giovedì 31 gennaio 2002

in attesa che Leonardo e Glauco ci riferiscano della data modenese di Stereo Total,
qui a Bolonnia ci si prepara seguirne la seconda tappa del tour italiano con una serata hyper-hip: Polaroid + Glamorama + Link.
non mancate :-)

Allo smeraldo

Quello che non può lenire un cinema solitario, nulla può.
Se poi ci sono anche tutte le contingenze contestualizzanti, pop corn caramellati, coppie o, meglio sessantenni desolati il giusto di ritrovarsi soli in un esercizio non pornagrafico giacchè muniti di straordinari impermeabili di colore beige, temperature tropicali, a dispetto degli umidi camini di nebbia quasi cristallizzata da quel freddo poco e quasi subito fuori, fuori porta in direzione Futa, cammino di una vaghezza incredibile, serrande abbassate, fanali, tombini e poi ancora, ancora a scrutare dal di dentro poltrone rosse e inquietanti falangi luminose che squarciano tappezzerie di moquette pulite al vapore odorose di disinfettante, e dolby per pubblicità di pub che hanno nomi di gusto esotico so irish seppur grondanti sangue transiberiano.

Sentirsi Clarisse coi suoi segnali definivi. Che dire poi se il film è Miramax con patinatura compromessa da una aleatoria percentuale di eurocollaborazioni, implementato da una gamma di idiomi, con una scrittura altalenante tra il timido brillante e il felicemente ottuso, in modo tale che non si può rischiare in nessun modo di nutrire aspettative nè prima nè durante nè dopo, ma tutto scivola via in un plot tra il farsesco e il grottesco, senza mai vedere l’ombra di assurdo laddove si innesta la commedia sentimentale proprio lì dove dovrebbe invece arrestarsi, per completare la storia di genere, e invece trotterella, prende piede, trova spazio, e tutto l’intreccio si dilegua e si allenta si allarga e dipana in fast forward in un delizioso finale di sentimental comedy, come-di, gloriosamente inconsapevole. Ah, è tutto cinema cinema cinema.

martedì 29 gennaio 2002

un po’ di istantanee veloci prima di cena:

- come abbiamo anticipato nell’ultima puntata, domani sera al Maffia c’è la festa di autofinanziamento del Forum sociale di Reggio Emilia: se non c’è troppa nebbia sarebbe bello incontrarsi tutti là.
(qualcuno ha un link a qualche sito reggiano, qualche contatto? Erik se n'è partito e non ha lasciato nulla...)

- Erik Scaltriti, che del Forum di Reggio è uno dei promotori (in realtà è soprattutto un vecchio amico), è già in Brazil, a Porto Alegre.
Se ci sarà la possibilità tecnica, ha promesso che scriverà qualcosa qui su Polaroid. Ciao Erik, Pesta Duro!!

- a proposito di movimento su La Stampa di oggi c’è un’intervista a Toni Negri. Da leggere almeno per il concetto di “guerra ordinatrice”. Inquietante

- mi scuso con Glauco (gli avevo promesso un link), ma non riesco a trovare in rete il bell'articolo di Sebastiano Maffettone sul recentemente scomparso Robert Nozick, filosofo americano. Se lo recuperate, era sulla Domenica del Sole-24Ore.

- non li ho mai seguiti troppo però mi dispiace lo stesso: régaz, purtroppo i Massimo Volume si sono sciolti.

- tra le news che mi aspettavo di vedere approfondite da Polaroid c'è stata pure quella del licenziamento di Mariah Carey (vero Jonathan?), un evento dai risvolti sociologici imprevedibili e dalle possibilità ermeneutiche pressoché infinite.
Adesso si dice che la metterà sotto contratto la Def Jam (per intenderci, l'etichetta che una quindicina d'anni fa pubblicava Run DMC, Public Enemy e gli esordienti Beatie Boys)...

domenica 27 gennaio 2002


Per la gioia dei ragazzi di Glamorama, gli Strokes hanno annunciato che come supporto per il loro intero tour europeo ci saranno gli Stereo Total, band tedesca della Bungalow Records. L'appuntamento italiano è all'Alcatraz di Milano il 12 marzo, ma gli Stereo Total avevano già in programma un breve tour nella penisola con cinque date tra fine gennaio e inizio febbraio.
Polaroid ci sarà: come potete mancare?
ciao a tutti, sono io: il bello di Polaroid.
Intanto volevo ringraziarvi.
Poi, visto che si parlava di tute arancioni, segnalarvi Dot Coma, che ne parla in data giovedì 24. Se non ci si linca tra di noi...

Dot è un esperto del settore, ma soprattutto è così impudente da fare nomi e i cognomi. Spero abbia almeno un amico avvocato.

