lunedì 31 dicembre 2001

l'ultima playlist

e ultimo post dell'anno, régaz. L'altra sera puntata di chiusura come da tempo non ne facevamo. Classifiche, oroscopi, brindisi, candele, riviste inglesi un sacco di amici in studio.
Dopo la sigla (as usual, Palid di Animals on wheels), ancora una volta gli Strokes con la loro Modern Age hanno inaugurato la serata.
A quel punto Arturo Compagnoni, ritornato alla regia, forse anche complice la presenza di Fabio Merighi, ha cominciato a prenderci in giro e non ha più smesso fino alla fine dell’ultima canzone.
Come dargli torto, del resto, dato che sul mixer di Radio Città 103 c’erano i nostri quattro cd del 2001, e per lo più compilation omaggio, collezioni di mp3 o copie di terza mano?
Inspiegabilmente dimenticato dalle classifiche, l’album di Preston School of Industry ci ha persuaso che il modo migliore per continuare con un po’ di rock era mettere Falling away. E dopo un ex Pavement, suonava fin troppo facile metterne un altro, ma Jenny and the ess dog di Stephen Malkmus è uno dei singoli più belli dell’anno.
Cambio di suoni, e menzione d’onore per Aphex Twin e il suo Druqs. Come si è detto in studio, prima dell’uscita si parlava di questo album come di una pietra miliare; poi, quando il doppio cd e il quadruplo vinile sono arrivati sugli scaffali nessuno ha più fatto commenti. Anche noi confessavamo una certa perplessità; alcuni momenti, però, come la prima traccia della seconda parte, ci ricordavano l’Aphex Twin dei tempi migliori.
Per allentare, abbiamo scelto i Lamb: Sweet è "il posto dove i tuoi occhi mi dicono che ho sempre voluto essere". (perdonateci: ci sembrava molto natalizia).
Siamo rimasti in territori dance, ricordando l’album uscito quest’estate per i Basement Jaxx. La più adatta alla fine dell’anno che si approssimava ci sembrava Just 1 kiss ("e tutto andrà meglio" :-)). Abbiamo suggerito ai nostri ascoltatori (?) di mettere del vischio vicino alla radio e ballare con noi.
Un album del 2001 rimasto sconosciuto ai più è stato quello dei Call and Response: chissà perché noi ce l’avevamo. Abbiamo suonato Rollerskate che è molto morbida e funzionava bene da passaggio verso la rubrica dell’aperitivo.
Introdotta come consuetudine da Henry Mancini, La Laura ha preparato due ricette che potevano tornare buone per utilizzare champagne e spumantini che avrete ricevuto con le varie ceste di Natale: un classico Bellini, e champagne con il melograno fatto proprio come al caffè Florian di Venezia.
Jorge Regula dei Moldy Peaches suonava abbastanza romantica (secondo i canoni di Polaroid) per godersi l’aperitivo. Eppoi non potevano mancare i Moldy nella nostra playlist di fine anno!
Nelle stesse settimane in cui Adam e Kymia si conquistavano il loro quarto d’ora di celebrità, su tutte le copertine arrivavano The White Stripes. I loro pantaloni rossi sono così natalizi che non potevamo scordarli.
Dato anche che gli unici a citare i Call and Response erano stati i Kings of Convenience (su NME della settimana scorsa), i due norvegesi hanno meritato un posto nella playlist di Polaroid. Toxic girl ci ha anche permesso di ricordare una indimenticabile serata danzante al Covo dopo il loro concerto (il nostro quarto d’ora di celebrità).
La puntata volgeva al termine e la discussione su quale finale proporre era accesa negli studi della radio. Ebi, che è sempre galante, ha lasciato il passo a Ellegi e si è accontentato di mettere solo come penultima A Drop in Time dei Mercury Rev.

«Un anno
È solo una goccia nel tempo
E non può sfiorare
La forma femminile
Sdraiata nel mio letto.
Lei è una mia amica
E nell’oscurità
Riconosce il tocco della mia mano.
»

Dite voi se questa non era una meravigliosa canzone per chiudere il 2001…
Ma Polaroid si è concluso con le danze: più bel 45 giri dell’anno è stato procalmato You can’t hide your love forever dei Comet Gain (ma solo per i 45 giri: l’album, manco a dirlo, resta sempre quello degli Strokes…) e con quello abbiamo salutato i nostri ascoltatori (?).
Abbiamo poi invitato tutti a venirlo a ballare al Covo la sera del 31, dove Polaroid non mancherà.

Buon Anno régaz!



venerdì 28 dicembre 2001

Questa sera puntata di fine anno a Polaroid: ospiti illustri, giornalisti musicali ebbri di spumantino e ragazze giapponesi tra i flash delle istantanee.
Non potete mancare: ore 20 sui 103.100 mhz di Radio Città 103 per Bologna e provincia.

Se ogni tanto «resta la sensazione che quanto è successo anche solo la settimana scorsa sia roba di dieci anni fa», è altrettanto vero che in questa stagione può capitare di percepire quanto è avvenuto durante l’intero ultimo anno come roba della settimana scorsa appena. E allora, secondo l’indole, corriamo a leggere le classifiche dei dodici mesi che ci siamo lasciati alle spalle, oppure gli oroscopi di quelli che ci attendono.

Tra parentesi: Polaroid, nato in novembre, pare sia dello Scorpione. A detta dei quotidiani e dei patinati inserti, per quanto riguarda il lavoro “sono possibili nuove combinazioni, all’insegna di accattivanti complicazioni”. Le sapremo però "gestire con eleganza" (vuol dire che romperemo il mixer ma che La Laura sarà vestita benissimo). Almeno otterremo i “necessari riconoscimenti che si è consapevoli di meritare” (il genere di consapevolezza che non manca mai).
Sul fronte amore, “non sono esclusi incontri a dir poco avvincenti” ma dalle sorti ambigue (insomma: ti dico un po’ tutto quello che vuoi e ci piglio sempre). Infine, scopriamo che Polaroid "non disprezza il sadomasochismo". Wow: cosa potete chiedere di più al vostro programma radiofonico preferito?

Per quel che riguarda le playlist del 2001, bohf… vedremo stasera cosa portare in radio oltre al Chianti. In fondo, quanti dischi del 2001 abbiamo comperato (o copiato)? Quanti davvero meritavano?

martedì 25 dicembre 2001

e… ecco qui il Natale.

