giovedì 27 febbraio 2003

Cool as Pupi Avati

Secondo me Pupi Avati è il più grande regista indie rock italiano.
Mentre il popolo dei bloggers si strugge a muccinate, la redazione di polaroid ha visto per voi Il Cuore Altrove.
E vi rivelerò che ieri sera, lì seduto al buio, quello che lentamente affiorava sulla mia facciona sfuocata era un sorriso: non tanto per la simpatia ispirata dalla goffaggine del protagonista (Neri Marcorè o Alberto Angela, as you like it), o per la classe regalata da Giancarlo Giannini, o per la bella Incontrada un po' fuori luogo, quanto perché mi accorgevo che stavamo guardando il solito, caro, vecchio, prevedibilissimo film di Pupi Avati.

Il fatto è che ieri sera quella storia, quei colori, quel modo di recitare, quell'ennesima ricostruzione della Bologna stile liberty, insomma l'intero film mi è sembrato una cosa straordinariamente fuori dal tempo.
E non nel senso che Avati "si pone al di sopra delle mode", ma proprio perché, da vero loser, continua imperterrito a fare questi suoi film sottovoce, perbenissimi (ok, a parte il penultimo "I cavalieri che fecero l'impresa" e certe cose più vecchie), uno dopo l'altro, con sfumature infintesimali, fregandosene di quello che succede al cinema intorno.

D'accordo, il film non è concluso benissimo, e proprio la musica è una delle cose meno sopportabili.
Ma lo stesso: quella sua storia esile (quando oggi il "vero" narrare sembra essere solo il narrare avventure), quel suo campionario sentimentale così ridotto all'osso (un buon guardaroba per tutte le stagioni), quel suo fare riferimento a una cultura (vogliamo dire borghese? ma sì, va') ormai incomprensibile, mi hanno ispirato una simpatia che ha sorpreso me per primo.
Perché Avati lo fa senza ingenuità, mi piace supporre oggi, ma con innocenza (forse).
Ah, se solo fosse nato a Olympia, Washington.
Questione di capacità

Sarà che devono ancora mettersi d'accordo per i ripiani del frigo, ma su di me la principale ricaduta dal recente matrimonio con Google è stato che digitando l'indirizzo di Blogger negli ultimi giorni sul mio schermo compare continuamente questa scritta:
The page cannot be displayed
HTTP Error 500-13 - Server too busy
The amount of traffic exceeds the Web site's configured capacity.
E noi già questo povero polaroid lo aggiorniamo pochetto, se poi ci si mettono anche i server e i manager...

mercoledì 26 febbraio 2003

Tartine Pop

Il Simulatore di Cultura creato da Leonardo funziona davvero!
Lo ha utilizzato anche Razione K (trasmissione di Radio3 per la quale l'aggettivo "geniale" non è sprecato) che sabato scorso ha dedicato la puntata alla leggerezza e non ha potuto fare a meno di citare "eeeh: la leggerezza di Calvino...".

La scorsa puntata però mi interessava anche perché si è parlato di Andy Warhol (prima o poi doveva succedere, dato che la trasmissione si volge in una specie di surreale supermercato giungla), e io proprio qualche giorno prima, spulciando nelle solite librerie piene di Remainders, avevo pescato La filosofia di Andy Warhol (autore lo stesso Warhol). Adoro queste coincidenze.

Il testo del 1975 portava originariamente come sottotitolo "From A to B and back again", dove si intuisce che B è tutto ciò che non è A, essendo A = l'egocentrico Andy. Purtroppo il sottotitolo è scomparso dal frontespizio della traduzione italiana (almeno nella mia edizione Costa & Nolan: in giro se ne trova anche una Bompiani, ma non ho controllato).
È un peccato, perché aiuterebbe a capire da subito che si tratta di un testo divertentissimo, che non dovrebbe interessare solo studenti di storia dell'arte. Date un'occhiata ai capitoli su amore, sesso, soldi e fama (anche se qualcuno troverà poco sorprendente il fatto che il capitolo sulla bellezza contenga molte cose insopportabili)

Inoltre, La filosofia di Andy Warhol mi ha fatto scoprire la probabile origine del nome delle Pop Tarts, band feticcio un tempo accasata presso la berlinese Bungalow (a meno che il riferimento non fosse alle omonime merendine Kellogg's).
Dal loro album capolavoro Woman Is the Fuehrer of the World era tratta "I Turn My Radio On", sigla di un programma di culto su RadioCittà103 :-)
Peccato che io abbia perso tutti gli mp3 sul vecchio computer: Fabio me le presterà ancora?

martedì 25 febbraio 2003

A moveable feast

E come ogni anno da sette: le pagine coi bordi ingialliti dalla 79 alla 89, gli archi allineati, carrousel, triomphe, della pace, la luna, le corse dei cavalli, la letteratura che non trovi più, parigi che è una vecchissima città, i sandwich e lo champagne, le cene con james joyce, michaud, il cup di frutta da biffi, chèvre d'or caduto.
Risolvere il problema del posto dove sentirsi più felici alla mattina e scoprire alla sera che nulla è semplice: ragione, torto, respiro.
Il primo giorno di una primavera che si fa beffe della metereologia è sempre un po' un vuoto allo stomaco e tagliuzzi alle vene.

lunedì 24 febbraio 2003

Fine (all tomorrow’s parties)

E adesso è davvero finita, bella.
I mal di testa sono passati, il pavimento è stato ripulito e l'inchiostro dei timbri si è asciugato dai polsi.

