domenica 31 agosto 2003

Un gelato con Joe Pernice

Pernice Brithers 'Yours, mine & ours'Dopopranzo mi lasciavano uscire da solo a comperare i gelati per tutti. Cento metri di strada che i miei nonni, sotto il sole delle due, non avevano voglia di fare. Dopo qualche volta, avevo raccontato che i coni costavano di più. Con i soldi di quattro gelati mi avanzano duecento lire e le spendevo ai videogiochi nella stanza sul retro del bar, tra le casse verdi delle bottiglie e la cabina della Sip.
A Galaga ero negato e non andavo oltre il secondo challenging stage. Le partite finivano in un attimo e tornavo a casa in fretta con il sacchetto freddo in mano. Poi sedevo nella sala con le tapparelle abbassate a mangiare quel gelato che non gustavo mai.
Non ricordo a cosa pensavo: forse ai miei compagni di scuola che abitavano in paese e che passavano i giorni delle vacanze in sala giochi, forse mi sentivo in colpa per aver mentito e rubato, forse ero un bambino a cui non piacevano i gelati.

Credo che da allora, qualunque canzone capace di restituirmi quella sensazione di desolata sospensione del tempo, di assolata distanza e di immotivata nostalgia senza un vero oggetto, diventi ogni volta un po' una mia "canzone dell'estate" (qualcosa oltre il divertimento dei tormentoni di stagione, qualcosa che puoi legare alla memoria e percepire ancora quando stringi tra le dita una vecchia polaroid).
Mi ero portato in vacanza Yours, mine & ours dei Pernice Brothers senza averlo ancora ascoltato bene, sulla fiducia. Ovviamente, la voce di Joe Pernice che svanisce sul verso "there's a radio to play" in One foot in the grave (e quel paio di battute centrali vuote e tese che mi richiamano alla mente, non so perché, i Bedhead) è finita per diventare il mio personale marchio sonoro di questo viaggio.

Yours, mine & ours è un disco di una classicità disarmante. E' Pop, ma non ha nulla di semplice, scontato o ingenuo. Ogni dettaglio era già lì, e l'immagine (che in in qualche modo conoscevamo da sempre) è del tutto fuori dal tempo.
Certo, si riconoscono i pegni d'amore: in Sometimes I remember, ad esempio, c'è tanto dei New Order (e qualcosa dei Cure), ma non suona come un revival new wave. Quel "would you please, would you please, would please" ripetuto in Judy è così morrisseyano che sono corso a riascoltare tutto Vauxall and I per vedere da dove venisse; eppure degli Smiths c'è più "quello che ti rimane" dopo una canzone che qualche somiglianza in senso stretto. E profusa ovunque, senza mai riuscire stucchevole, un'idea forte di melodie byrdsiane (soprattuto quando Joe Pernice raddoppia con grazia la propria voce).
Ecco, a volte puoi pensare che in Yours, mine & ours siano contenute idee platoniche di canzoni pop, quello che le canzoni di questo mondo e di questo tempo non riescono quasi mai a essere. E lì, dove "there's a radio to play" tutti i ricordi di tutte le estati trovano finalmente pace.


ps: non sarebbe bello un giorno ascoltare una cover di Waiting for the universe fatta dai Grandaddy, e una versione di How to live alone dai Perturbazione?

venerdì 29 agosto 2003

You know her life was saved by rock'n'roll

Lewis Shiner, 'Visioni rock'«Sai, di tutte le donne che ho conosciuto in vita mia, forse solo un paio provavano per la musica quello che proviamo io e te, o la maggior parte dei miei amici. […] Qualche volta me lo chiedo, come mai dedico la vita a qualcosa di cui alle donne non frega un accidente».

Solo per questa citazione, Visioni rock, romanzo di Lewis Shiner pubblicato da Fanucci nel 1999, meriterebbe già l’acquisto e la lettura. Potrebbe essere una battuta rubata a qualche dialogo una sera in radio giù da noi, magari dopo qualche bottiglia, le borse dei dischi ai piedi di ciascuna sedia e il fumo che ristagna contro il soffitto dello scantinato.
Ma quello che mi piace di più di Visioni Rock è che lo spunto fantascientifico (la possibilità di modificare parzialmente il passato) alla fine resta quasi marginale in una vicenda complicata e del tutto ordinaria come la vita del protagonista Ray Shackleford.

Tu cosa faresti se scoprissi di poter tornare indietro e, ad esempio, aiutare Brian Wilson a registrare Smile? Sei sicuro che sarebbe così fantastico? Servirebbe a risolvere i problemi del tuo matrimonio? O i problemi che hai con tuo padre, appena morto? O i tuoi problemi con l’alcol?
Quello che mi piace di Visioni Rock è che racconta la storia di una vita piena di contraddizioni e passi falsi: e tutti questi gesti sbagliati alla fine non si risolvono acquistando qualche significato superiore. Il rock’n’roll forse ti salva la vita, e le cose in qualche modo si aggiustano sempre, ma restiamo ammaccati anche se abbiamo il dono di un superpotere, o se abbiamo amato tanto, e nonostante tutta questa bellezza.
Non c’è gloria, non c’è il campo lungo di un finale epico nella vita, e non c’è nemmeno (quasi mai, per fortuna) quello sconforto che ti uccide.
Una disillusione pacificata, senza più la presunzione del cinismo, pare proprio l’umore che si addice al vecchio appassionato di rock’n’roll.

