giovedì 31 ottobre 2002

Tra copiaincolla e l'altro in ufficio stiamo raccattando le forze per questa sera: dopo la radio (e nebbia permettendo) ci va di correre a Modena al Vibra (Via 4 Novembre 40/A) per la serata interamente dedicata al Forum Sociale Europeo di Firenze.
In programma un primo momento di dibattito con Marco Bersani (Attac Italia) e poi il concerto dello Sceriffo, che si sta girando l'Italia per promuovere l'appuntamento di Firenze.
Come rispondere di no ad un invito di Madame ?
Passo un attimo su Pitchfork per vedere che si dice oggi nel meraviglioso mondo indie e rimango un po' di ghiaia davanti a una pagina nera con la playlist per Halloween.
Roba tipo Fantomas, Bauhaus, Coil, Alec Empire e la colonna sonora di Shining...
Addirittura "Everyday is Halloween" sparato nel titolo... mah...

Così decido di fare un piccolo link, magari prenderli pure in giro, passo su Blogger e lì, al posto del solito logo con la B, ti ritrovo il faccione qui a fianco.
Ok, mi arrendo ma resto dell'idea, caro IngegnIere: dalle nostre parti Halloween mi sembra proprio roba da sfigati.


We work so hard just to get things done
hoping we'll be happier years to come.

mercoledì 30 ottobre 2002

tardi/presto

Ma sì, mettiamo anche questa didascalia: questo è uno scorcio del portone del vecchio Bar dello Sudente, al 25 di Via Zamboni, proprio accanto a dove cominciava la fila della mensa di PazienzaDelle due l’una: o venivo al mondo dieci anni prima, e certe epoche le "vivevo" e adesso non mi preoccupavo neanche più, oppure nascevo dieci anni dopo, e allora un filmetto come Fortezza Bastiani lo vedevo al ginnasio, e crescendo davo per scontate certe esperienze, assumendole per via indiretta, come ricordi impiantati, e così superandole.

Invece mi sento sempre un po’ a disagio, lo confesso, tra questa risata partecipata che ogni tanto scappa e l’infelice consapevolezza dei limiti di tutta la faccenda.

E poi mi chiedo ogni volta per quanto Bologna potrà ancora sopportare questa retorica dei giovani, questa difesa a oltranza del provincialismo eroico, questa autoironia mammona, questo carattere che è solo messa in scena, questa scenografia di città che diventa vera solo quando smette di assomigliare a se stessa.
E anch’io sono così, limitato, lo vedo.
Con tutte le battute risapute: i portici che non si vede mai il cielo, la bambagia dello studente, il terzo piano di Lettere.
Un nastro registrato per la centesima volta, fotocopie di fumetti che sbiadiscono, un film in prima visione che sa già di replica.

martedì 29 ottobre 2002

Mi sento molto brasiliano oggi

ma come fai quando tu sei bambino
a prendere coraggio e fede nel destino
se papà ti mette per castigo al buio
poi di notte a letto zitto che c'è il lupo?
zitto che c'è il lupo?
zitto che c'è il lupo?

e la mamma dice: chiamo l'uomo nero
chiamo il babau, ti mangia tutto intero
nella notte scura ti fa la puntura
ti fa la puntura
ti fa la puntura

ma passa per il buio senza paura

poi all'improvviso ti arriva l'età
di amare follemente l'uomo che non va
non c'è via d'uscita né qua né di là
tuo padre griderà tua madre pregherà
tua madre pregherà
tua madre pregherà

la notte poi si butta giù dal fabbricato
perché quello che è facile diventa complicato
dato che la vita è dura
che la vita è dura
che la vita è dura

ma passa per l'amore senza paura

il pericolo c'è fa parte del gioco
tu non farci caso sennò vivi poco
tieni sempre duro
comincia di nuovo
comincia di nuovo
comincia di nuovo

anche per la strada tu stai rischiando
stai sovrapensiero stai rimuginando
passa la vettura della spazzatura
ed il conducente aumenta l'andatura
aumenta l'andatura
aumenta l'andatura

ma vai per la tua strada senza paura

ed un bel giorno di qualunque settimana
battono alla porta è un telegramma
battono alla porta lei ti sta chiamando
lei ti sta chiamando

per uno viene presto per l'altro tardi
comunque presto o tardi tranquilla e sicura
viene senz'avviso viene e ti cattura
viene e ti cattura
viene e ti cattura

ma passa per la morte senza paura
ma passa per il buio senza paura
ma passa per l'amore senza paura
ma va per la tua via senza paura
ma passa per la morte senza paura
...
I miei auguri a Lula - va per la tua strada


E così anche Polaroid ha fatto patchwork dei suoi blog preferiti.
A Strelnik sembra essere piaciuto e quindi ringraziamo lui e Peter Greenaway per averci ispirato il titolo (forse meno per le sue luci persecutorie a palazzo re enzo, eh-eh).

lunedì 28 ottobre 2002

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Anche perché, d'accordo, a proposito delle ONG Report ha avuto tutte le ragioni del mondo e rimane una delle poche trasmissioni italiane che mi fa tirare fuori il televisore, ma non bisogna dimenticare che ci sono anche i ragazzi senza la cravatta, quelli per i quali i "progetti" non sono una pratica nello schedario, ma una casa, uomini, donne, bambini, un piatto, un decrepito furgone.

Ciao Latta, un abbraccio di qua e di là dal Mediterraneo.
enzØ + La Laura


Subject: Il giorno più lungo
From: Alessandro

Gaza, 24 ottobre 2002

Tel Aviv mi accoglie con diffidenza, come previsto.
Allo sbarco, primo interrogatorio appena scesa la scaletta dell'aereo, mentre tutti gli altri passeggeri salgono sul bus. Secondo interrogatorio agli sportelli per il visto d'ingresso in Israele. Terzo estenuante interrogatorio al cancelletto tra l'uscita dalla zona frontiera e l'accesso al recupero bagagli.
Quindi setaccio elettronico dei bagagli e metal detector per i nostri giovani corpi.
Il tutto si è "risolto" nel giro di un'ora e mezza: vietato lamentarsi.

Le domande sono le solite: quale relazione lega i compagni di viaggio, quali destinazione, durata, scopo del soggiorno, quali i responsabili, le comunità con cui si prenderà contatto, reiterate fino allo sfinimento...

Quella di martedì 22 ottobre è stata un giornata sfibrante al check point di Gush Katif, nella Striscia di Gaza.
Alle 9,30 del mattino il check point è stato chiuso mentre una colonna di macchine stava percorrendo il tratto di circa 500 metri che separa le due torrette. Le auto sono state perquisite, così come tutti i conducenti e passeggeri. L'operazione ha richiesto diverse ore.
Mentre da entrambi gli accessi le auto si accalcavano in attesa della riapertura, agli sfortunati rimasti bloccati dentro il check point non restava che aspettare, senza cibo e senza gabinetto, fino a dopo il tramonto.
Tra loro anche Sami, nostro fidato collaboratore, che a bordo dell'auto del CRIC si stava dirigendo a Gaza. Difficili anche le comunicazioni, poiché nella zona del check point la rete telefonica mobile palestinese (Jawwal) viene spesso oscurata.
Dopo aver mostrato i documenti, Sami è stato fatto praticamente spogliare e perquisito da capo a piedi. Non c'è stato nessun particolare criterio nei controlli, nessuna selezione: semplicemente chi passava di lì si è beccato questa perquisizione di massa.

