giovedì 30 gennaio 2003

Alla fine di polaroid si va tutti con Sergio al Moebius a sentire WANG INC.. E dopo, ci ripetiamo, mr. unhiprecords.com digeiset. Ci si vede là. O in radio, alle otto.
La vita senza edifici

Mi piacciono i posti con i libri usati, i dischi usati.
Poi, se mi chiedi, non so dirti dov’è, non so dirti cosa c’è.
Perché?

L’altra sera ho trovato l’unico album pubblicato dai Life without buildings, era in offerta a cinque euro e quel nome mi diceva qualcosa.
La fortuna di poter telefonare ad Arturo e domandare ma non è che li mettevate voi in radio, anni fa?
Chissà perché mi sembrano così lontani nel tempo: Any other city è appena del 2000.
Sarà stato quel nome (ispirato da una canzone dei Japan), o forse la scarna copertina.

All’epoca, la recensione di Pitchfork poneva in evidenza l’uso della voce e soprattutto delle liriche di Sue Tompkins, impiegate efficacemente come uno strumento tra gli altri. Voto:7.
NME paragonava il canto della piccola scozzese a una passata di unghie sulla lavagna, tollerabile solamente da parenti comprensivi o squilibrati. Dal vivo poi li giudicava una versione da aerobica del post rock. Voto: 4.

Per fortuna l’hype svanisce in fretta e preferisco essermi dimenticato quello di cui tutti per qualche ora hanno parlato appena un paio d’anni fa.
Così oggi ho ritrovato queste dieci canzoni, e ho potuto ascoltarle come fossero nuove (oppure molto vecchie, non importa: è indie).
In effetti, le dieci tracce sono poco o nulla differenti l'una dall'altra, con l'eccezione della conclusiva e smaccatamente velvetiana Sorrow: ma quell'identica modulazione ansiosa e frenetica (ora) mi risulta piacevolissima e affatto scontata.
A un profano come il sottoscritto fa venire in mente una via di mezzo tra Bjork e i Fall (ma guarda: li citano tutti!).

Sul loro vecchio sito, oltre alla notizia dell'ufficiale scioglimento (avvenuto all'inzio dell'anno scorso), anche una completa sezione Press.
Fonti non utilizzate (e figuriamoci)

A proposito di tecnologie biometriche, sull'ottimo Neural ho trovato questo piccolo frammento di poesia.
La scansione dell'iride, che i più fantascientifici sistemi di sicurezza sfruttano per identificare gli individui (tipo Tom Cruise in Minority report), può essere utilizzata anche per creare musica, grazie al Biometric Sound Engine.

i tuoi occhi, come solchi di un vetusto vinile, risuonano.
Sì, ma non solo: «Il valore di questa operazione travalica, ovviamente, l'aspetto pseudo-scientifico, impregnandosi invece di significati politici, grazie ai quali, invece di cercare di ridurre la complessità ad un database e alle tecniche di comparazione che ne risultano, si capovolge l'approccio, esaltando la complessità e salvaguardando l'individuo».
Questa sera a polaroid?

Anguilla Metrica: si ricorderà? Lo scopriremo alle venti, sul confortante mono dei centotre punto cento di RadioCittà103, per Bologna e provincia.

"Di notte m’aggiorno, di giorno annoto tutto, nel mentre polenta" (Sergio Fortini)
Una strepitosa immagine dei blogger di oggi scritta già al tempo di telnet.

mercoledì 29 gennaio 2003

Cinico radio

Via Luca Sofri (ma l'iniziativa ha avuto seguito anche presso altri eccellenti blog italiani) arrivo su questo articolo dell'Observer ispirato dalla playlist di Nick Hornby.
Vengo così a scoprire che la canzone della vita di Geoff Travis, boss della Rough Trade, è This charming man degli Smiths.

Qui in radio hanno subito detto che, tante grazie: con tutti i soldi che gli ha fatto guadagnare.
Oggi ho sentito che discutevano sui nuovi schermi da ordinare per la sala studenti.
Beh, dovendo scegliere: io li farei fare così.
Brazil: lallaaallallalallalalalalalalalaalaaa!

contro il contesto

Di ritorno, dopo tre giorni di immersione nel paranoico mondo della biometria, prendo fiato.
Ritorno e sono del tutto svuotato di idee e storie e non ricordo niente, se non un paio di link e i tre dischi monolitici che ho ascoltato ostinatamente, e sempre in quest’ordine:

Kraftwerk "Trans-Europe Express" (1977)
Aphex Twin "Selected Ambient Works 85-92" (1993)
AA.VV. "Putting the Morr back in Morrissey" (2000)

Uno dopo l'altro, da capo, dalle nove alle cinque, quasi fosse quello in realtà il vero lavoro: risolvere un rompicapo.
Quando ti avvicini a questo suono hai l'impressione che fosse già lì, apparentemente da sempre.
Dischi ideali per annullare ogni relazione di spazio e di tempo ma che, alla lunga (sarà stata la promiscuità delle mie tasche), stringono fra di loro relazioni inquietanti.
ouch!

