martedì 26 febbraio 2002

going back to my root

Valido scrive che preferisce Polaroid quando parla di robe tipo Elefant Records (per la cronaca: statisticamente la gente ricorda di questo sito le cose che scrive Leonardo e la Elefant records).

Credo di capire cosa vuole dire: di Leonardo ce c'è già uno, inutile imitarlo :-)
Al limite aprirci un forum assieme potrebbe essere interessante...
D'altra parte però non avrebbe molto senso imporre limiti ai post, né di lunghezza né di argomenti.
Polaroid va avanti così, istantanea dopo istantanea, dipende da come sta la gente qui. Magari scriviamo un sacco, come nell'ultima settimana, magari per un mese siamo tutti troppo impeganti ad avere una vita nel mondo reale e non scriviamo nulla.

E allora questa sera, anche se avrei voglia di impegnarmi (magari per rispondere a Madame Defarge) vado un po' alla cazzo di cane e comincio con una buona notizia che trovo su Vita.
Nonostante a volte non sembri, Polaroid è un programma radiofonico e il fatto che a Kabul una radio ricomincia a trasmettere non può che farci piacere (ancora meglio poi se la radio nasce dalla collaborazione con una ONG. Peccato però quel nome da film americano).
Alcuni documenti sonori e diverse inchieste su radio e guerra le trovate dentro Golem.

Poi, in puro stile Polaroid, passo a dirvi due cose su un concerto a cui Polaroid non mancherà: domani sera al Covo suoneranno i Fall, proprio "i Fall di Mark E. Smith", come Arturo mi ha detto che si precisa sempre, dato che il mancuniano Mark ha cambiato qualcosa come una trentina di formazioni.
Ma non importa, se è vero che lo stesso ebbe a dichiarare "If it's me and your granny on bongos, then it's a Fall gig" (NME 7th February 1998).

Mark E. Smith I Fall hanno inciso poco più di un album all'anno dal 77 o giù di lì (se ne è accorto qualcuno?). E se questa settimana vi sentirete più duri perché siete appena usciti dal cinema dove proiettavano Paz venite a dirlo in faccia al signor Smith.
Qualcuno che ne sa più di me potrà anche scrivere che la discografia dei Fall è un disastro naturale, ma tenere insieme rabbia punk (anche se non ne hanno mai fatto realmente parte), attitudine indie e seri problemi con l'alcol per tutto questo tempo merita rispetto.

Una sintetica definizione che riassume il tono generale degli articoli che potete trovare sui Fall ce la fornisce l'appassionata fanzine Pefect Sound Forever:

"There's never been and never will be a 'perfect' Fall record but that's part of what's made the group so vital - they still fuck around a lot and take chances, never staying too complacent".

domenica 24 febbraio 2002

Il socio di maggioranza


Ogni buco di culo vede Zeus, nello specchio
Louis Ferdinand Celine

Questa cosa dei pranzi tedeschi nel secondo dopoguerra, delle cautele con cui devono aver chiacchierato i padri e i figli, mi stuzzica da un po'. Credo anche che abbia a che fare con la straordinaria velocita' con cui gli adolescenti di quelle parti sono usciti ed escono di casa. Forse anch'io verso i diciotto avrei cambiato domicilio, emancipatissimo, davanti ad un abisso etico e generazionale come quello che si e' necessariamente creato tra i nonni e i nipoti delle due germanie.

Sono convinto che numerosi pranzi siano saltati in aria per colpa del fantasma nazista. Che - come capita quando ci si vuole tenere alla larga da una parola o da un argomento - sara' continuamente spuntato da ogni virgola, dietro le consonanti e le allitterazioni, oltre che per ovvi ma pur sempre frequenti motivi di cronaca o incidenti conversazionali. Ricordo l'ingenuita' con cui rientravo da scuola a collaudare le mie scoperte pubbliche. Una volta sono entrato in casa e' ho detto con mia madre: "Ciao mamma, corro in bagno a sborare". Mi avevano passato un'informazione falsa.

Ecco, immagino che gli stessi equivoci che hanno infiltrato i tabu' della mia educazione sentimentale (e politica), possano essersi addensati sul periodo di storia che i genitori tedeschi avevano vissuto e i loro figli ricostruivano ingenuamente, nei bagni di scuola o al cinema. E mi immagino che prima o poi i punti di domanda debbano essere arrivati: cosa vuol dire, papa', olocausto? E ariano? Di qui al chiedersi cosa diavolo facesse il padre mentre gli ariani combinavano l'olocausto il passo e' brevissimo, per quanto malfermo.

Mettiamola cosi', supponiamo che il figlio si sia limitato a chiedere: ma tu, non hai fatto niente? Oppure: tu non eri d'accordo, vero papa'? Pare che la Germania abbia risposto in massa che non ne sapeva nulla. E c'e' del vero, perche' non conosceva le conclusioni, nonostante avesse
alimentato e sostenuto di consenso e silenzi le premesse.

Non per forza in camicia bruna. Ma perche' bisognera' pur familiarizzare con l'idea che l'ambiente e' un socio di maggioranza, del modo in cui viviamo, consumiamo, parliamo, amiamo, ci deprimiamo... E' vero: i dove sono tanti e - se volete - sacrosanti. Ma si assomigliano tutti troppo. Sono villette a schiera o stanze del Grand Hotel Abisso, appunto.

Jonathan e Ebi hanno ragione, forse sono piu' sinceri di me. Ma, quando dico la Germania e noi, quando vi chiedo di dirmi in che posto vi trovate, voglio sragionare, cerco di dire cose assurde per riguadagnare un minimo di buon senso. Quello che rende incomprensibile la solitudine iperbarica dei nostri "dove" tutti uguali e ci rinfaccia la realta' di Ramallah, di Kabul... Non facciamoci mettere le parole in testa. Siamo sicuri che sia possibile o che a volte non valga semplicemente la pena di decidere da chi farcele mettere, dando credito a qualcuno? Siamo sicuri che la nostra autonomia non sia un formidabile dispositivo di passivita'? A noi hanno insegnato che prima di tutto bisogna ragionare con la nostra testa. Ecco, nella mia tutte le cose di cui dovrei ragionare non ci stanno piu' e a volte delego un colore, un amico, un libro...

