venerdì 28 novembre 2003

La playlist di Dave Kulp
(Per la par condicio ora vorremmo anche quella di un redattore del Mucchio, mentre quelli di Rockstar hanno già i loro indieblogger di fiducia)

Siccome io un blog non ce l’ho (più), mi faccio ospitare da polaroid (che ringrazio umilmente) e posto la mia playlist di fine anno…

1. THE BLOOD BROTHERS Burn, Piano Island, Burn (Artist Direct)
Perché anche se metto da parte l'entusiasmo, sforzandomi di essere lucido e razionale, un gruppo che ha spinto i limiti di un genere così lontano non lo trovo. Cosa dire della commistione di soluzioni, influenze e backgrounds? Un delirante concentrato di suoni violentissimi, inspiegabilmente pop.

2. MOGWAI Happy Songs For Happy People (PIAS)
Perché ogni volta che ascolto "Stop coming to my house" mi ripeto che nella vita ho raramente sentito di meglio.

3. SOLE Selling Live Water (Anticon)
Perché Sole mi sembra l'unico rappresentante del roster Anticon a voler rimanere fedele ad una formula hip hop moderatamente tradizionale. Uno che si avvale dei produttori più geniali (Jel, Odd Nosdam, etc...), ma che poi rimane all'interno del tracciato, finendo per firmare un album di hip hop incazzatissimo e raffinato (colto, intellettuale, etc, etc, etc...) allo stesso tempo.

4. DAMIEN JURADO Where Shall You Take Me (Secretly Canadian)
Perché lui soffre più degli altri.

5. PREFUSE 73 One Word Extinguisher (Warp)
Perché la Warp l'ho sempre snobbata, mentre davanti a questo disco mi sono ritrovato a bocca aperta. Una ricchezza di suoni infinita, un gusto ed una classe sopra la media. Scott Herren deve veramente aver ascoltato milioni di dischi, fagocitando di tutto... Poi si è messo davanti al computer e si è reso conto di avere talento. Me lo immagino così.

6. OWEN No Good For No One (Polyvinyl)
Perché Mike Kinsella è un vero e proprio idolo e suppongo che non mi deluderà mai. Prima nei Cap'n'Jazz, poi negli American Football, ha sempre avuto un gusto unico nel trasporre in musica la valanga di malinconia che, suppongo, caratterizza la sua esistenza. Fa ridere, ma su "I'm not going anywhere tonight" ho veramente versato lacrime...

7. CURSIVE The Ugly Organ (Saddle Creek)
Eheh... che dire. Pura adorazione (anche se ritengo migliore "Domestica")... e pensare che quando mi esaltavo ascoltando il loro primo album, non immaginavo che un gruppo del genere avrebbe ottenuto il rispetto degli addetti ai lavori più snob. Se vogliamo ancora incasellare la musica dei Cursive all'interno di un contesto preciso... beh, loro suonano emo, ma come lo suonano loro, non lo suona nessuno.

8. DEATH CAB FOR CUTIE Transatlanticism (Barsuk)
No comment. Visto che i ragazzi di Polaroid amano descrivere la magia che si crea al Covo in alcune occasioni, io dirò soltanto che ho immaginato il live dei DCFC in quello stanzone un migliaio di volte. Ricordo che un giorno Mr. Inkiostro mi ha detto che "Transatlanticism" (il brano) è "una palla". Spero che abbia cambiato idea.

9. MARA'AKATE Self Titled (Alone)
Scusatemi, ma ogni tanto ci godo a trovare un disco scritto in un mese da giovinastri americani un po' nullafacenti. Quando questi sono poi capaci di decostruire gli stilemi tipici di certo hardcore lasciandosi alle spalle intellettualismi e pretese, ci godo ancora di più.

10. DEERHOOF Apple O (Kill Rock Stars)
Perché quest'anno da San Francisco sono usciti gruppi pazzeschi, capaci di sperimentare senza farsi troppe pippe, risultando assolutamente godibili e soprattutto originali. Kevin Blechdom, Numbers, Soft Pink Truth, Erase Errata e tanti altri... dal vivo mi hanno tutti impressionato. Gente intelligente che non scorda mai di divertirsi.

11. ARAB STRAP Monday At The Hug And Pint (Chemikal Underground)
Ovvio no?

12. BLACK EYES Self Titled (Dischord)
Questo dovrebbe stare più in alto. E' un gran disco.

13. THE DECEMBERISTS Her Majesty (Kill Rock Stars)
Mi trattengo dal metterlo molto più in alto nella classifica. E' un ascolto recente e sono decisamente esaltato. Questi ragazzi di Portland hanno fatto quello che decine di gruppi affiliati a Kindercore e March non sono riusciti a fare: celebrare certe melodie retro senza fossilizzarsi, senza risultare stantii, freddi e spassionati. Questo è il disco che i Belle & Sebastian non sono più in grado di scrivere.

14. PULSEPROGRAMMING Tulsa for One Second (Aesthetics)
Che anno decadente per l'IDM. La Morr ha buttato fuori dischi indecenti, la Carpark sembra non aver trovato nulla da far uscire. Hood e Dntel sono rimasti in letargo... Si narra di un'esplosione orchestralfolkglitchtronica francese, ma sembra che i dischi li abbia solo Jukka e che non li voglia dare a nessuno. Insomma, il meglio lo hanno fatto i Pulseprogramming. Stop.

15. BUCK 65 Talkin Honky Blues (Warner Music Canada)
Perché in un mondo migliore alla radio passerebbero "Protest" di Buck 65 e non "In Da Club" di 50 Cent. Lo stile non è acqua.

giovedì 27 novembre 2003

Fate finta di niente

Per l'omino della sfiga che cancella tutte le cose appena le scriviamo sul calendario: non è che stiamo dando degli appuntamenti, eh, restiamo sull'ipotetico, che qui c'è nebbia...

Radio Città 103Ad esempio, se questa sera conducessimo una trasmissione radiofonica (magari un po' di Nicchia e un po' di Patata) sarebbe una serata speciale, che noi saremmo persone che agli anniversari ci tengono. Cominciare la radio sorprendentemente per il terzo anno ci commuoverebbe a tal punto che vorremmo un po' di amici intorno (anche blogger, va bene lo stesso) per brindare e suonare le nostre solite canzoni e cantare Tanti Auguri polaroid.
Ci accomoderemmo (così, per caso) a partire dalle venti sul confortevole mono dei centotre punto cento, in modulazione di frequenza per Bologna e provincia e, toh, sarebbe proprio lo stesso di Radio Città 103.
Ah, come sarebbe bello se funzionasse anche lo streaming...

Covo ClubE poi, sempre per ipotesi, se venerdì sera ci capitasse di mettere i dischi nel nostro locale preferito (ma sì, proprio il Covo), addirittura in qualità di assistenti dell'Uomo dell'Anno in persona, non è che lo diremmo troppo in giro, anche perché qui l'unico a chiamarci Dj è il buon Mr. Loser (e sappiamo quanto se ne intende di musica).
Sarebbe una serata prevedibile, sempre le solite cose da ballare, e che fatica ricordare le parole, e offrire da bere agli amici che sarebbero venuti a trovarti da lontano (anche blogger, va bene lo stesso).
Ah, però come sarebbe bello se ci fossero tutti...

mercoledì 26 novembre 2003

L'INIZIO DEI CONTI
(lo ha fatto Rossano, lo posso fare anch'io)


Non credo che interessi a molti, ma so che se non lo faccio ebi potrebbe aversene a male.
Allora ecco i miei 10 dischi del 2003, necessariamente anticipati per le esigenze editoriali di quel mensile che troverete in edicola tra qualche giorno.

10 Broken Social Scene: You Forgot it in People
Se quest'anno non si infila almeno un disco canadese in playlist si fa la figura degli sprovveduti. E poi sarà un piacere assistere alle polemiche sull'opportunità di inserire o meno un cd che in effetti non è uscito nel 2003.