I tre momenti di “esplorazione e rinnovo" del passato sembrerebbero in un primo momento portare a una felice sintesi: dai Doors istintivi e selvaggi di Celebration of the Lizard si passa alla positività di Smile, l’opera che portò al collasso i Beach Boys, per arrivare al mai concluso First rays of the new rising sun di Jimi Hendrix.
Ma qui il meccanismo si inceppa e ciò che sembrava destinato a compiersi non si avvera. Nonostante tutto, Hendrix muore e il suo progetto di fondere pop, jazz, blues e rock per creare musica capace di unire la gente, di “curare” e "salvare", resta irrealizzato.

La parabola di Ray Shackleford serve a Shiner anche per fare i conti con la biografia della propria generazione, cresciuta negli anni Sessanta (statunitensi) e apparentemente rimasta slegata da qualunque altra epoca.
Tanto che Ray sembra accorgersi solo nel 1989, anno in cui si svolge il romanzo, di quanto tempo è passato, e lo fa con un tono infantile: “Volevo che Brian Jones non fosse morto, e che George Bush non fosse presidente. Voglio sentirmi come se la mia vita stesse accadendo ora. Non in qualche futuro possibile”.

Per fare che ciò accada, sembra dirci Visioni rock non basta tirare fuori un disco rock, per quanto definitivo, da qualche realtà parallela. La vita è qualcosa di diverso, di quasi mai perfetto, e dove il tempo non scorre a 45 giri.
Non si sanano le fratture con la musica, e non si riscatta un vita mediocre con il migliore dei nastroni. Se si è bravi e fortunati, camminando molto, forse si arriva a una svolta del sentiero dove servirà avere il coraggio di guardare in faccia il nostro problema. Il rock, mi pare concluda Shiner, al massimo ci può aiutare a costruire quel coraggio, a trovare quel sentiero: il resto, dopo tutto l’amore possibile, è proprio oltre la musica.
Tutti a scuola con Zazie

Avrei voluto una compagna di banco così.
Britney Spears e MadonnaStamattina alziamo gli accessi del blog

A una cerimonia degli Mtv Awards non particolarmente emozionante (stando alle cronache), tranne forse per la presenza di Johnny Cash, Madonna (età presunta 45 anni) fa lingua in bocca con Britney Spears (23) e successivamente Christina Aguilera (24).

mercoledì 27 agosto 2003

Il dolce domani dopo la tempesta di ghiaccio

Che vi assicuro, alla nostra età diventa sempre più duro arrivare alla seconda serata.
Specie se la prospettiva è l'ennesima pittura a fresco moralista sull'ipocrisia dell'inquieta borghesia americana a qualche luna dal crepuscolo degli anni sessanta (non vi arrabbiate subito, aspettate la fine).

Nonostante la dovizia di resine urea-fenolo-formaldeide o sfumature di marrone e verde sottobosco o certe frangette o tesoro rimembri ancor quel tempo in cui W. Gropius prefabbricava negli States.
La vita vista delusa un po' come l'architettura dopo il Bauhaus.

Che a voler essere meno spocchiosi nel film di Ang Lee (Tempesta di ghiaccio, 1997) queste cose sono un vero e proprio sballo, per non dire che nel suo genere (che a noi, votate alla depressione e propense alla lagrima, sotto sotto, piace un sacco) spacca.

Fino al grandioso finale ti avvilisce senza posa, in maniera compulsiva, per non dire che ti congela, (non si capisce subito ma è) con quelle stesse meschine cose di cui racconta, sporche di terreno e di consumo, con l'enfasi quasi abbacinante di una fotografia perfetta (gli alberi spogli la neve i contorni netti della casa della Weaver i tavoli di vetro le poltrone di pelle) nonchè scrittura asciutta con tutti i silenzi giusti e agonizzanti.

Ma il corpo di Mikey che cade (ehm, rumore bianco che anche nel Dolce domani) sordo sulla lastra di ghiaccio e lì scivola per qualche secondo e la voce sfuma tra i rami fa del film (ma è solo quello che pensavo ieri notte) qualcosa di straordinario.

In quel punto, e proprio lì, sembra avvenire un ribaltamento triplo e carpiato a volo d'angelo, per cui il film si autocensura incenerendo irreversibilmente il rischioso moralismo fino a quel punto (ma era giusto un'invettiva).

La casualità (è tutto lì, non c'è senso di predestinazione, quel 'ciò che più segretamente temi accade sempre') del filo di luce e della lastra durante la tempesta zittiscono in un istante tutti i drammi personali che fino all'istante precedente si erano imposti come unica verità (sul dolore e l'assenza).

E lo capisci per suggestione: ciò che prima della caduta di Mikey avviliva subito annichilisce.
Così, la storia all'improvviso trascende, e realizzi che si sta parlando della vita e non, come prima credevi, semplicemente (per quanto semplice possa essere), di uno stile di vita.