Ma tu dov'eri? Vorrei solo evitare di rispondere che tirare avanti e' stata dura per tutti, ciascuno nel suo. Vorrei evitare di continuare a vedere nello specchio enormi problemi, olimpiche indecisioni... Credetemi, sono i piu' inutili esercizi di grandezza ai quali ci hanno allenato con la dottrina delle cose individuali e dell'autonomia.


venerdì 22 febbraio 2002

Tra la poesia e l'Argentina (e c'è pure un pezzo di Madame che langue nella mail da due giorni: non è riuscita a metterlo su?) qui ho perso un paio di colpi e così solo all'ultimo minuto vi dico di stasera al Covo: quarta serata unhip records con Couch in concerto e a seguire imperdibile dj set del duo di Glamorama, Arturo Compagnoni e Fabio Merighi.

Le info che seguono sono tratte dalla mailing list della unhip, alla quale vi consiglio di iscrivervi perché i messaggi di Giovanni "The Modest" Gandolfi sono sempre molto divertenti e istruttivi.

I Couch sono una formazione strumentale nata intorno al 1993, tra le prime a seguire la scia tracciata da Slint e Tortoise, ma con un richiamo alla tradizione kraut-rock ed elettronica della loro Germania (provengono da Monaco) che li rende comunque sempre molto riconoscibili.

L'ultimo dei loro 4 album è uscito lo scorso anno su Kitty-yo ed è intitolato "Profane". Giovanni dice che, nonostante la formula strumentale sembra aver esaurito la creatività di molte band, anche di più recente formazione (e in generale abbia un po' seccato la pianta, aggiungo io), nei Couch persiste un tono di epicità (che dal vivo ovviamente rende al massimo) unito a una componente melodica assolutamente originale. Personalmente, l'ascolto dei brani dell'ultimo disco mi ha ricordato certe cose di David Holmes, se avete presente.

Per saperne di più, due link utili sono www.epitonic.com/artists/couch per scaricare gratuitamente qualche loro mp3, e il loro sito ufficiale.

Dopo i Couch in sala concerto ci sarà un dj set di Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò insieme a Giovanni, mentre in sala bar (e dove, altrimenti?) gitarren-pop come se piovesse selezionato da Arturo e Fabio di Radio Città 103, insomma, quelli che vanno in onda dopo Polaroid, che chiaramente non mancherà :-)


ciao Enzo,
non so piú nemmeno cosa ti ho mandato ieri...
È colpa della fretta, ma non riesco a preparare prima i pezzi.


L'importante non é la caduta, ma l'atterraggio

Cifre bianche su sfondo nero, il ticchettio di un orologio. Così Kassowitz ne "La Haine" ci trascina verso l'inevitabile atterraggio. La televisione argentina preferisce caratteri cubitali in bianco su sfondo rosso acceso. Sembra alla ricerca della medesima "Spannung". Ma qui in gioco c'è il futuro di un paese con gravi ferite aperte, non la riuscita di un film.

Negli ultimi giorni la crisi economica ed istituzionale sembra aggravvarsi sempre più velocemente. Trovandomi ora a Buenos Aires l'impressione è quella di trovarsi agli ultimi piani della caduta. In appena un'ora sono state bloccate da diverse manifestazioni spontanee alcune delle maggiori arterie di una metropoli che, dopotutto, continua la sua vita frenetica.

La televisione manda a rotazione continua gli indici di acquisto/vendita del dollaro, l'indice di "rischio del paese" e i numeri della lotteria. Tutto contornato dagli interventi degli inviati sulle piazze, sui ponti, davanti alle banche. Dal governo nulla. Stanno giocando la trattativa con i petrolieri che chiedono un forte aumento dei prezzi dei carburanti.

Intanto il numero di ricorsi presentati ai tribunali contro il provvedimento che blocca i conti correnti sono già più di ventimila. E, come prevedibile, aumentano anche le file davanti al consolato americano per ottenere un visto per fuggire da qui. I volti delle persone sono comprensibilmente tirati. Vedere "simpatiche vecchine" martellare per ore le lamiere che proteggono gli istituti bancari fa uno strano effetto. Penso sia significativo della disperazione che regna sovrana: un paese dove il 40% della forza lavoro non è occupata e il 50% della popolazione vive oramai al di sotto della soglia di povertà.

Il Fondo Monetario Internazionale, che con un nuovo prestito appare l'unico possibile salvagente, tace dell'altro della sua ortodossia. Seguendo le sue indicazioni l'Argentina è stata protagonista negli anni Novanta di un fenomeno che rischia presto di farsi conoscere anche in Italia: una forte crescita economica accompagnata da un forta aumento della disoccupazione. La ricetta dell'FMI (parità peso-dollaro, debito estero a zero, privatizzazioni, taglio della spesa pubblica) semplicemente non funziona (e poi, scusate: per caso gli Stati Uniti stanno azzerando il debito estero? per caso riducendo le uscite statali?). O meglio: funziona per proteggere i
capitali stranieri investiti in questo paese, ma non ha nulla a che fare con la soluzione del problema della povertà della metà di una nazione.

Un paio di elicotteri si sono alzati da poco in volo e sorvolano la città. Per ora la polizia non si fa nemmeno vedere per strada, o quasi. Del resto le manifestazioni ed i blocchi stradali sono del tutto pacifici. Due mesi fa però, gli assalti ai supermercati (sono ormai chiare le responsabilità dell'estrema destra nel fomentare questi assalti) furono la scusa per reprimere il grande fronte popolare della protesta. Con 35 morti. La tensione è alta e destinata ad alzarzi ancor piú nelle prossime ore. "Fino a qui tutto bene", appunto.


un abbraccio,
Erik

mercoledì 20 febbraio 2002

Giulia Niccolai - Tautological poemAl termine di una giornata da più parti molto difficile, che conta anche la seconda fusione del motore della mia macchina, lasciate almeno che vi inviti. Venite, venite numerosi domani sera alle 21, poco dopo Polaroid, a Modena, al cosiddetto Laboratorio di poesia, in pieno centro storico. Lì presenteremo Esoterico biliardo un bel libro di Giulia Niccolai, una poetessa delle migliori fra quelle della neoavanguardia. E poi potrete vedere un Poeta con la barba bianca e sentirlo pronunciare la parola Poesia con un'esse sonora che nulla può.
Al limite datemi un colpo di telefono, scrivetemi, venite alla fine, solo per bere, insomma, come vi pare: non abbandonatemi...