9 Gossip: Movement
Queste ragazze spaccano. Punk rock dream comes true, ancora una volta.

8 Arab Strap: Monday at the Hug & Pint
In ogni disco dei due scozzesi ci sono almeno tre canzoni memorabili. Di questi tempi bastano e avanzano. Se poi avessero inserito in scaletta le cover di Ac/Dc e Van Halen che hanno piazzato sul singolo starebbero anche più in alto.

7 The Strokes: Room on Fire
Non inventando un accidente di niente hanno creato uno stile. E solo il cielo sa quanto bisogno di stile ci sia oggigiorno.
La verità? Se non li avessi inclusi tra i dieci Enzo mi avrebbe tolto il saluto.

6 Wire: Send
Sono l'unico gruppo che non mi fa sentire vecchio. Una delle poche (l'unica?) reunion che non ha (quasi) fatto rimpiangere l'originale.

5 Yeah Yeah Yeah's: Fever to Tell
Perché no.

4 Postal Service: Give Up
Il disco che inganna circa l'utilità del pop elettronico, un po’ come l'anno scorso è capitato con Notwist. Tanto per illudersi di non essere quello che siamo: dei retrogradi appiccicati solo al suono delle chitarre.

3 The Kills: Keep on Your Mean Side
Forse perché lei mi piace. Forse perché ogni tanto mi ricordano i Jesus and Mary Chain. Forse perché hanno un bel nome. Forse perché sono in due e non si chiamano White Stripes.

2 Rapture: Echoes
Piazzarsi di traverso in mezzo alla pista ballando scomposti ed urlando jealous lovers è stato un bel modo di passare i fine settimana di quest'anno. Il disco giusto al momento giusto.

1 Daniel Johnston: Fear Yourself
Fatevi un favore: spegnete il computer, accendete lo stereo e piazzate nel lettore una copia di questo disco. Poi riaccendete il computer, connettetevi al sito di un qualunque negozio di cd ed acquistate l'intera discografia di quest'uomo.
Il mondo non ascolterà

Mettetevi avanti con le celebrazioni. Subito dopo le feste, con l'anno nuovo partiranno i ventennali degli Smiths (non fermatevi a fare i conti, state allegri).
In uscita a gennaio per una delle nostre etichette preferite, la Matinée, una compilation intitolata Romantic and Square is Hip and Aware (qualche lume sul titolo qui), dove al solito i migliori gruppi della casa (tra cui Lucksmiths, Pale Sundays e Pipas) affronteranno le cover di alcune delle canzoni più importanti della loro/nostra adolescenza. Sarà tutto inutile, ma come farne a meno?
It's later than you think!

Il Natale a Manhattan sembra sempre un po' più Natale: ecco quindi la guida alle feste natalizie del Village Voice, con la storia dei Santa Claus di cioccolata, la road map dei pub dove si brinda meglio quando fuori nevica, le dritte per gli acquisti dell'ultimo minuto (hey, manca ancora un mese!) e il calendario degli eventi più assurdo che vi possa capitare tra le mani in questa stagione.
After the after party

Leggo il lungo resoconto del Guardian (già prontamente segnalato da Fabrizio) sul post concerto newyorkese degli Strokes, e mi vengono in mente svariate e ovvie e superficiali considerazioni sulla stampa inglese. Ad esempio, come dimenticare quelle pagine su un NME dell'anno scorso con la cronaca di festini californiani ai quali praticamente mancavano solo sacrifici umani e visioni forzate di Porta a Porta. Oggi, invece, il morigerato quotidiano britannico presenta i nostri ragazzi così tranquilli, scappano dalle feste, sapete hanno lavorato veramente sodo, ecc...
Alla fine dell'articolo, l'unica cosa che ricordo è che Julian Casablancas è single.
Polyphonic Daddies

Chi non vorrebbe passare il capodanno a Los Angeles coi ragazzi di Glamorama?

martedì 25 novembre 2003

'cause the music is boring me to death

In facoltà avevo lasciato solo moon pix. Tanto pensavo che me ne sarei andata. Ecco, vedi, credi che te ne vai solo per il brivido dell'appiglio centrifugo.
Lasci tutto appeso, come dopo la lavatrice, aspettando che asciughi.
Invece sei ancora lì a presidiare opportunità. Pure Kovac va in Congo (vivaddio), eppoi ve lo dico (anche se non dovrei), preparatevi, che ci va anche Carter in Congo (maledizione), me l'ha detto mia mamma che ha visto l'ultimo episodio quando era nel regno unito questa estate. Teneva i gatti di una signora. A Fulham, leggendo la Kinsella e nutrendo i gatti, japanoise e pret a manger.
E aggiungerei ci va pure mia mamma nel regno unito, un giorno che decide che la vita è semplicemente prendere, e non dare e londra è sua, per via dei fiori e lo stucco a tre quarti di parete e per la national gallery che è gratis ed è la pinacoteca più bella che ci sia, alla faccia del louvre e di bertolucci e di godard.
Non per un concerto di Patrick Wolf, che se ero là ci andavo curiosa, oppure me ne stavo in casa a monitorare gli esperimenti di biologia sul pavimento del bagno lamentandomi che i muffin sono venuti male e metto troppo dressing nell'insalata.
Io al massimo pensavo che Bologna fosse mia, mentre al portico dei servi si parla di borseggiatori natalizi e alla pinacoteca c'è una santa lucia che tiene gli occhi su un piattino e fa paura come certi manichini sproporzionati di Patrizia Pepe, che ricordano la notte dei morti viventi o un incubo ricorrente di infanzia nel tennis club del mare e pineta (anni in cui gli incubi non trovano quinta migliore di località della riviera e grand hotel, che se non sei Proust o Grace Kelly, è meglio dimenticare).
Tornando dalla calabria, uno di quei viaggi talmente lunghi che l'ipod non arriva al confine con la toscana e tanto vale guardar fuori o cercare uno scompartimento dove chiedere ospitalità per una sigaretta in cambio di racconti catastrofici di divorzi ripensamenti licenziamenti malattie (mai chiedere in treno a uno che siede deliberatamente nell'unica carrozza fumatori dove è diretto), ho avuto l'onore e il privilegio di ficcare il naso in bei monolocali sui fori, in quel dedalo di strade che hanno persino i nomi belli (lo dice mia nonna) oltre alle fontane, oltre al travertino, voglio dire (come se questo potesse spiegare).
Ecco, vedi sei ancora lì a pensare di uscire di casa la mattina che c'è sole, anzichè quel casco di vapore acqueo che arriccia i capelli persino a me e vi assicuro che ciò non costituisce una realtà plausibile da punto di vista termomeccanico, ma succede, tutte le mattine di inverno che torno qui e mi metto le cuffie e modifico i programmi e faccio run e escono grafici nonsense, cui varrebbe la pena un giorno di spendere due parole (già fatto e già perso) o un'opera d'arte.
Dico solo che se ci tolgono anche la radio, ecco, non sono storie, e dato che non ci sono spiegazioni, non c'è nemmeno motivo.
Io sto con le formiche

Volevo segnalare pure io la stessa cosa, ma poi mi sono accorto che mi aveva preceduto Shoegazer.
Allora volevo segnalare Shoegazer ma poi mi sono accorto che l’aveva già fatto il signor Loser.
E lì, tra i commenti, ho scoperto che in realtà era stato Benty il più veloce di tutti.

Ormai il blogging è diventato dannatamente competitivo.
A questo punto tanto vale che ve lo dica lo stesso, casomai foste in pensiero per quei poveretti di inglesi che per tutta la settimana di Natale ascolteranno nastroni fatti dai Radiohead: sul sito della BBC6 si può votare la playlist delle canzoni più trasmesse e noi orgogliosi segnaliamo anche la presenza degli Yuppie Flu di Food for the ants.
Faccine sorridenti e un giro di Days before the days prima di andare a nanna.
Fa tutto lui

Ma dico: vi siete accorti che Gecco ha messo in piedi un servizio di blog hosting gratuito e politicamente corretto tutto da solo?
Non sarebbe il caso di far girare la notizia?
Due di nicchie

Alla festa organizzata da Gianluca Neri, un personaggio che indubbiamente aveva già sfruttato a fondo le potenzialità offerte dalle multicolori tessere free drink mi ha salutato sghignazzando e dicendo “ah, tu sei polaroid! Tu sei uno di quei blog piccolini, di nicchia, che state tutti tra di voi, che non si capisce mai di cosa parlate...”
Io ero appena arrivato e ancora indietro coi beveraggi (ci ha poi pensato il generoso Grassilli a mettermi in pari) e non ho saputo rispondere, limitandomi a sorridere e a guardarlo saltellare via abbracciato a un giornalista.

