domenica 29 settembre 2002

polaroid per Chiara e Sergio

Se non ci fosse stato troppo freddo avremmo potuto anche arrampicarci su qualche albero, come Zelda e Scott Fitzgerald alla fine delle feste migliori. E invece abbiamo ballato fitti, e senza andare tanto per il sottile, ridendo e facendo cadere bicchieri e occhiali, strusciando le ragazze che erano tutte davvero molto belle e si muovevano che era un piacere.

È andata proprio come voleva Sergio: è stata una festa, un abbraccio, un salto, una spinta, un grande bacio con le braccia al cielo.
E quando davanti alla torta lui e Chiara hanno pronunciato un discorso (che pagherei pur di ricordare, ma che so di avere applaudito stringendo con i denti un calice traboccante di bollicine), ho pensato ecco, la rincorsa degli eventi e la ferma verità dei fatti, i figli, gli amici e i figli degli amici (anche loro a giocare sul prato dall’altra parte della grande casa in mezzo alla campagna, come altri alla loro età, proprio in quel posto), ho pensato a come questa sera stranamente ci guardavamo tutti negli occhi mentre si parlava e ho pensato alla musica e al tempo passato ad ascoltarla sovrappensiero, fissando un punto molto basso del cielo, e se era piovuto ed era sereno si vedevano in trasparenza le colline di Bologna, lontano. Ho pensato, senza realmente rendermene conto perché non ero davvero nella condizione, al prendere in mano la propria vita e sapere cosa fare perché non rimanga soltanto un progetto, una rappresentazione.
E lui, forse proprio perché racconta di intendersi di architettura, ci stava dicendo qualcosa di tutto questo, tra le fiaccole, la musica che suonava nell’altra sala e le luci da festa anni ottanta, tra le nostre cravatte allentate, i tacchi insolenti, gli scherzi infantili e il nostro acido cinico sciupato e custodito.
Ho brindato e non potevo fare altro.

Poi, quando te ne vai da una festa in quello stato, guidando senza voce, pensi sempre che qualcuno il giorno dopo dovrà raccogliere i vuoti, dare aria alle stanze e lavare centinaia di bicchieri. E nella notte, mentre cerchi di tornare a casa, ti immagini già come sarà quel momento del pomeriggio del giorno dopo, quando finalmente si siederanno in veranda, con un sospiro per il lavoro finito e tenendosi la mano al sole tiepido di settembre. Ma subito si alzeranno, ché ormai sarà l’ora del tè e avranno già voglia di mettere l’acqua sul fuoco.

venerdì 27 settembre 2002



Grazie all'attenzione e la cura e soprattutto all'attivismo indomabile, nonchè la fiducia di Sergio (e grazie ad Arturo che ci ha presentati una sera di radio che fuori pioveva) adesso le nostre Polaroid diuniedizeri diventano tipi.

Potete leggere i nostri sproloqui (ogni due settimane da oggi) anche su Zero In Condotta.
A fianco, se preferite, prestigiose firme del giornalismo musicale internazionale (e c'è anche Matteo, con il reportage da Leeds).
Intorno è lo ZIC che conoscete e già sapete ed è bello.

Magnifico.
Magnifico.

Grazie!



Inaugura oggi alle 18.30 la mostra Aldo Rossi: il Cimitero di Modena. I disegni e un modello.
A quelli di Polaroid piacciono il gioco dell'oca (e quindi il cimitero di modena), il teatro del mondo (e quindi il gioco dell'architettura), l'entusiasmo per l'architettura-felicità, le caffettiere, il giardino botanico di Ferrara, i tetti di lamiera blu, il progettista paleontologo, i disegni-bandierine, l'architettura che, perdendosi nel disegno, si morde coda e bandierine e non ne esce più. Non perdetela!

per l'angolo delle dediche & richieste

da ebi+ellegi a Chia'
grazie per le «cosine sulla bellezza» ;-)

oggi decisamente InterpolUntitled

surprise sometime
I'll come around
surprise sometime
I'll come around
I will surprise you sometime
I'll come around
I will surprise you sometime
I'll come around
when you're down


( ...siamo quindi in attesa della sorpresa... )
Dovrei fidarmi di più di quello che sento dire in giro.
Solamente quando ieri sera li ho messi in radio mi sono accorto di quanto mi piacciono davvero gli Interpol e tutto il loro Turn on the bright lights. E così eccomi qui, irrimediabilmente in ritardo, a fare un post su di loro.

E ancora una volta mi sono pentito di quanto sono diffidente e superficiale e pigro: Simone me ne aveva parlato più di un mese fa, e NYC l'avevo addirittura scaricata prima delle vacanze; ma niente, sembravo sordo.
Poi nell'album c'è quella canzone, la numero cinque, Say hello to the angels che è una sintesi quasi perfetta di Smiths e Strokes (e se siete passati qualche volta su queste pagine potete immaginare che la cosa mi renda ben più che felice), che arriva subito dopo l'incalzante PDA, con il suo refrain "we have two hundred couches, where you can sleep tight, dream right, we have two hundred..." e il minuto abbondante della sua coda dilatata, e insomma lì succede qualcosa, si sblocca un meccanismo e l'ascolto non è più lo stesso.