Ciao Enzo, qui l'aria incomincia ad essere un po' tesa...


Verso Buenos Aires

La piccola piazza di Posadas è "occupata" ormai da due giorni. Forse duecento persone bloccano la strada di fronte alla sede del governo provinciale. Intanto alla televisione scorrono le immagini del centro di Buenos Aires: anche qui da due giorni le strade del quartiere "bancario" sono invase dalla gente che al suono delle solite pentole comincia ad accompagnare anche quello dei martelli.

Gli sportelli bancomat sono stati sistematicamente distrutti. Vengono danneggiati anche i furgoni portavalori rimasti imbottigliati nella protesta. La polizia per ora guarda e lascia fare impedendo soltanto l'ingresso nelle banche. Non sono nemmeno in tenuta anti-sommossa.

Baires è tutta una coda. Code davanti alle ambasciate europee e a quella americana per procurarsi i visti d'ingresso. Code davanti ai tribunali dove migliaia di persone stanno presentando ricorsi d'incostituzionalità al blocco dei conti privati. Non conosco lo spagnolo, ma ovviamente qualcosa riesco a capirlo. La tensione sale, mentre dal governo non arriva nessuna dichiarazione. Solo qualcosa riguardo al cambio del Ministro alla Sicurezza Sociale che doveva giurare questa mattina, ma non ho capito se l'ha fatto o meno.

Enzo, ho finito il tempo. Se vuoi, tieni questo pezzo da parte. Io parto, vado a Baires proprio oggi.

A presto,
Erik

martedì 19 febbraio 2002


Vado a cambiare i punti di riferimento

Questa sera (fin troppo facile dirlo adesso) non avevo voglia di scrivere nulla, un po' perchè ero stanco, un po' perché non avevo nulla da dire, se non l'usuale girotondo estetizzante di parole e citazioni in cui cadi dopo che ti è capitato di vedere Arbasino (questa volta nella bella cornice dell'Aula Absidale) replicare l'ennesima identica conferenza di se stesso, un po' perché non so davvero cosa sta succedendo nel mondo reale.

Poi non avrei voluto scrivere nulla che coprisse subito il bel post di Jonathan, qui sotto. Sarebbe stata la seconda volta. Ma si vede che abbiamo degli strani ritmi, qui su Polaroid. O forse degli strani lavori (e non è vero, Leonardo, rimpianti e tutto il resto: ma va là, qui c'è bisogno ancora di te, e anche un sacco).

Forse avrei voluto scrivere qualcosa soltanto per rispondere a Madame Defarge, al suo duro pezzo che chiedeva "dov'eri tu?": mi perdoni, Madame, so che lei ha ragione (in generale - o quanto può essere generale l'etica) e ha anche ragioni (nei numeri, nei fatti, nella dura pasta del mondo).
Eppure, sento che come altre volte è stato necessario ripetersi "non facciamoci mettere le parole in testa", per riuscire ad ascoltare le proprie parole e anche quelle degli altri, così questa volta mi veniva spontaneo dire "non facciamoci mettere tutti nello stesso posto", che quel dove non può essere lo stesso per tutti.
Sì, qualcuno magari era innamorato, qualcuno era depresso, distratto, qualcuno proprio non sapeva nulla e non gli piaceva chi gli voleva insegnare tutto, qualcuno banalmente non aveva le forze, qualcuno era a Pisa. Insomma erano tutti da tante parti, e non potevano tutti mollare ogni cosa per farne solo una ma tutti assieme.
So bene che lei voleva dire qualcosa di molto meno grossolano, e proprio per questo le scrivo queste parole, Madame: perché so che il suo linguaggio sa essere più forbito e più tagliente, più preciso, allenato com'è dai salotti illuministi e dai vicoli di Parigi dove ha camminato sotto chissà quale travestimento.

E se fossi stato di buonumore avrei scritto anch'io qualcosa sulla Tobin Tax sul linguaggio dell'economia (se si può ancora chiamare così). Sarei partito da questo articoletto sul Sole-24Ore, niente di importante, un commento a lato della pagina, tanto per segnalarvi le espressioni "l'appetitoso bottino potenziale" (cioè i 500 milioni di euro dei risparmi degli italiani "colpevoli" di non essere investiti), o "l'evoluzione darwiniana del sistema bancario" oppure il "click puro" della finanza on line. Altro che Tobin, questo è Dante, questo è Celine.

Ma, davvero, questa sera m'importa altro. Questa sera l'ultima polaroid è per l'Ingegnere sotto tesi, penso a lei chiusa nel laboratorio in cima alla collina da sola (la polizia viene a controllare perché mai c'è ancora la luce accesa), e che mi dice "ciao, adesso vado a cambiare tutti i punti di riferimento" e io, che fino a quel momento assoluto credevo di avere avuto una serena giornata inutile, rimango col telefono in mano, cercando di imparare a memoria la frase e la voce, pensando che forse gli ingegneri meritano sempre l'ultima parola.