L’altra sera Polaroid non è andato in onda (se ne saranno accorti i nostri “ascoltatori”?), la radio trasmetteva ancora il consiglio comunale: pare che i consiglieri debbano farne un tot all’anno per regolamento e che a Bologna stiano recuperando gli ultimi in maniera furibonda…
Qui sul sito sono rimasti per un po’ i consigli cinematografici di Leonardo e le considerazioni generazionali di Jonathan: del resto è stagione.
Io ero occupato a farmi definire risorsa umana da qualche chief executive che parlava di flessibilità, you know…
(tra l’altro, la cosa divertente è che un anno fa, di questi tempi, insieme a Leonardo e Jonathan si era messo in piedi una specie di reading intitolato proprio “Risorse umane”: un contrappasso?)
By the way, oggi avevo voglia di scrivervi
E tutto quello che voglio dire è Buon Natale, régaz.
Così, senza link e senza citazioni, senza playlist raccomandate, senza immagini argute accanto: solo Buon Natale. Polaroid vi augura di stare tutti benone e si augura che facciate qualcosa di bello, davvero (senza preoccuparvi di passare per appassionati coglioni sentimentali, almeno oggi).
Unabbrascio, @ presto

lunedì 24 dicembre 2001

Non è un pezzo natalizio, ma è quello che passa il convento.
Buon Natale! E Buon anno! Voglio bene a tutti! Ne voglio soprattutto alla webmaster!

Qualcosa che puoi portarti dietro
Top of the pops è un programma triste.
Già è di per sé triste quell’ora del sabato pomeriggio, in cui, esaurite le cerimonie del risveglio, accendi la tv per sapere l’ora e ti rendi conto che è pomeriggio. E il weekend è già partito male.
E poi, se c’è un accenno di sole alle finestre, sai che sarebbe bello andare da qualche parte a fare qualche cosa, ma cosa? Jogging? Shopping? Vi sembro il tipo? E poi la casa è un cesso è va pulita, così finisco per restarmene dentro, e intanto in tv c’è top of the pops.

Uno stanzone buio pieno di giovani forzati a tenere le mani in alto – no, non sto parlando di Bolzaneto. Per di più si tratta dell’edizione italiana di Top of the Pops, il che vuol dire che a quei poveri ragazzi ammucchiati (e mai inquadrati veramente) il massimo che può capitargli è un Carboni o i Lifting-Litfiba.
Dopodiché la regia zùma sul presentatore che fa “Ragazzi! Che programma fantastico! Pensate che adesso ci sono i Jamiroquai!” E tutti i ragazzi fanno: “Wow…” – e la regia manda in onda la cassetta dell’edizione inglese, dove ci sono altri ragazzi in un altro salone buio che battono altre mani in alto (magari con un po’ più di convinzione).

Però, qualche sabato fa, il solito presentatore scemo ha presentato gli U2, e mi sono un poco commosso.
Chiariamo una cosa. Io non sono più furbo di tanti, e so che col passare del tempo non potrò fare altro che inventarmi anch’io un passato pieno di bei ricordi e nostalgie. Una volta sì che c’erano bei programmi, altro che TopOfThePops (e cosa c’era? Discoring? DJ tv? Ma per piacere). Una volta sì che c’erano veri complessi che suonavano vera musica, mica questi mannequin di oggi che fanno sempre lo stesso disco e quindi per fare notizia son costretti a cambiare la foggia del cappello. I giovani d’oggi non s’immaginano… una volta… eeeh… una volta era tutto diverso.
Succede a tutti, perché non dovrebbe succedere a me?

Però gli U2, a top of the pops… fanno un effetto veramente strano. Bono, per esempio. Bono non è che sia sempre in giornata. A volte stona un po’, diciamo che gli scappa un’oscillazione di un quarto di tono. Non sentirete mai nessun altro cantante stonare a Top of the pops.
E The Edge, se ha deciso di portarsi dietro una chitarra acustica un po’ pesante, vedrete che china il collo ogni tanto, perché la chitarra lo tira giù. Oggi le chitarre non si suonano, si indossano, sono leggere e molto eleganti, ideali per posare in un video e fare tutte le mossette giuste. The Edge – non voglio dire che sia un musicista, no (non ha neanche mai preteso di esserlo), ma assomiglia ancora a una persona che suona uno strumento. Un suonatore, non uno buono solo a sculettare davanti ai riflettori.

Insomma, alla fine dei conti, quello che ti rimane degli U2, dopo aver imparato a suonare sulle loro canzoni (che con due corde di chitarra fai tutto Joshua Tree), dopo tanti dischi che hai amato e poi odiato, tante interviste e foto e film, e momenti in cui eri l’unico ad apprezzarli o l’unico a dire che erano cotti, o quando tutti dicevano che non erano più quelli di una volta e tu rispondevi meglio così… alla fine dei conti, quello che ti rimane degli U2 è un po’ di genuinità. Gli occhi tristi di Bono che sembrano dire: mi è andata bene, potevo finire scaricatore nei docks di Dublino, invece faccio il cantante e mi vedo con Nelson Mandela.

E guardate che non è mica stata facile. Guardate tutti i loro coetanei. Guardate i REM, che ormai sono la versione americana dei Pooh. Guardate Springsteen, che per centomilalire ti mette a sedere in teatro e non ha niente da nuovo da suonarti da dieci anni in qua. Guardate i Simple Minds. Chi? I Simple Minds. Chi? Quelli che in realtà erano più bravi degli U2. Chi? Sì, buonasera.
Ne hanno dovuto indossare di mascherine, per riuscire a far passare qualcosa di genuino alla dogana degli anni ‘90. Roba paragonabile solo al vecchio Bowie: hanno messo insieme Naomi Campbell, Wim Wenders, William Burroughs, Jovannotti, Pavarotti, Brian Eno, Mandela…. Ne hanno fatte di tutti i colori. Ma alla fine direi che ce l’hanno fatta. Sono saltati fuori dall’orgia acida e insapore di MTV riuscendo a portarsi con sé qualcosa di umano. Così, se ti trovi bloccato in un ipermercato la viglia di Natale, in mezzo a gente stanca ed esaurita come te, e ti capita di sentire "Walk on", di colpo non odi più nessuno, ma scopri di avere un po' di pietà per tutti, te compreso.

Mentre invece se sei bloccato a casa, perché non hai voglia di vederti con nessuno, e a Top of the Pops passano gli U2, ecco, sarà un riflesso della finestra, sarà ridicolo, ma è come se in quel buio salone facesse capolino un raggio di sole. It's a beautiful day!

mercoledì 19 dicembre 2001

(È da due giorni che aspetta, ‘sto povero pezzo… e quasi gli dispiace di coprire gli ultimi due, davvero belli).

Charlie don’t surf

Ho capito che bisogna andarci piano col cinema su polaroid, perché da qualche parte nella boscaglia c’è sempre Jonathan in agguato.
D’altro canto, se questo è l’unico modo per snidarlo, bisogna pure che qualcuno si sacrifichi, no? Vado io, che non ho famiglia.

(Comunque, J, secondo me l’ambiente è determinante. Mi spiego: un film “girato” a 7 Euros al Principe in inverno può crescere in qualità, e diventare un film “ben girato” a 4 Euros al Supercinema Estivo. Basta aver pazienza…)

Beh, ieri sera ho visto un bel film, si chiamava Apocalypse now… anzi, come dice quel tipo in un fumetto di Pazienza, “Apocalips’ nau: regia di Francis Ford Coppola, musiche dei Doors!”.
E di colpo ho colmato due o tre buchi della mia cultura generale.

Per esempio, adesso so perché i Clash cantavano Charlie don’t surf: citavano Apocalypse Now.

