venerdì 29 marzo 2002



La parola è un simbolo e un piacere che succhia uomini e scene, alberi, piante, fabbriche e cani pechinesi.
Allora la Cosa, diventa la Parola e poi ritorna la Cosa, ma ordita e intessuta sino a formare un fantastico disegno.
La Parola succhia il Vicolo Cannery, lo digerisce e lo espelle, e il Vicolo ha assunto lo scintillio del verde mondo e dei mari che riflettono il cielo.


John Steinbeck, Vicolo Cannery, capitolo II


giovedì 28 marzo 2002

un saluto a Francesco che ci ha scritto e ci ha dato la prima immagine del pubblico di Polaroid: calciatori sudati e piuttosto di pessimo umore che tornando a casa in macchina accendono l’autoradio :-))
Vedremo di trovare la musica adatta (oppure passa per Via Masi e portala tu, insieme a qualche birra).
Non mancate: questa sera alle venti, sul confortante mono dei 103.1 in fm di RadioCittà103.


mercoledì 27 marzo 2002

Cool J colpisce di rado, ma è sempre a segno. Anch'io ho sempre dato del lei a tutti, senza sapere esattamente perché. Ora ho dovuto cedere alla forza di cinquanta colleghe che tutte, tutte "potrebbero essere mia madre". (Altro che prof Ferrilli - e sì che ci hanno assunto nello stesso periodo - le uniche curve interessanti di questo corpo docente sono le borse sotto gli occhi). Proprio ora dovevo capire il perché. Era Rispetto nei Miei Confronti. Ne farò tesoro.

"E giovedì prossimo verifica di grammatica".
"Ma dai, prof"
"Dai lo dici poi al tuo cane, Carbone".
"Ma prof..."
"Terza persona singolare, Carbone!"
"Ma dia, prof..."

Veniamo a cose anche meno serie. Defarge fa la sostenuta? Spogliamola! Madame, non è che hai una parente in Texas, no?

Madame Defforge?

Da Diario (che se avesse qualche frame in meno sarebbe il più bel sito italiano), nelle "notizie del giorno":

Playboy spoglia le donne della Enron. L'idea è divertente, anche se sa un po' di disperazione. Playboy sta pensando di dedicare un numero speciale alle "Donne della Enron" che, rimaste in mutande per il crack del colosso energetico, starebbero pensando di mettersi in mutande davvero, per recuperare qualche soldo. Top manager, segretarie, impiegate e avvocatesse sul lastrico sono state invitate a inviare foto in bikini al mensile di Houston. Fa un po' senso il fatto che la trovata venga venduta come si trattasse di un'opera buona: "E' un'opportunità per loro di fare qualcosa di divertente in un momento difficile della loro vita. Si tratta di donne senza lavoro, ha spiegato Elizabeth Norris di Playboy - Stiamo offrendo loro quello che potrebbe essere definito un lavoro part-time, o che potrebbe anche diventare una nuova carriera". La reazione di Deborah Defforge, co-presidente dell'associazione degli ex dipendenti della Enron, è entusiasta: "E' fantastico. Dopo un mare di notizie deprimenti e stressanti, viene fuori una cosa simile, è carino". La Defforge non poserà ma ha aggiunto: "Sono sicura che alcune tra le più giovani sarebbero perfette". .

Beh, se vi assomigliate anche un minimo, non rimpiangeremo gli scatti perduti.

Sempre su Diario, c'è questo piccolo problema


domenica 24 marzo 2002

...in effetti, fa una certa impressione, devo dire, non essere di ritorno da Roma. Vero? Me lo faceva notare ieri sera Lucio. Qualcuno lì fuori lo sente anche lui? e stupisce anche leggere reportage su qualcosa di credibile. Tantopiù che il concerto di Don Byron non era certo il massimo. Ok, ne è valsa la pena per ascoltare "il bassista più noiso del mondo" - sempre Lucio che parla - ma il resto... mmh qualcuno dormiva pure. E come se non bastasse, arrivati davanti al Maffia, altre sonnolenze varie e pochi euro ci hanno tenuto fuori dai Royksopp (da segnalare, alla cassa, una folta coda di groupies norvegesi, alte senza tacchi e con il biondo platino che faceva luce: Lucio è entrato...).

Beh, insomma, per tutti questi motivi, come nei veri blog-diari passo di qui per dare un senso alla mia "tranche de vie n°1".

Tranche de vie n°1

Io, Robot

R.Sammy girò sui tacchi e tornò al solito lavoro. Baley si chiese, irritato,
perché lo stesso lavoro non potesse farlo un uomo.

(Isaac Asimov, Abissi d'acciaio, Il ciclo dei robot vol.1)

Dico questo perché io di famiglia sono un ragazzo per lo meno benestante. Benestante la famiglia, che poi è una famigliastra. Vivo sui tetti di Modena; da ragazzo gli unici sport che ho praticato con impegno sono stati il tennis d'inverno e l'apnea e la pesca subacquea d'estate (almeno fino a una mia famosa sincope nella piscina del club); e se mi incontravi a quindici/sedici anni e mi chiedevi cosa facevo, tipo a che scuola andavo, io ti rispondevo secco che di lavoro suonavo la chitarra in un gruppo progressive jazz (???). Da allora non è cambiato poi molto. Sono un po' più affabile, ma si sa la cortesia è un modo per evitare le spiegazioni. Quindi continuo a dare molto facilmente del lei e mi ritrovo ai margini. Di cosa poi non saprei. Mi ricordo quando facevo il servizio civile. All'arci-uisp. 150 metri dietro casa. Assegnato al settore pallavolo, quell'anno il settore fallì per polemiche interne. Non avevo nulla da fare. Davo del lei a tutti. Leggevo i libri del settore cinema. Un bel giorno nella penombra silente del mio ufficio si presenta un tizio impomatato e brillante, il nome lo descrive bene. Si chiamava Ziosi. Ziosi, presidente plenipotenziario di una superpolisportiva, mi dice "hey, mi hanno detto che tu ha il tempo per ciclostilarmi dei volantini". Chiudo Pudovkin e vado al ciclostile: "Quanti ne vuole... scusi così vanno bene... non si preoccupi... lei cosa ne dice... li preferisce rossi ecc". Arrivati di fronte al direttore Uisp Ziosi mi guarda e mi fa "dammi pure del tu". "Non si preoccupi" sorrido. "No, dai, preferisco se mi dai del tu". "Sì sì" risposi "ma io le do del lei per rispetto nei miei confronti". Gelo in ufficio presidenza. Mai più ciclostilati per Ziosi.