Gli Area (sì, proprio quegli Area) si beccano un 9 su Pitchfork.

martedì 28 gennaio 2003

lunedì 27 gennaio 2003

i. Oh: ce l'ho fatta mi sono ricordata. Del resto non aveva un nome troppo difficile. A vous: When The Roses Bloom Again. (sai che di titoli originali, 'ste cantautrici floreali!)


ii. Eppoi, in ritardo su ogni stupore: (vergogna, vergogna!) il video di Lost cause, recuperato sabato notte (vabbè qui c'è anche dell'altro).

domenica 26 gennaio 2003


www.portoalegre2003.org
Il sito ufficiale

www.attac.info
Gli aggiornamenti in diretta di Attac International

www.ciranda.net
Girotondo Internazionale dell'Informazione Indipendente

www.unimondo.org
Gli aggiornamenti in diretta di OneWorld

www.altragricoltura.org
Web Cam a Porto Alegre

www.carta.org
Programma e aggiornamenti

www.forumsocialmundial.org
L'archivio storico dei FSM e le novità*

*In portoghese

sabato 25 gennaio 2003

postumi

Il secondo dei due cd della compilation Homesleep è perfetto per questa giornata di ebrezza che si dissolve.

E ancora a proposito di Pavement: i nostri inviati di Glamorama alla prossima edizione del Noise Pop di San Francisco ci potranno raccontare come sono le nuove canzoni di Stephen Malkmus.
Stay tuned!
SouthFX

Giornate come questa ti fanno capire quanto è brutta Modena con tutta la pianura padana, Bologna compresa, escluso il lungopò. Non parliamo poi dei modenesi. Per vederlo basta proprio un po' di sole. In questo posto qui si può far solo finta di essere da un'altra parte. Se fossi ricco mi troverei un impiego qualsiasi a Palermo, il casaro o il contabile, e tornerei a Modena solo per i fine settimana: tanto per aver voglia di lavorare.

venerdì 24 gennaio 2003

Indi(e)menticabili

"...il senso di una biografia può stare anche dentro una rivista musicale conservata per un decennio. E quando te ne accorgi capita che i Pavement si sono già sciolti, fedeli alle loro premesse, everything is ending here..."

da Zero in Condotta di oggi (compratelo!)


Ho riletto assonnato queste parole questa mattina alla fermata dell’autobus, e ho pensato che forse mentre le stavamo scrivendo avevamo esagerato con le birre, ma in fondo mi piaceva che fossero uscite così, in quella mezza pagina su ZIC.
Specialmente oggi che la compilation tributo della Homesleep Records dedicata ai Pavement, oggetto dell’articolo di cui sopra (scritto a sei mani con il paziente Arturo Compagnoni), viene presentata in una spettacolare serata al Covo, dove si esibiranno Yuppie Flu e Julie’s Haircut, ovvero due tra le migliori indie band italiane, preceduti dal nuovo progetto Tiger Wood (nato da una costola di Giardini di Mirò e Mirabilia).
Ci pensate che razza di serata sarà? Il glorioso Covo, a poche settimane dalla chiusura (?), con un doppio album nato proprio a Bologna, celebra la band probabilmente più importante dell’ultimo decennio e di cui tutti sentiamo la mancanza: basterà guardare le facce di quelli che balleranno dopo i concerti, insieme ai dj della residente Dirty Disco Crew e quelli di Radio Città 103.

Ma che giornata, régaz. Una giornata in un anno in questa città, una di quelle che vorresti durasse quarantott’ore.
Che alle sei e mezza ci sarà da correre in libreria per la presentazione del libro di Roberto Grassilli(ospite ieri sera in radio per una eccezionale puntata con happy end - e grazie del link!), poi ci sarebbe anche Marco Philopat al TPO che parla della sua "Banda Bellini", e poi ci sarebbe il Maestro Pier Tosi che festeggia il decimo anniversario della sua trasmissione Soul Shakedown Party (vera istituzione reggae cittadina), e non vorremmo perdere nemmeno un frame di Netmage, e poi ci sono gli aperitivi con gli amici blog, e...

Potevi anche pensare al cantante dei New Hyronja come ad Ulrich e Pacciani il suo Moonsbrugger. Ma la mia immaginazione era esausta alla fine della prima canzone.
E ancora, visto che avevamo appena salutato Roberto Grassilli , potevi anche pensare ai New Hironja come ai Monty Python e i Pixies i loro Beatles.
Ovviamente: niente di tutto questo, ma (nevermind) al Moebius tutto sommato si sta bene, ha un bel lungo bancone e gli specchi inclinati, un antibagno dei più confortevoli.
E poi puoi vederci i trailer.
E poi c'è giovanni.

giovedì 23 gennaio 2003

polaroid a strisce

Devo confessare che a volte le strisce di Net To Be mi mettono un po’ di malinconia.
Mi ricordano troppo quando anch’io lavoravo nella new economy: elegante ufficio in centro, popolato di under30, la mia scrivania ikea ingombra di tecnologia, il rumore del tè che bolliva nella macchinetta americana, la più completa libertà di orario (tanto si cominciava alle seiemmezza tutte le mattine), i capi lontani, sempre in volo tra la Danimarca e Londra, e che ogni tanto si palesavano in teleconferenza.

L’intranet aziendale, quella dove noi sbirciavamo le foto delle nuove stagiste francesi, ha continuato a tenere in copertina la gara di canoa vinta dall’impiegato della sede tedesca fino al giorno della nostra chiusura.
Nessuno, lassù al Nord, aveva rinnovato il nostro contratto di collaborazione.
Poi i pc sono stati imballati, le poltrone vendute, l’archivio buttato nella carta da riciclare.