Dove andremo a saltare sudati, a gridare con gli occhi chiusi “hang the dj hang the dj hang the dj” e “I am un chien andalusia”? La forma di quale posto avranno tutte le nostre feste di domani? Non lo so.
Probabilmente un’ultima festa non riesce mai come ti aspetti, ma questa era la nostra prima ultima festa per davvero, e non si può dire che sia andata male. Eravamo invitati, le porte si sono aperte e anche se come al solito non conoscevamo praticamente nessuno dentro c’erano quasi tutti.

A un certo punto il celebre F. si è avvicinato in mezzo alla piccola pista e ha provato a dirmi alcune cose mentre ballavamo. Io ho inteso che vedeva “la fine di un uomo, che consuma energia per donare felicità”: inquietante. Tu la mattina dopo hai suggerito che probabilmente avevo capito male, e che il celebre F. aveva detto “il fine dell’uomo” e faceva un discorso generale, magari appena un po’ alterato dalle medie chiare. Ma lo stesso mi è rimasto il dubbio. Di qualche fine si trattava pure, e lì c’eravamo noi e quel posto che chiudeva.

E poi quello felice era lui, me lo ha detto. Io al massimo ero felice per i gloriosi A. e G., che avevano messo i dischi in quella stanza per tanti anni e stasera non potevano sperare in un commiato migliore, che la gente era fitta, sollevava le braccia, piegava le ginocchia e rideva sollevando i calici.

Poi il leggendario S. ha ordinato un assurdo negroni alle tre di notte e io pensato che l’ultima sera non ti offre da bere nessuno.
Gli altri hanno tirato mattina, tu hai dato un bacio all'incrollabile M. e uscendo non ci siamo voltati indietro.
E a proposito di video: non si era mai visto Billy Corgan sorridere così tanto :-)
Blogger killed the video star

Guardare la televisione (almeno quella non a pagamento) mi sembra sia diventata sempre più un'attività da antropologo dandy, qualcosa che appartiene definitivamente a un'altra epoca. Eppure, ogni volta che passo un fine settimana a casa dei miei genitori non posso fare a meno di sprofondare in divano (dove abito ora non c'è un divano) e dedicare le uniche energie del dopo pranzo a pigiare tasti sul telecomando (ci fosse almeno un mouse).

MtvDato che l'unica cosa decente nei programmi del pomeriggio era "Attenti a quei due" (di un'altra classe), mi sono messo a guardare un po' cos'è adesso Mtv.
Sapete, c'è stato un tempo in cui io vivevo per i video musicali, e se al liceo avessi avuto un blog non avrei parlato d'altro.
Oggi non resisto più di tre minuti, nonostante la profusione di tipe in bikini e tacchi a spillo.

Mi sono chiesto, ormai mezzo addormentato, a cosa è servito tutto questo guardare video negli anni... (Tac! Il nuovo di Elisa!) Ah, ecco: a distinguere un clip italiano da ogni altro ancora prima che cominci la musica, eh eh. Certe cose non le dimentichi più, è come andare in bicicletta.

venerdì 21 febbraio 2003

Depcrepito precario

Il numero di Zero in Condotta in edicola oggi qui a Bologna presenta un ampio e interessante dossier sulla legge delega 848, che riforma il mercato del lavoro in direzione di una sempre maggiore (e, a detta di alcuni, sempre più spregiudicata) flessibilità.
A pagina 6 è usata l’espressione “la precarietà sta già invecchiando”. L’articolo si riferisce alla diffusione delle agenzie interinali che qui in città, da un iniziale “parco lavoratori” proveniente soprattutto dagli studenti dell’università, sono giunte a contemplare fra gli “atipici” abituali una fascia di “utenti” fino ai 40 anni.

Ma la frase mi ha colpito a prescindere dal contesto in cui si trovava. “La precarietà sta già invecchiando” ha un suono che potrei definire epico ed è abbastanza allusiva da poter significare qualunque cosa.
Poi ho pensato subito: cazzo, ma invecchia con me? Cosa fa, mi corre dietro?
Eri giovane appena ieri e ti dicevano tutti che dovevi fare i conti con il nuovo scenario, precario e flessibile.
Poi passano gli anni, fai delle scelte, credi che vada bene e invece no: la precarietà invecchia pure lei.
Anzi, sta già invecchiando, come se qualcuno avesse previsto che la precarietà potesse rimanere per sempre giovane (così che solo ad una certà, in un certo senso, la attraversavi), e invece poi queste previsioni avessero fallito: la precarietà è appassita prima del tempo (senza per questo scadere).