Per venire al dunque, che poi un dunque non c'è, sono un certo tipo di povero. Povero di soldi e da qualche tempo credo anche di spirito. Ma io non ho fatto niente, dico, neanche niente di male. Per questo 12 mesi fa, quando, raccomandato, l'editore il Mulino mi ha chiamato per un colloquio ero anche ben disposto. Al colloquio, dove io davo del lei a tutti, mi spiegano un paio di cose. Ho poi saputo da amici di essere stato definito "implùme".
Siamo al punto non punto. Studente, come 'lavoro' ho collaborato per un anno con la redazione e l'ufficio diffusione del Mulino. Indici, bozze, indici analitici. Sono un rappresentante del "popolo della partita iva", costretto da non so quale decreto fiscale che rende impraticabili le collaborazioni occasionali. Sarà precariato? Di sicuro con i licenziamenti per giusta causa non c'entra. Con la flessibilità senz'altro sì, anche perché qui ti telefonano un giorno per l'altro, tutti molto gentili, si scusano ti danno del tu, ti invitano a prendere le bozze in Strada Maggiore. Due o tre mesi fa mi sono dato malato a tempo indeterminato. Non ho neanche emesso l'ultima fattura perché ho un casino col registro. E poi il commercialista dei miei mi farebbe il prezzo speciale di un milione e mezzo l'anno, il che mi imbarazza ad avviare il rapporto.

L'unico impegno che ho mantenuto è la stesura dei testi del catalogo semestrale. Ogni sei mesi, di fatto, il Mulino ristampa e aggiorna il mio best seller. Siamo alla terza edizione, di cui si prevedono diverse migliaia di copie. Funziona così: la diffusione ti passa le quarte di copertina, le note per i librai e gli indici di circa 100 novità. Tu devi far finta di aver letto i libri per intero e stendere 800 caratteri per ciascuno. 9 righe da cui emergano i temi principali del libro e qualche nota di lettura. Il tutto accattivando i lettori del target, cioè laureati in genere. Un anno fa, feci 10 testi di prova. Economia, sociologia, non profit. Occhi luccicanti, addirittura la direttrice del settore uscì dall'ufficio per dirmi: "Ah, ecco, sei tu Sisco. Bravo, ma nella vita cosa fai? li hai scritti molto, molto bene; sono perfetti". "La ringrazio", dico. Mi spiega: "Non li facciamo fare agli editor perché sai, spesso non riescono a riscrivere quel che hanno già scritto e poi sono già molto impegnati con gli autori". Beh, penso, per un target laureato io vado come un treno.

Ti danno 5 euro a testo. 500 euro in tutto. Ho fatto due calcoli. Perché mi convenisse dovevo impiegarci 10 massimo 12 ore. Sembra facile ma tenere dieci testi all'ora di media svuota. Mi metto lì come una macchina, di solito un pomeriggio e una mattina. Il primo l'ho fatto tutto da solo. Fotocopia sulle ginocchia, lettura, scrittura. Ho impegato 15 ore. Ora ho aggiunto altri componenti. Lavoro molto di scanner. Seleziono prima, inverto delle frasi, combino parole. Avvio la scansione e poi, quando hai il testo grezzo sul desk, è come scrivere con gli occhi, come avere uno strano sensore che trascrive cancella e modifica secondo quello che pensi.

Mercoledì, in piena attività, c'è stato un clic. Mi sono fermato circa 15 secondi e ho riletto un testo, era il penultimo. Non lo avevo mai fatto. Era un volume di sociologia del lavoro di un certo Mutti. Eccolo:

In Italia, la ricerca sociologica, tende ad occuparsi soprattutto del mercato del lavoro e delle condizioni del lavoratore sul territorio. I sociologi economici hanno con ciò sottolineato le peculiarità del nostro sviluppo, caratterizzato da una evidente differenziazione territoriale e dalla questione meridionale. Contribuendo a quel processo di riflessione su se stessa, sulla propria identità e sulla propria maturità che la sociologia italiana ha cominciato a sviluppare negli ultimi anni, questa ricerca si propone di esplicitare le immagini della società italiana che essa stessa ha costruite.

"Contribuendo a quel processo di riflessione su se stessa... questa ricerca si propone di esplicitare le immagini della società italiana che essa stessa ha costruite"?. Sentivo qualcosa di perverso, di un umano degradato. Ho controllato. Avevo rispettato pienamente la logica del discorso che avevo in mano. Io ero stato perfettamente lucido, funzionante, il meccanismo non si era inceppato, avevo riscritto ma non avevo mutato, come mi veniva richiesto.