Noi, umanisti con poche aspettative (e quindi già felici per quei mesi trascorsi di assoluta pacchia), siamo usciti sotto i portici con un sorriso, abbiamo lasciato le chiavi nella cassetta della posta e siamo andati a bere.
Immagino che un sorriso del genere, disincantato e sornione, passi qualche volta anche nello sguardo di Roberto Grassilli (già disegnatore di Cuore e Clarence, nonché voce dei miei amatissimi Lino ei Mistoterital) mentre crea Net To Be.

Domani sera Grassilli, che già da diverse settimane è on the road con un Net Tour Be, presenterà il libro qui a Bologna, insieme a Michele Serra, Gianluca Neri e Luca Bottura.
Questa sera, invece, sarà a polaroid per una improbabile presentazione della presentazione: fumetti alla radio e qualcosa da bere.
A partire dalle venti, sul confortante mono dei centotre punto cento di RadioCittà103: non mancate.


ps: ovviamente, dopo (e dopo Glamorama) si va tutti al Moebious a sentire Giovanni...
"E quando non sai come finire il film, li fai incontrare..."

Sì, d’accordo, ma perché accanirsi a parlar male di Giovani, film "tutto in digitale!" dei fratelli Mazzieri, l’unico titolo italiano nelle sale in questi giorni che non sembra così tanto un film italiano?
Alcuni punti si potrebbero anche difendere (certo, dopo qualche aperitivo).
Ad esempio, c’è una città che fino alla fine non ho capito essere Parma, così fredda e livida, e che si intravede sempre dietro qualcuno o qualcosa, e che risulta più misteriosa osservata così da vicino.
Ci sono due ragazzi che di cinematograficamente "giovane" avrebbero tutto, però restano lontanissimi dai sorrisini alla Fortezza Bastiani. Ok, espressioni e sguardi degli attori sono pressoché immutabili in qualunque scena, ma forse nella vita reale giovani così li conosciamo davvero.
Ci sono un paio di ottimi attori maturi, che cercano di tenere insieme la baracca e mi piacciono (un po’ come in certe squadre di calcio di una volta si inseriva "la chioccia", il giocatore anziano che funzionava da termostato dello spogliatoio).
C’è una storia che cerca di mettere dentro ogni cosa (compreso il padre pittore che attraversava "la fase dell’incomunicabilità", ma per favore...) e che perciò sbraca. Però, almeno, ha tentato di raccontare qualcosa di diverso.
Insomma, "Giovani" potete forse risparmiarvelo, ma non dategli troppo addosso.


Aggiungo alle 14.20. Ciascun personaggio rischia di sicuro la stigmatizzazione, per questo nel giudizio vien facile rifugiarsi nel cliché e nel banale per liquidare in fretta il tutto. Superficialmente, senza dubbio. Oggi pensavo che sono di sicuro meno intransigente di qualche minuto fa, dal punto di vista formale, a vantaggio dell'oggetto di cui appunto si mette in scena, e che originalità e innovazione non devono esser considerati discriminanti senza possibilità di discussione.
Capisco che non è troppo chiaro, ma il motore che genera pensieri e sentimenti ha struttura spesso ben poco originale (andare a letto col professore del cuore, ad esempio: chi non vorrebbe esser così stereotipato?) e la vita, non ci stupisce, è sotto alcuni aspetti, essa stessa, di una folgorante banalità.

Ochei, però continua a sfuggirmi il motivo per cui il film è, alla fine (ma soprattutto durante, vi assicuro), una scassatura di minchia inenarrabile e, allo stesso tempo, il motivo per cui risulta poco faticoso il non dargli troppo addosso (e' lì, dannazione il punto, nonostante tutto, c'ha questo suo spocchioso rigueur pavmense, che intima rispetto)
Forse perchè, grazie al cielo, la fatica (di vederlo) l'abbiam già fatta.

mercoledì 22 gennaio 2003

non c'è neanche bisogno dirlo

siamo d'accordo
hei, è tornato Simone!
polaroid in Poland!

Le strade di internet sono infinite. Dalla terra del nostro Santo Padre ci ha scritto Minilabisci, un blog di polaroid di cui non abbiamo capito molto se non che le foto ci piacciono un sacco.
Hi there! polaroid rulez!
God Save Minilabisci
:-)

martedì 21 gennaio 2003

Il Nastrone di Pichfork?

Restyling per Pitchfork, ora in disponibile varie tonalità di grigio.

Per quanto riguarda i contenuti, unica novità la sezione Repeat, dove i redattori si concederanno "to post briefly about the songs from which they cannot escape".

(così poi noi le metteremo tutte assieme e ci faremo, ovviamente, un nastrone...)
15 a 40

Saremo pure degli snobbissimi, caro IngegnIere, ma ci siamo documentati.
Tadpole guadagna 69/100 su Metacritic, passando da "un classico", secondo il Washington Post, a un secco 4 per il Time.
Lettori concordi nel lodare il giovane protagonista Aaron Stanford (decisamente beckiano quando sfoggia basette di cane).
Ma il sorriso colmo di promesse di Bebe Neuwirth?
il solito intellettuale

visto che è saltato il reading di Aldo Nove, Tiziano Scarpa e Raul Montanari, mi fiondo alla serata con dj set + presentazione di libro intitolata Elettro Porno Wave Night...


