lunedì 31 marzo 2003

Musica di primavera (aria del nord)

A causa della nostra proverbiale inaffidabilità e della nostra linea editoriale "altalenante" (che ricalca quella umorale e scostante dei due nevrotici che siedono ai microfoni il giovedì sera, nonché quella inafferrabile e laconica degli amici che ogni tanto passano di qui e ci regalano le loro parole), nessuno verrà mai a chiederci se abbiamo "scoperto nuove band norvegesi", come capita al nostro favourite blog "about music".
Però un piccolo suggerimento proviamo a darlo, anche se barando di appena poche centinaia di chilometri: i Radio Dept. Con la caratteristica ingenuità, Polaroid scommette su questa band svedese di giovani, carini e indie pop, che pare sappiano coniugare Jesus and Mary Chain e Sarah Records.
A noi sono bastati appena una manciata di mp3, sapere che hanno fatto da spalla a Comet Gain, e qualche foto sgranata degli amici che sembrano usciti da una serata fooltribe.
Come sarà la primavera a Uppsala?


p.s.: cercando (senza troppo successo) informazioni su Johan Duncanson e soci, mi sono imbattuto nel ricchissimo It's a trap!, utile sito per sapere tutto sulla scena scandinava.

sabato 29 marzo 2003

Musica per micropolveri

E' una mattina opaca su Bologna, mi sveglio tardi e accendo la radio ancora prima di scendere dal letto per darmi una parvenza d'attività, seguo a fatica una trasmissione su radio3 mentre vago tra la cucina e il bagno. Provo a prendere un tè.
La finestra sulla città mostra una luce pallida ma fastidiosa, umida.
Su questa scena la musica di Tulsa for One Second dei Pulseprogramming si posa come polvere in un raggio di sole e attutisce i rumori del traffico lontano.

Blooms eventually, canzone posta strategicamente in apertura di disco, è una malinconica carezza in stile Morr Music, come del resto tutte le tracce dove compaiono voci, filtrate o meno. E' il pezzo più pop fra i nove contenuti nell'album. Già nella successiva Here give it to you here I’ll show you, l'atmosfera cambia e si dissolve in glitch pop più "tradizionale". Sono questi i due poli attorno ai quali gravita l'ottimo lavoro dei Pulseprogramming.

Le musiche di Stylophone purrs and mannerist blooms sono distanti e lo fanno assomigliare a un pezzo di Dntel che abbia viaggiato attraverso le galassie e sia piovuto fortunatamente sul nostro pianeta (magari dalle parti dell'Islanda, con tutti quei carillon che fanno tanto Mum).
In mezzo alla bambagia di All joy and rural honey c'è una piccola melodia ascendente di pianoforte che si ripete, avvolge e non conclude mai. Il ritmo è più frenetico ma sfuggente, puro pulviscolo sonoro. Dobbiamo aspettare Off to Do Showery Snapshots per trovare una "batteria" vera e propria, sincopata e coinvolgente. L'eco della voce sembra appoggiato lì per caso, come se parlasse a se stessa, proprio mentre le nuvole si spostano dal sole e fuori un clima pare prendere forma.

A prima vista Don't Swell Up Your Glass Pocket e Within The Orderly Life descrivono uno spazio vuoto. Solo quando cambia la luce ti accorgi che è ricco di dettagli, come in un sogno che ricordi a poco a poco. Apro la finestra per sentire l'aria ancora fredda.

Largely Long-Distance Loves ha una battuta dritta inattesa e poco efficace (soffusa ambient house per anziani ex astronauti?), forse il momento meno riuscito del disco.
O forse sono solo io che non riesco a vedere più il cielo in fondo alle colline, dove la foschia è calata di nuovo.
Infilo una maglia ma non chiudo la finestra. Giro le spalle all'orizzone ed ecco che parte lo spleen di Bless the drastic space. C'è sicuramente qualcosa di poco sano nell'apprezzare (se non addirittura "amare") certe canzoni così sconsolate, ma va così. Almeno per oggi, con questo cielo.
Chiusura con pseudo ghost-track in semi plagio dai Mum (di nuovo): trascurabile e perdonabile, dopo una mezz'ora abbondante a questo livello.

I contributi a Tulsa for One Second da parte di Lindsay Anderson dei L'Altra mi sono sembrati meno determinanti rispetto a quando li avevamo visti dal vivo e c'eravamo emozionati.
Una nota sui titoli delle canzoni, che ho ricopiato con evidente piacere: non bisogna stupirsi, dato che i Pulseprogramming nascono dalla collaborazione dei musicisti Joel Kriske e Marc Hellner con il poeta Joel Craig. Al progetto poi partecipano anche il videoartista Eric Johnson (il disco ha una sezione video) e due grafici, Hans Seeger e John Shachter (la confezione del cd si può aprire per costruire il modellino di una specie casa - su un muro corrono le ombre fuori fuoco di due ragazzini).

La mano sul telecomando cerca il tasto repeat. Resto a mezz'aria ancora un po'.

giovedì 27 marzo 2003

Black candies: pink ladies

Meno imbarazzante del previsto considerate le chiacchiere intercorse tra i ragazzi di Glamorama in un epoca ingenuamente pre-atlantide, stanza soccoritrice di infrasettimana già tiepidi di lavori incerti e cieli tersi. Ed erano ancora quei vecchi tempi in cui si ragionava di Covo club pel uichend e che sembra adesso, manco a dirlo, se non diecianni fa, molto di più che la settimana scorsa. E adesso che il mercoledì sera non esistono scuse per sottrarsi alle lusinghe del distretto dell'Arci, si traghettano le stanche membra per la pianura distesa e infinita unico spazio in cui, il profilo concreto dell'alta velocità, stagliandosi possente nel bagno di luna, sembra stonehenge.
Nei dintorni, come ovvio, tutto tace. E si badi, che non si avverte altro confine, se non il fronte d'onda delle frequenze disturbate nel passare da radio città ad antenna1.

La zona artigianale e/o florilegio di villette schierate le une accanto alle altre, teoria e labirinto di cancelletti, loggette, fili, macchinine nasconde sempre il club per il nostro nightclubbing emiliano.
Mercoledì sera al Dude di Soliera.

