lunedì 20 maggio 2019

A Week Of Wednesdays

The Artisans

Dalle lontane province dell'indiepop arrivano ancora piccole e molto gradite sorprese. Per esempio, con il nome che si sono scelti, così poco appariscente e così poco Google-friendly, The Artisans rischiavano di passare inosservati. In realtà, quello della band inglese vuole essere sia un omaggio agli Orange Juice, sia un inside joke del frontman Kevin McGrother, "produttore di formaggio di giorno e pasticciere notte" (ma quando troverà il tempo di scrivere canzoni così adorabili?), e quindi conquistano già la mia simpatia.
Provengono dal Nord-Est di cittadine come Teesside e Tyneside, segnalano tra i loro hobby "drinking tea" e "shopping at The Co-operative", e si sono trovati a suonare assieme grazie alla passione comune per la scena C86. Alla fine, però, il loro album di debutto si orienta verso un indiepop britannico più classico e meno sregolato, che riesce a essere quasi sempre carico di ottimismo nonostante i testi un po' malinconici. Tra queste dodici canzoni possiamo ritrovare ispirazioni Wedding Present, Flatmates o Primitives (con i quali, non a caso, The Artisans hanno condiviso un live), atmosfere più morbide da Math & Physics Club, arrangiamenti di tromba che fanno tornare in mente certi Tullycraft più agrodolci (che bello quando appare la seconda voce!), o anche rapide incursioni verso ombre new wave.
Ma se c'è un tratto comune che corre lungo tutto questo simpatico album autoprodotto, per me resta quello di un grande e schietto amore per l'indiepop, una semplice fiducia che in qualche modo riesce a regalarti qualche irragionevole speranza.



sabato 18 maggio 2019

I gaze out the window, there is still poetry there

Kiwi jr - Football Money

This is the city where I live
These are the friends that I have made


La prima cosa, inutile nasconderlo, è senza dubbio la voce di Jeremy Gaudet: quasi quella di un giovane e acerbo Stephen Malkmus, ogni tanto beffarda ma anche capace di totale trasporto nei momenti più imprevedibili. Ti sorprende. La seconda cosa, però, è il piacere ancora maggiore di trovare quella voce sopra canzoni che con i Pavement hanno poco in comune, se non forse alcuni passaggi impetuosi, oppure un paio di occasionali strofe dove i riferimenti si fanno così intricati da sembrare quasi deragliare verso il nonsense.
Per il resto, Football Money, l'entusiasmante esordio dei Kiwi jr, è una concisa ma efficace raccolta di canzoni power pop dal tiro irresistibile, che prende una sua strada abbastanza lontana da Stockton. I Kiwi jr sono un quartetto che fa base a Toronto, anche se i suoi componenti provengono tutti da Charlottetown, dove Gaudet era stato il frontman dei notevoli Boxer The Horse, quasi un decennio fa. Con questa nuova formazione (che vede al suo interno anche 
Brian Murphy, bassista degli Alvvays) hanno messo a punto un suono perfettamente equilibrato, tra chitarre squillanti e garage scanzonato, con canzoni piene di versi e ritornelli pronti a diventare inni al primo ascolto (anche se sul vinile campeggia il motto "Don't bore us, no chorus!").
Le canzoni dei Kiwi jr raccontano storie quotidiane di vita urbana, spesso leggermente sfasata: “It’s very much a Toronto record. Even though we’re East Coasters, there’s no nostalgia or romanticizing small towns. This album is about the neighbourhoods we live in and our lives here” - spiega la press release della loro etichetta Mint Records. Un quartiere e una città in cui tutto costa sempre troppo (Nothing Changes), popolati di "handsome dads" ma anche di nevrosi (Football Money), impiegati frustrati e dissociati a causa della vita da ufficio (Salaryman), e in cui le cose possono prendere una brutta piega quasi senza nessun motivo (Leslie).
Nonostante questo album sia "less about trying to express ourselves — it’s more interpreting the outside world", mi piacciono molto certi lampi in cui la realtà dei Kiwi jr sembra dissolversi verso il sogno (Swimming Pool, in cui appare il fantasma di Brian Jones, oppure la grandiosa Comeback Baby). Hai già un'intuizione di cosa potrà fare in futuro questa band. "And we never seem nortmal again".



mercoledì 15 maggio 2019

Memories will soon begin to fade away

Sambassadeur

Una lunga passeggiata per il quartiere di Hornstull, i palazzi severi di una via senza caffè, un parco che scendeva verso l’acqua. La pioggia degli ultimi giorni d’agosto aveva inzuppato Stoccolma, e anche se il sole ora splendeva forte sopra i nostri silenzi impacciati, potevi già sentire l’annuncio dell’autunno dietro le foglie appena mosse dal vento e sui riflessi dorati sulle onde tranquille.
Mi domando se nella mia mente riuscirò mai a separare il suono dei Sambassadeur da quel ricordo di luce e passaggio, di colori che risplendevano e sbiadivano, di una malinconia che si torturava a cercare parole. “There’s nothing you can do to slow down”. Eppure, dovrei avere imparato ormai che anche i ricordi sono come i colori di quel pomeriggio, e ciò che prima era pieno e radioso prima o poi svanisce, diventando a volte qualcosa di simile al ricordo di un ricordo. E intanto, “Leaves keep on falling / Falling to the ground”.
A nove anni dal loro ultimo album, sono tornati gli svedesi Sambassadeur: un nuovo album, otto nuove canzoni, una nuova label, la stessa carezza nella voce di Anna Persson, lo stesso indiepop sontuoso, fatto di un’eleganza precisa e senza eccessivo sfarzo che si prodiga per tenere assieme, ancora e per sempre, la lezione di band come Clientele, Concretes o i primi Club 8, con quella fondante degli chansonnier francesi e soprattutto degli ABBA.
Survival (uscito soltanto in digitale ma non su Bandcamp) riesce a passare dai balletti sintetici di Stuck a una calda ballata come 41, dal jangle-pop della meravigliosa The Fall (posso quasi immaginarla in una cover dei Teenage Fanclub) al commiato dolente di Ex On The Beach, avendo come perno la travolgente Kors, una canzone all'altezza delle migliori e più memorabili composizioni della carriera della band.
Un nuovo disco che diventerà pieno di nuovi ricordi. "I think we need to stand here still, just for a while", ancora un attimo, ti prego.