In coda dalle 14,30, ho potuto vedere la folla di palestinesi bloccati al di là della torretta, a poche decine di metri da me, che protestava e pretendeva di poter tornare alle proprie case. A tenerli a bada un gruppo di militari israeliani spalleggiati da un blindato. Col passare delle ore la tensione si è alzata e più volte i soldati hanno sparato alcuni colpi in aria per mantenere il controllo della situazione.
Una volta terminate le operazioni di perquisizione (peraltro senza risultato) la situazione è rimasta in stallo per altre ore, con le due aree di accesso al check point letteralmente sommerse da auto e camion. Ad ogni segnale di aperture le auto si muovevano di qualche metro, con l'unico risultato di rendere ancor più intricato il groviglio di mezzi.

Intorno alle 18,30 siamo riusciti a toglierci dall'ingorgo e tornare a Khan Younis per un panino. Alla notizia che stavano riaprendo il check point, siamo tornati in fila, salvo scoprire che le auto bloccate all'interno erano state sì fatte uscire, ma l'ingorgo in entrambe le direzioni rendeva lentissimo il deflusso. Molte persone che stavano attraversando il check point a bordo dei camion al momento del blocco (non si può attraversare il c.p. a piedi) sono state fatte defluire camminando in fila indiana con le mani sopra la testa. Sami ha lasciato il check point a bordo dell'auto del CRIC alle 20,30, dopo 11 ore di attesa.

Intorno alle 22 siamo riusciti a passare anche noi, salvo ritrovarci imbottigliati sull'altro lato, dove sono servite un paio d'ore per uscire dall'ingorgo e riguadagnare la strada per Gaza, che abbiamo raggiunto intorno alla mezzanotte.
Naturalmente in tutto questo non è mancata qualche rissa tra i conducenti, esausti e nervosi, costretti a gestire autonomamente il traffico nella zona immediatamente adiacente alle torrette (area vietata alla polizia palestinese, che deve mantenersi a centinaia di metri di distanza).

Eppure in tutto questo c'è stato chi mi ha offerto acqua, tè, anche dei biscotti...
Un ragazzo in fila mi ha chiesto perchè non andavo a parlare con i soldati per avere il permesso di passare, in fondo sono straniero, potrei farlo.
Siamo abituati a pensare che in un paese chi ci abita abbia libertà di movimento e le restrizioni spettino semmai ai forestieri. Qui accade esattamente il contrario: chi è nato in questa terra è nato profugo e la prospettiva è di morire tale.

Trarre conclusioni su una situazione che si vive "dall'interno" mantenendo freddezza e lucidità è sempre difficile. Perciò le conclusioni le lascio trarre a voi, che la vedete anche da lontano. Non mi interessa oggi entrare nel merito di chi ha ragione e chi ha torto. Io mi limito a registrare quello che vedo e che vivo: questa non è vita, nessuno potrebbe sopportarla a lungo senza perdere la speranza e con essa la ragione. Così si tratta il bestiame, non le persone.
"La verità - ci diceva qualche giorno fa un soldato israeliano a Erez (ingresso nella Striscia di Gaza) - è che i palestinesi sono tutti animali".
La strada del dialogo mi sembra molto lontana...

Alessandro

domenica 27 ottobre 2002

Venerdì è uscito Up the Bracket. E’ il primo album di Libertines. Qualche sera addietro ho visto il video della canzone che titola il disco. La regia è di Gina Birch. Gina Birch era voce e chitarra di Raincoats, se non le avete mai ascoltate vi consiglio caldamente di ripescare almeno il loro primo omonimo album edito nel 1979 e ristampato nel 1993 con appassionate note di copertina di un certo Cobain. Le Raincoats furono scoperte da Geoff Travis. Geoff Travis che oggi ci introduce a Libertines, era il proprietario di Rough Trade. Geoff Travis vent’anni, un fallimento e mille avventure dopo ha fatto conoscere al mondo Strokes, il cui cantante giurerei sia il giovanotto fotografato sul retro copertina di Up the Bracket.

Il video di Up the Bracket è accompagnato da una piccola leggenda metropolitana. Pare che la Birch per quel video avesse chiesto alla banda di ragazzini londinesi di presentarsi nel suo appartamento assieme ad una selezione di loro amiche. Le ragazze non avevano le facce giuste. Quella sera a Londra suonavano Liars. Fighi e newyorkesi. La Birch ha portato i Libertines nel backstage, ha chiesto a Liars se poteva utilizzare le loro ragazze per il video. I Liars hanno acconsentito.

Il disco di Libertines è il più divertente che mi sia capitato tra le mani dall’uscita di Is this it.
È uno di quei dischi che alla terza nota ti espelle dal divano e ti sbatte a ballare in mezzo al salotto, alla seconda canzone ti spinge in strada a cercare di staccare un mattone dal primo muro che incontri. Alla quinta finisce che con quel mattone spacchi una vetrina, non importa se di una banca, di un macdonalds o del fruttivendolo sotto casa. Quello che importa è il rumore del vetro che esplode.
Il disco di Libertines cancella il tempo. Ancora rock’n’roll, ma questa volta la memoria è impigliata in Inghilterra. Clash, Jam ed Housemartins. Punkpopbeat.
Il disco di Libertines è l’illusione che l’età sia effettivamente quello che vorresti fosse: faccenda di numeri, esperienza e stanchezza, non un impiccio della mente inventato per fotterti la vita.

Did you see the stylish kids in the riot? Domandano in apertura di una canzone. Sì, quei ragazzi li hai visti e li conosci bene. Hanno la faccia di quelli che hanno scelto da che parte stare, non hanno mollato, c’erano allora, ci sono oggi e ci saranno sempre. La vita salvata e poi inquinata irrimediabilmte dal rock’n’roll.
Chitarre, chitarre, chitarre. Con il legno di quello strumento Libertines prendono a mazzate i computer dove i piccoli geni dell’elettronica infilano i loro floppy consegnandoci musica da tappezzeria, utile anestetico per tempi di futile impegno.

A scuola tutti quanti ascoltavano Michael Jackson. Per questo ho passato anni molto distante dalla musica, fino a quando non ho incontrato il mio insegnante di scienze. Non gliene fregava niente di quelle cazzate e un giorno mi passò una cassetta di Velvet Underground. E’ stato un rito di passaggio. Era possibile suonare anche non emettendo tutte le note esattamente. In quel periodo cominciai ad imbracciare la chitarra, sapevo suonare solo due accordi, ma quando scoprii che anche Venus in Furs era fatta così, per me fu la rivoluzione”.
Carl Barat, cantante di Libertines.

Ed ora su, uscite di casa, andate al negozio di dischi, ignorate quel piccolo adesivo nero sulla plastica della copertina che dice disco: consigliato da “Il Mucchio”. Comperate Up the Bracket, non ve ne pentirete. Se avete un dubbio ricordatevi chi è che vi ha fatto ascoltare per la prima volta The Modern Age

Poi sabato 23 novembre tutti a ballare sotto il palco del Covo.

venerdì 25 ottobre 2002

anche a quelli di polaroid ogni tanto gli viene voglia di andare a balare, ve',
e perciò questa sera ci si vede sul tardi al Covo per il terzo appuntamento FRAME (Maffia meets Bolonnia!) che c’è la serata Pandemonio, oh, powered by Mantravibes Records, non so se.