Il Dude è un locale in corsivo che ricorda tutto assieme la copertina del disco di L'altra, le feste nella palestra del liceo, le torte al cioccolato, le migliori birre senza schiuma dei festival dell'unità. Al Dude ci sono più macchine per la spina che gente, un banchetto del merchandising in cui volendo si può tranquillamente passare mezz'ora e congedarsi in maniera del tutto gratuita con un incantevole oggetto da aggiungere al florilegio di poster delle nostre stanzette, innumerevoli chris martin accompaganti da svariate chloe sevigny, e sosia di tour manager in veste di amici.

Al Dude suonano le black candy e pure loro c'hanno una sosia di katherine keener, simpatiche e polistrumentiste figlie di Calvin Johnson, frutti e posticipazioni culturali dell'indie rock in generale, indennizzate dal più incantevole accento modenese in falsetto mentre parafrasano gli halo benders con incommensurabile grado di autoironia, che non smetti di sorridere manco se vuoi, touch my bikini, ah-ah, indie rock is like pornography in a way, eh-eh.

E poi ci sono i red worms' farm che sono grandiosi nonché belllissimi uomini da palco, fragorose le chitarre e la batteria, il torace e le braccia, la voce contorno di uno strumentale densissimo e spossante.

Ma a mezzanotte per noi indie-cenerentole (innamorate del chitarrista, il biondo che tace) lo sbadiglio attanaglia il piglio poco prima ciarliero e entusiasta e si torna al traghetto, alla pianura, al brusio lento delle stazioni radiofoniche alla notte.
C'è bisogno d'amore, un sacco d'amore

Quando mi hanno passato Fear Yourself, l'ultimo album di Daniel Johnston c'era un certo sottofondo di sfida: un pivello come me avrebbe mai apprezzato le ballate sbilenche di una tale leggenda dell'indie rock? Avrebbe mai vagamente intuito il genio puro dietro a una così ingombrante biografia?
Non lo so: quello che so è un primo ascolto così non mi capitava da tempo. Ammetto che è stato un po' laborioso: stavo trafficando ai fornelli e l'introduzione di Now, con quell'attacco di lo-fi strimpellato e sguaiato, mi ha preso un po' in contropiede.
Non avevo problemi di vicini e ho alzato di più il volume. E di colpo, a metà della canzone, il mondo si apre, entra in scena Mark Linkous degli Sparklehorse, compagno di Johnston in questa avventura, ed è come se da una vecchia pellicola in bianco e nero tutto divenisse traslucido e si colorasse.

Effettivamente, come lo stesso Johnston racconta, lui ci ha messo una settimana per incidere l'album. Poi c'è stato un lavoro di produzione davvero ricco ("...after it was done, they took the tapes, and they had them for a long, long time. They were overdubbing, adding things, and working on it for the longest time..."). Non so come l'hanno presa i fans storici di Johnston, ma direi non troppo male, a leggere l'ultimo Rumore ;-)

Comunque, mentre apparecchiavo, continuavo a chiedermi chi poteva mai ascoltare quel disco, quel Syrup of tears così Mercury Rev solo molto molto più naif.
Ma già con Mountain Top consideravo simili interrogativi del tutto leziosi, e quando poi il lettore ha attaccato la traccia numero sei, Fish, sono esploso in un sorriso e non ho potuto fare a meno di ballare come avessi pianto fino a un attimo prima.

Fear Yourself è un album che trabocca amore: amore per una donna, per il sole, per il mondo intero.
Non è un album positivo, né un album "ottimista". E' un corpo acciaccato e dolorante che riscopre energie sorprendenti, trabocca entusiasmo ma non leggerezza. E' la quintessenza della primavera: provate ad ascoltare la conclusiva Living in for the moment, Love not dead o la citata Fish la mattina a colazione e mandate due righe a polaroid per dire quanto vi sentite bene, nonostante tutto il resto.
C'è bisogno di musica

Blogcritics ha aperto una specie di osservatorio permanente sulle canzoni di protesta contro questa guerra.
Spesso e volentieri sono piuttosto critici (non sempre le buone intenzioni producono buone canzoni), ma intanto qui e qui linkano un po' di indirizzi "utili".
Inoltre, segnalano l'iniziativa di Thurston Moore dei Sonic Youth, che ha creato la protest-records.com, dove si possono scaricare una decina di mp3 (tra cui due brani di Cat Power).

mercoledì 26 marzo 2003

Balotta update

Prendiamo dieci minuti per aggiornare la colonna qui a fianco (secondo noi, poco inclini all'efficienza, ancora il modo migliore per "aggregare" blog) e ricambiare un po' di link che ci hanno fatto piacere:

ocurrencia che c'aveva linkato (ahinoi: ormai un anno fa) contemporaneamente a Franco grazie alla Elefant Records!
quarky linkato dalle celebrità.
inkiostro che parla di musica e assai bene.
Eppoi, carini, un sacco d'altri che leggiamo con quotidiana abitudine, in ordine gustosamente aleatorio, per non dire stocastico: ioweb, immenso, visioninblue, lunaticamente, evenigs che peraltro ha pure un photoblog su Torino e sooshee un blog la cui redazione è maschio et femmina in forma di coppia.
Bombe su un mercato

Pausa pranzo con il GR3, la voce dell'eccezionale inviato Ferdinando Pellegrini è più concitata del solito: sono caduti missili su un mercato di Baghdad.

Il primo pensiero va subito a un altro mercato, più vicino (qui un ricordo di Adriano Sofri, e qui una testimonianza di segno contrario). Solo che questa volta, in qualche modo, siamo dall'altra parte.

