martedì 30 settembre 2003

Siamo rimasti con le mani in mano

Qui a Bologna il numero di NME con il presunto special sull'emo porn è arrivato solo oggi.
L'attesa non è stata ripagata, le tre colonnette sono davvero deludenti, neanche da paragonare all'altissimo lavoro di ricerca e all'abnegazione di Mr. Loser.
In compenso, nella pagina prima c'è una foto di Peaches con le tette ricoperte di sangue.
You never get a second chance to make a first impression

Traccia per traccia, Room on fire secondo Glamorama (non il programma di Fabio e Arturo).
Pare che il nuovo disco degli Strokes cominci a circolare anche su internet (e chi si salva ormai?) ma stavolta non voglio rovinarmi la sorpresa.
La redazione di polaroid resta comunque a disposizione della RCA per ogni invio promozionale.
I've had a pretty mental life

Un bignamino di Aphex Twin su Blogcritics.
Fanzinari

Non mi sognerei di linkare un altro articolo sui blog, se non fosse che alla signorina The Modern Age non pare sia piaciuto, mentre personalmente trovo una frase del genere del tutto appropriata: "Blogging is not the new journalism. It’s the new zine".
Sarà perché l'Islanda è più vicina alla fine del mondo

Pare proprio che ogni volta che i Múm vengono in Italia debbano suonare in situazioni acustiche imprevedibili.

lunedì 29 settembre 2003

Incontentabili romanticherie

Pretty Girls Make Graves - 'The New Romance'Speakers push up the air è una canzone che mi sembra di avere sempre ascoltato prima o dopo un concerto. Forse tutti i tecnici del suono si passano gli stessi cd. Forse frequento sempre gli stessi tre posti.
In ogni caso, non era facile per i Pretty Girls Make Graves ripetere un colpo del genere, e infatti nel loro nuovo disco sento la mancanza di una canzone altrettanto potente e a presa così immediata. L’urlo “Do you remember what the music meant?” resta un tatuaggio sul cuore che si può forse solo una volta nella vita.

E forse il fatto è pure che The new romance esce su etichetta Matador, segnando a suo modo il passaggio nel mondo degli “indipendenti ma già un po’ affermati”. Te ne accorgi perché nelle recensioni i musicisti cominciano a essere chiamati senza problemi artists (e non solo per via di samples e tastiere, o per la batteria sempre più frantumata di Nick DeWitt).
Niente male per un quintetto nato a Seattle appena due anni fa, i cui membri provengono da una miriade di band dai nomi quali Murder City Devils, Death Wish Kids, Bee Hive Vaults, Kill Sadie, The Hookers, nonché Sharks Keep Moving.

Eppure, in questa mezz’oretta di post punk aderente al tempo presente in maniera (fin troppo?) precisa ci sono momenti divertenti e carichissimi: il brano d’apertura Something bigger, something brighter e Chemical, chemical saranno probabilmente tra i ballabili della stagione, mentre l’inno This is our emergency è un appassionato appello agli indie kids “to keep doing your thing […] you don’t have to be a picture in a magazine”.
In All medicated geniuses alla voce di Andrea Zollo (signorina che sfortunatamente dicono assomigli a Kelly Osbourne) fa da contrappunto una più lontana e maschile, creando un riuscito effetto di angoscia, e l’esperimento purtroppo viene ripetuto solamente nell’infuocata disperazione di The teeth collector.

Cosa manca all'ottimo The New Romance perché non ti lasci la sensazione che avrebbe potuto essere qualcosa di più?
E comunque sia, anche senza menzionare i punti di riferimento Sleater-Kinney e At The Drive In, si sarà capito che i Pretty Girls Make Graves hanno poco a che fare con l’omonima canzone degli Smiths?
Così, per dire

Ma voi che domanda fareste agli Strokes?
Sentita ieri sera al ristorante cinese

(lei a lui): "Senti Francesco, ti va di scoprire chi di noi due è multiorgasmico?"

domenica 28 settembre 2003

Talvolta è meglio una polaroid che un film

Hanno appena dato il trailer di Liberi, il film di Gianluca Maria Tavarelli, che ho già visto al cinema.
Ecco, nel trailer scorre: Luigi Maria Burruano che alza il pugno, Elio Germano, molto fico e molto emo con le lentiggini (con la voce bella fuori campo), le tette di Nicole Grimaudo sotto la maglietta bianca, un limone selvaggio sulla spiaggia di notte (che non si capisce che è Pescara), un corteo che sfila con le bandiere rosse, Elio Germano che alza il pugno, una vespa. E i Cake fanno un tot soundtrack, per quei dieci secondi in cui vedi una macchina lungo una strada assolata.
C'è già tutto: giovani belli, di sinistra, un conflitto generazionale, lo sfondo sociale, il sesso al mare. Dico: allora c'era bisogno di farci anche un film?

sabato 27 settembre 2003

Dacce er martellone!

Ricapitoliamo: siamo entrati nel locale mostrando una tessera dell’Arci, la serata era sponsorizzata da Mtv, e i maxischermi alle pareti ci hanno accolti con frenetici spot di una banca on line (andati il loop tutta notte). Tipico caso di schizofrenia bolognese?
Per fortuna c’era da conoscere Alex Dandi, una persona il cui entusiasmo e la passione non possono lasciare indifferenti. E anche se personalmente conoscevo a malapena la metà dei nomi di dj e produttori che mi citava (mentre ce ne stavamo appoggiati al bancone per una versione da bar di Aspettando Godot) mi sono divertito parecchio.
E poi erano almeno dieci anni che non ballavo la roba che Passarani VS. Jolly Music sparavano senza tanti riguardi: ma a quel punto, tra la folla e i ricordi, uno decide di buttarsi, e si può anche ritrovare a sudare davanti a una cassa mentre gli altri intorno alzano le mani alle luci gridando “Gino Soccio!” e ringraziano l’uomo al giradischi.
Finale couplandiano con telefonata a Piddu verso le quattro del mattino: era in Germania per una Battle Of The Djs insieme a Santos. E anche la sua serata era organizzata da Mtv.
Thank you for the music (3)
Una polaroid di musica in nice price

The Jesus & Mary Chain 'Psychocandy'Suggerisco una nuova parola per gli episodi del dizionario fantastico di Frammento: “prevedebole”, ovvero persona che si lascia di frequente sopraffare da circostanze niente affatto ineluttabili.
E’ una parola che mi piace e che trovo mi si adatti.
Tipo, secondo me giovedì sera in radio, dopo Noisy Summer dei Raveonettes, non potevo proprio fare a meno di suonare i Jesus and Mary Chain. E quando dico Jesus and Mary Chain intendo proprio quelli “tradizionali” di Psychocandy. Sono fatto così: un ragazzo semplice.

Nonostante di ritorno dello Shoegazing ne abbiano parlato ormai anche su Cronaca Vera e Torre di Guardia (pur con tutto il rispetto per Mr. Presenzialist), provate a mettere nello stereo all’ora di cena, con fare distratto, You trip me up o In a hole, e vedrete se qualcuno in casa non cercherà di cambiare musica prima di sedersi a tavola. In auto, invariabilmente, qualcuno avrà mal di testa. Alle feste la gente non saprà come ballare (del resto Gillespie intendeva il drumming come “colpire la batteria e poi colpirla ancora”).
Si può dire che quel suono, nato a Glasgow per opera dei fratelli Jim e William Reid nel 1984 (ma sapientemente fatto conoscere al mondo da Alan McGee a Londra l’anno successivo), sia stato più influente di quanto sia stato davvero assimilato. Perché rimane troppo vuoto “dentro” quell’accumulo di rumore, e al tempo stesso si capisce che è troppo sentimentale quello sfigurare e corrompere in continuazione ogni melodia, ogni dolcezza. Just like honey: e noi prevedeboli ci abbandoniamo.

venerdì 26 settembre 2003

Fare il pieno alla Vespa

Sì, è decisamente ricominciata la stagione. E' autunno nonostante il bel sole di oggi: lo capisci da questo venerdì bolognese all'improvviso così pieno di appuntamenti che non sai come muoverti.
Al Container inaugurano le serate Pinktronica, con Passarani e mezzo Jolly Music. Al Cassero suona Crème de Menthe, mentre alla sala PocArt (in via Raffaello Sanzio 6, se ho capito bene) c'è il My Punk Meaning Fest (To The Ansaphone, Laghetto, Settlefish, Fine Before You Came), serata intrigante anche per la presenza dei Violetta Beauregarde, progetto sonoro di Aiki.
Ci si vede?
Pausa caffè

I Giardini di Mirò recensiti su Do Something Pretty.