Santos: e chi sennò?E nel caso non vi bastassero i dischi di Piddu (o peeDoo come scrivono le webzine d’oltremanica larga) beccatevi pure l’amichetto del Norman più famoso di Brighton, ovvero Santos (cioèvogliodire: uno con una faccia così, la cui parola d’ordine è "shackedelic" merita inconfutabilmente...)


Svelato il mistero (in realtà è un po' ch'è svelato ma mi ero dimenticata): il cidi singolo trovato in radio senza nome nè etichetta ma sexy (giusto essendo lui nudo) è Space Walk di Lemon Jelly (il sito qui). L'immagine è del 10'' ed è più loquace, epperò, lo assicuro, nel cidi non c'è scritto niente. Ma proprio niente.



Inarticulate boyfriend, Jenny toomey. Olè.

giovedì 24 ottobre 2002

Cresciuta nei sobborghi della Berlino bombardata alla fine della guerra, mentre il padre moriva in un campo di concentramento, ha potuto studiare solo fino a tredici anni, quando ha cominciato a lavorare prima come commessa, poi come indossatrice in una sartoria.
All’età di 15 anni viene mandata a Ibiza dove incontra un fotografo che le cambierà il nome e la vita, facendole ottenere una piccola parte in un film girato tra Parigi e Capri.

Ad una festa in casa di amici a Roma, Fellini la nota e le chiede se vuole partecipare al suo ultimo progetto: La Dolce Vita.
Nel frattempo prosegue la carriera di modella trasferendosi nella capitale francese, ma nel 1960 soggiorna a New York per studiare recitazione con Lee Strassberg (nella stessa classe c’è Marilyn Monroe).

Incide la canzone "Strip Tease" con Serge Gainsbourg, anche se poi sarà pubblicata la versione con la voce di Juliette Greco.
Incontra Brian Jones, che le fa conoscere il manager dei Rolling Stones e ciò le permetterà di incidere il primo singolo a suo nome: "I’m not sayn", prodotto da Jimmy Page.

Ritorna a New York (dato anche lo scarso successo discografico) e ha un figlio da Alain Delon, il piccolo Ari, con il quale torna a Parigi, dove conoscerà Bob Dylan che le regala la canzone "I’ll keep it with mine", successivamente inclusa nel suo album d’esordio solista.
E tutto questo prima del 1966, anno in cui Dylan le presentò Andy Warhol.

Nico confessò all’artista di voler smettere di lavorare come modella per dedicarsi alla musica, e questi semplicemente le presentò un gruppo che proprio allora si stava formando sotto la sua protezione: i Velvet Underground.
Nacquero così canzoni come "Femme fatale", "All tomorrow’s parties" e "Venus in furs".

Lou Reed e John Cale, dopo un anno di tour, non gradirono ulteriormente la sua presenza (si dice che fossero molto gelosi del suo fascino magnetico sul palco) ma, pur estromettendola di fatto dai VU collaborarono attivamente al suo primo LP, "Chelsea girl", il quel vede anche la partecipazione di un sedicenne Jackson Browne, con il quel Nico viveva in quel periodo.

Chelsea Girl (un bellissimo disco, che trovate pure in nice price) segnò la nascita del personaggio di Nico: oscuro e malinconico ma al tempo stesso apparentemente freddo e narcotico.
Poi sarebbero venuti anni più cupi e lunghi, poi il momento per rifiorire e poi, inattesa e amara, una fine forse misteriosa, forse solo comune. Oggi resta la sua voce, l’ho scoperta per caso e la trovo perfetta per questo autunno.
Le plat travail qui est le mien
Però questi personaggi dei film dei Dardenne sono… un po’ ossessivi, ecco.

Vivono in quel loro piatto Paese, vite più o meno normali, e non si capisce bene cosa li tenga in piedi dal mattino fino a ora di coricarsi. (Ah, perché invece noi lo sappiamo?). Movimenti precisi, ripetuti da una vita, e poche parole, tutte scelte con attenzione.
“Perché è gente che lavora”, dicono. Sarà. Anche a me è capitato di fare lavori manuali, e un po’ mi ci ritrovo, in questi film dove la colonna sonora consiste di martellate, sibili di flessibile, e in sottofondo il traffico urbano. Però i lavoratori non sono sempre così. Quelli che conosco io hanno pure voglia di comunicare, almeno nelle pause caffè, o al bar, o nel parcheggio prima d’andare a casa. Se non hanno argomenti c’è sempre il calcio, la musica, la politica, parlar male del capo, e se ci si conosce un po’ meglio, le donne (e gli uomini).

Ma i lavoratori dei Dardenne non tifano né Liegi né Anderlecht; non mettono mai su un disco, né dEUS né Jacques Brel, niente. Non hanno appettiti sessuali di sorta. Solo il ragazzo che invita a cena Rosetta suona un po’ la batteria, e mette su il suo demo mentre cerca di baciarla. È di gran lunga il più umano e il più simpatico tra i personaggi dei Dardenne, però, cavolo, non aveva neanche una cassetta di lenti? Una cassetta di qualsiasi cos’altro? La batteria come l’ha imparata, seguendo i tonfi della segheria al piano di sotto?

"È perché sono poveri”. È vero che abitano sempre in certi appartamenti schifidi, con pavimenti da fine Ottocento, mentre ero convinto che in Belgio avessero ormai tutti la moquette. Avevo pur sentito dire che il loro PIL pro-capite è superiore al nostro…
Prendi il falegname protagonista del “Figlio”: insegna falegnameria in una struttura per ragazzi in difficoltà. Ha quattro apprendisti. Non ha famiglia a carico. Dovrebbe pure riuscire a permettersi qualcosa di più di un’auto classe 1985 e di un tugurio arredato con mensole in fornica (non può portarsi un po’ di lavoro in casa?). Un mio coinquilino che stava alle pezze, sei o settecento euro al mese (lavorava nell’editoria), ce l’aveva pur fatta a comprarsi l’attrezzo per il sollevamento pesi. E invece il falegname dei Dardenne per fare i piegamenti deve sdraiarsi sul polveroso pavimento, che nessuna badante viene a pulire. Fossi in lui mi licenzierei seduta stante, forse farei la rivoluzione. E se guadagna così poco lui, quanto prenderanno gli apprendisti?

Non c’è da stupirsi se il loro comportamento rasenta l’autismo. Rosetta non è una donna, non è un essere senziente, è solo una voce che grida nel deserto: “Voglio un lavoro”. Il falegname non grida niente, non dice niente, insegue il ragazzo ma non ha niente da dirgli, cerca qualcosa dentro di sé ma trova soltanto misure esprimibili in centimetri, dal mio piede al piede dell’assassino di mio figlio c’è un metro e cinquantuno, massimo cinquantadue.

Eppure noi andiamo a vederli, i film dei Dardenne, perché? Come il falegname, anch’io cerco in me stesso e non trovo il perché; so solo dirti: al martedì all’Embassy costava quattro euro e dieci centesimi. E sicuramente non credo più alle fate di Hollywood, alle fiabe di Natale che stanno per uscire, sono un piccolo uomo che lavora e vorrei vedere altre storie di piccoli uomini che lavorano, o che ci provano.