E so anche perché tutti i cattivi di DylanDog e NathanNever ripetevano sempre come degli ossessi “L’orrore…l’orrore”: citavano Apocalypse Now.

E forse ho capito meglio perché gli americani stanno sempre meno simpatici alla gente. Non è una questione di guerre. Quelle le hanno sempre fatte. Ma una volta le facevano in maniera più umana. Che non vuol dire meno cruenta.
Erano più cialtroni, con qualche sprazzo di genialità. Kurtz in mezzo a un branco di serfisti in acido che sparano napalm e credono di essere a disneyland. Potevi criticarli, anche odiarli, ma sentivi di odiare te stesso. Non ci siamo sentiti tutti in colpa per aver sterminato gli indiani?

Stessa cosa con il cinema: sempre un po’ cialtroni, magari facevano il passo più lungo della gamba, (come Coppola che dovette ipotecare la casa) ma gli poteva anche uscire un capolavoro.
Adesso no, adesso fanno tutto in maniera così intelligente… hanno eserciti di consulenti che staccano fior d’assegni per dirti cos’è giusto e cos’è sbagliato… fanno ricerche di mercato, individuano il target, poi bombardano a tappeto… nel senso del marketing… ma anche in guerra è la stessa cosa.

Si stanno un po’ germanizzando, ecco. Gli è presa la smania delle blitzkrieg. E non si divertono più, e si vede. E non sono più simpatici a nessuno. Magari gli diamo anche ragione: gli hanno tirato giù le torri, gli avvelenano la posta… Magari mettiamo anche la bandierina stelle e strisce sul balcone. Però il nostro cuore è altrove, anzi è smarrito, non abbiamo voglia di vedere il film in tv, né di andare al cinema perché sappiamo già che il prossimo film di Bruce Willis o Nicholas Cage sarà l’ennesima stronzata.
Perciò il breve incontro tra Sheen e Harrison Ford all’inizio assume un aspetto simbolico, straziante.

“Ciao, giovane Ford”, sembra dire l’attonito protagonista. “tu mi guardi, sorridi e non sai quello che ci aspetta. Ma davanti a te c’è Guerre Stellari, che farà di te il più grande interprete di puttanate hollivudiane, un genere che cambierà l’immaginario del mondo. Io non ci sarò: sto per salpare verso il cuore di Tenebra; quando riemergerò nessuno si ricorderà di me, a parte qualche particina: andrò a fare il sindacalista. Stammi bene, giovane Ford. Mi ricordi una lumaca che striscia sul rasoio”.

(Su un “Diario della Settimana” una bella intervista a Vittorio Storaro, direttore della “cinematography. Non posso lincarlo perché non è ancora on line, mi spiace. Se fosse aggiornato, Diario sarebbe il più bel sito d’Italia).

Martin Sheen è effettivamente il portavoce del sindacato attori americano.
E questo mi ricorda un altro grande attore che si è trovato un bel mestiere: Charlton Heston, ex Ben Hur e Mosè, oggi segretario della lobby americana delle armi. Quella che impedisce qualsiasi legislazione restrittiva sul porto d’armi, così che qualsiasi adolescente può trovare il modo di sterminare la classe con un fucile a ripetizione, se gli gira (in Italia, dove c’è il porto d’armi, al massimo puoi accoltellare i parenti).
Vabbe’, ognuno ha le sue opinioni.
Però ogni tanto continua a fare l’antico mestiere, con la consueta professionalità. Per esempio, stavano facendo un film sull’anziano dottor Mengele in esilio in Sudamerica, e nessun attore tedesco voleva la parte. Poi hanno chiesto a Charlton, e pensa un po’, a lui interessava.
Qualsiasi ironia a questo punto cadrebbe male, per cui stop.
Bene così?
Aspetto la zampata.
L’orrore…

martedì 18 dicembre 2001

Quella generazione non so che...

Far parte di una generazione sarebbe bellissimo. Anzi, è senza dubbio bellissimo, perché molti ne fanno parte. Stare a correggere l'uso della parola è una battaglia nobile ma quasi certamente persa in partenza. Tanto la parola salta fuori. Per esempio, è ovvio che alla generazione o ci si iscrive da soli, o ti ci iscrive qualcuno, ma una volta dentro ti tieni anche la parola e vedrai che usarla ti risolverà diverse situazioni intricate.

Il biglietto d'ingresso si stacca perlopiù fra i Trenta e i Quaranta (ma anche molto oltre) e la situazione più tipica è quella della "pubblica dichiarazione".

 Erving Goffman Almeno da un ventennio a questa parte, infatti, parlare in pubblico è un'esperienza riservata a tutti; meglio: programmata per tutti. Anche senza pensare al caso tipico della 'conferenza' (o della domanda proposta a un conferenziere), che già prevede che qualcuno ti chiami, basta chiedere a un qualsiasi piccolo imprenditore per farsi spiegare che nulla gratifica il più anonimo dei lavoratori come dargli la parola davanti ai colleghi: "quindi alle cene sociali facciamo fare il discorso ogni anno a un dipendente diverso", spiegherebbe il franco direttore di produzione. E chi non ha un amico entusiasta perché il capo gli ha chiesto (proprio a lui!) di scrivere un pezzo sul giornalino di fabbrica? Oppure, al di fuopri di queste superprogrammate "forme di rappresentazione", per citare un sociologo non da salotto ma dei salotti, cioè Erving Goffman (e ora tutti a cercare sulla Garzantina per colpa dell'amico saccente), chi non ha mai parlato ad alta voce in mezzo a un gruppo di amici, chi non è salito almeno una volta sulla scena di una tavolata a ferro di cavallo?

In quei momenti la generazione ti soccorre. Ti si scopre davanti con una naturalezza disarmante. "Come avevo fatto a non pensarci prima?", ti dici. E' che dopo le prime frasi di solito alzi lo sguardo e vedi gli occhi degli altri (degli altri qualsiasi), e capisci che più o meno ti stanno dicendo "ma cosa vuoi?", "ma perché dici queste cose", "ma chi diavolo sei?", "a che titolo parli a voce alta tu, qui, in questa pizzeria?", "avrai pure un motivo per starci a raccontare tutto questo". Lì ti scopri dentro una catena di generazioni (e ti posizioni dove vuoi o puoi, sia ben chiaro, non ci sono regole). Infatti, quasi non te ne accorgi e stai già dicendo: "Del resto quelli della mia generazione...", e tutti sembrano capire; oppure: "Mica come le giovani generazioni...", e tutti stanno con te o contro di te. Forse non sai bene quale ma alla fine una generazione di riferimento te la trovi.

A Modena, per esempio, l'Equipe 84 è un asso nella manica mica da poco. Dovunque ti trovi, trovi uno che a quella generazione lì ci si iscrive subito, che si ricorda il Cantagiro o comunque che si mette volentieri prima o dopo, salta sempre fuori Vasco o il Festivalbar. Alla fine direi che le generazioni fanno simpatia, cioè creano un'atmosfera simpatica, un po' come trovarsi in compagnia in centro alle sette di sera (e qui, per rimanere in campo musicale, ma è solo un esempio, il grande maestro è Red Ronnie, una specie di teorico della generazione come categoria interpretativa e produttiva). Il vero problema, al limite, è se si comincia a parlare della "mia" generazione sotto i vent'anni.