Il secondo pensiero è che qualcuno adesso sarà "sicuro" che gli iracheni sono davvero in possesso di sofisticatissimi strumenti (russi? cinesi?) per disturbare gli intelligenti missili americani.
Un paio veloci, poi si vedrà

Dalla newsletter degli Strokes apprendiamo che i ragazzi sono attualmente in studio con il produttore Nigel Godrich (Radiohead, Beck, Pavement...): incideranno due canzoni, dopo le quali decideranno se continuare a lavorare insieme. Il prossimo album è previsto per settembre.

martedì 25 marzo 2003

Tradittori

Nonostante la traduzione italiana abbia "beneficiato di un contributo del Canada Council for the Arts e del Canadian Department for Foreign Affairs and International Trade" (come si legge dietro il frontesipizio), chissà per quale motivo il titolo di All families are psychotic, ultimo romanzo di Douglas Coupland pubblicato in Italia, è stato reso con La sacra famiglia.
Ancora voci

Dj Shadow e Zach de la Rocha insieme per una canzone contro la guerra: qui il download, giovedì sera in radio.
War Is Test of High-Speed Web

Dell'articolo non m'importa nulla ma è uno dei peggiori titoli di questi giorni.
Per fortuna qui non siamo critici

Otto errori che i critici musicali commettono spesso (segnalato da The Modern Age).
Da questa articolo sono capitato anche su Southside Callbox, istantaneamente memorizzato tra i miei favourites.

lunedì 24 marzo 2003

Dischi della domenica

Forse erano solo i postumi del sabato sera, ma con il vento che tira (solitamente contrario alla direzione della mia bicicletta) in questo clima da aquiloni non è difficile prendersi un'influenza al volo.
Così ieri, steso dal mal di testa, ho riascoltato a occhi chiusi un paio di dischi che secondo me stanno benissimo in queste domeniche pomeriggio di primavera, fredde e soleggiate.

Il primo l'avevo visto segnalato un mese fa da Palomar, blog fra i miei preferiti, che di solito si occupa di letteratura.
Dopo aver letto il suo post, quella sera ero entrato in un negozio di dischi in cui non ero mai stato, e avevo immediatamente incrociato lo stesso sguardo di occhi socchiusi sulla copertina acquerello del disco.
Non poteva trattarsi di un semplice caso, e così senza pensarci due volte avevo preso questo Renaissance di Philippe Eidel, uscito l'anno scorso e passato praticamente inosservato.
Ero stato avvertito che il primo ascolto non sarebbe stato facile, e infatti i sonetti di Michelangelo messi in musica dall'artista francese (di origine creola) non sono propriamente canzonette da fischiettare. Ma l'innegabile fascino del progetto, attraverso l'utilizzo di suoni ruvidi e discontinui per rendere l'atmosfera del sedicesimo secolo, oltre all'apporto delle voci di Vinicio Capossela, Lucio Dalla e Lucilla Galeazzi (cantante e ricercatrice di musica popolare), poco a poco si insinua nell'ascolto. Un'esperienza direi unica, nel mio personale e modesto panorama sonoro, anche se non sarà facile passare un pezzo in radio.

Il secondo disco, più in linea con il mood phighetto di polaroid, è quello di Carla Bruni. Lo ammetto: era più scontato che una bella modella dalla voce seducente in compagnia di una nuda chitarra acustica e qualche sigaretta fosse capace di alleviare un mal di testa, ma ho suonato e risuonato Quelqu'un m'a dit (che, mi accorgo ora, è stato pubblicato in Francia dalla stessa etichetta di Philippe Eidel, la Naive) fino a sera tardi senza stancarmi.
Quella meno riuscita fra le dodici canzoni dell'album mi pare sia proprio l'unica che già conoscevo (ehm, la cover di Gainsbourg io proprio non l'avevo riconosciuta): ovviamente la versione francese del "Cielo in una stanza". Perché ha sentito il bisogno di modificare le parole cantate in italiano della seconda parte? Certo, a una come la Bruni si perdonano questi e altri capricci, e in radio, dopo la rubrica dell'aperitivo de La Laura, ci starà proprio bene Le Toi Du Moi.

Ma ormai la domenica è passata, e la primavera ha bisogno di altra musica. Vi anticipo che ho voglia di sentirmi molto twee...
Appena arrivata

Mentre facevo login su blogger ho avuto l'onore di incontrare Phoebe Caulfield.

venerdì 21 marzo 2003

Primo giorno di primavera, secondo di guerra

Strana cosa avere un blog in questi giorni. Prima ti scrive un amico dalla Palestina, poi un altro direttamente dal palazzo di vetro dell'Onu e, nel mezzo, ti arriva da Roma un bellissimo disco nella carta delle mele.
A New York per noi c'è Ugo, che magari avete già sentito dai microfoni di polaroid e che potete leggere anche su Media Activism.
Ha aperto un blog proprio in faccia al Consiglio di Sicurezza e contrabbanda spillette insurrezionali: non perdetevelo.

Noi ieri sera, come sempre in ritardo, purtroppo non siamo riusciti a suonare The price of oil di Billy Bragg (qui il testo, insieme a tutte le altre canzoni del cd di Peace Not War): rimedieremo la prossima settimana, oppure sul nuovo Nastrone che prima o poi faremo.

Intanto ci piace segnalare la presa di posizione di Evan Dando, leggermente più decisa di quella di Stephen Malkmus (anche sul Seattle Weekly).

giovedì 20 marzo 2003

Siamo qui in radio, non c'è nessuno

Siamo venuti a trasmettere la nostra oretta di polaroid.
Profeticamente (anche se con il senno di poi non era necessario essere aruspici) Massimo Gramellini scriveva sulla Stampa di martedi 18:
Per cui, ci risiamo. Il discorso del pastore evangelico Bush e gli ultimi giochi arabi delle tre carte, poi arriveranno i lampi verdi della contraerea nella notte, i domatori televisivi con la faccia di circostanza e il nulla da commentare agitandosi di continuo, le immagini dei buoni e dei cattivi montate secondo convenienza per suscitare compassione od orrore, angoscia e paura smerciate come un dovere civico a cui è impossibile sottrarsi.
Inutile dirlo: una grande amarezza.
Noi stasera siamo stati in radio, con la radio disertata, tra televideo e sensi di colpa e responsabilità pendenti. Tutti sono in piazza sui gradini di San Petronio, o a casa stanchi dopo una giornata di diretta con Radio Gap, oppure in bicicletta a fare Critical Mass (alla faccia del tendone di fastweb).
Noi in radio: polaroid fa la sua parte. A corto di parole, la cosa che meglio ci riesce, mettere dei dischi.

mercoledì 19 marzo 2003

Falling into place

Take me to those places that I've never seen it might make me that person that I've never been it might make me that friend that you have always wanted, yet you've never had.