La Nicchia è un concetto che, da quando ci siamo accorti che è antitetico alla Patata, non mi piace più *.
Qui di solito si chiacchiera della musica che passa per la nostra radio, per le nostre macchine quando facciamo dei bei viaggi assieme, o per i nostri computer quando ce la scambiamo (il caso di Zazie che si prende postalmente cura di noi è unico).
Insomma, ve lo chiedo: suona tutto piuttosto incomprensibile?
Dobbiamo restare fedeli alla causa “indie” e citare unicamente gruppi che prendono meno di 3 e più di 9 su Pitchfork, solo per stravincere gli awards di Delio?
Oppure volete meno Nicchia e più Patata, tipo link a foto di Liz Phair in concerto? O magari, ancora meglio, apriamo un fotoblog solo per La Laura?


* = mi spiego: statistiche alla mano, ai concerti e nei locali “di nicchia” predomina la Braga, mentre la Patata ridonda nelle situazioni più mondane e accessibili. Noi in mezzo, di solito, sbagliamo strada.
Top Ten e Top E

Qui in redazione non è rimasto praticamente nessuno, eppure scopro che in un solo giorno polaroid è finito tra le righe di due post abbastanza imprescindibili per il PIL 2004 della mia personale microeconomia blog (dove per PIL si intende, ovviamente, il Prodotto Inutile Lordo, al netto delle perdite di Gnu Economy).

Rossano Lo Mele, batterista dei Perturbazione e caporedattore di Rumore, svela la sua top ten dei dischi dell’anno e si ricorda dei Postal Service. Non anticipiamo nulla, ma è chiaro che anche da queste parti nessuno se li è dimenticati (thanx to Inkiostro per la segnalazione).
Quanto all’altro, beh, Delio tempo fa chiedeva se a qualcuno era mai capitato di sognare il proprio blog. Io sono dell'idea che dopo la festa di venerdì scorso saranno stati in molti a sognare almeno una blogger.

mercoledì 19 novembre 2003

"I don't need love, I've got my band"

Come non detto (da queste parti ultimamente finisce sempre così): domani sera pare che la radio trasmetta di nuovo un Consiglio Comunale, programma senza dubbio più interessante e utile di polaroid, però lo stesso: mavvaffanculo.

Con questo post postumo almeno vi regalo la buona notizia che i Radio Dept. oggi pubblicano un nuovo ep con 5 pezzi inediti (al quale The Cricket dedica lusinghiere parole).
Infinitely maybe

'Blogout - 13 diari dalla rete': sabato 22 novembre presentazione a ModenaIl sottoscritto torna in pausa ancora per un po'.
Vi lascio gli appuntamenti dei prossimi giorni:

- forse domani sera sul confortevole mono di Radio Città 103 polaroid festeggia il secondo compleanno con una settimana di ritardo (ormai siamo un quindicinale, come lo era Zero In Condotta: ci toccherà la stessa sorte?). Forse ci saranno un po' di blog, forse ci sarete anche voi, e forse anche gli Amari.

- forse venerdì sera ci si vede agli Gnu Awards. Io sarò quello che dirà di non avere un blog (oppure mi faccio passare per Delio, non ho ancora deciso).

- se perdo il treno, forse ci si vede al Covo per l'imprescindibile serata unhip con Melt Banana + The Death Of Anna Karina.

- sabato 22 niente forse. Non avete impegni: spiegazioni qui, istruzioni qui.
Musica per unicorni felici, alla moda, fissati con la Morte

The Unicorns - 'Who Will Cut Our Hair When We're Gone?'Per una ipotetica Top Ten delle cose più cool del 2003 musicale, io suggerirei:
a) il made in Canada
b) scrivere musica a distanza.

The Unicorns (i nomi con il "the" invece erano molto 2002) soddisfanno entrambe le condizioni. Se aggiungiamo che tutte le recensioni descrivono invariabilmente la loro musica come “experimental lo-fi pop” (e questa non sarà da meno) si spiega l'8.9 regalato da Pitchfork al trio ora di base a Montreal.

A dire il vero, la loro bassa fedeltà sembra piuttosto "ricercata": tipo strumenti giocattolo su basi disco punk, o un synth preso pari pari dai... Boards of Canada (ma guarda). Ti viene da pensare che i ragazzi siano molto più snob di quanto uno possa temere già dalla scelta di un titolo come Who Will Cut Our Hair When We're Gone?, o a leggere le descrizioni dei loro live: performance improvvisate dentro autolavaggi, spettacoli di pupazzi, l’occasionale presenza di qualche homeless, risse sul palco e con il pubblico, il ruolo di gruppo spalla nel tour canadese di Hot Hot Heat.

La cosa che sembra divertire di più gli Unicorns è sbriciolare la forma della canzoni: giocare coi ritornelli più orecchiabili che vi vengano in mente, mettere un crescendo dopo l’altro e poi spegnere la luce, tirarla per le lunghe oppure scappare prima della fine del pezzo. Insomma, fare qualunque cosa pur di sorprenderci e divertirci e farci ballare e strapparci un sorriso. E ci riescono.
Musica per nebbie (1)

Fuck - 'Those are not my bongos'Nell’attimo prima di cadere addormentato mentre qualcuno ti abbraccia, apri gli occhi di colpo e chiedi sussurrando “hai detto qualcosa?”.
Ma la voce era nel sogno ed era la tua: “questi non sono i miei bonghi” aveva annunciato, e tu confuso non avevi saputo cosa rispondere.

Nel nuovo album dei Fuck ci sono momenti che fanno sentire esattamente così. Canzoni indolenti, sghembe, spesso talmente fugaci da avere la stessa consistenza di ricordi di sogni. Eppure la concisione sembra donare ulteriore ricchezza al lavoro del quartetto. Non manca nulla: dalla "spensierata" Firing Squad alla sconcertante dolcezza di How to say, dal rock nervoso di A vow e Hideout all’interludio di Jazz Idiodyssey.

Però è anche vero che il filo conduttore della raccolta è senza dubbio un umore malinconico e piuttosto intimo, adatto a queste giornate novembrine intrise di nebbia come pioggia rappresa (ad esempio, stamattina sembra la copertina scartata n.5, un video perfetto per la brumosa A conversation ).
Apparente conseguenza, i Fuck sembrano essere sempre più a loro agio quando le canzoni si spogliano di quasi tutto. Le voci sono spesso in primo piano (ma se mettete le cuffie ogni tanto sentirete il piede battere il tempo), le chitarre acustiche e smaglianti, gli interventi elettronici sempre misurati.

Those are not my bongos è stato in buona parte registrato ad Ancona insieme a Matteo Agostinelli degli Yuppie Flu (che canta pure in un paio di occasioni), ed esce per i nostri indie warriors della Homesleep.
I Fuck saranno prossimamente in tour in Gran Bretagna e hanno in agenda anche una visita a John Peel.
Grande è la confusione, sopra e sotto la scrivania

Ieri sera in ufficio, verso le dieci, stavo pensando di mettere in pratica tutti i Top 10 tips for watching the Paris Hilton sex tape in your office (non avete ancora visto il video? ma se ormai ci sono in giro anche le magliette!).

Poi il paternalismo di How Not to Get Fired Because of Your Blog è stato così convincente che il mio senso di responsabilità ha deciso di perdere cinque minuti con questo utile test.

