venerdì 30 novembre 2001

Questa sera puntata ufficiale numero uno di Polaroid. Imperdibile.
Mi è capitato di riascoltare in macchina la cassetta della puntata pilota. Improbabile... ma: impareremo, Arturo?
Poi, a un certo punto abbiamo detto, quasi per caso, che Polaroid è un programma in nice price.
A ripensarci è un’immagine che mi piace. Ci torneremo su. (ripassare Barthes?)

George Harrison

abbassate le bandiere: oggi my guitar gently weeps

giovedì 29 novembre 2001

noi abbiamo avuto l'equivoca fortuna di avere un sogno e una visione da giovanissimi, di una intensità che non avremmo potuto sopportare da grandi. quando ti capita una cosa del genere sei marchiato per sempre, come quelli che diventarono comunisti negli anni trenta. non c'è altra via per continuare, per noi è così.

ci si vede tutti al corn exchange di cambridge, che non è quello dove abbiamo visto i grandaddy lo scorso febbraio, il prossimo 26 marzo a vedere se gli strokes hanno scritto qualche nuova canzone, oppure domani sera in radio a farsi un aperitivo in polaroid.
hello Jonathan, qui c’è stato un virus, è rimasto bloccato tutto per un paio di giorni.
Ti ricordi quelle inezie che ti scrivevo sulle foto di Vittorio Sereni in vacanza a Bocca di Magra? Non so, ci sono certe coincidenze che ogni tanto di fanno credere che alle cose ci sei proprio dentro, capisci, leggi, scrivi e allora per un po’ sei a posto.
Guarda, devi assolutamente procurarti un libro di Giancarlo De Carlo, un architetto, urbanista e scrittore (non so in che relazione sia con la Laura ma è stata lei a chiedermi di comprarlo), si intitola Nelle città del mondo, è nei tascabili Marsilio.

«La sera ci trovavamo all’attracco del traghetto a Bocca di Magra e magari attraversavamo di nuovo il fiume per andare al “Pilota” a ballare; oppure decidevamo di restare e allora il paese era nostro perché gli abitanti che si alzavano presto erano già a dormire, e potevamo correre sfrenatamente in giro, giocare a guardie e ladri o a ruba bandiera. Ma se faceva fresco o si aveva voglia di quiete, allora poteva capitare che ci si radunasse da chi aveva affittato le case più grandi per improvvisare recite, che venivano prese per scherzo e qualche volta un poco più sul serio […]
Spesso tra un traghetto e l’altro ci sedevamo sul muretto che era davanti al “Sans Façons”, dove le barche attraccavano, e parlavamo di cose correnti e banali, ma qualche volta anche di quello che stavamo facendo o ci proponevamo di fare. In questo caso eravamo un gruppo più piccolo: Elio Vittorini, Vittorio Sereni, Giovanni Pintori, Italo Calvino quando c’era, forse Albe e Lica Steiner, Giuliana se le capitava di passare».

p.s.: se mi volevi ammazzare col martini ci sei riuscito in pieno...

martedì 27 novembre 2001

Com’era prevedibile, Leonardo aveva un punto di vista molto più chiaro del mio intorno a questa cosa del Buy Nothing.
Che poi si tratta di una chiarezza intorno a un’aporia, ma fa lo stesso.
Un po’ di scettica leggerezza chiede Leo e questo è quanto troverete su Polaroid, régaz :-)
200.000 non violenti... dove li ho già visti...Un altro mondo è.... bleeeargh!
Era di sicuro meglio andare al cinema ma, paccato dall’ennesima fanciulla, domenica sera non mi è restato di meglio che sistemarmi sul divano ad aspettare Un altro mondo è possibile, il Documentario Finale sui giorni di Genova, firmato da praticamente tutti i registi italiani (per evitare polemiche quelli che non c’erano sono comunque stati inseriti nei titoli di coda).
Non dico che mi aspettassi un capolavoro, dico che lo esigevo. Una trentina di registi a spasso per Genova con equipaggiamento professionale. Erano presenti a tutte le manifestazioni, hanno intervistato tutti i protagonisti. Due di loro sono arrivati persino davanti alla Diaz, con la loro brava pettorina I registi italiani a Genova: tempestivi e coraggiosi, bravi. Che poi per montare tanto materiale ci siano voluti tre mesi, pazienza: si capisce che c’erano da fare scelte coraggiose, e quando hai 40 minuti a disposizione ogni fotogramma è sacro, no?