Forse è il momento in cui entri nella musica di Interpol (o forse lo è stato per me), sempre che ti prenda, perché dopo di quello Paul Banks e soci possono dire praticamente quel che vogliono che tanto ormai hanno già vinto. Il resto dell'album è di una compattezza impressionante, forse a tratti troppo trattenuto sulla corda dei (facciamo questo nome, inevitabile) Joy Division (ma Arturo ci segnala giustamente anche Wire, Sound e Chameleons), seppure direi con una maggiore propensione alla melodia (vedi ad esempio la conclusiva ed epica Leif Erikson).

Alla fine, preferisco i momenti più veloci e aggressivi (della seconda parte del disco citerei Roland, il cui assolo ha più di una parentela con Alec Eifel dei Pixies) che mi sembrano i meglio riusciti, e questo non può che far ben sperare per l'imprescindibile live (Roma, Milano e Rimini tra il 31 ottobre e il 2 novembre).

giovedì 26 settembre 2002

Sono ricominciate le lezioni. Quando sono nate le tipe che adesso gremiscono l'atrio io facevo la terza elementare. Poi, con sta storia delle lauree triennali dei crediti degli indirizzi rapidi, saranno laureate all'età in cui io facevo il secondo anno. In più pesano adesso quello che io pesavo alla nascita. Loro hanno altre unità di misura.
Cosa diavolo è questa cosa di essere buoni e comprensivi agli esami?
Prossimamente sarò spietata.
[...]
Lo so lo so. Non ne sono capace.
Grazie alla solita simpaticissima Gabriela ormai mi sto perdendo in questa cosa dei test...

How indie are you? test by ridethefader

i am a mix taper!



You're really enthusiastic about the music that you like. You attempt to discover your new favourite band every week. You continually try to get your friends into the music you like, which annoys the fuck out of them, but you don't know it. At least you're not arrogant about it.

Pocket Rockets Polaroid

Mister Giovanni Modest Gandolfi, che si sta chiaramente e pericolosamente polaroidizzando, ci ha gentilmente segnalato: Cara Bowen Goldberg che, unbelievable, oltre che essere amica degli eccezionali Pocket Rockets, si diletta fotografando loro et cetera mirabilia per istantanee.
Facendoci, suo malgrado, un sacco di pubblicità.
La foto scelta per voi da Polaroid è quella di Mat dei Pocket Rockets.
Magnifique.
Grazie giovanni!

hughinunadellesuedueespressionimigliori Si è inaugurata lunedi e si è conclusa ieri la I Mostra Provinciale del Cinema di Polaroid (a ebi gli è venuta la scimmia del cinematografo). La giuria infaticabile, composta dalla redazione tutta, ha frequentato assidua le sale di bologna e dintorni (cinema d'essai con le studentesse di filosofia: sciarpine di seta grezza e maglioncini di lana cotta e cinema-rosticceria rigurgitanti pop-corn e sfrigolio di cocacola) sfruttando tutte le forme di agevolazione possibili [donne/studenti/terzaetà/collaboratoriuniversitari], ed ha decretato, insindacabile:


1. bbbo: che fico Hugh Grant!

2. bbbo: che film del cazzo, quanto sono felice!

mercoledì 25 settembre 2002

Ieri nella foga di sparare cazzate forse ho anche sbagliato qualche consecutio, poco importa, quello che volevo aggiungere è che poi, subito dopo aver scritto, avevo già voglia di prendere le distanze dalle mie stesse opinioni.
Ad esempio, m’è venuto in mente sotto la doccia, una cosa che tralasciavo è che, sì d’accordo, "meta" tutto quel che vuoi, però non c’è un’apertura risolutiva, e questo potrebbe essere un pregio del film di Soderbergh.

Cioè, in ognuna delle storie si aprono degli spiragli in cui la finzione sembra essere messa a nudo, ma poi, questi "piani superiori" sono a loro volta contaminati. Insomma, manca (per fortuna?) la pretesa di dire "ti mostro il cinema E ANCHE come si fa il cinema".
Quelli che si tolgono la parrucca poi sono dentro un’altra storia che sto filmando e dove racconto questo film, scritto da uno che fa il regista (di teatro), ecc...

Well, insomma, sì, ok, però lo stesso... non mi convince, scusa...

Molto meglio (quasi tutte) le storie di 11 Settembre 2001, anche se ellegi & e io la pensiamo in maniera opposta su Loach
(e non è detto che sia come immaginate...)
Per tasso di inflazione si intende la variazione percentuale del livello dei prezzi al consumo:

DIPC%


che poi dovrebbe essere:

(IPC)(t)- (IPC)(t-1)


dove:

IPC= [(pi x qi)(t)/ (pi x qi)(tr)]x100


dove:
(pi x qi)(t) è il costo del paniere del bene i al tempo t
(pi x qi)(tr) è il costo del paniere del bene i al tempo tr preso come riferimento

o almeno credo.

martedì 24 settembre 2002

Sì, è vero, cara ellegi: Full Frontal mette voglia di andare al cinema a vedere un film, come se non avessimo ancora cominciato per davvero.
Ne è un sintomo lampante la battuta di Brad Pitt dopo i titoli di coda, che oltretutto rappresenta pure una feroce presa per il culo da parte di Soderbergh (ai danni del figaccione? Nei nostri confronti? Moh, chissenefrega...)