Però col “Figlio” il discorso non torna. Un conto è lavorare, un conto è quella gabbia di silenzi e fissazioni misurabile in centimetri. Forse quello che mi servirebbe è un buon vecchio neorealismo, con la gente che piange, ride, canta le canzoni in osteria, ruba le biciclette. Ma non li fanno più i film così, invece premiano i film dei Dardenne, e io mi adeguo. Perché? Non lo so, il perché. Ora vado a letto. Domani ho cinque ore, dalle otto e venticinque all’una e cinque minuti. Quindi devo svegliarmi alle sette e quarantacinque. Metterò la sveglia alle sette e quarantatré, per sicurezza. Buona notte.

...At the end of The Son, the audience is expected to be grateful for being shown that there exists morality among the masses, but only someone wildly out of touch with humanity would be surprised by such a conclusion...
Qualche tempo fa Ellegi parlava di Barbie:il sottoscritto non può fare a meno di replicare con le bamboline delle pornostar (cosa vi aspettavate?)
Qui le piazze dove mangiare le noccioline del Salvador questo uichend.
Non crediamo ci sia ancora qualcuno dei pochi lettori di Polaroid che dimentica di passare quotidianamente su Leonardo: in ogni caso, oggi vi consigliamo caldamente questa lettera a Luca Sofri.

martedì 22 ottobre 2002

E comunque: stavo proprio assopendomi (del resto ero sotto il plaid leggendo) quando a patchanka si sono messi a parlare di internet radio. Peccato ma ormai la piega del letto era irreversibile. E comunque è riemerso ora dalla memoria l'url che annotai nel pensiero. In america le radio in internet chiudono i battenti per colpa di una tassa di qualche cents sui pezzi diffusi moltiplicata però per gli innumerevoli utenti. Tra poco, tradunt, il provvedimento sarà importato in europa.
Peccato: polaroid non ce l'ha ancora fatta. Tocca affrettarsi.


bloginfo: homesleep set on the moquette
showroommoquette
Et voilà: giovedi ventiquattro dj-set di Daniele e Arturo al moquette.
Suggello très chic in arancione et rosa della joint venture tra il cool locale di forlì e la indie label bolognese.

Pur non possedendo un televisore "a tempo pieno" (magari ve lo spiego un’altra volta) mi sono fatto un’idea di come deve essere la tivù di questi tempi.
Abbastanza una merda, se devo dire.

Comunque mi sembra d’aver capito che negli Stati Uniti stanno messi pure peggio. Almeno a giudicare da Bowling for Columbine.
Sì, perché il film diretto da Michael Moore (che mi sento di consigliare caldamente a tutti quanti) non è molto diverso nel tono e nello stile da certi servizi a cui ci aveva abituato Report.

L’ho sparata grossa? Certo, ma solo per tenere a freno l’entusiasmo del giorno dopo, quando i post sono sempre pieni di superlativi e hai voglia di dire subito "film dell’anno, non si discute".

Però Bowling for Columbine si candida davvero tra i film dell’anno, almeno per quel che mi riguarda. L’inchiesta condotta in maniera implacabile (la crudeltà perpetrata ai danni di Charlton Heston che si allontana camminando a fatica, in una dolorosa sequenza interminabile e muta), con momenti davvero divertenti (la faccia di Matt Stone di South Park mentre chiacchiera al bar), surreali (il climax di amanti dei fucili, fino ad arrivare a quello cieco) e, ammettiamolo, demagogici (come all’uscita suggeriva Ugo: qui niente link, sorprese più avanti), si rivela un "racconto" irresistibile. E infatti la sala rideva, commentava, partecipava neanche fosse Matrix.
Guarda te com’è avvincente l’intelligenza a volte.

Il disperato bisogno di sicurezza creato dal clima di allarme e tensione continua è qualcosa che ben conosciamo anche dalle parti di casa nostra, e fra gli altri già Luther Blissett, con "Nemici dello Stato" (pubblicato da DeriveApprodi qualche anno fa e ora scaricabile qui) aveva illustrato il meccanismo applicandolo agli ultimi decenni della storia italiana.

Menzione d’onore, infine, alla colonna sonora: sigla di testa con Teenage Fanclub, finalone addirittura con Joey Ramone; mentre le musiche originali, composte da Jeff Gibb (anche fra i produttori), sono utilizzate spesso in maniera straniante e contribuiscono ad un complessivo effetto comico.
Dimenticavo questo: il jukebox di Delgados (un'idea di Emma, Alun, Stewart e Paul), da Mantra.
Sto creando un file rss con i contenuti di una pagina del blog (?), via concorrente. Mentre aspetto che si crei l'rss, ringrazio un sacco, visto che lui, gentile, ci linka.

lunedì 21 ottobre 2002

Sì, Biccio: sembra proprio che stiamo vivendo in due musicalissimi universi paralleli.
Ikara Colt? Al momento non proprio, ma rimedieremo presto, per il momento giusto rudd.
Intanto sono alle prese con Ms John Soda la sera e la raccolta di singoli dei Lucksmiths la mattina presto.
Suggerimento: comincia a pensare ai dischi da portare in radio!
Rifletti, rifletti!
Che noi t'aspettiamo presto.
ed ora una canzone per il signore del centro anziani di Borgo Panigale che stava andando a fare il vaccino per l'influenza. Ciao, in bocca@lupo :-)

Help The Aged (Pulp, 1998)

Help the aged, one time they were just like you,
drinking, smoking cigs and sniffing glue.
Help the aged, don't just put them in a home,
can't have much fun in there all on their own.

Give a hand, if you can, try and help them to unwind.
Give them hope & give them comfort 'cos they're running out of time.

In the meantime we try.
Try to forget that nothing lasts forever.
No big deal so give us all a feel.
Funny how it all falls away.
When did you first realise?
It's time you took an older lover baby.
Teach you stuff
although he's looking rough.
Funny how it all falls away.

Help the aged, 'cos one day you'll be older too
- you might need someone who can pull you through
& if you look very hard behind the lines upon their face
you may see where you are headed and it's such a lonely place.

You can dye your hair
but it's the one thing you can't change.
Can't run away from yourself, yourself...

Funny how it all falls away. [x3]
So help the aged.
Lunedì caldo?

Potrebbe quasi sembrare una risposta al post di Leo qui sotto e invece stavo solo dando un'occhiata alla nostra amica di Electronic Polaroids...



What kind of porno would you star in?
brought to you by Quizilla

Gangbang movie! You're such a horndog! You can't get enough sex! You've been around the block. People might even go so far as to call you a nympho. Chances are, you're a walking STD. Go get tested.

sabato 19 ottobre 2002

Eterna viaggiatrice x lavoro, corporatura snella, felicem.single,volto acqua e sapone, direi persino carina se non fosse per uno strabismo agli occhi. Solitam.mi capita di affezionarmi profondam.a gente di entrambi i sessi, cerco quindi anke coniugi desiderosi di introd.nel loro rapp.una nuova amica,socievole ma non invadente, baccante ma non dissoluta.Solo coniugi dove alm.uno dei 2 abbia difetto estetico-visivo simile al mio o con altri generi di imperfez.estet.(viso butterato, postumi di labbro leporino, sindr.di Crouzon e sim.).Per scoragg.event.millantatori, considero solo a mails con brevi allegati vocali femmin. col proprio nome e/o foto del volto (ricamb.) di entr.-Ciao-RAGGIO DI SOLE

Non so voi, ma mi sento un po' escluso.

venerdì 18 ottobre 2002

Entertainment!