"C'è forse bisogno di un altro accademico?"



E se ve ne andate in giro dicendo che, insomma, non è un bel film, siete solo degli snobbissimi!

lunedì 20 gennaio 2003

In loving memory




(un regalo di Vive La Roque!):

siamo sedute negli studi di radio popolare chan marshall, micro ed io. quando marina petrillo domanda (non certamente a micro, e non certamente a me), cosa saresti se non fossi una musicista? è una bella cosa che mrs. cat power risponda come fa: "sarei morta o drogata, con tre figli a carico perché mio marito mi ha lasciata, farei due lavori per cercare di arrivare alla fine del mese e comunque i soldi ancora non mi basterebbero". chan non risponde così dopo lunga meditazione, e non risponde così per esagerare: lei lo sa e basta, che la sua vita sarebbe stata esattamente quella, se la musica non l'avesse salvata. da una mamma alcolizzata, dall'abitare in una roulotte, dal farsi mettere incinta da un dongiovanni testa-per-aria come suo papà. e invece a 17 anni qualcuno le ha lasciato una chitarra acustica in eredità, e allora è successo che una cosa così intangibile, così invisibile e così poco importante come la musica l'ha fatta prigioniera, e l'ha liberata.
e senti che risultato. non è a "colors and the kids" che sto pensando, non è a "nude as the news". non è a "in this hole", non è alla cover di "i found a reason", e nemmeno a quella di "red apples". sono seduta con micro e marina e chan marshall e ascolto you are free, che esce per la matador il prossimo 18 febbraio, e provo a contare quante persone ci sono là fuori. mica solo in america. non riesco ad immaginare un numero abbastanza grande, quanti potenziali scrittoripittoricantantistrimpellatori esistono che ancora tastonano al buio cercando l'interruttore, la tenda che ostruisce la vista fuori dalla finestra, la porta chiusa da spalancare. perchè nessuno ha dimenticato una sei corde, a casa loro, o una scatola di colori, o una olivetti.
il mio giocattolo preferito, quando avevo quattro anni, era una macchina da scrivere di plastica rossa della fisher price. forse che...?
chan ritorna sull'argomento, mentre in realtà si parla ormai d'altro, della guerra (già dichiarata, già combattuta) in iraq: "trovatevi qualcosa da fare. tutti quanti. una cosa che sia solo vostra, una cosa che fate da soli, e solo per voi stessi. una cosa creativa". insieme àncora ed aquilone.
mentre ci rinfiliamo cappotti e via, mi giro a guardare lo schermo tv sempreacceso sulla cnn. non posso fare a meno di pensare che george dubya deve aver creato molto poco, da ragazzino.



(Grazie a Bruno)

sabato 18 gennaio 2003

A tutti gli innamorati intorpiditi


"La vita, la vita si apre di nuovo innanzi a me" diceva Oblomov febbrilmente; "eccola, è nei vostri occhi, nel vostro sorriso, in questo ramoscello, nel canto Casta Diva... tutta la vita è qui."
Ella scosse la testa.
"No non tutta... soltanto la metà."
"Ma la metà migliore?"
"Forse" diss'ella.
"E dove è l'altra? Che può esserci dopo questo?"
"Cercatela."
"Perchè?"
"Per non perdere la prima" disse Olga, porgendogli la mano. Ed essi si avviarono verso casa.


Ivan Goncarov, Oblomov, Milano, 1997

venerdì 17 gennaio 2003

A una certa età

può anche capitare la terza telefonata nel giro di due settimane in cui un caro amico ti comunica i risultati di un'ecografia.
(per la statistica: due femmine e un maschio)
In bocca al lupo e unabbraccione a tutti quanti.

giovedì 16 gennaio 2003

E ancora a proposito di serate unhip, se questa sera Bugo all'Estragon vi sembra troppo giovanilistico (anche se mi hanno detto che negli ultimi tempi lo spettacolo è migliorato), al Moebius è il turno dei bolonniesi Caboto (siamo dalle parti di Tortoise, se ricordo bene un loro concerto al Covo prima dei Couch).
Ad ogni modo, ne parliamo dopo polaroid, dalle ore venti sul confortante mono dei centotre punto cento di Radio Città 103.
Forlì, Texas

Il primo disco di cui mi sono innamorato in questo 2003 non è ancora stato pubblicato.
Si tratta di From Nowhere, in auspicabile uscita a primavera, ed è opera dei Satellite Inn.
I Satellite Inn sono il progetto del forlivese Stiv Canterelli, che con questa sigla già a fine ‘99 ha pubblicato un ben accolto album ("Cold morning songs") su Mood Foof Records, etichetta statunitense del North Carolina, che segnò gli esordi anche dei Whiskeytown di Ryan Adams.

Proprio così: l’alt.country made in Italy funziona negli USA, riscuote consensi, si guadagna crediti (non ultimo Robert Fisher dei Willard Grant Conspiracy), e una tournée che parte dalla pianura padana può approdare ai festival più blasonati degli States per quanto riguarda questo genere, come il CMJ di New York o il SXSW di Austin, Texas.