Il risultato, beh…
Era di sicuro meglio andare al cinema.

Io posso capire tutto. Vogliamo dare più spazio ai contenuti? Benissimo. Mettete mezz’ora di interviste, io non chiedo di meglio. E invece qui, appena qualcuno prende parola e cerca di dire qualcosa, immediatamente viene sfumato su Manu Chao, o Bob Marley. C’è giusto il tempo per recitare un paio di slogan e poi staccare su un gruppo di ballerini coi bonghi (cheppalle).
E poi, insomma, in tre mesi è mancato il mezzo per aggiungere qualche sottotitolo? Io, povero spettatore domenicale, posso anche riconoscere Mandela a prima vista, ma come faccio a sapere che quella signora con l’aria da maestra distinta è l’economista Susan George, che quel filippino bruttino è l’economista Walden Bello, che quella simapatica vecchietta tracagnotta è il premio Nobel Rigoberta Menchu, che quel simpatico signore che parla come Falcao è il teologo della liberazione Frei Betto (quest’ultimo neanche tradotto, perché si sa, i brasiliani parlano praticamente in genovese)?

Vogliamo mostrare le manifestazioni pacifiche? Ottimo. Non chiedo di meglio. Mostrate la marcia dei migranti di giovedì, le piazze tematiche di venerdì, la folla immensa del sabato: tre momenti ben distinti fra loro. Mostrate come in tre giorni, malgrado la repressione, la gente sia quintuplicata.
Non mescolate tutto assieme come se fosse un immenso carnevale di Rio! Dalle immagini sembra che ci sia un mucchio di gente per strada (che balla coi bonghi) mentre un altro mucchio di gente sta seduto in una piazza davanti alla Zona Rossa. Cosa significa?

(Tutto sempre, rigorosamente sotto il sole. Si vede che alle prime gocce le cineprese professionali vanno in tilt. A Genova ci siamo tutti presi un’acqua tremenda, tre campeggi si sono allagati, giovedì sera la gente non sapeva dove dormire. Torni a casa e scopri che a Genova non hai fatto altro che ballare sotto il sole. Altro che protezioni in plexiglas, la protezione solare, ci voleva).

Non vogliamo insistere sulle violenze della polizia? E allora non mostriamole nemmeno. Ci sono altri documentari (anche no copyright) che documentano tutto a sufficienza, e poi il coraggio uno ce l’ha o non ce l’ha, non lo si può pretendere da tutti.
Ma non mettete qualche pestaggio qua e là, qualche inquadratura di Giuliani, tutto rigorosamente già visto (impossibile identificare un solo poliziotto o carabiniere), e senza audio! Peggio, con l’insulso Philip Glass in sottofondo! Cosa significa? La polizia carica, la gente grida, e voi mettete su Philip Glass? Ma in che set vi credete di essere? Quello è sangue vero, sangue nostro.

La fotografia, ok, è ottima. Ma essere registi cosa significa? Saper usare un equipaggiamento professionale? O saper raccontare storie, anche vere se necessario?
L’immagine finale (Glass a parte), con bandiere e bracci alzati, è molto bella. Ragione in più per incazzarsi. È un vero e proprio lieto fine: ci hanno caricato, ma adesso siamo qua. Certo: ma mentre quelle migliaia di persone sbandieravano in Corso Torino, la polizia ne caricava e disperdeva altrettante in tutta la città. Poi ci sarebbe stata l’irruzione alle Diaz. Poi le torture a Bolzaneto. Buona parte del peggio doveva ancora iniziare.
Non è giusto cercare un lieto fine in Genova, perché non c’è stato. Chi ha partecipato ai pestaggi, chi li ha diretti, è ancora in libertà. C’è poco da emozionarsi per i bonghi e le bandiere rosse.