Goo ha orecchio.

Who told you to answer the phone.
Pare che si muova qualcosa su We Love The City (specie il mercoledì).

Non passa giorno senza che incontri Lester Bangs.

Le nostre perplessità per la copertina sono state seriamente prese in considerazione: "due to some unforeseen packaging problems", Room on fire sarà nei negozi con una settimana di ritardo.

Mi pare di capire, girando qui e là, che questo blog dovrà chiudere se non ci procuriamo quanto prima: The Decemberist, The Gossip e My Morning Jacket, e se non rivediamo radicalmente le nostre opinioni sui Rapture.

mercoledì 24 settembre 2003

Frustami, amore

The Raveonettes 'CHAIN GANG OF LOVE'Non puoi stare con una ragazza solo perché ti ricorda una tua ex. Alla lunga, questo genere di storie non regge. Ti scopri a chiederle di indossare certi abiti dalla vita stretta, a implorarle di tingersi i capelli di biondo platino, a sussurarle un nome che lei non ha mai sentito. E quella luce sinistra nei tuoi occhi finisce per spaventarla.
Una cosa simile mi pare possa dirsi anche per il rock: nonostante oggi sia costume mettere bene in mostra i propri modelli del passato (di qualunque passato), un intero disco non può vivere solo di quelli.

I Raveonettes avevano esordito con un ep rumorosissimo (recensito, non si sa perché, su Mucchio Selvaggio della settimana scorsa) che mi aveva detto poco. Problema mio, direte voi che in Attack of the Ghost Riders sentivate i Cramps. A me pareva tutto piuttosto piatto.
Invece questo nuovo The Chain Gang of Love mi è suonato bene fin dall'inizio: divertente, cattivo, ironico... aggettivi semplici per una musica che non vuole darsi complicazioni.
L'infilata delle prime tre canzoni è contagiosa, con il singolo The Great Love Sound e l'intro di Noisy Summer che sembra presa dalle Marvelettes (acc! il nome!).
Le ballate fanno sorridere e sono la classica scena d'amore dei due adolescenti in riva al lago di notte, subito prima che dalle acque salti fuori il mostro.
Rock'n'roll per Ed Wood? Scorribanda rockabilly tipo Meat Loaf in Rocky Horror Picture Show? Let's rave on, Heartbreak stroll e New York was great ne hanno per tutti.
E non ci può si può togliere dalla testa i versi di Little Animal: "my girl is a little animal / she always wants to fuck / can't find a reason why / I guess it's just my luck".

Per sganciarsi dagli ideali di Jesus & Mary Chain e My Bloody Valentine i danesi Raveonettes hanno optato per la via danese più in voga: il dogma. L’intero album è suonato in una sola tonalità (stavolta Si bemolle maggiore) e le canzoni di tre minuti non devono contenere più di tre accordi.
Si può dire che ora la formula funzioni: il rock’n’roll è rimasto abrasivo ma non più è (così) ripetitivo, si balla in pelle nera, le motociclette fuori sono parcheggiate in fila. La bionda è altissima.
Free

Un'iniziativa umanitaria di Glamorama (non il programma di Fabio e Arturo).

ps: questo fine settimana ho visto il video di Don't Look Back Into The Sun, una delle canzoni lasciate indietro dalle sessioni di "Up the bracket" dei Libertines e pubblicata ora, in questa fase di stallo della band, come singolo.
Il video è di una povertà disarmante, ma resta comunque uno dei più crudeli che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi, con tutto quel suo indugiare su Pete Doherty, su un gruppo di ragazzi che non va da nessuna parte e non si sta divertendo. La canzone mi piace, molto simile a Time for heroes, forse si ballerà al Covo, forse no, forse gli dedicheremo solo un brindisi in radio.

martedì 23 settembre 2003

lunedì 22 settembre 2003

Le prime cinque stelle

Il Presenzialista si riconferma il vero segugio dell'indie rock e segnala la prima recensione del nuovo disco degli Strokes.
A parte la macchinosa intro, ecco alcuni highlights:
- "I am left alone in a press-office antechamber with Britain's only copy of Room on Fire";
- "this record is a pretty straightforward re-run of their all-conquering, if strangely flimsy, debut Is This It";
- "their second album is a defiant step forward";
- "more reminiscent of The Psychedelic Furs on an Eighties John Hughes movie soundtrack" (e ciò ribadisce, se mai ce ne fosse bisogno, che La Laura è una vera cool hunter, molto meglio di Mr. Loser per intenderci);
- "The Strokes are too in touch with their feminine sides to lapse back into the primordial misogyny of obvious role models The Rolling Stones" (e... questa dove l'ho già sentita...)

domenica 21 settembre 2003

Un blog alla radio

Ho appena finito di ascoltare il "blog alla radio" (ehm) condotto da Emmebi e Luca Sofri su Radio2. A dire la verità ho acceso la radio solo alle dieci e mezza, ieri sera ho fatto tardi a rivedere per la millesima volta Animal House (è più forte di me), così mi sono perso le presentazioni: avranno parlato dei loro blog? Avranno detto cosa fa nella vita Michele Boroni?
"Ogni maledetta domenica" è un programma simpatico, dove Luca Sofri sembra più a suo agio e sciolto che in televisione, dove si sorvola con eleganza sulle selezioni musicali che sono state imposte semplicemente ignorandole (tranne in un caso: "e dopo questa bella botta di adrenalina con la canzone di Nicolò Fabi"), e dove si parla di un po' di tutto, proprio come in un blog: dai microfoni in campo nelle inquadrature cinematografiche, ai designer israeliani comunisti, alle sfilate di Calvin Klein, per arrivare (con una punta di coraggio) ai soldati americani in Iraq, ricordando invariabilmente l'email alla fine di ogni intervento (ma verranno lette?).
Che dire? Fa davvero piacere ascoltare finalmente un programma alla radio che cita il New York Times, l'Observer e Salon.com con quella stessa familiarità con cui altri chiacchierano di Maria De Filippi o Bruno Vespa. I due conduttori si intendono a meraviglia, anche se Emmebi spesso si è limitato a battute e commenti di una riga mentre Luca Sofri parlava. E' stato divertente vedere come anche loro riciclavano per i testi in radio cose che avevano già usato per i rispettivi blog (è una cosa che, nel nostro piccolo, mi imbarazza un po' ogni volta).
Se la coppia non tirerà troppo in direzione Caterpillar, se avranno modo di sabotare la scaletta delle canzoni, e se approfiteranno della mancata concorrenza di Razione K (quest'anno spostato al sabato), credo che "Ogni maledetta domenica" potrà diventare un nuovo appuntamento fisso. E poi volete mettere il piacere di ascoltare alla radio i blog che leggi tutti i giorni? (ehm)
Boys & Girls

Guther - 'I know you know'"Stare sdraiata sul pavimento con te è come stare sdraiata sul pavimento ad ascoltare le mie canzoni preferite".
Potrebbe bastare questo verso dell'inno Boys do not think (hand clap inclusi nella confezione), seconda traccia dell'album d'esordio dei Guther, per capire che I know you know si muove in pieno nell'indie-pop elettronico da cameretta preferito dai blogger e inevitabilmente targato Morr Music.
Com'è facile immaginare, i Guther hanno ascoltato molto bene i Lali Puna, ma qui spesso e volentieri adottano soluzioni piu' dolci e pop, alla Figurine per intenderci. La formula è nota e funziona (vedi la traccia d'apertura The other day), anche se in alcuni momenti sembra mostrare una certa fragilità. In altri si cercano strade diverse (We walk fa venire in mente i Lamb), spesso con l'inserimento di azzeccate chitarre acustiche (come sul ritmo sincopato e languido di Deepest blue).