Devo aver perso una rotella, ho trasgredito le leggi, mi sono ribellato. Ormai era inevitabile, avrei interrotto anche il contatto con la diffusione. Sull'onda dell'emozione ho scritto l'ultimo testo, la scehda di una raccolta di studi dei giovani di confindustria, poi mi sono steso sul letto a guardare la Ghirlandina. Ecco l'ultimo capitolo del mio best seller, forse il più umano:

"Voluto dai Giovani Imprenditori di Confindustria, questo volume interpella una ventina di studiosi e analisti sui temi della globalizzazione. Non una critica alla globalizzazione, quindi, ma una riflessione su una globalizzazione ancora imperfetta ed incompleta. Come fare per globalizzare la globalizzazione? La globalizzazione va governata, ma mentre le società e le culture si globalizzano, sono proprio i governi a non riflettere abbastanza sulla globalizzazione. Si pensi per esempio all’importanza, in una prospettiva globalizzata, di politiche migratorie eque e sostenibili. Gli autori di questo libro, che non necessariamente sono esperti di globalizzazione, hanno voluto proporre un contributo di idee perché “la globalizzazione sia regolata” e perché si realizzino gli investimenti necessari alla globalizzazione; affinché si giunga, infine, ad un’idea positiva di globalizzazione".
Cfr. Paolo Annunziato, Antonio Calabrò Lo sguardo dell'altro. Per una governance della globalizzazione , Fuori collana - Il Mulino 440 p. - £. 35.000

sabato 23 marzo 2002


Dopo la presentazione di 54, il nuovo romanzo di Wu Ming, ieri sera al TPO di Bologna, tornavo in bicicletta verso il centro, pedalavo Via Emilia Levante e tutta Via Massarenti, e c'erano questi gruppetti di ragazzi alle fermate dell'autobus, con gli zaini e le mezze bottiglie d'acqua, il treno per Roma era a mezzanotte e venti, come avevano annunciato dal palco Stefano Tassinari e gli scrittori senza nome, c'era un bel vento fresco, sembravano tutti davvero molto contenti, qualcuno piegava gli striscioni sul marciapiede, macchine piene della gente che si dirigeva verso il venerdì notte suonavano il clacson alle ragazze più carine. Rientrando a casa, ho sentito i miei vicini sulle scale discutere su come spartirsi i panini: "che poi tu ti perdi e io come faccio a mangiare?"
Come nota Leonardo, poteva venire in mente una "gita", e forse in questo c'è una parte di verità, forse pochi saprebbero spiegare cos'è l'articolo 18, ma non sono sicuro che sia così importante.

Mentre scrivo sto ascoltando il discorso di Cofferati su Radio Gap e confesso di non avere capito se ha presentato proposte alternative, forse non era il momento. Fassino (e sono stupito io per primo di scrivere qui questo nome) mi pare abbia fatto una dichiarazione ferma. Bertinotti a Radio Popolare sta dicendo che questa giornata è un'occasione "straordinaria" in cui si ricostruisce "la comunità dei lavoratori", perchè "è divenuto chiaro qual è la posta in gioco". Su Radio1 sento almeno cinque inviti al dialogo e alla moderazione diversi, provenienti da tutte le parti, e mi torna in mente quella scena di Ecce Bombo dove tutti si gridano "io ti do atto", "no! io ti do atto" ecc...

Per quanto mi riguarda, sono contento di aver dato il mio modesto contributo alla manifestazione riconsegnando ieri la bandiera di Attac Modena dimenticata a casa mia da Madame Defarge.
Ho corso per mezza Bologna appena uscito dal lavoro e poi ho accompagnato Giorgia (quella che ha disegnato la tessera di Attac Italia) alla stazione appena in tempo, con la bandiera rossa che sventolava giù per Via Indipendenza all'ora dell'aperitivo e lei carica con le borse, neanche dovessimo andare a Roma in due sulla bicicletta.
Oggi spero che quella bandiera si riempia per bene dell'aria di primavera che dev'esserci al Circo Massimo (si vede anche lo stendardo risorgimentale dei giovani repubblicani di Glauco?): un abbraccio, ragazzi.

[ fra parentesi, per chi è rimasto a casa, serata ricca: al Link ci sono gli LFO (cioè la metà più nota, Mark Bell, che ha lavorato anche come produttore di Bjork e Depeche Mode - ma per me il pezzo di sempre rimane ancora l'omonima LFO, ormai vecchia di una dozzina d'anni...); al Maffia ci sono i Royksopp per la loro prima data italiana, + ciliegina sulla torta il dj set del buon Peeddoo (quando tornerai in radio?); sempre a Reggio Emilia, al Teatro Municipale si tiene una serata di jazz decisamente fuori del comune con l'inedito duo Andy Sheppard - Rita Marcotulli e il sestetto di Don Byron (il quale, mi ha confidato Jonathan, adesso pare abbia preso una deriva cubana). La ricostituita redazione di Polaroid, invece, se ne andrà al Covo per il quinto Unhip 'cezzionale gathering organizzato da Giovanni e dalla sempre più sciabolata Unihip Records: in programma Emidio Clementi con un reading da La Notte del Pratello sonorizzato da Massimo Carozzi, e a seguire l'elettronica sentimentale dell berlinese Ulrich Schnauss in uno dei suoi rari live: come ha detto Wu Ming 2 ieri sera, il chill out ideale post manifestazione :-) ]

venerdì 22 marzo 2002

Buona primavera.
Anche se a dire il vero sembra estate, con la camicia blu è difficile fermarsi al sole e raccolgo le forze per affrontare la salita di casa, che adesso nei bar mi danno il bicchierino con l'acqua prima del caffè senza che lo chieda e non sono più mica tanto giovane.
Non che cambi qualcosa, balliamo pur sempre abbracciati Dean Martin in un fine serata davvero geniale, abbiamo come al solito scaricato dalla rete una nuova ricetta per l'aperitivo cercando il modo di traslare un poco indietro quell'idea di lounge che non ci convince del tutto, per passare dal colore al bianco e nero, dall'optical a una certa grazia che non so dire e che si racchiude tutta nelle magliette a righe di Cary Grant in Caccia al Ladro e nei cappelli di Grace Kelly, programmiamo i vestiti da mettere per la prossima serata unhip e abbiamo le magliette glitterate e la bicicletta senza i freni che sui ciotoli sbalza il cestino di vimini e le bottiglie da due litri di chianti nelle sportine della Pam.
E poi c'è stata l'Osteria con le serrande abbassate (grazie a ebi), e poi aprire sentimentali i regali (qui iperbato) di Glamorama la bottiglia per il seltz per gli aperitivi, la vecchia Polaroid, che accidenti non si trovano più i rullini, e il ferro da stiro cromato, a proposito di lounge traslato.
Immagino che questa estate a Benicassim vi scatterò le mie istantanee (n volte) con le canottierine colorate e berremo i nostri aperitivi coloratissimi & barocchi a bordo piscina (nei secoli grazie a Glamorama & girlfriends: vado a tagliarmi i capelli come l'attrice francese di Flavia, subito).
Il mio microcosmo di sterminata felicità.