Quanto a me, ho cambiato lavoro. Tutto sommato come web-content-qualsiasicosa ero un assoluto incompetente: e siccome chi sa fare fa, chi non sa fare insegna, e chi non sa insegnare fa il suplente, vi saluto, da oggi cordialmente vostro, prof. Tondelli.
(Ahem, Jonathan... avrò bisogno di quella famosa cartella)

venerdì 25 gennaio 2002

Dopo la meravigliosa puntata di ieri sera, la mattina nella redazione di Polaroid era cominciata con una notizia che definire spiacevole è forse un po’ esagerato, e che non avrebbe riguardato davvero nessuno, se non chi ogni tanto si prende la briga di mettere insieme questa paginetta (a proposito, eccovi qui accanto la nuova colonna dei link, manca qualcosa?).
Insomma, Shinystat (il contatore in basso a sinistra) ci diceva che non potrà più offrire gratuitamente alcuni servizi, ma che se volevamo potevamo avere a pagamento una versione superiore, con lo sconto, ecc.
E pazienza, una piccola seccatura, soltanto ci sarà da perdere un’ora a cercare qualcos’altro.

Poi apro il giornale e leggo che, dopo aver già ristretto Repubblica.it (prima con una registrazione, poi con un abbonamento: 11,90 euro al mese a partire da febbraio), Kataweb “ridurrà anche i servizi free”.
D’accordo, a pagamento saranno soltanto i servizi definiti “ad alto valore”, e l’apprezzabile obiettivo è pur sempre “chiudere il terzo bilancio annuale con un netto miglioramento dei conti”.
Poi però ti accorgi di come questo bilancio è stato ottenuto: un «pilastro nel riassetto dell'azienda non poteva che essere la riduzione del personale del portale: il 2001 si è chiuso con quasi il 50% in meno rispetto all'inizio dell'anno. "Non ci sono stati licenziamenti - assicura il direttore generale - solo la chiusura dei contratti a termine e alcune incentivazioni"».

Un po’ come succede da queste parti, insomma: si tiene in piedi un ufficio vuoto, e quando entri la mattina senti solo il ronzio del router (o come cavolo si chiama quella cosa con tutte quelle lucine sopra). Si cerca di cacciare la zavorra per tenere ancora la quota.
Contratti a termine, collaborazioni coordinate, prestazioni occasionali: fuori, fuori, fuori.

E così arrivo alla notizia dello sciopero di Virgilio (a proposito: qualcuno sa spiegarmi perché mai La Stampa e Repubblica - e preferisco non andare a cercarne altri - hanno lo stesso articolo? Non un comunicato ricopiato, proprio un articolo identico, battutine e commenti compresi. Miracoli dell’outsourcing?).
I lavoratori di Virgilio sono scesi in piazza, dicono tutti. Che bello, il primo sciopero dell’era Internet. Così colorato, così pittoresco.
E poi mica sono nogglobbal, questi qui sono tutti laureati, vengono dal Nord Est, fanno i coretti ironici a Tronchetti Provera, hanno un sito, sono bravi ragazzi. Cosa c’è che non va?
C’è che «l'azienda ha dichiarato, nel corso dell'ultimo incontro con i sindacati, di voler ricorrere alla mobilità a partire dalla fine di questo mese. Per i dipendenti sarebbe veramente un duro colpo: si troverebbero in mezzo alla strada senza un soldo. Coloro i quali dovessero essere iscritti alle liste di mobilità, non potranno beneficiare dell'ammortizzatore sociale erogato dall'INPS e per il quale sono stati versati i relativi contributi da parte dell'azienda. Tutto questo solo e soltanto perchè stiamo parlando di un'azienda della Net Economy, al momento non riconosciuta e regolamentata dalle istituzioni preposte».

Hanno pagato l’INPS e questa non li riconosce come settore. Non fa una piega. La situazione che ha portato a questo punto critico è analizzata molto bene in questo articolo su MyTech (sul sito dei dipendenti di Virgilio c’è una rassegna stampa completa), ma quello che mi è piaciuto più di tutti è stato Franco Carlini, oggi sulla pagina di Milano del Corriere della Sera:

«Sono i licenziamenti di Matrix l'unica strada possibile? C'è da dubitarne per due motivi.
Il primo è che, pur essendosi sgonfiata la bolla speculativa, di Internet non si può più fare a meno: è in mezzo a noi per restarci e avrà molta strada da fare per far fronte alla domanda, magari rallentata ma inevitabile. Se Telecom sta andando benissimo con la fornitura a larga banda via Adsl, quei suoi abbonati certo saranno interessati a servizi e contenuti che valorizzino le centomila mensili di spesa. E magari le pagheranno pure in più. Quello che oggi Matrix smobilita potrebbe doverlo cercare fuori già dopodomani; e certi servizi, per essere seri, devono essere gestiti in proprio. In altre parole: nessun piano industriale di Telecom sarà credibile né apprezzato dagli azionisti se non ci saranno idee e risorse per una solida presenza nell'Internet fissa e mobile. Matrix dunque serve, e occorrerebbe riorganizzarla oggi per farla addirittura crescere domani.
Il secondo motivo è che, pur non volendo gestire in proprio un business ereditato per il quale non ci si sente attrezzati, sarebbe saggio non disperdere le competenze (gli entusiasmi di quei giovani arancioni, forse se ne sono già andati, ed è comunque un danno). Non c'è solo la mobilità tra i meccanismi di ristrutturazione, ci sono le vendite ai dipendenti, la partecipazione al capitale di una Matrix 2 autogestita, le commesse garantite per un tempo ragionevole. Non è ancora troppo tardi, si spera, per delle innovazioni imprenditoriali, perché sennò, per licenziare in tronco un lavoratore su tre, non c'è bisogno di master né di laurea. Basta un computer che spedisca le e-mail di congedo».