Dopo un mese che Arturo si raccomandava di provvedere a colmare questa lacuna (dato che le influenze sul presente sono numerose), dopo che il Ginka mi aveva pure preso un po’ in giro perché non li conoscevo, e dopo che Mr. Gandolfi aveva tagliato corto definendoli "imprescindibili", vedere pure Alberto Campo che ne parla sull’ultimo Musica di Repubblica è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso: così ieri sera appena uscito dal lavoro mi sono infilato nel primo negozio di dischi e ho comprato Entertainment! dei Gang Of Four (che è pure in nice price).

Poi mattina con retrogusto di bile repressa, chiuso in ufficio mentre gli amici in Piazza per le sacrosante ragioni, e fuori c’è un tempo francese e si sta così bene, il vento degli ultimi giorni ha spazzato tutto il cielo e a pranzo ce ne freghiamo e ci facciamo anche una caraffa di rosso.
Insomma il clima adatto per ascoltare in cuffia e a ripetizione questo infuocato album d’esordio datato 1979, dalle liriche politicamente consapevoli e pesantemente scorrette.
Chitarre lancinanti, ossessive, rimbombo di basso in evidenza, voce spesso monocorde che scandisce finti slogan, e poi accelerazioni spinte e spigolose (tutti parlano di innesti funk su strutture post punk... a dir la verità, alle mie orecchie profane oggi suona tutto molto compatto).

Canzoni che parlano di "lust" e non "love", dove i sentimenti contano meno dei corpi e i corpi sono un «good business», mentre denuncia e cinismo, ironia e sincerità si miscelano alla perfezione.
Per tutti quelli che si sentono «like a bettle on its back» accorgendosi di essere finiti, loro malgrado, «on the price list», Polaroid da buon ultimo lo consiglia.

...at home he feels like a tourist
he fills his head with culture
he gives himself an ulcer...




Wizard imps and sweat sock pimps, interstellar mongrel nymphs.
Rex said that lady left him limp. Love's like that (sure it is).



stava per: buon concerto a tutti!

giovedì 17 ottobre 2002

Ho la convinzione di non essere troppo sicuro
Fabio Merighi
Toh: oggi sui viali c'era uno scoiattolo. Di lontano pareva una foglia nel movimento; c'è scirocco ed è autunno e ne volano quel po'. Gli autoveicoli di targa pari hanno inchiodato subitaneamente per ammirare il miracolo dello scoiattolo-foglia (un rosso codone, invero).
Lui, poi, è scappato subito: ehi, questa è Porta Castiglione, mica Park Avenue.


Max era Max, più tranquillo che mai...

Se volete sentire presto un nuovo disco di Belle and Sebastian non c'è altra soluzione che comperare l'auto di Stuart Murdoch.
Nonostante il motore sia stato appena rifatto, ormai Max (questo il nome della vecchia Ford Granada datata 1973) richiede troppe cure e attenzioni da parte del cantante della band scozzese.
Sulla scheda di Ebay la velocità massima non è indicata, ma più veloce di tutti, e faster than NME la nostra collega di istantanee from Brazil Gabriela ci ha segnalato l'imperdibile asta.
Il ricavato della vendita della "best looking car in Glasgow" andrà in beneficenza all'associazione Friends of The Earth Scotland.
L'ultima offerta era di 1650 sterline.

mercoledì 16 ottobre 2002

Eppoi loro hanno questi castissimi grembiulini da far invidia alla Miuccia (nel suo ultimo periodo neutro et scipito pre luna rossa).
Non fatevi illusioni: La locanda della felicità è già sparita un quarto d’ora dopo l’inizio del film.
Sembra proprio che non sia più il tempo di trovate romantiche e allegre come quella dell’autobus abbandonato e riconvertito in rifugio a pagamento per amanti di città.

L’ultimo film di Zhang Ymou racconta anche questo. Non vi svelerò altro (le sinossi sui quotidiani dicono già abbastanza) di questa storia.
Quello che vale la pena di scoprire di persona è il modo in cui è reso da Ymou il mondo cinese contemporaneo. Si respira un’aria leggera di fiaba, si passa attraverso la commedia (mimica, gusto per l’equivoco), si sbatte la faccia sul dramma senza quasi accorgersene.
Non è così la vita? Non può essere raccontata in questo modo?

Nel mondo della "Locanda della felicità" tutti scavalcano diverse volte il confine tra verità e invenzione, mentendo di continuo, anche a se stessi. Perciò un appello alla speranza può risultare involontariamente comico, o autoironico. Ma non è così. Non funziona secondo logica (questo film, leggero, e forse anche la vita). La bambina cieca guarda bene avanti.
Test florilegio
E comunque quando faccio i piccoli test di rete escono sempre dei risultati che c'è da vergognarsi e pubblicarli. Insomma, tutti quelli che c'hanno un bel blog hanno sempre esiti dalla metafora ficherrima tipo Strokes o Kate Moss e comunque e in generale sono tutti un sacco indie. Il fatto che mi induce alla riflessione e porta al malumoreggiamento è che io sono sempre cose oscure e poco comunicative tipo, che so, gli Hefner o la regina vittoria oppure a domanda How indie are you? la risposta è, obviously, non sei indie per un cazzo (ma lì è di sicuro colpa dell'Hansen o del fatto che non so bene se so l'inglese) e non ho nemmeno mai visto il film della Sofia Coppola (ma ho fatto il test lo stesso brancolando nel buio del caso, ma non ho capito e quindi amarezza a non finire).
Per via dell'anomalia, la mia mente, in loop, ora produce anti-test.

Which Magdalene sister are you?




Io sarei Margaret, appunto, quella sulla destra, che ha le orecchie grandi e si pente sempre e comunque e non scappa dal convento nemmeno con la porta spalancata.
E voi? Scriveteci che sorella siete!
These Days
(Jackson Browne - performed by Nico - 1966)

I've been out walking
I don't do too much talking
These days, these days.
These days I seem to think a lot
About the things that I forgot to do
And all the times I had the chance to.
I've stopped my rambling,
I don't do too much gambling
These days, these days.
These days I seem to think about
How all the changes came about my ways
And I wonder if I'll see another highway.
I had a lover,
I don't think I'll risk another
These days, these days.
And if I seem to be afraid
To live the life that I have made in song
It's just that I've been losing so long.
La la la la la, la la.
I've stopped my dreaming,
I won't do too much scheming
These days, these days.
These days I sit on corner stones
And count the time in quarter tones to ten.
Please don't confront me with my failures,
I had not forgotten them.
Questa mattina sto battendo dei comunicati.
Si parla di tecnologia senza fili e c’è questa cartella stampa con un errore madornale proprio nella prima riga. Mi è venuta una voglia da matti di partecipare a questo forum dal titolo "Torino Wiseless".

martedì 15 ottobre 2002

Toh: guarda, guarda in cosa ti imbatti andando a caccia di arte immortale (questo è un metablog intertestuale). Eh-eh.


.


