venerdì 30 maggio 2003

Scena nelle Valli

Dopo un po' di anni che da profano frequento concerti, radio e negozi di dischi, sono giunto alla conclusione che quello che dalle nostre parti continuiamo a chiamare "indie rock" è un fenomeno ben strano.
Mi pare di capire che con questa etichetta si intende conferire carattere di "indipendenza" a tutto quella musica che non è "mainstream", ovvero prodotta su scala industriale e offerta in maniera massiccia attraverso canali di comunicazione "alti".
Di conseguenza, molta parte di ciò che è considerato "indie" si distingue per una serie di scelte sia estetiche che commerciali differenti, a volte precarie o improvvisate, a volte ingegnose e di successo.

E di conseguenza, ancora, la gente che sta intorno a questo mondo sviluppa, per natura, un gusto che considera del tutto originale. Soprattutto, fa di questa ricerca di originalità e purezza uno scopo assoluto e inderogabile. La gente dell'indie rock pontifica ad ogni occasione: a proposito di quali dischi sono davvero importanti per capire la storia della musica e quindi il senso della vita, quali magliette è corretto portare e quali no, quali tagli di capelli sono da reputare "indie", quali artisti dj club giornali giornalisti siti web sono abbastanza "indie" da meritare attenzione.

Inoltre, questo sistematico processo di selezione non ha mai fine, poiché il valore di certi "punti fermi" (un gruppo, un'etichetta discografica, una marca di scarpe) ha senso soltanto nel continuo, incessante, ossessivo confronto con l'ultima novità: nuovi gruppi, nuove etichette, nuove marche di scarpe nasceranno e periranno sotto il sole. E le generazioni degli indie kids saranno là a giudicare: questo è veramente figo, quello è troppo sputtanato, questo è "seminale", quello non è niente di nuovo, questo è imperdibile, quello è (tremendo anatema) "da sfigato". Tutto ciò che non è "indie" diventa spesso "da sfigato" ed escluso.
Un aspetto dell'atteggiamento "indie", infatti, si può rappresentare come un acquario molto piccolo dove i pesci non si mangiano a vicenda, ma cercano di buttare fuori tutti gli altri.

Ho sentito molte persone criticare la situazione megafestival da diversi punti di vista (esibizioni di mezz'ora, affollamento, caos) e la frase che in questi giorni a Bologna si sente più spesso a proposito dell’imminente Flippaut è “credo che andrò via prima”.
È probabile che succederà proprio così: una decina di indignati si allontanerà verso l’ora di cena mentre qualche altro migliaio di ragazzi scalcianti prenderà il loro posto. Alla fine dei conti credo che poche persone muoveranno il culo per spostarsi da Bologna e andare a cercare il Festival Musica Nelle Valli, organizzato da Fooltribe, che quest'anno si svolge a Finale Emilia (MO).

Quelli che negli Scritti sulla Musica curati da Nick Hornby vengono definiti Rock Snob sono davvero tanti, e troppe volte pure io ne ho impersonato una copia sbiadita. Ma l’anno scorso, e quello prima, a Musica nelle valli mi era sembrato di vedere qualcosa di diverso.
Certo, là non ci saranno White Stripes e The Kills, né Evan Dando e Cursive, ma allora bisogna mettersi d'accordo su cosa vogliamo che sia l’indie rock. Non m’interessa una definizione, che poi si arriva al solito cinismo della scena: datemi solo un po’ di entusiasmo sincero, di divertimento e qualcosa da imparare dalla musica.

giovedì 29 maggio 2003

E invece niente, c'è solo polaroid: Eloisa è rimasta incastrata nel traffico emiliano (no, non è Legoland).
Però Simone ci ascolta in streaming e ha detto che ci "rippa". Qualunque cosa voglia dire.
Per l'occasione scaletta anti-fashion-victim :-)
Mondo Blog alla radio

'Mondo Blog - Storie vere di gente in rete' by La PiziaProprio mentre i blog vivono il loro massimo momento di splendore (e capirai), qui nel nostro quartierino ogni tanto tira un'aria un po' stanca. Soulfood chiude i battenti, Ugo tace da settimane, Simone "si riappropria di tutto" e toglie i contatti, Mr. Dave Kulp probabilmente realizza il suo sogno e cancella ogni cosa, Blogger funziona a singhiozzo e polaroid scrive sempre meno.
Meno male che c'è la La Pizia, e questa sera sarà in radio (continuo a mettere questo link anche se il sito non è aggiornato dal '99, ma almeno ci sono cinque ingressi streaming) per presentare il suo libro Mondo Blog.
Non mancate: alle venti, sul confortevole mono dei centotre punto cento in modulazione di frequenza per Bologna e provincia.

lunedì 26 maggio 2003

"E inoltre credo che cercare di mettere i suoni nelle parole sia un lavoro importante per uno scrittore" così Nick Hornby.
Bastevole e verisimile laddove si parli di musica, sic.
Ma cosa accade se alla musica già si sovraimprime il rilievo (e a maggior ragione se non di scarso rilievo) della lirica?
Voglio dire, se già suono e testo si riempiono e rieccheggiano vicendevoli rimbalzando ogni dove traducendosi simultaneamente e ispessendosi mano a mano in più per opera della stessa mano, cosa resta d'aggiungere?