Resta il fatto che usare le generazioni come uno strumento da compagnia, per rallegrare la serata triste o il pomeriggio statico, può essere divertente. Col tempo si può anche diventare dei discreti professionisti. Chi vi scrive quersta noticina, per esempio, si considera un discreto professionista del genere. Dopo anni di studio e di parole a vuoto, per esempio, si può usare la generazione anche come un espediente per spiazzare e lusingare. Se siete a cena con intellettuali, scegliete il nome giusto e uscitevene con una frase del genere, calcando sul "noi", il pronome magico che fa generazione: "Noi del resto siamo quelli che hanno letto Broch dopo la guerra e l'esistenzialismo...". Oppure, se si parla di computer ecc.: "Ma la nostra generazione è ancora quella che si ricorda i primi PC della Texas Instruments, il Basic studiato sui primi manuali...". Nessuno se la sentirà di estraniarsi da colossi come Broch o la Texas Instruments. Nessuno capirà più niente di quello che si dice. Sarà tutto un affastellarsi di nomi un po' a caso, da Sartre ai Vic 20, da Hofmannsthal e Joyce allo Spectrum e l'Amiga. archeologia di una generazione: lo ZX SpectrumTutta un'archeologia disperata nel tentativo di trovare un terreno solido su cui far scendere quella cazzo di generazione che vi siete inventati voi, da cui nessuno vuole rimanere fuori ma in cui nessuno sa come infilarsi. Pensate che bello, tutti fratelli per qualche ora su un pianeta che non esisterà mai, quello di chi "ha letto Broch dopo la guerra e l'esistenzialismo". Ma a questo punto il consiglio è quello di starsene buoni ad ascoltare, perché a riprendere la parola si rischiano solo figure di merda.

lunedì 17 dicembre 2001

i moralisti del lunedì mattina [2]


La settimana scorsa su Leonardo è cominciata un’interessante inchiesta (come altro possiamo chiamarla, Leo?) sui vari motivi per cui non si dovrebbe utilizzare l’espressione “no global”. L’abbiamo anche segnalata in trasmissione l’altra sera, e spero che l’abbiate letta: mi sembra efficace tanto politicamente quanto retoricamente.

In un passaggio, però, Leonardo forse lascia un po’ indistinto un concetto importante. Scrive infatti: «detesto l’uso del sostantivo “generazione” in ogni sua declinazione: “generazione x”, “generazione y”, ecc. Ho una notizia per voi sociologi da salotto: le generazioni non esistono, non veniamo sfornati tutti da un cavolo lo stesso giorno ogni dieci anni, bensì nasciamo in continuazione (in un modo che qui sarebbe lungo spiegarvi)».

[fra parentesi, vi segnalo almeno la generazione J…]

Indipendentemente da quello che possono dire i sociologi da salotto (costume che pure i ragazzi di Polaroid avranno indossato qualche volta per sbaglio, o per ridere), l’uso di “generazione” per identificare quelli nati nello stesso giorno ogni dieci anni appare quello più superficiale (anche se, dato che ormai “siamo tutti americani”, prima o poi sarà organizzata anche per noi la reunion della class of 74, ricordando i bei tempi del college in Zamboni Street…).
Direi che "generazione" si usa per raggruppare (più o meno in buona fede) le persone non in base all’età ma per quello che fanno insieme.
Ad esempio, tanto per tirare subito in ballo La Generazione forse per antonomasia, quelli del 68 non li chiamiamo così perché erano nati tutti esattamente vent’anni prima (o meglio, non interessa solo questo), ma perché si riunivano sotto idee comuni ecc.
A sua volta, mi pare che la “generazione x” sia stata identificata perché non ha preso in considerazione certe scelte – mentre la coerenza d’età va bene per uno slogan fiacco o un titolo senza idee.
La nostra generazione, infine, sarà forse ricordata come quella che per prima ha utilizzato il computer come mezzo di comunicazione di massa, e non solo come calcolatore. O forse per qualcosa di peggio.

A questo punto sposterei la distinzione di Leonardo su un altro piano, e resterebbe comunque valida. Cioè: come gli appartenenti a una generazione non sono omogenei anagraficamente, così non possono nemmeno essere unanimi nel fare o non fare certe cose. Quante persone conoscete che, pur rientrando per età nella cosiddetta generazione x, hanno desideri perfettamente identici a quelli dei loro genitori? E che c’è di sbagliato?
Un certo uso di “generazione”, dunque, sarebbe superficiale non tanto perché quelli raggruppati in una stessa generazione non sono tutti Giovani uguali, quanto perché i coetanei non fanno mai le stesse cose (banalmente), non hanno tutti lo stesso percorso biografico (ad esempio: Leonardo è Leonardo, io faccio Polaroid).

Arriviamo così alla domanda: perché allora parlare di generazioni? Probabilmente Panorama e simili, come mostra Leonardo, lo fanno in maniera interessata e sleale: «A che serve un’etichetta? A spaventare chi non la conosce, a blandire chi decide poi di portarla. […] Allo stesso tempo – il punk insegna – nei laboratori del prét-à-porter si sta già elaborando la collezione No Global per la prossima primavera-estate».

Pierluigi Diaco che pensa al futuro della nostra generazione....Ma se pare esista una soglia statistica per cui, oltre una certa quota, un fatto diventa “generazionale” (siamo portati a credere che nei Settanta tutti indossassero solo jeans a zampa d’elefante), forse anche il contrario delle iper-generalizzazioni dei media tradizionali è un azzardo sconsigliabile.
Cioè, voglio dire: No Global Sucks, va bene. Però quali sono i personaggi nati in questi ultimi anni, le figure “della nostra età” che da sole si sono levate a caratterizzare un’epoca?
Leonardo, lo so: può sembrare triste, ma credo che dopo la morte dei Giovani Scrittori la nostra generazione sarà ricordata per le voci di Pierluigi Diaco, di Fabio Volo e di qualche altro presentatore di Mtv. Ormai non ci sorprendiamo nemmeno tanto a leggere un manifesto dei Giovani Global (dove ovviamente si parla della Generazione I…).