Mi ha fatto pensare al mio disagio di questi giorni, in un nuovo ufficio e senza precisi punti di riferimento.
Mi sono detto che non imparo proprio mai. Ho appena cambiato un lavoro prendendo una decisione all’insegna della provvisorietà (abbandonando quello che apparentemente era un contratto solido), e non posso lamentarmi subito della mancanza di stabilità.
La precarietà sta già invecchiando, un po’ come noi. Crescere è un’altra cosa.
Dimenticavo: la puntata si era aperta con Suddenly Everything Has Changed (Death anxiety caused by moments of boredom) dei Flaming Lips, suonata per i ragazzi rimasti al bar.
E qui ne approfitto per rubare il lavoro a La Laura e alla sua rubrica dell'aperitivo per segnalare il "Flaming Lips shooters", un complicato cocktail dedicato al gruppo di Wayne Coyne.
Ieri sera in radio svariati fenomeni di centounismo con diffusi sintomi di smart&miserable lungo le articolazioni. La sindrome causa rovesciamenti di vino rosso sui cd e i booklet più preziosi (di cui in altra sede, magari).
Il deja-vù dopo il terzo negroni e quarti d'ora di musica buonissima, come da tempo non trasmettevamo (ricomincerò mai ad ascoltare dischi nuovi?). Per fortuna La Laura è salita in regia e ha condotto la trasmissione sicura in porto.

Ma poi, chi può essere così fortunato di ricevere in dono, nella stessa sera, ben due compilation prodotte da due dei più raffinati rappresentanti della scena nazionale (e infatti ricordo che si è parlato parecchio dei Broken Social Scene: ma eravamo noi o Glamorama?).
Denominatore comune dei programmi, in ogni caso, mi pare di capire che siano stati i Postal Service: li sto ascoltando proprio ora in pausa pranzo e meriteranno un post a parte quanto prima.
Indie tartan

Mi ricordo l'ostello delle Orkney per via dell'interpiano che era altissimo e i muri ingialliti come i serramenti con vetri grandissimi sulla cucina, rigati di pioggia, dove bevevi té guardando fuori aspettando che spiovesse. E non succedeva mai, che spiovesse, ed era luglio o agosto, non ricordo, perchè era davvero tantissimo tempo fa.
Non c'erano nemmeno la Chemikal o la Jeepster, e Glasgow non la degnammo. Ad Aberdeen ci si scivolava sempre come al centro di una spira e lì c'era il sole e umido e a Kyle che c'era quasi caldo dormimmo alla stazione. Alla mattina ci lasciarono il latte, vicino agli zaini, e yogourt alla frutta.
Ad andarci ora post-pop-renaissance, post-indie-scottish, cercherei tutto qui.

martedì 18 febbraio 2003

Drink your souvenirs and go your way

Riascolto Peloton dei Delgados e mi stupisco di quanto sembri già così lontano (non vecchio, anzi: c'è una ricchezza di suoni che ancora lascia ammirati).

Nonostante il successivo "The Great Eastern" e l'ultimo "Hate" abbiano ricevuto recensioni anche migliori, per quanto mi riguarda il gruppo di Emma Pollock resterà sempre legato alle melodie contenute in quei cinquanta minuti tra "Everything goes around the water" e "The weaker argument defeats the stronger".

Tutta l'attenzione che nel giro di pochissimo tempo si era concentrata su un pugno di band e un paio di etichette (dai "veterani" Teenage Fanclub ai Mogwai, dai Belle and Sebastian agli Arab Strap) ha marcato quella stagione in maniera indelebile.
Ricordo che nelle classifiche di fine anno alla radio, oltre ai singoli e agli album, aggiungevano la "nazione dell'anno" solo per ricordare la Scozia.

In confronto, certi dischi dei Flaming Lips o dei Pavement, usciti almeno un lustro prima, oggi mi sembrano molto più "attuali".
Sarà perché i Delgados ogni tanto tirano fuori questi flauti sognanti (del resto siamo nella terra dei Celti) e hanno un'idea così "matura" di canzoncina pop, e sanno dosare con grazia anche lo scatto più aggressivo e rumoroso.
O forse, tanto per cambiare, sarà perché mi ricordano certe cassette che all'epoca usavo fare a una certa ragazza, e un viaggio per andarli a sentire suonare a Rimini (dove torneranno sabato).

lunedì 17 febbraio 2003

Scusate il ritardo ma sono ancora off line nonostante il nuovo "lavoro".
Un paio di note veloci ancora a proposito della manifestazione di sabato scorso a Roma:

- c'è qualcosa che non va: ascoltando le cronache alle radio "di movimento" si sentivano interviste a ragazzi iracheni contro la dittatura di Saddam Hussein, cori di studenti americani contro George Bush, collegamenti da Londra dove migliaia di cittadini inglesi protestavano anche contro Blair...