Personality Disorder Test Results
Paranoid |||||||||||| 42%
Schizoid |||||||||||| 42%
Schizotypal |||| 18%
Antisocial |||||||||||||| 58%
Borderline |||||||||||||| 54%
Histrionic |||||||||||||||| 70%
Narcissistic |||||||||||||| 54%
Avoidant |||||||||||||| 54%
Dependent |||||||||||||| 54%
Obsessive-Compulsive |||||||||||| 50%
Take Free Personality Disorder Test

domenica 16 novembre 2003

Generazione vuota
Blank Generation all'XM24 questa sera, ore 21.30

Blank GenerationNew York. Metà anni Settanta. Alcuni club cittadini cominciano a proporre concerti di nuove band che suonano una musica secca, veloce, rumorosa. Uno di questi locali è il CBGB’s, inaugurato nel 1973 e che l’anno successivo tiene a battesimo, fra gli altri, i Ramones. Il CBGB’s è frequentato anche da personaggi come Ivan Kral, un esule cecoslovacco che si sta facendo un nome come filmaker e come musicista nel Patti Smith Group, e da Amos Poe, regista di film low budget molto coinvolto nella scena che oggi possiamo definire proto-punk.
Diventati amici, Kral e Poe cominciano a filmare con un super8 i concerti che si svolgono al CBGB’s. I due non possono permettersi un fonico e, dal momento che il super8 non ha microfoni, le loro riprese sono mute. Quando decidono di unire le sequenze migliori in un’unica collezione, quindi, sono costretti a utilizzare le registrazioni di altri live o i demo forniti dalle band stesse. Il risultato è Blank Generation, un documentario in bianco e nero con il sonoro fuori sincrono. Molto rozzo, molto punk, e molto affascinante.
La disparità fra lo sfarfallio tipico delle immagini in super8 (poi riversate su pellicola 16mm) e l’audio di discreta qualità, infatti, crea una forma che si sposa perfettamente al contenuto. Quest'ultimo è opera di personaggi del calibro di Television, Patti Smith Group, Ramones, Talking Heads, Wayne County and The Electric Chairs, Blondie, Johnny Thunder & The Heartbreakers (con Richard Hell), Harry Toledo, Marbles, Tuff Darts, The Shirts e Miamis.

Che sia un momento di transizione (le riprese risalgono al ‘75) lo si capisce proprio da questi nomi, non tutti inseribili nel calderone punk (Talking Heads, Blondie, Television e la stessa Patti Smith) e che permettono di capire meglio il successivo sviluppo della new wave. Ma il lavoro è pronto nel ‘76, in concomitanza con l’inizio vero e proprio del nuovo genere (che qualcuno fa coincidere con l’uscita del primo singolo dei Damned) e ne diventa in qualche modo il film-simbolo, anche perché raccoglie le uniche immagini dei primi passi di band destinate a lasciare una traccia fondamentale nella storia del rock.

In quest’ora scarsa si può ascoltare, ad esempio, una versione schizofrenica di Psycho Killer ("qu’est-ce-que-c’est? fah fah fah fah fah..."). E ogni gruppo è messo a fuoco per tre o quattro minuti prima di vederlo sul palco.
Capita anche a Wayne County, oltraggiosa drag-queen leader degli Electric Chairs, che vediamo brandire uno scopino da cesso mentre urla "He's a boy, but he looks like a girl! Dirty, dirty, dirty!"

Wayne/Jayne County
Ispiratrice mai riconosciuta di New York Dolls, David Bowie, Pete Burns (Dead Or Alive) e tanti altri, nata nel giro Factory (quella di Warhol), ha iniziato nel teatro (pre)transgender di Paul Morrissey, per poi pre-datare il punk con gli Electric Chairs e dare uno scossone fondamentale alla scena come principale band del Roxy a Londra.
E’ a lei che dobbiamo l’introduzione dell’estetica transgender estremamente sessuata nella scena punk originale, e la successiva spinta in direzione dell’esplorazione del corpo. Compì la transizione da Wayne a Jayne nella totale oscurità mediatica, in concomitanza, qui da noi, con la bufala Amanda Lear: andrebbe beatificata come Santa Pagana del transgender (di cui si occupa il festival Gender Bender che si svolge in questi giorni qui a Bologna). Essenziali il suo pezzo Transgender Rock’n’Roll e i primi due album degli Electric Chairs, con numerose perle di oscenità pansessuale (al cui confronto Peaches è un’educanda), cominciando dal brano You Make Me Cream in My Jeans.

A proposito di jeans, e non solo
Blank Generation significa generazione vuota. Una generazione di ragazzi che, semplicemente vestendosi punk, diventano di colpo strani. Si facevano tagliare i capelli cortissimi, pantaloni a tubo, le All Star e un giubbottino di pelle marrone trafitto da almeno duecento spille da balia, e il gioco era fatto. La porta d’accesso per un altro mondo dove non dovevano sottostare a regole e rotture di coglioni, o almeno potevano dare l’impressione di farlo.
E’ difficile, oggi, rendersi conto della portata di tutto questo. Essere punk significava rifiutare in blocco, inconsapevolmente o meno, anni e anni di controcultura, rifiutare la liberazione del corpo come mille altre utopie, invertire un’immagine giovanile allora dominante.
Quella generazione vuota, composta di alieni dai capelli corti e magari colorati significava l’azzeramento, l’annichilimento, colpiva a trecentosessanta gradi tutt’intorno e reagiva negativamente a qualsiasi stimolo positivo. E proprio Richard Hell si è sempre proclamato il promotore ante-litteram dell’estetica e del suono punk.

Richard Hell
Con i Neon Boys, nel 1971, Richard Hell dà inizio agli anni Ottanta senza saperlo. Lo si può vedere raffigurato nel retro di un EP postumo, insieme a Tom Verlaine e Billy Ficca, mentre imbraccia il suo fido basso. Richard è un perfetto punk con quattro anni d’anticipo: occhiali neri stile Sixties, capelli corti tagliuzzati malamente, giubbotto di pelle nera. Anche nella musica è presente questa forte attitudine punk. Le canzoni dei Neon Boys vivono di una tensione sconosciuta al rock dei primi anni ‘70. Ma questa esperienza - purtroppo – dura molto poco. Il sodalizio con Tom Verlaine non funziona: non possono convivere due personalità così egocentriche. Tom prosegue da solo e forma i Television, mentre Richard Hell, nel ’75, incrocia la sua strada con il vecchio amico Johnny Thunders, fuoriuscito dai New York Dolls.
Insieme decidono di formare un gruppo di rock’n’roll il più oltraggioso possibile: gli Heartbreakers. La band suona uno spudorato rock’n’roll di strada (Stooges e New York Dolls, tanto per fare i soliti nomi) tentando anche una ricerca di carattere visuale alla quale si ispirerà, poco dopo, Malcom McLaren. Camicie strappate ad arte sulle quali vengono sparse pennellate di colore rosso, giubbe di pelle nera, capelli corti tagliati a caso. Questi gli elementi che concorrono a formare l’immagine degli Heartbreakers che proseguono e portano a completo sviluppo il discorso musicale iniziato dai Neon Boys: una stilizzazione del vecchio rock’n’roll e del primo beat, scossa da violenti fremiti e cantata nella maniera più schizofrenica possibile.
Gli Heartbreakers potevano diventare per l’America quello che i Sex Pistols sono stati per l’Inghilterra. Ma come mettere d’accordo un cronico junkie come Johnny Thunders e un’intelligenza vulcanica come quella di Richard Hell? Anche questa esperienza, infatti, trova la sua inevitabile conclusione: Richard lascia il gruppo e ritorna ai suoi progetti solisti. Nel ‘77 forma i Voidoids e incide un EP contenente una canzone bella e importante: Blank Generation.

Visioni punk
E’ il film di Amos Poe ad aver ispirato il titolo della canzone di Richard Hell oppure è il contrario? Poco importa, a ben vedere. Alla fin fine, piuttosto, non rimane che ricordare l’esiguo numero di film sul movimento punk, a parte The Great Rock’n’roll Swindle di Julian Temple (tornato sull’argomento un paio d’anni fa con The Filth and The Fury) e The Decline of Western Civilization di Penelope Spheeris, incentrato sui gruppi punk di Los Angeles (X, Black Flag, Circle Jerks).