Forse la prosa, ma può succedere che girandoci attorno tu accenda di nuovo poesia.

Questo a proposito del fatto che: sabato A. mi scrive, compra il Foglio, se ti va, che c'è una pagina intera su Paolo Conte, non mia, meravigliosa (meravigliosa).
Io che per via di A. e P. C. (che non è palindromo ma se fosse direbbe C.P., i.e. Cesare Pavese, condivisibile non fosse altro che per il fatto regionale) e che meraviglioso mi fa salire l'eau à la bouche, solo a pensarci, lo faccio comprare al mi' babbo, giusto per gusto di estrapolargli un brivido protoestivo.

E lo leggo sabato notte alle tre e mezza, visto che la mia felicità si guardava ben bene dal farmi visita e avevamo bevuto rum e cola in una vecchia pizzeria di ferrara e io avevo uno di quei mal di testa (il tipo di malditesta con cui Dio ti punirebbe nell'Antico Testamento - un C.P. pure lui, pensa te) che a Buttarci Fuoco non può che sedarsi.

E' un pezzo dai caratteri infiniti (un rischiosissimo pastiche contiano linguistico multilingue), bilioni di citazioni, il luogo dei punti dell'ipotassi, dell'iperbato, della frase nominale, del riverbero, del refrain. Per via di ciò nun ci si capisce praticamente nulla, tipo musica in un'altra lingua, che stai imparando e chiedi grazia e pietà all'interlocutore che canta le parole sue per te.
E' bello, già, c'ha una sua violenza raffinata.
E' bello ma (ma va?) è il suo Paolo Conte. Non il nostro. Ahi, nostro giammai. Al più ci contorciamo e siamo gelosi della lusinga che gli allunga, per come gli ritorce le parole, le più imbucate persino, via dai clichè. Dice cose tipo: "Non ci si può privare di Paolo Conte proprio perchè nelle cose dell'amore si arriva di corsa e il petto scoppia di buio, non ci si può più perdere nel languore del tempo perso perchè il tempo si riempie di fatti inzuppati di sorrisi."
Qualcosa di futurista con i testi frammentati nel cappello, li pesca e li compone, salvo poi aggiungerci la mano un po' inglese di flatting (non si deve far altro, tranne aspettare che asciughi).

Non c'è la malinconia struggente (e in realtà perchè dovrebbe), l'agguato di nostalgia, non c'è il camion giallo gondrand, è solo un sabato, anzi una domenica, che ci vien bene questo celeste (e perchè non dovrebbe).
Meraviglioso, davvero.


sabato 24 maggio 2003



Che altro dire, a parte: siateci.
(Io però non so se ce la faccio a farcela).

giovedì 22 maggio 2003

Polaroid n°33 al binario 17

Questa sera in radio (103.100 FM per bologna) Lucio, il nostro collaboratore nascosto, interpreta alcuni brani di Zazie su la di lei raffinata selezione musicale. Possibile ma non certo collegamento telefonico con la suddetta.
Nemmeno da dire: non mancate.
I'm just a boy with a new hair cut

Da leggere sotto il casco, la piccola Guida alla capigliatura indie rock segnalata da The Modern Age.
Adesso la stampo per La Laura e poi vediamo cosa mi lascia fare.
iPod NY

In attesa delle magliette con il logo della mela al posto del cuore rosso, la pagina dell'entertainment sul Post di oggi dedica diversi articoli alla mania per il giocattolo preferito dai blogger.
Almeno gli Strokes c'avevano Kate Moss

Pare che Marilyn Manson (di cui parlano anche EmmeBi e Luca Sofri) non si perda un concerto degli Yeah Yeah Yeahs.
Organico

L'aggettivo che non mi veniva in mente qui sotto a proposito del disco degli Yuppie Flu.
Ovviamente lo usava (davvero a proposito) Fabio De Luca sull'ultimo Rumore.

mercoledì 21 maggio 2003

Flowers for Algernon
Io ci metto la macchina

Proprio quando non ci speravamo più ecco che arriva la newsletter della Fooltribe. MUSICA NELLE VALLI, uno dei migliori (e più divertenti) festival di musiva indipendente in Italia, si farà anche quest'anno, anche se in versione ridotta a una sola giornata.
Domenica 1 giugno dalle ore 13 a Finale Emilia (Modena), presso SOLIDAROCK, via Rovere (zona Obici), suoneranno:

AIDORU
ALTRO
BUZZER P
CAN-D
CUT
FAUN FABLES
JASMINSHOCK
INFRANTI
MARLA
OVO
R.U.N.I.
SETTLEFISH
SPRIGGAN
TO THE ANSAPHONE
THREE SECOND KISS
I don't like mondays

1)
La cosa va avanti da qualche tempo. Tutte le energie che cominciano a dileguarsi già dal lunedì mattina, e che vengono quasi completamente a mancare nei giorni tristi e feriali che seguono, all'improvviso, nel tardo venerdì pomeriggio, si ripresentano fiere a reclamare la loro parte, senza scrupoli né sensi di colpa.
A quel punto, l'unica cosa da fare appena rientrati in casa è allentare la cravatta, estrarre dal frigo la prima di una lunga serie di birre e mettere sullo stereo "Fever to tell" degli Yeah Yeah Yeahs.