La citazione di Douglas Coupland che leggiamo in apertura di ogni puntata di Polaroid (a proposito: se vi ha stancato, ditecelo) ci piace perché descrive «la sensazione che quanto è successo anche solo la settimana scorsa sia roba di dieci anni fa». Non parla di nostalgia tout court. È qualcosa di più definito, di meno tranquillizzante. Forse è un modo che Polaroid ha escogitato per disimpegnarsi dalla questione: pensare che le generazioni sopraggiungono, si accavallano settimana dopo settimana. E quello che possiamo continuare a raccontare è indifferentemente una collezione di istantanee in serrata sequenza oppure la placida contemplazione del fluire dei giorni, dipende da come ci svegliamo quella mattina ;-)

giovedì 13 dicembre 2001

riceviamo e pubblichiamo (seguirà il dibbattito):

Mi ami davvero?Luca Carboni
Lo chiede insistentemente un bolognese quarantenne che vive ancora una forte sindrome di Peter Pan, che scrive come ai tempi delle elementari e che non ha i soldi per fare un corso di dizione, uno di musica e uno di scrittura (effettivamente tre corsi sono tanti...soprattutto per chi riesce a guadagnare lo stesso).
Ecco, potremmo fare una digressione sul contenuto di questo bel pezzo, presto campione natalizio di incassi.
Ma forse non servirebbe elencare gli aggettivi (e intanto De Andrè si rivolta nella tomba) usati dal cantautore bolognese (e intanto i bolognesi con un po' di cognizione si ribellano), sicuramente pescati a caso nella cronaca locale del Carlino (quella scritta dai praticanti che frequentano le scuole medie)...
Saluti, NG

Ps: la prossima volta scarichiamo Tom Mc Rae, che è meglio




Polaroid è stato linkato anche dall'ottimo Wainer Valido :-))
Si vocifera, inoltre, di una futura joint venture con l'obiettivo di realizzare finalmente il sito italiano dedicato agli Strokes :-D
Stay tuned!

mercoledì 12 dicembre 2001


Oggi la radio non compie cent’anni, come qualcuno avrà sicuramente detto a qualche tg. Polaroid, da ultima arrivata nell’etere, in ogni caso ha dato un’occhiata in giro e ha trovato qualcosa che sembra degno di attenzione.

Un secolo effettivamente è trascorso da quando Guglielmo Marconi tentò un esperimento interessante: propagare onde radio a una distanza tale per cui la curvatura del globo terrestre poteva rappresentare un problema.
Qui trovate una spiegazione abbastanza chiara (cioè, l’ho capita anch’io) di come le cose hanno potuto funzionare. Quella è stata la premessa della nascita della radio.
Nelle altre pagine del Sole-24Ore Cultura (che fa sempre molto fico sfogliare) trovate una serie di link sulla storia e l’evoluzione della radio.

Anche sul sito della Rai è disponibile una concisa ma completa cronaca di questo secolo “on air”, ovviamente focalizzata sull'Italia. Una marea di documenti sonori (tra cui anche il bel Filippo Tommaso Marinetti, al solito entusiasta delle Parole In Libertà) si possono trovare nelle Teche Rai (consigliato solo se avete una buona connessione).

Dal sito della Rai a quello di Golem il passo è breve e sempre consigliabile :-)
Oggi parlavano di far rimbalzare segnali radio sulla luna, nonché della filodiffusione russa...

Infine, le pagine che l'ultimo numero di Repubblica Affari & Finanza dedica alla radio, alle nuove tecnologie che con essa si stanno ibridando e al marketing (che in radio pare ancora funzioni) propongono alcuni articoli davvero istruttivi.

Molto più modestamente, Polaroid sarà in onda venerdì sera come di consueto. Ci piacerebbe però dedicare alla radio l’intera puntata.
Vi vengono in mente alcuni titoli? Scrivetecelo!
(ok, lasciamo da parte “Video killed the radio stars” e “Radio ga-ga”: diteci qualcosa di più...)

martedì 11 dicembre 2001

Ci hanno fatto giustamente notare che Polaroid web è un po’ avaro di info su Polaroid radio. Perciò questa mattina, dopo la rubrica a sorpresa su kung-fu e cinema francese (thanx to Leonardo & Jonathan), vi ricopio la playlist della puntata scorsa.

Per cominciare, c’è stata la nostra sigla, Palid di Animals On Wheels, un drum&bass frantumato con sfumature jazz. In mezzo, come al solito, abbiamo letto il pezzo di Douglas Coupland da Memoria Polaroid.
Poi, dato che la nomination su nme.com era ancora calda, abbiamo aperto con gli Strokes di Last nite (la versione del primo, glorioso ep: secondo me quella con il miglior tiro).
“Last nite”, nelle recensioni più deep, è sempre stata associata a un vecchio pezzo dei Jam, A town called Malice e così l’abbiamo messa.
La disputa letteraria se fosse migliore il Paul Weller del periodo Jam o quello successivo, negli eleganti ma con impegno Style Council, ci ha suggerito di ripescare da “Our favorite shop” la classica Walls come tumbling down.
Qui Fabio (che sostituiva Arturo in regia) è intervenuto con un suo remember dell’85 o giù di lì, a proposito di un concerto degli Style Council visto a Ferrara. C’era andato in Vespa, sfidando le intemperie in compagnia di Giancarlo (che poi ci ha anche telefonato) ed era tornato con un sombrero e molta tequila in corpo.
Walls come tumbling down, dunque, crollano i muri e, ricordando quel che si scriveva su queste pagine la settimana scorsa, ho letto una pagina di De Carlo (pliz, non il romanziere). Poi abbiamo chiuso la parentesi architettura con Paolo Conte e la magnifica Architetture lontane.
Dato che già stavamo ballando, abbiamo voluto tenere il ritmo con la cara vecchia Happy hour degli Housemartins (concedetecela). Sorrisi e brindisi in studio.
Intanto una Moon river cha-cha di Henry Mancini introduceva la rubrica dell'aperitivo. Questa volta La Laura ha presentato la ricetta del Demisec in rosa e noi abbiamo cercato di imparare (ma speriamo che la posti qui al più presto: non so ancora dove mettere il pompelmo).
Abbiamo proseguito con ritmi languidi: Tropicalia di Beck andava bene per sorseggiare i nostri esperimenti e chiacchierare dell’ultima volta che l’abbiamo visto dal vivo e di quanto era fico ecc.
Venerdì scorso era anche la serata Pandemonio al Mafia di Reggio Emilia e quindi abbiamo introdotto Santos e la sua ormai nota Camels. Fabio Merighi non ascoltava tutta quella house dai tempi di "Pump Up The Volume".
In finale ci siamo regalati qualche dedica: i Belle & Sebastian di The state I’m in alla Laurina che ha contribuito con un po’ di web art (speriamo di mettere quanto prima la gif tres retrochic sul sito), e Schneider TM con The light 3000 (che poi è una cover dal futuro di “There is a light that never goes out” degli Smiths) alla Peruz che stava arrivando in treno a Bologna e ci ascoltava col walkman.
Finale epico, con baci e ringrazimenti e saluti, su You can’t always get what you want dei Rolling Stones (lasciata per tutti e sette i minuti e passa, ovviamente).
Alla prossima :-)
...e pensare che l'unica scena dei Fiumi di porpora che mi aveva fatto pensare che quel film avesse un capo e una coda era quella del kung fu, altrimenti il povero kassel come faceva a tenere testa allo strafigo detective reno. cristo ma allora c'è una coppia sullo schermo: tutto filava da dio! insomma io pensavo il contrario, cioè che tutta la menata delle sorelle, dell'assassino iperatleta, del ghiacciaio ecc. ecc. fossero una scusa per girare la rissa e le due o tre battute alla Starsky e Hutch che tengono un po' su te che guardi e danno al regista l'occasione, come si dice a Modena, per esprimersi. no, pensavo, forse le mie tredicimila non le avevo proprio regalate al magnaccia del Raffaello, non le avevo solo buttate nelle tasche dell'ennesimo tentativo di kolossal europeo (Quinto elemento a parte) che poi qualcuno avrebbe paragonato tipo a Nirvana additandolo ad esempio perché, primo è di kassovitz, secondo è ben girato (ben girato? i fiumi di porpora? diciamo che è girato), terzo è almeno un furbo prodotto cinematografico (perché il cinema, occorre ricordarlo, è anche un'industria) e, quarto, è un film 'significativo', che coglie un non so che del nostro immaginario. A me viene sempre la curiosità di sapere se i "corsivisti malinconici del cinema italiano degli anni d'oro" (ripeto: i "malinconici del cinema italiano degli anni d'oro", tipo, non so, Sommaruga, Cinecittà, il Neorealismo), se questi credono che il pubblico di quei tempi andasse a vedere i film italiani? non so se lo credono. comunque non ci andavano più di oggi. Anzi, nei fatti, fra metà anni Venti e anni Cinquanta il solito cinema americano raccoglieva circa il 40% di spettatori in più di oggi. Non riuscì a invertire la tendenza neppure il protezionismo fascista, che se non sbaglio viene applicato ancora oggi, in maniera morbida, in Francia, con la limitazione del numero di film usa distribuibili nelle sale. In fondo, chi se ne frega, ho conosciuto studiosi che mi hanno battuto a concorsi universitari (di basso rango, per carità) sostenendo in pubblico che Godard viene dai surrealisti. Io chiesi mellifluo "neorealisti"; no, no, che scherzi ai neorealisti interessava la realtà, lo dice la parola stessa, in Godard è tutto così ellittico, così complesso, dicevo proprio "surrealisti". Ma sono solo magagne inutili. E' il rimuginare di noi "global" che poi si fa spallucce e si va con la morosa a vedere iI Casanova di Fellini...