Guther è il cognome di Julia, voce e autrice delle canzoni, aiutata per le musiche da Berend Intelmann, già nei Paula (ma questo il comunicato non lo dice). Che tutto il progetto sia fortemente femminile lo ribadisce la definizione del suono dei Guther fornita da Julia: semplicemente "girl's music".
Come scelta di mercato mi pare ineccepibile: definiamo una buona volta "musica da ragazze" questa specie di emo fatto coi laptop che tutti quei rammolliti degli indie rocker trovano così raffinato!
Pur essendo I know you know un ottimo prodotto (anzi: decisamente carino), e pur essendo io un target ideale per questo genere di cose, confesso che per la prima volta ho avvertito una certa stanchezza in una uscita dell'etichetta berlinese. Ho forse già esaurito la mia stagione "lap-pop"? O invecchiando si diventa sordi a tutte queste voci di signorine sussurranti?

sabato 20 settembre 2003

Un aperitivo con Sofia

Io non lo sapevo, ma il babbo di Sofia, per le sue nozze (1999) le regalò un vino.
E non è che è andato all'Enoteca Italiana e ha detto - abbiamo 30 €, ci dia un vino per fare una porca figura e, indeciso tra un Nero d'Avola e un Amarone pluripremiato, ha preferito per snobberia un Sagrantino di Montefalco.
Intendo, Francis scelse tre uve bianche della baia di Monterey (Pinot, Sauvignon e Moscato) e produsse il Sofia Blanc de Blancs, per colei che appunto, tra i giardini e i fiori d'arancio, quell'anno col bianco si era data un bel da fare.
Voi penserete, al matrimonio della figlia non è che uno si risparmia, figuriamoci Francis Ford, ma non vi viene nemmeno in mente che nel giorno della maggiore emorragia di denaro nella storia di un babbo, uno in California ci possa pure guadagnare.
Ecco è semplice, basta essere previdenti e aver rilevato 24 anni prima una piccola azienda vinicola, di 700 ettari di dolci viti più magione neogotica coperta di edera (e averla fatta sobriamente arredare dallo scenografo del Padrino).
Io pensavo giustappunto: se prendo 700 € di dottorato, poi magari faccio un po' di ripe di scienza che frutta un tot, e vendo orecchini di carta plastificata con immagini floreali anni venti, al merchandising di musica nelle valli posso pure arrivare a 800.
In maniera del tutto analoga il buon Francis ha architettato come fare ad arrivare a fine mese e si è detto - perchè fa' solo il cinema, famo anche il vino, con il nostro nome, la nostra etichetta, e la foto del mio babbo sopra.
Ah: nella mia prima pubblicazione su Computer Methods in Applied Mechanics and Engineering ci metto una polaroid.
Così io ho progettato un annuncio offresi lezioni di mate da attaccare al Conad, lui una serie limitata di bottiglie Director's Reserve, lei ha telefonato a Kate Moss - che per caso vuoi fare la pole dancer in un video dei White Stripes (e Kate ha risposto, non so ho un po' di pancia) e l'altro ha detto - papà l'hai mai visto Tron?
Ad ogni buon conto, il Sofia Blanc de Blanc costa 19 € se lo volete comperare o, semplicemente, vi va di vedere un dagherrotipo della famiglia Coppola nel 1879, andate qui. Ma, se avete problemi a far di conto, la Conad di via Mazzini andrà benissimo.

dagherrotipo


venerdì 19 settembre 2003

Il posto di bloggo

Leggo su Rock.it che i Perturbazione hanno rinnovato il sito. Passo a dare un'occhiata e scopro che tra i motivi ci sono anche questioni di accessibilità. Bravi (anche se la vecchia grafica mi piaceva un po' di più).
Ma la vera notizia è che anche i Perturbazione stanno per aprire un blog!
Ricordo quando Rossano Lo Mele ci raccontò di come li aveva scoperti, del tempo che passava a leggerli, di come era divertente perdersi di link in link. E ora sarà divertente per noi incontrare uno dei nostri gruppi preferiti nel blogrolling matuttino :-)
Se Loser fa pubblicità, la facciamo anche noi

Oggi a Bologna è uscito il primo numero della nuova stagione di Zero In Condotta.
Ci sono quattro pagine di musica belle e nuove. C'è Arturo Compagnoni che presenta i Black Lipstick, c'è Inkiostro che ci accompagna al concerto di Ani Di Franco, c'è Matteo che parla di Burzum e di Hulk, ci sono le vignette di Coniglio Cattivo (anche se su questo numero è saltata la firma), c'è una mia (opportunamente) asciugata cronaca dell'Anti Mtv Day e c'è la versione integrale dell'Mtv Day visto da La Laura (qui sotto la gustosa intro).
C'è molta altra gente che conoscerò nei prossimi mesi, abbiamo un paio di fotografe appenna arrivate e c'è un caporedattore ormai sulla via della (lenta lenta) canonizzazione.
E poi c'è tutto il resto del giornale: la copertina dedicata a Bellocchio e uno scritto di Franco Berardi, il diario da Cancun e quello dal Lido di Venezia (con i ragazzi di Seconda Visione), la satira di Tuono Pettinato e perfino gli utilissimi copripacchetti di sigarette dei Fratelli Mattioli.
Facciamo così: se non avete amici o parenti da queste parti (ZIC è distribuito nelle edicole di tutta la provincia), noi ve ne teniamo da parte una copia e poi quando potete venite a trovarci in radio. Scriveteci: Zero In Condotta costa solo due euro e cinquanta :-)
Shake your ass!

Per chi ancora non lo sapesse questa sera le Black Candy suoneranno in provincia di Reggio Emilia.
La Blogmobile di polaroid partirà da Bologna verso le sette, se volete saltare su c'è posto.
Tutte le info qui.
Thank you for the music (2)
Una polaroid di musica in nice price

Talking Heads - 'More Songs About Buildings and Food'Ieri sera in radio non l'ho detto, ma la copertina di More songs about buildings and food è la riproduzione di un mosaico che ritrae a grandezza naturale i Talking Heads.
Il mosaico è composto da 529 polaroid.
Si ripete spesso che il secondo album di una delle band più colte della storia della musica risente dell'influenza di Brian Eno, ma ho l'impressione che anche il clima rilassato durante l'intero mese di lavorazioni al Compass Point Studio di New Providence, Bahamas, abbia la sua importanza.
Me li vedo, tutti e cinque con gli occhiali da sole, in giro per chiese locali la domenica di Pasqua.

Partiti dalle radici r'n'b (per non dire africane) del loro nevrotico rock degli esordi, qui i Talking Heads sembrano intenzionati a distendersi verso una riproduzione bianca (e, si direbbe di conseguenza, schizofrenica) del funk.
Tutto viaggia verso la disco: non importa che Byrne sopra canti stridulo cose come "I forgot the trouble / that's the trouble / with our love", oppure "someday, I believe, we can live in a world without love", o il feroce testo di "Big country".
Rolling Stone arrivò anche a parlare di "cartesiana disgiunzione tra mente e corpo". Ci si muove, a ritmo frammentato e incalzante, mentre un solo accordo secco di chitarra martella e comprime ogni profondità.
Strategie per certi versi affini e contemporanee a quelle adottate dall'altra parte dell'oceano dagli ancora più politicizzati Gang Of Four. Inquieti, ma si balla(va).
Proprio come oggi, con la differenza che non ho ancora letto nessuno commentare le liriche dei Rapture.

giovedì 18 settembre 2003

La cura

Dopo un weekend al nimesulide, dopo un monday paracetamol che neanche Ulrich Schnauss, dopo i giorni della bromexina, finalmente giovedì: polaroid (interazioni ed effetti indesiderati non accertati).
Allargate i bronchi, infilate le cuffie e fate un bel respiro: somministrare questa sera per un'ora a partire dalle venti, sul confortevole mono dei centotre punto cento in modulazione di frequenza di Radio Città 103 per Bologna e provincia (un rauco streaming è disponibile per le sintomatologie più acute).
Uso dell'archivio consentito solo su prescrizione medica.
Adesso sappiamo che lavoro fa

A volte fa spavento vedere quanto Andrea è veramente avanti.
Dal sommario del New Musical Express in edicola questa settimana:
EMO PORN - NME looks into the websites that are cleaning up with pics of emo- tattooed temptresses.
The girls want to be with the girls

E mentre gli altri estraggono conigli dai loro cilindri,
io mi infilo nella mia conchiglia.

mercoledì 17 settembre 2003

Risciacquature

Star Spangles - 'Bazooka!!!'Dice tirati su, prova con un po' di rock'n'roll, prova con questi Star Spangles: piacciono tanto anche alla commessa di The Modern Age a New York.
E io rispondo che no, non ne ho voglia, il post non riesco a farglielo, sarebbe meglio passare tutto a Valido, di sicuro lui ci si divertirebbe di più.
E mentre mi alzo da tavola e porto i piatti di là, dice ti dispiace se fumo, poi si volta e mette nello stereo Bazooka!!!, tre punti esclamativi, così dopo cena. Almeno apri la finestra.