lunedì 13 maggio 2019

The chapter in our lives entitled The Lucksmiths

THE LUCKSMITHS

Remember when I said you were too young
To start a story with "Remember when..."?


Oggi fanno dieci anni da quando si sono sciolti i Lucksmiths, e in mezzo a tutti gli anniversari, ai revival e alle retromanie che ogni giorno si accavallano nei nostri incessanti discorsi e commenti, oggi voglio ritornare a quel ricordo, all’epoca in cui la musica era quel “warmer corner” e i Lucksmiths possedevano la formula segreta e semplice di una “invention of ordinary everyday things” che ci scaldava il cuore come quasi nessun altro. Era il suono con cui cominciavamo a orientarci nella vita, la nostra “cartography for beginners”. Era il suono di una “music from next door” che ci faceva tornare in mente qualcuno a cui avevamo tenuto la mano mentre faceva l’alba, o qualcuno che era svanito nei “ci vediamo dopo l’estate” e nei “ti scriverò quando arrivo”. I Lucksmiths facevano canzoni ancora dal secolo delle lettere scritte a mano, delle cartoline, dei titoli a pennarello sulle cassette e delle telefonate con il prefisso all’ora stabilita: “I Prefer The Twentieth Century”. Le notizie ci arrivavano una alla volta dall’affettuosa tigre perplessa di Indiepages o dalle colonne precarie di Soundsxp, e noi addirittura esultavamo se un mensile citava in un trafiletto una delle “nostre” band preferite.
Marty Donald, Mark Monnone e Tali White fondarono i Lucksmiths a Melbourne nella primavera del 1993. Chitarra, basso e batteria: tanto Jonathan Richman, tanti Housemartins e Billy Bragg, un po’ di Belle and Sebastian, e soprattutto meno Smiths di quanto avrebbe potuto far credere il nome. Marty scriveva i pezzi, Tali li cantava con la sua voce dolcissima suonando in piedi rullante e charleston, Mark faceva battute in australiano stretto, per noi indecifrabili. Nell’ultima e più impegnativa parte della vita della band si aggiunse Louis Richter, a dare corpo a una musica limpida che è riuscita a raggiungere una perfezione indiepop quasi impossibile. E i Lucksmiths ci sono riusciti parlando per praticamente metà dei loro testi del tempo, del cielo, delle stagioni che passavano e ci allontanavano, della pioggia e del sole. “Unimpressed and unemployed / But I refuse to waste this weather”. Ancora provo sincero stupore – dopo tutti questi anni – per la pelle d’oca che continuo a sentire quando arrivano quattro versi naïf come “And I say hey, it's a beautiful day / And I'm starting to feel a lot better / So wake up, wake up / It's T-shirt weather”.
Un tempo da magliette, il sole di una giovinezza che era capace di raccontare ogni malinconia, ogni “hiccup in your happiness”, ogni impaccio di noi “camera shy”, ogni amore smarrito nelle “great lenghts”, e nonostante tutto di sorridere ancora.








domenica 12 maggio 2019

I'd love to say I'll be there

BDRMM

Shoegaze per crogiolarsi nelle domeniche mattina di pioggia: fin troppo facile, lo so, ma il post un po' meteoropatico di oggi vuole essere soltanto un segnalibro per ricordare anche qui l'infilata di notevoli singoli indovinati con altrettanto notevole disinvoltura dai BDRMM (pronunciato "bedroom"), nel corso dell'ultimo anno. Quintetto proveniente da Hull, sono in giro dal 2017 e stati fondati da Ryan Smith (voce e chitarra), che in un'intervista ha ammesso molto francamente: "ever since the first time I listened to Alison I knew I wanted to create music that was more than just guitars". Oltre agli Slowdive, aggiungerei tra le principali influenze anche i più recenti DIIV, per quelle inflessioni più jangling e nervose di un sognante shoegaze. Alex Greaves, già al lavoro con The Orielles, Heavy Lungs e Bo Ningen, ha prodotto le tracce uscite finora su Bandcamp, e a questo punto non resta che ben sperare per un prossimo album di debutto.



venerdì 10 maggio 2019

"I just want someone to talk to. Well, maybe not just anyone"

