venerdì 31 ottobre 2003

Voltare pagina

Il numero di Zero In Condotta che trovate oggi nelle edicole di Bologna e provincia è l'ultimo. Almeno per un po', e almeno in questo formato.
Noi collaboratori satelliti svagati abbiamo appreso la notizia soltanto una settimana fa.
In poche parole, non ci sono più soldi. In altre parole, forse non ha più senso lottare contro i debiti come hanno sempre fatto nella loro coraggiosa storia Mongolfiera prima e Zero In Condotta poi, se i lettori si riducono a poche (poche) centinaia, e sono in ribasso.
I soldi, dunque, sono un problema, ma non il primo. L'altra sera in riunione Valerio Monteventi ha spiegato che esiste una questione innanzitutto politica. Negli ultimi anni ZIC si è avvicinato sempre più ai discorsi dell'area identificabile come Movimento. Eppure in città chi orbita in quell'area non legge ZIC.
Colpa della cadenza quindicinale? Colpa di internet? Colpa di una comunicazione sbagliata? Colpa del prezzo? (2,50 euro, pensateci bene...)
Non lo so, e non lo sa bene neppure chi più di me è dentro alla cosa. Quindi time out per tutti. Si ripartirà sicuramente dal sito, sul quale dovrebbe mettere le mani anche Matteo, e solo il cielo sa quanto farebbe bene. Su carta invece la riflessione (nonché il fund raising) dovrà essere più articolata.

Mi dispiace per tanti motivi. Primo, perché sull'ultimo numero La Laura e il sottoscritto, inconsapevoli, hanno frettolosamente dedicato a El Guapo e J Mascis due articoli di routine. Niente finale coi botti.
Secondo, perché il gruppo dei redattori musicali (tra cui diversi blog che conoscete) era riuscito a costruire tre quattro pagine di ottimo e costante livello, e lo dico da lettore di riviste. Dove andrà ora tutto questo patrimonio? Certo, non andava molto lontano neppure prima, con quello che si vendeva. Però esisteva, pensava, proponeva, si faceva conoscere nei posti dove si suona.
Ora in città l'informazione musicale resterà quella degli opuscoli pubblicitari di free press, o quella dei quotidiani, spesso copia&incolla di comunicati, sempre più a ruota del copia&incolla televisivo.

Pensavo a questo ieri sera, fermo in bici davanti al PalaDozza, mentre migliaia di adolescenti uscivano dal concerto dei Muse (io che sono abituato alle cinquanta facce del Covo, e non proprio giovanissime) e mi passavano accanto.
Non importa che i Muse facciano cagare, non importa che molti fossero là per il gruppo da MTV: loro erano là.
Io da un'altra parte.
ZIC ormai più da nessuna.

Ho sognato a occhi aperti di avere un pacco di fotocopie piegate nello zaino, di scendere dalla bici e di cominciare a vendere a quei ragazzini una fanzine, una fanza di un foglio solo piegato in quattro dove ci scrivono e disegnano tutti i miei amici, quelli che adesso ritorneranno al loro blog solitari, ai loro telecomandi e alle loro spese su internet.
Oggi Blogger sta cercando di liberarsi di me.

giovedì 30 ottobre 2003

Thank you for the music (6)
Una polaroid di musica in nice price

Questa sera non è andato in onda polaroid. Secondo me non se ne è accorto nessuno, tranne forse quelli di Glamorama che hanno cominciato più puntuali del solito.
Trasmettiamo ora la sintesi differita di un post della settimana scorsa.

Blondie - 'Parallel Lines'Dopo che l'aveva scritto De Luca su Rumore e pure il Compagnoni incoraggiava, toccava proprio completare il tour per la New York City fine Seventies con questo disco dei Blondie.
Ammetto che non mi era mai stato ben chiaro come una band del genere fosse "nel giro" (sarà d'aiuto il documentario Blank Generation, presto sugli schermi dell'XM24), ma dopo l'ascolto di canzoni come Hanging on the telephone e One way or another uno comincia a farsi un'idea dell'energia di questo gruppo, almeno agli inizi.
Suppongo che Debbie Harry dovesse avere l'impatto che oggi può avere una Karen O, con la differenza che trent'anni fa non era così scontato accettare le presenze femminili sui palchi del rock (Tina Weymouth dei Talking Heads, non proprio una bomba sexy, al principio della carriera era continuamente bersagliata da insulti).

Parallel lines è un album che suona quasi come un mixtape, dove la new wave più frenetica si smorza in momenti pop da colonna sonora di college film, o dove improvvisamente si aprono squarci bui (Fade away and radiate, con Robert Fripp alla chitarra), o dove all’improvviso si finisce in una luccicante discoteca (Heart of glass, un capolavoro).
Si dice che buona parte del merito di questo album stia nel ruolo del produttore, affidato a Mike Chapman. Reduce dai successi con gente che oggi non troviamo neanche nei cestoni delle offerte all'ipermercato, Chapman seppe imporre un ritmo di lavoro in studio sconosciuto al gruppo newyorkese. La ristampa in nice price di Parallel Lines rende l'idea inserendo fra le bonus track una ruvida versione demo proprio di Heart of glass, l'hit planetaria dei Blondie, praticamente sfigurata.
E' autunno. Sempre lo stesso.

Alla riunione del Giornale Che Chiude dondolo le gambe seduto sulla scrivania e canticchio Paint a vulgar picture.
Cammino per Bologna e assomiglio sempre più a un Boy with the thorn in his side.
Oggi in ufficio è proprio una giornata da Heaven knows I'm miserable now.
Spero che la serata non mi riservi altri I know it's over.

mercoledì 29 ottobre 2003

à deux pas du magnifique Castello

A chi piacciono i Low, qui si può scaricare il concerto di Ferrara di quest'estate.
Io non v'ho detto niente, però.

[ per Fabio: tranquillo, ci sono anche i Cardigans, e pure Evan Dando ]
Missione digitale

Chissà cosa avrebbe filmato al Covo ieri sera Joly MacFie, cinquantaduenne inglese trapiantato a New York, punk da una vita e ora votato alla digital camera.
Forse la mancanza di una vera aria di festa (a parte per il sottoscritto e qualche altra anima twee) durante l'ottima esibizione delle Aislers Set, o il teso live delle Erase Errata, che dal vivo esplicitano maggiormente l'influenza dei Fall? Non saprei, ma di sicuro gli avrei chiesto un primo piano dell'Uomo Dell'Anno al bancone del bar.

MacFie non si perde un concerto della Grande Mela (secret gigs comprese) e segue tutto con la sua videocamera. Poi torna a casa e carica ogni filmato sul sito Punkcast.com. Gli artisti sembrano apprezzare, il successo di pubblico è testimoniato dal fatto che ora i suoi video passeranno su una tv via cavo, e dietro non c'è nessuna speculazione.

"If you go in trying to make money, or with the mentality that you're going to cash in, you'll fail. But if you go in there and say, 'I'm going to try and build the scene,' you'll be a success.
My mission is to live and eat and be catalytic really. And that's it."