E allora mentre lavo i piatti finisco per ascoltare questi bravi giovanotti con le giacche di pelle pestare le assi del CBGB dietro casa con i loro stivali, come usava tanti anni fa.
Sì, perché se nel frattempo il mondo intorno sta religiosamente ripercorrendo ogni solco inciso nella seconda metà dei Settanta nella loro città, gli Star Spangles scelgono i riferimenti oggi meno ricordati di quel periodo, ovvero i Ramones.
Il fatto è che là dove nei Ramones perfino io, ragazzino smithsianamente a modo, percepivo l'abbandono e l'ironia, qui mi pare sia tutto abbastanza composto e slavato.

E poi mettere il pezzo migliore del proprio repertorio in apertura di disco non è buon segno, soprattuto se non si è in grado di mantenere certe promesse. Ma un'idea delle capacità degli Spangles ("as they're affectionately known") ce la si poteva già fare vedendo il poverissimo video di I live for speed.
Con la successiva Which of the two of us is gonna burn this house down tra una considerazione sul detersivo concentrato ma biodegradibile e l'altra, cominciano a venirmi in mente strane domande: come sarebbe questa canzone nelle mani di Bon Jovi?
E peccato che un brano minore e riempitivo come L.A. alle nostre orecchie finisca per avere fin troppa attenzione, e solo perché il giro è lo stesso di "Alzati la gonna".
E poi come faccio a parlare così di un gruppo che tiene alla chitarra uno che di nome fa Tommy Volume.

D'accordo, ci sono momenti di fun fun fun, e pizza e birre, e motociclette lanciate verso il prossimo party, come in I'll get her back. Ma poi, dannata internet, si scopre che i ben informati sostengono si tratti di una citazione/riscrittura dagli Hoodoo Gurus. Ah, allora niente.
E tanto vale buttarsi su certe ballate mosse e finalmente sincere come In love again se, in fondo, anche la mia preferita, quella che metterò nei nastroni, Science fiction /science fact sembra uscita dalla colonna sonora di un Grease IV qualunque.

Mentre asciugo il lavello, si affaccia innocente e chiede: hai qualcosa dei Replacements?

martedì 16 settembre 2003

Comprare roba anni Quaranta?

Mentre ferve il dibattito se il synth ci sia o meno, ecco le imprescindibili lyrics di 12:51 degli Strokes.
Dear Catastrophe Waitress

A proposito di Loser: tempo fa Andrea e Aurelio Pasini avevano avuto un bello scambio di opinioni circa lo scrivere di musica su riviste e sul web.
La questione è senza dubbio complicata, polaroid soffre di conflitto di interessi, sarebbe utile conoscere le opinioni di gente più anziana e più giovane (aggiungerei al bel post di Shoegazer + GDM che l'indie rocker ha un'età perennemente media) e bla bla bla.

Basta però leggere la recensione del nuovo disco dei Belle and Sebastian postata da FFWD per capire la fortuna di vivere all'epoca dei blog :-)
Blog di servizio

«I blog di tiscali sono incriccati fino a mercoledì, ti va di inserire nel tuo blog il mio nuovo report da Londra? Un po' come hanno fatto gianluca neri e selvaggia lucarelli, solo che io ho le zinne più grosse di lei».
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la nuova puntata delle avventure di Mr. Loser in terra D’albione.

Per tutto il giorno ho pensato a cosa scrivere nel blog riguardo la densa giornata londinese di oggi. Episodi accaduti, facce incontrate per strada. Invece no, la precedenza è affidata ad un nuovo terrificante programma che ho scoperto alla BBC. Anche stavolta come in precedenza con "EastEnders" non esiste migliore chiave di lettura dell'english lifestyle che parlare di tali apparizioni mediatiche. Così come per noi italiani è ottima prassi usare quale paradigma "Stranamore". Ora non so quale sia il titolo di questo programma ma consiste in questo: due persone (amici) decidono di ri-arredare una camera ciascuno delle loro rispettive case. La produzione ci mette i soldi e gli arredatori che però sono liberi di seguire i suggerimenti dei rispettivi proprietari o meno. La puntata che ho avuto il piacere di seguire si è conclusa con una camera ricostruita in stile chill-out e una seconda con un piglio leggermente piccante. Pareti e pavimento rosa e lingerie appesa alle pareti. Bene, quando la proprietaria della camera ha visto quanto era successo è scoppiata in un pianto dirotto. Lacrime perchè le hanno messo la moquet per terra. Ci sono solo due possibilità rispetto a questa reazione. O il pianto è stato concordato, il che ci conferma ancora una volta la dabbenagine di questi reality-show al sapore di Ikea, oppure lo shock è stato spontaneo. In questa seconda ipotesi possiamo solo provare pena per una persona che versa lacrime perchè le hanno cambiato il piumone della nonna con uno a fiori. La fake-sorpresa dell'altra partecipante davanti alla sua nuova camera meriterebbe altrettante parole d'approfondimento se solo non ricordasse sin troppo da vicino quelle facce di cemento che abbiamo il piacere di vedere ogni volta nel salotto di "C'è Posta Per Te".

Per chi era rimasto in attesa degli sviluppi di "EastEnders" eccovi serviti: la nasona sta partendo per l'India (speriamo scompaia per un centinaio di puntate, chissà se per la sua nappa paga un biglietto a parte), la chiattona ha una storia seria con il manager fallito (DEVE essere fallito: passa tutto il giorno nel pub a corteggiarla). La ex moglie di un tizio medita di ucciderlo per rapire (mi dicono per la seconda volta) la figlia che ha avuto da lui e che ora vive con una nuova compagna. La nonnina del barista (ve ne avevo parlato) è sempre più rincoglionita, un nuovo personaggio (sfuggitomi fino a questo momento) di origini indiane ha rimorchiato (e becciato) una tipa facendo finta di essere un cuoco. Facendo zapping ho anche incrociato una nuova soap completamente dedicata al pubblico indiano che, almeno dal trailer, sembra girata leggermente meglio. Spero di avere presto buone news al proposito.

Riguardo alla giornata di oggi. Non posso dire che sia iniziata sotto i migliori auspici. A causa di un'esplosione al sistema fognario il bus che mi doveva portare in centro ha cambiato percorso. Ovviamente io non sapevo della cosa ed assieme ad altri 50 volenterosi inglesi ho corso per un paio di fermate. Oltre a questo il conducente ha deciso che invece di finire la corsa ad Oxford Circus l'avrebbe terminata a Marble Arch. Nessun problema se non fosse che oggi era la mia prima giornata indacity e non avevo la minima idea di dove cazzo fossi. Una connazionale ugualmente inguaiata dall'improvvisa deviazione (perchè? percome?) mi ha dunque consigliato di procedere fino a Piccadilly. Così ho fatto correndo poi i 400 a tempo di record su Regent Street per arrivare puntuale alla prima lezione d'inglese ed evitare l'ennesima figura di merda da italiano mangiapasta a tradimento. A parte ciò tutto è andato davvero per il meglio. Ho percorso avanti e indietro Oxford Street pagando il mio dazio al turismo londinese più becero (che comprende anche giro per Carnaby Street, Soho, Piccadilly e Trocadero).