Ah-ah.
(comunque a me sea change piace, ma credo che, in cotal contesto, sia del tutto irrilevante)
A proposito:
Non c'è conforto, sembra, nel mondo degli oggetti, e Clarissa teme che l'arte, anche la più grande [...] appartenga decisamente al mondo degli oggetti. Bompiani, appunto nella traduzione di cui sotto, p.22.
E la Virginia, dal canto suo:
[...] oppure se soltanto scorgiamo uno scolorito scarabocchio in quell'angolo e un macchia d'inchiostro in quell'altro e non vediamo nulla nella sua totalità; allora non possiamo contenere un sospiro di delusione e diciamo: un altro fallimento. Questo romanzo, chissà dove, è crollato su se stesso. da Una stanza tutta per sè, SE, p.83
A meno che tu non sia Tolstoj. Magra consolazione.
Ahimè, ahimè.
E l'immortalità dell'arte, Lolita mia?
«Volevo dirvi che esistono due gruppi di amici che si trovano per passeggiare allegramente per Bologna ed esercitare quindi nel pieno rispetto del codice della strada il loro diritto alla mobilità.
Entrambi i gruppi, per puro caso, si ritrovano in Piazza Nettuno.
La prima differenza è quella dell’orario.
Una combriccola si trova alle ore 17 sotto la statua del gigante lato Palazzo del Podestà. Questo gruppo si chiama BICI RICI CLANDO.
L’altro cenacolo (potremmo definirlo dei nottambuli) si trova alle ore 21,30 sempre nei pressi della statua del Nettuno. Questo gruppo si chiama CRITICAL MASS.
Ciao a tutti»
Ercole Poli, sull’ultimo numero di Zero In Condotta

lunedì 14 ottobre 2002

La domenica mattina abbastanza presto è sempre un po' rischioso ascoltare i dischi che hai comperato al concerto la sera prima sull'onda dell'emozione. Beh, ok, e anche per via dell’affascinante (?) Lindsay Anderson.
Ma i L’Altra dimostrano di funzionare bene, sciogliendosi su questo trasandato sole d'ottobre, e smussando il ricordo di un sabato al Covo dai contorni decisamente troppo rumorosi, con il rincorrersi morbido delle due voci specialmente nel trittico iniziale (Soft connection, Certainty e la perfetta Black arrow).

Avevi voglia di quiete e l’hai trovata proprio sotto il palco, mentre alle spalle un pubblico sorprendentemente numeroso si dava alla conversazione più sguaiata. Nessuno pareva capire che era uno di quei concerti da ascoltare, se possibile, in religioso silenzio (o al massimo un veloce commento tra un pezzo e l’altro, oppure una composta risata quando la Anderson chiedeva per la centesima volta birra sul palco) anche da parte di chi, come me, non sapeva quasi nulla del quintetto statunitense.

Tra l’altro, l’atmosfera era delle migliori mai viste nella sala di Viale Zagabria: luci quasi del tutto spente e palco riscaldato da qualche decina di candele sparpagliate su amplificatori e pianoforti. E, ovviamente, dai riflessi di un paio di powerbook.
Sì, perché tre dei componenti di L’Altra si dedicano ad un progetto parallelo chiamato Pulseprogramming e che suonano quella che Simone (e a lui vi rimando per una più circostanziata recensione della serata) mi ha spiegato chiamarsi IDM. Figurati, io l’avrei scambiata per glitch-pop... Etichette dementi a parte, ottimi suoni ancora in odore di Morr Music e album in uscita a gennaio (segnatevelo sull’agenda).

Il concerto mostra angoli più aggressivi dei L’Altra, impennate di ritmo e forza che muovono le teste delle prime appassionate file. Quando poi mi raccontano che la foto di copertina del disco, con quei fiori di campo in fragile controluce, è stata scattata dopo un loro concerto a Finale Emilia, in quella zona di Bassa lontana da tutto e dalla quale provengo, il passaggio al banchetto del merchandising a ritirare In the afternoon è obbligatorio.
Almeno per averlo a portata di mano la domenica mattina successiva.
L'IngegnIere tira in ballo Dispenser e quindi da lì vi segnalo un interessante articolo della settimana appena conclusa a proposito di Micheal Cunningham (scrittore che piace molto ai bloggers, pare).
Un piacevole risveglio senza sveglia, solamente un fruscio di luce sotto la tenda. E non importa se era un mattino grigio, e fuori c'era quella pioggia sottile e sospesa che quasi non serviva nemmeno prendere l'ombrello.
Potevi sempre ascoltare ancora una volta l'ultima monumentale compilation della Morr Music, Blue skied an' clear, doppia antologia che sfiora il capolavoro, e versarti una seconda tazza di té.

E magari un goccio di mirto dopo pranzo.
Uno di quei sabati che non telefona nessuno.
Succede, da queste parti.
Toccherà quindi ripescare anche gli Slowdive. Eppure tra il 1991 e il 1995 (lustro nel quale sono uscite le canzoni qui coverizzate dalla scuderia Morr nel primo cd) noi c'eravamo, e da qualche parte dicevamo pure di ascoltare musica...

Tra le canzoni scritte da Neil Halstead e metabolizzate dai laptop dell'etichetta berlinese spicca senza dubbio la resa di "When the sun hits" operata da Komëit, puro indie rock senza chitarre (la rifà anche Solvent, ma con risultati del tutto differenti) e di "40 days" di Lali Puna. Forse un po' troppo laconici questa volta i Múm, ma è un ottimo finale, abbastanza epico e tutto il resto.
E dopo un po' ti abitui a sentire queste voci umane perse dentro i suoni del futuro. E non ti immagini più uno studio di registrazione, strumenti e sale, ma persone che cantano sedute al computer come te, luce di cristalli liquidi dal basso. Cantano mentre spostano cursori con un mouse.

Tra i materiali originali di gente come Isan, Styrofoam, Herrmann & Kleine, che compongono la seconda parte, invece mi risulta difficile individuare un pezzo: è un disco che ho voglia di ascoltare per intero ogni volta, magari senza fare nulla, steso sul letto a vedere quanto si sono accorciate le giornate, oppure rimettere in cuffia seduto alla scrivania in ufficio, lo sguardo impassibile mentre qualcuno mi passa un fax da ricopiare.

domenica 13 ottobre 2002


Un cosina da dispenser. Leggo su D che Emme, la nuova bambola di Robert Tonner, in piena campagna di salvataggio adolescenti, scaglia la sua accusa a Barbie, colpevole di trascinare le fanciulline nei piu oscuri meandri del disordine alimentare. Emme è, chiaramente, più rotonda della collega. Io mi ricordo che Barbie, nata tettona, fu ritirata dal mercato quasi subito nel timore di compromettere un sereno sviluppo nelle ragazzine sedotte e indotte a sperare in cotal scollatura e subito abbandonate ninfette ai loro petti da uccellino. Mon dieu: quanta premura!

La mia storia è ancora più triste.
Mamma boicottò la bambolina per materia più che per forma, dato che non le piaceva la plastica, sortendo effetti ben peggiori, per materia, appunto, più che per forma.
Ferrara, che è squisitamente rinascimentale, con il sole della domenica magicamente (essendo il suo estense impianto fatto tra gli altri dal mago Pellegrino) appunto rinasce. Eccellente passeggiare le bancarelle con le essenze. In libreria qualcuno ha avuto l'ardire e il cuore di vendere il suo Built to Spill, Keep it like a secret. Una delle copertine che prediligo (solare et magica appunto).