E non fatevi ingannare dal cast, cui peraltro si avverte la mancanza (non ci pensavate?), curiosamente, di Julienne Moore (quella sottile di Safe).
Game over (our love is a)

Da non credere: sono rimasto in ufficio fino a quest'ora a giocare all'Emo Game.
Polo-na-hook

La corretta pronuncia dei cognomi degli scrittori: da adoperare in radio le prossime volte che parleremo a vanvera (ovviamente dal Village).
Al fuoco! Finalmente!
Lo so che l'avete già letto dappertutto ma che vi vergognavate a linkarlo sul vostro blog

Gli Strokes hanno annunciato titolo e playlist del nuovo album: il 20 ottobre vedrà la luce Room on fire (titolo preferito a un più anonimo "Love experience").
Alcune canzoni della vecchia scaletta hanno cambiato titolo: tra queste Ze newie (scatenando il panico tra i fans) e Supernova, scelta come primo singolo. Ora uscirà come 12:51.
Tra l'altro di questa canzone si possono già ascoltare alcune versioni live (sapete dove e come, oppure qui, pigroni) che lasciano un po' interdetti: Casablancas sembra cantare come Shane MacGowan...

martedì 26 agosto 2003

Come non detto

- "Mesh trucker caps are so 2002" (Pitchfork)

- "Trucker hats are so 2002" (Communication Culture - il blog di un "online communication planning consultant" di Seattle che ha come vicini una crack house)

- "Save hip-hop! Burn the trucker hats!!" (Diesel Nation, blogger newyorkese che per perorare la causa compila anche una lista di link assurdi)

Io ero rimasto ancora alle spillette.
Ma forse quelle erano "emo".
Ma "emo" è così 1998...
Pane e cioccolata 2

K RecordsMercoledì scorso Arturo ha scritto un post intitolato “Pane e cioccolata” dove, attraverso una citazione dalla Italy Gig List di Amedeo Bruni, parlava del valore politico che certa musica assume per noi.
“In timido contrasto” Gaia ha risposto che per lei la musica è del tutto apolitica: “quando la musica non si separa dalla politica, io la prendo e la butto”.

In questo modo, però, mi pare si corra il rischio di relegare la musica a semplice intrattenimento: al momento opportuno, di fronte a “questioni più grandi e più serie”, la musica dovrebbe essere messa da parte.
Ma al contrario, come dice la stessa Gaia, e come scrive anche Amedeo, sentiamo che la musica è parte integrante della nostra vita. Quindi?

Provo a fare chiarezza su un aspetto della questione prendendo a prestito alcune parole di Calvin Johnson che descrivono i primi passi della sua band, i Beat Happening, e della sua etichetta discografica, la K Records:

Beat Happening - 'Crashing Through'«We were communicating with normal tools, but we were doing it in our own way, side-stepping the normal forms of communication that are indigenous to the culture that we grew up with – like network television and Top 40 radio.
Those ways of communicating were about consuming and that’s very stifling. We were not consuming, we were creating. And that’s a political statement in this century
».

(da Crashing through by Lois Maffeo, libretto contenuto nell’omonimo cd-box uscito nel 2001). (Io amo questa citazione).

Quando con fare distratto chiacchieriamo di indie rock raramente ci ricordiamo che ciò di cui stiamo parlando non è solo musica, ma una rappresentazione della possibilità, una scelta alternativa.
Il valore politico che non si può separare dalla musica che ci piace risiede nel fatto che questo “creare” (scrivere una canzone, inciderla insieme ad altre persone, distribuire un disco in proprio, organizzare da soli un concerto), quando si oppone al “consumare” è già un’attività in qualche modo eccezionale, anche nel caso la musica prodotta parli solo di estate, ragazze e spiagge.
E’ il gesto musicale che diventa politico, non il suo contenuto, e può cambiare la vita.
Una volta alla radio Alberto Simoni disse che una qualsiasi canzone dei Clash aveva avuto più influenza sulla sua vita delle parole di qualunque politico. Ai giorni nostri mi viene in mente la (moderata) dissacrazione messa in atto dal bastard pop, che con il suo approccio orizzontale (come nota Andrea) scombina le categorie applicate dalla critica musicale.

Esiste qui un intero potenziale di disturbo, che ha a che fare con la liberazione e l’innocenza, e che si potrebbe considerare una forma più semplice o primitiva di rivoluzione (sorridete se volete). Ma se per politica intendiamo anche un’attività dell’immaginazione (contrapposta al principio di realtà dell’economia, dell’efficienza, del profitto), allora questo creare che non ha bisogno di regole tranne quelle che vuole darsi (i Beat Happening, come le Black Candy, non sono certo dei virtuosi) a volte mi sembra la forma più vicina all’energia pura che il linguaggio (in questo caso musicale) ci permette.

Di energia, di entusiasmo, di magliette scritte a pennarello e di cassette confezionate con amore e vendute per posta avrebbe dovuto essere fatta la politica. Non è andata così. E la musica che parla di politica (suppongo Gaia si riferisca a cantautori “impegnati” che oggi riesce difficile ascoltare) spesso ci sembra come quei temi di educazione civile che davano al liceo e che facevi svogliatamente quando non avevi studiato altro.
Ci è rimasto, forse, l’indie rock.

domenica 24 agosto 2003

Effinita

Non pensate a noi qui, lascivi per via del nostro color di miele, a presumere sui tasti che a qualcuno possa davvero interessare delle nostre vacanze.
A dir il vero, forse nemmeno a chi c'era, a chi ha suonato, a chi ci ha ospitato e coccolato, a chi ci ha indirizzato.
Forse nemmeno alla piccola Maddalena, la mercenaria del cappero in bottiglia di plastica e della conchiglia su fondo di zaino fucsia giochipreziosi, in agguato sul molo tra la spazzatura e il container delle Poste Italiane.