L'unica speranza è che tutte quelle ore di riprese non vadano perse. Lì c'è, ne sono sicuro, il materiale per una bellissima storia su Genova, quando a qualcuno verrà la voglia (e il coraggio) di raccontarla.

lunedì 26 novembre 2001

i moralisti del lunedì mattina

(intanto a Bologna si accendono le luci…)

Sabato 24 novembre era il Buy Nothing Day, promosso tra gli altri anche dalla Rete Lilliput. Non avevo scritto niente perché non avevo tempo, perché Leonardo è più bravo a spiegare certe cose, perché non mi ero preparato, perché la sera prima ero andato a letto tardi, perché non è detto che Polaroid debba parlare d’attualità.
Poi ieri pomeriggio, domenica, guidavo il furgone lungo una statale qualunque della pianura, un pezzo d’asfalto fra due poli industriali come tanti. E mi sono ritrovato bloccato in coda. In coda alle cinque del pomeriggio perché due ipermercati concorrenti e distanti pochi chilometri erano aperti in un giorno festivo. Di conseguenza, anche tutti i mobilifici, vivai, discount di elettrodomestici, antiquari nel mezzo erano aperti.
E io lì fermo non avevo nemmeno l’autoradio. La strada non portava da nessuna parte ma c’era la coda. Solo potevo stare a guardare la gente nei parcheggi che si avviava a braccetto verso la fila dei carrelli, verso il furgone bianco delle piadine illuminato dal neon, cercando i bambini che correvano davanti alle porte automatiche.
www.adbusters.org
Non so, avrei voluto trovarci una morale, mettere in relazione i due fatti, sintetizzare un senso. Invece ero incantato da quella folla che si era vestita bene per andare al centro commerciale, aveva caricato la famiglia in macchina per andare al centro commerciale, si incontrava e guardava la gente al centro commerciale, la domenica pomeriggio, il giorno della festa.
Non so, c’è qualcosa di male? I centri delle nostre città non sono nati come centri commerciali? Via degli Orefici, Via Pescherie Vecchie, Via de’ Falegnami… C’è qualcosa di male? Forse no, forse è solo che l’organizzazione di oggi fa più schifo.
Cioè, non per me lì in coda, capirai. Ma per la coda in cui mi sembra siamo imbottigliati un po’ tutti.
Per favore, se avete voglia, inventatevi ogni tanto delle Buy Nothing Hour mentre fate le compere di Natale. Ricordate che la dedica è più importante del libro che regalate, e che il bigliettino sopra il cd a volte suona meglio della musica dentro il cd.
E fate più spesso un po’ di Bilanci.