Buonanotte Ellegi, Pesta Duro! questo è il momento :-)

"Eccomi, adesso sono qua".

hey, hey, ma in un posto pubblico come questo blog si può prendere la parola solo per salutare? solo per dire poco o niente? beh, se si può, ritenetelo fatto e non aspettatevi altro: prendete con voi questa specie di povertà. Nel caso opposto non state a pensarne male.
È che quando intorno succedono delle cose sconfortanti, troppo dannose, troppo crudeli da portare con sé (decenni fa si diceva "calcinanti", cioè brucianti per solo contatto con la pelle, a secco), uno finisce alla lettera in frantumi. Ci si sente "troppo pieni di spazi vuoti", come a volte gli ingegneri definiscono le case progettate da un architetto. È strano come in questi casi si sfidi l'assurdo col sensato, col lampante. A voler ricordare una battuta forse di Lukacs forse di Adorno, sostituendo la logica al non senso, anzi contornando l'inaccettabile col sensato, si fa il possibile per trasformare l'Abisso nel Grand Hotel Abisso, almeno per sopravvivere all'inferno. Un modo come un altro per rislovere la situazione è essere apodittici. Provare a dire "eccomi, adesso sono qua".

domenica 17 febbraio 2002

nuova corrispondenza dall'altro emisfero per Erik e noi, in questa domenica grigia della Bassa, volentieri lo pubblichiamo e lo pensiamo


Bisogno di movimento

Improvvisamente ho dovuto lasciare il Brasile. Saranno stati i virgulti serfisti dell`Ila do Mehl o la scena di poliziotti in mimetica che in mezzo alla strada, con tanto di pistole spianate, spogliano due ragazzi.
In ogni modo, mi è venuta questa gran voglia di passare il confine a cui non ho voluto resistere. Così ora sono in Argentina. Con i soldi faccio una fatica del diavolo, perché tra Euro, Dollaro, Lira, Reais e Pesos, non ci capisco più un cazzo. Del resto sono giunto nel luogo della crisi.

Di fronte alla prima bistecca della settimana, tocca pure sentire la ragazza del tavolo accanto raccontare che sì, lei voleva andare in Europa per le sue vacanze, aveva parsimoniosamente messo da parte i risparmi, ma ciccia: il conto in banca è bloccato e non può partire. Ad ascoltare tutta la storia e il riassunto di cosa sta succedendo a Buenos Aires c'è l'amica norvegese - io sono un agente segreto e fingo di studiare il pezzettone di manzo che mi ritrovo nel piatto.

La norvegese senza battere ciglio le risponde con un candido "Sì, ma solo perché l'Argentina non è una vera democrazia". Temo la rissa. Non accade nulla.
Continuano a parlare: la prima ragazza parla di globalizzazione, di capitalismo, di socialismo e di una totale sfiducia nella sinistra argentina e mondiale. Gli argomenti mi suonano, come dire, "conosciuti".
La norvegese cerca di metterla alle corde con una presunta responsabilità nazionale argentina nella crisi, per lei non basta dare la colpa "al sistema". Chiudendo l'arringa le scappa pure detto che per lei gli Stati Uniti sono il peggior criminale del pianeta.
Io sono da capo.
Basta, pago e me ne vado a celebrare la santissima siesta.

È disarmante fare dodicimila chilometri e sentire le stesse discussioni, gli stessi discorsi. Disarmante, non banale. In questi giorni non so nulla dell'Italia. L'ultima volta che ho guardato i giornali via internet persino la vignetta di Vauro mi ha rattristato. Ho fatto l'errore di dare un'occhiata alla mailing del Reggio Emilia Social Forum: "quante stupide galline che si azzuffano per niente".
Sempre in movimento, sarà questa la soluzione?


giovedì 14 febbraio 2002

buon sanvalentino a tutti i bloggatori e visitatori di Polaroid, soprattutto a “quell’aratro in mezzo al maggese” di Leonardo, che è inutile che fa il modesto, tanto Polaroid l’ha costruito come e più di noi ;-)

In ogni caso, per celebrare degnamente la sentimentale ricorrenza, questa sera in radio avremo Angela e sarà il primo ospite femminile della trasmissione: non potete mancare.

E poi a sanvalentino ci piace salutare anche un’altra signora, molto di classe, che mai va in escandescenze, per cui non s’arrabbierà troppo se la linkiamo e se la invitiamo a passare da queste parti quando vuole. I nostri omaggi, Madame Defarge, speriamo di sentirla presto.


mercoledì 13 febbraio 2002

Giornate da orso, di corsa, e il blog non è che lo curo come si deve, ultimamente (non credo si noti la differenza).
Questa sera, almeno per una minima forma di cortesia, vorrei ricambiare un paio di link gentili e inaspettati, poi magari ci si conoscerà meglio più avanti, magari in radio.
Polaroid è apparso prima su Bellacci.biz e poi anche su Ocurencia (che ha apprezzato la Elefant Records :-)

Grazie, régaz: @ presto

lunedì 11 febbraio 2002

(scusa, non mi trattengo, lo devo dire) Spero che Erik, fortunatamente dall'altra parte del globo, non possa vedere mai le immagini del rappresentante ufficiale della sua patria agli occhi del mondo.
Comunque, ancora sulla scia dei pensieri di Porto Alegre, oggi ci arriva questo nuovo pezzo (e già si avvertono le prime contaminazioni balneari...) e volentieri lo pubblichiamo.


Disobbedienza e rhum
Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique
In una plenaria del Forum Sociale Mondiale ho sentito Ramonet, il direttore di Le monde diplomatique, proporre l'idea di una nuova "ecologia della comunicazione". Subito mi sono stranito perché l'etichetta mi suonava un po' fasulla, tipo quella di "disobbedienza sociale". Poi in nove minuti netti Ramonet mi ha messo l'animo tranquillo. Anche se la sua fertile analisi del mondo della comunicazione non è riuscita a persuadermi del tutto sulla scelta "ecologica", mi quasi convinto, invece, della possibile fertilità della "disobbedienza sociale".

Dondolandomi sull'amaca ne discutevo pochi giorni fa con Valerio (gia rientrato al freddo: forza e coraggio compagno!). Gli raccontavo che sentire parlare oggi di occupazioni come forma di disobbedienza sociale mi lasciava piuttosto sconcertato. Lui, da yabastino "de fero", mi ha richiamato all'onestà intellettuale: sappiamo tutti che la "disobbedienza sociale" è ancora solo uno scatolone e che sarà il lavoro dei prossimi mesi a riempirlo. Uno a zero, palla al centro.