Dei miei acquisti discografici vi ho parlato nel precedente post, aggiungo che da Tower Records ho inserito nella borsa della spesa "Collaborations" di Amon Tobin. Sono incerto se prendere i The Rapture. Che dite? Io tutto sto funk nel disco non lo sento però posso anche buttarmi. Passeggiando per i sopracitati quartieri è successo anche che mi imbattessi casualmente nel quartier generale Tiscali a Londra. Mi avevano detto che era a Broadwick ma io pensavo fosse un quartiere e non un palazzo. Meglio così.
Il colloquio credo sia andato bene, se la cosa è confermata inizio a lavorare da venerdì. Non mi chiedete a cosa però, sembra sia una roba segretissima. Non scherzo!

Troppa fuffa nel post? Sono diventato improvvisamente autoreferenziale? That's my blog bro (pronunciato con l'accendo di Eminem). Le prossime puntate potrebbero essere dedicate al fenomeno giapponese a Londra o alla fenomenologia dei bus inglesi ma su questo sto ancora studiando e non mi pronuncio. Grazie per l'attenzione.

lunedì 15 settembre 2003

L’mtvday in tivù

L’ho fatto. Ho visto tutto l’mtvday alla tivù. Un po’ per lavoro, un po’ perchè era domenica e sabato, anche se per poco, al festival antagonista c’ero stata pure io.
Per andare all’antimtvday (superbamente recensito qui sotto) ho scelto i vestiti bendata, per la suggestione del fashion aleatorio e per far intendere che mi disinteresso del mio aspetto, così da poter passare inosservata. Ma, come diceva Pavese, ciò che più segretamente temi accade sempre e, nonostante gli sforzi, avrei fatto meglio andare a una cena sociale del Soroptimist.
Lo stile dimesso non funziona in situazioni così estreme, cioè nello sgabuzzino della nicchia (il metodo semiprobabilistico spacca, ma applicato alla cassetta degli attrezzi e non all’armadio), e così ti ritrovi sola in un angolo a mangiare pasta e fagioli per restare lontana dai campi magnetici.
Invece, guardare la tivù la domenica è un vero sballo, specie se prima hai fatto dieci chilometri di corsa, tre lavatrici, due ore di radiotre e una di rassegna stampa su qualche radio locale, e a patto che continui a fare yoga non meditativo sul tappeto e stiri almeno due camice e una sottana.
E guardare l’mtv day è ancora meglio, lo giuro.
In anteprima press il primo buon motivo per farsi lobotomizzare, specialmente di domenica (il resto su ZIC, questo venerdi. Dove l'ho già sentito?).

1. Il corpo: la tattica della vigei e la fortuna passiva del vigei.

Quando vai ai concerti ti tocca bere una quantità imprecisata di birre in lattina, fumare in maniera compulsiva, flagellarti le orecchie a volumi da acciaieria della Ruhr. Devi sopportare il fatto che tutte le ragazze che ci sono (di solito meno di due), sono molto più magre di te, nonostante stiano mangiando una pizza da asporto alla salsiccia, e sono anni luce più fiche di te.
All’mtv day le ragazze sono normali, hanno gli zaini colorati ed eccesso di sebo, in più tu sei a casa e grazie al cielo non ti devi paragonare a chi sta in tivù.
Le femmine vigei poi: ormai hanno trent’anni e sono quasi sovrappeso (persino per giorgia è finito l’embargo). E’ così che va, all’inizio: digiuni, parli poco, per non dire fesserie, fai un sacco di palestra e la gente non ti caga anche perché porti il reggiseno. Quando diventi una vigei in vista, puoi abbandonare la cura del tuo corpo, metterti cappelli da imbecille e fare salotto bevendo nescafè e la cosa più spiacevole che ti può capitare è baciare in bocca richard gere (tipo come fa victoria divenuta celebre al tempo in cui sapere l’inglese era discriminante).
Bisogna portare pazienza: quando diventeremo famose potremo fottercene della dieta e baciare chi ci pare.
Il vigei maschio non fa mai niente per il suo aspetto (imbarazzante), né per nascondere la sua stupidità (abissale) e si veste come un deficiente (tipo Silvestrin, col polsino), e aspetta femmine in grappoli (una cosa che l’indie boy non capirà mai).
Fabio Volo ne è l’ipostasi, anche se per l’occasione non parla, perché teme che si pensi che è venduto, quando è chiaro che non lo fa per i soldi ma per la gnocca (quindi poteva evitare di mettersi la maglietta dei Sud Sound System).

continua...
Live from XM24
(L'inevitabile recensione del secondo Anti Mtv Day, per gentile concessione di Zero In Condotta - in edicola venerdì)

[...] io, anche per sostenere la causa, ho preferito andare all’Anti Mtv Day. E anche se dell’Hard Core che si suona so poco o nulla, vi offro comunque una cronaca appassionata dell’evento che più merita e spacca.
Comincio male e arrivo alle 6, appena i Santa Sangre hanno finito: peccato, volevo essere della balotta sin dall’inizio. C’è sole e vento e ancora poca gente. Per 3 euro mi disegnano una croce a pennarello sul palmo ed entro all’eXMercato con l’ebete ilarità della matricola.
Mi accorgo che il palco esterno è vuoto e capisco che quest’anno i concerti si faranno al coperto, fatto che pregiudicherà la mia salute irreparabilmente: tutto quel dentro e fuori dallo stanzone, sudato e in maglietta, lo accuserò il giorno successivo, cioè mentre vi scrivo. E poi dicono che non ci sono più le mezze stagioni. Nel cortile stanno ancora montando i tavoli delle autoproduzioni, riconosco blogger semicelebri e facce note di altri gruppi in scaletta.

Mi accolgono i fiorentini Disquieted By con una dichiarazione di poetica e d’amore per questa musica che la dice lunga: “quello che viene viene: vai!”, e poi attaccano un pezzettone tirato che le gambe subito non si tengono. Stando al programma suonano un punk’n’roll alla Hives, e infatti è evidente il ceppo garage della loro musica. Il cantante, piuttosto ironico e compreso, con l’indice alzato al cielo sfoggia sorrisi finti da rockstar di Mtv che si rivelano contagiosi.
Intanto, sospesa alle spalle del palco, stanno allestendo una regia televisiva: ragazze salgono e scendono la scaletta scambiandosi urli sopra la musica, telecamere digitali, e cavi sospesi contro lo sfondo dipinto a scacchi bianchi e neri.

Dei Suicide Club fanno parte il cantante dei The Death of Anna Karina e quello dei Settlefish. Dedicano il loro concerto al contadino coreano che si è suicidato all’ultima riunione del WTO e aggrediscono il pubblico con una musica urlatissima e violenta, piena di stacchi e spigoli da perdere la testa. La sovrapposizione delle due voci che ripetono ossessive in certi momenti raggiunge livelli di pathos prodigiosi. Le velocissime canzoni, che potrebbero far invidia ai Liars, e che fanno ballare tanto quanto i Rapture, hanno titoli come Ground Zero is my viagra e recano dediche a “Lord Byron, quel maiale”. Assolutamente tra le cose migliori viste in tutto il festival.
Quando finiscono usciamo a prendere fiato e a guardare lo spettacolare tramonto, gli aerei che decollano vicini, i cani che si rincorrono tra sassi ed erbacce sul piazzale raso al suolo e abbandonato. Le case popolari intorno accendono le luci e da dentro l’XM24 arrivano i rumori del sound check del prossimo gruppo.

Sono i milanesi Lacrisi, la cui cosa migliore mi è sembrata la maglietta del chitarrista, dove campeggiava la scritta SU-CA in caratteri tipo AC-DC. Il loro dovrebbe essere un hard core vecchia scuola, ma io ci ho visto solo un sacco di aggressività fine a se stessa e male rappresentata. Tra tante urla gutturali, solo dopo qualche pezzo ho intuito che cantavano in italiano, quando si è percepito chiaramente un enigmatico “spaccheranno le ossa”. Il cantante continuava a dare del cagasotto al batterista.