Qui a Bologna li abbiamo visti giovedì scorso (dopo aver risalito in bicicletta tutta Via Toscana con la neve) grazie al solito Giovanni, senza conoscerli e senza sapere bene (ehm, non è una novità) come inquadrare questo "Alternative Country"...
Non era una serata allegra per me, ma una canzone è stata capace di scuotermi dallo sgabello in fondo e di rendere più gustosa anche una pinta ormai riscaldata e senza bollicine.
La canzone diceva "turn on the radio for a while, ‘cause I don’t wanna sleep", e forse non sembrerà una gran cosa, ma la resa sanguigna di quel live di soli chitarra e batteria dava la sensazione di qualcosa di vero, compatto, e poi io alla radio ci sono affezionato, e la canzone cominciava piano, poi tirava come un pezzo indie da ballare al Covo, a un certo punto rallentava, l’atmosfera diventava oscura, e alla fine tutto si riapriva nel refrain ripetuto che invitava proprio a cantare.

Dopo il concerto (penultimo pezzo: una schietta cover di "I wanna be your dog") mi sono fiondato al banchetto del merchandising a chiedere al disponibilissimo Stiv se quella canzone si trovava nell’album.
No, "Desert tripping" era nel promo (in una versione più morbida, se vogliamo, ma altrettanto elegante) che mi è stato regalato insieme all’ottimo acquisto di "Cold morning songs" (è una settimana che non ascolto altro): entrambi finiranno inevitabilmente in una C90 nella mia autoradio, scorta per i prossimi viaggi.
Nel promo i suoni dei Satellite Inn sono cresciuti, e giustamente c’è chi ha tirato in ballo Velvet Underground e perfino Husker Du.
Il disco non me lo sono fatto autografare, tanto prima o poi Stiv passerà a trovarci a polaroid, magari con la chitarra.

...turn on the radio for a while...

mercoledì 15 gennaio 2003

Silicio, corpo, dolore.

Un discorso che andava molto di moda alcuni anni fa era quello sui rapporti fra il corpo umano e le macchine cosiddette intelligenti. L'interfaccia fra biologico e digitale è stata usata nell'arte ed è una bella utopia che noi amanti della fantascienza troviamo addirittura banale.

Vorrei cogliere l'occasione per dire che tutti questi discorsi di solito sottintendono un'idea piuttosto riduttiva e banale di "corpo umano". Intendono il fisico-carnale come energia elettromagnetica o come sistema nervoso culminante nelle scosse neurologiche. Non è solo così. Basterebbe pensare a quello strano fenomeno acustico muscolare che sono le parole per cominciare a vedere che l'interfaccia fra materiali umani e facoltà logiche, materia e memoria, ci ha già incisi molto in profondità.

Non c'è nulla di psicosomatico, per esempio, nel fatto che io ora senta un male molto forte alla testa perché il disco rigido del mio Pc è saltato disperdendo tutto il suo contenuto. Il senso di vuoto che sento nella pancia non è dettato da alcuna proiezione psicologica. La memoria del mio Pc non era una metafora distaccata da me, non era un'astrazione, e nemmeno un prodotto privo di materia. Non era neanche tempo cristallizzato, come un'unghia che ti cresce e che puoi tagliare ogni tanto. Era presente come è presente qui il mio corpo. Sono stati asportati dei pezzi molto concreti della mia esistenza fisiologica. E ora il mio corpo, le mie gambe, le mie braccia, i miei occhi, il mio cervello, dovranno subire una dura rieducazione per tornare indietro nel tempo e rimettersi nella condizione precedente all'incidente.

E' esattamente come uscire dall'ospedale dopo un'operazione chirurgica molto invasiva.

Qualcosa che Bruno avrebbe raccontato meglio

Da mesi, dietro al posto dove lavoro stanno costruendo un grande palazzo. È lungo quanto un campo di calcio, e ormai è diventato alto come la gru gialla che cigola ogni momento del giorno.
Le impalcature rosse e grigie lo avvolgono tutto e c'è un cortile cosparso di furgoni, mucchi di sabbia e pozzanghere, con una voragine sulla destra: probabilmente l'ingresso dei futuri parcheggi sotterranei.

Io ci passo davanti in pausa pranzo, in questi giorni assolati e gelidi di gennaio, e cammino con il naso in su dall'altra parte della strada.
Ascolto sempre le urla prolungate che i muratori si lanciano da un piano all'altro, altissime sopra la mia testa: dialetti irriconoscibili, bestemmie, battute e risate di gente che lavora, che lavora per davvero e ha tirato su quel palazzo enorme.

Ma non li vedo mai. Non li ho mai visti una sola volta.
Sento le loro voci, quelli che si chiamano, quelli che scendono a mangiare, quelli che avvertono che sta salendo una cosa: è un continuo contrappunto, un coro di nomi, esortazioni, imperativi e imprecazioni che si sovrappongono.

Oggi, con quel sole, mi è sembrato un gigantesco albero, e i muratori se ne stavano appollaiati sui rami a cantare.
Chissà se qualcuno la mattina riesce ad arrivare al lavoro volando, evitando il traffico della tangenziale.

martedì 14 gennaio 2003

Forse abbiamo fatto ingelosire Mr. unhip, forse un istinto paterno e pedagogico nei nostri confronti lo ha spinto a scriverci raccontandoci i suoi dischi preferiti del 2002.
Eccoli qui:

1. UGLY CASANOVA, Sharpen Your Teeth (Sub Pop)
2. THE BLACK HEART PROCESSION, Amore Del Tropico (Touch&Go)
3. MIKE PATTON/IKUE MORI/JOHN ZORN, Hemophiliac (Tzadik)

Infine, come lui stesso ricorda: «ci si vede, nudi, al bancone del moebius giovedì sera».