- curiosità dalla rete: passi per il no copyright, ma non si era mai visto Wu Ming così vicino a Leonardo :-)

"Lo so benissimo che i blog sono una goccia nel mare, però trovo che sia un buon inizio. E non pianto una scenata a ogni brutto spettacolo televisivo, perché spegnendo la tv ottengo un miglior risultato con un minor sforzo" (dal forum di Leo).

sabato 15 febbraio 2003

La luce illumina la sala vuota ed il vocione di Calvin Johnson rimbalza sui muri.
Se poteva esistere un modo bello per dire addio, quello di ieri sera è stato il migliore possibile.
In omaggio a quelli che c’erano quell’ultima canzone, Beat Happening, Teenage Caveman:


His tires start spinning, rock and roll starts winning
we rise to the top, we're the cream of the crop
we make with the hair cuts straight outta the past
we blast first, we blast last

teenage caveman rock with skin and bone
it's the cry of the wild, we cry alone
we cry alone, we cry alone

we cry alone, we cry alone

got a strand of barbed wire stwied around my throat
teenage caveman blind and without any hope
let's get primitive right now, down with the rocks and the dirt
let's bang our heads girl, trade spit 'til it hurts

teenage caveman rock with skin and bone
it's the cry of the wild, we cry alone
we cry alone, we cry alone

woke to the sound of an angel, rolling close to the door
i can hear the flowers bloom the dust and something roar

teenage caveman rock with skin and bone
it's the cry of the wild, we cry alone
we cry alone, we cry alone.


Per questi anni in viale Zagabria: Gianni, Dedu, Fede, Alberto, Ginka, Max, Yogi e tutti gli altri.
Grazie.


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Stiamo saltellando col telecomando tra Radio Gap e Radio Popolare. Abbiamo telefonato agli amici sotto il caldo sole di Roma e sembrano molto contenti (autisti di corriere a parte). Un abbraccio grandissimo a tutti quanti.

e pace

venerdì 14 febbraio 2003

Queste ultime sere

Queste ultime sere,
questo pavimento di mattoni rossi
appiccica ancora, queste pareti nere,
il salto usato e passi
di balli (ovviamente) indierock
alzando le braccia.

Queste ultime sere,
puoi leggermelo in faccia
appeso a un filo di fumo e un bicchiere
un loop di diapositive sullo sfondo
sempre bevendo fumando e brindando,
e sguardi di sbieco tra vinili e cannucce.

Da dentro nel buio di fuori
le tracce dei rami tutto tondo di vetro,
ma se arrivi dal basso è un tornasole a colori
e arriva fin giù,
i dischi e gli amici,
le loro parole: canzoni che suonano ancora
nel passo disteso sul selciato del chiostro e scala antincendio.

Non è niente di nuovo:
soltanto,
mi mancherà questo Covo.



(questa sera c'è l'ultimo unhip gathering al Covo: suoneranno i Three Second Kiss e sarà l'occasione per sentire il materiale del nuovo album prodotto da Steve Albini. "Music out of music" sarà disponibile per la prima volta proprio al concerto. Di spalla ci saranno i validissimi Laundrette. A seguire tutti "down on memory lane" con le selezioni dei nostri djs preferiti in entrambe le sale. Ci si vede lì, come dice Giovanni, "muniti di kleenex e col mascara a portata di mano per risistemare il trucco scombinato dalla commozione").
Divisa per la serata in indie omaggio all'Unhiprecords: felpetta grigia con cappuccio (à la modest), maglietta unhip per lei e per lui, una o più birette ciascuno.
Fine della sicurezza?

Ultimo post da questo ufficio: mi mancherà?
Oggi intanto cerco un sorriso nella Stupid Security Competition, "an international competition to discover the world's most pointless, intrusive, stupid and self-serving security measures".
Ah, averci potuto fare ancora un articolo ;-)
(via EmmeBi)
QUI (by Pavement)

Ero tagliato per il successo
ma il successo non arriva mai
e sono l’unico che ride
quando i tuoi scherzi sono così pesanti
e i tuoi scherzi sono sempre pesanti
ma nessuno è pesante come questo.

unisciti a noi in questa preghiera
aspetteremo, aspetteremo qui
tutto finisce qui.

e tutta la sterile profusione di spettacolarità
difende un molo vuoto che tu hai già abbandonato
e pioggia sulla tua fronte
dove si affitta foschia
se c’è troppo sereno

passiamo il nostro ultimo
quarto d’ora allo sbando
andiamo giù per lo scarico un’altra volta.

ritratti dipinti di servitori e schiavi
intenditori di inguine e recite di una sola sera
sono loro gli unici che ridono
agli scherzi quando sono così pesanti?
e gli scherzi sono sempre pesanti
ma nessuno è pesante come questo.

e tutte le candele spagnole
invendute sono sparite per questo
e un bel ferro di motocicletta che non si ferma mai
sussulta, freme e corre giù per la freeway

suppongo che lei abbia passato
il suo ultimo quarto d’ora allo sbando
suppongo che una supposizione sia il meglio che potrò fare...
farò... un'ultima supposizione
ultima volta, l’ultima volta è la volta migliore di tutte.