Ma questa sera pensavamo alla necessità del pugno di righe liberatorie e assieme conservative, succedaneo delle istantanee non dette alla casa azzurra senza doccia ma col laptop, Regno delle due Sicilie in camuffo odor di Peloponneso: scrivere ora è come fare acrobazie tra il sudore la vergogna e la vecchiaia (trentenni circa, mentre alla tivù Violante P. e Monsieur Maxibon sembrano millantanni, la Ferrari tracolla in Ungheria, la Serie B sciopera e, of course, l'Italia brucia).

Mettere insomma l'a capo lirico prima che la stagione si rompa, aprendo alla prosa delle abitudini, del ricominciare a sognare uno stipendio, un concerto coperto, la riapertura del Covo, un volo discount per sentire i Lucksmiths, la radio a temperatura ambiente e i saldi invernali.
Perché questo è il nostro blog, voi siete i nostri amici e questa è, ancora per una notte, la nostra estate.

effinita

Le colline di Urbino dalla mansarda di Fabrizio e la crostata di sua mamma a colazione che ci fanno sentire i veri ospiti del Festival
Beck da vicino vicino in versione fat-bastard-pop
gli amici che vanno a controllare se esistono
gli Amari che danno consigli ai giovani emsii
il raduno dei Loser che ti fa perdere la voce e la corteggiatissima signorina Loser che ti fa perdere la faccia

effinita

i Giardini felici di poter fare tutto il casino che il loro cuore punk ha sempre voluto
il coro "yo soy un perdedor"
Chemicals degli strepitosi Notwist al telefono per Fabio sfidando le ire di Coniglio Cattivo
la Massaia più indie rock che si sia mai vista
il Festival meno indie rock che si sia mai visto data la quantità di patata in circolazione
Giovanni Gandolfi Uomo Dell'Anno che si sveglia sotto un'aiuola in un parcheggio
lo Zen e l'arte di incontrare Gecco
le reliquie di n0ctilucent
le tre di venerdì mattina con il Blog della Domenica
presentarsi al Presenzialista
la birra la crescia (vuota, pure) una sola beck's per un tavolo da trenta
pranzare a casa di Giulia proprio al centro dell'estate con il cane Duca di Montefeltro e il miracolo dell'ostia sconsacrata

effinita

Le case colorate a scacchi rossi e gialli e il mare nero petrolio e la luna metallo e la luna di marmellata e la luna che sorge a mezzanotte e lo screensaver di stelle sopra la testa, mentre brucia la candela e scatta una Lomo
leggere riviste femminili senza l'ombrellone e sotto l'uva tra i ragni i gatti gli scarabei (otto lettere)
quattro treni, un autobus, tredici ore di nave, mediterraneo, mediterraneo e Gigio Alberti

effinita

I vicini che lavorano a Radio Tre, presentano i film a Venezia, illustratori, attrici, stiliste, coreografi, ballerine, amanti tutti a becca al vento e amici drappegiati
la Rosina, Pino La Mancusa, San Bartolomeo e il signor Carlo Russo
il pesce spada (quello no, ce l'ha Letizia)

effinita

L'isola che "è dura" ma "sennò nun me rilasso" per via di muli, mosche, gradini in pietra, meduse
l'acqua e menta di Alessandro, le proprietà di Alessandro, le cesoie di Alessandro, le cinque ore di gita fino ai crateri con Alessandro
lo scorfano, la ricciola, il finocchietto e la pasta con le aringhe

effinita

Effinita
la panna per la granita
il ghiaccio
la pila per la risalita

L'estate?
Effinita.
Ma noi siamo tornati
e adesso ricominciamo
(tra un paio di settimane anche in radio).
Baci.

mercoledì 20 agosto 2003

PANE E CIOCCOLATA


... Il fatto e' che per noi la musica e' una parte integrante della nostra vita, non un semplice modo di passare un paio di ore in 'allegra spensieratezza'. La musica si porta con se le guerre e tutto il resto della vita vissuta, la interpreta, la commenta e ci aiuta ad andare avanti in questa vita un po' torbida e fangosa, un po' come il pane, la cioccolata. Quindi non riusciamo proprio a separarla dalla politica e non la nascondiamo, come si fa con un giocattolo, quando ci sono guerre o qualsiasi altro grande evento nel mondo, anzi...

Quello che avete appena letto è il commento ad un aggiornamento di un sito dedicato alle segnalazioni di concerti in Italia, pubblicato nella mailing list di alcuni mesi fa.
Sono parole che avrei voluto scrivere io, ma ha scritto qualcun'altro.
Incidentalmente conosco da anni la persona che le ha scritte e da altrettanti anni la stimo.
Trovo non ci sia bisogno di aggiungere nulla per spiegare agli altri quello che la musica rappresenta per qualcuno di noi.