uno. il packaging: l'arte di confezionare impegno-pazienza-senso del bello. nelle copertine dei cidi fatti in casa che necessariamente subentrano alle cassette relegate in altre cassette o intravedi scappar fuori da cruscotti fatte di polvere e sbiadito inchiostro di bic.
Bene. Quasi niente va particolarmente bene, ma: trovare qualcosa nella buchetta ha la bellezza del lavoro che ci sta dietro. L'incantesimo di qualcuno che ha comprato un bollo prioritario, come fosse un mazzo di fiori, qualcuno che ha passeggiato fino alla posta, ha scritto il tuo nome da un lato e il suo dall'altro di una busta imbottita facendo attenzione a non sbavare.
Adesso la busta sta nella tua buchetta, riconosci la grafia. E dentro c'è: il cidi sottile con la carta da pacchi di una cassetta (nuovamente) di mele, un autore:un titolo, centrato stampatello sulla prima di copertina, la tracklist sulla seconda, che scansa la mela rosa appoggiandosi a destra.

due. dentro. dentro c'è falling into place di Komeit, che non è molto diverso da questo.
E' semplicemente la cosa nelle cuffie di qualcuno che esce di casa a comprare fiori e bolli prioritari, Chris per Julia, e viceversa, la storia dell'incanto nella semplicità di un gesto. C'è il tempo, rarefatto e dilatato, che traduce qualsiasi presupposto metereologico in clima benevolo e disteso. C'è la contemporaneità traslata e rallentata che somiglia alla sequenza rilassata di un battito sottovoce. Strumentale è la passeggiata, la voce la scrittura, che rimbalza nelle cuffie, mentre tutto il resto, quello che è fuori, è fermo o, se si muove e veloce, in silenzio.

(infinitamente grazie a Chià).



lunedì 17 marzo 2003

Una lettera

Forse a qualcuno non sembrerà il modo migliore per cominciare la settimana, ma Alessandro è un nostro caro amico ed è là.
Ogni volta che riesce a scriverci ci sembra un po' un piccolo miracolo.
Un abbraccio Latta, fai attenzione, abbiamo voglia di rivederti presto.


«Rachel ha 23 anni, viene da Olimpia (Washington, USA).
Ha capelli biondi e occhi fissi di fronte a sé, parla con tono monocorde e un ritmo lento e costante, tanto che quando l'ho conosciuta, il mese scorso a Rafah, ho pensato che avesse accumulato un po' di stanchezza. Invece mi dicono che questo è il suo modo di fare, una determinata lentezza.

È carina, Rachel, le ho promesso un piatto di pastasciutta; niente carbonara però: è vegetariana.
È a Rafah insieme a un gruppo di compagni dell'ISM, International Solidarity Movement, per condividere la quotidianità dei campi profughi e protestare contro le azioni militari che ogni giorno violano i più elementari diritti umani.

La settimana scorsa sfoggiava i suoi capelli sciolti al vento, e mi ha fatto piacere vederla senza il fazzoletto che portava in testa per facilitare il contatto con la gente di Rafah e vincerne la diffidenza.

Rachel è morta questo pomeriggio, schiacciata da un bulldozer mentre si opponeva all'ennesima demolizione di una casa palestinese.

Alessandro»

sabato 15 marzo 2003

Ragazzi carini con la chitarra

Allo scopo di prepararmi adeguatamente alla trasferta riminese di questa sera ho fatto due cose: per quanto riguarda i Flaming Lips ho riletto il paginone sull’ultimo numero di Zero in Condotta intitolato "Paper Zaireeka".
Qui, grazie alla supervisione di Sergio "Bradipofilm" Palladini, quattro articoli sulla band di Wayne Coyne sono stati disposti su quattro colonne e (con un po’ di immaginazione) si possono leggere sia in orizzontale che in verticale.
Un po’ come il disco del 1997 della band Oklahoma City.

Per quanto riguarda Brendan Benson, che aprirà la serata, ho invece fatto le cose più seriamente: mi sono fatto assumere come tecnico riparatore in una nota compagnia telefonica della California del sud.
L’idea era di portare il Ford Transit blu fino a San Diego alla prima occasione e verificare così di persona se Lapalco, il buon album uscito ormai dodici mesi fa, funziona nel suo contesto quasi ideale (anche se dovrebbe commemorare il ritorno alla casa natale di Benson, Detroit).

La partenza in tarda mattinata è stata delle migliori, Tiny Spark è uno di quei pezzi capaci di far decidere al sole di uscire in una giornata nuvolosa e incerta sopra la Santa Ana Freeway. Peccato che subito dopo, appena comincia Metarie, una ballata quanto meno prematura, mi trovo bloccato nel traffico senza via di scampo. Fischietto un John Lennon guardando fuori dal finestrino l'asfalto che si scioglie.
Qualcosa comincia a muoversi con Folk singer e scarto verso la costa. Batto il tempo sulla portiera.
La strada fila via liscia e il sole a picco mi invita a fare una sosta per un hamburger. La radio nel ristorante suona il mid tempo di Life in the D mentre la cameriera sparecchia il mio tavolo e mi chiede se voglio altro caffè. Il pomeriggio parte bene con un'infilata di pezzi finalmente senza esitazioni, Good to me, You're quiet e What, che sfruttano al meglio le melodie pop di Benson arrangiandole con qualche tastiera non troppo invadente. Tutto molto adolescenziale, a dire la verità, ma se tenuto come fm di sfondo suona piacevole e, per così dire, funzionale.
Sono ormai uscito dalla contea di Orange, e le successive Eventually e Pleasure seeker mi confermano che, nonostante si possa affermare che ci muoviamo in un territorio rock classico, "Lapalco" ricorda più i Beatles che gli Stones, più i Byrds che gli Eagles. Il Golfo di Santa Catalina alla mia destra si colora nel tramonto di Just like me e San Diego mi accoglie sulle note di Jet lag, un pezzo per sola voce e piano elettrico che ricorda proprio la sigla finale di qualche telefilm e che purtroppo si apre quando ormai i titoli di coda sono passati.