La storia di MacFie è raccontata sul Village Voice di oggi, dove fra le altre cose si apprende che Ric Ocasek si è divertito un sacco all'ultimo concerto degli Interpol, ma mai quanto Simon Le Bon nel backstage dei DFA.
Il videoregistratore

A Radio Città lo usiamo per registrare le repliche, ma pare sia l'ideale anche per i batteristi.
Dovremmo smettere di leggere Pitchfork
Almeno per un po'... un po' virgola cinque

polaroid: ai Radio Dept io davo tranquillamente 9.95, mentre per i Postal Service non vado più in là di un 8,7...

Delio: io do 9,1 a tutti e due...

martedì 28 ottobre 2003

Come imparai a scrivere al contrario

Questa sera al Covo suonano le Erase Errata. Delle toste ragazze californiane e del loro rock spigoloso forse è meglio che ne parli Dj Amarezza. Io vi consiglio di esserci anche perché apriranno la serata le Aislers Set, provenienti da San Francisco e dispensatrici di un divertentissimo indie pop (vi risparmio ulteriori parole sdolcinate, ma sono completamente innamorato della loro musica).

A proposito del loro show londinese insieme a Lucksmiths e Comet Gain qui trovate alcune foto (ma La Laura purtroppo non si vede).
Prendere i voti

The GNU Weblog Awards 2004Ultimamente non stiamo facendo molto per meritarci nulla, e forse seguiamo le vicende di Gnu Economy un po' da lontano, e forse non siamo proprio nel giro, ma insomma qualcuno ha pensato di conferire dei Blog Awards, e c'è anche la catagoria musicale, e ci siamo anche noi :-)
Com'è ovvio, diremo di non prendere la cosa sul serio e poi ci roderà tantissimo non arrivare nemmeno in semifinale.
Meglio allora certe cene che fanno così kloong, dove le indieblogstar flirtano con la Mecca Cola, e la depressione da ora legale passa con il liscio. Una serata nottilucente, in cui non ci si può guardare le scarpe nemmeno per un attimo, tanto che mi sono dimenticato di chiedere a Lucio cosa pensasse del carpaccio di pescespada ordinato da J Mascis.

update!:
INDIEBLOG AWARDS 2004La distratta redazione degli sciroccati sottoscritti chiede perdono a Delio e rilancia immediatamente l'iniziativa degli IndieBlog Awards, contropremio molto più snob e fico, non fosse altro che "l'elettorato attivo e passivo e` riservato ai blog linkati nella blog-ballotta di polaroid" (tra parentesi, si dice 'balotta').
Polaroid si autonomina per le categorie "blogger che ha sudato di più sulle mattonelle del Covo" (vedi Arte del Nastrone o tutto l'archivio di gennaio/febbraio, tra un Pavement e l'altro), "miglior post dedicato a Joe Strummer" (ce lo regalò Leonardo in persona), "indie blog meno indie", "blog che ha perso maggiormente la testa per i Radio Dept." e soprattutto "IngegnIere indieblog dell'anno", ovvero La Laura.
Una sola domanda: si parla di blog e di musica, cosa c'entra Loser?

lunedì 27 ottobre 2003

Voglio essere un cucù

Belle & Sebastian - 'Dear Catastrophe Waitress'I don't know why I used "indie" as an adjective here, but then as I mentioned elsewhere, there are moves to keep changing the meaning of that word until it either doesn't mean anything or it means all things to all people!

(Stuart Murdoch, nel libretto dell'ultimo cd)


Dear Catastrophe waitress non sarebbe il disco capace di cambiarti un lunedì mattina, ma alla fine ci riesce (e sorridi) perché vedi che almeno ci prova in tutti i modi.
In fin dei conti l'unica cosa che ti ha mostrato è che il tempo è passato, e che nonostante tutto si possono ancora fare bei dischi come questo, anche se i Belle & Sebastian che conoscevi qui suonano poche canzoni (facendo la loro prima comparsa solo alla traccia numero quattro).
Dear Catastrophe waitress ci riesce perché ti fa venire in mente che si può rifiutare alle stagioni andate anche un solo briciolo di rimpianto, senza per questo sputarci sopra. Noi siamo quelli senza memoria, così ci hanno spiegato, ma sembra che di nostalgia ne regalino a pacchi dappertutto. E viene voglia di sbattere giù la cornetta e chiudere la conversazione come fa questo disco: "what about me / I don't really see / how things will improve / if all you want is to stay loose".
E viene voglia di avere voglia di divertirsi di nuovo, sciogliere le spalle con un pezzo come If she wants me, che sembrano i Jackson 5, e indovinare come si riesce a fare il cucù per tutto il tempo.

domenica 26 ottobre 2003

You talk way too much

Che poi uno se lo chiede, perché deve proprio ascoltare quei dischi che ascoltano venti persone in tutto l’universo (e quasi tutte hanno un blog), e deve andare a concerti dove ci sono i soliti quattro gatti, tanto a Bologna come a Londra come a New York (almeno così mi pare, a una rapida occhiata da provinciale), e perché deve continuare ad andare nei posti che hanno tutta questa storia dietro, ma sembra nessuno futuro davanti, e perché tutte le riviste dove scrive gratis devono inevitabilmente chiudere…
perché, si chiede, perché non si può divertire come gli altri, con Papi Chulo o L’Isola dei Famosi o la Playstation…
Se lo chiede, dopo una serata così, e a quest’ora non trova risposta. E se è da solo, fa anche fatica ad addormentarsi.
La missione è terminata.

venerdì 24 ottobre 2003

Il rock fa crescere sani e forti

Il nuovo album dei Julie’s Haircut si intitola “Adult situations”, è molto bello e farà il suo debutto in società sabato 25 ottobre, per nostra fortuna al Covo. Ne parliamo con Luca G. e Laura, chitarra e basso della band di Sassuolo.


Julie's Haircut - 'Adult situations'- La prima volta che ho ascoltato il vostro nuovo disco sono rimasto sbalordito. Vi confesso un certo imbarazzo: come tutti, anch’io userò la parola “maturità” per cominciare a descrivere il vostro terzo lp. In questo disco è davvero tutto più grande, non solo il minutaggio di certi pezzi: qui si respira più a lungo, più profondamente, negli arrangiamenti, nell’accostamento delle canzoni. Forse essere adulti significa anche “trattare” la musica in maniera diversa?

Luca: La cosa che rilevi riguardo al "respiro più lungo" dei nuovi pezzi mi trova pienamente d'accordo. Si tratta di una cosa naturale, immagino. A 18/20 anni l'espressione migliore delle emozioni è quella più diretta e brutale, il rock'n'roll, ecc. Forse alla soglia dei 30 anni ci si accorge che ci sono altri modi di espressione, che in quel momento risultano essere più efficaci. Velocità e distorsioni sono mezzi certamente validi, ma col tempo rischi di rimanere assuefatto, così succede di trovarsi più coinvolti da discorsi musicali che richiedono un approccio meno diretto.