Non vedevo l’ora di uscire per andare a comprare una maglietta di Tuono Pettinato e qualcuno dei suoi fumetti da regalare. Poi gli Ornaments hanno preso il palco prima che riuscissi a mettere qualcosa sotto i denti. Debole e a stomaco vuoto il loro concerto mi è sembrato ancora più sconvolgente: la band carpigiana, della quale fanno parte due chitarristi dei The Death of Anna Karina, applica all’hard core i modi del post rock, dilatando tutti tempi (ma non i ritmi, sempre tesissimi), fino a rendere l’esibizione in pratica un’unica lunga suite di una sola canzone (senza voce). Dentro c’è tutto: i momenti epici e quelli più serrati, i tempi dispari, i fragori trascinanti e impetuosi, gli assalti inquieti e le distanze. Possono non piacere, ma è difficile non rimanere colpiti dalla loro energia. Il loro concerto è stato il primo a trascinare la gente (che nel frattempo si è fatta numerosa) tutto intorno al palco.
Durante la pausa in programma per la cena discutiamo di come i gruppi quest’anno non facciano molti discorsi dal palco, come era successo l’anno scorso. Il senso politico del festival è riassunto dallo striscione alle loro spalle: “STOP music business STOP tv lobotomy”, nonché dalle decine di fanzine disponibili fuori.

The Infarto Scheisse vengono da Bergamo Alta e sono un gruppo metal-core che, stando alle parole del cantante, “ci prova”. Personalmente li ho trovati logoranti e ripetitivi, ma a giudicare dal pogo selvaggio di tre o quattro persone sotto il palco e dal numero di corna alzate qualche merito devono averlo. Il moralista che è in me mi spinge a rimarcare che il fatto che a un concerto punk ci sia più gente con macchine fotografiche e telecamere digitali di quanta sta ballando dovrebbe dare da pensare.
Il cantante presenta tutti i pezzi con discorsi lunghissimi del tipo “la prossima canzone parla di come ci piacerebbe mandare a fanculo tutti quanti con un sorriso” seguiti dal gelo più assoluto nella stanza. Quando sono uscito stava raccontando della sua famiglia, di come tutti siamo cresciuti con un’educazione sbagliata…

Tra gli avventori ritardatari incontro Mr. Valido in persona nonché DJ Amarezza, arrivato giusto in tempo per gli Altro, che mi aggiorna sulle prossime date delle Black Candy: imperdibile il concerto di venerdì 19 al Circolo Arci di Villarotta di Luzzara (RE) di spalla ai Draft, polaroid non mancherà.

Intanto cominciano gli attesissimi Altro e così mi perdo anche i rimasugli di gnocco fritto con verdure (ma dicevano che non fosse gran cosa). Il gruppo pesarese dona nuovi significati alla parola accanimento, e i ritmi pestati in base uno sotto la voce di Ale sono violentissimi. La gente balla, molte fotografie, qualche verso delle canzoni che ci raggiunge sopra il frastuono (“…ogni problema è rimasto lo stesso…”). I tempi sono tutti slabbrati, poco precisi, ma gli Altro se ne fregano e la loro carica è tale che non hanno tempo per voltarsi indietro ad aggiustare niente. Il pubblico partecipa e si diverte: acclama Matteo degli Sprinzi quando sale sul palco per un pezzo in amicizia, urla richieste di canzoni (Come su tutte, anche se poi la suoneranno in una versione un po’ svogliata), nascono nuove storie d’amore, tutti cantano in un solo, incredibile, coro a braccia alzate: “io credevo / che noi / fossimo uno / soltanto uno”. Come ha dichiarato la Mara delle Black Candy: “Altro. Punto. Non ce n’è per nessuno”. Impossibile darle torto.
Fuori intanto hanno allestito un telone che proietta le immagini dei concerti e altri fichissimi filmati. Le cucine cominciano a sfornare una piccantissima pasta e fagioli molto apprezzata e anche il nostro caporedattore giunge a rifocillarci con un paio di pizze scippate a una vecchietta in Via Carracci.

I successivi Hollywood Perverse si definiscono schiacciasassi e davvero non si può trovare una definizione migliore: il loro suono è cubico e satura lo stanzone dell’XM24 con raffiche senza tregua. Mi tremano le gambe e il pavimento vibra: qualcuno ha già dato a loro la colpa del terremoto che nella notte scuoterà Bologna? Da segnalare durante la loro agitatissima esibizione l’unico caso di stage diving riuscito della serata. I ragazzi sotto alzano la polvere e si divertono, dalla regia in alto riprendono tutto, è un bellissimo sabato sera di musica e sudore (attento: che poi prendi freddo).

Quando arrivano i Miles Apart confesso che non ho più tanto da spendere: inoltre il loro emo un po’ stucchevole (anche se tirato) crea un certo via vai tra il pubblico e io che sono pigro mi distraggo. Peccato, perché mi pare che la voce sia all’altezza e il bassista ce la mette tutta, fa smorfie tratte da video che non ho mai visto e improvvisa coreografia da quasi star. Non lo seguo. Temo che ricorderò questa loro esibizione per la dedica più emo che abbia mai sentito a un concerto del genere: qualcosa per gli sposi di non so dove.
Io saluto, fuori minaccia il temporale e mi avvio verso la bicicletta. Spero che dei due restanti concerti (Kafka e Army of Koala, di cui ho sentito dire bene) qualcuno qui intorno sappia raccontare meglio di me. Io sono contentissimo così: non c’è neanche bisogno di aggiungere che ci rivediamo tutti qui l’anno prossimo.
Thank you for the music (1)

The early tapes of The Beatles (1993) Spectrum Music
No, non si parla degli Abba (almeno, non ancora). Piuttosto, l'idea era quella di obbligarci a tre o quattro rubriche per tentare qualche parvenza di ordine (nonostante la puntata pilota di giovedì scorso abbia risentito di un filo di tensione e rinnovata timidezza).
Dato che la poetica di polaroid (o l'estetica, non ricordo più bene) è sempre stata decisamente in nice price, sotto questo titolo (e relativa sigla) rubato a Cornelius, metteremo la nostra Consumer's Guide da pochi spicci, quei dischi che a quel prezzo non si può proprio non comperare o, in certi casi, salvare.

Mentre mi chiedevo da dove cominciare, mi sono imbattuto in un libretto di qualche anno fa e già finito sui banchi dei remainders: Quando ero un Beatles di Giampiero Orselli (Theoria). E' la storia (piuttosto apologetica) di Pete Best, il batterista della formazione originale del quartetto di Liverpool, noto soprattutto per essere stato sostituito da Ringo Starr poco prima dell'incisione di Love me do (dove, tra l'altro, nemmeno Ringo suonava). Il libro, nonostante la scrittura “povera”, si legge d’un fiato e contiene una quantità di informazioni davvero notevole.

Quale inizio migliore per la rubrica, dunque, se non i Beatles? E The Early Tapes of the Beatles si possono considerare l’inizio dell’inizio. Intendiamoci: le Early Tapes non sono assolutmente il primo disco dei Beatles. Nel luglio del 1961 i giovanissimi John, Paul, George, Pete Best e Stuart Sutcliffe si trovarono a suonare come turnisti per Tony Sheridan sotto la produzione di Bert Kaempfert (l’autore di Strangers in the night).
Durante le due sessioni di registrazione incisero anche Ain't She Sweet con Lennon alla voce, e Cry for a shadow, uno strumentale surfeggiante scritto per divertimento da Lennon e George Harrison.
Il resto è rock'n'roll con forti debiti verso Elvis, ma il valore documentario dell'opera (che suona a tratti commovente, ad esempio negli urli sguaiati che John e Paul ogni tanto lanciano) dovrebbe essere evidente a ogni amante della musica.
The Early Tapes of the Beatles si trova a 5 euro in quella magnifica collana Spectrum che ha ristampato anche molti classici Motown.

venerdì 12 settembre 2003

Capelli bianchi, male alle ossa, fatica sempre maggiore a recuperare le sbornie della sera prima.
Ma la cosa peggiore che il passare degli anni comporta è il costringerti ad assistere, poco alla volta, alla scomparsa di tutti gli eroi della tua gioventù.