E poi, soprattutto è un film sul film nel film. Oppure un film nel film sul film.
Yeah.

All’uscita c’erano tutti questi universitari mooolto compresi nella parte che stavano letteralmente "contando" sulle dita quanti piani narrativi avevano colto...
Ti veniva voglia di avvicinarti e buttare lì frasi del tipo: «Questo film stabilisce nuovi paradigmi ermeneutici: da oggi tutte le parole che cominciano con il suffisso "meta" implicheranno parole con il suffisso "auto"» (ma c’è da scommettere che nessuno di loro avrebbe associato metalinguaggio ad autoerotismo, né metacinema ad autolesionismo).
Sarebbe stata una frase che, a giudicare da Full Frontal, a Los Angeles sarebbe piaciuta a qualcuno e sarebbe finita nel prossimo film di Soderbergh. Beh, a patto che fosse filmata con una macchina da presa digitale Canon e poi rielaborata con un Mac, (i siti dedicati al film sono tutti un banner dietro l’altro... eeeh, peeerò: il design, eeeh sì sì, certo certo...)

E poi, siamo sinceri: qualcuno mi spieghi quante cose sul cinema racconta davvero Full Frontal? Quella sugli attori di colore, ok: poi?
Perché il metalinguaggio si risolve sempre solo in un allargamento della macchina da presa che riprende anche un’altra macchina da presa, un set e un regista?
Ricordo un’inquadratura di John Jost (ma era davvero lui?) di un film di più di trent’anni fa. Era già più avanti di Full Frontal: la sequenza iniziava con la ripresa di Jost in piedi davanti alla macchina da presa. L’inquadratura si allargava e da alcune casse per terra si intuiva che ci trovavamo di fronte a uno specchio, ma l’inquadratura si allargava ulteriormente: lo specchio era in mezzo a un bosco, che era alle spalle del regista ed era riflesso nello specchio.
Il linguaggio (quello cinematografico come qualunque altro) e a maggior ragione il metalinguaggio stanno nel bosco, cioè nella natura, nel mondo. E se il linguaggio smette di parlare del mondo per parlare dello specchio, boh, resta liscio, non fa presa su nulla, esaurisce presto il discorso.
Un po’ come Full Frontal direi: bello, liscio e patinato (anche quando sgranato in digitale: uh, così contemporaneo!).

Sproloquiato fin qui, non esito ad ammettere che ho passato la pausa pranzo a guardare foto di Catherine Keener su internet: gggiesù, io la amo quella donna...


A parziale postilla di quanto già brillantemente scritto da Leonardo, si può aggiungere che, nonostante quasi tutti i quotidiani abbiano inneggiato alla sconfitta della disoccupazione operata dal presente governo, bisognerebbe non dimenticare che solo la settimana scorsa il ministro dell’economia aveva pesantemente ridimensionato le stime di crescita del PIL, e che l'inflazione di settembre ha registrato il dato più alto del 2002.

Insomma (se tollerate la riflessione di uno che poi non saprebbe darvi una definizione decente di inflazione), mi viene da pensare che, se pure gli occupati crescono, qui non cresce l’economia.
Quindi, questa gente in più che lavora o non fa nulla, o non prende un soldo in più.
Ma certo, questi sono fin troppo facili schematismi, ché di flessibilità abbiamo bisogno. E infatti...
Che bello! Che bello! Fate i complimenti a Valido.


evviva catherine!
Di Full frontal, che passò alla storia come il film di Steven Soderbergh (quel granfico d'intellettuale Miramax) in cui Julia Roberts, poverina, doveva farsi i capelli da sola, vi ricorderete, longtemps e non senza un certo straniamento, che Julia Roberts portava la parrucca.

Full frontal è, per il resto, un film godibilissimo che ti lascia una gran voglia di tornare al cinema: tipo a vedere qualcosa o correre a casa: tipo a scrivere un film.

lunedì 23 settembre 2002

Ma come abbiamo fatto a dimenticarci di segnalare il disco di Domotic che ci aveva gentilmente/intelligentemente passato Simone? (a proposito: il suo ultimo post è da antologia).
Un'estate distratta, un po' di roba in offerta, le nuove uscite che si accavallano in lista... e Bye Bye rimane lì, ad aspettare proprio la prima domenica d'autunno.

A Bologna piove senza posa, e mentre attacchiamo qualche altro poster nella stanza nuova (e mentre qualcun altro crolla sul nostro sonno) tornano fuori facili e opportuni i suoni del marsigliese Stephen Laporte, a fare da sfondo elettronico a finestre grigie e a tazze di tè.

