporanei, come Proper Ornaments e Ultimate Painting (Shenandoah e Deetjen's), o raffinatezze alla Chris Cohen (Art Today), il tutto ottimamente amalgamato dentro il debutto Modern Meta Physic, altro titolo graziosamente avant-Sadier.
Sono stati "scoperti" da Shaun Durkan (Weekend / Tamaryn) e hanno la benedizione di Mike Schulman della Slumberland Records: mi pare sia già un curriculum notevole per degli esordienti. In più, Stevens sembra mostrare una buona consapevolezza dei propri mezzi e del proprio ruolo di musicista oggi: "Pop music and art in general can be very political when you bend rules. Seeking out new territory and breaking violating old maxims is very exciting. Indie Pop needs that right now".