venerdì 23 novembre 2001

Questa sera niente programma régaz: Radio Città 103 compie venticinque anni.
Ci si vede tutti al TPO, che c'è la «Festa di finanziamento per un network della comunicazione sociale».
Oltre ai dj (e ai redattori, come precisa Arturo) della radio che metteranno i dischi, ci saranno anche tre gruppi bolognesi in concerto.
Non potete mancare, Polaroid ci sarà.
Nel nord Italia ci sono almeno due mostre “a portata di pomeriggio” che meriterebbero di essere viste. La prima è anche una delle più chiacchierate del momento, quella di Balthasar Klossowski, alias Balthus (ma davanti ai quadri pronunciate assolutamente Balthùs, con le labbra a culo di gallina). Il nome ha abbastanza consonanti slave da suonare logorato da tutti gli arbasino d’europa, ma il pittore non lo è lo stesso. Anzitutto a Palazzo Grassi ci si va sempre volentieri. Un caffè da Cipriani, e prima i ‘cicheti’, il fragolino, magari il baccalà mantecato. E poi Balthus è davvero un tipo interessante. Ha quest’aura di “alta cultura”, da amico di Giacometti, da collaboratore di Artaud, da quello che si faceva comprare i quadri da Picasso, da fratello di Klossowski (il Pierre autore di uno dei titoli più erotici della letteratura francese “Roberta stasera”), da bimbo cresciuto sulle ginocchia di Rilke (la frase che riecheggia da mattina a sera nelle voci dell’atrio è: “del resto Rilke si scopava sua madre”). Entrando c’è davvero da chiedersi se nonostante tutto questo uno può mettersi a dipingere qualcosa di interessante. Forse sì. I corpi di Balthus più li guardi più ti colpiscono. Anche se si sente più spesso parlare dello spazio e delle strane prospettive o delle proporzioni alterate, quello con cui si esce sono le posizioni, in tutto due o tre ridipinte per un cinquantennio, di questi tizi e di queste tizie così fantasmatici e così carnali. Intorno a voi si sprecheranno i commenti sulla pedofilia quindi moderate l’entusiasmo davanti alle prime minorenni depilate o a quattro zampe. Per il resto c’è da ricordare una frase che si può ascoltare ripetutamente nel bel filmato in inglese che si può vedere nell’ultima sala e anche leggere su una parete. Cioè che lui non capisce come si possa dipingere per esprimere se stessi, per comunicare se stessi, la propria vita le proprie emozioni. L’arte serve a parlare d’altro, mica di sé. Come non provare una straordinaria attrazione, di questi tempi, per un pensiero del genere. Quando sembra che le uniche parole o le uniche forme si possano raccogliere nell’orto dell’esperienza vissuta, o che l’unico romanzo possibile sia quello lirico di un’io minore. Balthus fa veramente venire voglia di andare a cercarsi qualcosa da dire senza pensare a dove si è, a cosa si fa, a chi si crede di essere. Forse la “cultura alta” di inizio Novecento è qui anche per ricordare questo.
E non importa che il vecchio pittore nel suo bel castello francese abbia poi dipinto più di un autoritratto. C’è una sala in cui ci sono anche dei ritratti di altri pittori (Renoir, Mirò...). Balthus li dipinge affetti da nanismo, bassi tracagnotti, quasi con le gambette monche; se stesso si fa alto, slanciato, con duo gambe lunghe e sottili fuori misura. L’autoritratto più bello è quello con i gatti. Lui in piedi fra i felini. Titolo: “Le roi des chats”; in inglese sulla targhetta: The king of pussy. La traduzione italiana non rende l’idea, ma forse l’unico narcisismo ancora sensato è davvero quest’ultimo.

Per la seconda mostra non c’è tempo. Sono i sacchi di Burri a Reggio Emilia. Da guardare senza sparare troppe cazzate, né prima né dopo.

giovedì 22 novembre 2001

Visti gli Air ieri sera al Vox. Quasi è stato più bello il viaggio in macchina con la nebbia, in compagnia di Maestro Arturo e Dodo degli Yuppie Flu (che ha fatto innamorare Ellegi). Dodo degli Yuppie Flu: a trent'anni si sposerà e andrà a vivere in campagna...
Del concerto non mi sono piaciuti i momenti più prog (si potrà ancora dire?), o forse non li capivo. Anche se oggi nessuno lo ascolta più, quando si deve parlare male di qualche disco si dice sempre che ha delle ricadute prog.
Ogni tanto gli Air cercavano anche di spingere sull’acceleratore, ma finivano per sembrare dei Kiss senza le chitarre...
E così abbiamo dovuto aspettare il terzo bis per sentire Kelly watch the stars in una versione “Speak & Spell” (come ha argutamente notato Alberto Simoni) e una rallentatissima Sexy boy che assomigliava a qualche cover dei Pink Floyd (non a caso sommersa da cascate di luce rosa che finivano sulle prime file del pubblico).
Altri momenti, invece, erano decisamente indovinati: People in the city suona molto meglio dal vivo; Radio #1 è comunque un tormentone e How Does It Make You Feel? sembrava uscita dalle mani di Lennon (John, non Sean, pliz…).
L'impressione è che gli Air cercassero di ricostruire un concerto di venticinque anni fa (lo proverebbero certe scelte di suoni: batteria quasi in mono, frequenze basse e pastose spalmate a destra e sinistra, un mantello di riverberi a coprire tutto) e non ci sarebbe niente di male (è tutto l'anno - o il decennio? - che sto recuperando i Seventies dalle fonti più disparate) ma forse alla loro musica non ha giovato un set davvero voluminoso.
Air: french music bandIn conclusione, il prezzo del biglietto era notevolmente spropositato (per quei soldi ci vai a vedere quasi un Paolo Conte dal loggione), ma del resto a noi indie kids piace sempre vedere gli artisti diventare hip & mainstream per poi parlarne male e ricordarceli “com’erano una volta”…

Hello, my name is Leo, I am a very nice guy, I like music!