Jens Lekman & Annika Norlin - CORRESPONDENCE

Un po’ come ritrovarsi per caso ad ascoltare una conversazione intima tra due amici di vecchia data, in quell’attimo scoperto tra l’inevitabile curiosità e l’imbarazzo di violare una certa dovuta riservatezza. Così è ascoltare le canzoni contenute in questo Correspondence, il disco composto, mese dopo mese, lungo tutto il 2018, da Jens Lekman e Annika Norlin, nota anche come Hello Saferide e Säkert. Dodici lettere in forma di canzoni, un botta e risposta (a volte proprio partendo da un verso o un’idea della traccia precedente) che i due cantautori si sono scambiati, in un curioso processo di scrittura privata e pubblica al tempo stesso.
Cara Annika, caro Jens, e noi nel mezzo: sarà il caso di intromettersi e postare qui anche solo due righe su un disco che questo tono? Certo Correspondence è stato “pubblicato”, eppure, come mai prima d’ora queste due voci che conosciamo da lungo tempo sembrano qui a nudo. In queste canzoni non si avverte quasi nessun filtro o mediazione. Sono tutti racconti nati in momenti precisi: Jens che si trasferisce nella piccola città di Tromsø e si domanda come farsi nuovi amici, e Annika che esce per andare in palestra; Jens che compra una crema per la pelle, e Annika che passa in treno la giornata dopo le elezioni; Jens che rivede con sconcerto un film da ragazzini come "La rivincita dei nerds", e Annika che parte per una camminata nei boschi.
Sembrano occasioni da nulla, eppure la vita è lì, e lì è anche la voce che la racconta. Con tutta la cura e la prudenza che ogni vita richiede. E con tutte le richieste di “qualcosa di più” che ogni vita porta con sé. “Each day I’m waiting eagerly / When I cross this corner, will there be a sign there just for me?” si domanda a un certo punto Annika. “There’s a dying light in the distance that beckons / As the clocks are rapidly running out of seconds”, le fa eco qualche mese dopo Jens, accomunando un sentimento di speranza con l’urgenza di riconoscere che dobbiamo fare qualcosa per migliorare il mondo in cui viviamo.
A mano a mano che la corrispondenza tra i due procede, proprio come in qualche conversazione in cui ci ritroviamo a parlare in maniera via via più profonda, aperta e sincera, Annika e Jens non hanno paura di toccare argomenti complessi, da “massimi sistemi”, anche partendo da piccoli incidenti quotidiani. Questa immediatezza è accentuata dalla regola che inizialmente i due cantautori si erano dati di usare un solo strumento per ogni canzone, lasciando il loro folk acustico più spoglio possibile intorno alle voci e al racconto. In realtà, nella versione finale dell’album qualche arrangiamento di archi hanno deciso di concederselo, e tutto suona ancora più toccante, ma l’idea generale resta quella di una musica che si fa quasi cristallina, trasparente fino a scomparire (vedi l’ultima missiva di Jens, On The Edge Of Time), per lasciare posto alle parole che devono arrivare a destinazione.
Forse Correspondence non contiene le canzoni più memorabili e riuscite della nutrita discografia dei due nostri cari svedesi, ma di certo alcune di quelle che richiedono un ascolto più attento, e capace di premiarti con qualcosa di poco comune, difficile da trovare anche in altri dischi che amiamo di più: queste sono canzoni che ci invitano a sedere insieme a loro, ad aprire una lettera destinata anche a te, a parlarne assieme.



martedì 7 maggio 2019

You're not alive until you start kicking

Fontaines D.C. / Dogrel - live @ SXSW 2019

I could lay you right down
On these lively living streets
And still you'd not know
How the city heart beats