(il mio inglese è decisamente da autodidatta, e i Pavement spesso scrivono cose incomprensibili, ma avevo voglia di mettere su questa canzone oggi. Se ho preso qualche cantonata, ditemelo pure. Thanx to Monica, spero di avere ricordato bene tutto quanto)

giovedì 13 febbraio 2003

Signori, si chiude (2)

Ancora a proposito della chiusura del locale indie per eccellenza (dell'ultimo venerdì parleremo domani), per la serata conclusiva di sabato c'è l'ormai abituale raduno mods/scooteristi (la storia dei due amici mods tedeschi che ogni mese scendono per venire a ballare a Bologna è vera).
Credo sia un bel modo per congedarsi: una allnight di northern soul tirata ed energica per non cedere alla malinconia e bruciare le ultime energie con un ghigno.

Nel nostro piccolo, pur non essendo mod (siamo troppo nice price), ci piace salutare l'ultima notte del Covo dedicando alla musica mod la puntata di polaroid di questa sera. Voi indossate la vostra migliore Brooks Brothers, ricordate che le pastiglie azzurre con la riga in mezzo sono le migliori e costano sei penny, e date gas alle Lambrette per arrivare puntuali, alle ore venti, sul confortante fm mono di Radio Città 103.
Signori, si chiude

Nella stessa settimana in cui saluteremo le stanze del Covo, Giovanni "unhip" Gandolfi ci informa che anche l'esperienza delle serate al Moebius pare avviata verso la conclusione: troppe birrette del nostro prode? Selezione musicale troppo raffinata?

Ad ogni modo, questa sera il concerto dei Settlefish (bolognesi che incidono per la Deep Elm, in procinto di partire per un tour negli States) chiude la programmazione denominata Tinnitus.
Dopo la radio ci troverete lì, in Via Toscana 5, a banco, a parlare dell'ultimo lavoro che abbiamo lasciato, delle ragazze che non vediamo da anni, e dei gruppi meravigliosi che non ci sono più.
Dear Moz

A proposito di Morrissey, non posso non segnalare a mia volta quanto scovato dall'ottimo FFWD: le lettere del nostro Steven Patrick a un "amico di penna" agli albori degli anni Ottanta, poi fotocopiate e tramandate da generazioni di ammiratori degli Smiths, e ora reperibili anche in rete, qui.

mercoledì 12 febbraio 2003

Il solito NME fa i conti in tasca a Morrissey & Marr, mentre le due russian teens non si vergogano di ignorare chi sono stati gli Smiths.

(io, per fortuna, non guardo la tivù
e mi guardo dalle radio che passano le Tatu...)
Meglio mettere su un po' di musica

Ultimamente si parla spesso di nastroni: un album che per varietà ricorda quasi una cassetta mista è Advertisement for myself, di Brave Captain, ovvero Martin Carr già frontman dei Boo Radleys.
Le tracce sono 19 ma ad essere sinceri le canzoni vere e proprie sono qualcuna di meno: "interferenze" disseminate qua e là sembrano più che altro "appunti", giochi con campionatori e computer (non a caso AMG definisce Carr uno "studio eccentric"), comunque mai fini a se stessi e sempre divertenti: tipo "The Blair Bush Project live at the old school"...

Poi in mezzo a un loop degno della Warp, può partire un pezzo che già dalla prima nota suona come un classico: "I was a teenage death squad" e "Mobilise" te le immagini proprio con la voce di Lennon, "Betsi’s beads" e "My mind pictures" sono perle del migliore pop britannico, mentre "Release" è la ballata che non riesce più agli Oasis, ma che si prende con autoironia e chiude tutto con un break di drum’n’bass.

"Love Will See Us Through", traccia strumentale che chiude l'album e scritta apparentemente "pensando a Kylie Minogue", alla fine di questa settimana uscirà come singolo (in forma tradizionale di canzone di tre minuti) solamente su internet.

Il sito ufficiale di Brave Captain merita comunque una visita e non solo per i suoi commenti alle proprie canzoni: all'apertura pop up a tutto schermo No War e nella prima pagina una citazione da Herrmann Goering al Processo di Norimberga, tremenda e mai così attuale.
Grazie per la citazione delle immortali liriche di Ballboy.
Posso risponderti che mi sono detto
you can’t spend your whole life hanging around with arseholes
Sarà che io qui non sto al gioco
sarà che qui io rendo poco
sarà che gli uomini tendono
a un misero scambio con me:
sarà che gli uomini sanno
quello che toccherà a me.

(Diaframma, Dammi tempo)

(crepi! merci IngegnIere :-)
Leave The Earth Behind You and Take a Walk Into The Sunshine:

Just a little bit lucky
just a little bit good
just a little bit funny.