È curiosamente preoccupante vedere come non si riesca più a leggere il confine tra quello che abbiamo scelto e quello che semplicemente accade. Quanto è facile concentrare gli sforzi in una direzione, e nello sforzo non porsi il problema del perché, stanchezza, concentrazione, e fatica nascondono l'ombra del dubbio.
Parallelamente, c'è da avere amarezze più grandi.


giovedì 21 marzo 2002


E poi niente, volevo soltanto augurarvi Buona Primavera, si potrà ancora fare, no?
Dirvi che Ellegi si è finalmente conquistata l'appellativo di Ingegnere a tutti gli effetti, e che questa sera in radio faremo comunque festa.
alle venti, sul confortante mono dei 103.1 di RadioCittà103. Non mancate :-)

mercoledì 20 marzo 2002

Non vedevo Billy da un paio d'anni, forse qualcosa di meno. Lui stava a Parigi o nella Bassa modenese. Non è da confondere con Fibra.
È tornato, e questa sera era Bologna. Anch'io ero a Bologna. Non bevevamo un aperitivo assieme dai tempi dell'università.
Siamo andati in giro a piedi per il centro all'ora di cena, mentre saliva il vento.
Olindo Faccioli, un'osteria alla quale eravamo affezionati per via di una certa luce che filtra dal banco dei salumi, purtroppo era chiuso.
Così abbiamo camminato. E siamo arrivati al Golem, un bar in quella piazzetta vicino al ristorante greco.
Era la prima volta che ci mettevamo piede.
Alle otto e mezza stavamo bevendo due calici di bianco.
All'angolo, dove sbuca Via Valdonica.
Billy ed io parlavamo ancora dei fatti di Genova, di filosofia, di cazzi nostri.
Avevamo visto un'ambulanza nella piazzetta, e ci avevamo pure scherzato.
Seduti al tavolo credevamo di parlare della Storia.
È passato un carabiniere nel locale, a chiedere se avevamo sentito degli spari verso le otto e un quarto.
Abbiamo risposto di no, ci è venuto in mente Battiato, ce ne siamo dimenticati quando abbiamo ordinato il terzo giro di vino.

E adesso parleranno dell'emergenza, della strategia della tensione, vi convinceranno a non andare a Roma sabato.

Ma come mi ricorda ora Billy, già Benjamin (nelle Tesi di filosofia della storia) scriveva che ovunque l'emergenza diventa regola. Dovremmo arrivare a un'idea di Storia adeguata a un'emergenza continuamente rinnovata, proprio evitando lo schematismo del rincaro dello scontro.
Quando ascolteremo i commenti domani sarebbe bene chiedersi se chi scrive si chiede un semplice "perchè l'hanno fatto", "a chi fa comodo" ecc., o piuttosto si interroga su quanto questo può significare per la nostra coscienza, su come farlo valere proprio perchè intollerabile.
Di fronte a questi fatti non è possibile delegare la nostra autonomia: contro la logica dello scontro bisogna rendere le coscienze più sensibili, farne una questione di pelle.

Ma siamo ancora confusi e stanchi: non sembra reale parlare di terrorismo. Non è giusto (è stupido?) arrendersi all'idea per cui tutto, semplicemente, ritorna.

Si è fatto tardi, è scesa un po' di nebbia, nella zona universitaria gente che parla e fuma davanti ai locali. Non ho voglia di aspettare che escano i giornali.

ebi+billy

martedì 19 marzo 2002


Io ho in mente te - Equipe '84


Apro gli occhi e ti [G]penso
[C]ed ho in [D]mente [G]te[C][D]
[C]ed ho in [Bm]mente [Am7]te[D7]

Io cammino per le [G]strade
[C]ma ho in [D]mente [G]te[C][D]
[C]ed ho in [Bm]mente [Am7]te[D7]

Ogni ma[G]ttina uo [C]uo
[D]ed ogni [G]sera uo [C]uo
[D]ed ogni [G]notte [F]te[D]

Io lavoro più [G]forte
[C]ma ho in [D]mente [G]te[B7][Em][D]
[C]ma ho in [Bm]mente [Am7]te[D7]

Ogni ma[G]ttina uo [C]uo
[D]ed ogni [G]sera uo [C]uo
[D]ed ogni [G]notte [F]te[E]

Cos'ho nella [A]testa
[D]che cos'[E]ho nelle [A]s[D]ca[E]rpe
[D]no, non [C#m]so co[Bm7]s'è[E]

Ho voglia di an[A]dare uo [D]uo
di an[E]darmene [A]via, uo [D]uo
non [E]voglio pen[A]sar
ma [F#m]poi ti [D]pen[E]so

Apro gli occhi e ti [A]penso
[D]ma ho in [E]mente [A]te[C#7][F#m][E]
[D]ed ho in [C#m]mente [G]te[E7]

Ed ogni ma[A]ttina uo [D]uo
[E]ed ogni [A]sera uo [D]uo
[E]ed ogni [A]notte [G]te[E7]

[A] [D][E][A] [D][E][A]


sabato 16 marzo 2002

Ancora a proposito di Gadamer, potrei segnalarvi l'articolo di Vattimo su La Stampa (con tanto di box biografico pettegolo a fianco), senonché Vattimo si sforza un po' troppo di farlo passare per un filosofo "popolare".