E quello che pensavo alla fine della colazione e di queste letture incrociate, è come al solito una contraddizione: insomma, da una parte io voglio il counter gratis su Polaroid, dall’altra mi sento solidale con quei ragazzi di Virgilio che hanno dei contratti tanto solidi quanto il foglio di carta sul quale sono scritti (e tanto quanto il mio qui).
Come se ne esce? (temo sia una questione politica).
Forse dovrei imparare a costruirmi un counter da solo…

giovedì 24 gennaio 2002

Questa sera puntata ricchissima di Polaroid, che vedrà eccezionalmente due ospiti:
Jonathan, che avete letto spesso su queste pagine, curerà la selezione musicale e un'antologia di classici del Novecento italiano;
e poi Erik, che rivedremo dopo anni (non a caso questa sera ricomincia anche Carramba alla tivù), e che verrà a raccontarci di Porto Alegre.
Un altro mondo è possibile, a partire dalle venti sulle frequenze di Radio Città 103, Bologna. Non mancate :-)


p.s. un link carino per la rubrica degli aperitivi trovato su verbamanent

mercoledì 23 gennaio 2002


Molto correttamene Valido segnala che l'idea del video dei White Stripes era già venuta ai Julie's Haircut.
Siamo tutti molto filologici :-)

sabato 19 gennaio 2002

 Elefant Records T-Shirt  Se un giorno qualcuno volesse provare a scrivere una storia della musica Pop del Novecento, forse potrebbe risparmiarsi una buona parte del lavoro semplicemente ascoltando una compilation della spagnola Elefant Records.

Vogliamo ringraziare qui pubblicamente Mr. Fabio Merighi per aver donato alla redazione di Polaroid una copia di "elefant dosmilauno", sampler che contiene piccole perle fuori dal tempo come le canzoni di La Casa Azul, Cooper, Les Tres Bien Ensemble, The Pancakes, Juniper Moon, La Monja Enana, Vacaciones.

Magari non se li filerà mai nessuno, mentre voi avrete voglia di ballare con gli altri in salotto, tra lo stereo dei vostri genitori, il divano e il tavolino basso ingombro di bicchieri, però c'è qualcosa del senso del Tempo che queste canzoni tutte assieme riescono a trasmettere (l'effimero tra una citazione e l'altra), e mentre ero lì a prepararmi gli spaghetti mi sono fermato e ho guardato fuori dalla finestra i tetti di Bologna e c'era il sole ed ero così contento, régaz, perché sono fortunato e potrò farvi ascoltare queste canzoni alla radio e La Laura selezionerà i drink più appropriati e magari qualcuno all'ascolto (?) starà preparando gli spaghetti e ballerà in cucina.

Se poi volete leggere qualcosa di più sensato e serio sulla Elefant Records, qualcosa che un vero giornalista musicale avrebbe dovuto scrivere, come sempre Arturo può esserci d'aiuto.

Il signore degli anelli a caldo

La prima cosa da dire è che fino a stasera quanto a Tolkien io ero vergine. Ero uno che se gli chiedevi cos'è la Terra di mezzo, ti rispondeva "l'ultimo libro di Luciano Erba" (che, per inciso, è un bravo poeta milanese e il suo libro è di Mondadori). Il motivo per cui io non ho mai letto Tolkien è presto detto: mi stavano pesantemente sulle palle tutti quelli che lo leggevano. Attenzione, non mi stavano antipatici perché lo leggevano. Solo che se c'era qualcuno fra i miei conoscenti con il quale non ci sopportavamo, con il quale ci evitavamo con fastidi alla pelle, dopo un po' lo beccavo a scambiarsi entusiasmi sul Signore degli anelli, sul tale enigma, sul tale mostro ecc. Visto che da ragazzi funziona più l'imitazione degli affini che il fascino del diverso, bastò tanto a tenermi lontano dal libro.
Indugiando ancora nei casi personali, sul piano antropologico il mio disinterresse è doppiamente strano perché nel contempo io ero pure un invasato dei giochi di simulazione (voi direte "di ruolo"), al punto da scriverne uno tutto nostro insieme con i miei vicini di casa (intitolato con modestia "il gioco di simulazione") e iniziare un'avventura durata poi ben 4 anni e poco più, senza interruzioni (anche il nostro si giocava col dado da 10 ma, alla faccia dei fedeli del fantasy, che sono un manipolo fratesco e spesso molto rigido, nel nostro gioco potevano succedere cose come essere il fratello del "game master", avere per alcuni anni la testa trasformata in un marusticano dello spazio o scegliersi la moglie: io avevo preso Jennifer Beals, che poi finì a gestire un bordello ginevrino perché non mi era fedele: potenza dell'immaginazione).