Valerio mi ha pure confidato un segreto: il dibattito intorno a quest'argomento é più che mai acceso tra i disobbedienti. Da una parte chi vuole continuare a fare di pratiche e slogan l'identità politica disobbediente. Dall'altra, chi è più consapevole dell'essere scatolone della disobbedienza, e la vorrebbe riempire insieme al "movimento" (parti riconoscibili più geograficamente che attraverso le etichette politiche, da quanto ho colto). Via Mattei è stato un primo tassello, vedremo i prossimi.

Ci siamo lanciati sul coca e rhum felici della parte dotta e costruttiva delle chiacchiere, e il resto della conversazione è rimasto sul fondo di qualche bicchiere di troppo. La mattina dopo, raccogliendo le mie cianfrusaglie per ripartire, un'altra intuizione mi ha colto nel bel mezzo del mal di testa: "Azione comunicativa decentrata". L'ho sentito dire in giro per il forum senza farci troppo caso. Cosa cazzo significa? Anche qui s'intravedono i contorni, ma sfugge l'immagine al centro, probabilmente non è un caso.

In parte il forum può sicuramente essere definito così come tale. Una vecchia babbiona canadese teneva un seminario dal titolo "La resistenza è creativa", qualcosa simile all'anonima alcolisti da cui, quando bisognava presentarsi e dire come la si pensa, ho visto bene di scappare a gambe levate. Lei e i suoi fottuti patchwork da scuola elementare che aveva orgogliosamente appeso per tutta l'aula! Una volta fuori ho vagato un'ora alla ricerca di una birra, mentre il "Cosa cazzo ci faccio io qui?" continuava a girarmi in testa. Di birra dentro lo spazio del Forum, nada.

Grazie Noam: sì, sono ignorante, molto gentile a ricordarmeloAzione comunicativa decentrata rispetto a me, ecco. Odioso, sincero, al di là del bene e del male. In ogni modo, meglio di Chomsky, sicuramente più decentrata. All'ovazione del pubblico quando gli é stata data la parola come "maestro", ha risposto con novanta minuti di lezione monotona. Nulla che non avesse già scritto, non una battuta, nemmeno un po' di carica per chi si preoccupa "delli mali dello mondo", ma che non può fare a meno di pensare anche ai propri. Grazie Noam: sì, sono ignorante, molto gentile a ricordarmelo. Sì, mi sto un po' perdendo. Ecologia della comunicazione? Disobbedienza sociale? Azione comunicativa decentrata? Non amo queste etichette. Del resto non amo nemmeno la capigliatura di Bernocchi, ma fino all'istituzione di un commissario politico per l'estetica del movimento (Dio sa quanto ce ne sarebbe bisogno!), l'unica cosa che posso fare è continuare a portare la mia non-chioma in movimento, giusto per disarmare di argomenti "politici" giornali e parlamentari, vassalli e valvassori, che non hanno esitato a dar contro a Berlinguer sempre e solo per l'età. Sì, non amo le etichette, ma è ora di piantarla con la fase anale adolescenziale che sta appassionando il nostro paese.

Erik

domenica 10 febbraio 2002

Purtroppo non abbiamo potuto anticiparlo qui sul sito, ma giovedì scorso, all'ultimo minuto, Polaroid è andato in onda con uno special guest davvero inatteso.
Con la scusa delle vecchie conoscenze e delle riviste di volontariato, abbiamo portato in radio Damir Ivic, già redattore di AL, Groove, Ultratomato e chissà che altro.

In attesa che posti lui stesso la sua playlist, con appropriati link e reviews, e dato che ultimamente qui sul sito facciamo tutto un po' in ritardo, finalmente ripesco la scaletta di qualche settimana fa, quando in radio vennero Jonathan e Erik (che in questo momento è perso da qualche parte tra Brasile e Argentina e aspetta un autobus).
Spero di aver preso nota correttamente della raffinatissima selezione musicale di Jonathan:

Supertramp, Pure boy (che per chi non lo sapesse è la sigla d'apertura di Io sono un autarchico)
James Taylor, Mexico (con l'accento sulla o, come dice lui)
King Crimson, Sailor's tale (chi non vorrebbe rinascere Robert Fripp?)
Elio e le Storie Tese, Cateto (l'immagine di Jonathan che balla...)
Don Byron, Tuskegee Experiment (per salutare la ragazza più sensuale di Modena...)

a questo punto per la rubrica dell'aperitivo, dato che si parlava anche di Porto Alegre, La Laura ha preparato un rinfrescante Mojito :-))

Bill Evans, Interplay (un po' di jazz per sciogliere ghiaccio e menta)
Pink Floyd, Mademoiselle Knobs (chitarra e cani from Pompei)
e per concludere, un pezzo scelto da Lucio dall'ultimo album di Francois Breut (sinceramente non ho inteso il titolo: di francese ne so meno che di musica...)

sabato 9 febbraio 2002

Concorso: Racconta il concerto di Stereo Total a chi non c'è andato

La live performance di Stereo Total si è tenuta giovedi 31 gennaio al Link.
Troppo tardi per parlarne ancora?
Certo il concorso è scaduto e il concerto passato da un po' ma l'Arte ha forse date di scadenza?

Pubblico di seguito le impressioni dei quattro vincitori
(pari il merito di non aver rispettato il regolamento nella sua parte dimensionale ma, del resto, si può forse vincolare gli entusiasmi entro rigidi margini?)

>> FLAVIA >> Getto immediatamente la spugna, non mi ci metto con quei giornalisti da strapazzo!!!
La sola cosa che posso dire è:
L'unico rimpianto della serata è che non ho comprato la maglietta rosa e/o gialla carinissima perchè per un attimo mi sono detta:
basta non hai più l'età per portare queste robbeeee!!!
Perche?????
Ecco l'unica cosa che cambierei della serata!!!!!