Ma se volete saperne qualcosa di più su Gadamer e Tobin, i due personaggi a cui abbiamo dedicato un paio di canzoni l'altra sera in radio, preferisco consigliarvi la passione critica di Madame Defarge, ritornata sui nostri schermi dopo un periodo di vicissitudini.

giovedì 14 marzo 2002

(una giornatina un po' così: alcuni vanno e tornano senza un perché, altri se ne vanno e basta)

Mentre nella Bologna sportiva succede di tutto e subito dopo il contrario di tutto (e su Bologna Basket gli aggiornamenti in tempo reale sono curati anche da Luca, che un giorno forse lasceremo venire in radio a mettere i Queen :-)
ma tutto troppo in fretta, che non facciamo nemmeno in tempo a mettere un post,

ritorniamo sul pianeta terra dopo la trasferta milanese e troviamo ad aspettarci un paio di istantanee sfuocate e dai colori cupi.
All'età di 84 anni, è scomparso il premio Nobel James Tobin, noto per aver dato il nome alla Tax di cui Attac porta avanti la campagna.
Sul Sole-24Ore c'è un buon articolo sul Tobin "non solo Tax", a cui è però stato appiccicato un finale sbrigativo e odioso.
Il manifesto è chiaramente molto più appassionato.
Resta da dire che, comunque, James Tobin non aderì mai al movimento o sostenne i sostenitori della sua stessa proposta (dev'essere strano vedere le tue idee fatte bandiera dalle moltitudini e tu, invece, lì a Yale, che ti senti sempre un po' perplesso...)

Poi, oggi, la notizia che anche il più che centenario Hans Georg Gadamer se ne è andato.
Qui c'è una utile lista di articoli apparsi su quotidiani e riviste
italiani, se vi va. Tanto per.

Io stasera alla radio, ancora senza Ellegi, ero "triste come una birra senz'alcol": ho messo Brazil rifatta da Cornelius, i Lambchop, Battiato e persino Françoiz Breut (vista ieri in un emozionante live al Covo).
Torna freddo (come scriverebbero in un vero blog), soprattutto in bici di sera, aspettando la primavera.


mercoledì 13 marzo 2002

I ragazzi non ci credevano.
Appena quarantacinque minuti e gli Strokes erano arrivati e ripartiti. Le luci nella sala si erano già riaccese e uno smorzato reggae si diffondeva dagli ampli esausti dopo le chitarre dei newyorkesi.
No, non ci sarebbe stato un bis, neanche a chiederli in inglese: gli Strokes avevano dato tutto quello che avevano, senza risparmiarsi (cosa non immediata, dopo un anno di tour sold out e tutte le copertine più cool già guadagnate) e senza ostentare troppa presunzione (almeno non più di quella che già li ha portati alla notorietà).
E invece la sorpresa, il regalo a quei ragazzi che parevano non sapere che le 14 canzoni infilate in scaletta erano gli Strokes in versione integrale e anche di più, contando i due inediti.
La maglietta rossa di Fab Moretti ricompare imprevista sul palco, hesitation, sorriso tra i capelli scompigliati e poi si tuffa sulle prime file ancora compatte. Uno stage diving a concerto finito. Questo per dire l’energia di questi cinque ragazzini (e rispondere a chi li vorrebbe solo una band patinata e furbetta).

Ma sono molte le istantanee che restano di questa notte milanese: le giovanissime ragazze aggrappate alle transenne, come vent’anni fa le loro mamme per i Duran Duran; la bolgia inverosimile su Last night (credo di non aver toccato terra per almeno tre minuti, sospinto dalla corrente e dalla risacca di corpi che si spingevano e ballavano uno sull’altro); il coro di New York City Cops e le luci bianche su Hard To Explain a illuminare la platea (saltavi e ti voltavi a vedere centinaia di braccia alzate); la giacca strappata di Julian Casablancas; Nick Valensi ancora più magro e Nikolai ancora più inamovibile dietro il suo basso; Albert Hammond tutt’uno di riccioli neri agitati e corde di chitarra.

Gli Strokes saranno cotti? Questo mi chiedevo preoccupato prima del concerto. Perché avevo tanto insistito per portarci la povera ellegi a una settimana dalla tesi e mi sarebbe piaciuto ne valesse la pena, cazzo.
Devo dire che il suono era pulitissimo, non so se merito dell’Alcatraz o dell’allenamento di mesi di concerti tutte le sere.
La voce di Julian è più limpida rispetto al disco, dove sono gli effetti a farlo assomigliare a un Lou Reed o Iggy Pop.
Moretti e Hammond si conoscono a memoria e i pochi assoli scivolano via secchi secchi, con un tiro impeccabile, mentre (come ci suggerisce Antoine) viene lasciato maggiore spazio ad alcune improvvisazioni di Valensi rispetto all’anno scorso.
Dopo l’apertura con la nuova Meet me in the bathroom arriva il martellante attacco di The Modern Age, che insieme a Is this it, dal vivo non è solamente rallentata, ma enfatizzata, strozzata ed esasperata. Magnifica (e poi “rolling in the ocean” è il primo momento in cui si sente più la voce del pubblico del canto di Casablancas. Concedetemi un po’ di pelle d’oca).
Someday è il pezzo che apre il tumulto della danza e davvero spacca per la sua essenzialità da manuale del rock’n’roll.
Poi tutto il repertorio, infilando anche When it started (presente sull’album nell’edizione americana), la nuova ancora "senza titolo" e una versione accoratissima di Barely legal (con quel salto nella melodia quasi commovente).
Poco teatro, per il resto. Appena un’asta del microfono scagliata contro i fari a fine concerto, quasi a mimare il divertente video di Last night.