- Ho cercato di capire in cosa consistesse questo nuovo carattere, ho alzato il volume in cuffia, e una canzone mi ha colpito: “Fear don’t live here anymore” (che potrebbe essere proprio ciò che si dicono telepaticamente i due volti sulla copertina). In questa traccia ci sono archi sferzanti suonati da un quartetto: una sorpresa

Luca: La mia più grande paura riguardo questo disco è che non gli si conceda più di qualche ascolto superficiale, cosa che necessariamente porterebbe a fraintenderlo. E’ un disco "falsamente semplice", fatto di melodie semplici ma strutture complesse e oblique. Credo che il rischio, a un primo ascolto, sia di accantonarlo credendo di avere già capito dove va a parare; ma io stesso sono riuscito ad apprezzarlo appieno (una volta finito) solo al quarto o quinto ascolto. L’esempio degli archi di "Fear" è emblematico, ma ci sono altre sorprese del genere: è lì buona parte del segreto per valutarlo. L'arrangiamento di archi in sé non saprei come definirlo; a me intriga perché abbiamo utilizzato il quartetto in un pezzo molto groovy, dove ti aspetteresti tutt'altro, e invece funziona. Abbiamo fatto suonare al quartetto una parte che sembra scritta per una sezione fiati, una frase molto secca e ritmica, ma proprio il fatto che sia suonata da archi mi pare la renda più interessante. L'idea non è pionieristica, anzi: per gente come Curtis Mayfiled queste erano soluzioni più che abituali.

- A questo punto provo a lanciare anche altri riferimenti che mi sono venuti in mente ascoltando “Adult situations”: l’attacco del primo brano (“In the air tonight”), ad esempio, fa pensare a Flaming Lips e Mercury Rev; poi entrano le chitarre, la batteria... e ci sento i REM. Altri momenti (“Academy awards”) sono splendidamente pavementiani…

Luca: Quando produciamo una canzone non stiamo certo a pensare a un determinato gruppo, piuttosto si cerca un'idea di suono che sia perfetta come veste di quella canzone. Fa piacere vedere il nome del gruppo accostato a quelli di questi giganti, ma tanto vale parlare della canzone in sé e lasciare perdere i riferimenti, che nel nostro caso ormai sono stati identificati a sufficienza. Credo che “In the air tonight” sia una scelta abbastanza scomoda per iniziare un album, ma ha il pregio di mettere in tavola da subito la natura ambigua (doppia, ha detto qualcuno... schizofrenica?) dell'intero disco.

- Vi aspettate reazioni a queste “ambiguità” durante i concerti? Avete già in mente come si amalgameranno le canzoni più vecchie con quelle nuove?

Luca: Forse può esserci un rischio di fraintendimento da parte di una certa fetta di pubblico, soprattutto da parte di chi ci segue da più tempo. Daniele Rumori, invece, mi faceva notare che chi si accosta ai Julie’s per la prima volta ha molti meno problemi a lasciarsi coinvolgere. E’ presto per questo tipo di riflessioni. Dal vivo collaudiamo da tempo buona parte dei pezzi nuovi e credo che siamo giunti a una scaletta del tutto fluida. Non c'è uno scarto drammatico fra le cose vecchie e le nuove.

- Eppure, mi pare che qualcosa nel disco cambi. Credo che “The Last Living Boy in Zombietown” sia il punto di svolta: quella sua lunga coda sognante prepara a un cambiamento d’atmosfera. Infatti arriva “Skokology”, un bizzarro intermezzo, come una radio che lascia una stazione, sta cercando una nuova frequenza e finalmente la trova in “Marmalade”. Questa canzone è incredibile: sembra Beck, ma con la voce di Laura è molto più sexy!

Luca: La parte finale di “Zombietown” è una delle mie preferite dell'album. Non è stata pensata per quello scopo, ma la lettura è condivisibile. “Skokology” è un brano nato al computer, fatto di soli campionamenti. A noi piace giocare con campioni di strumenti suonati veramente, quindi l'approccio è tipicamente elettronico, ma non altrettanto i suoni. Sono contento di “Marmalade” perché rappresenta un nuovo modo per l'utilizzo della voce di Laura, così conturbante, sempre a metà strada fra animatrice di programmi per bambini e pornostar. Cristina D'Avena e Cicciolina…

Laura: La migliore definizione coniata per me da Luca è stata “una D´Eusanio in acido”, in occasione di una performance televisiva. Quindi se io assomiglio a Beck (fico!) e Bugo assomiglia a Beck, io assomiglio a Bugo…

- Nel testo di “Marmalade” si cita “un inverno del cattivo gusto”, senza più feste: diventare grandi è anche questo? Tanto che poi conclude “you have to make a scene / you are the newcomers”.

Laura: Sì, “no more parties / and whistles for me” si riferisce proprio a quelle fumose sere d’inverno (che piacciono a tutti tranne a me) in cui sembra impossibile poter trovare un modo per divertirsi. Penso che forse sono troppo vecchia, poi a volte qualcosa succede.

- L’ultimo verso del disco è un imperativo: “Jump across the line”. Un invito per tutti quelli che continuano a crogiolarsi nell’adolescenza infinita?

Luca: Noi anagraficamente siamo diventati grandi, eppure io conduco la mia vita per certi versi in maniera più adolescenziale di quando avevo 16 anni (allora ero molto più ragionevole e quadrato). Solo che ora lo faccio in modo consapevole. Da adulto puoi ancora vivere in maniera spensierata, ma non puoi più permetterti di evitare il confronto con gli altri, con il senso di responsabilità, altrimenti diventi un fantoccio. Devi prendere coscienza di te stesso e di chi ti sta vicino. Questo a volte significa anche conquistare la consapevolezza che certe persone non meritano la tua preoccupazione a tutti i costi.

- Verso la fine del disco si percepisce una tensione: un verso di “Man in slow motion” dice anche “Love is the reason”...

Luca: E’ un pezzo in cui l'emozione prevale anche sulla forma e la struttura del brano. Il fare riferimento all'amore (inteso in senso molto lato) come ragione di esistenza non è affatto detto che sia adolescenziale. L'amore rimane un elemento selvaggio, mai strutturabile, ciò che è capace di farti stare male a 13 anni come a 50. Ecco, penso sempre più spesso che la cosiddetta forza dell'amore sia meglio riscontrabile nel dolore che nella gioia. E' facile capire quando si soffre per amore, non altrettanto quando si è felici: in generale non siamo ben disposti a riconoscerci come persone felici. Nel passaggio alla maturità è sempre dietro l'angolo il rischio di perdere una certa onestà nei rapporti, tipica della giovinezza del mondo. Ma non voglio diventare rousseauiano, mi fermo qui. In fondo è solo un disco di musica leggera.

* * *


Local girl in the photograph

“Tutto ciò che vi serve sapere è nella copertina di Luca Lumaca: i due giovani adulti che vi guardano sono due nostri amici, appartenenti ad una generazione immediatamente successiva alla nostra, sono un ragazzo e una ragazza che ci ricordano tanto di noi qualche anno fa, quando il problema di dover diventare adulti si stava affacciando alle nostre vite. Non sappiamo come loro due diventeranno adulti, ma certamente sono due persone che non affronteranno questo passaggio nella maniera socialmente auspicabile”.

Così recita il comunicato stampa della nostra cara Homesleep che accompagna l’uscita di “Adult situations”. Parole piuttosto importanti, tanto che ci si domanda come i due personaggi sulla copertina se le sentano addosso. Lo abbiamo chiesto al volto femminile: Mara, componente delle Black Candy, irresistibile punk band modenese dagli imperdibili live.

Ti senti abbastanza vicina al ritratto che i Julie’s hanno fatto dei due ragazzi sulla copertina?