Qui in Italia le prime immagini di punk inglesi arrivarono grazie alla trasmissione Odeon, su Rai2. Presentava il punk come l’ultima follia giovanile dall’Inghilterra. Capelli colorati, abiti stracciati, catene, la spilla-da-balia-che-trafigge-la-guancia, questo genere di cose. Odeon diceva e testimoniava che i tempi stavano cambiando. Era vero oppure no che nella sigla si vedevano delle ballerine con le tette di fuori? Tutto quanto fa spettacolo, no? E’ buffo, ma molti ragazzi italiani hanno imparato ad essere punk, in un certo senso, dai media ufficiali.

One two three four!
Il cinema di Amos Poe rappresenta la sintesi di tutto quello che si può definire come cinema rock. Chi può (e vuole) si vada a leggere quanto scritto da Guido Chiesa sul numero 14 di Rockerilla (maggio 1981). Il rock è l’essenza stessa dei suoi film, anche di quelli mainstream mai arrivati nelle sale italiane tranne, nel 1984, Alphabet City. La questione non è negli attori che usa (Debby Harry, ad esempio) o nel fatto che si vedono concerti o locali (Just An American Boy, realizato quest’anno, descrive un tour del cantautore texano Steve Earle). La questione, invece e soprattutto, è che dai suoi film emerge sempre un’immagine globale della cultura e della generazione rock.


Blank Generation
USA, 1976, 16mm, 55', b/n
Regia: Amos Poe e Ivan Kral.
Fotografia: Amos Poe (16mm, bianco e nero).
Musica: registrata da dischi dei gruppi presenti nel film, asincrona.
Montaggio: Amos Poe e Ivan Kral.
Produzione: Amos Poe e Ivan Kral.

Questa sera all'XM24, Via Fioravanti 24, Bologna, ore 21,30.

sabato 15 novembre 2003

I've got a feeling

Ok, ultimamente non sono molto aggiornato, ma è una mia impressione oppure il "nuovo" Beatles è un pacco (natalizio)?
E perché non si leggerà mai su nessuna rivista un articolo come il commento numero tredici?

venerdì 14 novembre 2003

Sei forte, papà

Voglio proprio vedere cosa inventerà l'anno prossimo Leonardo per farci gli auguri.
Bello ritrovare Ugo

Prossimamente su queste frequenze :-)

giovedì 13 novembre 2003

She don't use jelly (vodka): cinque o sei brindisi per polaroid

Tutto era nato così, con dei disegni all'evidenziatore e c'era parso che la situazione kitchen potesse funzionare, anche se quello era un format nato destinato e deperire in fretta come quello di cui raccontava.

Noi, meno pifferai di hamelin di quell'andrea pezzi là lontano, avevamo il vantaggio dell'etere, e l'esperienza di anni di monitoraggio di gesti e di calici tra quelle fronde di ferro battuto che non ci è mai riuscito di raccontare.

Di raccontare dei vecchi tempi in cui si andava scoprendo i prodigi del negroni a stomaco vuoto e si indugiava su quelle sciarpe a maglia larga che le morose andavano intrecciando coi ferri, salvaguardia insistente di nuche già altrui, sabato prossimo.

I bei tempi in cui l'aperitivo ti faceva passare la fame, oltre che certi freddi nebbiosi e bui.

Già allora ci sembrava cent'anni, ora accipicchia, milioni e ci tocca confondere poesia e negroni (da veri alcolisti), non senza quella retorica nostalgica e scassaminchia, solo perchè sono cose finite da un'altra parte (in cui io ero di sicuro anna karina e ballavo con il kilt e i calzetti) o il male minore.

Tutto è cominciato che io mi facevo il viaggio di fare l'aperitivo con le citazioni e passai il pomeriggio nel tentativo di trovare il martini montgomery, in di là dal fiume e tra gli alberi, che (se non urlate allo scandalo mi fate un favore) è un libro soffocante, per via di quei tiamo tipo interiezione.
"Cameriere" disse il colonnello. Poi le chiese:"vuoi anche tu un Martini secco?" "Si" disse "volentieri" "Due Martini molto secchi" disse il colonnello. "Montgomery, quindici a uno" Il cameriere, che era stato nel deserto, sorrise e scomparve e il colonnello si rivolse a Renata "sei cara" disse "e anche molto bella e io ti amo"
Questa citazione si trova dappertutto in rete, seppi poi, anche in siti di cui vergognarsi con gli sfondi con l'immagine di un calice fluorescente in campo nero ripetuta enne volte.
Ma è stato il primo aperitivo per Polaroid, ed era tipo una tesi di laurea, avevamo anche visto un film di cui di nuovo mi vergogno e bevuto più martini di Dotty Parker per debellare la paura.


Poi ci furono le coccinelle, se per caso c'eravate anche voi quella sera che facemmo l'aperitivo sperimentale con le cose trovate con google a pagine avanzate, e scoprimmo che le coccinelle andavano estinguendosi triturate in cocciniglia disciolta in rossi liquori.
Fu divertente, credo, una sera che Leo traduceva i talking heads lì per lì.
E invece leggo ora (ma la notizia credo che sia del 2001): temo che il nostro Stefano Apuzzo abbia confuso le coccinelle con le cocciniglie. Le cocciniglie sono da sempre impiegate nella fabbricazione dell'alchermes, ma non hanno nulla a che fare con la coccinella dai sette punti


Poi ci fu lo spritz in generale quel noto aperitivo amatissimo nel nordest, terra in cui affonda le sue radici da più di cento anni, avendo trovato le sue roccaforti in città come Venezia, Padova e Trieste.
Si tratta di un composto corroborante a base di alcool, dalla funzione sociale aggregativa. Spritz e' il nome "scientifico", ma viene comunemente denominato Spriss o Spriz o, spesso, Sprisseto: il che dimostra l'amore della popolazione verso il Nostro, giunta a coniarne anche il vezzegiativo. La sua ricetta è avvolta da un'aura di mistero...o forse non è mai esistita!! Di certo è composto da vino bianco e acqua (o selz), ma per il resto ci si affida alla creatività del barista che lo prepara...o alla propria! Nella maggior parte dei casi le aggiunte alla "base" descritta sono quelle di quantità (...più o meno ingenti...) di Aperol, Cynar o Gin.
. Cui seguivano le avvincenti immagini della spritzcam sugli studenti di psicologia a piazza delle erbe.


E una vodka jelly, che fu deusexmachina dalla parucchiera un giovedì in cui già di mattina progettavo la scusa melodrammatica all'esser senza aperitivo, materializzandosi tra le pagine di amica tra le splendide mani inguantate di una manista qualunque: Vodka Jelly is not hard to make, it's just a case of getting your quantities right! If you don't, it just won't set. Any jelly mix will do fine, strawberry and raspberry are obvious favourites. Any brand of Vodka will also do just fine.
Seguì poi la stagione delle ricette al litro come il punch faciaruli: ingredienti per 12 LITRI: 3 bottiglie di vodka naturalmente liscia, 3 bottiglie di vino bianco e 3 di vino rosso, 3 litri di succo d'ananas e 1 litro e mezzo di lemonsoda.
O ancora l'assenzio: mettete a macerare per un minimo di 12 ore, in 95 litri di alcol (85 per cento di gradazione), le seguenti piante essiccate: 2,5 kg di artemisia absinthium (assenzio maggiore o romano), 5 kg di anice e 5 kg di finocchio - altre fonti aggiungono issopo, succo di limone, angelica, anice stellato (che, all’epoca, contribuì alle fortune del mistrà marchigiano), dittamo (pianta erbacea aromatica della famiglia delle Rutacee), ginepro, noce moscata e veronica. Aggiungete 45 litri di acqua e distillate. Dal liquido ottenuto (circa 95 litri), prelevatene 40 litri, e aggiungete un altro chilogrammo di assenzio, un chilogrammo di issopo e 500 chilogrammi di succo di limone; scaldate a moderata temperatura, filtrate, e aggiungete i rimanenti 55 litri di distillato. I circa cento litri finali di assenzio saranno ricondotti a una gradazione alcolica di 75 per cento con un’ulteriore diluizione in acqua.