In Italia praticamente nessuno ha notato questo disco, se non il solito ottimo Neural e una recensione su Miuzik. Entrambi puntano l'attenzione sull'atmosfera calda che i timbri analogici riescono a creare, sulla forma emotiva che le composizioni di Domotic prendono, inserendosi su quella fortunata linea che si può tranquillamente riconoscere come "alla Morr Music" (e che mi sembra di capire sia un po' la versione contemporanea del pop più introverso degli anni Ottanta).

Inaspettatamente, però, in Bye Bye appaiono anche echi di musica colta e minimale, gli immancabili strumenti giocattolo vengono fatti suonare su linee di synth ipnotiche e stranianti, ad alcuni campionamenti sospesi di voci più o meno infantili non sai che valore attribuire, se di sogno o di angoscia.
Gran bel disco, molto headphones da ufficio se volete (alla faccia di quando dicevo che sarebbe stato un autunno tutto Nick Drake e Ian Curtis).
«E' chiaro che in un'epoca di completo dominio gnoseologico del concetto di "novità" - che con disinvoltura viene opportunamente piegato alle peggiori operazioni di riciclaggio - e di conseguente negazione del valore della conoscenza storica, parlare di memoria sembra subito un'operazione passatista e contraria al moderno; ma chi si fa un baffo del passato recente non fa altro che stare al gioco del marketing e di fatto non coglie che è inevitabilmente il presente ad interessare e solleticare la riflessione, solo che per comprenderlo conviene fare un passo indietro».

Walter Benjamin? no, il numero di settembre di Blow Up...

venerdì 20 settembre 2002

Farà forse piacere al nostro novecentista preferito sapere che “Crisis? What crisis?”, album del 1975 dei Supertramp, ristampato qualche tempo fa in versione “digitally remastered”, si trova ora in nice price e la redazione di Polaroid non se lo è lasciato sfuggire (ieri sera già un assaggio in radio).

Un indovinello per gli appassionati dei girotondi: dove avete già sentito Poor boy?
eh eh...

(si lamentano che linko solo le bio in inglese: eccone allora una breve in italiano, un’altra completa di discografia, e qui un’intervista rilasciata a RadioRai).

giovedì 19 settembre 2002

Nice price kitchen

Oh, piacere domestico di rientrare in casa, aprire la finestra per far entrare aria e pensieri, sedersi di fronte al frigorifero e decidere cosa mangiare questa sera.
Tutto da me: che comodità!
Poi scegliere di essere di buonumore, che c'è ancora birra in fresco, e un piatto di pasta siamo pur sempre capaci di farlo come si conviene.

La raccolta dei Jam in offerta a cinque euro non sarà un capolavoro di filologia, d'accordo, ma quanto ci sta bene a questo volume da disturbo. E nella pausa tra il sugo che si quieta e l'acqua che ancora non bolle ti scappa anche di fare un salto e agitare le braccia a spalle strette facendo finta di avere la cravatta.

Poi sedersi a tavola, non senza aver cambiato disco e aggiustato la lampada. In sottofondo ora i Traffic del periodo 1967-1971, per il polleggio e la lettura, più consoni al desinare di una personcina a modo quale vengo raffigurato.
La voce di Steve Winwood in Paper sun dopo l'intro di sitar, e un libro, una birra, e le mie consuete e calorose pennette alle zucchine: oh sì, dovrei invitarti più spesso.

mercoledì 18 settembre 2002

Anni alla radio

Ieri sera a Dispenser, parlando di Dorothy Parker, hanno affermato che gli anni Sessanta sono cominciati almeno quarant'anni prima.
Poi hanno suonato "These days" di Nico, e ascoltando quella canzone mi sono chiesto quando mai, allora, gli anni Novanta possono essere cominciati.
(se poi anche Jonathan qui sotto si definisce uno studente degli anni Novanta, allora...)

Insomma, questo per dire che Dispenser ha inaugurato la sua terza stagione e, nonostante abbia rinnovato il sito (ancora devo decidere se mi piaceva di più il layout vecchio), il formato radiofonico resta saldamente attaccato a una formula che trovo tra le più felicemente riuscite dell'intero spettro elettromagnetico.
Peccato che il giovedì sera gli faccia concorrenza Polaroid ;-)

martedì 17 settembre 2002

Guido Guglielmi

Questa sera alle ventuno verrà ricordato al Festival de l'Unità di Bologna, venite anche voi. Io qui, chiedendo scusa per il tema poco pop, vorrei solo darne un breve ricordo dall'esterno, da studente più che da lettore

Guido Guglielmi, come il fratello Giuseppe, sembrava proprio atterrato qui da noi da un altro mondo. A seguirlo per la strada, col suo rollio, poteva anche ricordare lo stralunato Sig. Watt di Beckett, che marcia pilotato da fili senza senso, ma in realtà Guglielmi aveva più l'ostinazione e la logica instancabile della tartaruga che presto o tardi sorpasserà il suo Achille piè veloce. Agli occhi di noi "studenti anni Novanta", un po' svagati e troppo socievoli, la sua eleganza atipica, con sigaro berretto e impermeabile, non aveva nulla di attuale, né di italiano, di contemporaneo o conosciuto. Te lo saresti visto bene in fotografia, come Roland Barthes, a fianco del riquadro verde di un PBE serie letteraria.