Direi di sì: io sono un soggetto pericoloso per la società! La pecora nera dei Minor Threat: hai presente? Sono certa che il passaggio a un'età adulta per me sarà tutto fuorché semplice e indolore. Ma va bene, perché credo che, se non fosse così, forse significherebbe essere una persona che ha poco o nulla da perdere interiormente.
Anche se queste situazioni si sono affacciate soltanto in parte nella mia vita, è inevitabile farsi tante domande. Cerco di vedermi fra qualche anno, finiti gi studi. Provo ad immaginare il mio futuro… ma è un punto interrogativo. Mi piacerebbe provare a stare fuori da certi schemi, certo. Non è facile però. Poi c'è la paura che cambino le cose… diciamo che questi problemi sono lì dietro l'angolo, molto vicini. Sono lì che mi spiano (guardoni!) e non vedono l'ora di complicarmi la vita.

Pensi che il problema di diventare adulti “nella maniera socialmente auspicabile” sia davvero avvertito, o piuttosto a un certo punto ci si lascia trascinare senza rendersene conto, le magliette dei gruppi finiscono nell'armadio e si tira fuori la cravatta?

Mah… secondo me è un problema comune a tante persone. Io spero che non tutti si ritrovino nel “socialmente auspicabile”! Non posso pensare che sia così facile sbarazzarsi di tutto ciò che si è stati per anni. Ad esempio, non credo che chi come me è stato segnato indelebilmente proprio da quelle magliette e da quei gruppi, da certi modi di pensare ed essere, riuscirebbe facilmente a conformarsi e a lasciarsi trascinare… anche se la corrente è fortissima... Per concludere: se certe cose le hai dentro e sono parte di te (penso soprattutto alla musica), quelle non si mollano tanto facilmente.
Nina Nastasia è la donna dell’anno, l’ha detto John Peel.
Tanto vale arrendersi e andarla a sentire questa sera al Covo

Talvolta per sopravvivere in certi contesti è necessario trovare la forza di ritagliarsi una propria autorevolezza in campo qualunque, il che consiste, essenzialmente, nello scegliere un argomento di nicchia con cui giocare alla roulette russa dello sparo dei nomi a caso.
Sbagli una volta e sei socialmente come morto (anche se il sesso debole parte con più vite).

Io, essenzialmente, non sono un tipo spericolato, e ho la tendenza ad evitare questo genere di iniziative. Sarei rimasta ad affogare la conversazione nell’alcolismo qualunquista, se qualcuno con velleità missionarie non avesse detto alla folla – lei è l’esperta di cantautrici, indicandomi.
La birra mi è andata di traverso, e un secondo dopo la gente mi chiedeva cosa ne penso di Laura Cantrell.

Ascoltare le cantautrici sconosciute ha un che di stilnovistico: reso formalmente l’omaggio alla Musica Indipendente (in cui rientrano a pieno titolo), puoi badare a cose più serie e vitali, tipo ai testi (spesso più interessanti, anche del loro aspetto, e questo è un vero peccato).
Le cantautrici sconosciute si somigliano tutte (anche di aspetto), per una certa naturale ruvida rusticità anche se del tutto urbanizzate. Così se parli di una puoi citare anche le altre in maniera disinvolta senza rischiare di dire vaccate.

Se ti incuriosisce Nina Nastasia, ad esempio, visto che è di lei che dovremmo parlare e non di me, gli esperti ti diranno mh, – Hope Sandoval, Suzanne Vega, Lisa Germano, Beth Orton, e tu ovviamente ne saprai quanto prima e cioè che è una donna.
Oppure ti diranno Steve Albini, il che non aggiunge niente alle informazioni precedenti, visto che Steve Albini è dappertutto.

Potrei, poi, gettare altra carne al fuoco suggerendo che suona la chitarra e che ha già fatto tre dischi (il primo per una microetichetta indipendente, la Socialist, dài), il cui solo packaging (che confeziona il suo fidanzato, dài), induce, in chi ne riveli già l’attitudine, istantanei istinti suicidi (negli altri, omicidi, che è un po’ la differenza tra chi ascolta le cantautrici e chi no).

Nina Nastasia abita in un appartamento a Manhattan, con un gatto.
Il suo ultimo disco Run to ruin (Touch & Go, 2003), si è meritato 7.8 da Pitchfork, esattamente quei 0.8 punti in più rispetto al precedente (The Blackened Air, Touch & Go, 2002 ), che voi potete leggere come cifra della maturazione della suddetta o, più semplicemente, come quota di involuzione lirica e musicale che la allontana in modo netto dalle prove precedenti aumentandone, di fatto, la complessità.
Un unico consiglio, se non la conoscete e non siete inglesi madrelingua, date un occhiata ai testi, giusto per evitare gli istinti omicidi.
Se siete presenzialisti, non mancherete, se siete donne non mancherete, in altri casi, venite disarmati. Se può interessare, credo che valga la pena di esserci.

(quanto scritto era sull'ultimo numero di ZeroInCondotta)

mercoledì 22 ottobre 2003

Elliott Smith dead at 34

Quando poi cominciano ad andarsene pure quelli più giovani di te capisci che la vita sta diventando un fottuto necrologio.

martedì 21 ottobre 2003

Voglio il tuo profumo

The Hidden Cameras - 'The smell of our own'Cosa sarebbe un'educazione, una sana adolescenza, senza certi crudi turbamenti?
Penso, ad esempio, allo sgomento di riconoscere che quella che sta per venirvi sotto la tunica da chierichetto è proprio un'incontenibile erezione pubblica. (Celebrazione sbagliata.)

Ecco, di incenso e distratta liturgia puzza questo Smell of our own degli Hidden Cameras. Di schietto sesso che straripa dal corpo e irrefrenabile felicità. Si annusa certa polvere da oratorio (dove di cartella in cartella passavano i primi giornaletti) e c'è odore di biancheria ammucchiata nello spogliatoio, dove dopo l'allenamento ci si spingeva sotto la doccia.
The smell of our own mi fa pensare a un'età dove non esistevano le "preferenze sessuali", ma solo la fame, la sete, sudore sulla pelle e canzoni che facevano correre, prese senza pensare. Mi fa pensare all'età delle cose prese senza pensare.

A voler fare i pignoli, e parlare proprio di musica, molto di questo disco lo dicono già i primi secondi della traccia d'apertura, dove un quieto e austero organo da chiesa viene circondato dagli zampilli di un'arpa che mima nella maniera più nitida ben altri zampilli, per quello che è un vero inno alle "golden shower" (tema ripreso anche dalla canzone che chiude l'album).

Ma agli Hidden Cameras piace un po' di tutto e dappertutto, tipo arrivare tardi il giorno del proprio matrimonio gay perché si è fatto mattina "fingering foreign dirty holes in the dark" (Ban Marriage: scrivetelo nei bagni della scuola) o impersonare una versione piuttosto travestita e horny della Vergine Maria (Miracle).

E poi si scopre che non c'è poesia solo nelle macchie secche sulle poltrone lerce di un vecchio cinema o nei culetti dorati: ci sono cigni che si svegliano nel mattino cantando canzoni per nessuno, ci sono ragazzi sulla spiaggia, uniti dalla felicità di essere uniti, c'è il dolore della carne e dello spirito perseguito con gioia, ci sono gay bar, strade da riempire in parate, cieli luminosi e cupi, c'è il mondo il mondo il mondo.