Il caro Brendan è fatto così: un bel ragazzo con la chitarra, una storia non felicissima alle spalle (oh sì, dev'essere dura quando le major non promuvono abbastanza il tuo esordio discografico) e un sacco di buoni amici nell'ambiente.
Merita l'ascolto e il viaggio, quattro chiacchiere e una birra se vuoi, ma ora è tempo di volare indietro sull'altra costa, quella adriatica. Mollo il furgone alla filiale e punto diritto verso Rimini, dove Benson sarà l'antipasto per lo spettacolo, che mi auguro ben più sostanzioso, dei Flaming Lips.
Per trenta centesimi (il valore di D), puoi scoprire che alla fiera di milano fino al 24 marzo c'è il photoshow dove tra il resto potete ammirare un sacco di cose su gli usi e i costumi della Polaroid e Polaroid scostumate.

venerdì 14 marzo 2003

Tra la Via Emilia e il Loollapalooza

Ieri sera Fabio e Arturo, back from Frisco con una quantità di dischi, hanno raccontato in radio la loro settimana al NoisePop.
In mezzo a tutte le cose splendide che hanno lasciato noi pivelli a bocca aperta (ok, quello de La Laura forse era uno sbadiglio, ma è solo perché giù al Laboratorio fanno gli after hours pre tesi), si diceva che, anche negli States, a certi concerti ti ritrovi in mezzo alle solite duecento persone, nemmeno fossimo al Covo.

Mi è venuto in mente che una cosa simile l'avevo provata anch'io, quando un paio d'anni fa avevo compiuto il mio unico viaggio da indie kid: di corsa fino in Scozia per il concerto della stagione e poi ritrovarsi in un posto che sembra l'Estragon (e più o meno con la stessa gente).
È che ogni tanto non ci si rende conto della bazza che può essere stare da queste parti se ti piace certa musica (crescere tra la pianura dell'arci e la valle degli univesitari - da cui poi, certo, qualcuno se ne va con le scatole giustamente piene). I concerti che vai a vedere in qualche festival in giro per l'Europa d'estate spesso te li ritrovi spalmati nei mesi successivi tra Bologna, Reggio e la Riviera. Me lo diceva già qualche anno fa Damir (lui ora se ne sta in uno dei club più cool del continente) e ancora oggi a volte ti accorgi che è proprio così. Non ci si rende conto e si fanno scelte che pare difficile spiegare.

Ad esempio, questa sera mi sento troppo pigro per rispondere a un pur gradito invito addirittura per un concerto-evento di RZA in quel del Link (attendo però la competente recensione da Frederic).
Ripiegherò su un più "domestico" Circolo Atlantide che offre il postpunk degli italici Red Worm's Farm (supportati dai Tragedy of a better tomorrow, di cui nulla so, ma che dal nome mi aspetto piuttosto emo). Un po' perché sono curioso e mi va di supportare l'Atlantide Occupato, un po' perché i Red Worm's sanno offrire live compatti come pochi (inguaribile snob).
Forse però, sotto sotto, c'è l'inconsapevole pensiero che "tanto è qualcosa del Link" (ma si potrebbe dire Maffia o Velvet o Vox), tanto è qualcosa che "è lì", ci vai in bicicletta se hai voglia, altrimenti sarà per la prossima volta, che tanto una prossima volta c'è sempre.
Stiamo in provincia, ma disponiamo e decidiamo come se fosse il centro del mondo.
Mi ci vuole un viaggio.
Was boredom the problem?

Sta per uscire il nuovo album di Evan Dando, Baby I'm bored, e Luca Sofri segnala una bella intervista sull'Observer. Aggiungo anche questa apparsa sullo Scotsman (molto a proposito di "loads of drugs"...).
Sul sito ufficiale si possono già ascoltare le canzoni in real audio. Qui invece trovate un sacco di mp3 di robe rare (compresa la collaborazione con gli Oasis).
Il bello dei blog

Ieri polaroid è stato citato in un Blob of the Blogs curato da Sooshe, che non conoscevo.
Così finisco sul suo blog e mi metto a leggere (se ho capito bene anche loro sono almeno in due) e trovo subito questo link interessante per scaricare gli album dei Weezer via ftp :-)

giovedì 13 marzo 2003

Poi dice che non parliamo mai di politica (2)

Non sarà raffinatissima, va bene, ma i Beastie Boys hanno scritto una canzone contro la guerra che si può scaricare gratuitamente (qui il testo).
Magari stasera la passiamo in radio :-)
Esco e non mi trovo (poi dice che non parliamo mai di politica)

Effettivamente in città prima c'era stato anche qualcosa di più interessante.
Stavo cenando con l'orecchio a Radio Gap e se aprivo la finestra arrivavano gli echi della piazza.
Ero d'accordo, ero distratto, dovevo anche copiare qualche cd.

Poi, tra un collegamento e l'altro con i diversi cortei che si stavano raggiungendo (e in mezzo a molta musica discutibile), Radio Città del Capo ha messo Teenage Riot dei Sonic Youth. Non so, credo che se facessi una classifica delle migliori canzoni che aprono gli album, questa sarebbe tra le prime cinque.
Mi sono visto lì, pallido cervello in pantofola, potevo toccare la strada allungando la mano e invece l'ascoltavo alla radio.
Allora ho preso chiavi e telefono, mi sono infilato al volo la giacca scendendo le scale e sono uscito dal portone. Fuori si era alzato un vento freddo. Ho camminato svelto, intravedendo qualche drappello della Critical Mass di ritorno.

Ma la voce dei Sonic Youth era finita e quando sono arrivato in Piazza Otto Agosto ho trovato solo i Modena City Ramblers.
D'accordo, c'erano diverse altre migliaia di persone, ma lo cosa ormai mi aveva smontato. Certe volte alla radio sembra tutto più bello.
Provo a prendermi

E anche se alla fine sono andato al cinema da solo, non mi sono sentito così solo, insieme alle favole di Spielberg, a Di Caprio che per la prima volta non ho trovato antipatico, a un grandissimo Walken (sempre più astratto), a un Tom Hanks di routine.
Prova a prendermi è una commedia dannatamente brillante con il finale tristissimo che non ti aspetti (macchina da presa che si allontana e scritte sovrimpresse per dirci cosa sono diventati i protagonisti dopo, come se essere arrivati a quel punto - "milioni di dollari" suona come una condanna - rappresentasse l'essenziale).