In bocca al lupo, ebi!

martedì 11 febbraio 2003

A nice weather for ducks di lemon jelly ha un bellissimo video (e anche un bellissimo titolo) realizzato da airside con tandem films (qui la crepuscolare collaborazione fra i due e il videoclip).
Mi ha ricordato, contenuto a parte e luminosità, la creazione del lapin, violentissimo intro di Watership down (il film).


Segnalo, dato che l'ho incontrato, il grazioso per grafica e utile per semplicità et usabilità videos.antville, un blog di video dove, giorno per giorno, sono postati link e commenti.


lunedì 10 febbraio 2003

Una settimana cruciale comincia con il piede sbagliato.
Canzone del giorno: decisamente Preferivo il ventesimo secolo, dei Lucksmiths.

venerdì 7 febbraio 2003

Con qualche giorno di ritardo (e va anche bene, per i tempi di polaroid) segnalo che Dispenser, una delle nostre trasmissioni radiofoniche preferite (e da cui ogni tanto abbiamo copiato qualcosa), ha aperto il suo blog.
Ci sono due colonne: una per la redazione e una per gli ascoltatori. Tutto molto equo, e potrebbe anche venire una cosa competitiva: tipo la colonna del pubblico che diventa molto più interessante di quella "ufficiale".

Forse interesserà a Leonardo sapere che il loro blog prende il posto di un forum... Come dice Giorgio Bozzo, uno degli autori: «L'idea è anche quella di far fare un salto di qualità ai contenuti. Meno cazzeggio e più "dritte" agli altri utenti. Questo è possibile grazie al fatto che si possono segnalare con link notizie, foto, siti, riviste, etc.»
In fondo "Distributore automatico di stimoli quotidiani" è anche una buona definizione di blog.
In bocca al lupo!
Ah, l'epoca in cui sui blog c'erano i test: ricordate?



I am linus

Which Peanuts Character Are You Quiz



Visto su Diario di Bordo.
Questo per dire: ogni due settimane in edicola trovate le videocassette di Snoopy a qualche euro.
Enjoy!

giovedì 6 febbraio 2003

Giovedì è il più crudele dei mesi

Qusta sera avremo l'onore di ospitare a polaroid il Maestro Pier Tosi, vera e propria istituzione reggae della penisola: il suo Soul Shake Down Party (potete ascoltarlo anche in rete) ha compiuto dieci anni proprio poche settimane fa.
Questa sera però Pier proporrà una raffinata selezione soul, che al nostro orario da aperitivo ci sta troppo bene, soprattutto se siete in casa e avete invitato a cena l'amica giusta.
La selection, poi, risulta decisamente funzionale come premessa teorica alla puntata mod di giovedì prossimo, ma di questo parlareremo nei prossimi giorni.

A seguire, se siete veramente unhip come noi, non mancherete al Moebius di Via Toscana, dove suoneranno i pisani The Bugz. Il trio si propone, «partendo da una base decisamente noise rock, di deviare il concetto di canzone fino a fondere pop, psichedelia e punk in una sorta di Polka Est Europea». Imperdibili: soprattutto dato che 1) sono amici degli Zen Circus, uno dei migliori gruppi italiani, 2) Giovanni sabato in radio ha detto che si tratta di uno dei migliori demo che gli sia mai capitato tra le mani.
File under: Meat Puppets, Melvins, Jesus Lizard, Pixies e Primus.

mercoledì 5 febbraio 2003

As seen on Rumore

Quando abbiamo deciso di aprire un blog, non lo sapevamo mica di essere così fashionably zeitgeist (non vuol dire niente ma suona bene): volevamo soltanto fare un sito da affiancare al programma che, con una certa incoscienza, stavamo per cominciare in radio (di questo dobbiamo ringraziare Arturo).
Ma siamo stati fortunati: conoscevamo Leonardo già nel mondo off line e ci ha aiutato a mettere in piedi questa pagina “che si faceva da sola”.
Poi abbiamo cercato di convincere alcuni amici a scriverci dentro.
Poi abbiamo conosciuto gli altri blog, la “balotta” di link qui accanto.
Poi la radio era proprio divertente e si imparavano un sacco di cose. Da un anno e mezzo a questa parte abbiamo ascoltato più musica che in tutti i ventisette anni precedenti.

Si possono qui tralasciare varie soddisfazioni che abbiamo inaspettatamente ricevuto negli ultimi dodici mesi (qualche accredito ai concerti, la mia prima intervista, scoprire che c'è chi ci segue alla radio, un celebre giornalista che ti manda una mail... qualcuno qui ha anche conosciuto una ragazza davvero speciale).
Tutto ciò, in un certo senso, si è risolto (come quando una polaroid si asciuga e definisce) nel gesto di aprire l’ultimo numero di Rumore, trovare un articolo di Rossano Lo Mele che mette insieme blog ed estetica indie, che si intitola proprio Memoria po(p)laroid, e che a pagine 36, riga 12, dedica a questo sito le parole più lusinghiere (e immeritate?) che ci sia mai capitato di leggere.