Come i cani, tra loro, si annusano il culo, così anche noi umani abbiamo i nostri metodi per fare conoscenza e capire che ci piacciamo. Se per esempio ti interesso, puoi venire verso di me con atteggiamento amichevole (la piega della bocca inarcata verso l'alto) e iniziarmi a chiedere tante cose di me da cui dedurrai la mia personalità, come per esempio:

Ma tu, che tipo di musica ascolti?

Passano gli anni, divento adulto, eppure questa semplice, cortese domanda ha ancora il potere di mandarmi in crisi. Mi blocco e inizio a pensare come sarebbe bello correre nei prati con la lingua in fuori, a quattro zampe, pisciare nelle siepi e leccarti il didietro. E invece no, mi tocca vestirmi ogni mattina, recarmi al lavoro, e quel poco tempo libero poi dovrei passarlo in asettici negozi di CD, dove a quarantamila a botta è possibile costruirsi una personalità interessante.

La realtà invece è un'altra. Non ci tenevo a dirtelo, baby, ma sono anni che, senza dirlo troppo in giro, conduco una mia guerra privata contro le major, le minor, i negozi asettici e qualsiasi fighetto da brodo di MTV e simili. Non compro CD dal... aspetta... sicuramente dal secolo scorso. E vivo benissimo.
Cominciai da piccolo a rubare musica appoggiando il mio registratore contro l'altoparlante della tv (Gerry Scotti presentava DJ television, il bello è che aveva già gli stessi capelli, pochi). Mi piaceva il rumore di fondo, il disturbo dei tasti premuti che ascoltato in cuffia poteva assordarti. Crebbi ascoltando Radio Texas da Scandiano, ci fu il tempo per diplomarsi, laurearsi e memorizzare l'opera omnia di Jimi Hendrix e dei Doors. Poi ci fu la Fonoteca di Nonantola, e il masterizzatore, infine Napster e i suoi successori. Ho ascoltato di tutto, baby, di tutto veramente, perciò non chiedermi che musica mi piace, ma che musica dovrò mettere su quando vieni a fare un salto in casa mia. Io me la procuro... tu invece pensa al sugo.

Se però insisti, se vuoi sapere cosa mi piace, bene... ho messo qui la mia
playlist di novembre
. No, soltanto i titoli... non ci sono più quei bei server di una volta.
Noterai che è un po' eclettica. Sì: serve a non addormentarmi in macchina.
E ci sono molti pezzi francesi. Sì: sto perdendo la pronuncia, mi devo un po' riabituare.
Altre domande? Vorresti sentirla? Ti sembro un tipo interessante e vuoi venire a trovarmi? scrivimi.

Però poi non stupirti se ti girerò tutt'intorno e pretenderò di annusarti. Ognuno ha i suoi metodi.

mercoledì 21 novembre 2001

Leonardo ha rifatto il maquillage al blog di Polaroid!!
a me piace. trovate voi tutte le connessioni con la citazione di Coupland che facevamo all'inizio ...

ringraziate Leonardo sommergendolo di contatti e mail :-)

HARD WORK, NO PAY, ETERNAL GLORY

Non so voi, cari ascoltatori di Polaroid (vi chiamo ascoltatori anche se magari avete solo visto questa pagina e fate finta di non sapere nulla del programma in radio, e anche se non sono tanto sicuro che leggerete mai queste righe), ma io in questo periodo sono un po' troppo coinvolto dalle questioni tipo lavoro soldi bollette ecc.
Poco tempo per immaginare.
Quindi, leggendo i giornali questa mattina, potete capire il mio entusiasmo nel trovare questa notizia (che vi riporto volentieri: sai mai che possa essere utile a qualcuno):