Giona A. Nazzaro sull'ultimo Rumore vede in questo in questo film una metafora della parabola cinematografica dello stesso Spielberg (sarebbe di un masochismo inquietante), ma per restare a livello entertainment ci si sazia ampiamente, e con un malloppo di ottime canzoni per un'ambientazione cocktail impeccabile.
E le poltrone del Capitol che si trasformano in capienti divanetti sono una pura figata anche se - preoccupante circolarità del discorso - si è da soli.

mercoledì 12 marzo 2003

La finestra di fronte

Il comune di Bologna distribuisce un piccolo opuscolo intitolato: La sicurezza in tasca, tutti i consigli per vivere sicuri.
Il primo (sezione in casa) dice:
"Cerca di instaurare un buon rapporto con i vicini di casa. Annota le loro abitudini e chiedi loro di fare altrettanto."

Andiamo bene: spia i tuoi vicini, dannato voyeur, magari tra loro ci scopri un Raul Bova.

lunedì 10 marzo 2003

Musica di primavera (preview)

Wow! È uscito il nuovo album delle nostre beniamine All Girl Summer Fun Band: non temete, ce lo procureremo al più presto :-)

E buone notizie anche per chi ama i Lucksmiths: il nuovo album Naturaliste uscirà il 7 aprile, giusto in tempo per il decimo anniversario della band.

Intanto, per quelli che passano di qui cercando su Google notizie dei Pulseprogramming, il disco arriverà nel negozietto più cool di Bologna proprio il primo giorno di primavera e c'è già una copia prenotata a nome polaroid (anche se il solito Pitchfork gli assegna solo un 6,4). So, stay tuned!
STARDUST PAVEMENT

NoisePop 2003Sotto la giacca nera Stephen Malkmus veste una camicia bianca, sbadatamente infilata a metà nei pantaloni neri. Tra giacca e camicia un pullover senza maniche rosso.
Il concerto parte veloce con Jenny and the Ess Dog, ed allinea equamente le canzoni che abbiamo ascoltato nel suo primo cd e quelle che ascolteremo in Pig Lib, nuovo disco in uscita a metà marzo. Malkmus è moderatamente allegro, disponibile e ciarliero. Alcune canzoni nuove sono molto noiose, prolisse e piene di assoli di chitarra.

Il locale dove ha suonato il primo concerto di presentazione del nuovo disco si chiama Bimbo’s 365, sta a San Francisco ed è splendido come tutto ciò che abita in questa città.
Le prime due recensioni di Pig Lib che mi sono capitate tra le mani (Uncut e Rumore) sono positive, io pur avendo da tempo a disposizione una copia promozionale del disco ho bizzarramente scelto di non ascoltarla prima del concerto, dunque per il rispetto che nutro nei confronti di tutto ciò che riguarda i Pavement mi riservo un giudizio futuro.
Però la sera di martedì 25 febbraio, a migliaia di chilometri da casa, Stephen Malkmus mi pare un milione di miglia lontano da me.

Scott Kannberg indossa un maglione girocollo di lana ed un paio di jeans. Lo incontriamo casualmente in un altro locale magnifico, il Great American Music Hall la sera in cui il rock’n’roll di Detroit ribalta il Noise Pop con i concerti di Kirby Grimps, Sermon, Von Bondies e Dirtbombs.
Ci saluta e chiacchiera amabilmente con noi, pare che il tributo ai Pavement uscito per Homesleep gli sia piaciuto parecchio.

Alle sei della sera dopo lo ritroviamo su una sedia imbucato in un angolo del Parkway a suonare da solo le canzoni dei suoi Preston School of Industry ed alcune cover, tra cui Golden Brown degli Stranglers.
E’ venerdì 28 febbraio e siamo sempre a migliaia di chilometri da casa ma Scott Kannberg è vicinissimo, come un amico che incontri tutti i fine settimana al bar del tuo locale preferito.
"Malkmus wasn’t much good at writing big catchy choruses"...

In attesa che i maestri di ritorno dal NoisePop ci raccontino del concerto di San Francisco, rimbalzo doverosamente da FFWD la divertente intervista a Stephen Malkmus sul Times.

Tra le altre cose: “People have spent time with Pavement lyrics trying to make connections — and they exist — but I didn’t spend as much time with it as they spend. Most of the stuff I do is not very thought out — image or vocals.”
... e-ehm...
Caro amico ti scrivo

Postal Service - Give up (Sub Pop, 2003)Il primo disco del 2003 che mi ha fatto pensare: “questo a fine anno ce lo troviamo in classifica dappertutto” è stato Give up dei Postal Service (Sub Pop). Si accettano scommesse.

Ben Gibbard, voce dei Death Cab for Cutie, aveva già collaborato con Jimmy Tamborello per la traccia “(This is) The dream of Evan and Chan” contenuta nell’album a firma Dntel Life is full of possibilities (Plug Research, 2001).
La cosa divertente è che i due si erano conosciuti per caso, grazie a Pedro Benito dei Jealous Sound, amico di Gibbard che divideva l’appartamento con Tamborello. Insomma, la solita vita da fuorisede tra Los Angeles e Seattle.

Quella fortuita collaborazione era riuscita così bene e spontanea che i due hanno cominciato a scambiarsi altro materiale per posta (ecco perciò, senza troppo sforzo, il nome).
Mi sembra giusto sottolineare che si spedivano fisicamente cd, e non allegati via posta elettronica. Da qui, un tipo e un ritmo di lavoro che probabilmente ha pochi precedenti: sul paio di tracce che ogni due mesi Tamborello inviava, Gibbard interveniva con un po’ di taglia e cuci, aggiungendo testi, voce e chitarre. Si eliminano del tutto le tensioni che nascono all’interno delle band, i ruoli si dissolvono, scompare lo stress della sala prove.

Forse è anche per questo che “Give up” gode di una atmosfera leggera e di un senso di freschezza anche nelle canzoni meno ballabili e più introspettive. In questa primavera che già si annusa, pezzi come Clark Gable, Brand new colony o il singolo Such great heights suonano semplicemente irresistibili.