A voler fare meno i poeti, si rammenta che gli Hidden Cameras provengono dal Canada, che sono il frutto della follia queer di Joel Gibb (semiologo) ma che, tra album e concerti, coinvolgono una trentina di persone (musicisti, ballerini, spogliarellisti e proiezionisti).
Molti non mancano di aggiungere che gli Hidden Cameras suonano "gay folk church music" e poggiano in quel punto dello spazio indie rock dove convergono le bisettrici di Polyphonic Spree, Belle & Sebastian, Magnetic Fields, R.E.M., Smiths e forse anche Beach Boys.
The smell of our own è il loro primo disco vero e proprio, pubblicato da Rough Trade, dopo i demo raccolti in Ecce Homo (2001) e alcuni singoli pregevoli, tra cui voglio ricordare almeno Ode to self publishing - Fear of 'zine failure.

lunedì 20 ottobre 2003

Memoria Pop

Chi come noi ama Memoria Polaroid, la bellissima raccolta di articoli e saggi di Douglas Coupland, non può fare a meno di commuoversi ogni volta che vede anche solo una piccola jpeg di F-111, capolavoro di James Rosenquist.
Chi è più fortunato di noi e passa per New York da qui al 25 gennaio potrà godersi la ricca retrospettiva dedicata all'artista pop ospitata dal Guggenheim Museum.

James Rosenquist, 'F-111'

Darsi alla macchia

Ricambiamo il link (molto indiepop) gentilmente offertoci da Inkiostro, con questo vecchio gioco: "for entertainmente purposes only" :-)
E vi tocca pure di sgobbare

A cena con lui, indossando le sue scarpe, i suoi occhiali, il suo berretto, con in tasca il suo autografo e dopo essere stati preparati dal suo personal trainer.
Se siete fortunati.
Lui è P. Diddy (il modulo per partecipare è qui).

martedì 14 ottobre 2003

La musica parte e anche noi non stiamo fermi un attimo finché non ci svegliamo


 My Morning Jacket - 'It still moves' sittin here with me and mine
all wrapped up in a bottle of wine


Comincia così, proprio come volevo cominciare io poco fa (è andato tutto per aria, al solito), e non importa che sia tardi adesso, adesso che ho ascoltato la voce di Jim James attraversare tutto il South per planare in questa mediocre sera d’ottobre, adesso vorrei farti una cassetta come una volta, perché questo disco forse era più per te. Non c’entra Bruce, non c’entra Neil, non c’entra il fatto che nessuno pare abbia avuto il coraggio di dire che anche Grandaddy e Weezer hanno il loro merito nella strepitosa traccia d’apertura.

so... now are you ready to go? my lady

I My Morning Jacket te lo chiedono così, e intanto (alla Flaming Lips – e facciamo trentuno) ti promettono canzoni unicamente per cose che hanno valore: soldi, diamanti, anelli di brillanti. Soltanto una richiesta: non fare che duri più di quel che deve durare (ma intanto dura parecchio). Ti promettono storie degli anni migliori: riempiti il cuore e l’anima di birra (lacrime).

people always told me / that bars are dark and lonely

Eppure mentre stavo seduto qui non mi sembrava di sprecare tempo. E’ solo che il tempo è proprio sparito, sparito tra un sorso e l’altro del vino che mi hai portato. Eri un sogno appena prima del risveglio.
Hai sentito la sezione di fiati? Vecchi session man della Stax, garantiti. Neanche due minuti, però valevano il viaggio e il contratto nuovo con la multinazionale.

you need so much to move around on this green earth
take your money and your drugs


C’è un riverbero di un riverbero di un riverbero: ma i suoni in fondo (in fondo al fienile, in controluce) sono limpidi, distillati, puro malto. Per quanto possa esistere ancora un suono rurale, qualcosa che possa chiamarsi americano, da quel che mi è dato sapere si trova in questo disco. It still moves.

so... now are you ready to go, my lady?
I been waitin on the boat here, I been waitin so long...

lunedì 13 ottobre 2003

... e buon compleanno anche alla Matinée!

Matinée 50!Dato che Arturo preferisce passare le serate conversando amabilmente al telefono con Fab Moretti (non perdetevi il prossimo numero di Rumore!), tocca a me consigliarvi la compilation della Matinée Recordings che festeggia la cinquantesma uscita.
Per l'occasione, proprio come i cugini minori della Shelflife, anche qui i migliori artisti in forza all'etichetta di Santa Barbara si sono cimentati con le cover dei loro brani preferiti di altri artisti della stessa etichetta.
Il risultato complessivo è leggermente superiore, senza dubbio merito del migliore assortimento della "scuderia", ma alla lunga un po' meno vario e con meno sorprese.
Certo, Gregory Webster che rifà i Lucksmiths, o gli Sportique a loro volta resi dai giovani Pale Sunday (brasiliani da tenere d'occhio) sono sempre un piacere per le orecchie. Così come i momenti più delicati: ad esempio, Between Delta and Delaware degli Airport Girl sussurrata dai The Guild League, o Sunday, lovely sunday dei Melodie Group che i Fairways dipingono leggera come un acquerello.
E visto che si tratta di compleanno, c'è anche il regalo: Matinée 50! costa quanto un singolo, perché come tale è considerato dall'etichetta.
Per tutto il resto vi rimando al più competente Indiepop.it (a cui prima o poi spedirò un curriculum): a me bastano queste canzoni, un disco che nei giorni d'autunno non smetterei mai d'ascoltare.
it's no longer fun

La risposta americana a La Laura, ovvero la signorina di The Modern Age chiude temporaneamente i battenti (appena una settimana dopo che il suo blog è stato nominato dal Village Voice miglior sito della scena).
E' arrivato il content editor

Finalmente We love the city si è messo in moto: sarà la volta buona?
Lasciamo perdere i gossip su chi è e chi non è. Come credito vi basti il fatto che esordisce segnalando gli stessi due dischi che proprio in quel momento sta ascoltando FFWD nella sua cameretta.

sabato 11 ottobre 2003

Scenester

«Un paio d`anni fa convinsi mio fratello e gli amici a passare il capodanno al Covo, per il concerto di Yuppie Flu e Quickspace. Era la prima volta che ci andavo.
Arrivammo poco prima di mezzanotte, e quando l`ora fatidica scattò nessuno tra gli avventori del locale, ancora semivuoto, sembrò accorgersene. Tutti fermi, impassibili, come se niente fosse. Pensammo di avere l`orologio sballato di almeno mezzora.
Da allora, per mio fratello, la definizione di indie rocker corrisponde a quella scena».
(Valido)
Thank you for the music (5)
Una polaroid di musica in nice price


Perfect Sound Forever: What's kept you interested in doing music for so long?
Colin Newman: The fact that it changes.
Perfect Sound Forever: What have you seen as the changes that have been happening? For the better? For the worse?
Colin Newman: Better, worse? What does that mean? Too subjective. Different means different.


Wire - 'Pink Flag'Diversi lo sono stati senza dubbio, gli Wire. Formatisi in un contesto culturale abbastanza lontano da quello "di strada" dei punk loro coetanei (ed essendo pure po' più anziani di loro) pare che le prime parole pronunciate in pubblico siano state "Pay attention. We’re Wire" e che subito dopo abbiano bruciato la platea londinese del leggendario Roxy con una musica mai sentita prima. Quel brevissimo concerto gli valse un contratto con la EMI (che nel 1977 cercava ancora disperatamente di riprendersi dalla bufera Sex Pistols) e il folgorante esordio Pink Flag uscì prima della fine dell stesso anno.