«C'è tempo fino al 30 novembre per offrirsi come candidati alla Mars Society. Questa associazione Usa, che ha come scopo promuovere lo studio e l'esplorazione del pianeta Rosso, cerca volontari che, non stipendiati, provino a vivere per mesi nelle due basi Mars desert research station, nell Utah, e Mars artic research station, al Polo Nord. La simulazione, che inizierà nel dicembre di quest'anno e durerà fino al prossimo agosto, mira a sperimentare e riprodurre le condizioni in cui si troverebbe un futuro equipaggio su Marte».

È tratta dal Sole-24Ore, non so, fate voi. Hanno anche un sito ufficiale, un bel motto, un sito affiliato a San Marino...
Avete presente quelli che comperavano appezzamenti di terra lunare alla fine degli anni Sessanta e andavano in giro con tanto di contratto? Quelli sì che avevano il coraggio di investire sui sogni (con i sogni?).
Ma io nello Utah ci andrei per motivi ben più mediocri, e forse anche al Polo Nord: finisco un lavoro proprio a novembre, scommetto che fino ad agosto dell'anno prossimo non troverei di meglio.
Sarei un volontario per l'umanità? Mah, forse quando i vostri figli andranno su Marte diranno, wow si sta proprio comodi, queste poltrone le hanno modificate dopo che quel tizio è stato chiuso otto mesi nel modulo.

Però poi ho pensato: hey, ma io qui ho un programma in radio da mandare avanti, tutti i venerdì sera alle otto sono con La Laura (e magari anche Arturo, se resiste) su Radio Città 103.
No, non posso andare, mi dispiace. Ascoltateci, voi lassù nello spazio.

martedì 20 novembre 2001

Sbalordito dagli ultimi post di Leo e Jonathan, provvedo immediatamente a ripassare Guglielmino e Photoshop.
beh, régaz, è curioso vedere il blog evolvere :-)
Beh, ho pensato che vi serve un logo. "Avere un logo ti fa sentire più serio", dice il saggio
e allora ho pensato che magari...

No?