Così è per me, e da qualche settimana questo disco è la colonna sonora ufficiale della prima parte dei miei weekend. Undici canzoni (dodici con quella fantasma) e trentasette minuti per fare una doccia, farsi la barba, scegliere la maglietta per il concerto, decidere che non c'è tempo per mangiare e aprire un'altra birra cantando "we're gonna go-go-go-go", un'occhiata allo specchio (con questa musica funziona sempre) e stai già volando giù per le scale.

Ecco, prendiamo proprio una delle canzoni più fragili della scaletta, la centrale Pin: quegli accordi ritmati iniziali potrebbe far pensare per un attimo ai concittadini Strokes, ma quando entra la batteria di Brian Chase, tutto il tempo sobbalza fuori centro, il motore sembra ingolfarsi, e la voce di Karen O è ancora più svogliata del solito, seppellita di sigarette, poi si agita, si impenna e la chitarra di Nick Zinner ha un sussulto, si blocca, ci ripensa e poi riparte con un poderoso rombo rotondo che riempie le casse e non può non farti saltare.
E questa è probabilmente una delle canzoni più grezze del mucchio.
Lasciamo stare l'immagine tutta sesso della band ("let's do this like a prison break", "Boy you're just a stupid bitch
and girl you're just a no good dick"), lasciamo stare tutto il consueto hype (ma chi ce l'ha più il tempo di leggere NME?): questo è un disco buono per ballare, per bere, per sentire che il sabato è ancora tutto da spendere e per sapere che quando finirò col culo sul marcipaiede potrò canticchiare "out of control" ancora per un bel po'.

2)
Poi qualcosa si sposta, la posizione della schiena non è quella corretta, c'è troppo caldo e gli occhi si socchiudono a caleidoscopio. È domenica, ora di pranzo.
Ti alzi e consideri che ormai nemmeno più il mal di testa è quello apocalittico di una volta.
Cerchi con una mano la bottiglia dell'acqua e con l'altra il telecomando dello stereo, perché sai che "Days before the days" degli Yuppie Flu è quello che ci vuole per svegliarsi, piano ma deciso, in una domenica di primavera del 2003.

C'è il sole e c'è l'ombra fresca in queste canzoni (dove spesso soffia una brezza di archi), c'è un passo quieto anche nei momenti più ritmati (che, per la verità, sembrano meno di quanti non siano) e c'è il sorriso leggero che ogni domenica dovrebbe avere.
Il vestito buono della domenica in "Days before the days" è cucito con i riferimenti raffinati che più o meno tutti hanno colto nella scrittura di questi ultimi Yuppie Flu: i dEUS (Food for the ants, Female scientist), i Notwist (Eyes of dazzling bright), i Mercury Rev e i Flaming Lips (All that shines, Now and on).
D'accordo, manca un pezzo sinceramente tirato come Order the player off the field (uno dei migliori brani di indie rock mai sentiti in Italia) che si stagliava al centro del precedente "The boat e.p.", e forse anche per questo la somma dell'album suona un po' meno scorrevole di quanto non ci si aspetterebbe dati i singoli fattori.
Ma "Days before the days" è una domenica pomeriggio che mette ordine tra le cose, è la primavera incantata degli Yuppie Flu, e con calma tutti i dettagli ritornano al posto e al tempo giusto.

3)
Se all'ora di cena non mi hai ancora chiamato divento malinconico e mi arrendo al pensiero che una nuova settimana sta per cominciare.
Mentre c'è ancora luce faccio partire "Naturaliste" dei Lucksmiths e mi fermo davanti alla finestra aperta, ma poi ho freddo e vado a prendere una felpa. Sullo schermo del computer c'è un foglio bianco di Notepad.
Questo quinto sorprendente album del trio australiano è un po' così, la musica del pomeriggio che svanisce (Take this lying down, The perfect crime), del tempo perduto di tutta questa nostra adolescenza (Midweek Midmorning), di certe parole che passano attraverso il silenzio, di luoghi che ci sono familiari ma che si allontanano. Non me lo aspettavo.
Provo a immaginare un paio di battute che potrebbero farti ridere (Camera shy, There Is A Boy That Never Goes Out), ma in fondo non ci credo neppure io, e mi tornano in mente i più tristi bar dove siamo stati lontani (Stayaway stars).

Non conta vedere quanto sono migliorati i già eccezionali Lucksmiths, non basta constatare che nomi quali Smiths, Housemartins e Belle & Sebastian ora non valgono soltanto come riferimento, ma come misura di paragone. I Lucksmiths rimangono quelli che preferiscono ricevere lettere di carta scritte a penna, quelli che preferiscono il ventesimo secolo, quelli che preferiscono non essere ricordati con una polaroid. Non ascoltate "Naturaliste" la domenica sera. È così bello che si sta un po' male.

lunedì 19 maggio 2003

We are free, but is she?

Nelle considerazioni che si facevano a luci accese si percepiva un po' di sgomento. Chi sapeva a cosa andava incontro non era uscito dal concerto di Cat Power meno stravolto di chi era giunto solamente attirato dai servizi delle riviste femminili.
La sensazione era che, nonostante l'attesa e il lungo travaglio, al termine della rappresentazione mancasse ancora qualcosa.
Io non sapevo cosa rispondere, sorridevo e la guardavo ballare scomposta sulla pista (il Modest metteva i dischi e chissà se si rendeva conto), pestando gli stivaletti da motociclista, mentre chiunque la voleva abbraciare e la pantomima si faceva quasi oscena.