Il linguaggio costruttivo si diffonde tra i popoli, acquista connotazioni regionali, si articola in accezioni di gergo locale. Per saper leggere un muro di una particolare regione giova conoscere quali usi costruttivi si sono diffusi in quell`area, quali materiali sono disponibili, le cave, le fornaci, la prossimità dei torrenti; giova seguire la storia dei centri urbani, le alternanze di benessere e difficoltà, i cui segni sono indissolubilmente murati tra le sue case.(A. Giuffrè, Letture sulla meccanica delle murature storiche, Roma, 1996)
Che è proprio un bel libretto.
Regalino per Bruno e piccolo omaggio alle grandi opere in pietra squadrata (le mie preferite? ovviamente dry! eheh).

sabato 12 ottobre 2002

E' da un po' di giovedi che in radio mettiamo un pezzo di Springsteen per ogni puntata (ormai greetings from asbury park N.J. l'abbiam saccheggiato tutto giacchè è il più incasinato e rutilante e c'ha dei testi assolutamente coloratissimi e barocchi; ovviamente è il nostro preferito). Così dato che tra poco ci deve essere un concerto da queste parti, noi avevamo anche preparato un pezzettino omaggiante (e qui lo ricicliamo). Che riportiamo di seguito e però non cita il disco suddetto se non di sbieco (tipo senorita, spanish rose, wipes her eyes and blows her nose, in licenza poetica), ma a polaroid piace l'ellissi.


So you´re scared and you´re thinking that maybe we ain´t that young anymore. Una manciata di chilometri fuori da Bologna e Bologna non c´è più. Fuori: i colli, da una via Siepelunga che sembra la riviera d´inverno. Aspetto che la lavatrice termini la sua corsa circolare mentre rigiro tra le mani i bei digipack dei cidi che ho appena comprato. Alla radio un cassetta passa Thunder Road. Più che al vicino evento live, penso a Daniel e a quella ragazzina col naso spagnolo e le calze colorate che, confidenziale, ci disse che la mattina restava nel letto finché non finiva Jungle Land. E noi assieme e innamorati e ottusi scrivemmo sul muro del liceo di fare croci sui suoi vecchi amanti e gettare rose nella pioggia. Noi avevamo le biciclette coi cestini e di Springsteen non capivamo niente, però quel verso ci parve decadente e bello e usammo lo spray dorato. Fuori adesso il sole è tiepido sulle rive di Siepelunga e capisco e sorrido all'idea che lei, a scuola, arrivava sempre in ritardo.

venerdì 11 ottobre 2002

Like an aspen leaf:

Oggi il cielo sopra Bologna sembra il cielo sopra la Manica (se non sai cosa dire parla del tempo), mentre un pezzo di facoltà al cielo giustapposta sembra la copertina dei Klint, credo (se non ti viene in mente ancora niente introduci un po' di oleografia contemporanea).

Jane Weaver (per il sito inespugnabile qui) c'ha i primi dieci secondi di ogni canzone che si intuisce (ovviamente a posteriori, sennò mica farei polaroid, piuttosto sarei un giovanni, ad esempio) che pure lei è della balotta di Badly Drawn Boy.
Dall'undicesimo è a mio, tra l'altro modesto, parere janeweaver e basta (che non è mica un fatto deludente): moody and sublime (eh-eh), specialmente la quattro.
E comunque: grazie a disco e titolo e altre contingenze, mi sono ricordata, confusamente a caccia di specchi, che c'è qualche ramino da potare, se vuoi riconoscere (come capita in giro) il tuo faccino nel grazioso laghetto dell'arte.
Nonostante i progressi della domotica e il persistere di un minimalismo spietato (sevizie d'interior design a spigolo vivo), anche nel 2054 i portacidi continueranno a fare schifo.

giovedì 10 ottobre 2002




wow, finalmente il Covo ha aggiornato il sito!
(non accadeva dal/since decennio scorso... :-)
Ci si vede là domani sera per Howie B e sabato per Laltra?
Polaroid ci sarà!

mercoledì 9 ottobre 2002


Per A e J

Avrei dovuto scrivere questo post un paio di settimane fa. Così avrei potuto tempestivamente e "a caldo" chiosare Alias del manifesto, secondo cui i libri di Hanif Kureishi sarebbero guastati in egual misura dall'ingenuità e dal mestiere.
Oppure avrei potuto raccontare, allegando il consueto entusiasmo autoreferenziale, di come avevamo letto l'inizio del quinto capitolo in radio qualche sera prima, con in sottofondo i Traffic di Hole in my shoe (una delle nostre rare scelte musicali congruenti).

Ma sono pigro e perciò dirò soltanto che la lettura di Il Budda delle periferie è stata una delle cose migliori di questo inizio d'autunno. Un vero e proprio romanzo di formazione aggiornato ai Settanta britannici, osservati dal punto di vista di un figlio di immigrati pakistani.
Si va più o meno dallo scioglimento dei Beatles all'ascesa politica della Thatcher, passando per la nascita del punk e il dissolversi della stagione delle comuni. Si confondono gusti musicali e politici, disordinate preferenze sessuali e idee decisamente radicali sulla famiglia e sull'arte. Ed è lì, in quel continuo mescolarsi di piani (che poi è peculiare di come si vive la vita, mi pare) che risiede buona parte della forza di questo romanzo.

Poiché perdere tempo a cercare di scoprire sé stessi, come se non si fosse già sé stessi, sembra sia un fraintendimento che poi si paga (con il tempo perso, con la decisione sbagliata al momento sbagliato, con una paralizzante inconcludenza che tutti, immagino, temiamo di avvertire in quel sapore amaro in bocca).
Mentre riflettere sulle scelte da fare e quelle fatte, intuire l'attimo in cui si compongono in una storia (la nostra come quella di Karim, il protagonista), e infine riuscire a pareggiare le entrate e le uscite del bilancio alla voce affetti, pare sia ciò che alla fine dà realmente significato a tutta la faccenda.
Un magnifico regalo, grazie.
People take pictures of the Summer,
Just in case someone thought they had missed it,
And to prove that it really existed.
Fathers take pictures of the mothers,
And the sisters take pictures of brothers,
Just to show that they love one another.

You can't picture love that you took from me,
When we were young and the world was free.
Pictures of things as they used to be,
Don't show me no more, please.

People take pictures of each other,
Just to prove that they really existed,
Just to prove that they really existed.
People take pictures of each other,
And the moment to last them for ever,
Of the time when they mattered to someone.

People take pictures of the Summer,
Just in case someone thought they had missed it,
Just to proved that it really existed.
People take pictures of each other,
And the moment to last them for ever,
Of the time when they mattered to someone.

Picture of me when I was just three,
Sucking my thumb by the old oak tree.
Oh how I love things as they used to be,
Don't show me no more, please.

Prima o poi ve le dovevo dire, queste due cose: (1) Ray Davies è un genio; (2) Grazie per le bellissime foto, grazie, migliaia di grazie, per la bellissima estate.

lunedì 7 ottobre 2002

La memoria sta al revival come l’amore sta all’onanismo.
L’ha detto Shel Shapiro (stando a quel che scrive Edmondo Berselli sulla Domenica del Sole-24 Ore di ieri).

sabato 5 ottobre 2002

Pseudofauve week-end pt.2

E questa sera continueremo a rincorrerci tra le celebrità, dal momento che, in coincidenza con la riapertura del Covo, si terrà il primo unhip gathering della nuova stagione (l'ottavo della serie: dovrebbero darci dei bollini per i punti, così se a fine stagione li conserviamo tutti ci regalano, che ne so, qualcuna delle nuove magliette arancione olanda - per lui - o azzurro con stampa argento, nonché bianco con stampa nera - per lei - in cotone elasticizzato e collo a v...).
Ci saranno tutti tutti, e il namedropping raggiungerà livelli agonistici.
Tra l'altro Giovanni dice che si riparte col botto, dato che protagonista della serata sarà Chris Eckman dei Walkabouts, in un imperdibile concerto solista.
A seguire, balleremo con i dj delle Radiocittà una e altra, e poi finalmente vedremo il nuovo sette pollici split tra Lali Puna e Isan della nostra etichetta di culto.
Ci si vede là verso le dieciemmezza, sei sacchi ticket (uno in meno se siete soci Phonoteca).
Week-end pseudofauve