lunedì 10 dicembre 2001

breaking news: domani, martedì 11, verso le cinque, alla biblioteca pubblica di Vergato, intorno a Porretta, il poeta Alberto Bertoni leggerà una scelta dei suoi testi. Alla chitarra con echi e corde di nilon improvviserà il solito amico Jonathan...
Madame KasselNuove tendenze del cinema francese
In realtà io non l’ho visto, questo Patto dei Lupi: so solo che è un film francese coi due divi del momento (M e Mme Kassel, che mi stanno anche simpatici) che è ambientato nelle foreste francesi del Sei o Settecento e che… contiene scene di kung fu.

Leggendo questa cosa mi è venuto in mente un altro film, direi quasi un bel film, I fiumi di porpora, con Monsieur Kassel e l’altro divo, dai, quello di Leon, Reno, e il regista di – scusate se è poco – La haine (un film che galleggerà sui decenni).
I fiumi è un thriller con una curiosa ambientazione: una valle alpina (Dipartimento dell’Alta Savoia o giù di lì), sede di un’Università molto elitaria, dove si seleziona una classe dirigente con criteri eugenetici – come probabilmente alla facoltà di Sociologia di Trento, prima che qualcosa andasse storto e la provetta contenente Toni Negri si disperdesse nell’atmosfera.

La cosa interessante è che anche I fiumi, appena prima la fine del primo tempo, contiene una scena di kung fu – tra l’altro molto ben girata, con esplicite citazioni da un videogioco (che gira su una playstation proprio sul luogo del combattimento).
Per quanto ben fatta, si tratta di una sequenza del tutto gratuita, in un film che per il resto è montato al millimetro: onestamente non si capisce il perché il comandante dei gendarmi dovrebbe accapigliarsi con quel paio di palestrati nazistelli, e poi, insomma, che ci azzeccano le arti marziali con l’Alta Savoia? E in generale, che ci azzecca la cinematografia francese con il kung fu?

Saltiamo dal palo alla frasca.
C’è un corsivista che apprezzo molto, Curzio Maltese, affetto da una strana forma di timidezza su internet. Nel senso che ogni tanto su Repubblica.it appare una sua rubrica, che diventa immediatamente la cosa più leggibile non solo di Repubblica, ma di tutto il web italiano, e poi improvvisamente scompare e per mesi interi non si sa più niente di lui -- a meno di procurarsi (orrore!) una copia della Repubblica cartacea…
L’ultima apparizione di Maltese sul web (che non posso linkare, perché, appunto, è scomparso un’altra volta) è una malinconica considerazione sul cinema italiano, di cui ogni anno si celebra la rinascita, ma che si mantiene così distante dagli standard degli anni d’oro.
Chi dà la colpa ai registi, chi ai produttori, agli attori o al pubblico. Maltese suggerisce che il problema è assai più grave: il fatto è che noi italiani, ormai, non siamo più interessanti. Siamo (aggiungo io) un Paese normale, come tanti, e come Paese normale non ispiriamo più la fantasia di nessuno.
I film che vanno per la maggiore, oggi, provengono:
1. dai Paesi globali
2. dai Paesi esotici.

I Paesi Globali in realtà sono i Paesi anglosassoni, cioè USA, più il loro cinquantunesimo Stato (quello dove Tony Blair fa il governatore) e altre quisquilie tipo Australia, Canada, ecc. I film hollywoodiani sono plausibili soltanto lì. Voi non riuscite a immaginarvi un Boeing carico di detenuti speciali che fa un atterraggio di emergenza sulla tangenziale di Bologna: se invece si tratta del Ring di Las Vegas, allora sì, la scena è plausibile (vedi Con Air).

I Paesi esotici sono tutti quelli che platealmente non si adeguano allo stereotipo globale, compresa Cina e India, che pure, coi loro miliardi di abitanti, avrebbero qualche diritto di dettar legge e trovare loro esotici tutti gli altri. Un film ambientato in uno di questi Paesi si va a vedere, al di là dell’oggettiva qualità, perché ha una provenienza ‘esotica’: i film iraniani, cinesi, serbi (ma sì, anche gli spagnoli) sono interessanti in quanto tali.

In mezzo, in un limbo indistinto di Paesi né troppo globali né troppo esotici, c’è l’Italia. Per la verità c’è anche la Francia.
La Francia però ha un approccio ai problemi tutto suo, che da Carlo Magno a Luigi XIV a De Gaulle consiste nel comportarsi come se Parigi fosse il centro del mondo, o lo fosse appena stato, o stesse per diventarlo. Non importa se nel frattempo è un villaggio di casupole di fango. Chi ci comanda ora: gli americani? Benissimo, e allora si fa concorrenza agli americani. L’atomica a Mururoa. Le guerre in Africa centrale. Pur di far incazzare gli yankees persino un vecchio manigoldo come Chirac si mette a fare il pacifista.