Eppure i rari brividi veri provati in mezzo a tutto il resto bastavano a farmi riconsiderare la faticosissima serata come qualcosa di difficilmente dimenticabile (anche se forse per qualcuno non bastavano a ripagare il salato biglietto).
Dopo l'inizio quasi canonico con i pezzi del nuovo album e l'intermezzo interminabile al pianoforte spalle al pubblico ("turn that fucking light off!"), quando ormai temevamo d'averla persa, c'è stato il momento in cui è rientrata la band e hanno suonato una tirata Dead leaves dei White Stripes, e poi una irriconoscibile Knockin' on heaven's door, per poi sfociare in una Charlene lunghissima e sexy (con tanto di caldi duetti con le prime file), rotolata per terra e scagliata per aria e dimenticata dietro i pugni che nascondevano il viso. E poi il violento bis (che forse era Rockets) in ginocchio abbracciata senza memoria alla simil-Nico canadese June Serwa.

Chan Marshall sul palco mi è apparsa così, capelli continuamente tirati sugli occhi come a calare il sipario e però canzoni per spogliarsi di tutto, anche dell'innocenza.
Il concerto che ho intravisto ti voleva a lungo paziente, ti girava intorno, ti abbandonava, ti chiedeva di spegnere le luci e poi scatenava l'amore.
Non poteva essere perfetto, andava troppo oltre la sincerità e la recita.
E sembravano soltanto canzoni.
La pazzia della gatta regina

Sabato il Container era pieno come un uovo. Il clima era dei più caldi: io madida di sudore, incline all'(auto)soffocamento annaspavo nel tuorlo. Le nostre lattine ribollivano tra le mani. Le ragazze, inusitatamente innumerevoli, cadevano a grappoli nell'intercapedine ventilata dell'antibagno.
Ant regalava a tutti secchiate di autocontrollo cantando e suonando sottovoce mentre il pubblico socializzava sguaiato, senza batter ciglio.
Women and children sarebbero riusciti meglio al Covo, proiettati lascivi sul muro, di fronte alla nostra indecisione sul loro ruolo nell'arte: lei indiscutibilmente bellissima (gli altri pure), in due dimensioni, psicadelia di ritorno a maggioranza californiana e epigoni franco-canadesi.
Chan (pronounced "Shawn") Marshall, poi, generosa, c'ha messo al buio per rinfrescarci. Nel mentre lei faceva un sacco di cose cistercensi ululando al sicuro da centinaia di sguardi annebbiati sprofondati nelle tenebre: tra le altre, talvolta, suonare e cantare. Good woman, che dice cose autoevidenti in modo, perchè no, autoevidente, e che dell'ultimo disco è la mia preferita, l'ha fatta per prima, quando ancora era la luce e la serata aveva una parvenza umana. Dopo, per le ore che si sono susseguite, c'è stata una sospensione temporale.
Colazione da Unhip

Invece alla fine Tim Rutili è andato a dormire a Casa Logic.
Noi, Ben Massarella ("c'è solo un Ben Massarella", cantava quello sciabolato) e Matt Fields ci siamo ritirati nei quieti quartieri a pie' delle colline. It looks like a secondary sea town, you know.
Gli strumenti dei Califone riposavano in garage. Che impressione.

Mattino di primavera smagliante, loro stupefatti che a Chicago hanno solo due stagioni. Colazione quasi surreale con Mr. Unhip, in versione salutista, che chiede di mangiare un frutto.
La passeggiata tutti assieme ai Giardini Margherita ha un'aria di vacanza, è ancora sabato ma sembra qualche altro posto.
Poi ci raggiungono gli altri, guardiamo le polaroid fatte da Rutili, che sono bellissime come la sua bambina e le magliette che disegna, e il furgone di Bernardo from Rome che porterà la band a Milano.

Tutto questo solo per dire:
uno) grazie Califone,
due) il primo esperimento di bed&breakfast indie rock ha funzionato alla grande, e soprattutto
tre) se riuscite a raggiungere Bologna questa sera, c'è un estemporaneo e specialissimo concerto (con inedita formazione semi acustica) dei Califone. L'ingresso di 4 euro andrà interamente al gruppo per autofinanziare il minitoru italo-londinese.
La location è davvero speciale e per questo segreta. Chiamate il 329 0798053 per tutte le info :-))
Di spalla i Franklin Delano, di cui non ho sentito ancora nulla se non ottimi giudizi da chi li conosce.
I'm waiting for that feeling
(waiting for that feeling)

Pensavo alla sensazione curiosa – e per niente piacevole – che deve provare l’artista quando si rende conto di aver creato qualcosa che gli sopravviverà. Probabilmente non è la sua opera migliore. Di certo non è la sua preferita. L’ha scritta in un momento di pausa, per scherzo, pensando: “uh, questa piacerà!”, con un sorriso di superiorità, o con un po’ di vergogna. Ma non importa.
L’ha scritta. Tra cento anni nessuno si ricorderà più di lui, ma l’opera sarà ancora in circolazione. Le opere hanno storie stranissime. Sarà una canzone che si fischietta ancora, una ninna nanna tedesca che diventa un canto delle mondine che diventa un inno partigiano. Sarà un apologo che diventa una barzelletta, una situazione comica che passa da canovaccio in canovaccio e finisce in un film di Hollywood o in una sitcom. Sarà il post di un blog, che sopravvive al suo autore e lo eclissa.
“Ahò, facce Ungaretti!”
“No, Ungaretti no, basta”.