Per la cronaca, celebrità notate in sala (momento imprescindibile, per una band diventata famosa per aver richiamato ai concerti attori e modelle a frotte): Cristiano Godano, i Verdena al completo, Massimo Coppola e altri di Mtv Italia, una protagonista del serial “Vivere”.
E poi alla fine, la redazione di Polaroid che finalmente incontra Valido (i blog esistono anche nel mondo reale!) dopo il messaggio “meet me in the bathroom” sul cellulare!
Sudati, sorridenti, spossati, felici.
La notte italiana degli Strokes per noi finisce nel migliore dei modi.

ps: thanx to Damir per l’ospitalità :-)


lunedì 11 marzo 2002

The Strokes: il gruppo più figo del mondo (e lo dice anche Arturo...)dall'America latina alla fredda primavera est europea, Polaroid scatta istantanee ai quattro angoli del globo e ve le serve fresche di giornata.
i ragazzi di Radio Città 103 in trasferta ci aggiornano sul tour europeo degli Strokes (grazie!!!!).
e domani sera tutti a Milano!



Glamorama Praha

Gli Strokes arrivano da New York ed hanno fatto un solo disco.
Questo probabilmente lo sapete già. Quello che qualcuno per ora si può solo immaginare, almeno fino a domani sera quando saliranno sul palcoscenico dell’Alcatraz a Milano, è che gli Strokes oggi sono il gruppo più figo del mondo.
Sì, non c’è dubbio. Non voglio nemmeno starne a discutere. Non sto dicendo che gli Strokes sono il migliore gruppo del mondo, sicuramente c’è qualcuno migliore di loro in giro, ma è impossibile che ci sia qualcuno più figo.

Sono il gruppo che il giorno dopo che li hai visti ti precipiti da Bollini a comperare un paio di all star se ancora non le hai (ma davvero qualcuno non ha un paio di all star nell’armadio? Vergogna!), che la sera stessa fischietti Girl Just Want to Have Fun perché gli Strokes l’hanno utilizzata come intro al concerto, che ti fanno recuperare i vecchi dischi dei Ramones perché è stato così divertente seguire con la testa il ritmo del loro greatest hits dopo che hanno suonato gli Stereo Total.

Gli Strokes sono quelli che hanno fatto undici canzoni nel disco, ne hanno messa un altra sul lato b del singolo e nel concerto le fanno tutte e poi te ne regalano due nuove, una ad inizio serata. E sono proprio belle. Gli Strokes sono quelli che non fanno niente, ma proprio niente di nuovo, ma lo fanno così bene che anche se assomigliano a mille altre band nessuno è simile a loro. Forse tra un anno ce ne saremo già dimenticati ma oggi non possiamo ignorarli.

Questa è la track list del concerto di venerdì 8 marzo al Palàci Akropolis di Praga:

- Meet me in the bathroom
- The modern age
- Someday
- Ze newie
- New York city cops
- Soma
- Hard to explain
- Is this it
- When it started
- Barely legal
- Alone, together
- Trying your luck
- Last Nite
- Take it or leave it.

Naturalmente niente bis.

Arturo Compagnoni



domenica 10 marzo 2002

ANY COLOUR YOU LIKE

Con animo domenicale, dopo gli ultimi due episodi di advertisement for myself, tanto per contrabbandare Norman Mailer, avevo molta voglia di riprendere la parola su polaroid per saldare due debiti (metaforici) in giacenza dentro di me da qualche giorno. Ma ora, prima di poter pensare, devo togliermi di gola un grosso magone... devo fare giustizia, devo dire la verità.... Scusate, scusate davvero, ma fino a pochi anni fa sarebbe bastato anche molto meno, e ora non mi posso proprio tenere scusate, scusate, mi spiace, brutta cosa il fanatismo?, può essere ma non lasciatevi andare a spiriti censorii, scusate un lunatico...

Insomma, quello che voglio chiarire una volta per tutte è che:

ROGER WATERS NON E’ UN ROTTAME NEANCHE PER L’ANIMA DEL CAZZO DI TUTTA L’ARGENTINA, DI TUTTO PORTO ALEGRE, DEL CILE E DI NON SO CHE ALTRO PAESE DEL MONDO MESSI INSIEME. QUALSIASI COSA SE NE DICA (REMEMBER WHEN YOU WERE YOUNG) ANCHE INVECCHIARE HA UN SENSO. ROGER WATERS E’ UN GRANDE UOMO, CHE HA SCRITTO COSE ECCEZIONALI E CHE HA UNA VOCE CHE AMO COME NON AMERO’ NULL'ALTRO. CI SARA’ UN GRANDE CONCERTO IL 10 MAGGIO AD ASSAGO. NON SI POTRA’ ASCOLTARE IL SUONO DEI PINK FLOYD (PERCHE' IL SUONO ERA GILMOUR), MA FINALMENTE LA LORO SMISURATA INTELLIGENZA CREATIVA DI SEMPLICE GRUPPO ROCK (LUNGHI, ESPANSI, CARISMATICI, CANZONI, ACCORDI, ASSOLI, UNA-DUE NOTE) SI RIFARA’ VIVA. IO CANTERO’ A SQUARCIAGOLA DA “SET THE CONTROLS FOR THE HEART OF THE SUN” A “WELCOME TO THE MACHINE” FINO ANCHE A “ANOTHER BRICK IN THE WALL PT.2”. SIETE FIN D’ORA I BENVENUTI SULLA CAROVANA.