lunedì 19 novembre 2001

istantanea tre: sono ancora qui a correggere: ero giù e mi è venuto in mente cosa non mi tornava: in fondo alla prima frase del secondo paragrafo bisona aggiungere la parola produttiva: la curva produttiva dela scrittura serriana. lo sentite anche voi?
Renato Serraistantanea due: ecco in sei ore di pc cosa è emerso. è una vera anteprima.
La recensione di Renato Serra alla monografia su Herbert Spencer curata dallo studioso di pedagogia Aurelio Stoppoloni, esce sulla Romagna (anno VI, serie III, fasc.2, pp.114-115) nel febbraio 1909. Siglata in calce dalle iniziali di Serra, è questa l’unica attestazione dello scritto, di cui si riproduce senza alterazione il testo, indicando in apparato le poche correzioni agli errori di stampa. Di seguito al nome dell’autore e al titolo del volume recensito si leggeva, fra parentesi tonde, la seguente indicazione bibliografica: “Biblioteca Pedagogica dei «Diritti della Scuola» Serie II, N. 6”.
In realtà, la nota sul libro di Stoppoloni, che documenta il prolungarsi dell’interesse di Serra per il “sistema spenceriano”, si inseriva, come unico segmento filosofico, seguito solo a distanza di alcuni mesi dal Croce di Prezzolini, in uno dei periodi di lavoro più densi e continui nella curva della scrittura serriana. Da una lettera a Luigi Ambrosini datata dicembre 1908 si ricava una testimonianza utile a descrivere la vitalità della produzione serriana proprio nei mesi anteriori al febbraio 1909, durante i quali si colloca la probabile stesura del breve articolo. “Ho bisogno di far qualcosa”, scrive Serra, “vedrai nel Gennaio della Romagna uno studio mio su Beltramelli, finito (messo insieme: non finito) quasi negli ultimi giorni: e un gruppo di recensioni R.S. Roba da Romagna: anche due righe su Ringhi Tinghi. Mia la pagina sulla Canzone del Carroccio ”.
Negli ultimi giorni dell’anno, riguadagnata una forte carica progettuale dopo l’esperienza di “angoscia”, “pianto” e “orrore” per la morte della sorella, descritta proprio all’inizio della lettera citata, Serra pensava di pubblicare a getto continuo sulle pagine della Romagna “articoli e recensioni”, in modo da ritrovarsi con “un mucchio di estratti da presentare nell’autunno, quando si metterà a concorso l’italiano per la scuola normale”. Oltre ad alcuni progetti lasciati aperti, ancora scomposti in “tentativi, slanci presi da tre, quattro, dieci punti differenti”, come il “gran fascio di appunti” su Guglielmo Ferrero, da cui più avanti deriverà lo scritto Intorno alla “Grandezza e decadenza di Roma”, e l’idea, poi realizzata solo in parte, di scrivere “una serie di medaglioni romagnoli”, c’erano anche un gruppo di articoli già conclusi e consegnati alla Romagna, che segnavano l’inizio dell’anno di collaborazione più assidua alla rivista, quello, per non citare che i titoli più conosciuti, del Pascoli, che cominciava ad uscire proprio sul fascicolo 2, e della carducciana Melica e lirica del Settecento. Gli articoli usciti in parallelo allo Stoppoloni furono, nel numero precedente, del gennaio, il già citato studio su Beltramelli e la nota critico-bibliografica sulla Canzone del Carroccio di Pascoli, mentre nello stesso fascicolo di febbraio apparvero quelle al Ringhi Tinghi dell’amico Ambrosini e alle Opere poetiche di N. Machiavelli.
istantanea uno: da 45 minuti sto cercando di scrivere una frase con eleganza.
Disordinatamente dicevo venerdì scorso che mi faceva un certo effetto trasmettere da Radio Città 103. Mi tornava in mente quando cominciai ad ascoltarla, appena arrivato a Bologna: il Vinile Quotidiano, la rassegna stampa tutte le mattine, Iskra per sapere cosa c'era al cinema, Blue Monday all'ora di cena...
Adesso eravamo lì noi, praticamente per caso, dietro il vetro con i dischi, il Chianti e i nostri libri.

Agli ipotetici ascoltatori di Polaroid è stato spontaneo dedicare queste parole di Norman Mailer:
Norman Mailer
«Nel mio secondo anno di università scrissi molti racconti nello stile di Hemingway. Per quanto Dos Passos e Farrell mi eccitassero di più, era Hemingway che imitavo - probabilmente perché egli sembrava il più facile. Scrivere come Farrell o Dos Passos avrebbe richiesto più esperienza di quella che potessi avere a diciott'anni - non è facile sentire cioè che è vero nei luoghi comuni quando si è giovani, timidi, mezzo innamorati e certamente innamorati di se stessi, tormentati dal sesso e ancora pieni di sfighi d'acne - no, è più affascinante concepire se stessi come (e quindi scrivere su) eroi alti, forti, e atrocemente feriti».
(da Pubblicità per me stesso, 1959)

sabato 17 novembre 2001

ON AIR!


e cosi siamo andati in onda per davvero :-)


Con la regia del Maestro Arturo Compagnoni, Enzo e La Laura hanno disperso
nell'etere bolonniese le loro voci confuse, la loro musica vecchiotta e le loro
letture presuntuose...

Dicono che spesso parlavamo fuori dal microfono, un po' per i cazzi nostri,
ma che almeno si rideva. Dicono che non sta bene parlare per radio a bocca
piena. Dicono che forse dovremmo prepararci qualcosa di più, oltre ai toast con
la frittata.
Bello bello bello.   The Strokes: ma quanto sono fighi?