Eh? Sì, scusate, mi presento: sono il coccodrillo di Polaroid. Di norma mi faccio vivo solo quando muore qualcuno. Non è che porto sfiga? Non so, non indago. In fatto di gusti musicali sono un po’ necrofilo, questo sì: però sabato sono andato a vedere i Blur a Milano. I Blur sono vivi e scalcianti, anche se cominciano a perdere qualche pezzo.
Com’è andata? Beh, mi aspettavo di più. Più canzoni (eppure ne hanno fatte parecchie), e più gente. Oddio, l’Alcatraz era pieno. Ma i Blur sono la storia del pop inglese. Il 40% di quello che ascoltiamo ogni giorno per caso o per scelta è pop inglese. Quindi mi aspettavo di più. Più fila, più magliette, più cori da stadio.
Poi ho pensato che è normale: i Blur sono il tipico gruppo da palazzetto. E se dividiamo (rozzamente) le band di tutto il mondo in “gruppi da stadio” e “gruppi da palazzetto”, ci rendiamo conto che gli inglesi negli stadi non ci vanno volentieri. Almeno nei nostri. L’ultimo vero “gruppo da stadio” inglese sono stati i Pink Floyd di Gilmour: ve ne vengono in mente altri? Anche negli’80, quando gli u2 (irlandesi) e i Simple Minds (scozzesi) riempivano gli stadi, i Cure e gli Smiths (inglesi) facevano strage di palazzetti. Non credo che sia un sintomo della spocchia inglese, quanto un modo diverso di intendere il concerto: i concerti da stadio sono grandi eventi popolari, che si radicano nella memoria collettiva. Negli stadi ci vanno tutti, anche quelli che comprano un disco all’anno.
Beh, è curioso, ma l’Inghilterra (che continua a fare ottimo pop), sembra non riuscire più a produrre un gruppo da stadio. Produce tanti gruppi che suonano bene, fanno video e scalano le classifiche, ma non riempiono uno stadio. Neanche ci provano. Quelli che a un certo punto hanno avuto i numeri per provarci (Stone Roses, Oasis, Verve, Radiohead…) vengono colpiti da una curiosa maledizione: si sciolgono, litigano con la major, diventano rumoristi d’avanguardia, tutto pur di non diventare vedettes da stadio. Può darsi che temano, inconsciamente, di invecchiare come Mick Jagger e soci.
Però va tutto bene, chi se ne frega se non siamo a uno stadio, anzi nei palazzetti la musica si sente meglio, c’è meno gente.
Ma è curioso quello che è successo con “Tender”.
“Tender” non è il pezzo migliore dei Blur, anzi. Sembra scritto apposta per tirar su un album piuttosto introspettivo. Non ha avuto un successo clamoroso, ma persistente. Ricordo di averla sentita cantare nello scompartimento di un Parigi-Bologna (da italiani, ovviamente). Non è poco, per una canzone pop inglese. È facile da ricordare, immediatamente riconoscibile, e rassicurante come una litania. I Blur si portano in giro i coristi, ma a Milano non ne avrebbero avuto bisogno. L’abbiamo cantata tutti, dall’inizio alla fine. Poi, quando i Blur hanno fatto per cominciare il pezzo seguente, noi ce ne siamo fregati e abbiamo continuato col coro:
Oh my babe
Oh my babe
Oh my
Oh my

Alla fine anche loro sono dovuti venirci dietro.

Chissà cos’ha pensato Damon Albarn in quel momento. I gruppi di stadio ci vanno a nozze, con queste situazioni, ma i Blur non sono un gruppo da stadio, avevano iniziato alle 21.05 e alle 22.30 avevano intenzione di staccare, bis già compresi nella scaletta. Sotto i suoi occhi “Tender” cominciava a camminare e se ne andava per i fatti suoi. Non è la sua canzone migliore, ma tra cento anni probabilmente sarà ancora in giro, con parole diverse: la canteranno sugli scompartimenti o sulle barricate, senza mai sospettare che sono esistiti i Blur e che suonavano all’Alcatraz.
“Tender” è nostra, ormai, non gli appartiene più. È la canzone di un (grande) gruppo inglese che per un momento ha provato a essere un gruppo da stadio. E forse poteva farcela. Ma forse è meglio così.

venerdì 16 maggio 2003

Caro, stasera abbiamo ospiti

Nonostante le traversie innumerevoli, finalmente anche inkiostro è sbarcato a Radio Città 103. Con sé, preziose curiosità musicali e una decina di sentimentali lattine di birra da trentatre, che fanno tanto Covo :)
Immancabile Ben Gibbard che canta Bjork (All is full of love) in apertura per poi continuare il divertente gioco delle citazioni, delle performance live, i Kings of Convenience che rifanno Portishead a Roma o il recentissimo, ma già memorabile concerto degli Scisma a Firenze, vissute e/o ascoltate e/o scaricate.
Impennata di audience, senza contare una mail in diretta, per polaroid ormai standardizzato su un messaggiatore e otto ascoltatori.

giovedì 15 maggio 2003

"and don't forget the polaroids.
there is much love for the polaroids."