Insomma il film vale tutti i suoi 7 Euro e un po'. Niente di paragonabile al miglior Dragon Ball, si capisce, ma devo dire che era da anni che un film di queste 'dimensioni' non mi piaceva. Senza dubbio il film funziona (a fine proiezione, dopo 178 minuti, la sala esaurita, un 300 persone, sbotta in coro in un "nooo, non può finire adesso", che di per sé è già un bel finale).
Funziona e non manca di eleganza (non manca neanche di cazzatone ma ci stanno tutte benissimo: per esempio urlano tutti spessissimo e fortissimo e i colpi che ti fanno saltare sulla sedia sono quelli tipici della peggiore tradizione horror (genere che non posso smettere, nenche crescendo, di amare). Anzi, a ripensarci, nella ricerca dell'effetto di magniloquenza che pervade il film, il sonoro ha davvero un'importanza fondamentale. Certi personaggi, i nove re a cavallo per esempio, di fatto sono solo suono che invade la sala.

Venendo ai paragoni, quando si esce si pensa subito che Guerre stellari è una ladrata bella e buona, che anche Excalibur è tutto copiato da qui e altre cose del genere, ma credo che i film con cui paragonare Il signore degli anelli non siano questi. La lotta bene/male è una scusa come un'altra. Il plot è un plot d'avventura puro. Direi precisamente una quete, una ricerca, anche se rovesciata (vogliono distruggere una cosa non trovarla, ma per distruggerla c'è un solo e unico modo, quindi perderla è come trovarla). Come tutte le avventure di ricerca, quindi, anche questa si compone di una serie di stazioni, o di stanze, per riprendere ancora i role play. Senza mettersi a citare Ulisse, come trama a me ha ricordato molto i Guerrieri della notte, avete presente?. I Warriors devono ritornare al loro quartiere, Cony Island, dopo una convention con le altre bande, convocata dai neri al lato opposto di New York. Ogni quartiere che devono oltrepassare nasconde un'insidia, un tranello, un mistero, un nemico strano. Qui è lo stesso.

Uscendo dal racconto, la caratteristica davvero forte del film, lo hanno detto un po' tutti, è l'uso del digitale e del computer. E qui i film di confronto più azzeccati sono Il gladiatore, per le architetturone della Roma imperiale e per le scelte di fotografia, e La mummia, per le scene di massa e per alcune trovate tipo l'onda gigante che prende una forma animale. Beh, non solo rispetto a questi ma anche a tanti altri modelli, stupisce la decenza, non trovo termine migliore, del regista e della produzione. Per quanto sembri impossibile il digitale appare discreto. Diciamo che il solito effetto ghiaccio è inevitabile ma adatto alla circostanza, mentre il cartoonesco non è sfiorato più di quanto non venga sfiorato da un cartone animato. Capite cosa intendo? In questo senso la scelta chiave è, secondo me, quella di non avere inserito, tranne che nello scialbo inizio, scene di combattimento di massa ma solo dei corpo a corpo, che rendono il film (anche se non è vero) simile a un film recitato e non programmato.

Comunque, se il brutto ha qualcosa a che fare con la morte, e se la morte, almeno nelle sue manifestazioni sensoriali, è raffigurabile in un cadavere, allora il digitale del cinema di oggi è una manifestazione straordinaria del brutto contemporaneo. Anche secondo voi?

mercoledì 16 gennaio 2002

altre cose, sempre più piccole e più stupide.

La persona che vedete qui, di cui non farò il nome, perché non è giusto, la persona che vedete è stata a modo suo protagonista della vita culturale locale negli splendidi anni ’90 (quando la nostra piccola città era una Capitale nel Cuore dell’Europa), e fin qui tutto bene.

Non è tanto per i libri che ha scritto – sì che ne ha scritti tanti, è di quel tipo di persone che ogni volta che lo incontri t’invita alla presentazione del suo ultimo – ma non è tanto questo, no. È per un’altra cosa che passerà alla Storia, e il bello è che lui non lo sa.

Vedi com’è ingiusto e beffardo il destino con alcuni. I Simple Minds erano un glorioso gruppo di New wave, ma passeranno alla storia per aver inciso un pezzo pop che Billy Idol aveva rifiutato: Don’t you, non-ti-scordar-di-me. E anch’io, chissà, con quel poco di bello o brutto che penso di aver fatto nella vita, probabilmente un giorno mi è scappata una cattiveria su un tizio, tra vent’anni questo vince il Nobel, e io verrò ricordato unicamente per aver detto quella cattiveria. Che è il vero motivo per cui cerco di non parlare mai male di nessuno (e non ci riesco).

Allo stesso modo, quest’uomo è partecipe di una gloria che non merita. Voi sapete che in Italia c’è una legge fascista (in senso storico: è un Regio Decreto degli anni ’20, direi) che impone a ogni pubblicazione un Direttore Responsabile: responsabile di che, non si sa: ma ci vuole, e dev’essere iscritto alla cupola dei giornalisti.