>> EBI >> Sbalordito, alla terza canzone mi volto verso il nume tutelare Arturo e come per chiedere conferma gli grido nell'orecchio:
RITORNOALLINFANZIARITORNOALLINFANZIARITORNOALLINFANZIAAAAA!!!! Lui annuisce e mi pare sorrida pure. Ancora un paio di pezzi, abbandono ogni scrupolo e mi dirigo verso Fabio, a un metro dal palco. Comincio a ballare insieme a lui e a tutte le ragazzine, cercando di imitare al meglio la versione del 1983 di mia sorella maggiore.
Le prime cose che riesco a farmi venire in mente sono: Serge Gainsburg più Giorgio Moroder più qualcosa di antiquariato giapponese alla Cornelius ma molto meno postmoderno. Niente citazioni qui, piuttosto il vero e proprio inabissarsi in un passato che a questo punto si fa pure fatica a riconoscere come tale, tanto lo si è riciclato appena aveva svoltato l'angolo.
Ma lascio perdere presto queste futili meditazioni e sudo, rido, salto, canto in coro la-la-la o all’occorrenza uho-ho: questo vogliono da me le canzoni di Stereo Total e questo noi chiediamo loro. Raccontateci ancora quanta adolescenza sappiamo, oggi, qui al Link di Bologna (se è ancora possibile).
I bis si susseguono e finalmente arriva anche il momento di L'amour a trois, un pezzo talmente divertente e riuscito che persino Francois Cactus può diventare una credibile maestra dell'erotismo. Irresistibile finale disco con tutte le ragazzine invitate a ballare sul palco, noi ce ne torniamo a casa felici, con una gran voglia di andare a cercare in soffitta quel vecchio Casio che ci avevano regalato da bambini.

>> FABIO >> Scusa se non ho risposto subito ma ho aspettato sperando che mi venisse l'ispirazione per raccontare in 10 righe l'evento.
Pur aspettando, l'ispirazione non mi è venuta probabilmente perchè sarei stato di parte a favore dei tedeschi così ho deciso di tirarmi fuori a malincuore da questo concorso.
L'unica cosa che mi viene da dire è che un concerto pur semplice come questo non ti fa rimpiangere le condizioni disastrose con cui ti presenti al lavoro il giorno successivo e rafforza la voglia di andare a vedere il prossimo.

>> ARTURO >> Lui sfiora i due metri, magliettina gialla e calzone a vita bassa pigia con energia ipercinetica i tasti di una piccolo campionatore. Lei ha un' aspetto da impiegata in pausa pranzo, elegante camicia bianca, vinilico giubottino blu ed occhialini, siede sul bordo di un tavolo sghembo di fronte ad una batteria minimale. Assieme sono Stereo Total, piccolo frullatore vintage che smembra, tritura e ricompone a modo suo quarant’anni di musica e cultura pop: Frank Sinatra, Vanessa Paradise, Salt’n’Pepa, canzoni presentate in buffo italiano da lei, sostenute da una base sonora tanto elementare quanto divertente, sconvolte dalla chitarra a scatola di lui. Un ora o giù di lì di vitaminico electroloungepunk, impossibile chiedere di più ad un anonimo giovedì notte di fine gennaio.


[ L'ordine di pubblicazione rispetta necessità compositive interne alla giuria stessa. Non me ne si voglia se tanto ho tardato.
Ma non è mai troppo tardi per prender posizioni a favore dei tedeschi, per riempirsi l'armadio di magliette rosa e/o gialle di gruppi tedeschi, con inclinazioni da frullatore vintage, se abbiamo avuto voglia di cantare in coro la-la-la o all’occorrenza uho-ho. ]

giovedì 7 febbraio 2002

E così anch’io ho visto Amelie, il film più commentato dai bloggers. E ora non mi tiro certo indietro.

Devo ammettere che ero entrato nel cinema con tutti i più scontati pregiudizi. Del resto, non era difficile dividere il numeroso pubblico in due categorie: quelli che ridevano qualunque cosa succedesse (forse nel timore di lasciarsi sfuggire qualche segnale di auto-meta-ironia di Jean-Pierre Jeunet: “oh, uno che ha fatto Delicatessen non può mica essere così facile”), e quelli che invece erano del tutto coinvolti emotivamente, finalmente lieti di assistere alla trasposizione cinematografica dei loro diari liceali ipercolorati, straripanti di adesivi e disegni e scritte con le freccine: qui poi si animavano anche gli animali sul comodino, sai che carino!

Non mi pare che Amelie abbia cambiato la mia vita (è triste ammetterlo? sono un insensibile?) e sarei propenso a dire che non cambierà nemmeno la storia del cinema (ma attendo dotte smentite).
Però è davvero un bel film, godibile, elegante (pure troppo, viste le accuse politiche che si è beccato in Francia), divertente e sentimentale nelle giuste proporzioni (se questa mattina mi sono scaricato pure il valzer per ricordarmi il passo di danza con cui tutti uscivano sorridendo dalla sala, ci sarà un motivo).

Peccato, forse, per il lavoro degli uffici stampa: esasperato, sovradimensionato, mollichiano ai limiti. Voglio dire: persino io che non possiedo un televisore, che preferisco leggere Leonardo invece di Repubblica, sapevo che questo era il film di cui si doveva parlare questa settimana. (Quasi) ogni immagine arrivava “già vista”, ogni sguardo in camera della dolcissima Audrey Tatou finiva per essere una citazione, il trailer di una pubblicità di sé stessa (e i primi piani delle scarpe? e l'hair style? uh, così francese!)
Qualche PR sarà soddisfatto della sua opera: io sono soltanto un po’ scettico circa lo sforzo che sarà necessario compiere per andare al cinema la prossima volta, per crederci ancora. Forse non è un caso che Amelie appartenga al genere favola. Hai voglia di stare ad ascoltare una favola, o preferisci andare a vedere quello che “non puoi proprio perdere”?


mercoledì 6 febbraio 2002

hello régaz, nuovo messaggio da Erik from Porto Alegre (da cui si evince, purtroppo, che Polaroid non aveva l'esclusiva del delegato reggiano - fatto che in parte spiegherebbe il colpevole "recupero di serietà" che secondo Leonardo sarebbe capitato agli inviati in terra brasiliana...)