“ALL THAT YOU TOUCH
AND ALL THAT YOU SEE
ALL THAT YOU TASTE
ALL YOU FEEL
AND ALL THAT YOU LOVE
AND ALL THAT YOU HATE
ALL YOU DISTRUST
ALL YOU SAVE
AND ALL THAT YOU GIVE
AND ALL THAT YOU DEAL
AND ALL THAT YOU BUY
BEG, BORROW OR STEAL
AND ALL YOU CREATE
AND ALL YOU DESTROY
AND ALL THAT YOU DO
AND ALL THAT YOU SAY
ALL THAT YOU EAT
EVERYONE YOU MEET
ALL THAT YOU SLIGHT
AND EVERYONE YOU FIGHT
AND ALL THAT IS NOW
AND ALL THA IS GONE
AND ALL THAT’S TO COME
AND EVERYTHING UNDER THE SUN IS IN TUNE
BUT THE SUN IS ECLIPSED BY THE MOON”

sabato 9 marzo 2002

finalmente un nuovo messaggio da parte di Erik, polaroid dagli antipodi che riceviamo e volentieri pubblichiamo :-)

Frammenti percettivi e rifiuti

Premessa: non mi sono smarrito, non muoio dal freddo (i "pinguini di magellano" non amano assolutamente il freddo e non sanno manco cos'è il ghiaccio) e non sono arrivato al circolo polare antartico, che è ancora molto lontano.

Sì, la Patagonia lascia senza parole, da qui forse l'assenza di corrispondenza. Anche il buon Darwin non seppe descivere con esattezza quali emozioni trasmette questa terra. E da allora non pare cambiata. Terra selvaggia che ti fa riconsiderare certe espressioni del tipo "Oh, ma a Reggio Emilia non c'è proprio niente".

Sguardo che non incontra ostacoli, paesaggio che con il suo essere sempre uguale si apre al differente, prova naturale di quanto abbia fascino e forza la figura della ripetizione.

Poi ho girato a ovest, verso la frontiera, fino alle Ande, oltre la frontiera.
Paesini sperduti, "riserve" hippy, parchi nazionali, centri turistici. Lì il cervello è andato in tilt. Per i contrasti, le contraddizioni e gli assurdi. L'idea di Ramonet sulla "nuova ecologia della comunicazione" ha iniziato a dispiegarsi, ad allargarsi e a fecondare me e queste praterie .

In viaggio tra El Bolson e Bariloche, sull'autobus proiettano Turbulence 3: Heavy Metal. Rimango senza parole, aggrappandomi al riconoscimento di un attore (quello che fa il terrorista-apocalittico in Contact), nella speranza di poter un giorno perdonarmi d'aver guardato tanto scempio di umanità.
Ti accorgi che le frontiere dal trash travalicano ogni possibile ammiccamento ad Alvaro Vitali (vero operaio alla catena di montaggio della cinematografia fordista italiana": in un solo anno riuscì a comparire in qualcosa come 17 film). Ti accorgi che il protocollo di Kyoto, con tutti i suoi inganni per la compravendita di "quote d'inquinamento", appare come la giustizia divina se rapportato a quello che noi "americani" stiamo riversando sul resto del mondo, senza nemmeno pagare. Tutta la spazzatura del sogno americano che siamo, tutti scrittori, registi, attori e cantanti: qui la riversiamo. Spesso proprio perché da noi non c'è spazio di consumo - come non c'è abbastanza spazio per i rifiuti - o perché considerata troppo "brutta" - come alcuni rifiuti troppo "pericolosi" per l'ambiente.
S.C. Bariloche in mezzo ad una regione di laghi e monti, dimostra lo stesso processo con un'urbanizzazione selvaggia - un misto tra Cortina e Sciacca - nonché altre perle "politiche".

 Erich Priebke "Esco dalla città, me ne vado a vedere i ghiacciai del monte Tornador, che la natura mi salverà da tanto orrore commerciale". Se non che, mentre mi scarrozzano verso i monti, l'autista mi fa notare la semplice casetta di un altro Erik. Cioè lui si chiama Erich, e fa una bella differenza, se Priebke è il cognome.
Casa semplice, zona residenziale nemmeno di lusso, moglie e figlio che ci abitano ancora. Del resto la mossa degli arresti domiciliari fatta a suo tempo dal "buon" Menem e stata ben vista a Bariloche: così tutti gli altri nazisti riparati qui dormono da anni sogni molto più tranquilli, che beccato lui, nessuno verrà più a scomodarli.

Vado oltre la frontiera nel "paese fratello" dell'Argentina: "ma sì, facciamo un salto in Cile, mi bagno nel Pacifico e torno". Non pensavo andasse in questa maniera fratello: al confine due buone ore di stop, giusto per ricordare la fraternità.
Poi a quello cileno ovviamente il favore è ricambiato: fanno fermare altre due ore gli autobus delle compagnie argentine; della gente che ci sta sopra, sempre cileni e argentini mischiati, chi se ne frega, che bisogno hanno di andare nel paese fratello?

 Roger Waters Qui l'autunno è alle porte, il tempo inclemente. Ma quale oceano? Mi bagno solo sotto la pioggia.
Al ristorante - che ci vorrebbe qualcuno qui con me capace di descriverlo, mi dispiace, io non ne sono capace, ci provo: tutto è sgarrupato, le tovaglie con buchi tanti di bruciature, le pareti metà salmone e metà nocciola - la radio è sincronizzata sull'emittente locale "Concerto" (che si capisca cosa mandano). Quando parte "Talking Heads: 1983" non so se essere contento o piangere.
Rientro in ostello dove c'è addirittura la televisione - panacea per le serate piovose in un posto come Puerto Montt? Non resisto piú di 25 secondi: inizia lo speciale sul concerto di Roger Waters a Santiago. Anche le buone automobili ad un certo punto perdono i pezzi, ripara ripara, ma prima o poi diventano rifiuti.

martedì 5 marzo 2002

 John Belushi
Caro John,

non vorrei lasciare che questo 5 marzo vada a finire in vacca, come diresti tu, senza prima averti scritto almeno due righe.
Io ancora non mi sono ripreso da quell’ultimo toga party. E tu come te la passi?
Dopo il College ci siamo un po’ persi di vista, ma mi hanno detto che sei diventato famoso, soprattutto con quello spettacolino del Sabato Sera Tardi.