Per riformulare il tutto ancora in termini romantici è recente l'aperitivo alla rosa lady Penzance da bere al giardino della rosa antica con Aldo Rossi e Sofia Coppola, fatto di cinorrodi e alcool a 95° gradi: si lavano e puliscono i frutti della rosa togliendo i semi e i peli. Si mettono tutti gli ingredienti in un vaso a chiusura ermetica. Una volta al giorno si scuote il vaso per almeno una settimana. Si lascia riposare per trenta giorni. Poi si filtra e si mette in bottiglia.


Ora, ora brindiamo.
Ora, ora spegni la luce perchè arriva la torta con le due candeline per Polaroid, che soffiando si resta al buio, e se ci pensi è una bella quinta per abbracciarsi, in generale, figùrati in radio.

Happy birthday polaroid vol. II

La redazione di polaroid è lieta di annunciare che oggi questo blog compie due anni: se questa sera verso le otto siete dalle parti di Via Masi 2 a Bologna suonate il campanello di Radio Città 103: portate una canzone e la metteremo, portate una bottiglia e la stapperemo.
Se non potete essere della balotta, magari lasciate scritto qui sotto cosa vi piacerebbe ascoltare e poi incrociate le dita perché i commenti non si cancellino, lo streaming tenga bene, i due conduttori siano fortunosamente in possesso del brano richiesto e soprattutto non si confondano troppo tra stappare e suonare.

mercoledì 12 novembre 2003

Where you been

Quando ti senti come una C60 mangiata dall'autoradio, e tutto il tuo nastro è sfilacciato sul bordo della strada, ecco presentarsi due giorni in fondo a una settimana con un paio di concerti che sul calendario avevi scritto solo a matita, tanto ormai sei rassegnato a non dare più nulla per certo.
E all'improvviso tutto torna a girare per il verso giusto.
Ok, non proprio tutto. Anzi, quasi nulla è cambiato: ma solo 48 ore prima non ti saresti mai immaginato di guidare verso Bologna la domenica sera con quel sorriso sulla faccia, così stanco e così contento.

Three In One Gentleman SuitIl sabato del Covo si può riassumere in due parole: sold out. Portoni chiusi già poco dopo le dieci e mezza, svariate decine di persone rimaste fuori, Jack Daniel's prosciugato.

Non potete figurarvi la mia soddisfazione nell'assistere al concerto dei Three In One Gentleman Suit, ritrovarli proustianamente l'altra sera nello storico locale di Viale Zagabria, davanti a un pubblico caldissimo, quei ragazzini che nemmeno dieci anni fa provavano per ore Soundgarden e Pearl Jam nel garage di fronte a casa mia, tutte le notti, mentre io cercavo di studiare. L'altra sera hanno retto benissimo (sì, tra un pezzo e l'altro Paolo non sapeva bene che dire, ma régaz, erano sul palco del Covo, la timidezza ci sta).
Il loro set si è avventurato in territori che da tempo né i Karate né i Mogwai mi invogliano più a esplorare, e mi ha trascinato con sé. E con piacere posso dire che l'entusiasmo della band della Bassa è decisamente riuscito a farsi apprezzare dal folto pubblico.
Il loro primo demo Battlefields in an autumn scenario è stato appena rimasterizzato con la supervisione di Massimo Mosca dei Three Second Kiss e pubblicato dalla Fooltribe Records. Adattissimo alla stagione.

El GuapoIn un clima sempre più isterico, finalmente sono saliti gli El Guapo a montare le tastiere e la spartana batteria. Già il loro semplice muoversi attorno con cavi e nastro adesivo faceva urlare di piacere i più euforici, e quando la musica "di riscaldamento" (per la cronaca: Room on fire) è sfumata la frenesia era incontenibile. Da un pezzo non sentivo un'aria così elettrica.
Il mio modesto parere è che farebbero bene a registrare solo dischi dal vivo. L'ultimo Fake French ha alti e bassi, pezzi che tirano e altri meno. Il loro concerto invece ha spaccato senza tregua, ha creato una voragine e io temevo per i vecchi muri e il pavimento del Covo.
Ero seduto accanto al banco del dj, nell'unico posto libero, arrampicato sopra le vecchie casse, e ho chiesto due volte se per caso erano accese: perché durante il concerto degli El Guapo vibrava ogni cosa, a partire dal fondo schiena su per la spina dorsale, fino alla testa che ondeggava, fino alla punta delle dita che stringevano il bicchiere.

Non avevo mai sentito un suono così pulito in questo locale. Il giovane tecnico (di cui ho dimenticato il nome, perdonami) mi ha spiegato che quando il locale è così impacchettato di gente la musica esce "dritta" e meglio e insomma, in qualche modo siamo noi che assorbiamo e facciamo funzionare tutto. Fantastico.
Tra parentesi: sarebbe poi interessante capire perché un pubblico tradizionalmente rock, o addirittura "punk" (in un senso molto ampio), abbia voglia e bisogno di saltare e gridare e alzare le braccia su questi ritmi praticamente da bignamino house.
Ma poco importa: con le mazzate impressionanti del loro beat, con i loro cori sfasati, con le loro melodie sghembe di tre note, gli El Guapo hanno dimostrato una potenza di fuoco e un'abilità nel far divertire che ha steso tutti.

La tappa domenicale aveva un quoziente di difficoltà superiore, anche se poi il premio si sarebbe rivelato all'altezza. Infatti, almeno per i ragazzi che venivano da Bologna, il circolo Arci Aquaragia di Mirandola (MO) non era proprio dietro l'angolo. C'è da aggiungere che la trasferta si è compiuta a orario insolito, dato che la timetable dei concerti partiva alle sedici in punto.

Black CandyPrime a salire sul palco le irresistibili Black Candy, con una serrata esibizione incredibilmente di mezz'ora, e con il dono di un paio di pezzi nuovi. Vistosi i passi avanti compiuti del trio modenese: si intuisce che l'imminente registrazione del debut album Candinista ha galvanizzato Mara e soci, e al grido di "da oggi non ci chiamiamo più Black Candy, da oggi siamo le Death of The Death Of Anna Karina!!" ci hanno proiettato verso Olympia ancora una volta.
Anche il professionale Compagnoni ha ammesso che le potenzialità per un paio di hit a 7 pollici indie al 100% ci sono tutte. Li attenderemo all'Atlantide il 21 dicembre, si spera con il nuovo cd molto do it yourself.

Mi perdoneranno i Fourire ma durante la loro esibizione sono stato distratto al bar: ritrovare le facce note della scena insolitamente la domenica pomeriggio ("come quando si andava in discoteca da ragazzini!" anche se io non l'ho mai fatto) faceva proprio piacere, e discutere con DJ Amarezza delle loro nuove canzoni o di come a questo clima novembrino si adatti di più la birra pastorizzata (purtroppo Mr. Gandolfi non era ancora arrivato) non sono cose da tutti i giorni. Il loro concerto ha comunque dimostrato la ricchezza delle fonti musicali a cui si ispirano, nonché la sicurezza con cui le mettono in gioco.

SprinziGli Sprinzi arrivano da Pesaro e fino all'ultimo hanno temuto di dover suonare senza la presenza di Gecco in prima fila: ma il nostro uomo è comparso appena in tempo, provvidenzialmente accompagnato dalla signorina Goo e dalla signorina Storie, e con la maglietta uguale a quella del cantante.
Il live degli Sprinzi parte piano, si dilata in arpeggi indolenti, la voce sembra assonnata, poi improvvisamente tutto si muove, quasi si balla, ed è l'indie rock che piace a noi. Vogliamo questo, ancora: la prima volta che ascolti i Pavement, la primavera, le canzoni da imparare a memoria, i titoli scritti a pennarello, i pomeriggi dove non ti annoi mai. Ecco: gli Sprinzi erano perfetti per questo pomeriggio, per la luce pallida della Bassa fuori dall'Aquaragia, per perdersi in macchina e arrivare fino a qui e stare assieme ad ascoltare un po' di concerti.
Voglio i loro dischi, le loro magliette e il poster bellissimo che hanno fatto per questo tour con J Mascis.