In bed with Tim Rutili

Tim RutiliBOLOGNA - Concluso in serata l'accordo tra la Polaroid103 Inc. e la Unhip Records Industries per la realizzazione di una catena di Bed & Breakfast a tema indie rock.
La collaborazione tra i due colossi del settore vedrà la luce venerdì 16 maggio, in occasione del concerto dei Califone al Container Club, evento reso ancora più imperdibile dalla presenza di Satellite Inn. (che il consiglio d'amministrazione della Polaroid aveva già considerato un ottimo investimento) ad aprire la serata.

Tim Rutili e soci inaugureranno le sale dell'Instant Camera Lounge già nel primo pomeriggio: "almeno per lasciare giù le lenzuola e le valigie: altrimenti poi quando torniamo la notte siamo troppo sciabolati e non riusciamo a fare niente", questa l'acuta dichiarazione del Presidente di Unhip, Mr. Gandolfi.

I Califone sono in città per presentare l'ultimo album Quicksand / Cradlesnakes: come ha riportato il magazine cool Zero In Condotta, in un saggio dal pretenzioso titolo Musica per sabbie mobili, "qualcosa che assomiglia alla colonna sonora di un sogno, raccontato nel limbo sensuale del risveglio, quando è naturale la commistione tra la follia e la realtà, tra poesia e prosa. [...] Domina nel suono (nuovo e sempre fedele a se stesso) dei Califone l'idea della precisione artigianale, del fatto a mano, cesellatura in bilico tra l'immediatezza melodica del folk, la facilità mnemonica della rima ("Michigan Girls" e "Million Dollar Funeral"), la rarefazione dell'elettronica che non dimentica la propria radice punk ("Golden ass"), l'attitudine blues ("Shine a Light") con il talento di chi, per usare le parole di Ben Massarella, è in grado di tirare fuori la musica semplicemente scuotendo una coppetta piena di ghiaccio".

I termini economici dell'accordo non sono stati resi noti.
Voci ben informate parlano di quattro consumazioni al bar del Container, oppure di una torta fatta dalle mani della Laura per colazione (la famosa "indie cake").
Domani sera in Via dello Stallo ne sapremo di più.
Altro che nastroni: marketing!

Mentre scrivevo il post qui sotto mi è venuto in mente che, ormai, dopo i libri sui blog, i libri dei bloggers, le magliette e i raduni, prima o poi dovremmo trovare qualcuno che ci paga anche il disco.
La compilation dei bloggers sarebbe un nastrone all'ennesima potenza.
Già mi vedo nei panni dei direttori artistici Emmebi e FFWD. Servirebbe la giusta dose di attitudine indie da Dave e Simone, quella punk da Soulfood, qualche pezzo roccioso scelto da Valido e da Biccio, un tocco di classe grazie a The Petunias e Palomar, una cover suonata unplugged da Leonardo, e l'entusiasmo adolescenziale tutto nostro e di Inkiostro a guarnire la selezione (ovviamente messa a punto da Cesare e riveduta da Zazie).
Qualcuno ha qualche aggancio giusto tra le major?
Ciao, tu che blog sei?

Polaroid prosegue la stagione dei blogmeeting e lo fa nella maniera che gli è più appropriata, cioè con un po' di dischi, qualche birretta e quattro chiacchiere in compagnia tra un post e una mail.
Questa sera avremo come gradito ospite Inkiostro, blog bolognese d'adozione dagli ottimi gusti musicali.
Non mancate: alle venti, sul confortevole mono dei centotre punto cento di Radio Città 103, in modulazione di frequenza per Bologna e dintorni (non lo scrivevo da un po' questa cosa del confortevole mono, a me piace).

mercoledì 14 maggio 2003

It's 1983, you're in a band

In radio ho trovato il promo del nuovo singolo di Stephen Malkmus.
Complessivamente non credo che contribuirà a risollevare i giudizi su Pig lib, ma la traccia numero due, Dynamic Calories (che pare risalga all'inverno scorso) strapperà certamente un sorriso ai vecchi fan dei Pavement.
E pensare che sembrava tanto una brava persona

La gentile Proserpina ha pubblicato i miei perplessi appunti (insieme a quelli di Nicola) del seminario tenuto da Carlo Formenti di Quintostato al Webbit.
Stamattina mi sono imbattuta in questa


chi vuol scrivere sui Lucksmiths ora che c'abbiamo l'immagine più bella che ci sia?

martedì 13 maggio 2003

Polaroid al cinema

Abbiamo riaggiornato la colonna dei Link. Novità, sfuggimenti, graditi ritrovamenti (lasciamo agli aruspici indovinare i rispettivi collegamenti).
Segnaliamo, però, tra loro (colonnati qui a fianco, sul finale) il blog di seconda visione che, nato regalo di ebi ai ragazzi che conducono (stanno conducendo, essendo, punto, martedi, ore otto) l'omonimo programma su Radiocittàdelcapo (senza link, lei essendo la concorrenza), ora veleggia allegramente autarchico.
Ebi, entusiasta come spesso, regalò infatti loro un elegante template di splinder ed ora è divenuto il nostro favorito blog about movies.
Per polaroid che di cinema s'intende ancor meno che di musica (i.e. figura interdetta di ellegi all'uscita di Autofocus, film che fu galeotto, per le due redazioni) è un un gran sollazzo nonchè prezioso strumento per l'uscita del nuovo e recupero del vecchio, seminale per simpatici e futuri sdottoramenti a riguardo della redazione di polaroid tutta.