(Intanto da queste parti c'è già da segnalare un primo disco del 2003...)
Agli amici di Arte del Nastrone (stiamo arrivando, régaz...), segnalo le (i?) Neglected Mixtapes di Pitchfork: qui 1, 2 e 3.
Molto ragionate e molto malinconiche, come piace a noi.
Intorno ai 30?

Leggete la Cri! :-)
(e se non funziona il permalink, è sul post del 10 gennaio).
Siamo ancora amici?

Mentre i musicisti continuano ad andarsene (questa volta è toccato a Mickey Finn, percussionista dei T-Rex), quelli che rimangono cercano di non perdersi di vista.
Ecco una tipica non-notizia di NME: Alex James dei Blur e Graham Coxon (che i Blur li ha lasciati l'anno scorso) hanno fatto shopping assieme...
Una buona notizia invece è che le Throwing Muses sono di nuovo in tour (purtroppo però senza Tanya Donnelly).
Leggo sull'ottimo Emme Bi Blog che Douglas Coupland sta per pubblicare un nuovo romanzo: Hey Nostradamus!

arrestato Pete Townshend

una foto triste

sabato 11 gennaio 2003

Gennaio!

Stamattina la finestra sembrava la copertina di Siberia dei Diaframma, con il cielo bianco e i tetti pieni di neve.
La canzone la ascolteremo dalla voce di Federico Fiumani questa sera al Covo.
Non c'è quasi bisogno di dire che è un evento che è meglio non perdere: ogni occasione per vedere i Diaframma dal vivo ha sempre un effetto molto sentimentale e a maggior ragione lo sarà questa volta, in uno dei posti da concerti più belli di Bologna che sta per chiudere.

venerdì 10 gennaio 2003

Viva viva il Circuito cinema.

Adesso chiudete gli occhi e fate finta di vivere in un mondo dove il "mercato della cultura" sia tutto diverso dal nostro. Le librerie, per esempio, sono degli stanzoni tutti più o meno uguali, (cambia il colore degli arredi). C'è un gran bancone e due o tre vetrinette espositive. Aprono solo di pomeriggio e vendono un libro al giorno, uno solo. In pochi casi eccezionali la vendita si allunga un po'. Il prezzo è fisso, a prescindere dall'editore, dal traduttore ecc. E' vero che le più frequentate sono le gigantesche iperlibrerie. Queste hanno banconi enormi, portoni in vetro e acciaio, enormi manifesti con le trame e i ritratti degli scrittori. Di libri ne vendono tre, quattro, sei alla volta, anche per settimane, ma solo titoli freschi, di giornata: l'ultimo della Tamaro, un sequel di Bevilacqua, quello fantasy di Crichton, un thriller di Conelly ecc. Già se cerchi un titolo di tre anni bisogna che ti arrangi. Niente biblioteche. Ti compri il file e te lo leggi tutto sul palmare, in poltrona, a casa, con la luce accesa e la famiglia intorno.

E allora poi cosa fai? quell'unico giorno che una libreria mette in vendita i Fratelli Karamazov non vai a comprarli perché sono troppo lunghi? poniamo che Rumore bianco, anzi White noise, o Underworld di De Lillo lo vendano solo in inglese, perché tradotto non lo ristampano più. Te ne freghi perché è in lingua originale? E con Douglas Coupland come la mettiamo? Le iper non lo programmano ed esce di straforo solo per due ore. Bisogna organizzarsi, altrimenti, la sera che esce il Faust o la Commedia (oh, ma sono pesanti!!) ci troviamo in 3 o 4 a fare la figura dei librofili, visto che ormai, il venerdì sera, impera il tamaro-style (montaggio rapido, fluente, immagini chiare, bella fotografia, emozioni, simboli).

E se i CD li facessero ascoltare una sera alla settimana solo una volta ogni tanto?

Ecco, tramontato il gusto anni Settanta per le controculture, questo mi sembra un buon motivo per frequentare i cosiddetti cineclub: per spendere un po' meglio i nostri soldi nel grande mercato dell'intrattenimento (che se ci pensate bene è il motivo opposto a quello che segnò la nascita di queste sale, che volevano opporsi ai film diciamo di massa, fatti per essere venduti, e non entrare in concorrenza con loro). Personalmete confesso di essermi un po' rotto le balle di incarnare (a gratis) il tam tam pubblicitario della modenese Sala Truffaut, ma in questo caso mi sento di prodigarmi in altri inviti pubblici perché dopo trimestri di stanca ritrovo un programma molto degno, addirittura strepitoso, in certi casi. Per questo, anche se io amo andare al cinema da solo, vi trascrivo qualche data con film che poi non so quando sarà più possibile rileggere..., scusate "rivedere". E sottolineo con orgoglio inascoltato che sono anni, dal 1997, quando ne scrissi su una poco diffusa rivista locale, (Energie nuove), che vado descrivendo nello stile della sala Truffaut il miraggio di un'utopia cinematografica: il cineclub di massa. In provincia siamo troppo avanti. Pensate a quante volte nelle ultime stagioni i multisala sono diventati cinema d'essai: Blade runners director's cut, Star wars restaurato, Apocalipse now director's cut, fra poco Il grande dittatore ecc. Credete veramente che lo Splendor, il Metropol, il Capitol valgano il loro prezzo solo perché danno film doppiati, a colori, in dolby e c'è il baretto?