Per un profano come me, i norvegesi Kid Commando ci hanno fatto un po' la figura degli imbucati alla festa, e poi erano rumorosissimi, non ero proprio in vena di ascoltarli. Sicuramente sarà stata la cosa migliore della giornata e io me la sono persa perché ero a banco a parlare con dei blogger (a parte Valido, che è una blogstar) o peggio ancora con dei giornalisti musicali, figuratevi. Come al solito li scoprirò l'anno prossimo (probabilmente grazie a Lucio).

Dinosaur Jr.E poi, quando ormai era già buio, ecco comparire l'IngegnIere all'orizzonte (ormai non ci speravo più) e nello stesso momento J Mascis (che aveva dato un'occhiata a tutti i concerti ed era rimasto ad ascoltare tutti quelli che gli rivolgevano la parola) torna in camerino a prendere le chitarre.
Ci fiondiamo immediatamente sotto il palco (per modo di dire) ed è una cosa meravigliosa perché ci conosciamo tutti e stiamo così stretti che c'è spazio appena per tenere in mano un'altra birretta e poi J Mascis si siede davanti a noi e comincia a suonare.

Non so se siete cresciuti anche voi cantando The Wagon o Out there con le braccia fuori dalla macchina e avevate la patente da poco (adesso l'avete già rinnovata da un pezzo) ed era estate e quella voce rauca sopra quel muro di rumore vi graffiava il cuore.
Forse non c'era molto da cantare, diranno gli scettici, e forse non sta bene mettere tanto in piazza i propri sentimenti. Ma se in fondo non siete dei sentimentali non so come abbiate potuto mai apprezzare un concerto di J Mascis. Quell'uomo dai lunghi capelli ormai bianchi, gli occhiali spessi e la camicia di jeans regala al mondo la sua musica da ormai vent'anni: più o meno trascurato da tutti, trattato con garbo da tutti, rispettato come una "figura di culto" (così scrive la All Music Guide), ma di un culto che, mi pare abbia meno praticanti di quanti si dichiarino fedeli.
Dj Amarezza seduto sul palco accanto alle casse che canta (come tutti noi) What else is new a occhi chiusi, le gambe che non stanno ferme su Freakscene, i ricordi dei nastroni quando parte Everybody lets me down, l'immancabile cover di Just like heaven, gli assoli di chitarra interminabili (credo che Mascis sia l'unico capace di farmi ascoltare così tanti assoli tutti in una volta) non sono cose che si spiegano. Ti stringono un nodo alla gola, balli, gioisci, sorridi ebete a chi ti sta intorno, non puoi fare altro.

Finisce il concerto, siamo esausti. Ti fermi soltanto a ringraziare i ragazzi della Fooltribe perché hanno saputo organizzare un'altro avento memorabile e poi ti rimetti subito in macchina, che c'è strada da fare. Se guardi bene, nel cruscotto trovi ancora quella cassetta che ha più di dieci anni.

sabato 8 novembre 2003

Domani

Ci sarà uno dei concerti dell'anno. Visto che però è un mezzo segreto scarico il barile a DJ Amarezza :-)

(questa sera ci si vede al Covo, per El Guapo e per i Three In One Gentleman Suit di cui un'altra volta vi racconterò)
Musica per (tempo da) lupi

Patrick Wolf - 'Lycanthropy'So che molti blogger, anche celebri, amano Bright Eyes e la sua musica. Inviterei costoro a concedere un giro in cuffia al ventenne Patrick Wolf. La prima volta che l'irresistibile A Boy Like Me è uscita dalla mia radio, suonata dal buon Ginka, mi è scappato detto "Conor Oberst + Richard D. James = Genio".

Ovviamente non è tutto qui, dato che dentro Lycanthropy, eterogeneo album d'esordio del biondo inglese, ci sono canzoni composte nell'arco di otto anni. Per la precisione, quelli che vanno dagli 11 ai 19.
In pratica, una summa dell'adolescenza del nostro eroe (vedi la titletrack), il documento della sua trasformazione in Lupo (epifania parigina sotto forma di medium), delle sue fughe da scuola con un registratore quattro tracce sotto braccio, delle sue vicissitudini in antiche residenze di Virginia Woolf ora abbandonate, ricordi dell'ultimo guardiano di faro d'Irlanda (manco a dirlo, il padre di suo padre) e sogni di due gatti due cani una grande cucina e uno zerbino con su scritto Benvenuti (tutto quello che voglio - battete le mani a tempo).

Patrick Wolf suona la viola dall'età di sei anni e ancora la suona ogni tanto per gli Hidden Cameras, quando passano per Londra. Da ragazzino si è costruito un theremin ma per fortuna in questo disco non si sente. Rilascia dichiarazioni piacevolmente ambigue circa il suo rapporto con il sesso ("last time I checked I had a penis, but I hate the idea of being a man - like Grobbie Williams [sic]. It's just so boring and antiquate") che aggiunte a versi come quelli di Childcatcher (in pratica un aggiornamento di "Suffer little children") e ai momenti musicali più smithsiani farebbero pensare di aver trovato un nuovo piccolo Morrissey. Ma la voce è quasi sempre molto più teatrale, e dagli Smiths si passa presto a Robert Smith. E poi ci sono pezzi con cori e cassa in quattro da fare invidia agli Underworld, quindi discorso chiuso. Ci sono canzoni dove il laptop è considerato lo strumento per eccellenza del musicista folk (meglio se aperto in un bosco in cima a una collina), e ci sono canzoni con clarinetti rotti e fisarmoniche, e ci sono canzoni registrate durante picnic nei cimiteri.

Lycanthropy è un disco profondo e semplice al tempo stesso, come il sorriso del suo autore, come i suoi vent'anni, come i desideri di "total chaos" che passano per la poesia vissuta in ogni momento, e che a quell'età sembrano devastanti e fanno sentire forti come lupi.
"E' solo una cazzo di discoteca"

Con questo post, Mr. 101ism si candida come assoluto favorito nella categoria "indie blog più cinico della scena" agli Indie Blog Awards.
Ogni criptoriferimento a quei sentimentaloni di polaroid suppongo sia casuale.
Vino novello in amaro calice

E a forza di brindare capita anche la bottiglia che sa di tappo.
Oggi, sotto questo diluvio, viene da pensare che tutto sommato poteva andare peggio: non ci è toccato l'aceto.
Per fortuna in cima alla Torre piove dal tetto, secchie in giro per casa e si sorride ancora.
Per la seconda volta in poco tempo, una catastrofe di giornata raddrizzata da Dear Catastrophe Waitress, meraviglioso disco che ascolto dopo ascolto ci ricorda sempre più i Belle & Sebastian.

giovedì 6 novembre 2003

E' arrivato il beaujolais

Questa sera, non a caso in concomitanza con l'apertura dei vini novelli, L'IngegnIere farà ritorno negli studi di polaroid. Stagione di brindisi e abbracci, caldarroste e riviste femminili patinate, musiche vecchie e nuove (come al solito tutte scompigliate).
Stappate con noi, a partire dalle venti, sul confortevole mono di Radio Città 103 (hanno aggiornato il sito!) per Bologna e provincia. Se va c'è lo streaming, altrimenti la differita di mezz'oretta.

(Non c'entra molto, ma mi fa ridere: John Cleese, storico membro dei Monty Python, è stato chiamato a condurre "dal suo ranch in California" uno show a tema enologico su Food Network. Il titolo del programma sarà John Cleese on Wine for the Confused)

mercoledì 5 novembre 2003

back to the old house?