Molto è stato detto di Pink flag, forse più di quanto i suoi stessi irrequieti autori avrebbero desiderato. Ma resta sconcertante quanto riesca a essere ancora oggi un pugno nello stomaco e come poi, a poco a poco, riesca a conquistare.
Prendendosi gioco di molte cose, e del punk in primo luogo, Pink flag cercava di mandare all'aria ogni convenzione, tanto quelle della borghesia britannica quanto quelle della ribellione giovanile dell'epoca. Nessun ritornello, nessuno slogan, nessun riff ripetuto più del necessario. La canzone finisce quando non c'è più niente da dire. Parole in prosa (giornali, non letteratura), pronunciate da una voce alienata, a cui si aggiungono così tante scosse in così breve tempo (21 canzoni per 36 minuti) che si resta tuttora frastornati.

Gli Wire poi hanno cambiato pelle molte volte, cercando ogni volta di andare oltre Pink flag, e questa sera al Velvet di Rimini scopriremo com'è quella nuova. In ogni caso, la bandiera rosa resterà ancora per un bel pezzo issata all'orizzone per tutti quelli che vorranno ascoltare musica.

(Ah, e se vi chiedete perché proprio una bandiera rosa, questa è la risposta più o meno ufficiale: "The pink flag itself is perhaps the most totemic of all Wire symbology being at once iconic, mysterious and arguably meaningless while giving nothing away beneath its placid exterior".)

venerdì 10 ottobre 2003

Stiamo esagerando

Il nuovo disco degli Strokes sarà suonato alle quattro del pomeriggio, per tutta la prossima settimana, in tutti i negozi della catena HMV, in tutta la Gran Bretagna.
Mancano solo i cartelli "Watch more television" e "BUY" visibili indossando occhiali neri.
Dactylo Rock

C'è gente che organizza concerti, si sbatte e alla fine fa un ottimo lavoro, per carità.
Però quando nello stesso comunicato leggi:
- "per chi nell’indie rock cerca suoni ricercati"
- "potenza sonora, ansia sonica, ricerca melodica"
- "poche band hanno fatto tanto e bene parlare di loro come *** che per la prima volta sbarcano a suonare dal vivo in Italia per presentare il loro fortunatissimo album d’esordio, quel *** che hanno regalato agli appassionati di indie rock"
- "tra le band attualmente preferite di Bonop e Morrisey" [sic]
ti viene voglia di prendere il file del curriculum e bruciarlo.
All this sounds good

Il primo disco di Spiral Stairs, ex chitarrista dei Pavement, mi fa ricordare le prime puntate di polaroid, quando Arturo sedeva al mixer e noi avevamo tre dischi (adesso ne abbiamo sei, copiati).
Ho sempre avuto l'impressione che poi All this sound gas ce lo fossimo tutti un po' dimenticato (colpa forse di Stephen Malkmus e del suo secondo album?).

Ora il nome Preston School of Industry torna a farsi sentire, e ci sono un sacco di buone notizie: nuovo album a gennaio (a cui, tra gli altri, hanno collaborato anche Wilco), concerti in giro per il mondo e ristampa "deluxe" del capolavoro Crooked Rain, Crooked Rain con aggiunta di materiale inedito.
Il nuovo singolo dei Blur

«Good Song: wrong title».
(letta su Popbitch)
Stabili, in cinquantottesima posizione

Uno spassosissimo comunicato a blog unificati annuncia il ritorno in funzione di Skip pop, il popularity index tutto italiano che alimenta i nostri sogni di vanità (la gloria proprio non possiamo permettercela).
Come ebbi occasione di dire di persona a MatteoC in quel di Viterbo: Grazie!

giovedì 9 ottobre 2003

Salta la data di Styrofoam al Covo
(potremmo chiamare Damir Ivic?)

Mi fanno notare che il calendario degli appuntamenti di polaroid sembra aver portato una certa sfiga. Da quando l'abbiamo postato è stato tutto un susseguirsi di concerti annullati e tour cancellati.
L'ultima pessima notizia è che venerdì 10 ottobre non ci sarà Styrofoam al Covo. Pare infatti sia stato annullato l'intero tour europeo. Il sito della Morr non fornisce nessuna notizia a riguardo (per quanto mostri la foto del figlio di Arne proprio in copertina), mentre nell'unica pagina del sito dell'artista belga (e sul sito del suo tour management) ci sono ancora le vecchie date.
Va bene régaz, è l'ultima volta che facciamo programmi a lunga scadenza. D'ora in avanti si procede di C60 in C60. Un lato alla volta.


ps: questo post era salito ieri pomeriggio, poi rocambolescamente era stato cancellato, su richiesta dello staff Unhip. Erano ancora in trattativa per convincere Styrofoam a fare almeno un laptop set, dato che sembrava essere la partecipazione della band il problema. Infine, ieri sera la notizia definitiva ("scazzi avuti col suo manager").
Venerdì il Covo sarà comunque aperto, con l'Uomo Dell'Anno in persona a mettere i dischi insieme a Jukka dei Giardini di Mirò (gira voce che sarà della balotta anche Dave Kulp). Come recita la mailing list, "ingresso 3 euro (manifesti di styrofoam in omaggio per spazzarcisi il culo)".

mercoledì 8 ottobre 2003

Ecco vedi

Io mi spacco la testa per capire la stessa cosa scritta in diecimila modi diversi. Ecco quello che faccio.
Il mio cervello è finito. Non scherzo: una pastiglia effervescente in acqua povera di sodio.
Anche Zadie Smith; un libro di cui non ricordo il titolo che sfogliavo ieri sera per non mangiarmi le unghie, c'era un tipo con un aspirapolvere hoover in macchina, che si chiedeva se hoover era una marca oppure una metonimia.
In realtà si stava interrogando sull'identità prima e unica Lve=Lvi.
Puoi scriverlo come ti pare ma quella è, nelle sue infinite fenomenolgie asteriscate apiciate pediciate barrate assolute.
Tu lo conosci in un modo e lui ti si presenta sotto forma di aspirapolvere hoover, tu pensi di usarlo per ucciderti, invece ci pensa lui, quando meno te ne accorgi.
Ho visto il film di woody allen che ho scoperto che si chiama anything else solo dopo aver fatto una ricerca su google, nonostante fossi stata per dieci minuti a fissare la locandina in una nube di fumo, aspettando finisse il primo spettacolo.
La scritta mi sa che è sul rosa.
Ho pensato che dovrebbe cominciare a mettere da parte un po' di film (anche untitled no. n) tipo bartezzaghi coi cruciverba, che a noi il ghilardi non piace, per il nostro tempo fatto di attimi e di settimane enigmistiche.
Film da sfogliare per urbanizzarci, tipo un village voice su cassetta, con molto più spazio alla moda e all'interior design e un quesito della susy da risolvere bevendo roiboos alla cannella davanti al fuoco.
Io, che non riesco a fare più cose in una volta, ad esempio, mi sono persa un sacco di battute utili tipo quella sul suicidio che citano tutti e che avrei dovuto inventare io, perchè mi ero concentrata sulle abatjour e le tappezzerie e sul fatto che la sirena ricci farebbe effettivamente bene a mettersi in dieta, più che altro per le braccia.
Mi sono distratta spesso, sui bicchieri colorati da cui ingurgitano litri di bevande gasate, sulle veneziane, sul copriletto fiorato e quindi adesso mi ricordo solo cose aggraziate, pret à porter da conversazione, tipo mi sono innamorato di una fumatrice e come sei ceto medio. Che però, purtroppo, non fanno ridere.
Songs that were always sung out of tune

Quattro stelle e mezzo, any "commentary completely irrelevant": Pitchfork si accorge delle "perfect pop song" dei Radio Dept.