Per noi Guglielmi rappresentava un'altra civiltà, anzi forse un'altra epoca un altro universo, dove concetti smisurati come il "linguaggio", la "poetica", la "tecnica", la "metropoli", il "gusto", la "retorica", il "moderno", l'idea di "sistema", di "funzione", di "intellettuale", di "ermeneutica" o di "testo", erano qualcosa di sincero e di tangibile, di comunicabile. Non era per nulla facile per un ventenne appena un po' appassionato di letteratura mettersi a parlare con Guglielmi perché noi avevamo bisogno di mettere la sordina proprio a quello stesso insieme di idee. Le amavamo e le studiavamo, potevamo anche citare Brik o Trubetzkoy, ma ci facevano un po' paura, soprattutto perché usandole non si riusciva a mettere insieme più due frasi sensate senza suonare come la fotocopia di un manuale. In più con Guglielmi non era facile nemmeno cominciare la conversazione perché venivi subito colpito da un modo di parlare diverso dal tuo, e del tutto diverso anche da quello della maggior parte degli altri professori o critici o scrittori 'di nome' che capitava di incontrare, sempre pronti a rassicurarti adottando il tono cortese del quotidiano, come se parlare di una poesia fosse qualcosa da fare sempre altrove, non lì, non adesso, ma in una sezione separata e speciale, con cautela.

Noi passavamo da Wordstar a Windows e se ci usciva una frase generica o sgrammaticata non eravamo poi tanto preoccupati: non sarebbe rimasto alcun segno del vizio. Guglielmi invece, in questo simile a Raimondi, veniva dai decenni delle macchine da scrivere ed era abituato ad arrivare sulla pagina con la frase pronta, pensata già corretta e piena di intenzioni, di informazioni e di riferimenti consapevoli. Per questo alle nostre orecchie era come se la sua parola non avesse tempo da perdere e pretendesse anche da te che ne perdessi il meno possibile. Poche chiacchiere. Il suo modo di parlare ti chiedeva di stare molto calmo e di riuscire a dire in modo chiaro e breve tutto quello che dovevi. C'era il rischio di scoprirsi stupidi, anzi deboli, perché davanti avevi invece qualcuno che riusciva a parlare della "tradizione romantica", dell'"epica", del "romanzo", del "verso libero" o della "metafora" come di qualcosa di vivo e di influente, e anche di leggero, quasi che la letteratura potesse davvero cambiare la vita di qualcuno.

Il vero stupore arrivava al momento di leggere i suoi libri. Periodi brevi, anche nominali, molti punti fermi, ogni frase che riprende la precedente, un filo logico stringente, quasi assente il lessico specialistico. E pensare che a lezione tutti lo trovavano farraginoso, sconclusionato. Era l'esatto contrario. Non c'era una parola che andasse dispersa. Ognuna portava avanti il discorso. In un certo senso era un procedere spietato, inesorabile. Ci sbalestrava noi. Il problema era che Guglielmi non si perdeva troppo in introduzioni o in preamboli, tipo adesso vi dico quello che vi dirò. Parlava di letteratura, cioè dei libri scelti di volta in volta, collegandoli molto spesso alle arti figurative o, come si diceva allora, alla serie storica. Eravamo noi a perderci, a fare una fatica tremenda per ricollocare le sue parole nel nostro orizzonte, cercando di saltare da un contesto all'altro per guardare la cittadella da tutti i punti di vista contemporaneamente, come un tempo avrebbe voluto Leibniz.

Pur tanto anomala, la sua presenza aveva qualcosa di architettonico, di raffinato e soprattutto di pieno. E anche se a questo punto potrà suonare un po' paradossale, vorrei dire che qui a Italianistica la morte di Guglielmi la soffriamo molto, soprattutto sulla nostra pelle di studenti avanzati, perché adesso sappiamo che non c'è davvero quasi più nessuno con cui parlare. I discorsi di chi è rimasto sono tutti pienamente accessibili, così ben disposti nei nostri confronti che si capisce qualunque cosa dica chiunque. Al contrario, come certe frasi brevi, fluide in tutto, scritte in modo tanto chiaro da sembrare appoggiate a invisibili postulati ironici, Guglielmi era lui stesso un dono enigmatico.

L'AntiMtv Day mi è sembrato bello e incomprensibile.
A parte cose tipo i Fine Before You Came (che, come mi hanno spiegato, sono adolescenziali, o forse post adolescenziali, e infatti li stavo a sentire pure io) non sono riuscito a trovare molto con cui entrare in sintonia.
È un mio limite, lo ammetto.
Mi sento totalmente fuori dalla scena, dalla galassia di riferimenti culturali e sottintesi a cui rimanda ogni gesto ed espressione che mi sembra appaia in quel contesto.

Quindi, preferisco segnalare le osservazioni di Mr. Dave Kulp in data 16 settembre (e da oggi mi permetto di linkarlo qui, in attesa di una sua apparizione in radio): lui sicuramente ne sa molto di più.
O magari leggetevi le profonde riflessioni di Venacut e fatevi quattro risate.