Sono proprio contento. E poi abbiamo cominciato con gli Strokes! (erano mesi che sognavo di presentarli...)
Prossimamente un post interamente dedicato a loro :-P

(o forse prima qualcosa su Paolo Conte...)

venerdì 16 novembre 2001

tratto dal Sole-24Ore:

Ultime foto per Polaroid

Polaroid all'ultima istantanea. La società diventata simbolo mondiale delle foto istantanee sarebbe ormai sull'orlo della bancarotta, una mossa obbligata per tenere a bada i creditori e procedere alla vendita parziali o totale delle sue attività. Lo riporta il Wall Street Journal, ripreso anche dal sito finanziario della Cnn, affermando che la richiesta di protezione presso il Tribunale fallimentare dovrebbe essere presentata già oggi.
Per mesi Polaroid ha cercato di ristrutturare le sue attività di fotografia istantanea, un mercato sempre più eroso dalle applicazioni digitali, strappando una serie di proroghe sui pagamenti di debiti che hanno raggiunto i 900 milioni di dollari. Ora è molto improbabile che la società sopravviva alla dichiarazione di bancarotta come entità indipendente.
«C'è molto interesse intorno all'acquisizione di Polaroid. - ha dichiarato Henry Miller, vicepresidente di Ag Dresdner Kleinwort Wasserstein, il consulente finanziario della società - Non c'è ragione per credere che la dichiarazione di bancarotta ostacoli queste trattative. Anzi, spesso la protezione del Tribunale fallimentare aumenta le probabilità di vendita». «La questione non è solo sistemare i dati di bilancio. - ha dichiarato una fonte interna a Polaroid - Si tratta di decidere qual è il campo dove operare».
10 ottobre 2001

Personalmente, oggi mi piace molto che "decidere qual è il campo dove operare" sia importante tanto quanto i bilanci da sistemare. Anche se Mr. Fonte Interna non ne fa una questione ontologica, credo sempre di più che non sia stata casuale la scelta di Polaroid come titolo del nostro programma, vero Ellegi?

ps: Polaroid ha dichiarato bancarotta due giorni dopo.

giovedì 15 novembre 2001

un frame dal video di Animals on Wheels Nell'introduzione a Memoria Polaroid del 1996, Douglas Coupland (il suo sito è un'opera d'arte in continua trasformazione) scriveva queste parole:
«... a mano a mano che il nostro mondo sembra "accelerare", le date di scadenza timbrate su quel qualcosa che "dà il senso di un'epoca" tendono a sovrapporsi sempre di più, oppure perdono importanza. Mi capita di trovarmi a ripensare con malinconia a quel periodo di neanche tre anni fa, per dire, in cui le camere da letto degli adolescenti erano tutte un florilegio di decalcomanie di margherite e il grunge dominava le piste da ballo. A un altro livello, penso ai tempi in cui l'esigenza di "interfacciarsi" non aveva ancora pervaso la forza-lavoro mondiale del suo immaginario onirico fatto di fobia del ritorno all'era pretecnologica e obsolescenza selvaggia, come succede oggi. In cinque anni ne è passata di acqua sotto i ponti. [...] idee che un tempo venivano considerate "marginali" o "devianti" sono divenute dominanti nel dibattito quotidiano; la medietà è scomparsa; i diritti acquisiti si sono volatilizzati; l'ironia è ascesa al potere; un flusso ininterrotto di macchinari sempre nuovi ha generato rivolgimenti sociali sconfinati... e alla fine resta la sensazione che quanto è successo anche solo la settimana scorsa sia roba di dieci anni fa».

Ecco, adesso sapete anche perché ci piaceva il nome Polaroid come titolo del programma.
E per un sacco di altri motivi.
Ma per stasera basta. Aggiungo soltanto che la sigla d'apertura si intitola Palid ed è opera di Animals on Wheels (date un'occhiata anche al suo nuovo sito Everything was beautiful and nothing hurt ), musicista inglese che risponde al nome di Andrew Coleman e che ha una biografia davvero molto in sintonia con lo stile di Polaroid.

martedì 13 novembre 2001

Polaroid vernissage

Radio Città 103 Good evening ladies and gentlemen, si inaugura qui il blog di Polaroid, la trasmissione di Radio Città 103 in onda (forse) il venerdì alle venti sui 103.1 mhz di Bologna.
Ebi+Ellegi selezioneranno per voi musiche, drinks e letture appropriate.
Speriamo che vi piaccia :-)
@ presto.