C’era, in quei dorati anni ’90, una splendida rivista di giovani redattori, senza un soldo ma con un certo stile, e anche una buona dose di tempo libero, da impiegare in cose più interessanti che non fossero l’affiliazione alla cupola. Gente sveglia, dall’intelligenza sovrumana: basti pensare che in pochi anni 4-5 di loro hanno ottenuto almeno un dottorato di ricerca, (tra i quali un maledetto biondino ventiquattrenne, porcaputtana, ma c’è giustizia a questo mondo?)

Per loro il regio decreto era un dettaglio: presero un’altra rivista, copiarono il colophon, e fu così che questo distinto giornalista divenne il loro Direttore Responsabile.

Lo seppe mai, lui? Lesse mai quella splendida rivista, destinata a proiettarlo nell’olimpo dei direttori responsabili? A me piace pensare di no. Probabilmente come Direttore Disponibile era stato già copiato-e-incollato a sua insaputa nelle più svariate riviste: bollettini parrocchiali, sport, caccia, pesca, riviste porno. Mi piace pensarlo un giorno in fila per entrare in questo olimpo, mentre si chiede: e qui cosa cazzo ci faccio?

Noi, per contro, non lo avevamo mai incontrato, non sapevamo nemmeno che faccia avesse, il nostro Responsabile. Come io sia poi entrato in possesso della sua immagine, è un’altra storia, e mi ci vorrà qualche anno per raccontarla. Bisogna sempre mettere in mezzo una certa distanza critica.

Psss: Jonathan, che giornale leggevi ieri? Mi è venuta voglia di leggere la famosa intervista. (La linchiamo?)

martedì 15 gennaio 2002

...altre piccole, stupide cose

La strategia dell'ignoranza (o la stronzaggine sublime).

A volte gli umori del mattino si addensano tutti nello stesso punto. Per capire il senso dell'espressione bisogna straniare un po' la morfologia della parola mettendola in parallelo alla serie linguistica di termini come "luccicanza", "significanza", "fratellanza", "rimostranza" ecc. Ignoranza, vero che suona già diversamente? Non è più qualcosa che ti piove addosso dal cielo. Sembra subito qualcosa da fare, che chi vuiole può mettere in pratica.

Arrivato a questo punto temo che suoni tutto un po' celentanesco e non so più bene come spiegarmi. Stamattina, leggendo col caffè l'intervista di Baricco a Franco Moretti pensavo con odio che le persone intelligenti sono sempre esistite. Anche l'intelligenza come l'ignoranza uno può scegliere di praticarla quando capita. Bell'esempio di conversazione fra intelligenti, quell'intervista. Poi uno dice il molteplice, lo stile, la tradizione, la leggerezza, l'arguzia, la perla donata, il "diamo una marea di cose per scontate", i monosillabi. Ecco, i monosillabi. Io sui monosillabi sono fortissimo. Io usando i monosillabi posso farmi odiare da chiunque. Perché io sarò sempre diverso da voi, perché io ho capito da circa un decennio come uscire dai vostri circoli ermneutici e incluisivi del cazzo. Di quello che dite, a me non me ne frega una fava, non mi presterete mai le vostre parole, non le ripronuncierò mai, mai mi usciranno dalla bocca. Un'opera in cinque volumi. Dio mio! Spero di citarla mille volte senza mai leggerne una riga. Gran pacche sulle spalle ragazzi. Bisogna dargli delle gran pacche sulle spalle e rispondere a monosillabi. Non mi prenderete mai cari i miei "barbati", come diceva quello. Perché voi siete stronzi potenti, stronzi realizzati, come si dice. Ma io sono uno stronzo sublime, e fra noi non c'è lotta, perché io sono il vuoto dove le vostre parole andranno a morire.

lunedì 14 gennaio 2002

piccole, stupide cose (Monday I don't care 'bout you)

Non passo tutto il mio tempo a scrivere post: ho anche una vita privata.
Quasi.
Dicono che Monsoon Wedding è un bel film, così ho pensato di invitarci una persona, che mi ha risposto col seguente SMS:
Già visto. Quello cinese va bene? Se no quello portoghese

Mmm.
Una volta i film si indicavano coi titoli. Adesso vanno forte le nazionalità.

venerdì 11 gennaio 2002

It’s Friday, I’m in Love!
Polaroid cambia serata!


Dalla prossima settimana Polaroid andrà in onda il giovedì e non più il venerdì.
L’orario resta immutato: più o meno le otto.
Polaroid torna alla sua collocazione originaria, l’aperitivo ideale (?) pre-Glamorama, trasmissione condotta da Arturo Compagnoni e Fabio Merighi dalle 21 alle 22.30, ormai un must per tutti noi indie kidz.

Intanto stasera salutiamo i nostri venerdì con una puntata post influenzale e neo terziaria: non mancate :-)




[aggiungo qualche istantanea sparsa:]

  • una mostra fotografica sull’archeologia industriale in Emilia Romagna che pare interessante.