domenica 11 maggio 2003

Live from Padova, Italy, Mondo Blog

Fare un post con così tanti bloggatori intorno è un po' come quando da bambino fai per la prima volta la doccia con gli altri della squadra dopo l'allenamento.
E se la prima persona che vedi al tuo risveglio è uno dei pionieri del blog italico capisci che sei proprio su un altro pianeta (decisamente popolato di matti, a giudicare dalla quantità di persone che qui non hanno dormito pur di non staccarsi da mouse, nutella e connessione T3 fasulla).

Siamo (quasi) tutti al Webb.it, e l'occasione stavolta ce l'ha regalata questa specie di festa per presentare il libro de La Pizia (nel quale, a nostra insaputa, siamo finiti pure noi di polaroid). More pictures coming soon, anzi, proprio "galore" data la concentrazione di digital cameras e telefoni futuribili.
La scena, per usare una parola chiave cara agli indie rock warriors, ha sfiorato il parossismo quando davanti allo stand della Hops abbiamo cominciato a firmarci a vicenda tutte le copie di Mondo Blog. Pura libidine da sottocelebrità.
E poi, il solito piacere di riprendere discorsi avviati con persone che non avevi mai visto prima, e quello di scoprire che sono tutti irresistibilmente simpatici proprio come i loro blog.

Adesso è mattina e come scrive tempestivamente Mr. Valido stiamo facendo "un giro su tutti i blog di chi c'era per leggere i diversi report della giornata". Io sono troppo stanco per scrivere qualcosa di decente o di originale.
Vorrei giusto linkare con un abbraccio (o abbracciare con un link?) tutti quanti ho incontrato a Padova in questi due giorni (nei quali, ci tengo a ripeterlo, avrei dovuto anche lavorare), quelli che "ci sanno di computer" e quelli che si fanno spiegare i feed rss a mezzanotte, quelli che intervistavano PJ Harvey (oh, vogliamo l'esclusiva) e quelli con la birretta incorporata, quelli che community is a four letter word e quelli così giovani da sembrare più avanti di tutti.
Ci si vede tutti nei prossimi post, o nei prossimi libri, o magari giù in radio da noi.

venerdì 9 maggio 2003

blogoutOut of time

Ci sarebbero tante cose da scrivere in questi giorni.
Dovrei cominciare facendo i complimenti a Biccio: grazie al suo ottimo lavoro, tra poco anche polaroid finirà in un libro.
(Potrei tirarmela, dato che in questa stagione le polemiche sui blog fanno figo, dicendo che un libro figlio d'un blog noi l'avevamo già fatto, e in puro spirito do it yourself, ma non siamo giornalisti, e poi le cose che leggevamo alla radio mi sa che piacciono solo a noi).

Dovrei ringraziare Palomar, che ci ha gentilmente e generosamente spedito la sua compilation "Donne dal mondo".
Gli promettiamo un nastrone per la radio e una recensione de La Laura :-)

E vorrei divertirmi a raccontare di Dj Amarezza, Alice e la Mara di Radio Antenna 1, ovvero le Black Candy al completo, ospiti ieri sera per una delle più sconclusionate e demenziali puntate di polaroid (ma con la certificazione "indie" grande come una casa).
Da mesi sogno di dedicare a loro un pezzo che comincia così:
"Forse a Bologna non ce ne accorgiamo, ma Modena e la sua provincia sono la vera Olympia, Washington italiana..."
(Amarezza però non è d'accordo, e sostiene che forse soltanto la periferia sud di Modena merita qualche considerazione).

Vorrei scrivere anche di queste calde giornate di metà luglio, che per un errore di stampa il calendario ha appiccicato all'inizio di maggio, e di noi che ci ascoltiamo gli Yo La Tengo di Summer Sun o i nuovi stupendi Yuppie Flu a volume discreto, dondolando la mano giù dal letto, con le tende tirate e la schiena sudata.

Mi piacerebbe descrivere la sensazione che in questa stagione d'afa, nonostante tutto, a Bologna la bellezza sia a portata di mano come poche altre volte, trabocchi da ogni strada, e che ogni colpo di pedali sia un colpo al cuore, il sorriso per aria e il vetro gelato della prima birra aperta dopo la prima canzone, all'inizio del programma.

Mi toccherebbe parlare anche della perplessità che a volte mi prende e mi blocca, quando mi domando quale sia il motivo di "scrivere" intorno alla musica: dov'è realmente la necessità di questa traduzione di un linguaggio in un altro, quando il primo (nel caso funzioni) è perfetto?
E in che misura queste pippe mentali sono causate dal fatto che dischi come il nuovo Blur o l'ultimo White Stripes, giudicati universalmente capolavori, a me non dicono proprio nulla e continuo a sentirmi sempre un po' inadeguato?