Magnifico. Ho dovuto impostare un problema variazionale per ricordarmi la password per accedere a Polaroid.
Uno sballo. Sto per scrivere sopra a un post con ventidue commenti, dove ci sono anche degli smile di color giallo e sto per realizzare che da due mesi nel mondo sono successe cose e qui e mi riferisco solo alle piccole e lineari.
Tipo che c’è gente che riconosce le macchine dal rumore che fanno all’autolavaggio, cose che farebbero impazzire Nicoletti, se solo ci fossero i capelli di un cadavere impigliati nel tergicristallo.
Quelle a me attinenti hanno avuto la leggera tragicità di umori appesi al filo del telefono e alla pedana della bilancia, la consistenza della felpa grigia e della lana delle calze di una vecchia boutique da signora che ha chiuso e lei abbandonato scatoloni imballati con borsette di jeans in giro per gli appartamenti di un condominio qualunque con la scala di marmo di una città di nebbia che amo dimenticare.
Per la convalescenza ascolterò il nuovo disco degli Strokes (che ormai è già vintage) di cui ho suoni e immagini di limbo, ma del resto l’ultimo ricordo che approssimi certe ex-vagonate di poesia appena svegli.
E comprare una camicia di grifoni, ma la vorrei scegliere tra molte e perderci tempo con la consapevolezza incontrovertibile che tanto la prenderò azzurra (i.e. azzurra oxford).
Non mi sembra di aver visto altro che la faccia pallida e carina del farmacista (molto Carter, e poi mi ricordo John Carter con lo smoking con quella deficiente postalcolista di Abby al galà di sua nonna) che mi impacchetta le ennesime pastiglie da malattie psicosomatiche per diventare margherita buy, dieci anni in ritardo.
Sono saliti e scesi i film iniziate e finite le mostre usciti dischi e già dimenticati, e numeri di riviste femminili che non ho sfogliato e per strada girano ragazze con anelle giganti alle orecchie maglioni a collo alto blu elettrici e fronti sotto frange con la lacca che buca l’ozono a bordo di nuove y10 metallizzate che piacciono ancora alla gente che piace.
E poi mi ricordo una sera al teatro medica la Uma che sembra Beatrice, ed ha così la consistenza del sogno, che fissa l’alluce, la scena reiterata di lei che fissa l’alluce è un po’ come telespallabob con il rastrello, l’ultimo ricordo che approssimi certe ex-vagonate di poesia dopo pranzo al telefono.
E poi mi ricordo Libby Kirkpatrick, nelle orecchie la stessa doppia faccia della pellicola di alluminio (lucido e opaco) che faceva la sua parte d’artista inconsapevole attorno alla chiesa della consacrazione, io che studiavo cose simili nel puro spirito della meccanica razionale, l’unico possibile allora era, i dreamt about you last night and I fell out of bed twice you can pin and mount me like a butterfly but take me to the heaven of your bed, e invece adesso fa solo there is no roof to this sky there is no definition of light there is non answer to why, why remains suspended, it’s a question never-ending.
Niente di meno morboso di una voce bianca tipo come fosse nera e il refrain bidimensionale, e la faccia in bianco nero di una cantautrice con i riccioli, i fianchi che abbondano e lo capisci dagli occhi e i pesanti orecchini di ambra, via vai new age (e lugano addio).
E nella buchetta la mail di un vecchio amico che mi sogna e reclama e l’urgenza del capire, subito, la consistenza del sogno (reprise).
E, tuttavia mi sentivo vecchio in quel modo così profondo in cui solo i giovani riescono a sentirsi. Presto avrei avuto trent’anni; le cose che avevo fatto neanche mia madre si sarebbe potuta costringere a chiamare successi. (m.c., dannazione!)
Domani sarà anni ottanta come una puntata di nonsolomoda degli anni novanta che parla di Anversa e di Christy Turlington, e di sotto Lisa Stansfield che canta been around the world and iiiiiiii i can't find my baby, i don't know when, i don't know why he's gone away and i don't know where he can be, my baby but i'm gonna find him.

domenica 2 novembre 2003

Musica per falò di vanità

The Strokes 'Room on Fire'Eccoci, dunque. Il momento più atteso da "vittime del glamour, finti pensatori e patetici blogger" finalmente è giunto. Polaroid, sino ad ora nel novero delle "uniche sette persone in Italia" a non aver ancora detto la sua a proposito del nuovo disco degli Strokes, esce allo scoperto.

Sono chiuso in una stanza con una copia di Room On Fire gentilmente reperita per conto del sottoscritto da Arturo all'ipermercato. Unici testimoni: un poster di Azémard alla parete, una foto di Grace Kelly in bianco e nero e una lattina di birra autografata (chissà perché) da me stesso un attimo prima di accendere il computer.
L'ennesimo ascolto in repeat senza fermarsi, non si può sbagliare, ricordando ogni volta la faccia sconcertata di L. quando la secca intro di What ever happened? si era sprigionata dallo stereo a volume inammissibile per le otto di mattina e l'aveva svegliata con un tremendo colpo alla nuca.
Poi io ero andato a preparare la colazione, il tempo di spalancare le tende e il disco aveva già concluso un giro. Dopo l'ultima nota del gran finale I can't win anche Andrea si era affacciato da camera sua, La Laura ferma sulla porta del bagno, io in piedi con la teiera, ci siamo guardati sorridendo e abbiamo detto: ma è bello!

Buona giornata Mr. Rock'n'Roll, fa bel tempo, splendono le chitarre, scendo a prendere i giornali. Oh, che piacere! Guarda qui: se c'è una cosa per cui gli Strokes meritano di passare alla storia è il modo in cui da tre anni a questa parte hanno spinto i giornalisti musicali in tutto il mondo a scrivere in maniera sempre più eccitante, e non mi riferisco solo al Village Voice o a Pitchfork. Si avverte il bisogno di competere con una musica che è sexy dalla prima all'ultima nota, scazzata e sexy a un livello tale che per parlarne dovresti infilarti un giubbotto di pelle.

E non m'importa se il decrepito snob che è in voi si è già annoiato: "ah, dunque per quelli di polaroid questa roba è figa. Lo sapevamo già: sono sempre così... tristemente 2001".
Non m'importa, la birra è finita e io sono stanco. Sono stanco delle ragazzine che si sentono più importanti se non rispondono alle mail, stanco dei ragazzini che ti giudicano dalle scarpe e per i quali sei un irrimediabile sfigato perché a quasi trent'anni non ti sei mai comprato una Ben Sherman, stanco di quelli ormai incapaci di parlare senza sarcasmo, di quelli che hanno paura di sudare e non ballano mai una volta. Stanco di quelli che ti interrogano con un sorrisetto per sapere la tua sul disco degli Strokes.

Queste 11 canzoni stipate in mezz'ora mi fanno sentire come se avessi addosso quel giubbotto di pelle, invulnerabile a tutto questo, e mi fanno guardare la città sotto la finestra e anche Piazza Santo Stefano sembra Manhattan, e sono immobile ma è come se saltassi per tutta la stanza. Non è musica da festa, ma è la musica che senti quando tu fai festa, quando ti lasci andare, quando ti fai prendere.
Room on fire è più melodico ma meno potente del suo predecessore. Non ci sono pezzi da sfracello (si sente più la mancanza di una New York City cops che di Last nite) ma l'album ci guadagna in compattezza. Non è il disco dell'anno, e non è un disco di cui ricordi subito tutti i titoli, come successe con Is this it. Ma è un disco che ha qualcosa di "vero" e in cui si muove con forza una un'energia che non saprei definire altro che sincera (ormai definitivamente "alla Strokes"), nonostante questi ragazzi di sincero pare non abbiano proprio più nulla.
Chi se ne frega: con l'indie abbiamo dato e diamo e non smettiamo. Questi fanno rock, entertainment: divertitevi se ci riuscite ancora, se non avete paura di fare brutta figura o di sporcare la maglietta.

A chi sorriderà alla prima strofa di What ever happened?, a chi suderà Reptilia (cugino minore delle vecchie Soma o Barely legal), a chi si sentirà sollevato dall'insolito tempo in levare di Automatic Stop, a chi non si toglierà dalla testa 12:51, a chi ancora alzerà le braccia sull'epico chorus di You talk way too much (attaccato al resto della canzone con lo sputo di un riff minimo che più Television non si potrebbe), a chi si muoverà dinoccolato sul passo seducente di Between love and hate, a chi morirà dalla voglia di avere una maglietta con scritto Meet me in the bathroom, a chi fischietterà Smokey Robinson ascoltando Under Control, a chi sarà frastornato dai due minuti di The way it is, a chi farà sì sì con la testa su The end has no end, e a tutti quelli che riempiranno la pista del Covo se mai qualcuno suonerà ancora I can't win, per quel che vale, farò dono di una lattina di birra autografata.