Eppure, nonostante tutto (i cartelli "pisciate fuori ma lontano" non potevano essere letti dai numerosissimi cani, che infatti continuavano a segnare il territorio tra il bar e i tavolini, attività frustrata dal via vai del pubblico piuttosto sportivo), nonostante non fossi in grado di cogliere e apprezzare certe ascendenze spigolose di Steve Albini o non riconoscessi (ehm, sorry) le magliette degli Unbroken, o non riuscissi proprio a vedere come i tipi sul palco in quel momento fossero più "puttane" e commerciali di quelli che avevano appena finito di suonare, nonostante tutto questo mi sono divertito, ho bevuto qualche birra con gusto e mi ha fatto un sacco piacere essere lì.
Per motivi diversi: per sostenere la causa, se volessi darmi un credito di impegno, o solo per incontrare qualche amico, se volessi far credere di essere interessato unicamente alla birra. Fate voi.

sabato 14 settembre 2002

The Soundtrack Of Our Lives
(thanx to Valido che l'altra sera li ha messi in radio)

e forse questa polaroid avrebbe potuto intitolarsi anche qualcosa come "in my place, in my place", se non fosse che da queste parti l'autoradio trova solo stupidi network milanesi, e i Coldplay suonano ogni tre minuti...

nondimeno piacere di essere tornato al paese per un sabato mattina di settembre che sembra primavera, giro in bicicletta con la felpa e saluto la gente che non mi riconsce.
you're around without reason / and you know it's so well ...
it's so plain to see / you think you like to be normal

Serena è andata a vivere con un ex boy scout, Rino è in giardino su una sedia a rotelle, in posta mi chiedono che scuola faccio, ieri notte hanno arrestato qualcuno nel bar. La cocaina mi sembra così comica qui in campagna.

I mitra dei carabinieri ad un posto di blocco mi seguono con lo sguardo mentre pedalo piano dall'altra parte della strada, e anche la strada mi appare nuova, con certi cartelli bianchi e ancora lucidi che fanno capire quanto questo posto, in realtà, sia poco più di un crocevia piantato e solo in mezzo alla Bassa.
Adesso di fronte al fruttivendolo c'è una grande freccia che indica Modena e Carpi, e mi tornano in mente i Lomas (che devo ancora restituire a Leo), quando cantano che a Carpi si arriva da nord, cioè più o meno da qui, e che Carpi è un posto come tutti gli altri, e sei tu che hai dei problemi e non loro.

giovedì 12 settembre 2002

Il calendario ci rincorre ma noi, tra preparativi del reading e i postumi del rum, siamo sempre più obnubilati & distratti.

Questa sera a polaroid arriva Mr. Valido, con un reportage dal festival di Leeds e musica adeguatamente sgurz.

A seguire, verso le 21.30, appuntamento in Piazza Maggiore (vicino alla fontana del Nettuno) per una pedalata con la Critical Mass. Polaroid parteciperà diffondendo flyer molto pop e cassette miste per tutti.

Domani imperdibili Underworld al Festival Enzimi di Roma, dove sarebbe bello rimanere anche il sabato per una manifestazione con gli amici.

Ad ogni buon conto, ecco qui a fianco il banner che ci ha spedito Prosperpina. Tutte le info per i bloggatori che vogliono sostenere e partecipare le trovate su sospetto.cjb.net
«it would be cool»
wow!
Polaroid Colorpack II - produced: 1969-1972

un bacio a Monica,
un abbraccio a Madame,
un birra con Leonardo.

L’augurio che mi faccio per questo compleanno è di scrivere istantanee belle come la polaroid che mi avete regalato.
Grazie, régaz :-)

enzØ

lunedì 9 settembre 2002


Letture protoautunnali

 ''polaroid flyer'' (particolare) - ellegi, 2002 Domani sera seconda tappa del tour emiliano di Polaroid.
Tempo collaborando, la redazione al completo farà un piccolo reading dai testi di Polaroid.
Come di consueto il giovane e celebre chitarrista new-age J. Sisco accompagnerà le voci narranti con la chitarra.
L'appuntamento è alle ventidue circa nel cortile di Vicolo Bolognetti a Bologna.
Siete tutti invitati!

domenica 8 settembre 2002

Due scrittori is meglio che one

FIRENZE -– Un'orda di giovani donne, tutte fan di Stefano Accorsi, ha assediato e devastato la libreria Feltrinelli di Firenze, dove venerdì sera l'attore ha presentato il film di Michele Placido Un viaggio chiamato amore di cui è il protagonista. Il passaggio delle fan ha avuto nella libreria l'effetto di un ciclone. Per avvicinarsi il più possibile ad Accorsi hanno rovesciato le pile dei libri, disfatto i cuscini dei divani, sganciato alcuni scaffali.
(La Repubblica, 8 settembre 2002, pag. 38)

Io non me n'ero neanche accorto, che Accorsi fosse da Leone d'oro, ma in fondo non me ne intendo, o forse ero accecato dalla Morante, una Sibilla Aleramo bella e credibile, e non era facile.
L'Aleramo è una figura eroica della nostra letteratura, anche se, onestamente, non ho letto nulla di lei. Ai suoi tempi la Repubblica delle Lettere Italiana era composta da due dozzine di maschiacci rudi, avezzi a risolvere i loro problemi ormonali in casino. In mezzo a questa caserma (in senso non solo figurato: è il 1915!), Sibilla vorrebbe starci da donna, incontrare chi le pare, scrivergli lettere, e innamorarsene pure. Ovviamente ne ha scaricati un po', e un altro po' hanno scaricato lei, e tutti quanti scaricati e scaricanti andavano alle Giubbe Rosse a raccontarsi storiacce sporche sul suo conto.