(thanx FFWD)

lunedì 6 ottobre 2003

Happy Birthday Shelflife!

AA.VV. - 'You're Still Young At Heart' -Shelflife 50Questi sono tempi ingrati, esigenti ma spesso superficiali.
Ad esempio, quando si parla di compilation tributo e di cover, quasi mai ci si accontenta di un lavoro onesto, fatto con amore e devozione. No: si pretende l'interpretazione d'autore, il raffinato remix, il dj che rimaneggia e rimastica (arrivando al recente paradosso di Fatboy Slim, che ribalta tutto per lasciare ogni cosa com'era).
Così quando una raccolta ci offre la rilettura di 19 brani di una sola etichetta da parte di altri 19 artisti della medesima siamo pronti a dimenticarcene in fretta, decretando l'operazione fatalmente autoreferenziale (da che pulpito!).
Peccato, perché You're still young at heart (quale migliore titolo?) è un disco divertente, anche se si lascia scoprire poco a poco, colpa forse di una scaletta discutibile che infila proprio in apertura alcuni dei pezzi più deboli del set. Personalmente, al primo ascolto, ho dovuto aspettare la traccia numero cinque per rincuorarmi (Alcohol future beat degli One Night Suzan, qui ringiovanita da Den Baron).

Nato per celebrare l'uscita numero 50 della Shelflife, adorabile etichetta di San Francisco (leggetevi l'intervista a Ed sull'ultimo Indiepop.it), You're still young at heart presenta alcune band note e altre alla prima apparizione. E qui risiede la forza e la debolezza dell'operazione: chi è questa gente? Dei parvenu o delle promesse?
Alla lunga, ovviamente, poco importa: aspettando che Arturo abbia voglia di raccontarci qualcosa della compilation gemella della Matinée, godiamoci gli stravolgimenti di Lousy judge of carachter degli Shermans operata dai Daydream Cycle, o tali Sweetling che arrivano quasi a toccare territori da Morr Music, oppure i trascinanti Majestic che con un pizzico di feedback in più avrebbero fatto un gran pezzo alla Radio Dept.
Gli highlights sono numerosi, il packaging fa quasi tenerezza e nel collage potreste riconoscere proprio la vostra spilletta.
The cutest night

Vorrei potervi trasmettere in p2p lo stesso attimo di felicità che sabato sera mi ha sommerso sotto il palco del Covo.
Rivedere quei muri neri, le mattonelle rosse, quel palco di tre metri per quattro, il totem delle casse ai lati, lo stanzone buio imbottito di energia rock'n'roll grazie ai Cut, il volo da vera star del loro chitarrista che mi atterra praticamente addosso, salutare le quattro facce note della Scena e notare con piacere qualche nuova entrata di belle speranze, ballare, bere e ballare (sì, anche i Rapture)... insomma, qui le cose non vanno come dovrebbero andare (politicamente, economicamente e chissà che altro), però le magliette sudate alle quattro di mattina restano una gran bella soddisfazione, e le battute scambiate a banco sono ancora una delle cose più belle di questo locale, che è un pezzo di storia, e un pezzetto anche della mia.

(una polaroid veloce: The Great Love Sound dei Raveonettes, pista piena; Black Rebel Motorcycle Club, pista vuota)
Keep this frequency clear

Dopo il lancio di Airbag, le buone notizie continuano ad arrivare dall'etere, almeno per quanto riguarda Bologna.
SentireAscoltare ha avviato una collaborazione con Radio K Centrale e il Link Associates di Bologna.
Il nuovo programma dovrebbe muoversi su più livelli, in un continuo scambio di contenuti con il sito e arricchito dalle interviste che la Radio, il Link e SA realizzeranno congiuntamente nel corso dell'inverno. Primo appuntamento: Dirty3, Bonnie Prince Billy e Cat Power in un unica serata il 30 ottobre.
La perfezione è manierismo

"Volevo fare gli Slowdive, ma non avevo delay né flanger, nessun effetto, solo la cazzo di distorsione, e quindi niente Slowdive".
La storia di una chitarra e di molto altro.

sabato 4 ottobre 2003

Arcarsenal

La radio racconta col fiato corto una prima carica e poi una seconda di alleggerimento quasi alla fine di un pomeriggio di moderata noia.
E subito la mano corre al telefono per sentire amici che sai da quelle parti, e subito il pensiero ripete sentieri già percorsi.
Non è successo quasi niente, qui è rannuvolato, da dove sto io si vedono le forme fluide degli stormi di uccelli che si allontanano verso le colline.
Quando anche una certa ansia diventa cliché non sai proprio più cosa dovrebbe cambiare.


update: Leo qualche idea ce l'ha.
Living in a magazine

Caro Delio,
il Fan Club che hai messo in piedi funziona a meraviglia, e sono dell'opinione che tra poco avrà un bel po' di lavoro in più.
Avresti dovuto essere a Bologna questa mattina. Sono sceso presto, svegliato da tutte le campane del santo patrono. Giù di sotto, il portico puzzava di piscio e pattume, ma in Piazza Santo Stefano ogni cosa risplendeva: stavano girando un film e anche i ciottoli erano stati risciacquati uno per uno. Io sorridevo, perché avevo i miei presentimenti e la giusta luce del sole di profilo.
Sono passato dall'edicola meglio frequentata della città e poi, lì, sotto le due Torri, fermo in piedi nel mezzo del marciapiede a scaldarmi e a far luccicare le spillette, mi sono letto la recensione del Disco Del Mese. Tu sai cosa, e sai già chi.
Siamo semplici blogger come scrive, e questa cosa delle "recensioni delle recensioni" è un genere letterario che non dovrebbe nemmeno esistere. Però non si può negare il fatto che una semplice rubrica su un "futile" mensile ci abbia messo di buonumore per tutta la giornata. E non è poco, non è davvero poco.
Thank you for the music (4)
Una polaroid di musica in nice price

Television - 'Marquee moon'Giovedì non era ancora uscito Rumore e non potevo sapere che Rossano Lo Mele in persona avrebbe dedicato ai Television quattro ricche pagine di Retropolis. Io avevo scelto Marquee moon per la scorsa puntata di polaroid per altri motivi: l'aria d'avvento che si respira in giro per il prossimo disco degli Strokes mi sembrava l'accompagnamento ideale per la buona notizia della ristampa deluxe curata dalla Rhino, e che allunga di una trentina di minuti l'edizione originale (una manna, per un gruppo come i Television che ha inciso ufficialmente solo tre album).