  • un tipico dialogo negli studi della radio:

    ellegi, disegnando col pennarello seduta al tavolo – Si sta proprio bene qui negli studi di Radio Città 103…
    Arturo – E te ne accorgi solo ora?
    Pierantonio Pezzinga – Ciao a tutti. Vi presento il violoncellista Tristan Honsinger.
    Giovanni Gandolfi – ‘cezzionale…
    Fabio – Régaz, mi sa che vado in branda.


  • le foto dell'ultimo dell'anno che ha fatto la Flavia e noi che balliamo in salotto come facevamo tanto tempo fa. Grazie.


  • per Leonardo che parla di euro:
    mah, la prima transazione della nuova moneta europea è avvenuta sull'isola di Reunion, a est del Madagascar, in pieno oceano indiano. Miracoli del fuso orario e del caro vecchio colonialismo.
    Pare anche che sia stata utilizzata per comperare un chilo di litchi, un frutto importato dalla Cina nel Settecento allo scopo di rinvigorire la malandata economia dell'isola.
    Altro che globbalizzazione...

lunedì 7 gennaio 2002


La rabbia, l’orgoglio e due palle

Ne aveva già parlato Leonardo a tempo debito (raccontando, come ogni volta, qualcosa di divertente anche sul concetto di cultura), e davvero non ci sarebbe bisogno di aggiungere nulla, ma nelle ultime sbiadite giornate festive, fatte di digestioni lente, divani e postumi influenzali, mi era capitato in mano un settimanale che non leggevo dai tempi in cui “il grunge dominava le piste da ballo”. Ho riassaporato per qualche istante i piaceri dell’attualità, quella che fanno gli intellettuali veri, mica i phighetti che vanno ai Café del centro e guardano Mtv.
E allora, ancora impigliato in qualche linea di febbre, sono balzato in piedi facendo cadere il plaid il telecomando e la camomilla, puntando un dito malfermo al soffitto e biascicando a squarciagola: Vaffanculo!

«Sono molto fiera di non avere ombrelli politici, di non appartenere a nessun gruppo o club o lobby, d'essere attaccata sia dagli uni che dagli altri. È il complimento più grosso che possa essere rivolto alla mia onestà e alle mie palle…»

[ qui a Polaroid si parla spesso di cinema: a qualcuno non torna in mente quando Demi Moore, in una scena chiave del Soldato Jane, arriva a dire “succhiami il cazzo”? ]

«… sono convinta che gli italiani estranei ai gruppi e ai clubs e alle lobbies della mafia politica siano assolutamente d'accordo con me. La prova sta nel numero di coloro che comprano e leggono La rabbia e l'orgoglio».

C’est genial! Dunque né destra né sinistra ma un sano, popolare, democratico business. Il mercato cosa sarà mai, in fondo? Quello della "gente", sempre, comunque. Globale e rionale che fanno rima come nella canzone di Jovanotti, ma certo!

E se si verifica un certo numero di conseguenze o effetti collaterali, pazienza. Anzi, no: neanche quella. Infatti, le guerre «classiche o tecnologiche, gratta gratta sono tutte uguali. Risultato, ti ci abitui e a un certo punto t'accorgi di raccontare sempre le solite cose. I soliti scoppi, le solite morti, le solite tragedie. Dopo la guerra in Vietnam, ogni volta che sono andata a una guerra ho avuto l'impressione di vedere il già visto, scrivere il già scritto. E un giorno mi sono detta basta: non posso ripetermi, non voglio ripetermi, non devo ripetermi».

Ma sì, fuggiamo da questo tedio e ritiriamoci a Manhattan. Che barba, che noia.
Fino a quando non vengono a scocciarti anche lì e allora bisogna tirare fuori tutta la Rabbia e l’Orgoglio che puoi. Tira fuori le palle, Oriana!

YSL lascia! e' un giorno triste!La fine del prolet-chic

MODA: Madama Morte, madama Morte.
MORTE: Aspetta che sia l'ora, e verrò senza che tu mi chiami.

Leopardi, Dialogo della Moda e della Morte

La moda esiste, come esistono la pioggia, il vento, il sole. Uno può fare anche finta di niente, ma è come se stamattina, col termometro a meno tre, mi fossi messo in polo a maniche corte: ignorare le mode non è, in sé, una cosa intelligente.
Oppure si può odiarle, e parlarne male tutto il tempo, ma questo non risolve il problema, perché il termometro resta a meno tre anche se ci lamentiamo tutto il tempo, e poi per queste cose c’è già il tg2, che al maltempo (e alle sfilate) dedica sempre un titolo in apertura.
Credo alla fine che la cosa migliore sia adeguarsi con una certa malagrazia, quel modo di abbigliarsi che dice a chi c’incontra: “Tutto questo è molto ridicolo, vedi: io andrei in giro in foglia di fico. Lo faccio solo per te, che di queste inezie ti preoccupi. E ringraziami”. Che è un po’ come (cito una blogger prematuramente scomparsa) ascoltare MTV escludendo il volume.