Sai, qui non è stato facilissimo. Il fatto è che là alla Delta ci avevi viziato: le feste, la birra, la musica giusta subito, saper portare tanto la cravatta quanto un lenzuolo, correre di notte per il campus del Faber e far morire d’infarto il cavallo di quello stronzo di Neidermeyer, oppure arrampicarsi sulle finestre dello studentato femminile…

Ci ripensavo una sera, tempo dopo, quando sono venuto a sentirti a un concerto di beneficenza che hai fatto dalle parti del lago.
Stupenda serata: tu e tuo fratello avete proprio una gran bella Band, tutti eleganti, veri maestri, neanche una piega se vi chiedevano un pezzo country.
Forse c’erano un po’ troppi poliziotti in giro, senza contare i nazisti dell’Illinois, ma che spettacolo… Hai più avuto problemi con le cavallette?

A dirti la verità, non ho mai creduto che ti fossi messo davvero a fare il giornalista. Ma come? Uno che si schiacciava le lattine in fronte come te? La canottiera tutta macchiata di mostarda e quel sopracciglio?
No, forse mi avresti convinto di più come folle capitano d’aviazione in preda alla paranoia per un’invasione giapponese nel 1941, ma ormai era passato troppo tempo.
Lo sai che fanno vent’anni oggi, John? e io avrei davvero una gran voglia di rivederti.

Sì, immagino, stai per spaccarmi la chitarra contro il muro e stai per ripetermi that nothing is over 'till we decide it!
Hai ragione, John, grazie. Lo terrò a mente.

Un abbraccio,
enzo

lunedì 4 marzo 2002

sabato pomeriggio alla manifestazione (non male come incipit) mi sono giunte rassicuranti notizie sulla sorte di Erik (qualcuno si sarà preoccupato, vero?, dato che ormai da più di una settimana non pubblica nulla).
Pare sia già in Patagonia e per questo non riesce a mettersi in contatto con noi. Pare anche che solo a due passi dal circolo polare antartico Erik si sia accorto che i vestiti messi in valigia per il viaggio in Brasile non andavano più tanto bene :-))
Unabbrascio caro Erik, ovunque tu sia, e a tutti i pinguini che finalmente incontrerai.

Volevo poi rassicurare la sezione modenese di Attac: la bandiera che avete dimenticato campeggia nel mio tinello. La conserverò fino a quando una vostra delegazione femminile non verrà a ritirarla.
Però, régaz, si vede che l'impegno politico non va tanto d'accordo con un po' di sano esercizio fisico. Proprio nessuno ce la faceva a rifare le scale per venirsela a riprendere?

Domani sera si va tutti a sentire Gianni Celati? (sì lo so, il titolo non è molto allettante, però dai)

Oggi ho visto la prima coccinella di questa primavera. Ero in pausa pranzo, perso a fare due passi tra la Via Emilia e la tangenziale, mi è volata sulla mano. Vorrei tantissimo avere qui il mio vecchio Festa mobile di Hemingway e copiare una citazione che farebbe piacere all'Ingegnere (ma porca misera, uno ha dei punti fermi nella vita, certe sicurezze, tipo Leonardo o la Biblioteca di Jonathan, consultabile telefonicamente tramite la voce dell'Alessia, e invece niente, si vede che Hemingway è troppo facile, non se lo fila nessuno).
Insomma, cara ellegi: per ora Pesta Duro, Parigi poi te la leggerò a cena.

sabato 2 marzo 2002

 questa mappa stilizzata di Bologna mi piace, ma tra la Garisenda e gli Asinelli NON passa una strada!

Una giornata tranquilla

Bolognesi bene che partono per il week-end, bambini salite in macchina che prendete freddo, lasciare la città, quartiere Murri ancora addormentato.
La nebbia scende e io scendo senza pedalare i Giardini Margherita verso il centro. All’incrocio leggo lo strillo davanti all’edicola: “per il raduno dei no-global schierati 400 poliziotti”.

(Lasciamo stare ancora quest’etichetta “no-global”: sempre meglio di articoli come questo, capaci di mettere insieme smog e manifestazioni senza neanche l’ironia che magari una Madame Defarge)

Mi sorprendo a pensare una roba tipo: ah, beh, 400 poliziotti, sarà una manifestazione piccola, una giornata tranquilla, chissà se vengono anche i ragazzi di Attac Modena, che non li sento da un po’ (poi ho scoperto che Leonardo aveva la febbre, peccato, e Glauco lavorava: ma io il suo cd l’avevo portato).

Più tardi, a casa, mentre pulisco il bagno (per fortuna: che poi sono venuti ospiti) mi fermo e penso: ma che cazzo dico? Siamo matti? Quattrocento poliziotti? Ma sono una quantità enorme. Come fai a dire una giornata tranquilla?

Siamo forse così abituati a livelli di tensione tali che ogni corteo deve essere un kolossal, con scene di scontri di massa e succo di pomodoro a fiumi? Può capitare di dimenticarsi perché si decide di andare o meno a una manifestazione, mentre i “dove”, “gli spazi”, “le situazioni” conquistano la precedenza su tutto il resto?


venerdì 1 marzo 2002

"Se ne scrivono ancora..."

E questi chi sono? cosa sono "critici"? Che-palle! A essere sinceri, però, da pagina 153 la tensione aumenta, sì, insomma, questo a.b. e questo s.c. sono veramente 'bravi'. E poi c'è un tale s.j. che sembra quasi essersi fatto le ossa in quella rivista... com'era "energie nove", anzi "nuove", ecco sì, "nuove". Loro lì dovevano essere dei fighi, un gruppo di inteletuali. Lui qui mi ha quasi convinto a riprender fuori Cardarelli! E quel Tessa di Milano e Solmi. Per fortuna che deve ancora uscirne un volume di questa Antologia della Poesia del Novecento italiano pubblicata da Carocci a 19 euro. Eh sì, per fortuna... tanto questi poveri sfigati di diritti prendono due cent, diamoglieli..., no?