Tamborello prende le cose meno melense del suo precedente progetto Figurine e quelle più pop di Dntel per confezionare idee di canzoni che rimandano agli anni Ottanta dei vari Pet Shop Boys e Human League (vi confesso che stavo anche cercando Ping Pong di Plastic Betrand per fare qualche confronto).
Dal canto suo Gibbard mette melodie emotivamente appropriate e una voce impeccabile e smagliante che, per il modo in cui si appoggia pulita sopra la tappezzeria elettronica danzereccia (vedi l’iniziale District sleeps alone tonight), fa venire in mente com’è ovvio i Notwist (anche se con molto più divertimento) e che credo rimandi direttamente ai New Order.
Inoltre, in un paio di felici episodi la voce di Gibbard può contare sul contrappunto femminile di Jenny Lewis (dei Rilo Kiley) e di Ken Wood (dei Tattletale).

Tra i punti deboli dell’album, c’è stato chi come Pitchfork ha segnalato la discutibilità di alcuni testi (soprattutto in confronto a quelli dei Death Cab for Cutie). Ma c’è stato anche chi come Sno-Cone li ha difesi esplicitamene per il loro spiccato carattere “emo” : «There are loads of 14-18 year old indie/emo kids out there who need something to listen to, right?»

Infine, nel cd che ho per le mani sono presenti anche le b-sides del singolo: una semi-natalizia There’s never enough time, e due ottime cover dell’album opera dei compagni di etichetta The Shins (We will become silhouttes diventa uno scanzonato unplugged da cantare in coro) e Iron And Wine (che trasforma Such great heights in una toccante ballata folk).

Ascolto dopo ascolto "Give up" migliora, e dopo due settimane voglio sbilanciarmi: se Postal Service non entrerà nei primi dieci dischi del 2003, vorrà dire che è stato un anno fenomenale per la musica.

domenica 9 marzo 2003

Vedo doppio

C'è un po' di casino con il template qui sopra, ho controllato su status.blogger.com:
"A new server was brought online for BlogSpot which was causing problems with double banner ads in basic BlogSpot blogs.
If you are seeing this, please try republishing".

Beh, régaz: è arrivato Google...

venerdì 7 marzo 2003

Concerto per Emergency

Riceviamo da Simone e pubblichiamo volentieri (anche perché qui in zona questo fine settimana la scena non offre molto altro)

«Purtroppo non riuscirò a fare questa comunicazione in tempo causa trasferimento del mio hosting (ho il backup del sito su a Milano e qua a Modena son completamente bloccato). Se riuscite a trovare un piccolo spazietto sul vostro blog per questa iniziativa ve ne sarò eternemente grato.
yoyoyo
Simone


Domani sera a Marano (3km dopo Vignola), in provincia di Modena, al Centro Culturale:

ALTRO (LOVEBOAT-PESARO)
DISCODRIVE (LOVELY ALICE-TORINO)
CUT (GAMMAPOP-BOLOGNA)
CAPITOL CITY DUSTER (DICHORD-WASHINGTON DC)

INGRESSO 5 EURO A FAVORE DI EMERGENCY
Inizio concerti ore 21.30
Film reportage sull'Afghanistan ore 19»
post scriptum

Poi per forza in serate come questa qui sotto uno finisce a dire cose così :-)
(ma davvero ero io Frederic?)
Polaroid from the Covo (ebbene sì, ancora...)

covo cover art :-)Grazie a Cesare e al suo infaticabile lavoro di multiblogger, finalmente anche noi pivelli abbiamo dato il nostro contributo al progetto collettivo Arte del Nastrone (di cui ci lusinga essere stati tra gli ispiratori).

Qui potete trovare il nostro personale ricordo di tutte le serate che abbiamo ballato in quel primo piano di Viale Zagabria 1.
Forse la scaletta non sarà troppo sofisticata, ma ha ricevuto l'approvazione del Ginka, storico dj residente del Covo (nonché voce istituzionale di Radio Città) e non nascondo che la cosa mi ha fatto piacere.
I commenti traccia per traccia che Cesare ha pubblicato provengono da una mia concitata mail spedita a tarda ora, la sera che mi ero messo a registrare il nastrone. Ammetto che sono "un po' emotivi" e scritti maluccio (mi sembrano quasi buttati giù proprio dopo una nottata a ballare con gli altri), ma adesso ho proprio voglia di una festa.

giovedì 6 marzo 2003

Tonight, I turn my radio on...

Qualche giorno fa EmmeBi mi ha invitato a ripensare alle “radio che ci sono rimaste addosso” in questi anni.
Nel suo post erano raccontati gli ultimi tre decenni della radiofonia italiana: ancora una volta non ho potuto fare a meno di sentirmi dannatamente tagliato fuori. La mia infanzia agreste, tra le altre privazioni, mi ha inflitto anche quella dalle frequenze giuste.

Crescevo lontano dalla Bologna delle radio libere (e in ritardo per quelle storiche), e lontano da Modena, che vantava una tradizione rockettara in fm di tutto rispetto.
Non ero nemmeno abbastanza vicino a Ferrara, dove nei negozi in cui mi portavano a comperare i vestiti si poteva ascoltare la radio di quelli che ci sarebbero stati il pomeriggio alla tivù: Cecchetto, Linus, Jovanotti…

Abitavo pure distante da quel mio amico che aveva cominciato a comperare dischi prima ancora di possedere uno stereo (lui poi è diventato un dj davvero, e adesso gira per gli aeroporti con la record case tutta appiccicata di adesivi), così ci sintonizzavamo su piccole radio locali, quelle che la mattina magari trasmettevano liscio, e cercavamo programmi di dediche e richieste per salutarci a distanza e registrare nastroni: la prima canzone memorizzata sulla prima cassetta che mia sorella mi regalò (una sony arancione) temo sia stata proprio “Self control” di Raf…

Purtroppo non ho quasi nessuna memoria radiofonica interessante fino alle superiori inoltrate, quando una sera d’inverno, nella macchina di un’amica già dotata di patente ma non di autoradio con mangianastri (o meglio, aveva ancora le Stereo-8!), mi misi a girare tutte le stazioni per cercare qualcosa di decente.
La folgorazione arrivò su una gracchiante “All over the world” dei Pixies. Non avevo mai sentito nulla di simile.
Non so se era Planet Rock oppure già Suoni&Ultrasuoni, so che da allora cominciai a intuire vagamente che la musica era una disciplina complicata, che c’era una storia, che c’era un sottosuolo importantissimo e vasto oltre i video che potevamo vedere. Nessuno me lo aveva mai raccontato.