Campana era di tutti il più sciroccato, e alle Giubbe Rosse non poteva metterci piede, per una storiaccia d'inediti suoi dimenticati in un trasloco: ma sapeva quel che si raccontava sulla sua donna, e la cosa doveva veramente dargli ai nervi, già fragili. I critici, su di lui, oscillano fortemente: geniale poeta o pazzo qualsiasi? Io sarei per la seconda, e stavolta me ne intendo un po' di più, ma prevedo per l'autunno un grande revival, magari i Canti Orfici in un Mito Mondadori. L'"orda di giovani donne" ne andrà pazza, perché è un poeta che usa un sacco di aggettivi strani e va a capo quando gli pare, ed è bello immaginarsi Accorsi che li recita nudo sulle rocce dell'Appennino.

Leggo sull'enciclopedia che l'Aleramo è molto di più della nevrotica appassionata messa in scena dalla Morante: per esempio, fondò un'ottantina di scuole nelle campagne del Lazio, nel dopoguerra s'accostò al marxismo. Quasi mi viene il dubbio di leggerla. Chissà che non scrivesse davvero meglio, e cose più interessanti, dei suoi contemporanei maschi: D'Annunzio, Marinetti, Papini, Boine… sarebbe una bella rivincita.

venerdì 6 settembre 2002

Life’s a bitch, then her blog

Con un poco di ritardo (la Principessa ci perdonerà) segnaliamo che polaroid ha avuto l’onore di essere introdotto alla pagina dei link di Proserpina, bad girl ;-)

Di link in link, chissà per quali vie, dalle nostre istantanee sfocate ai focosi frame di una webcam.

E capita proprio così, come dice lei, di incontrarsi in rete o appena oltre... per qualche tempo, magari una sola volta... magari alla radio...

giovedì 5 settembre 2002



E così anche Polaroid si pronuncia sul bookcrossing segnalando a tutti i neoappassionati del libro itinerante l'iniziativa di Fahrenheit. Chi sarà a Mantova domani passi subito alla postazione di Radiotre per farsi regalare una copia di Fahrenheit 451 di Bradbury da seminare in giro. Sembrerà di stare in un film di Truffaut.

Transmission

La redazione di Polaroid è lieta di annunciare che questa sera (se tutto va bene) riprenderanno le trasmissioni.
La musica, i libri e gli aperitivi saranno serviti a partire dalle venti, sui centotre punto cento di RadioCittà103 (per Bologna e provincia), come al solito da enzo e da La Laura.

Inaugureremo con un ospite eccellente e boreale: Damir ci presenterà i due giorni del Reset, il festival curato dall'Institute Of Dubbology che si avrà luogo questo weekend.

A seguire, in alternativa: Glamorama coi maestri, o i 400 Colpi nel tendone oppure le Voci del romanzo italiano contemporaneo nel cortile.

non mancate :-)
Sempre tre passi indietro

Proprio mentre finisco di leggere Così Lontano Così Vicino - La storia di Ian Curtis e dei Joy Division (Giunti, 1996, usato, € 2,58 - qui si possono trovare i due capitoli finali) ecco questo bel saggio su Pitchfork (il titolo è una parafrasi di "An ideal for living", primo singolo di Curtis e soci, datato 1978).

Pare che i Joy Division ora siano di nuovo hip (Arturo mi fa notare le lodi sperticate a un gruppo come Interpol), ma non mi interessa troppo: zeitgeist a go-go, as usual.
...e comunque voglio proprio vedere come un fenomeno in buona parte nichilista e senza ironia come i Joy Division possa diventare di massa secondo le dinamiche commerciali contemporanee...

Il libro scritto da Deborah Curtis, moglie del cantante dei Joy Division, probabilmente non è il mezzo migliore per avvicinarsi alla band di Manchester e alle loro canzoni: è troppo invischiato nella storia di un amore fallimentare (dall’adolescenza fino al divorzio, avviato poco prima che Ian Curtis si suicidasse), nel racconto di una famiglia che si barcamena nei quartieri proletari, e nella cronaca di una malattia rimossa e al tempo stesso blandita, per poter essere un semplice libro "che parla di musica", o una guida didattica all’ascolto.

Qui c’è (in parte, solamente, senza dubbio) quello da cui le canzoni dei Joy Division traevano linfa: la grigia Manchester di un decennio sconsolato e depresso dalla quale Curtis sognava di andarsene diventando una rock star come quelle che amava negli anni del liceo.
Ma quando sembrava esserci riuscito, tutto andò storto.
Per usare le parole della donna che per prima non capì cosa stava succedendo, "Ian viveva nel mondo delle fiabe e ciascuno di noi, a suo modo, contribuì a farlo rimanere là".