HOMESLEEP WEEKEND

L'idea per il fine settimana è naturalmente quella di girare il muso della vostra macchina in direzione Ancona, che qualcuno si azzarda definire la piccola San Francisco dell'adriatico, dove si terrà la prima edizione dell'Homesleep weekend nella, come si suol dire, suggestiva cornice del parco Belvedere.
Ingresso gratuito, gruppi giusti e di contorno qualche dj che conosciamo. Al proposito se avete canzoni che avreste sempre voluto ballare ma che nessun dj ha mai voluto programmarvi questo è il momento per richiederle.
Di seguito il programma della tre giorni:

22 Agosto

ore 19:30 Aperitivo con djset a cura di Giovanni Gandolfi (unhip)
ore 21:30 Midwest
ore 22:30 Giardini Di Mirò

a seguire djs: Daniele Rumori (homesleep/indierockwarriorz dj set) +
Arturo Compagnoni (rumore magazine-radio città 103 bologna)

23 Agosto

ore 19:30 Aperitivo con djset a cura di Fabio Merighi (radio città 103 bologna)
ore 21:30 Quickspace
ore 22:30 Yuppie Flu

a seguire djs: Massimiliano Bonini (covo club- bologna) + Giovanni Gandolfi (unhip)

24 Agosto

ore 19:30 Aperitivo con djset a cura di Gabriele Battistoni (thermos)
ore 21:30 Meets Guitar
ore 22:15 Ant
ore 23 Emidio Clementi (in "la notte del pratello")

a seguire djs: Aurelio Pasini (mucchio selvaggio) + Gabriele Battistoni (thermos)

Il Parco Belvedere si trova in via Sanzio Blasi (ex via della grotta). Per arrivarci occorre uscire dall'autostrada ad Ancona nord, poi imboccare la superstrada in direzione di Ancona, uscire ad “Ancona Centro-Agugliano”. seguire indicazioni per Torrette-Ancona Centro. Al secondo semaforo girare a destra. Continuare dritti per circa 2 km, fino alla rotonda. sulla sinistra della rotonda troverete il parco.

Qualcuno di noi ci sarà.

lunedì 18 agosto 2003

GRANDissimiDADDY

E dopo quel Venerdì 13 Novembre del 98 al Maffia di Reggio e l’altro Sabato 17 Giugno del 2000 al Velvet di Rimini e il Martedì 6 Febbraio 2001 al Junction di Cambridge (Uk) eccomi di nuovo ad imbarcarmi per assistere ad un concerto della mia band in assoluto preferita in quel di Avenches (Svizzera).

Cittadina incredibilmente graziosa quella di Avenches a 30 km da Berna che ospita ormai da 11 anni Rock Oz’Arenes, festival rock di 4 giorni in una scenografia unica e particolarmente emozionante (arena romana nel centro storico).


Arriviamo così a Giovedì 14 Agosto 2003 dove alle 20 sono schedulati i Grandaddy.
L’impatto con l’arena lascia a bocca aperta e dopo esserci bevuti un paio di birre nella graziosissima area press sfidiamo gli scalini veramente ripidi che portano ai piedi del palco per assistere allo show. Nell’area festival c’è il tutto esaurito (circa 8000 persone) ma la platea dell’arena non è molto piena anche perché la maggior parte della gente è venuta ad assistere Beck e soprattutto Placebo.
Puntualissimi (d’altronde che svizzeri sarebbero) alle 20 con ancora luce solare si presentano i Grandaddy; Jason dal punto di vista estetico è sempre lui con l’immancabile berretto baseball anche se si intravede nuovo look con capelli ossigenati.

Si parte con A.M.180 e mi sale un nodo alla gola di felicità e commozione che non mi abbandona per tutto la durata del concerto. L’acustica è la migliore in assoluto che io ricordi in un concerto, i Grandaddy alternano pezzi del nuovo album Sumday (per me bellissimo nonostante qualche critica negativa da certa stampa modaiola) che rendono il live semplicemente sensazionale.
Dicevo prima che la platea dell’arena era semi vuota ma pian piano si riempie e il pubblico applaude veramente convinto accennando con El Caminos In the West qualche passo di danza, vedo due ragazzine con maglie Placebo decisamente coinvolte da questi adorabili boscaioli. Lo show dura circa 1 ora, si contano 12 pezzi (6 dell’ultimo album) Jason sembra veramente colpito dall’accoglienza riservata e dalla splendida location, ringrazia e lascia purtroppo il palco per Beck.
Non hanno fatto Here e Summer Here Kids ma poco importa, quel che importa è che senza ombra di dubbio questo è il CONCERTO DEL 2003. Ritorneranno in Europa questo autunno, non sono schedulate date in Italia ma in fondo Parigi o Stoccolma non sono così lontane per una dose della migliore droga possibile che oggi si può trovare sul mercato.
Il festival continua con il concerto di Beck, obiettivamente dopo la mega carica che ho ricevuto non mi va più di tanto assistere al” biondino” e così cominciamo ad esplorare l’area festival, numerosi stand gastronomici curati veramente al di sopra della media, un classico badwurst, un ascolto neanche troppo attento al supponente Beck (ma non sono in grado di giudicarlo) un altro paio di birre prima di trovare posto sulle gradinate dell’arena per la performance dei Placebo.
Mi è capitato diverse volte di vedere Molko all’interno di festival, non mi ha mai fatto impazzire ma mediamente mi è sempre piaciuto, questa sera è in forma strepitosa con una voglia di suonare e una predisposizione verso il pubblico davvero sorprendente.
Diversi dialoghi in Francese (eravamo nel cantone francofono) con il pubblico, tra l’altro lui dovrebbe essere nato in Lussemburgo e quindi di lingua madre, due ringraziamenti durante il live ai Grandaddy, bis con una cover di un gruppo seminale (testuali sue parole) di “Where Is My Mind” dei Pixies ottimamente eseguita, lo stempiatino Brian ha fatto veramente un gran concerto.
Sono le 1 p.m. nel palco piccolo suonano i tedeschi Console (progetto di Martin Gretschmann anche Notwist) 6 sul palco, sonorità indielectro trascinanti, dance fra il pubblico, voce femminile di Miriah, bis di Freiburg (remix di Console vs TOCOTRONIC) chiedetemi se mi sono divertito?