Goodbye Mr. Johnny Cash.

giovedì 11 settembre 2003

Su pitchforkmedia dicono che gli Strokes il 18 dicembre suonano a Roma.
Volevo solo avere il dubbio onore di essere il primo a scriverlo.
E lo sto facendo d un trabiccolo rimediato al relax point di un noto ipermercato bolognese.
Good evening, ladies and gentleman III

Ieri, in vista del vernissage di questa sera, riunione di redazione straordinaria in casa polaroid. Abbiamo ascoltato tutti i nostri dischi e tutti gli mp3 seduti per terra fino alle due e passa. Le scatole, le copertine, i pennarelli, l'iPol (si chiama così)... Alla fine ci sentivamo ubriachi: questa notte Ebi ha sognato i Temptations insieme al Collaboratore Lucio e La Laura si è svegliata pettinata come Chris Clark.
Dopo aver buttato all'aria un paio di sceneggiature per un radioromanzo rosa, e aver progettato almeno una dozzina di rubriche, alla fine, complice la stanchezza, la sottrazione l'ha fatta da padrona: la sigla rimarrà identica (come volevasi dimostrare) ma senza la consueta lettura da Memoria Polaroid (se la cosa vi spezza il cuore, potete fare contenta mezza redazione e lasciare un commento qui sotto).
La nostra sorprendentemente terza stagione parte con i migliori propositi, come da quarta di copertina, compreso quello di naufragare dopo la prima mezz'ora, alla seconda bottiglia che i ragazzi di Glamorama stapperanno (questa sera ricominciano anche loro: la felicità è un palinsesto caldo).
Non mancate: dalle venti, sul confortevole mono dei centotre punto cento in modulazione di frequenza di Radio Città 103 (non Bologna readers: provate lo streaming e incrociamo le dita).

mercoledì 10 settembre 2003

Don't look back

Visto che sono offline, per studiare, vi racconto una cosa fuori dal mondo.
Ho pensato: e se anche noi avessimo un sistema di riferimento principale?
Basterebbe trovarlo per poi seguirne le traiettorie.
Pensate, qualcuno impara guardando all'indietro, molti più semplicemente si trovano rallentati, pur proseguendo, dall'altra direzione.
Se fosse solo per via di un asse ruotato, si spiegherebbero un sacco di cose.
Oppure: magari i mancini hanno una terna sinistrogira.
Si potrebbe mappare gli umori, definire la cinematica dei sentimenti, trovare le coordinate esatte del nostro zero.
Una volta pensavo questo, riguardo la musica elettronica: generatrice di spazi vettoriali, con variabili scalari.
Pensavo: griglia lo spazio, per entrare solo qualora i suoi raggi intercettino la nostra terna principale.
Si potrebbe pensare a un'indagine spettroscopico-musicale.
Tipo: ditemi che musicista (tra quelli che girano manopole e pigiano tasti) siete ed io vi darò la vostra terna locale principale (coordinate nel sistema globale di polaroid).
Un esercizio degno di un Balthasar Grácian degli anni zerotre.
Pixies To Reunite For Tour In April 2004, Possible New Album

Legendary Pixies To Reunite For Tour, Album
Stand by

In questi giorni non riesco ad ascoltare dischi, e ancora meno riesco a scrivere qualcosa (ma dov'è finita tutta la redazione?).
Meglio allora ascoltare la musica delle ragazze: Distilleria e Zazie, ad esempio, qui suonano molto bene.

lunedì 8 settembre 2003

La seconda mano

Sul sito degli Strokes si può già sbirciare la copertina del prossimo album.
Hem, la prima impressione non è delle migliori: temo che qualcuno si farà un'idea precisa di come i nostri ragazzi abbiano passato la maggior parte di questi due anni.
Intanto qui si può scaricare la versione ufficiale di 12:51 (apparentemente dura meno di due minuti e mezzo): non credo possa bastare per farsi un'idea di Room on fire, ma ho il presentimento che "il fuoco" sarà basso e la cottura prolungata.
Il singolo, nonostante tutto, pare essere al dente: il riff di chitarra ti si scalpella nel cervelletto e non si schioda nemmeno sotto ipnosi (aveva ragione Inkiostro: ringtones friendly).
E per accontentare Max, non hanno dimenticato l'hand-clap :-)
Trend setter under construction

Venerdì scorso ho rivisto con piacere i Disco Drive. Il buon Andrea Pomini per accontentare un po' tutto il suo pubblico sfoggiava spillette, berretto da camionista e il polsino.
Ci si è divertiti e si è moderatamente ballato anche se la serata era fresca (grazie ai drink di Paolo dei ThreeInOneGentlemanSuite). Ma la vera sorpresa è arrivata dopo il breve e fulminante set dei torinesi, quando Tizio in persona, sotto lo pseudonimo di Bob Corn, ha imbracciato una chitarra acustica e ha intonato canzoni sospese tra Will Oldham e i Delgados.
Non l'avevo mai sentito, non sapevo nemmeno suonasse. Forse gli è venuta voglia dopo tanti anni passati a organizzare concerti e a portare in giro il furgone con i musicisti sopra. Mi è rimasto in testa il rumore dei suoi piedi strascicati mentre canta di sabbia nelle tasche, steso davanti al mare.
Sono dei nostri!

Sull'ultimo numero di Rumore (che non ho ancora finito di leggere) ho già trovato la parola "fuffa" tre volte. Sarà un caso?

venerdì 5 settembre 2003

Wondering just how much more

Ascoltare i Byrds, in casa da solo, prima di uscire, la sera del tuo compleanno. Finestre aperte a fare corrente e faccia sbarbata, la camera in ordine. Non tutto va bene, e lo si capisce, ma quando Gene Clark attacca The Day Walk (Never Before), dove i Byrds, per una volta, sembrano guardare più agli Stones che ai Beatles, e pensa che questa canzone era rimasta nascosta per trent'anni, per poi finire bonus track incastrata tra una tradizionale Oh! Susannah (che sinceramente non hai mai capito) e una complicata She Don't Care About Time (con tanto di assolo di J.S. Bach), quando arriva Gene Clark, dicevo, allora ti senti meglio, anche se non dice niente di speciale, ma sorridi e sai già che camminerai tutta la sera per questa Bologna da felpetta senza stancarti, berrai qualche birra, si discuterà di quali rubriche nuove fare alla radio, ricorderai per l'ennesima volta quando ascoltavi a ripetizione Gene Clark dei Teenage Funclub senza sapere chi fosse, pontificherai, perderai il filo del discorso, ti farai perdonare e tornerai a casa quasi felice.
Campo Minato VS Atari

BauriL'imprescindibile vignetta di Coniglio Cattivo di oggi (da un buon soggetto di quel pessimo soggetto che è il signor Loser) mi ha fatto tornare in mente quello che mi dissero durante il set di Herrmann und Klein l'anno scorso al Covo: "stanno controllando l'email".

Poi, del tutto casuamente, questa mattina mi imbatto nella foto qui a fianco.
Così si presenta al mondo Bauri (o, come direbbe L'Uomo dell'Anno, BuaaauVi), classe 1979, e se la sua scarna home page non si carica fate reload.

L'anno scorso il buon Bauri, al secolo Martin Abrahammson, ha dato alle stampe su Neo Ouija un apprezzato disco di elettronica-minimale-e-ovviamente-astratta dall'opportuno titolo Slacker Journal.
Nove maliconiche tracce magnificamente adatte al vostro pigro blogging, forse una delle attività "slacker" per eccellenza se questa parola fosse ancora in voga (ma con fare indifferente potrei anche sostenere che il blogger è la versione aggiornata dello slacker).

Si passa da episodi moderatamente ritmati e ossessivi, come undivided o la titletrack, a quelli più puramente sinfonici, come vinetar, ad altri più oscuri e ipnotici, come lembit.
Per Slacker Journal sono stati tirati in ballo Plaid, Autechre e Vangelis (io non vado più in là dei Selected Ambient Works), ma dopo la vignetta di Coniglio Cattivo sono pronto a difendere i miei record a Campo Minato su Win3.1 contro il dilagante revival del retrogaming.

giovedì 4 settembre 2003

"Who are Duran Duran? Are they a new band?" (Avril Lavigne)

Ringiovanisco? E' un po' di giorni che leggo il nome dei Duran Duran dappertutto.
(ma in foto quasi non li riconoscevo)
La poesia è una specie di punk in versione acustica

Amarezza ci regala l'ultimo elogio dei Nastroni Per Le Ragazze prima che scompaiano tutti in un iPod.
Antinomia e Analogia

American Analog Set - 'Promise of love'Cresci in un’epoca dalle comodità decisamente faticose e discutibili ma spesso utili, tipo certe apocalittiche contrapposizioni: Commerciale / Alternativo, Colto / Di Destra, o Razza Umana / Pianeta Terra.
Una di queste, su cui fondi le tue congetture e i tuoi sporadici ragionamenti, è quella di Digitale / Analogico.
A un tratto ti imbatti in un disco degli American Analog Set.
E’ l’estate del 2003 e il quintetto texano ha appena pubblicato il suo quinto album. Più o meno lo stesso cinque volte, scrivono autorevoli maligni, incapaci di udire nella reiterazione altro suono se non l’identico ripetuto (e non, anche, il tempo aggiunto dal ricordo del precedente).