La malattia, un percorso culturale sempre piuttosto oscuro, il provincialismo, un carattere egocentrico ai limiti della patologia e, non ultimo, il supporto di alcune persone eccezionali (i futuri New Order, il produttore Martin "Zero" Hannett) hanno permesso a Ian Curtis e ai Joy Division di modellare una pietra miliare della storia della musica di singolare enigmaticità.

(I dischi dei Joy Division sono praticamente tutti in nice price e sta per arrivare l’autunno: cocktail ideale per polaroid).

Calle Brazzo

In due, oggi, abbiamo preso 10 treni, dieci di numero. Viaggiamo separati ma convergiamo tutti su Venezia, in Calle Brazzo (da dove vi scriviamo, connessi col portatile wow!). Lei, alle 21, a cena di pesce alla Vedova, dietro Fondamenta della Misericordia. Io un Big Mac Menù in stazione a Bologna. L'incontro è alle 23 e 15 davanti alla Madonna dell'orto. Per ora mancano le forze. Non c'è verso di scrivere una riga sul cinema. Aspettiamo fiduciosi il resto della redazione armati di taccuini, bic nere e portatili con tutti i plugs necessari. Il programma sarebbero i soliti 5 o 6 film consecutivi al giorno, e di notte in salotto a commentare postare le foto. Credo sarà più facile snobbare le proiezioni notturne e strafogarsi di cicheti... I primi inviati di Polaroid in laguna anzi al Lido, vi salutano.

(...in tivvù scorre Marzullo speciale Venezia 59 - ospite Luca Barbareschi (??) e altri 4 figuri - e dopo una clip dal film di Michele Placido sul 'love affaire' Campana/Aleramo, con Accorsi e la Laura Morante, in extremis arriva anche il commento critico di giornata: "all'Alessia dispiace che Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno si siano lasciati perché erano proprio una bella coppia". Si cominciaaaa!!!)

Jonathan e Alessia

mercoledì 4 settembre 2002

A proposito di festival:
Valido sta recensendo a puntate il suo affollato weekend a Leeds.
Molta attenzione sul redivivo Axl Rose, ma attendo anche commenti sulle esibizioni di Breeders, Moldy Peaches, Rival Schools, BRMC... oppure verrà a farli in radio...

(via Indymedia e thanx to Elena) scopro che il 15 settembre, a Bologna si terrà un AntiMTVday, festival hardcore dove si suonerà, secondo le parole degli organizzatori, "musica underground sincera e che spacchi i culi".
Interessanti anche le premesse linguistiche che stanno dietro l'ammirevole iniziativa.
Peccato non si tenga nello stesso giorno dell'evento mainstream: qualcuno distratto parteciperà ad entrambi? ;-)
L'impressione è che se alla tenda Estragon avessero speso un po' meno soldi in fumogeni (ancora?) e un po' più in risorse per far suonare l'impianto forse ci saremmo divertiti tutti di più, musicisti compresi. Però è stata una bella serata lo stesso.
Esibizione molto appassionata, nonostante tutto, dei Perturbazione (abbiamo capito bene? l'ultimo pezzo era dei Love? o dei Low?), che hanno cambiato la scaletta in corsa per "potersi sentire" e hanno tirato fuori molti pezzi dal vecchio repertorio in inglese (che ristamperanno ad ottobre).
Divertenti come ogni volta anche i sempre più magri Julie's Haircut, il cui bis ci ha regalato due canzoni nuove e tirate che sembravano fatte a mano dai Teenage Funclub :-)
Il non proprio numerosissimo pubblico contava però già molte delle star della scena indibolonniese, e così, tornando a casa nell'umido dopo il temporale, pensavamo che sta proprio per cominciare una nuova stagione in città.

martedì 3 settembre 2002

I bei blog sono tutti della Vergine?
Buon Compleanno Frammento, senza metafore e barbarie.
Grazie per Porto + The Pixies (anzi: obrigadi), in ogni combinazione semantica.
E comunque ce lo siamo chiesto anche noi un sacco di volte :-)
Questa sera un po' del rock italico che ci piace suona a Bolonnia.
I Julies's Haircut (stars never looked so bright rimane sempre uno dei titoli più felici e azzeccati, e il posterone con le stelle bianche campeggia sul muro alle spalle del mio cuscino) faranno compagnia ai Perturbazione (in circolo sarà senza dubbio nella mia top ten di fine anno) per una serata che mi auguro divertente, tra un Independent Days che mi hanno detto un po' freddino e un MTV Day sinceramente improponibile.
Polaroid ci sarà: ci si vede lì?

lunedì 2 settembre 2002

errata corrige

La simpatica Gabriela Sampaio ci fa notare che electronic polaroids non è portoghese, bensì brasiliano al cento per cento.
Scuse su scuse: le nostre recenti vacanze e suoi i bei pop link mi avevano annebbiato la vista :-)