Grian Chatten si passa una mano sulla bocca, come se fosse sul punto di lanciarsi in un lungo discorso e liberarsi di pensieri che tiene dentro da troppo tempo. Poi si volta verso la band, lascia cadere la mano, batte il tempo sulla coscia, ci ripensa. Stringe l’asta del microfono, schiena dritta, torna a fissare un punto lontano, dietro di noi, con i suoi occhi chiari spalancati. In questo preciso istante, nella bolgia che sta montando sotto al palco, è innegabile che quella posa e quella tensione stiano ricreando qualcosa di simile alle mille rappresentazioni della figura ormai da santino di Tumblr di Ian Curtis. Ma è quando attacca finalmente a cantare che compie un’altra trasformazione prodigiosa e fiammeggiante: quello che si rivela in una raffica di parole sputate, scagliate con veemenza poderosa, è lo spirito di un Mark E. Smith contemporaneo. E come per la leggendaria voce dei Fall, non si tratta di una rabbia cieca e punk, ma di un’irruenza lucidissima, tanto impulsiva quanto beffarda, tanto forbita quanto insolente.
Il riff iniziale di Chequeless Reckless è un semplice graffio di chitarra, lasciata sola e mandata in avanscoperta a preparare l’assalto. Chatten srotola un elenco di stereotipi, una specie di preludio a un manifesto misantropo sull’autenticità: “A sell-out is someone who becomes a hypocrite in the name of money / An idiot is someone who lets their education do all of their thinking” e così via. Arrivati al momento in cui entrano basso e batteria a squassare quello che resta della stanza sudata e asfittica, ogni cosa sta già crollando o forse esplodendo, non capisco più bene. È una partenza di quelle che lasciano il segno, nelle orecchie, nello stomaco e nel cuore. “What's really going on? / What's really going on?”
Deve essere almeno il sesto o settimo concerto in tre giorni per i Fontaines D.C. al SXSW 2019, ma quello a cui sto assistendo sul piccolo palco del Velveeta Room di Austin sembra comunque un esuberante debutto, una genesi, un Big Bang primordiale. Tutto viene raccontato con un misto di ghigno beffardo, sproloquio alcolico e poetico, e urlo sulla faccia che incita alla rivolta. Una gang in azione, determinata e compatta, implacabile. “Is it too real for ya? / Is it too real for ya?”
Avanti veloce fino al giorno in cui ho per le mani il vinile giallo di Dogrel. Il curioso titolo è un’altra dichiarazione di intenti, un segno ulteriore del legame forte che i Fontaines D.C. hanno intrecciato con Dublino, la loro città – il dogrel a quanto leggo era una specie di poesia comica, spesso volgare o satirica, molto diffusa in passato nei ceti più popolari irlandesi e soprattutto nei pub. Ed è proprio lì, tra pinte traboccanti birra e discorsi sul senso della vita, che affondano le radici della poesia dei Fontaines D.C. (tra parentesi: anche le due lettere D.C., un po’ come quelle di Washington D.C., qui stanno proprio per Dublin City). Basta prendere una qualunque delle loro interviste: tutto un susseguirsi di indicazioni di strade, quartieri, tane; citazioni di autori come Joyce, Yeats o Kerouac; critiche alla gentrificazione e aneddoti di vecchi amici ubriachi.
Il primo verso con cui si apre il disco è un perentorio “Dublin in the rain is mine”, che oltre a farmi tornare in mente quel lontano “England is mine / And it owes me a living” cantato dagli Smiths, è anche una dichiarazione strepitosamente spavalda e ambiziosa. Il ritornello prosegue “My childhood was small / But I’m gonna be big”, e nonostante abbia il sospetto che ci sia dentro una buona dose di ironia, da sicuri capofila di una nuova e aggressiva generazione di formazioni irlandesi, i Fontaines D.C. stanno mostrando di possedere carattere a sufficienza per essere all’altezza delle loro stesse parole.
Dogrel non è per intero un post-punk a due dimensioni: se Fall e Joy Division vengono menzionati in ogni recensione, ci puoi trovare anche echi dei Clash (Sha Sha Sha), dei Jam (Boys In The Better Land), ci sono momenti di puro e liberatorio divertimento (Liberty Belle), quasi dalle parti dei primi Arctic Monkeys e Strokes (Ah! Se gli Strokes avessero ancora un briciolo di questa energia!), e bordate rumorose alla Girl Band, seminale formazione di Dublino che qualche anno fa abbiamo avuto la fortuna di vedere passare anche qui a Bologna e che i Fontaines citano tra i loro ascolti formativi. Infine, da buoni irlandesi che vogliono riappropriarsi delle tradizioni, non mancano parentesi romantiche e un po’ decadenti, in cui ripescano la lezione dei Pogues (la conclusiva e dolente Dublin City Sky).
In questo senso, i Fontaines DC sono una band formidabile per davvero: capace di scatenare un tumultuoso inferno sopra al palco, con concerti furibondi e memorabili (“You know I love that violence / That you get around here”), ma di rivelare su disco, con disinvolta consapevolezza, anche profondità, intelligenza e facce diverse. “You're not alive until you start kicking”, cantano a un certo punto, e queste canzoni gridano forte quanto i Fontaines D.C. siano ora ferocemente vivi.






sabato 4 maggio 2019

"C'è gente che ci scrive e noi non rispondiamo" (cit.) - Maggio 2019

Sporadica rubrica fatta con le vostre email e i miei sensi di colpa

Shormey - Boogie Tape Vol. 1
Affacciamoci al weekend con un beat solare e rilassato (qualcosa tra Avalanches, Neon Indian e Washed Out) a firma Shormey, nome d'arte di Shormey Adumuah, dallo stato della Virginia, dove fa base anche la sua label Citrus City Records. Influenze disco Seventies e morbide, un tocco di "carefree vibes", come le definisce il comunicato stampa, per un bell'EP di "bedroom soul" intitolato Boogie Tape Vol. 1.




True Blossom - Heater
Della stessa etichetta, ho recuperato soltanto da poco tempo un disco pubblicato in realtà a gennaio, Heater, interessante debutto dei True Blossom, band di Atlanta che ha un evidente debito con le idee dei Fleetwood Mac e con un certo pop levigato Anni Ottanta, ma che riesce comunque a inventare una propria peculiare atmosfera grazie soprattutto alla voce di Sophie Cox e ad arrangiamenti eleganti ed azzeccati.




A Red Idea - Bed Sea Walks
Da qualche mese è uscito anche Bed Sea Walks, l'esordio di A Red Idea, pubblicato dall'ottima etichetta indipendente veneziana Beautiful Losers. La mia curiosità viene stuzzicata nel momento in cui leggo, tra i riferimenti per questo progetto, anche il nome dei vecchi Midlake, forse oggi un po' dimenticati. E infatti quando queste ballate prendono il colore di certo indie rock dalle atmosfere intime si rivela una poesia austera. Del resto, il concept dell'album è "un’immaginaria passeggiata sul fondo dell’oceano". Apprezzo un po' meno altre divagazioni verso territori alla Radiohead, ma temo sia un problema soltanto mio. In ogni caso, mi piace l'intreccio molto misurato di chitarre e synth (gli arrangiamenti sono a cura di Andrea Liuzza), perfetto per la voce calma e calda di Alvise Forcellini.




Girless - See You When Fascism Is Whipped
See You When Fascism Is Whipped è il titolo abbastanza esaltante del secondo album solista di Girless: a quanto pare cita una frase attribuita a Woody Guthrie, e del resto Guthrie è anche l'ispirazione principale di questo lavoro. Otto tracce di folk dolcissimo (e che in un paio di episodi sanno sconfinare in un punk acustico, sanguigno e rabbioso) che in qualche modo raccontano qualcosa del nostro malmesso presente, proprio cercando di raccontare la vita quotidiana di una delle più grandi voci di outisider che la musica abbia mai avuto. Garantisce come sempre To Lose La Track.