E persino i registi, gente pacifica e oltremodo snob, che lasciata a sé stessa probabilmente produrrebbe soltanto pellicole esistenzialiste in bianco e nero, avverte l’esigenza di contribuire all’impari lotta. Loro fanno Scarface? E noi gli facciamo Nikita. Star Wars? E noi gli diam pan per focaccia col Quinto Elemento. Senza menzionare Léon, i vari Taxxi, ecc.. In realtà sto parlando del solo Luc Besson, che però ha veramente fatto scuola. Il suo successo negli USA ha creato anche un fenomeno degenerativo, quello degli ibridi, come Ronin, un film americano con Reno e De Niro in una parte da Stallone con sparatorie e inseguimenti americanissimi, fatti però nel Centro Storico di Nizza, dove anche Schumacher riesce si e no a fare gli 80...

C’è un altro elemento: la gioventù francese. Che oltre a essere playstationizzata a un livello inimmaginabile tra noi, ha anche dei seri problemi d’identità. Gli immigrati di seconda generazione, per esempio (espressione assurda, a pensarci), nati in Francia e totalmente ghettizzati. Pensate soltanto al successo dell’hip hop francese (quasi sempre di colore): in Italia un hip hop serio non è mai veramente decollato (oh peccato).

Questo spiega tante cose. Nei Fiumi di Porpora, per esempio, oltre alla scena del kung fu, ce n’è un’altra all’inizio dove si vedono due ragazzi di colore passarsi una canna e dirsi amenità come: “mio fratello sta a Parigi, man, ma sono tutti pazzi laggiù”. Certo, anche in Alta Savoia si rolla come ovunque. Ma la scena ha un che di posticcio che salta agli occhi. Insomma, è una semplice strizzatina d’occhio a quei ragazzacci di banlieue che, chissà, magari decideranno di andare a vedere questo film made in France piuttosto che l’ultimo di Bruce Willis.
E a questo punto mi viene la curiosità di andare a vedere se lo sceneggiatore non ha trovato un modo per far consumare *ascisc a Kassel anche nel Patto dei Lupi:

“Monsieur Vincent, questa spezia proviene direttamente dalla Persia orientale”.
“Interessante. E va grattugiata sopra al paté?”
“Ma no, quelle idée! Per apprezzarne il gusto occorre inalarla”.
“Inalarla? Bizarre, n’est-ce pas?

Perché no? Salvatores fece una cosa del genere, in Mediterraneo.

Insomma, la soluzione francese alla crisi del cinema né-globale–né-esotico è la seguente: sparare come gli americani, tirare fendenti come gli honk-konghesi, mostrare qualche canna di sfuggita (cosa che a Hollywood non si può fare). Sembrerebbe una soluzione ridicola, il problema è che… funziona.

Chissà, forse anche in Italia dovremmo pensarci seriamente. Pensate a com’è stato ingiustamente ignorato un film bello, intenso, onesto come Il partigiano Johnny. Chissà, forse sarebbe bastato che in qualche scena Stefano Dionisi ingaggiasse colluttazioni coi nazisti e gli facesse saltare le cervella a colpi di karatè (per poi ritirarsi nel casolare a rollarsi il meritato cannone). Cinque minuti esplicitamente trash, e poi tutto il resto del film assolutamente serio. Perché no?
Vedi anche Placido Rizzotto. Insomma, che palle questi film italiani sulla mafia, dove non ci si droga, non si spara, c’è giusto giusto una scena di violenza sessuale. Mettiamoci almeno una scena di combattimento con Placido che atterra tre capiclan a mani nude, prima di cadere sotto i colpi della lupara. Ok, non sarebbe storicamente attendibile, ma… ridurrebbe sensibilmente le poltrone libere in sala.

Insomma, pensiamoci. Tanto da qui non ci muoviamo. Difficilmente diventeremo più globali di così. Difficilmente torneremo a essere più esotici.
E allora, tantovale sputtanarci.

venerdì 7 dicembre 2001

I’ve started something I couldn’t finish

Non so se essere incazzato o trovare tutta la faccenda (poca cosa, in fondo) piuttosto divertente.
Sì, sono incazzato (con me stesso) perché non finisco mai le cose che comincio, e così se c’è qualcosa che va storto poi non posso lamentarmi e dire che io la mia parte l’avevo fatta.
Magari fra tre mesi lascerò perdere anche questo blog e mi iscriverò in palestra.
Ma forse c’è anche un punto di vista più leggero, quasi buffo: sono coincidenze, sono pensieri nell’aria: è normale che diverse persone se ne approprino nello stesso momento. Anzi: è di stimolo e conforto.

La questione è che io, come tanti, scrivo. E do una grande importanza a quello che scrivo. Magari non finisco nemmeno una cosa, e già sono lì a ragionare su quale posto avrà nel mondo. Lo fate anche voi, no? (ditemi di sì, vi prego).
Credetemi, vedo perfettamente il patetico della situazione ma, insomma, ognuno coltiva le proprie nevrosi come meglio può.
Così, capirete, ci sono rimasto di ghiaia quando sull’ultimo numero di Rumore ho letto queste parole di Fabio De Luca:

«Rispetto al 1981, ve ne sarete accorti, i tempi si sono dilatati: si vive più a lungo (lo dicono i medici), si è giovani fino a 35 anni (lo dicono i sociologi), si consuma in maniera più critica (lo dicono gli esperti di marketing). […] Ma succede anche un’altra cosa strana: la continuità emotiva, stilistica linguistica, affettiva di questi ultimi vent’anni di storia della cultura pop (o della cultura tutta) è assolutamente più contigua rispetto a quella degli analoghi vent’anni precedenti. In altre parole: tra il 1981 e il 2001 ci corrono gli stessi anni che correvano tra il 1961e il 1981. Solo che il 1981 è oggi, al tatto, molto più “vicino” nello spazio e nel tempo di quanto non fosse il 1961 nel 1981».

Il tema è interessantissimo, almeno per me (che considero De Luca un notevole saggista – a parte quando si trascina troppo dentro questa cosa della dance), ma io a metà frase ero già altrove.
Un paio di mesi fa (Jonathan mi può essere testimone) avevo cominciato l’ennesimo racconto. Tra gli appunti c’era più o meno questa battuta di dialogo:

«È inquietante: sono passati vent’anni da quando i Cure incisero Boys don’t cry. Quand’ero piccolo, vent’anni era la distanza che separava i miei genitori dagli anni Sessanta, il passato per eccellenza. Però quelli, mi sembra, erano proprio il passato, e il presente era la vita, un’altra cosa. C’era una separazione.
Adesso, se mi metto a pensare a una cosa come le canzoni che mi piacciono o che vorrei ballare a una festa, Boys don’t cry viene fuori per forza. Ma non per revival o nostalgia (all’epoca avevo cinque o sei anni): anche se è una canzone di vent’anni fa la sento parte del mio presente, e così molte altre cose. Intendo dire che nella vita che vivo non avverto più quella separazione tra ciò che mi circonda e ciò che non è più presente. Sembra di nuotare in una soluzione liquida che ci tiene a galla e ci nutre, ma che è anche opaca e ci impedisce di vedere. Non c’è più distanza nel tempo fra quel tempo d’infanzia e oggi. Questa interminabile adolescenza».