Fatto sta che le prime volte Promise of love ti entrava in un orecchio e subito l’altra mano correva a saltare le tracce. Continui a ritenere Continuous hit music un inizio piuttosto balordo per una band che non ci tiene tanto a essere avvicinata agli Stereolab.
Però, la prima volta che riesci a resistere a tre minuti di una singola nota, qualcosa verso il centonovantesimo secondo si apre, si illumina brevemente, si apre, si illumina brevemente, si apre, si illumina brevemente, rallenta, rallenta e si spegne. Sei perplesso.

La voce del biologo molecolare Andrew Kenny sembra andare dietro alle parole senza molta convinzione anche nel secondo brano, maggiormente indirizzato verso qualcosa che potremmo definire pop (cioè: io metto lì tutto quello che serve a fare una canzone, voi fatevi un’idea).
Quello che Hard to find e la successiva Come home Baby Julie, come home (senza dubbio la canzone migliore del disco) hanno in comune è l’uso del tutto informale del metronomo.
Però l’andamento sballato in un paio di momenti fa sembrare tutta questa cosa del tempo e della reiterazione ancora più gradevole: ti sembra di sentire che a loro “sta piacendo” suonare così. E ciò è bello. Ci sono un sacco di dlin dlin morbidi morbidi come di xilofono, mentre un’accelerazione, forse, ecco, sì, no, poi ritorna tutto come prima.
Stai bene: finisce: piano elettrico: sfuma? No, riparte, con l’organo di Lisa Roschmann più in evidenza. Pensi a un sacco di cose intanto che tutto va così a meraviglia. Anche, di passaggio, se riuscirai mai a metterla in radio.
Ah, è finita davvero, peccato.

L’innocua You own me sarebbe il pezzo più indie rock degli Air, mentre la canzone che dà il titolo all’album sopraggiunge totalmente inattesa e ti sveglia di soprassalto (la sola traccia sotto i quattro minuti). C’è questa specie di Death Cab for Cutie senza melodia e un riff pestato, non si sa come prenderla: c’è un poco di rabbia e non mi pare che si intoni al resto del guardaroba degli AAS, ma l’effetto è raggiunto.
The Hatist resta tra Ben Gibbard e il Micheal Jackson di “Billy Jean”: con un passo ballabile, si diverte a inserire scatti moderatamente sincopati, nonché un’unica nota di organo in crescendo (a questo punto cominci a pensare che non siano dotati di tastiera polifonica, e ogni volta si trovino costretti a sovraincidere le terze e le quinte degli accordi, per non parlare delle settime).
Fool Around vanta la melodia più mossa del disco, e l’interpretazione vocale più appassionata (se così si può dire). Pezzo semplice, veloce, buono da nastrone per la radio. Verso il (lontano) finale accelera un po’.
La traccia conclusiva, Modern drummer appartiene al genere “brani lenti con violoncello e voce sussurrata”. Molto “intensi”. Buoni per chiudere le playlist. Una pausa. Tutto si sospende. Ricomincia. Dicevo:brano lento con violoncello e voce sussurrata, molto intenso, sei note di xilofono e pennate di chitarre evanescenti. Seconda pausa, più lunga. Fruscio come di puntina a fine giradischi. Fine dell’album.
Segue ghost track: una versione acustica e molto sporca della seconda parte del brano d’apertura, che suona decisamente interessante ma purtroppo molto breve.

Poi, dopo quaranta minuti così, si può anche ascoltare Andrew Kenny sostenere che oggi analogico vuol dire studi di registrazione a 24 piste, mentre il vero “homemade” ormai è digitale ed è portato avanti dalle band che suonano nella cameretta. E lui, nonostante tutto, si sente ancora dalla parte degli “homemade”.

mercoledì 3 settembre 2003

Why don't you come away with me and begin something we can understand


Il direttore mi ha detto che è un po' riduttivo, però, devo ammetterlo, la seconda volta che ascolti The weakest shade of blue dei Pernice Brothers (cfr. qui sotto), è difficile non ricordare: I wanted to be there with you For I can only be normal with you I'm taking your life for you ohohhh-eehhh.
Che poi, a mio giudizio, non è questa cosa così disdicevole: Olympian dei Gene è molto bella e molto triste (beh, y il disco tambien).
Ieri sera ne parlavamo al cinema, mentre aspettavamo che cominciasse un film inutile, e una ragazza, sentito Gene, si è voltata di scatto, con disapprovazione.

martedì 2 settembre 2003

I hate shopping

Recrudescenze d'adolescenza con paranoie di vecchiaia: il Clerasil non esiste più. Alla farmacista è anche scappato da ridere.
Di sicuro le è venuta in mente la faccia smarrita di Homer Simpson (o la pancia), in un negozio di dischi, davanti a un poster dei NIN.
Non solo non esiste più, ma la ricerca è andata talmente oltre che non ha più senso nemmeno un succedaneo: adesso si usa gomma e matita e si fa un pratico camuffo (camouflage).
Ecco io non intendevo esattamente fare il clown, piuttosto interporre, come ai vecchi bei tempi andati, quel sicuro strato cementificante tra Volontà distruttiva e Rappresentazione.
Eppoi è intervenuta la radio, celebre mistificatrice di minuti, aleatoria alleata di Zeus nel fregarti, e la farmacista sorrideva e fuori appunto un timido sole e nell'aria Just don't go back to Big Sur Hangin' around, lettin' your old man down Just don't go back to Big Sur Baby baby please don't go.
E così le ho prese le matite e le pecette, dal sensuale paratesto tipo cocktail e conclamata inutilità minimalista, soltanto per ballare, fino alla fine.
Proprio come un ottuso Cronopio che balla, alzando le manine.

lunedì 1 settembre 2003

Buon Compleanno, Ebi

Per l'occasione mezza redazione è pronta per svelare la segreta ricetta della famosa Grandma's Vanilla Cake.
La seguente è la prima di una lunga serie di dolcetti in mono ingrediente insaporente (nel caso: la vanillina).
Troverete presto questa e molte altre nel libro: Lo-fi cakes: 103 recipes, di cui si prevede l'imminente uscita per la celebre casa editrice Sweet Polaroids di eb+lg.
Buon Compleanno!

Dalla A alla Z

Dopo una settimana di decompressione il lavoro in ufficio torna a pieno ritmo.
Ho riordinato la blog balotta qui a fianco.
Pretty girls make graves.
Archeologia del futuro

Ancora a proposito del romanzo di Lewis Shiner (oh, leggo poco ultimamente) volevo copiare questo paragrafo:

"Amplificatore Harman Kardon, piastra Nakamichi Dragon, quattro casse Boston Acoustic A70, piatto a trazione lineare, lettore cd, equalizzatore grafico, monster cable sparsi in giro. C'è un che di spirituale intorno a quel nero opaco, con i grafici e i numeri che brillano freddi, gialli, bianchi e verdi: è come se una voce tranquilla ti dicesse che tutto sta andando per il verso giusto. Non è altro che ferraglia, metallo, silicione e plastica, ma questa ferraglia ha il potere di trasformare l'aria vuota in musica. Il che non smette di meravigliarmi" (pag. 7).

Mi sono chiesto se un giorno sapremo trovare la stessa magia e meraviglia negli mp3.

E ancora: pare che su Stylus Magazine domani pubblicheranno una Non Definitiva Guida ai Grandi Album Perduti della Storia del Rock.
We love Trinacria

La redazione di polaroid, unanime e commossa, assegna il Leone D'Oro a Daniele Ciprì e Franco Maresco per Il Ritorno di Cagliostro.
E adesso correte a leggervi Seconda Visione, il blog vippaiolo in diretta dal Lido di Venezia.

update: anche il presenzialista è presente :-)