Action Dead Mouse - IL CONTRARIO DI ANNEGARE
Per la stessa label di Umbertide, in collaborazione con È un brutto posto dove vivere, Floppy Dischi e Ideal Crash, è uscito il nuovo album degli Action Dead Mouse, dal magnifico (come al solito) titolo Il contrario di annegare. Il giorno in cui è stato annunciato il disco, mi sono trovato taggato in un post su Facebook, tra ringraziamenti vari, ben più illustri e meritevoli. Quando ho chiesto come mai, Filippo Dionisi (chitarra e voce della band bolognese) mi ha semplicemente risposto che secondo lui in mezzo a queste canzoni c'è qualcosa che può piacere anche a me (che, diciamocelo, di hardcore-post-qualcosa non so evidentemente nulla). Quindi mi sono messo ad ascoltare abbastanza preoccupato: e se non avessi capito a cosa si riferiva Filippo? Se mi fosse sfuggito il dettaglio più importante? D'accordo, ci sono quelli che la bella e molto più competente recensione su Dotto chiama "i riff che fanno godere anche il fan democristiano dei Cloud Nothings". C'è un emo struggente ma tutt'altro che melenso che sa farsi anche epico (la parte entrale di Piombo o il crescendo di Parlare nel sonno), e ci sono momenti indie rock limpidi (l'attacco puro Sonic Youth di Rimini). Ma dopo qualche settimana in cuffia direi che c'è anche altro: c'è una forza che riesce a parlarti anche oltre gli urli (mi piace che questi ragazzi non smettano di fare musica urlata), a farsi intendere benissimo anche quando le parole vengono fagocitate dai muri di rumore. Qualcosa che assomiglia all'ostinazione nel seguire un "amore anfibio", mantenerlo in vita dentro e fuori da un'acqua buia, qualcosa che si dibatte tenace nel "goffo aggrapparsi" dentro un abbraccio. Ecco, se gli strepitosi testi degli Action Dead Mouse per uscire ed esplodere hanno bisogno di una forma che io posso ricondurre tipo a Fine Before You Came, o magari a GirlsVSBoys e At The Drive In, per citare un paio di nomi classici e più "formativi", bene allora così sia. Continuate a esplodere, a "battere sempre sullo stesso tasto", a cercare e cercare ancora il contrario di questo nostro affogare.






 True Sleeper - Life Happened
Conoscevamo già Marco Barzetti per i cupi ed evocativi Weird, con due ottimi album all'attivo, e ora si è lanciato in una nuova avventura solista, sotto il nome True Sleeper. Le sonorità sono quelle di uno shoegaze ancora più dissolto, ipnotico e rarefatto, a volte quasi ai limiti dello slow-core. Life Happened è il suo debutto, pubblicato dalla ammirevole Lady Sometimes Records: nove tracce maestose, che puntano a una circolarità di temi e suoni, e dentro le quali sembra non esserci mai fine alla profondità dei riverberi. Ascoltato in loop può creare dipendenza e far perdere la cognizione del tempo, come un sogno dentro il quale si sta sognando.




giovedì 2 maggio 2019

You don’t know what you mean to me

SASAMI

Con una tensione che graffia sotto la pelle, che non dà pace e agita le mani e i pensieri, le canzoni di Sasami traboccano piccole osservazioni spietate. Nulla che vada oltre i puri e semplici fatti: è la puntualità dell’elenco a rendere certe parole implacabili. Già il ritornello della canzone di apertura, I Was A Window (cantata insieme a Dustin Payseur dei Beach Fossils), mette le cose in chiaro da subito: “There are many ways you could have answered / But you didn't”. Ancora prima, il singolo Callous si apriva con questa amara constatazione: “I lost my calluses for you / And you didn't even think to ask me how my day was”.
Ma la voce di Sasami resta calma, e i suoi occhi sono asciutti: il dramma (negli episodi migliori del suo album d'esordio) si consuma tutto nell'attrito con la musica, la sua chitarra e qualche discreto synth. Queste canzoni, che sono un "mix of a diary and a collection of letters, written but never sent, to people I’ve been intimately involved with in one way or another", restano, per l'appunto, buste sigillate, accuratamente ordinate, mai arrivate a destinazione, né bruciate.
"I'm sure it happens all the time / I know I’m not the only one", considera quasi con modestia la devastante Free, stupendo duetto con Devendra Banhart, che qui si limita a suggerire una seconda voce.
La malinconia delle ballate dream pop di Sasami, che a volte si dilatano verso un algido shoegaze, e in altri momenti evolvono in raffinatezze alla Stereolab/Broadcast, resta trattenuta, e forse ferisce ancora di più proprio per questo. C'è il dolore di una relazione (o più relazioni) in lento e inesorabile disfacimento, ma siamo già oltre l'accettazione di qualcosa che non si può più rimediare: perché continuare a tormentarsi? Perché insistere nello strazio: "It's not the time or place for us / But you said that you would save some space for us". Se solo questa voce sembrasse crederci ancora.
"Some days I wish I could forget you" ripete Sasami, e magari proprio queste canzoni sono state d'aiuto perché ciò accadesse. Di sicuro, dopo questo disco, saremo noi a non dimenticarci più di lei.




martedì 30 aprile 2019

"The more this model grows, the more inefficient it becomes"

Music Streaming Services Are Gaslighting Us
(immagine via Spotify)