La giornata del festival è finita e bravi i ROSSOCROCIATI sorprendentemente ospitali, gentili, civili e organizzati (ma questo si sapeva), un particolare ringraziamento a Valerie e Sandrine.



......ma allora posso scrivere anch'io?

giovedì 7 agosto 2003

Sembra proprio il sole...

Broken Social Scene - 'You Forgot It in People 'Avere problemi d'udito è una grande dannazione per chi si considera amante della musica. Ma qui tocca rassegnarsi, l'evidenza è grande e dolorosa: forse non avevo sentito Mr. Dave Kulp e monsieur 101ism parlarne già l'autunno scorso? Non avevo ascoltato con la solita attenzione FFWD? Non avevo suonato gli strepitosi nastroni di Zazie in radio? Non avevo inteso il 9.2 di Pitchfork? Pare di no. Pare che io abbia padiglioni auricolari meno sensibili di un grezzo rullino di polaroid.

E così ho dovuto aspettare l'estate. Ho dovuto aspettare che questo fenomenale caldo mi portasse alle orecchie la dissetante luce di Looks just like the sun (un pezzo che si stenta a credere sia stato composto in un seminterrato nell'inverno canadese) per ritrovare il monumento che è "You forgot it in people" dei Broken Social Scene, collettivo che (ormai lo saprete già tutti) riunisce una quindicina di elementi della scena non propriamente più commerciale di Toronto (gente da Do Make Say Think, Treble Charger, A Silver Mt. Zion, Mascott, Metric, Stars) coagulati intorno a Kevin Drew e Brendan Canning.

Solitamente si dice che il progetto consiste nella sfida di mettere musicisti "d'avanguardia" a suonare semplici pezzi pop di quattro minuti. Non credo che la buona immagine regga però un intero ascolto in cuffia di "You forgot it in people": è così semplice quel sax che entra in un pezzo tirato alla J. Mascis come Almost crimes (radio kills remix)? è così pop quell'hand clapping sempre più impercettibile ma interminabile su Stars and sons? e a quale pubblico di teenager si rivolgono esattamente gli Anthems for a seventeen-year old girl?

C'è una ricchezza tale in questo disco che la musica sembra andarsene da tutte le parti. Ci sono momenti di completa saturazione (KC accidental), momenti dove il paesaggio si fa limpido (Pacific theme), e altri dove si controlla che nella playlist non si sia infilato un mp3 di qualche altra cartella (Late nineties bedroom rock for the missionaries).
"You forgot it in people" è un disco complicato, irresistibile e semplicemente (come dire?) bello. Grandissimo. Se lo capisco (seppur in ritardo) anche io, vuol proprio dire che un'opera d'arte. E ora basta: lasciatemi stendere in riva al mare ad ascoltare ancora una volta Looks just like the sun (ah, la finezza di amplificare le voci dei musicisti che si parlano tra un passaggio e l'altro: keep going, coming after this...)

thanx to Vanessa :-)
Stranger than polaroid

Di nuovo a Bologna per un rapido passaggio in redazione. Controllo la posta e mi accorgo di un madornale errore commesso la settimana scorsa, "felici nel casino di un pomeriggio di sbronza" prima di partire per le vacanze.
Mi prendo quindi questo momento, nonostante il tabellone dei treni in partenza appeso qui dietro, per cercare goffamente di rimediare.
Sono solo alcune righe per dire grazie a una persona che, se non fosse comparsa una sera di fine estate in radio, sarebbe stato proprio un peccato, e questa seconda stagione di polaroid sarebbe riuscita anche peggio di com'è venuta.

Sergio Palladini, colonna portante di Zero In Condotta, è proprio il tipo per il quale l'espressione "si sbatte un casino" risulta un po' riduttiva. Ma è proprio quello che fa. Il bello è che lo fa con una sua aria sorniona, sempre poco aderente, sempre troppo elusiva e silenziosa, che spesso la gente non ci crede, o liquida tutto con il "superfluo" del volontariato.
Ad esempio, a luglio Sergio ha contribuito a organizzare una rassegna cinematografica davvero incredibile, anche per la sempre (meno) alternativa Bologna. Questa era le presentazione dell'ultima serata, rimasta impigliata nel nostro poco funzionale sistema di posta pneumatica. Oggi la pubblico ugualmente perché racconta un sacco di cose che mi piacciono, e che sento molto polaroid.
Grazie Sergio, ci si vede tra qualche settimana :-)


La prima cosa che mi viene in mente, quando penso a “Stranger Than Paradise”, è che in questo film ha lavorato Guido Chiesa. E anche se adesso fa dei film, per me Guido Chiesa rimane il nome che leggevo negli anni Ottanta su Rockerilla in fondo a certi articoli dedicati prima ai Sonic Youth, agli Swans e a James Chance, poi ai Public Enemy, Eric B & Rakim e Boogie Down Productions. Ma Guido Chiesa, per me, rimane anche la vocetta stridula che, sempre negli anni Ottanta, raccontava ogni sera quello che succedeva a New York all’interno di Stereodrome, la defunta trasmissione Rai. Una voce stridula e ironicamente sentenziosa, ricordo, tanto che Alberto Campo aveva soprannominato il suo spazio “l’angolo del grillo parlante”.