Lasciamo stare, per cortesia, il valore letterario di queste mie parole. Mi interessava solo dire quello che pensavo allora, quanto più direttamente possibile.
Non vorrei ripetermi, ma è inquietante. Quasi le stesse date, quasi lo stesso ragionamento e, soprattutto, quasi lo stesso sentimento… régaz, ma cos’è? Matrix?

Poi lo so, i blog con troppi sfoghi personali sono un po’ noiosi, però magari mi piacerebbe che qualche dottorando in filosofia venisse qui, a consolarmi parlandomi di Zeitgeist e cose così…

giovedì 6 dicembre 2001


still about music (riceviamo e volentieri postiamo):
il Piddu mi segnala che domani sarà al Maffia di Reggio Emilia per la serata Pandemonio con Santos e Roberto Masi.
Get Shakadelic!
Ovviamente il programma ideale prevede prima un aperitivo in zona Bologna, così da sintonizzarsi su Radio Città 103 alle 20 per il consueto appuntamento Polaroid
Joey RamoneAltre buone notizie da New York per cominciare bene questa mattinata pre ponte.
Con un po' di colpevole ritardo, scopriamo che a qualche isolato di distanza dal CBGB, proprio nel quartiere dove visse per anni, dedicheranno una strada a Joey Ramone. Lo Zio sarà contento :-)
Maureen Wojciechowski, la tipica ventenne di Staten Island che frequenta il college, ha promosso la sua bella raccolta firme e ha presentato la proposta alla Public Safety and Transportation Committee di Manhattan.
La cosa buffa è che all’inizio solo due degli otto membri del consiglio sapevano chi fosse Joey Ramone. Hanno dovuto canticchiargli “Hey! Ho! Let’s go!”. Alla fine il voto è stato unanime.


mercoledì 5 dicembre 2001

The Strokes: il miglior disco dell'annoWow, ok: ammetto di sentirmi un po' come se la mia squadra del cuore avesse conquistato uno scudetto. Ma régaz: Is this it degli Strokes è disco dell’anno per NME e, d’accordo, non poteva che andare così dopo tutto l’hype di quest’estate, ma anyway: abbiamo vinto!!

(seguiranno smentite e commenti più seri da parte dei numerosi e prestigiosi giornalisti musicali invitati a scrivere per questa testata? :-)

hello Glauco, poche righe per suggerirti un libro (e se, come è probabile, lo conosci già, almeno apprezza il mio avventurarmi lungo sentieri che non mi sono familiari).

Per una serie di coincidenze che sarebbe bello raccontare con un certo piglio barocco (La Laura c'entra sempre), ho passato il pomeriggio e la sera sulle Conversazioni con Giancarlo De Carlo di Franco Buncuga, edito da Eleuthera (un libro di un anno e mezzo fa che, da quanto ne so, non è andato nemmeno tanto bene). Il sottotitolo (e qui spero di cominciare a stuzzicarti) è "Architettura e libertà".

Giancarlo De Carlo, classe 1919, ha una biografia sorprendente e invidiabile. La descrizione degli anni d'adolescente in Tunisia mi ricordava quel romanzo di Maggiani che proprio tu mi consigliavi anni fa, Il coraggio del pettirosso. C'è tutto il racconto della nascita della vocazione a Milano che è davvero esemplare, e c'è l'incontro con la cultura anarchica (tra il servizio militare nel mare di Grecia e l'esperienza partigiana), affrontata senza romanticismo, con spontanea partecipazione, come unico sentimento possibile.

Non so giudicare Giancarlo De Carlo in qualità di architetto o urbanista. Come uomo senza dubbio deve essere stato in qualche misura eccezionale. Il capitolo sulle vacanze a Bocca di Magra insieme a Elio Vittorini, Giulio Einaudi, Vittorio Sereni, Calvino, Pavese e altri, è di quelli che ti fa rimpiangere d'esser nato tardi per il Novecento (e forse troppo presto per il seguito). C'è una fotografia, in basso a pagina 58, in cui le figure sono dislocate secondo una proporzione austera che non so spiegare; evoca il movimento di un pensiero, elegante e rigoroso ma nient'affatto chiuso, anzi.

Poi sono venuti gli articoli di architettura sulle riviste anarchiche, le polemiche con i seguaci di Le Corbusier; poi la nascita del Team X (un gruppo internazionale di architetti che si ritrovava non per fare convegni ma per amicizia e per discutere dei lavori di ciascuno); poi gli attacchi dalla sinistra in quasi tutte le città in cui ha lavorato; poi l'incontro con Carlo Bo e la città di Urbino, i progetti per l'Università; la distanza dal post moderno; la creazione dell'ILAUD, della rivista "Spazio e Società"...

Ho ripreso un libro di poesie di Sereni che ho letto grazie a Jonathan, Gli Strumenti umani. C'è una poesia dedicata a Giuliana e Giancarlo De Carlo. Non è fra le migliori della raccolta ma mi piace perché lui li ricorda "ballerini e acrobati com'erano / con vocazione di poveri / di cui sarà il mondo domani, / salute gioventù fierezza scatto".
E così oggi io vorrei.

martedì 4 dicembre 2001

Leonardo parlava qualche tempo fa del filmato sul G8 di Genova realizzato da illustri registi italiani. Raccontava la confusione nelle immagini fra i tre giorni, delle parole non tradotte, della sciatteria che si stentatava a comprendere dati i mezzi, del lieto fine assurdo e fuori luogo.
Contemporaneamente sul sito di Golem (tra i più interessanti siti legati a programmi radiofonici) è partito un forum sui ricordi impiantati che ci verrebbero trasmessi dalla tv, specialmente in tempo di guerra.
Inquietante.

lunedì 3 dicembre 2001

Lunedì nebbia, poco tempo, domani il resto se stasera leggo qualcosa che mi sbrina i neuroni.
Breaking news: gli Strokes hanno annunciato le date europee della prossima primavera. Saranno in Italia il 12 marzo, all'Alcatraz di Milano. Polaroid non mancherà e stiamo già organizzando il furgone :-)
Peccato per il Covo, quasi ci avevamo creduto...
Ma sapete che alla fine dell'estate La Laura e io avevamo anche cominciato a mettere su un micro sito italiano? Poi sono mancati rinforzi e le paginette sono rimaste lì, vuote: se volete partecipare, scriveteci!

A propòs de Covo, grossa delusione sabato sera per i numerosi presenti (tra cui spiccava il Piddu - carine le foto sul sito di Santos) alla seconda serata unhip records: i Lali Puna hanno dato buca, si vociferava che Giovanni The Modest avesse addirittura accompagnato la cantante al pronto soccorso...
Così abbiamo comperato una delle rarissime magliette unhip, non abbiamo ballato, ci siamo tenuti sobri, le gentili ragazze del Covo ci hanno ridato i soldi del biglietto e siamo andati a nanna presto.

Se non avete idea di chi cavolo siano i Lali Puna qui, oltre a una succinta bio, trovate un paio di mp3.