Appena un paio di settimane fa, lasciandoci andare, avevamo scritto che “a volte il senso di una biografia sta dentro una rivista musicale conservata per un decennio”.
Non importava aggiungere altro, lì si parlava dei Pavement, ma oggi ci va di confessare che quella rivista era una delle prime copie di “Rumore”, mensile musicale giunto ormai al numero 133. Troppo snob? Troppo sputtanata? Oh, andiamo: lo dite di qualunque rivista leggiate. Le riviste musicali tirano fuori il meglio della nostra schizofrenia. In ogni caso, chi vi scrive possiede anche gli altri 132 numeri.
Potete immaginare come ci si sente a vedersi dall’altra parte della pagina.
Che poi non è solo il fatto che polaroid sia citato su Rumore: quanto piuttosto che ci sia anche tutto quello che abbiamo scritto e detto e suonato e bevuto e letto in questi mesi. O almeno così la pensa l'IngegnIere.

Casomai ce ne fosse bisogno, una precisazione: polaroid non ha mai avuto la pretesa di parlare di musica.
In assoluto, non siamo dei giornalisti: qui trovate raccontato quello che capita a due che si sono trovati a fare un programma alla radio, quello che qualche amico ogni tanto ha voglia di scriverci e quello che ascoltiamo in quel momento.
Niente più che una polaroid, appunto.
Via United BlogZine of www segnalo su Indymedia un articolo di Billy Bragg dedicato a Joe Strummer.

martedì 4 febbraio 2003

You can’t change the way she feels
You can’t put your arms around her
...

Che al primo posto tra le classifiche più abusate del 2003 ci sia quella dei 31 pezzi “che mi hanno cambiato la vita”, in fondo, ci può anche stare.
Quello che non posso lasciare impunito è che in gran parte di queste classifiche, come ha già osservato Wittgenstein, la facciano da padrone i Massive Attack.
Ora mi dovreste spiegare in che modo un loro pezzo può cambiarvi la vita, perché – con tutto il bene che si può volere alla pregevole formazione britannica – l’unica eventualità che mi è venuta in mente è assopirmi alla guida e finire contro un platano, sulle note di Protection.

Ma dico, avete riflettuto un momento sull’espressione “cambiare la vita”?
Si tratta di un avvenimento importante, a volte piacevole a volte no, ma traumatico. Una persona che ti dice di sì (o di no). Un’offerta di lavoro. Un licenziamento. Una telefonata. Un silenzio. Un incontro. Uno scontro.
E voi – tutti trentenni-e-qualchecosa – vorreste farmi credere di aver cambiato la vostra vita come minimo 31, una media di quasi una volta all'anno, sin dalla più tenera età. E ogni volta avevate la musica di sottofondo. Beh, complimenti. Altro che flessibilità. Credo che nessuna estensione dell’articolo 18 potrebbe includervi, ormai.

Diceva un mio amico una volta: “In certi momenti, se sei un uomo, ti parte la base”.
Ovverosia: in certi momenti è proprio come nei film, io ti guardo, tu mi guardi, e all’improvviso sale un violino da qualche parte. Beh, non è vero. A me non è successo. Quella volta che ho messo su Neil Young e ho provato a stringerti e tu sei fuggita. E tutte le mie cassette che ti tieni ancora in casa, le ascolti e non pensi più a me, o magari ci sei passata sopra, come hai fatto con tutto il resto. La musica non mi ha cambiato la vita. Ci ha provato, ci ha provato. Ma i risultati, lasciamo perdere.

Vi devo dire la verità? Devo proprio? Se nel bel mezzo di un trauma voi sentite l’esigenza di metter su i Massive Attack, avete qualche problema.Vogliamo parlarne?
La verità è che non vi va affatto, di cambiare la vostra vita. Vi piace così com’è, coi vostri cd sulla scrivania, il computer che è un box di giocattoli mascherato da postazione di lavoro. E quando il Vento del Cambiamento bussa alla vostra porta, voi (come me) dite ancora una volta: “Un momento, metto su un disco e arrivo”. Non è stato così sin dai tempi del liceo? Un disco, solo un altro disco, e poi mi metto a fare i compiti, prometto. Qualcosa di ovattato. Che mi faccia sentire al sicuro, in un grembo caldo. I Massive Attack, perché no.

La musica non ha cambiato la nostra vita: l’ha solo resa più confortevole. È una blanda droga, un tranquillante, ma ultimamente ne gira parecchia gratis. Sì, in fondo noi compilatori compulsivi di playlist siamo nella nostra fase epica, come i consumatori di LSD a metà ’60 (quando ancora nessuno aveva pensato di proibire l'acido): abbiamo tutto quello che ci serve in sovrabbondanza, e ci stiamo dando all’ebbrezza delle miscele più assurde e sfrenate. Qualcuno, tra un po’, verrà a dirci che non è legale e che fa male: noi nel frattempo siamo convinti di poter cambiare la nostra vita da un momento all’altro. Ogni giorno. Anche oggi. Appena è finita la playlist.