La puntata di giovedi tre di Polaroid è stata senza dubbio tra le migliori di tutti i tempi (si legga: tempi di polaroid e episodi senza ospiti, e quindi circa un paio d'ore radiofoniche). Deve esser stato che era un preludio di festa, un giovedi come sabato, dato che poi il quattro era un Sanpetronio tiepido e fosco, ma solo sul finale. Eppoi in radio c'era gente, molta (due o tre, tutte donne, c'erano francesca e daniela, di sicuro) davanti computer buttati in rete senza pensarci nemmeno troppo (roba dell'altro mondo).
Una di quelle puntate che il tempo ti stringe anche un po' i fianchi e ti vengono le smanie comunicative che sconfinano nello sperimentale straordinario, tipo tenere i microfoni sempre aperti per fare la poesia sonora o semplicemente perchè si fa dell'ordinario casino col mixer. Comunque e in ogni caso la radio sembrava più del solito un posto veramente carino dove stare. Abbiamo letto Steinbeck e Coupland (anche qualcosa che non è memoria polaroid, non lo dico così, per la suspence, ma c'erano le piogge sul pacifico). Ma soprattutto abbiamo messo i pezzi che ci richiedono i nostri non-ascoltatori preferiti (noi li passiamo, glieli dedichiamo e loro non possono sentirci). Che in buona sostanza è una cosa niente affatto comunicativa, ma di sicuro e originale stile sentimental-polaroid.
Abbiamo suonato Untitled di Interpol per vive la roque, Prove my love di Violent Femmes per Glauco (per il resto aspettiamo giovedi) e anche i Diaframma sempre per Glauco, anche se non richiesti espressamente e Fade to grey di Visage per giocare a quei bizzarri burloni di polaroid con Francesca che mentre ci telefonava la vedevamo dato era di là dal vetro nella zona chill out (ah).

A seguire serata in split. Una cosa alla Kissing Jessica Stein (prima che mi dimentichi che l'abbiamo visto) con una ballerina toscana e birre medie per lei, bis di primi e un sacco di liquori della Sardegna (che sanno di sud e di mare) per lui.
Venerdi sera poi c'erano i Noir Dèsir all'Estragon. Il concerto era bello credo, loro generosi e un sacco politcamente impegnati là in France, lo staff organizzativo più che cortese, l'officina un gorillaio. Non so, ma l'Estragon sortisce un curioso effetto spiazzante, anche se non hai bevuto niente o quasi, hai sempre la sensazione che gli sguardi che incontri siano familiari, ma per quanto ti sforzi, non riconosci nessuno, e non saluti nessuno, e questo ti lascia spesso una gran disillusione. Fuori lo skyline della fiera sembra Vancouver, o un video dei Saint Etienne.

Forse non lo avevamo ancora scritto, ma anche Douglas Coupland tiene una sorta di blog, il Droll Magazine, quasi interamente per immagini.
Tra i link, doverosa segnalazione per Found Magazine, che pubblica foglietti, foto e frammenti sonori, perduti e ritrovati in tutto il mondo. Una lettura che dà da pensare.
Ad esempio, mentre sedevo qui ascoltando un po' di Morr music (molto adeguata a questa mattina lattiginosa e tiepida di ottobre), mi è venuto in mente che il libro che noi chiamiamo Memoria Polaroid (e di cui leggiamo un brano all'inizio di ogni puntata in radio), in realtà si intitola Polaroid from the dead.

mercoledì 2 ottobre 2002

Continua la rassegna stampa con la breve segnalazione (decisamente in ritardo, perdonateci: siamo un blog molto off line...) del ricco dossier sui weblog che c´è nell´ultimo numero di Internet News (di cui linkiamo il sito anche se non è aggiornato da aprile).

Tra le altre cose, il Maestro Antonio ha snocciolato storia, forma e contenuti del weblog, dalle origini statunitensi sino all´istantanea del presente, non tralasciando di aggiustare il tiro rispetto al workshop di Padova di qualche mese fa. Infatti, questa volta la questione degli argomenti e della comunità ha tanto peso quanto la descrizione degli aspetti tecnici e degli strumenti per creare un blog.
Ma per un commento più serio ed attento è forse il caso di rimandare a Blog.it, giustamente definito "punto d´osservazione privilegiato sul fenomeno blog in Italia".

Nel dossier ci sono anche alcune divertenti interviste, e (ammettiamolo) la redazione di Polaroid è orgogliosa di essere stata citata da alcuni dei suoi blog preferiti (thanx to Leo e Frédéric).
Anticipiamo già che a novembre, per il nostro primo compleanno, ripeteremo l´esperimento dei blogger alla radio. O così speriamo.
Stay tuned (o almeno, più di noi...)
Ed ora qualche scheggia di rassegna stampa, che non la facciamo da un pezzo.

Domani potrebbe essere l’ultima occasione per ascoltare i Múm in formazione completa. L’esibizione alla John Peel Session su Radio BBC 1 infatti, dovrebbe essere quella conclusiva per la bella Gyða Valtýsdóttir, che ha deciso di lasciare la formazione per proseguire gli studi all’Accademia delle Arti...

Dopo il rinvio (all’anno prossimo?) dell’album, leggero disappunto anche per il secondo singolo degli Yeah Yeah Yeahs, che conterrà infatti solo una canzone nuova (Machine: un "dance floor burner", a detta della Touch and Go) più un’altra ancora in versione demo e un remix di un pezzo live. Ma non giudicateli male: dopotutto, sono pur sempre in tour da mesi con John Spencer Blues Explosion e faranno concerti con Liars e Sleater-Kinney...

Per restare dalle parti di New York: Suicide ancora in pista (caro il mio IngegnIere: faranno mai più un capolavoro come Cheeree?). Un album nuovo di Alan Vega e Martin Rev, infatti, è in uscita il 29 di questo mese. "Ciniforkmedia" ne predice già l’assoluta inutilità...

Una bella compagnia quella che si sono scelti gli Strokes per i prossimi mesi di concerti in giro per gli Stati Uniti: Sloan, You Am I, The Donnas, Rooney, The Realistics, Ben Kweller, Adam Green, Har Mar Superstar...

Da questa parte dell’oceano, mentre gli Idlewild ancora per motivi sconosciuti hanno scaricato il bassista Bob Fairfoull nel bel mezzo della tournée europea (e a un paio di settimane dall’uscita del nuovo singolo), la Wiija Records ha congedato i Cornershop, pare per le deludenti vendite dell’ultimo Handcream for a generation. Il cantante Tijinder Sing starebbe addirittura meditando di abbandonare disgustato il mondo della musica...

Per venire all’Italia, domani Bugo presenterà il nuovo album "Dal lofai al cisei" a Milano, alle 19, alla Cueva No Art Gallery (Via Vigevano 2/A, angolo via Gorizia). "Sarà presente l’artista"...

[questo presuntuoso post - mentre fingevo di lavorare - è stato reso possibile grazie a Pitchfork, New Musical Express e un po’ di spam della Topolin Edizioni]