Sabato 11 gennaio, La passione di Giovanna D'Arco, di Carl Theodor Dreyer, durata 85'

Venerdì 17 gennaio, Il dottor Mabuse, di Fritz Lang, durata 217' (versione originale).

Martedì 21 gennaio, L'estate di Davide, di Carlo Mazzacurati, durata 92'.

Venerdì 24 gennaio, I Nibelunghi (anzi, Die Nibelungen), di Fritz Lang, durata 237' (versione originale).

Martedì 4 febbraio, Faust, di Friedrich Wilhelm Murnau, durata 85'.

Martedì 11 febbraio, Francesco giullare di Dio, di Roberto Rossellini, durata 75'.

Giovedì 13 febbraio, Nazarin, di Luis Bunuel, 94'.

Venerdì 14 febbraio, M. il mostro di Dusseldorf, di Fritz Lang, 117'.

Sabato 15 febbraio, Il settimo sigillo, di Ingmar Bergman, 95'.

Giovedì 20 febbraio, Diario di un curato di campagna, di Robert Bresson, 117'.

Martedì 25 febbraio, Leon Morin prete, di Jena-Pierre Melville, 114'.

Venerdì 28 febbraio, Je vou salue Marie, di Jean-Luc Godard, 65'.


Ce ne sono pure molti altri. Per esempio il vero Metropolis il 31 gennaio.
Alla Truffaut si entra con 4.10 euro (3.10 chi è socio Arci) più una tessera annuale da 2,60 euro. I film iniziano alle 21.15 tranne il sabato che fanno il doppio spettacolo normale. Qualli molto lunghi iniziano alle 20.30.

(Io non ho alcuna percentuale sull'incasso).

giovedì 9 gennaio 2003

Marco beveva? Non so, credo di si'. Un po' per giustificare, un po' per commuoversi, mi pare che l'addizione abbia comunque preso il sopravvento. Non e' un bel modo di sistemare le cose, me ne rendo conto, e' un po' troppo cinematografico, ma non abbiamo trovato di meglio, io e lei. Poi con le addizioni siamo andati lontani. Perche' Marco possedeva l'enoteca delle sessions, animata dai migliori musicisti di Modena o da qualcuno che li rendeva statisticamente tali. Cosi', morire di emorraggia interna ci e' parsa una necessita' estetica dal sapore maledettamente antico. Che dovesse morire cosi' gonfio e pallido, pero', non ce lo saremmo mai immaginati, anche a pensarci. E' la distanza che si crea tra le persone vive e che poi si estingue, quando i morti hanno finalmente un senso. Ad esempio, io lo credevo indaffaratissimo a sedurre la mia ragazza, la notte in cui ci siamo conosciuti e lui era brillante e riempiva i bicchieri. Invece aveva cose ben piu' importanti a cui pensare. L'ultima volta, al Parco della Repubblica, ci ha offerto il concerto di un Capossela magrissimo e ancora da bere. Era gia' gonfio e pallido e c'era la musica, di cui Marco portava segni che non avevano nulla a che fare con la distinzione. Io non avevo piu' paura e l'ho ringraziato. Per fortuna. Adieu.
Due appuntamenti

1. Radiocittà103. A partire dalle ore diciotto, sotto il plaid cristallino che ammanta: e rumoroso ghiaietto e le furono ortensie violette e ciccione nonchè le turgide rose del novecentesco giardino all'italienne, già solaio dei celebri studi di via masi due, le fanciulle di Uailì e iNostri prodi pionieri dell'etere instantaneamente pret-à-porter (iNostri più tardi in realtà, guest star sul principio, ospiti molto semplici sul finale) canticchiano De Andrè (qui florilegio di link) per un lungo omaggiante aperitivo. Che, manco a dirlo, si palesa in anticipo su ogni stupore, essendo punto in prossimità d'anniversario. Fino alle ventuno tra i suoi dischi noi, incoscenti, sdottorando antologici oblomovismo.


2. Moebius. Calzate le ciaspe e le ghette i Nostri si avventureranno verso Futa, stante persino il maltempo, salvo curare geloni alla prima serata unhip (manco a dirlo) dell'anno duemilatre (e di tutti i tempi) al music club di via toscana cinque. All'alternative country di Satellite Inn, segue, e soprattutto, il dj-set di mr. unhip in persona. Non mancate.


Ops. Dimenticavo: chi mai può offrire tutto questo un giovedi sera buio e tempestoso e soprattutto chi vi offre tutto questo agggratis?
Volevate i link?

Vi diamo di più: ecco anche il gossip!
Fabrizio Moretti, phichissimo batterista degli Strokes, è in procinto di sposare Drew Barrymore?
Ancora a proposito di classifiche

Non avevamo segnalato, ad esempio, la classifica dei dischi del 2002 secondo Pitchfork: le motivazioni dei "premi" sono tutte molto belle, quasi delle recensioni al quadrato, prospettiche.

Su Metacritic, nella pagina dedicata alla Musica, c'è già un primo High Scores dell'anno appena concluso, in attesa della pagina di critica comparata che ripeta l'imprescindibile analisi del 2001.