Tutto sommato sono contento di essere stato via l’ultimo dell’anno: i miei amici del cuore, Gino, Pino, Fibra (vecchio porco) avevano optato per passare la fatidica serata a Libera, circolo anarchico, badate non anarchico-insurrezionalista, ma della corrente movimentista-cialtrona. Un finale del tutto degno di questo 2001, un anno molto proletario, e infatti a Libera ci si scalda con le stufe a legna, o con queste lattine di simil-birra enormi a tremila lire (un euro e mezzo?), o con la danza sfrenata, o con l’amore e con l’affetto, quando c’è, ma raramente.
Mi hanno detto che non è stata una gran serata: cioè, in teoria una serata normale, ma in qualche modo pregna di impossibili aspettative che hanno innervosito un po’ tutti. Sono girati anche dei vaffanculo, segno che questa fase sta un po’ mostrando la corda. Morale: la fine dell’anno esiste, come esistono le mode, non si può fare finta di niente, perché lei si vendica.

L’ultimo post di Jonathan conteneva un messaggio cifrato, che ho impegato tutto il week end a decifrare. In poche parole, esso diceva: il tuo minimalismo proletario ha rotto le palle. Non ce ne frega niente delle tue pile di piatti sporchi da lavare, della biancheria tua e dei tuoi conquilini. Non ti rendi in questo modo più simpatico di qualsiasi minimalista borghese. Ha perfettamente ragione. Era solo un modo di adeguarsi a una moda, ma con quella certa malagrazia che è sempre segno di distinzione. Però alla lunga stanca.

Siccome le mode esistono, bisogna anche farsi furbi e fiutarle al volo. Non è solo il post di Jonathan. Altri indizi mi suggeriscono che l’era del prolet-chic è finita. Per esempio, dopo qualche secolo di dibattiti ha finalmente aperto i battenti il Caffèconcerto. E Modena si è scoperta un’altra faccia, un po’ più fighetta. Per la verità i fighetti li abbiamo sempre avuti. Ma dal liceo in poi li abbiamo esclusi dalle nostre frequentazioni, e sono anni ormai che ci lamentiamo perché ovunque incontriamo le solite facce. Cosa c’è che non va? Siamo a Modena, capitale nel cuore dell’Europa! Cosa ci manca per essere felici?
La risposta mi è apparsa evidente appena varcata la soglia del Caffèconcerto. I fighetti, ci mancavano. Hanno un sacco di cose da insegnarci. Diversi atteggiamenti al cospetto del mondo. Il 2001 è stato un anno straccione. Il 2002 sarà fighetto, o non sarà! Prevedo entro l’anno l’ingresso di Polaroid in borsa.

E non sono l’unico che si è fatto furbo. Sono stato via appena una settimana, e appena tornato al Caffè, chi ci trovo? Gino con un cocktail di avocado, Pino con un maglione marroncino che fa uno straordinario pendant con l’arredo (mentre la felpa arancione richiama il bagliore dei lampioni sotto le arcate del Palazzo), e Fibra in un angolo, mentre sfoglia febbrile un catalogo Taschen (vecchio porco). Insomma, le solite facce. Ma vuoi mettere il contesto?
Bene, direi che la generazione caffèconcerto ha già preso forma. Mi compiaccio e vado a comprarmi qualcosa di radical-sciccoso da mettermi… non so ancora esattamente cosa… magari una tunica stile Kylie Minogue (non riesco a levarmela dalla testa). Mah, vedremo.

venerdì 4 gennaio 2002

"...come documentari sulla vita in altri pianeti"
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Forse è vero, come si dice, che una cultura visiva comune segna i confini di una civiltà più di qualsiasi altro tratto sensoriale o geografico. Non le forme del gusto, non del tatto, non degli odori. Dei suoni non saprei. Diciamo che vedere cose diverse, o abituarsi a vedere diversamente, vuole spesso dire trovarsi in posti diversi. E poi la vista (o la visione) è forse il primo mattone su cui si edifica il nostro immaginario, quello sì influente sui nostri umori. (Immaginario: una parola da salvare).

Ma ora niente ragionamenti. Vorrei riportare solo un'impressione. Stasera, al quinto nocino (e avevo ancora freddo), mi sono alzato come in trance per bere dal frigo una sorsata di Coca cola. Il mio stato confusionale, un po' gastrico (sul tavolo stavano anche le bucce di sette mandarini) un po' ottico, tre ore di TV, ha avuto improvvisamente il sopravvento e mi ha fornito il pezzetto che mi mancava. Mi sono improvvisamente ricordato di quel documentario, sbirciato un annetto fa, che parlava dello sbarco di Robbie Williams negli Usa. Della fatica che aveva fatto a presentarsi al pubblico americano, di come lo trattavano da pirla nelle radio che pompavano Dolly Parton ecc.
Mi è tornato in mente che nello speciale c'era anche una lunga intervista a una qualche chief executive manager ventisettenne bionda con completo di camoscio. Era lei che raccontava come vedendo il video di non so quale hit europea di Robbie (Angels?) era rimasta inorridita dalla regia, dai costumi, dalla fotografia, dalla sceneggiatura, dal montaggio ecc. Insomma l'unica cosa importante da fare era girare un nuovo video, perché quello, in America, non l'avrebbe guardato nessuno, avrebbero tutti cambiato canale quasi senza accorgersene.