Beh, scusate il tono apocalittico, non ve lo meritate. Amo questa vita di proroghe e nastroni. Vi amo. E vi avverto di tenervi pronti a cambiare vita, lavoro, amore, fede, dentifricio: sta per uscire il nuovo album dei Massive Attack.

Si, ma alla fine di tutte queste storie ti resta solo una pila di cassette registrate
(La Fata)

lunedì 3 febbraio 2003

Alla ricerca del Tempo Perduto (e di qualche disco nuovo)

Leonardo mi chiede cosa penso di tutte queste classifiche delle "31 canzoni che ti hanno cambiato la vita", in voga in questi giorni su molti dei nostri blog preferiti.
La faccenda, come già detto, nasce da una idea di Nick Hornby e in un altro momento mi avrebbe visto partecipare con entusiasmo: in pratica si tratterebbe di compilare un Nastrone a tema come tanti altri, magari in questo caso solo un po' più autobiografico.

Da un punto di vista "tecnico" credo che la soluzione migliore sarebbe presentare una tale playlist in ordine cronologico (ovviamente personale, non di pubblicazione delle canzoni): in fondo si tratta dei nostri ricordi, della nostra rappresentazione del nostro passato.
Vedo invece che prevale l'ordine alfabetico, con il risultato di essere più discreti, ma anche di raccontare meno di quanto il tema della classifica richiede.

La domanda di Leo però mi suggerisce un seconda considerazione: forse la mia vita non è stata così intensa da cambiare una trentina di volte.
Oppure, ancora peggio: quando è cambiata, non sempre le canzoni (le canzoni giuste per essere ricordate) erano lì.

Comincio a divagare ma sono costretto ad ammettere che nonostante polaroid sia il blog di un programma radiofonico, non sempre mi trovo a vivere nella musica. La musica va e viene: succede anche a voi?
Ad esempio, è già febbraio e non mi pare di aver ancora ascoltato un disco uscito nel 2003.
E ancora: quanti dischi seminali, pietre miliari della storia del rock, dovrò continuare a comprare prima di accettare che io di musica non capisco nulla?
La musica, da una certa età in poi (se davvero ti interessa), sembra diventare qualcosa di inaspettatamente complesso. Ti accorgi che esiste una storia che occorre "studiare" e non basta più perdere un pomeriggio a guardare Videomusic (figuriamoci Mtv oggi) per dire che la si ama, meno ancora che si è degli intenditori (a me è successo nel passaggio dalle medie alle superiori).

Viene in mente una versione povera e pop del finale del romanzo di Proust, la scena del ricevimento in cui le maschere decrepite camminano a fatica in cima ai vertiginosi trampoli del Tempo.
Può capitare di avvertire qualcosa del genere anche per la musica: mi trovo seduto in cima a una pila di dischi di cui non riesco a vedere la base, e i dischi nuovi che si aggiungono di continuo la fanno oscillare sempre di più.
Per questo, nove volte su dieci, l'entusiasmo per le ultime novità musicali, l'hype esasperato, il gruppo pompato del momento viene trattato con diffidenza: è come se ci allontanasse un gradino di più da quello che stavamo appena cercando di conoscere, làggiù.

D'altra parte, è anche vero che non è sempre necessario conoscere tutta "la storia" per apprezzare qualcosa. Se un sedicenne un po' sveglio ama The Libertines scoperti su Musica di Repubblica, non è obbligatorio (per ora?) che sappia sdottorare sui giusti riferimenti punk-rock.

E poi penso che da un po' di tempo a questa parte (gli aggiornamenti a singhiozzo di questo blog lo testimoniano), mi capita di attraversare settimane in cui non ho voglia di ascoltare dischi nuovi, né di tenermi particolarmente informato. E sapete perché? Perché ho paura. Ho paura di scoprire musica nuova, di capire che è bella e interessante, ma di non sentire un cavolo di niente.
Prendiamo tutta la musica che "says nothing to me about my life": è colpa della musica o colpa mia? Per esempio, in casa dei miei genitori ci sono sempre stati dischi di Burt Bacharach, ma fino a quando avevo vent'anni anni, quando si è cominciato a parlare di cocktail, lounge ecc., non li avevo mai degnati di uno sguardo...

Poi questi periodi passano, non c'è da preoccuparsi, siamo abbastanza smemorati, salteranno fuori quattro nuovi ventenni con le chitarre e le magliette fiche, e ancora prima che esca il loro album comprerò un numero di NME per appendere un poster nell'armadio, andrò a un concerto che dichiarerò il più emozionante mai visto, in radio mi prenderanno in giro, mi innamorerò di una ragazza che balla quella stessa canzone e la mia vita sarà cambiata un'altra volta: new entry al primo posto della classifica.