Poi arrivò l’Università. Credo di essere fortunato: la radio “che mi è rimasta più addosso” è proprio la stessa dalla quale ora trasmetto, Radio Città 103 (il nuovo sito è ancora in costruzione, e forse ora darà il suo contributo anche il blog veterano Valido).
Certo, a Bologna c’erano anche Radio Città del Capo e Radio K; ma la prima ha sempre avuto un’aria troppo “professionale”, mentre la seconda risentiva di intere ore di silenzio durante le quali chi stava trasmettendo era probabilmente troppo fumato anche solo per premere play.

Ricordo invece che Radio Città l’accendevo appena entravo in casa (anche allora non avevo la tivù) e c’è poco da dire: eravamo proprio sulla stessa frequenza.
Eppoi la musica che trasmettevano un paio di sere la settimana certi tipi che sembravano molto competenti ma anche molto simpatici mi sembrava uscire da un altro mondo.
Non conoscevo ancora la parola “indie” e mi incantava la pronuncia di “dinasaugggiuniar” di Linda. Quelle sere non uscivo: c’era il mio programma preferito alla radio.

Ammetto che, ancora oggi (Radio Gap a parte), notiziari e manifestazioni si riesce a seguirli meglio su Popolare Network, e che quando Radio K trasmette un nastrone mi fermo sempre con piacere, ma ormai il primo amore non si scorda più: quel caldo, confortante mono sui centotre e cento, che ogni tanto sentiamo anche un po’ nostro.
Stasera tra gli altri ospiti, avremo proprio Alberto Simoni, storico dj del Covo e se non ricordo male prima voce della radio a materializzarsi davanti ai nostri occhi di sbarbi: alle venti, non mancate :-)

mercoledì 5 marzo 2003

Oggi digiuno (e non tocco alcool)

C'è un sacco di musica che ci aspetta, ci sono un sacco di nuovi link di blog che vorrei ricambiare, ci sono un sacco di libri che vorrei almeno finire prima di citare, magari a cena con chi so io o camminando in un bosco in montagna, e soprattutto c'è la primavera, la primavera che sta arrivando, fuori di qui, a un metro da questo monitor.
E invece sono in riunione: parola del giorno: "notiziabilità"...

sabato 1 marzo 2003

Pivelli indie

Lo so, non diventeremo mai le sottocelebrità che vorremmo davvero essere se ancora ci strappano un sorriso avvenimentucoli di questo genere che capitano agli amici.
La Homesleep però passa due volte nel giro di una settimana su Dispenser e a noi fa sinceramente piacere :-)
Prima per il doppio tributo ai Pavement (citato con "We dance" dei Perturbazione), poi per il nuovo eccezionale album di Yuppie Flu.
Interferenze sentimentali

Poche cose sono più tristi di Lost Cause di Beck.
Una di queste è guidare ascoltando Lost Cause di Beck, allontanandosi dalla città mentre la radio perde il segnale senza speranza, tra crepitii, scoppi, voci e silenzi.
E la campagna intorno sembra la copertina del disco dei L'Altra.
oh baby... fffzzz... baby I'm a lo... grgrgrgr... tired of swswsw fighting... zzzz... cause...
Saldi

Lo fanno i blog mainstream, come Gnu Economy o Luca Sofri (in data 26 febbraio), lo fanno a volte anche quelli più user friendly, come EmmeBi o Franco (che a dicembre proponeva addirittura la nomination per la migliore chiave di ricerca dell'anno), e oggi lo facciamo anche noi: insomma tutti controlliamo, magari con discrezione, cosa ci dice il Contatore lì in basso.
Quante persone passano di qui, quando, da dove vengono e cosa stanno cercando: sì, il Contatore pare un aggeggio piuttosto filosofico.

Solo poche settimane fa Blog.it mostrava come l'interesse per i blog stesse crescendo, Sofri invece parla già di "sboom" degli accessi, e EmmeBi ipotizza che i lettori dell'ultima ora, incuriositi da giornali e tivù, non si siano poi affezionati e abbiano lasciato perdere presto.

Polaroid ha sempre registrato un traffico piuttosto "domestico": a parte chi cerca le macchine fotografiche (e tralasciando le ricerche del tutto fuori luogo, che come notava Max sono la maggioranza), su questo blog ci si incontra per lo più fra conoscenti.
Perciò, quando le visite hanno cominciato a superare il numero di parenti e amici di cui dispongono le persone che scrivono qui, è stata una bella sorpresa. Ci ha fatto piacere come quando a un aperitivo conosci qualcuno che dice di ascoltarti alla radio (anche se non sempre gli piace quello che sente).
Per la cronaca: è bastato che Leonardo ci citasse in quello che La Pizia ha definito il suo post "più tenero" perché i nostri ascolti schizzassero sopra il centinaio. Nemmeno apparire di straforo su un importante mensile musicale ci aveva fatto "incassare" così tanto :-)

Insomma: ultimamente la maggior parte delle cose che si leggono sui blog riguardano il blog come mezzo, mentre ad esempio non leggo più post di qualcuno contento di scoprire un nuovo blog (e non parlatemi di InSonia ecc.).
Credo che i "tecnici" (lo dico con rispetto) facciano benissimo a inventare nuovi strumenti aggregazione, e Blog Notes è da sempre nei miei favourites perché scrive cose intelligenti in maniera esemplare.
Però ho l'impressione (ma attendo smentita) che insistere troppo sull'efficienza degli strumenti, per non parlare di assurdità come la BlogBar, allontani tutta la faccenda dall'esperienza che ha avuto chi faceva un blog negli anni passati (e polaroid è l'ultimo arrivato).
L'aggregazione è un processo, l'amicizia o anche solo la simpatia qualcosa di più complicato.
Allo stesso modo, ragionare su come avere più visitatori, o prendere come metro di giudizio l'andamento degli accessi mi pare piuttosto fuori strada.