Ecco, sembra una sciocchezza ma il ricordo mi ha soccorso, perché mentre continuavo a versarmi la "crema di nocino" fatta scivolare sul tavolo a inizio sera dalla mia materna domestica, provavo anche a rendermi ragione di quello che stavo vedendo. In fondo era il solito "award" di Mtv (quello dei video), trasmesso sottotitolato nella versione statunitense, andata in onda, intuivo, a fine estate scorsa e registrato al Metropolitan di New York. Lo show era il solito, ben logoro nella struttura, ma era un'esperienza travolgente notare come non ci fosse un pixel dello schermo occupato da un'immagine riconducibile in qualche modo dentro il campo della mia visuale quotidiana. Per me quella era alla lettera una visione.

Ora non mi va di provare a esaminare le "apparenze" di quello che ho visto, la loro straordinaria carica epidermica. Ma raramente ho provato un simile spaesamento. Poche volte ho avuto la sensazione netta di stare guardando qualcosa che non era fatto per me, che era indirizzato precisamente ad altri, che non mi era vietato ma che non mi prevedeva affatto. Ai miei occhi era una specie di documento. Era, per esempio, un mondo altro di colori. C'era dietro un'idea di colore che io non ho, che, credo, qui non c'è.

Senz'altro sarà una questione di gradazioni, di vite in posti diversi, se volete di target e di passato. Ma per quanto io mi consideri uno spettatore diretto della tv americana, grazie al satellite, alla Cnn e al Late Show with David Letterman, mi sono improvvisamente trovato disperso. Qualcosa del genere potevo ricordarlo solo retrocedendo di sei anni, quando, appunto, andai a Manhattan e rimasi sopraffatto dalla loro televisione. Il primo contatto lo ebbi a 100 km orari sull'ascensore dell'Hilton, lanciato per pochi secondi in verticale ma dotato di due minischermi sintonizzati 24/24 sulle news e sul canale tematico del meteo. Il secondo contatto fu in Rockfeller plaza a vedere live gli anchormen condurre il telegiornale in uno studio fatto solo di vetrate.

Qui mi fermo, non saprei davvero che aggiungere. Domani mattina scoprirò che era solo la solita nevrosi (vi giuro che quel cremoso nocino fatto dal mio giardiniere è più potente di qualsiasi analista freudiano). Io ero senza dubbio in un momento di sensibilità particolare. Alla mattina mi ero visto due vecchi film di Fritz Lang, Il mostro di Dusseldorf e Il Dottor Mabuse. Insomma, avevo le pupille pronte a seguire qualsiasi immagine... Adesso che ci penso anche quei due vecchi capolavori avevo scelto di farli scorrere sul grande schermo digitale del salotto, e questo, per i primi secondi, mi aveva fatto uno strano effetto. In fin dei conti la cosa più stravagante è proprio questa. Che quei due film, risorti da un tempo lontanissimo grazie a una tecnologia per loro assurda e aliena, mi avevano subito aperto la porta delle loro immagini e del loro immaginario, e io mi ero ritrovato tutto dentro. Mentre quella trasmissione, chiusa nella sua casa digitale, nella sua lontana naturalezza cromatica, mi faceva stare tutto fuori.

Anch'io ringrazio dio, la mia casa discografica, i fan e il mio designer.

giovedì 3 gennaio 2002

Primo post del duezerozerodue mentre sto cercando di capire come funzionano gli archivi di Blogger... Leonardo ritorna!

dunque, per prima cosa, auguri di buon anno e anche qualche bacio e abbraccio (dopotutto la redazione di Polaroid è per la maggior parte maschile...) alla Cri di Lakes Corner, che ci ha linkato perché siamo tutti della stessa balotta :-))

Poi un abbraccio anche a Wainer Valido: cacchio, che sphiga! eravamo tutti e due al Covo e non ci siamo beccati. Fantastici Yuppie Flu, la jam finale con Who loves the sun è stata quasi commovente.
Io comunque la cravatta gialla ce l'avevo e anche il badge degli Strokes (e La Laura fendeva la folla sui suoi stivali). Come hai fatto a non vederci? le uniche sottocelebrità locali presenti? (giornalisti musicali bolognesi a parte, obviuosly... e come dimenticare le rispettive signore, che ci hanno offerto una memorabile cena in famiglia?)
Pensa che durante l'apocalittico pogo di Last nite nella sala del bar ho anche gridato al cielo Valido! Valido! un paio di volte...

E a questo proposito, thanx to Daniele per avercela messa su proprio mentre passavamo barcollando lì davanti, eh eh...

Polaroid intanto inizia grandiosamente il nuovo anno domani sera (se tutto va bene) con il primo di una serie di ospiti illustri: Piddu (o Dj Peedoo, if you wish).
Selezione imprevedibile, rare grooves + revival Kiss, partitella a monopoli e conta delle bottiglie vuote a fine puntata.
Non mancate: ore venti sui 103.100 mhz di Radio città 103.