Pensavo: ecco, se avete un nipote sedicenne innamorato degli Strokes, uno di quei giovanissimi ragazzini in cravatta stretta e All Star ai piedi che ho visto al concerto di Milano, potreste provare a regalargli Marquee moon e vedere l'effetto che fa. Cosa si prova a capire che l'urgenza dell'adesso sta tutta dentro una storia davvero lunga: "What I want / I want NOW / and it's a whole lot more / than 'anyhow' " (le prime parole del disco, da See no evil). E istantaneamente, senza nemmeno cambiarsi d'abito, si può tornare indietro di quasi trent'anni. Il luogo è lo stesso, manco a dirlo: New York.

"Confused sexual energy makes young guys so desirable. Their careless way of dressing; their strange way of walking; filled with so much longing. Just relentlessly adolescent". Stiamo forse parlando di Casablancas e soci? No, sono parole di Patti Smith per il gruppo di Tom Verlaine, scritte nel 1974.
Poi mettete tutto ciò che volete: la bellezza di quello che in inglese si dice interplay fra le due chitarre, la forma scheletrica delle canzoni ben rappresentata dalla cinerea copertina, quella voce stralunata e così influente per gli anni a venire, la passione per la poesia, cadere tra le braccia della Venere di Milo... Marquee moon è un disco da avere, un nice price senza prezzo.


ps: credo fermamente che See no evil sia tra le migliori dieci tracce numero uno della storia del rock, e probabilmente tra le prime cinque per un disco d'esordio.
Per fortuna c'era l'Airbag

Avendo studiato filosofia ho imparato quanto sia importante non avere nulla da insegnare.
Eppure, per una volta che potevo (ed ero contento di) avere qualcosa da dare, addirittura crolla l'antenna sul Colle dell'Osservanza, ammutolendo frequenze ed entusiasmi.
Un fato così stupido che non valeva nemmeno la pena prendersela. Meglio allora trasmettere, se non per l'aria della notte bolognese, almeno per la gloria.
La sfiga ci aveva tamponato e per fortuna l'Airbag ha retto bene sin dal primo collaudo. I ragazzi stavano sugli sgabelli tra i dischi impilati, le lattine vuote, il fumo, il ventilatore e i microfoni come dei veterani della radio. Per venerdì prossimo siete avvisati: dalle ventuno, sui centotre punto cento ci sono Inkiostro e Andrea ad aprire le danze del weekend.
Like a complete unknown

Perdere il conto è fondamentale, se si vuole restare dentro questi cinquanta passi di centro. Camminare con un libro in mano, come da una stanza all'altra, dalla Mercanzia al Pratello, come cercando qualcuno o qualcosa, anche solo una scusa.
Attraversare una folla vuota in flashback, sedersi a bere mentre qualcuno scatta fotografie, scoprirsi a riconoscere un profumo dietro il Palazzo dei Banchi.
Una serata esotica proprio sotto casa, inventando dettagli da guida turistica a beneficio della coppia australiana. Scaraventato lontano da tutto mentre infilo la chiave nel portone, e le spalle continuano a reggere non so bene cosa. Distinguere per un attimo la cupola di Santa Maria della Vita, solo approssimativamente, e tirare la tenda.
Fare finta di dimenticarsi delle promesse è un'abitudine condivisa e stimata.
Situazioni adulte

Julie's Haircut 'Adult situations'I due giovani adulti che vi guardano sono due nostri amici, appartenenti ad una generazione immediatamente successiva alla nostra, sono un ragazzo e una ragazza che ci ricordano tanto di noi qualche anno fa, quando il problema di dover diventare adulti si stava affacciando alle nostre vite. Non sappiamo come loro due diventeranno adulti, ma certamente sono due persone che non affronteranno questo passaggio nella maniera socialmente auspicabile.

Le parole sono di Julie's Haircut, e stanno dentro il comunicato stampa che annuncia l'uscita del loro terzo disco Adult Situations.
Spiegano molto meglio di mille trattati sulla sindrome da Peter Pan la difficoltà di crescere, indicando anche l'unica strada percorribile per farlo.

Il disco è bello, come sempre.
E come sempre c'è almeno una canzone in grado di ribaltare una giornata. Questa volta si chiama (Your Life's Highlights For The) Academy Awards .

Di loro leggerete sul prossimo numero di ZIC, poi come ricorda Amarezza venerdì 17 (un bel coraggio a scegliere una data così...) festa di presentazione e sabato 25 concerto al Covo.

venerdì 3 ottobre 2003

giovedì 2 ottobre 2003

A new start (for swinging shoes)

A proposito di concerti, Arturo Compagnoni in persona ha collaborato con la redazione di polaroid per mettere a punto l'agenda degli appuntamenti più interessanti delle prossime settimane.
Sembra un pesantissimo calendario di lavoro, un tour de force che non so se reggeremo. Potrà l'abnegazione di un pugno di blogger e semiconduttori radiofonici darvi conto di queste e mille altre avventure che li attendono (anacoluti a parte)?
Auguriamocelo: e che la Scena sia con voi.

Suggerimenti di altre date in zona sono benvenuti. Per aggiornamenti e news dell'ultim'ora, manco a dirlo, consultate l'imprescindibile Italy Gig List.

(Tra parentesi: che la nostra nuova stagione cominci al Covo, nella sua storica sede di Viale Zagabria 1, ci fa piacere, ché come tutti gli indie kids siamo dei sentimentali. Però è anche un segnale che qualcosa a Bologna non ha funzionato come doveva. Come qualcuno temeva, prossimamente su queste pagine discorsi belli tondi e ragionevoli).

02/10 THE DONNAS @ ESTRAGON
4/10 CUT @ COVO
8/10 GHOST MICE (www.plan-it-x.com) @ SPAZIO KRONSTADT (REGGIO EMILIA) // LADYTRON (dj set) @ OHM (MODENA)
10/10 STYROFOAM @ COVO
11/10 WIRE @ VELVET
16/10 LUSCKSMITHS + AISLERS SET + COMET GAIN @ LONDON SCHOOL OF ECONOMICS // GARRISON @ CONTAINER
17/10 SIN ROPAS + FRANKLIN DELANO @ COVO // PINKTRONICA: TOMMY HOOLS @ CONTAINER
18/10 WALKABOUT @ COVO
24/10 NINA NASTASIA @ COVO
25/10 (Compleanno di Mr. Homesleep :-) JULIE'S HAIRCUT presentazione nuovo album @ COVO
28/10 ERASE ERRATA @ COVO
30/10 DIRTY THREE + CAT POWER @ LINK // TERJE NORDGARDEN @ CONTAINER
31/10 ARAB STRAP + SONGS:OHIA (+ DIANA DARBY?) @ CONTAINER // THE WARLOCKS + SLEEPY JACKSON @ ESTRAGON
06/11 CANDIES @ XM24
07/11 DAMIAN LAZARUS @ CONTAINER
08/11 EL GUAPO @ COVO
13/11 PRAGUE + MOROSE @ XM24
14/11 PULSE PROGRAMMING @ COVO
16/11 THE RAVEONETTES @ ESTRAGON (in forse?)
30/11 BLACK EYES @ COVO

mercoledì 1 ottobre 2003

The weekend never starts round here

Domani sera restate pure comodi sui centotre punto cento di RadioCittà103 (che verso le dieci e mezza ricomincia anche il programma di Pierantonio Pezzinga). La data all'Estragon, insieme a quella milanese, del tour delle Donnas infatti è stata annullata a causa di una forte tendinite al polso della batterista Torry.