Completiamo poi la rassegna dei nostri dj preferiti con la classifica di Alberto Simoni, maestro dalle frequenze di Radio Città 103 e infaticabile trainer sulle piste del Covo di Bologna.




42 secondi di oleografia.
Neve. Neve!

Hand in glove

Tra le cose che dovevamo fare in questi primi giorni dell'anno, c'era il riassunto delle tendenze per il passaggio dal 2002 al 2003 indicate da The Face, una delle più esilaranti letture delle vacanze.
In classifica c'erano pure i guanti senza dita, sembra siano molto à la page da quelle parti.
Io però oggi, con questo tempo li sconsiglio, soprattutto quelli con la manopola sopra che si apre e si chiude: sono pessimi per fare le palle di neve.

mercoledì 8 gennaio 2003

Arretrati

Qui a polaroid non siamo ancora entrati nel 2003, régaz: perdonateci il ritardo.
Almeno vi eravate accorti che avevamo passato assieme l'ultimo dell'anno? Ovviamente su Blob Of The Blogs :-)

Abbiamo un mucchio di cose da segnalare e questa sera non le esauriremo.
Per prima: L'arte del Nastrone (versione italica di Art of the mix), blog creato con passione e divertimento da Cesare Lamanna un po' anche per colpa nostra, e ne siamo fieri :-))
Appena abbiamo un attimo, una C60 e un computer ci saremo anche noi, promesso!

Poi, a forza di rimandare e perdere tempo, siamo rimasti fuori dalla rassegna 2002 Autoanalisi dei blog, curata come sempre da Ludik. Pazienza: rimedieremo al più presto (?)
La cosa che colpiva di più tra i bei pezzi pubblicati (come già notato e commentato da Leonardo) era la perentorietà di Luca Sofri: "Un blog deve avere degli aggiornamenti periodici continui e attuali e deve contenere dei links".

Ehm... mi sono guardato intorno...
Qui parecchia discontinuità... e link pochini, sempre gli stessi: gli amici o quelli nuovi...
Polaroid: bocciato.
Che questo non sia un blog? Poco importa, forse.

Ma poi mi è venuto in mente che un link è solo una citazione, con in più la possibilità di accedere direttamente alla fonte.
Di citazioni ne sappiamo tutti qualcosa: costituiscono tre quarti delle nostre conversazioni, anche le più serie.
Con le citazioni cerchiamo di convincere, di far ridere, di far innamorare, ci facciamo belli e magari non sempre ci riusciamo.
Ma pur sempre di link si tratta: pensa se avessi potuto chiedere di baciarti facendo partire quella scena di "Io e Annie"...

E quindi niente: dire che soltanto link uguale blog, mentre fare riferimento a un libro no, mi pare una sciocchezza, ma solo per via della sua parzialità.
Ogni "dovere" è parziale: l'indagine estetica proprio di Wittgenstein (il filosofo stavolta) ce lo ha mostrato bene.
Se, quindi, invece di un click di mouse (cosa che poi non si fa sempre: anzi come ammette Leo, forse "un cinque per cento" di volte), ti rimando a una biblioteca reale e non a internet, secondo te sbaglio?
E se ti racconto che dischi metto in radio e poi magari ti viene voglia di andare a cercare chi sono, è necessario decidere se questo è "blog"?

Poi, mi accorgo che Luca Sofri non è così drastico. Infatti, quale sarebbe secondo lui la "ricchezza" dei blog?
"Il rimando al mondo fuori dal sito, al resto delle cose che circolano, alle notizie, a quello che avviene altrove. L'accesso a queste cose".
Beh, ecco: magari non l'ha fatto apposta, ma ha detto il resto delle cose, non Rete. Ha usato la parola mondo, non Internet.
Per un lettore di Wittgenstein (il filosofo, stavolta) è importante, e credo anche per Wittgenstein.
non confondere la vita disordinata con la vita vuota.

venerdì 3 gennaio 2003

La famigerata classifica dei dischi 2002

Fare le cose con un po' più di ordine: potrebbe essere questo il primo proposito per il 2003?
Mah, non siamo molto bravi a imporci programmi a lunga scadenza, però un po' di organizzazione in più non sarebbe stata fuori luogo ieri sera in radio, nella maratona di quesi tre ore a trasmissioni unificate polaroid+Glamorama per il resoconto musicale dell'anno appena trascorso.

Fabio e Arturo, nonché il Ginka, direttamente da Beat Box, sono stati coinvolti loro malgrado nel casino umorale dei due sottoscritti e, fra numeri lanciati a caso, canzoni doppie, riviste inglesi e bottiglie che non si aprivano, abbiamo cercato di proporre la nostra personale classifica del 2002 (un po' da anziani, come ha osservato qualcuno).


- Concerti dell'anno:

3. Zen Circus (25 maggio, Musica nelle valli)

2. Mum (25 giugno, Ferrara)

1. Interpol (2 novembre, Rimini)



- Ed ecco la top ten:

10. Perturbazione In circolo

9. L'Altra, In the afternoon

8. The Libertines, Up the bracket

7. Jane Weaver, Like an aspen leaf

6. AA.VV. Blue, skied an'clear

5. Badly Drawn Boy, About a boy OST

4. AA.VV. Hit music only

3. Beck, Sea change

2. Interpol, Turn on the bright lights

1. Notwist, Neon Golden