Qualche giorno fa, Spotify ha annunciato con molta enfasi di avere superato i 100 milioni di utenti paganti (intanto, però, la media dei ricavi per utente è scesa in tutto il mondo, e di conseguenza è sceso anche il valore delle azioni di Spotify). Stavo per dimenticare la notizia quando un paio di giorni dopo ho cominciato a vedere linkato ovunque questo articolo intitolato "Music Streaming Services Are Gaslighting Us", scritto da Darren Hemmings, curatore tra l'altro della newsletter Motive Unknown.
La premessa dell'articolo è abbastanza risaputa da almeno una decina d'anni:
We are constantly being told by the likes of Spotify that they can enhance our music discovery. Algorithms and their own curated playlists should give us no end of music to enjoy. But the sheer volume, coupled with zero friction, results in the much-cited “paradox of choice”.
Lo sviluppo del discorso mi interessa perché anche io, come immagino molti altri, sempre più spesso vivo il cambiamento di ritmo degli ascolti musicali con fastidio: montagne di dischi (montagne impalpabili, fatte di file o, ancora peggio, di link) ascoltati di passaggio "per rendersi conto di cosa parlano tutti oggi", a cui seguono periodi di letterale rifiuto di ascolto. La (quasi) completa accessibilità della musica, l'accumulo convulso di discorsi sempre meno significativi intorno a dischi e band, e la mancanza di quella "friction" di cui parla Hemmings portano a una condizione di nausea. Il contrario del piacere che dovrei trovare in una delle cose a cui ho dato più importanza nella mia vita. Si parla di "enjoy", ma lo si intende davvero?
Il problema del "piacere" era stato al centro di un articolo scritto da Jayson Greene qualche mese fa su Pitchfork, "Are We Having Fun Yet? On Pop’s Morose New Normal", in cui si analizzava la prevalenza di temi cupi e angosciosi nel pop contemporaneo. Di passaggio, si citava anche lo streaming:
Streaming extends music's reach into our lives while diminishing its position — thanks to its ease, and the availability of mood-based playlists, we listen to music more often, and we also do more half-listening than even before. Streaming is more isolated than older media, both more ephemeral and more intimate. Even with something as incorporeal as an MP3, there was still one click, one discreet credit-card charge, one consumer decision, and one implicit bargain made in the process—this song will be worth your 99 cents. Streaming entire catalogs shifts the emphasis, subtly but surely. Music listening, particularly the casual kind, is no longer so much as a choice as a reflex — come home, turn on the lights, let a playlist murmur away.
Potremmo fermarci qui, e questo sarebbe un qualunque post da "vecchiazza" pubblicato qui sul blog circa nel 2009. Ma Hemmings spinge la riflessione oltre, chiedendosi quanto sia sostenibile tutto ciò, quanto la nostra personale condizione di "fastidio" non solo sia conseguenza ma influenzi e, alla lunga, danneggi la cultura stessa in cui si trovano a operare gli artisti:
Just like Silicon Valley in general, there is this mindset that having everything available all the time is a good thing. It isn’t — and it is arguably damaging art and culture as a result. [...] In 2019, artists need meaningful patronage, not a speech about how they could get more streams. That patronage might come from merch or other means, but it should come from music too.
L'esempio che porta Hemmings è quello di Bandcamp, una piattaforma che permette alle band di distribuire in streaming e vendere (sia musica che merchandising), e in cui la maggior parte dei soldi che noi spendiamo arriva direttamente agli artisti stessi, attraverso un contatto diretto. Aggiungo anche che Bandcamp ha una sezione editoriale di consigli e approfondimenti da far invidia a testate ben più blasonate, e che da poco ha annunciato l'ingresso nella produzione di vinili. Insomma: un ecosistema in cui la fruizione della musica sembra essere ancora al centro e avere ancora un ritmo umano (non sarà un caso che Bandcamp è anche la piattaforma preferita della rinascita delle tape labels).
Intendiamoci: Bandcamp non è il Sole Dell'Avvenire, è una company come altre e deve fare profitto, non è immune da difetti, probabilmente tra pochi anni avrà nuovi concorrenti o il mercato richiederà nuovi strumenti. Ma un'idea che la massa di musica ("40.000 tracks uploaded every day!") non sia soltanto il combustibile per una piattaforma che sembra avere come unico scopo la propria espansione mi sembra già un passo in una direzione diversa e più salutare.
Lo so che è anacronistico, ma qualunque mezzo, qualunque alternativa "meaningful", come dice Hemmings, riesca a (ri)dare alla musica (e a me) un contesto, un senso di appartenenza e la sensazione di non rendere il mondo un posto peggiore e più povero ogni giorno che passa credo sia da sostenere.


... I've wasted all my time
Don't pay me any mind...
*

lunedì 29 aprile 2019

Nothing at all

The Stroppies // polaroid – un blog alla radio S18E11

"polaroid - un blog alla radio" S18E11 @ NEU RADIO

The Stroppies – Nothing At All
Zebra Hunt – See Through You
The Boys With The Perpetual Nervousness – Close The Doors
Beach Youth – Classroom
Sidney Gish – Somebody’s Baby (Jackson Browne Cover)
Cherry Pickles – It Will All End In Tears
Spice Boys – Think About You A Lot (feat. Boys)
Westkust – Do You Feel It?
Agent Blå – Child’s Play
Nah – Apple Blossoms
The Hannah Barberas – I Like You In Blue
Costa Brava – Ambassador
Eugenia Post Meridiem – Low Tide
Sasami – Free (feat. Devendra Banhart)


Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Mixcloud


giovedì 18 aprile 2019

Indiepop Jukebox - Aprile 2019

JEANINES - JEANINES (SLUMBERLAND RECORDS)