E così, quando penso a Stranger Than Paradise, penso automaticamente ai bei tempi in cui la Rai ti faceva ascoltare in anteprima i nuovi dischi dei Biff Bang Pow o dei Replacements. Sono sicuro che tanti ragazzi si sono avvicinati alla musica indie anche grazie a trasmissioni come Stereodrome. Soprattutto quelli che abitavano in provincia e avevano nei paraggi solo radio commerciali. Non è il caso dell’Emilia, per fortuna, dove anche in passato c’erano radio che trasmettevano rock alternativo. In cui, tanto per dire, poteva capitarti di ascoltare Ligabue che, su Studio 6 di Correggio, ti faceva conoscere il disco d’esordio dei Buffalo Tom. A Bologna, poi, emittenti di questo tipo non sono mai mancate, a partire dalla gloriosa Radio Città 103. Ma per un ragazzo o una ragazza di Isernia (per fare un esempio) Stereodrome deve aver significato tanto. Come devono aver significato tanto i trascorsi radiofonici di Guido Chiesa nella sua decisione di girare qui a bologna un film dedicato a Radio Alice (le riprese inizieranno in ottobre).

La seconda cosa che mi viene in mente, pensando a “Stranger Than Paradise”, è che Jim Jarmusch, prima di mettersi a fare film, era il tastierista dei Del Byzanteens. Una band che suonava una musica a metà fra le cupe Bush Tetras e i solari Martha And The Muffins. Eterei ed esotici fin dal nome (nelle loro canzoni ricorrevano spesso dei temi arabeggianti), i Del Byzanteens non erano lontani nemmeno da gruppi oggi riscoperti come Esg e Liquid Liquid. Adesso basta inserire il loro nome in qualche motore di ricerca per avere tutte le notizie possibili e scaricare qualche loro pezzo. Ma io, per restare in tema di programmi radio, li ho scoperti ascoltando Francesco Adinolfi quando conduceva Stereonotte, altro storico programma Rai (per qualche mese, a metà degli anni Novanta, ci ha trasmesso anche Cesare Lorenzi).

Tutto questo per sottolineare che, quando penso a “Stranger Than Paradise”, penso subito al mondo musicale. E non solo per le connessioni a cui ho fatto cenno o per la presenza del leader dei Lounge Lizards, John Lurie (qui nella doppia veste di protagonista e autore delle musiche per quartetto d’archi che accompagnano i siparietti neri messi a intervallare i diversi episodi. Ma anche per l’atmosfera generale che si respira in questo film, girato in bianco e nero come le pagine dei primi numeri di Rockerilla; e diventato col tempo un simbolo degli anni Ottanta, come una qualsiasi puntata di Stereodrome.

martedì 5 agosto 2003

Jogging with my ipod

Sono in vacanza. Abbiamo fatto una giornata di traduzioni da .cda a .mp3, qui in facoltà che non c'è più nessuno.
Abbiamo fatto le valige alla mattina presto riempiendo zaini e sacchetti e borse di centinaia di cidi.
A sera giacevano tutti nell'involucro di titanio.
Alle nove sono andata ai giardini assieme a tutta la libreria di dischi di ebi e alla mia.
Tornata mi sentivo spossata e felice come avessi fatto sollevamento pesi.
E' curioso ma alla tecnologia non ci pensi astrattamente (se non produci ma ne fai un uso sconsiderato), ma dal lato pratico (sullo spigolo inconsapevole), il bello sta nella sua corporeità (nel tenerla in mano), che è ciò che la rende un po' sexy.

Ho ascoltato Casino classics di Comet Gain e When the pawn... di Fiona Apple per otto chilometri.

Many tnx to ebi.
Heidelberg

Ladenburg
Dobbiamo essere già sulla strada che dall'areoporto di Hahn porta ad Heidelberg.
L'aria condizionata sulla corriera è di quell'intensità che fa sembrare il cielo fuori, mentre fuori è inconsapevolmente caldo, limpido e terso.
Leggiamo e dormiamo e guardiamo il verde profilo germanico.
Ebi ogni tanto mi legge dei pezzi di Professione modella.
Non è che propriamente si metta a leggere ad alta voce, da un momento all'altro, ma ogni tanto ride tra sè, così io gli chiedo: stralci divertenti di dialoghi dove per lo più c'è da bere o dei pompini.
A me piace un sacco quando Enzo mi legge le cose ad alta voce. Una volta mi ha letto per intero i capitoli Collusione e Porci di American Tabloid, mentre dipingevo il soffitto del salotto.
Lei dice (tipo così) Questo Carver è davvero un grande
Il protagonista dice (tipo così) Sai che bella novità
Poi siamo arrivati alla stazione di Heidelberg che davanti ha questo edificio di vetro strutturale da cui puoi farti subito un'idea sbagliata del triangolo del Reno (ma anche decidere che non andrai a Francoforte) e all'ufficio del turismo indaghiamo se c'è un orto botanico e un concerto indie e chiediamo se qualcuno sa qualcosa di Hegel, senza troppo successo.
Io leggo Rumore bianco. Non mi viene in mente nessun posto così appropriato come la Burgenstrasse, che lenta percorre la vallata del Neckar, per leggere quel libro e niente di meglio del'autostrada Bologna-Forlì per finirlo e riporlo.
A Ladenburg, non ho smesso di struggermi pensando a certe pagine con tutti i bambini attorno e l'amico dei serpenti e tutte le volte che lui dice di affondare nel seno di Baba (Babette, non è meraviglioso? e le ex mogli nervose e bilingue, non è meraviglioso?) in quel posto dove venti rose rosa costano quattro euro e ci sono i girasoli e a come deve essere bello andare a Ladenburg a sessant'anni, a curare l'orto (e che tutto sommato un po' troppo trasportati abbiamo regalato tracce di jazz senza improvvisazione e un grande vaso di crisantemi per margherite).
E lui dice:

Denise stava facendo dei segni in un tascabile intitolato Dizionario dei numeri telefonici gratuiti. Trovai Babette seduta accanto al letto di Wilder, occupata a leggergli una storia.
- Non ho niente contro l'abbigliamento da jogging in sè, - dissi - la tuta qualche volta può essere una cosa pratica da mettere. Ma vorrei che non te la mettessi per leggere le favole a Wilder o per fare le trecce a Steffie. Sono momenti in cui c'è qualcosa di commovente, che viene messo a dura prova dall'abbigliamento da jogging.


Stiamo tornando, l'areoporto di Forlì alle spalle e una certa malinconia duty free, è curiosa (perchè di curiosità si tratta) quella commozione di cui sopra, quella tenerezza che si infila dappertutto poi si interrompe senza tornarvi. C'è un taglio, nella scrittura, a pagina 322, lo stesso taglio che ad un certo punto di Ragazza in coma (nemmeno Douglas Coupland sembra tornare).

Questo Delillo è davvero un grande
Sai che bella novità

Dopo non abbiamo dormito sul serio, ma stavamo appoggiati alle spalle, con gli occhi chiusi.

p.s. Ad Eppleheim ospitalità sensazionale, abbiamo bevuto molta birra, mangiato meravigliose bistecche in salsa svedese e tortino alle patate, champagne e alsaziani a forma di pesce (i miei preferiti). Grazie.

domenica 3 agosto 2003

CALVIN JOHNSON HAS SAVED ROCK FOR AN ENTIRE GENERATION

Caro Enzo, carissima Laura
immagino che ci teneste ad avere su polaroid qualche riga sulla data di Black Candy a Sassuolo, allora ieri sera abbiamo fatto una macchina e siamo andati.
Come ben sapete per arrivare a Sassuolo da casa mia bisogna infilare l'Autostrada del Sole a Borgo Panigale, uscire dritti a Modena Nord, di lì per arrivare a destinazione non ci vuole effettivamente molto. Il problema è stato trovare il parco. Era già successo qualche estate fa quando ad attenderci là c'era un concerto di Julie's Haircut. Ma accade sempre quando ci muoviamo nella provincia di Modena. Non so perchè ma è così. Tipo trovare Feste de l'Unità, il Vibra, o le località amene dove il buon Sgarbi posiziona date impensabili ed imperdibili.

E così leggendo le indicazioni tra le righe dei fogli rosa di una Gazzetta dello Sport in un bar incredibilmente fuori zona ed approfittando dell'aiuto prezioso fornitoci da un cameriere del Galeone, pizzeria solida ed affollata, siamo sbarcati al parco giusto in tempo per afferrare, assieme ad un cuba libre, le ultime tre canzoni di Black Candy.
La fetta di set cui abbiamo assistito non ha visto gli abituali cambi agli strumenti. Amarezza è rimasto seduto dietro i tamburi, sfoggiando il consueto dorso nudo ed un paio di basettoni northern soul, come sempre seguiva un ritmo tutto suo tenendo un tempo totalmente ignaro alle due ragazze. Ha finito picchiando i tamburi con le mani e snocciolando in un inglese quasi serio la presentazione del gruppo a seguire, Paul+Paula da Verbania, Washington. Alice stava alla sua destra e non ha cantato nessuna delle tre canzoni limitando la sua attenzione alla chitarra, con stile inneccepibile. Mara contrappuntava di basso e ci ha messo la voce. Non so se tra le tre canzoni abbiano suonato degli inediti. Di certo non hanno pescato nei repertori altrui, nè la Complete Control proposta ad Atlantide, e neppure la Freak Scene devastata a Bazzano. Hanno fatto invece quella canzone con dentro la parola bikini, che tu o la Laura, non ricordo, scambiaste per una cover di Halo Benders.

Cosa vuoi che ti dica, è la terza volta che li vedo. Non so se ci facciano anche un pò o ci siano solamente, comunque sono tecnicamente imperfetti, tanto per utilizzare un bonario eufemismo. Sembra sempre che ognuno dei tre stia suonando una canzone diversa. Sotto, in un paio di occasioni, mi pare di intuire delle melodie da perfetti hit indie lo-fi punk pop di quelli che piacciono a noi e solo a noi. Eppoi sono uno di quei gruppi che mi ricordano il perchè io mi sia appassionato così tanto alla musica, così tanti anni fa.
Attitudine a pacchi, per imparare a suonare c'è sempre tempo.
Ed anche per i contratti discografici.

Un ultima cosa, il titolo di questo post è quello di una canzone di The Azusa Plane che sta su uno split single diviso con Juicy Eureka ed uscito tempo fa per Lissy's.

Non me ne vogliate se quasi non ho inserito link, d'altra parte qualunque cosa ha a che fare con questo post è stato già da voi segnalato nei giorni socrsi.

Buon proseguimento di vacanze, vi terrò aggiornati.