Sì, ci sarebbero tante cose da scrivere in questi giorni, ma non ci riesco.
Meglio allora incontrarsi e fare quattro chiacchiere, magari al Webb.it di Padova, domani o domenica.

martedì 6 maggio 2003

things can only get better

Sono mattine assolate, the night she fell and the air was beautiful, limpide abbastanza per recuperare l'elettronica dello scorso anno.
Love Stream dei Marz è sussurato e avvolgente, Ekkehard Ehlers e Albrecht Kunze sono i Mum che svaporano al sole, i Komeit proiettati su un muro bianco su una texture di barbagli.
E' un disco pieno di malinconia, in superficie, perchè è le reiterazione che la porge da subito, ma la reiterazione è in sospensione, là dove si satura, la base invece è rarefatta e piena di aspettative, che solo il mattino.
So look see the sights, the endless summer nights, and go play the game that you learnt, from the morning.
www.indiepop.itNasce Indiepop.it

Grazie a Inkiostro, linkiamo subito anche noi questo nuovo sito italiano dedicato all'indie pop che piace a noi (ouch! in prima pagina Radio Dept., All Girl Summer Fun Band, Postal Service, Sarah Records...).
Da segnalare anche la sezione "about us", con le traduzioni del lessico di base per tutti noi indie kidz :-)
Un paio veloci poi si vedrà (2)

Come ogni separazione che si rispetti, anche questa è stata definita "amichevole", ma la notizia è che gli Strokes e Nigel Goldrich hanno già concluso la loro collaborazione.
Nelle vesti di produttore tornerà Gordon Raphael, in cabina di regia anche per Is this it.

lunedì 5 maggio 2003

Promemoria

Forse pochi di quelli che erano all’Arts Café di Londra sabato sera ammetterebbero di aver assistito a un concerto memorabile.
Per noi di polaroid, come spesso succede, la faccenda è un po’ più complicata e sentimentale.

Partire da Bologna, dove a volte sembra che esista chissà quale scena indie ma dove alle serate ci sono le solite cinquanta persone (se va bene), arrivare a Londra per ascoltare tre gruppi decisamente interessanti e trovare un piccolo bar, per quanto elegante, simpatico e accogliente, dove il pubblico conta una cinquantina di persone e tutte sembrano conoscersi piuttosto bene... beh, ecco, è una cosa che fa riflettere.
Prendere due aerei nel giro di sedici ore per andare ad ascoltare una band al vero esordio (i Radio Dept. avevano suonato per la prima volta fuori dai confini svedesi appena la sera precedente, allo Spitz Café, trecento metri più avanti lungo Commercial Street, di spalla a Apples in Stereo) e non smettere di sorridere dalla felicità anche quando non sono riusciti a concludere la prima canzone (un inedito di cui non ho inteso il titolo) neppure al secondo tentativo… beh, ecco, forse significa che abbiamo dei problemi pure noi, e non soltanto la loro drum machine (un giocattolino delle dimensioni di un walkman) cui il chitarrista cercava di cambiare le pile, mentre il cantante con una mano sulla fronte chiedeva scusa e… chiedeva nuovamente scusa.

So cosa state pensando, ma io sono innamorato di questa band di sfigati. E dopo averli visti dal vivo ho la certezza che il loro album Lesser matters non è riuscito così bene solo grazie a qualcuno che ci ha messo le mani (pronto, Libertines?), dato che quando sul piccolo palco tutto funzionava e restava in equilibrio almeno per un paio di minuti quei quattro ragazzini intimiditi riuscivano a creare molto di più di quanto fosse possibile immaginare.
Pezzi come Where the damage isn’t already done, 1995 o Why won’t you talk about it anche dal vivo scintillavano di una grazia pop che mi ha lasciato talmente incantato da non essere ormai più necessario ricostruire genealogie, pensare “toh, shoegazing” se la ragazza accanto fissa il pavimento tra i suoi piedi dondolando la testa al ritmo di Against the tide, o disquisire della percentuale di Jesus and Mary Chain e House of Love contenuta nel tale ritornello.

Poi i Radio Dept. impareranno a mettere in piedi lo show, poi riusciranno a trattenere certi sorrisi increduli in faccia al pubblico (Lisa Carlberg era assolutamente adorabile), poi Johan Duncanson saprà cosa dire tra un pezzo e l’altro, poi Martin Larsson sarà un po’ più sereno, poi Per Blomgren (se davvero era lui) sembrerà un po’ meno “giandone”, poi si ricorderanno di presentare i componenti della band, che sta sempre bene.
O forse tutto questo non succederà, e si potrebbe sostenere che non sarebbe una gran perdita per la storia della musica. Ma io sono convinto del contrario, e credo che quello di sabato non sia stato un concerto pieno di passi falsi di un gruppo di sprovveduti da dimenticare. È stato il concerto di un’ottima band al principio della carriera, e un giorno ce lo ricorderemo contenti. Avere avuto il privilegio di poter vedere questo evento da così vicino (tanto da riuscire a scambiare due chiacchiere con il cantante che continuava a scusarsi anche mentre metteva via la chitarra) mi fa sentire un indie kid dannatamente fortunato e pieno d’entusiasmo. E l’entusiasmo, a volte, è tutto quello di cui ho bisogno.