▶️ È passato un anno da quando mi sono innamorato dei primi demo dei Jeanines e finalmente sta per arrivare un intero album! Il duo di New York, formato da Alice Jeanine insieme a Jedediah Smith dei super My Teenage Stride (nonché, più di recente, Mick Trouble), non poteva che debuttare su altra label che la Slumberland. Chitarre che arrivano da qualche scantinato della C86-era, ritmo indiavolato, melodie di una dolcezza Talulah Gosh e pure una cover dei Siddeleys in scaletta! Il singolo che anticipa le sedici canzoni dell'album (intitolato semplicemente come loro) è questa strepitosa Either Way ("Even though I don't know where I stand / I thought that you could take my hand"). Come ha scritto BrooklynVegan, "It’s a banger for folks who call Dolly Mixture songs bangers", e potete scommetere che questo blog è uno di quelli:




Nah - Apple Blossoms

▶️ Ormai presenza fissa di questa piccola rubrica, il duo diviso tra Münster e Amsterdam dei NAH è tornato giusto in tempo per l'inizio della primavera con un nuovo singolo intitolato, in maniera molto appropriata, Apple Blossoms. Tra l'altro, come b-side troviamo una canzone intitolata proprio Primavera, più bossanoveggiante e lieve, a completare il quadro. Estella Rosa e Sebastian Voss tornano su atmosfere ancora una volta molto luminose e molto Elefant Records, e anche se "We’ve noticed we’re no longer / on the blooming side of life", alla fine, sulla brezza di una fisarmonica "your smile transformed the coldness into warmth".




The Death of Pop - Six

▶️ Il quintetto londinese The Death Of Pop è in giro dal 2013 e ha già all'attivo diversi EP e cassette per Discos De Kirlian e Art is Hard Records. Per celebrare questo sesto anno di attività, ha fatto uscire per l'etichetta francese Hidden Bay Records una compilation su cassetta intitolata, per l'appunto, Six, che raccoglie vecchi brani suonati con nuovi arrangiamenti. Definiscono il loro suono "janglegaze", mescolando influenze diverse e ricordandomi, in alcuni momenti, alcune belle invenzioni pop dei nostri vecchi Love The Unicorn.




LIPS - LIPS EP

▶️ Provengono da Falmouth, cittadina sulla costa della Cornovaglia, e hanno appena debuttato su una piccola ma storica etichetta indiepop come la Sunday Records di Chicago: si chiamano Lips e la maniera con cui costruiscono le loro canzoni un po' sognanti e un po' fuzzy intorno alla voce celestiale di Rachel Anstis mi ricorda a volte gli Alvvays, come per esempio nella traccia d'apertura Apartment. Il loro primo EP vola via in un attimo, come un ricordo d'estate, tra reminiscenze di Sundays ed echi shoegaze. Un inizio molto, molto promettente:




Bee Bee Sea -  Be Bop Palooza

▶️ Non si possono certo definire indiepop, ma dal vivo sono sempre talmente divertenti e questo nuovo singolo è così clamoroso, che mi sembrerebbe davvero un peccato escludere da questa playlist i Bee Bee Sea e la loro nuova e contagiosa Be Bop Palooza. Questa volta il trio di Castel Goffredo ha deciso di staccarsi dal più schietto garage rock e puntare verso un glam da festa, con tanto di falsetti e stop-&-go irresistibili. Obiettivo centrato ancora una volta!




TORREY - SISTER

▶️ Non ho trovato molte informazioni in giro su di loro, so soltanto che si chiamano Torrey, sono un quartetto e vengono da San Francisco. Niente facebook, appena un account instagram con un'unica foto e una pagina bandcamp con questo loro primo EP di sei tracce, intitolato Sister. Mostrano un'indole che qualche anno fa avrebbe immediatamente fatto scrivere nelle recensioni "surf rock", e in genere mi riportano alla mente un'epoca in cui relazionarsi all'indie era più semplice e diretto (ma te la ricordi Best Coast). Se amate il lato più pop di Courtney Barnett o Angel Olsen (ma perché citare solo nomi femminili? Aggiungiamo anche, per esempio, il sottovalutato Fred Thomas), penso apprezzerete questa prima prova dei Torrey, in attesa di saperne di più.





▶️ Grazie a Benty per avermi fatto conoscere questi Knifeplay, band di Philadelphia che suona un curioso misto di shoegaze e indie rock dalle venature folk, in cui le atmosfere a volte si fanno sognanti, a volte più dark e torbide. Nati nel 2012 per iniziativa del frontman e autore, Tj Strohmer, arrivano dopo diversi EP e cassette a questo Pearlty, il loro primo album vero e proprio. Le dieci tracce alternano momenti in cui il rumore libero dei feedback prende il sopravvento, ad altri in cui si dilatano introspezioni notturne, quasi slow-core. L'insieme mi affascina e ottiene un curioso effetto "Anni Novanta" che su di me funziona sempre:




SUPER PARADISE - 6:30

▶️ Un'altra band italiana andata a cercare migliore fortuna all'estero: riappaiono i Super Paradise, formati a Milano da Francesco Roma e Nicolò Spreafico e poi emigrati da qualche anno a Londra, dove la formazione si è allargata fino a diventare oggi un quintetto. Tre anni fa i Super Paradise avevano pubblicato addirittura con la Jigsaw Records un interessante album piuttosto divertente e sfrontato, andando a recuperare suoni belli arroganti tipo Bloc Party, Hot Hot Heat e Franz Ferdinand, e infilando senza alcun timore anche una cover di All My Friends degli LCD Soundsystem. Ora riemergono, con la formazione leggermente rimaneggiata, presentano questo nuovo singolo 6:30 (prodotto da Euan Hinshelwood, già al lavoro con Young Husband e Wesley Gonzales) e il suono sembra avere preso una piega ancora più roboante. Il comunicato stampa li presenta come "dream-garage" ma io direi che hanno preso una direzione più Japandroids / No Age: musica che punta a dissolversi in pura magniloquenza rumorosa.
«The main inspiration came from "6:30” as a Caribbean dance move. But I like that it could also mean 6:30am, dawn. End of the night, end of the dance. It’s always a bit of a weird time. You could still be out after an insane night, yet you’ll walk past people who are doing the complete opposite on their way to work. There’s a bit of uncertainty about it».