Ciao Enzo,
ieri sono finiti i lavori del Forum e finalmente ho un po’ di tempo per scriverti. Rifatto lo zaino riparto tra un'ora verso Florianopolis per iniziare la parte di vero e proprio viaggio.
Ti mando nei prossimi giorni una serie di pezzi-fotografie sul Forum. Mi dispiace non aver potuto fare una sorta di "diretta" ma il caos era veramente troppo e i pezzi per i giornali sono stati più difficili da fare di quanto credessi.
Ma intanto...

4.2.2002

Con Bertinotti e Bernocchi che spuntano da ogni angolo non si sa più dove trovare un posto tranquillo per riposare le meningi.
Ho seguito plenarie e seminari di tutti i tipi e in tutte le lingue: time out!
Quando scende la sera su Porto Alegre, di solito non ho più alcuna volontà. Il cervello mi scoppia per le troppe facce, le troppe idee, le troppe parole...
Allora me ne passeggio piano rientrando verso l'hotel, cercando un posto dove mangiare. Ma sembra una maledizione e immancabilmente spunta qualche personaggio che ha una voglia incredibile di dimostrare la piena padronanza del dibattito politico di questi giorni.
Il movimento sta crescendo? Penso di si, cosa vuoi che ti dica, penso sia l'unica speranza per salvarsi dai vecchi babbioni che sanno tutto loro e "ora ve lo spiego io cosa non va"…

ohccazzo perdo l'autobus, vi scrivo domani!

martedì 5 febbraio 2002

Non so, sarà stata colpa di questa nebbia, di una domenica malinconica, sarà che non ero più abituato, oppure che credevo troppo alle abitudini….
(sarà anche che mi faccio sempre influenzare dai ragazzi di Glamorama, e nel caso specifico dal sorprendente entusiasmo di Fabio Merighi giovedì scorso...)
Ma negli ultimi tre giorni, i nemmeno quarantacinque minuti di Neon Golden, ultimo album dei Notwist, li ho suonati e risuonati almeno una ventina di volte.

Ho addirittura messo sullo screen saver dell’ufficio una frase apparentemente casuale come "prepare your shoes / not to come back soon”, che apre il disco su uno sfondo d’archi epico come una colonna sonora e che ti proietta già tutto un film (senza dimenticare la frantumazione del campionamento iniziale che, tanto per rimanere nella stessa etichetta, la fidata City Slang, a me ha fatto pensare agli SchneiderTM, anche se immagino ci siano riferimenti più adeguati: sorry, è che io ascolto sempre le solite quattro cose e quindi).

Neon Golden è un pugno di canzoni impeccabili, davvero impeccabili: Pilot o Pick up the phone sembrano i New Order + i dEUS +, se me lo concedete, tutto uno strato di humus post Warp, che rimane però quasi dietro le quinte, non è sfoggiato come tecnica o esperimento, ma diventa elemento portante dell’elaboratissima struttura di ogni canzone (che poi magari in cima ha un delicatissimo pianoforte).
Ai New Order può far pensare la pulizia della voce di Markus Archer sopra a tutti i suoni, anche i più futuribili, anche i più antichi (certe chitarre – o un banjo? - da far west su loop tutti rivoltati dentro se stessi), una voce che non si lascia quasi mai andare (che non recita) anche quando raggiunge i momenti più toccanti dei pezzi.
I dEUS all’inizio mi sono tornati in mente, forse troppo facilmente, per qualche violino che ogni tanto, tra un riff e una drum machine, salta fuori vivo e caldo. Però alla fine mi è sembrato che l’intero umore del disco dei Notwist (da cui è “doloroso” isolare una canzone alla volta) fosse in qualche modo riconducibile alle atmosfere del gruppo belga, anche se ovviamente in una maniera molto più rimanipolata, meno strettamente “rock”.

E poi c’è un pezzo come One with the freaks (scaricatela qui, ora: è un ordine!) che tutti abbiamo già ballato mille volte nella vita e ancora ci prende, e ci fa allargare le braccia e piegare sulle ginocchia e guardare la notte e la città dall’alto.

E poi c’è la title track, che è una dilatatissima ballata che si costruisce di dissonanze: all’inizio non sai come leggerla, poi si scioglie e arriva piano, e arriva amarissima (non ho controllato, ma mi sembra il pezzo più lungo dell’album, lo tiene insieme tutto).

Ma basta, non voglio più parlare a sproposito: one step inside doesn’t mean you understand
Giovedì sera non so cosa succederà a Polaroid, ma so che come ultima canzone metteremo Consequences senza alcun dubbio: leave me paralysed, love

lunedì 4 febbraio 2002


riceviamo da Erik e volentieri pubblichiamo:

La Resistenza delle pentole

PORTO ALEGRE - 3.2.2002

In questi giorni mi sono trovato più volte ad ascoltare e discutere con i delegati argentini che partecipano ai lavori del Forum Sociale Mondiale. Al loro fianco ho sfilato durante la manifestazione di apertura.
Sui giornali italiani gli avvenimenti che hanno riempito le strade di Buenos Aires e in altre città argentine, forse sono stati poco più di una semplice notizia.
Ma qui a Porto Alegre, nell'ambito dei lavori del FSM l'interesse che la grave crisi argentina ha suscitato a livello internazionale ha avuto la possibilità di diventare vivo argomento di confronto a tutti i livelli.
Anche perché, bisogna confessarlo, il cacerolazo argentino ha colto di sorpresa un po’ tutti.
Questa nuova forma di protesta di fronte alla grave crisi economica ha dimostrato di possedere una natura importante e inedita: si tratta di uno spontaneismo che ha coinvolto non solo le grandi cittá, ma anche le piccole realtà periferiche.
Spontaneo significa assenza totale di guida, organizzazione o convocazione "politica". Bisogna parlare di un nuovo tipo di protesta e di un nuovo soggetto sociale: la realtá di persone che singolarmente scendono nelle strade mosse dall'ottusità di un governo inetto ed insensibile, da un sistema che non ha esitato a portare l'intero paese sull'orlo dell'abisso. La realtá di semplici cittadini che protestano battendo sulle pentole.
L'Argentina non é un paese del quarto mondo, ma un paese ricco di risorse. Da dieci anni conduce una politica economica dalla forte impronta neoliberalista, ed è da anni indicato come nazione modello da quello stesso Fondo Monetario Internazionale che oggi nega il proprio aiuto.
Di fronte a questa crisi che ha investito il paese nessuno sembra in grado trovarne soluzioni e inquadrarne la natura.
Intanto i conti bancari di tutti i cittadini sono bloccati, mentre quelli dei burocrati politici sono semplicemente in Svizzera.
Intanto le pentole hanno iniziato a suonare. Giá, le pentole: le femminili e domestiche pentole, per secoli testimoni di casalinga sottomissione della donna, si sono trasformate nel simbolo di ribellione di tutto un popolo.
In una Argentina in cui gli uomini del potere dell'economia e della politica. Si sono mangiati tutto, le pentole vuote di cibo, si sono riempite di rabbia. Le pentole hanno detto BASTA, hanno dimesso un'intoccabile super-ministro (insignito lo scorso hanno dall'Università di Bologna di laurea ad honorem in economia!!!) e due presidenti.
All'enorme vuoto politico che le forze istituzionalizzate hanno lasciato, i cittadini argentini hanno preferito sostituire il rumore delle loro pentole. A partire da questa nuova realtà gli argentini, e non solo loro, sono più consapevoli dei rischi che la via del neoliberalismo selvaggio comporta per l'intera società di un paese. Forse se ne sono accorti tardi, ma ora hanno ben chiaro che ad una classe politica lontana dai cittadini non lasceranno decidere il proprio futuro.

sabato 2 febbraio 2002

hello régaz,
come speravamo Erik è riuscito a mandarci un messaggio da Porto Alegre.
Quasi tutti i quotidiani hanno i loro begli inviati al Forum (quelli che cercano i "black block", per intenderci) e non starò a segnalarvi link particolari (ma, Leonardo, se hai suggerimenti pòstali pure).
Direi che sono preferibili certi cronisti militanti che partecipano attivamente ai lavori. Ne avete qualche esempio sul sito della Rete Lilliput o su Carta, ancor meglio su Vita o sull'immancabile IndyMedia.
Da Radio GAP si possono anche scaricare i file audio di servizi e interviste sul campo (per ora a Cremaschi, Casarini e Bernocchi).




Ciao Enzo,
questo primo pezzo giusto per dire si ci sono anche io, quasi una cartolina.
Mentre ti scrivo ho una coda alle spalle impressionante quindi ti butto lí pochissime righe di fretta (la tastiera brasilera mi sta facendo morire) e potrei sbagliare di tutto;

mercoledì 30 gennaio
A San Paolo domenica sera, con due lunghi viaggi in autobus e una sosta a Florianopolis, ieri sera sono finalmente arrivato a Porto Alegre.
Giusto il tempo di riportare alla ragione il simpatico Valdair, piccolo cerbero dell’hotel chiaramente ubriaco da ore, e mi piazzo in camera. Doccia subito e poi via a domandare e telefonare per orientarsi nella città, nient’affatto piccola, giá invasa da gente di tutto il mondo.
Esco per la cena con gli altri quatto delegati del Reggio Emilia Social Forum – temo che sembreremo una balotta piú che una delegazione.
Energie finite, grandi risate, tutti a dormire.

giovedì 31 gennaio
SI COMINCIA
Nell’umida mattina di Porto Alegre è una bandiera dell’italianissima Unione Inquilini ad accogliermi all’ingresso dell’Università Cattolica, centro delle attività del Forum Social Mundial.
Unione Inquilini? Con un grande punto interrogativo sulla fronte entro e inizio ad aggirarmi tra i tanti edifici che compongono il campus, cercando di ottenere il mio pass.
Solo a missione compiuta posso finalmente guardarmi intorno. È una babele, né piú né meno. Scopro da uno dei mille volantini appesi ovunque che gli italiani di tutte le delegazioni si sono dati appuntamento in centro città (cioè da dove mi sono appena spostato) alle 10. Sono già le undici: impossibile arrivare in tempo, viva la globbalizzazione dal basso, buttiamoci nel caos pantagruelico, mixiamo codici, cerchiamo di capire qualcosa sui lavori dei prossimi giorni.
Il meeting a parte degli italiani, si capisce, ha una sua ragione: la delegazione proveniente dalla penisola è numericamente la seconda per dimensione.
Mentro mangio un’insalata di frutta, da dietro un pezzo di banana spunta Faustone Bertinotti in chiaro stato confusionale. Ripete ininterrottamente: “Cristina, pronto? Pronto? Mi senti? Pronto?”. La scena va avanti così nell’imbarazzo dei presenti per almeno trenta secondi durante i quali, invece di tentare di uscire all’aperto, il buon Fausto continua a girare su se stesso. È decisamente confuso - del resto non mi sembra una novità.
In parte lo capisco, perché mentre faccio la fila per arrivare a un computer nella mia testa continua a ronzare un mantra: Unione Inquilini?
Unione Inquilini?

post scriptum
Vi scrivo dopo aver partecipato alla grande manifestazione di apertura del Forum. "Un corteo coloratissimo" si legge in questi casi sui giornali: beh, questa volta lo potrebbero scrivere a ragione: almeno 40 mila persone hanno sfilato tra le strette vie della cità per raggiungere l’anfiteatro in riva al mare dove si é tenuto il concerto, adrenalina a mille (ma non per la musica, sigh) e sorrisi per tutti.
Ho cercato di risalire il corteo per farmi un'idea di chi fosse presente, ma sono stato regolarmente coinvolto in ogni possibile tipo di festeggiamento.
Del concerto una sola immagine: la mongolfiera che faticava a riempirsi di aria calda con la scritta "La tua voce fondamentale contro ogni fondamentalismo".

Vedi che farne Enzo, qui é un casino avere un computer piú di 5 minuti!

un bacio a tutti,
Erik