venerdì 12 aprile 2019

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (aprile 2019)

ASTRAGAL - Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem (2019/04/10)



"Musica Per AperiTweevi" VS Radio Raheem (2019/04/10)

1. Astragal - Bloomer
2. High Sunn - Polaroids
3. The Bodines - William Shatner
4. Kiwi Jr. - Swimming Pool
5. Yo La Tengo - Somebody's Baby (Jackson Browne cover)
6. Rat Fancy - Making Trouble
7. Unlikely Friends - Ontario (The Posies cover)
8. The Monochrome Set - The Monochrome Set
9. Neverever - Wedding Day
10. Television Personalities - Honey For The Bears
11. Heathers - Wedding Song
12. Terry Malts - Off My Back
13. Comet Gain - Labour
14. Mccarthy - Something Wrong Somewhere
15. Cats On Fire - Draw In The Reins
16. Cuffs - You Can Come True
17. Orange Juice - You Old Eccentric
18. Gary Olson - The Old Twin

: )

mercoledì 10 aprile 2019

Addio al Matta

Mattatio Club - Carpi (MO) - opening party flyer

Da qualche parte in rete esistono un paio di tremende foto di me in condizioni impresentabili mentre metto i dischi e brindo alla festa di inaugurazione del Mattatoio Culture Club di Carpi, in provincia di Modena. Me ne vergogno ancora abbastanza, ma ci sono affezionato lo stesso, perché fu una festa memorabile, perché era un momento complicato e quella festa segnava la nascita di un posto nuovo, diverso e speciale. Piccolo, ma dallo sguardo lungo. Era l'inizio dell'estate del 2007. Da allora, in quella sala stretta dalle pareti di legno ho visto alcuni dei miei concerti preferiti di sempre: così a memoria potrei citare Car Seat Headrest (il mio primo stage diving! e quando mai capiterà di rivederlo così da vicino!), Fanfarlo e A Classic Education insieme sul minuscolo palco e noi con loro, Pains Of Being Pure At Heart, Motorama, Cats On Fire, svariate reunion dei Lomas... Ognuno potrebbe aggiungere i suoi.
Ieri Marco ha annunciato sulla pagina facebook del locale che quella storia è arrivata a una fine. Le consuete motivazioni burocratiche contro cui sembra impossibile lottare, la miopia di chi non capisce che "il Matta" è sempre stato qualcosa di più di "un posto per concerti" in mezzo alla pianura emiliana.
Sono sicuro che ritroveremo presto lo spirito del Matta da qualche altra parte e che avremo anche nuove foto di cui vergognarci, del resto la Bassa rinasce sempre. Ma almeno per oggi lasciatemi dire che quel posto un po' mi mancherà. Grazie per tutta la musica che avete suonato, per avere lasciato che ne suonassi un poco persino io, per tutte le persone fantastiche che si incontravano lì, per tutti gli infiniti giri a banco di questi anni.

[foto di Andrea]

(mp3) Ex-Otago - Amato The Greengrocer
(mp3) The Calorifer Is Very Hot! - Evolution on Stand-by

martedì 9 aprile 2019

I like you in blue

The Hannah Barberas Get Physical

Dopo svariate uscite digitali, The Hannah Barberas decidono di raccogliere quasi tutta la loro produzione in un CD intitolato, guarda caso, The Hannah Barberas Get Physical, pubblicato dalla Subjangle, piccola ma già molto attiva etichetta nata dal blog Janglepophub. Oltre alle migliori tracce dei loro precedenti EP, la formazione londinese aggiunge anche tre inediti in coda, e confeziona così un'ottima ed esaustiva istantanea della propria musica. Un indiepop che, come raccontano loro, è molto "varied, but always catchy, fun and fast". Ci sono momenti come Now (Is Here At Last) che sembrano piuttosto Smithsiani, altri candidamente Tender Trap (Spellbound o la nuova I Like You In Blue), e anche una piccola perla un po' Zombies / Beach Boys come Cafe Song, in cui prevale con assoluta naturalezza un'aria Sixties che forse gli Hannah Barberas potrebbero tentare di più. Al centro della scaletta, la deliziosa cover di Go Go Pepper, di una band giapponese degli Anni Novanta che non avevo mai sentito nominare, i Tip Top Planets, e che sentite queste promesse mi riprometto di approfondire.
Formati da componenti del sottobosco indie di Londra provenienti da Father e The Postcards, con l'aggiunta decisiva della voce femminile di Lucy Fir, nati quasi per caso per partecipare a una compilation natalizia della Emotional Response, The Hanna Barberas hanno per fortuna deciso di proseguire assieme e ora sono una delle più interessanti e brillanti novità della nostra piccola scena twee. Se il prossimo disco, com'è ragionevole aspettarsi, riuscirà a essere un po' meno discontinuo mantenendo la stessa freschezza, gli Hannah Barberas potrebbero diventare uno dei nostri nuovi "cartoni" preferiti!