lunedì 19 novembre 2018

Time did everything it had to do

Рыцарь Диких Яблок

Il loro nome in caratteri cirillici è Рыцарь Диких Яблок. Secondo Google si legge "Rycar' Dikih Jablok" e a quanto ho capito significa "il cavaliere delle mele selvatiche". Se qualcuno passa ancora di qui e sa il russo può correggermi.
Provengono da San Pietroburgo, in alcune fotografie sono in tre, in altre in quattro, ogni tanto c'è una ragazza alla batteria. Non trovo molte altre informazioni su di loro, ma in fondo non importa troppo, dato che sul loro Bandcamp c'è già tutto quello di cui ho bisogno. Indiepop dal carattere dolente, le sfumature più twee di certi vecchi Motorama, se vogliamo indicare un riferimento di loro connazionali. A volte innestano qualche violino o vecchi synth per ammorbidire quelle austere melodie. I loro testi sembrano popolati da rovine, luoghi deserti e palazzi abbandonati, l'unica cosa che ci ha lasciato il passato, e mentre noi cerchiamo di continuare ad amare una natura indifferente torna a prendersi il proprio spazio. Il loro ultimo singolo si intitola (più o meno) "Fine delle vacanze", ma per me è l'inizio di un nuovo innamoramento.







lunedì 12 novembre 2018

The last little while has left me with a bitter taste

The Seams - Another Side of the Seams

Anche tu hai bisogno di quel suono di chitarre morbido-ma-non-troppo, diciamo un po' R.E.M. un po' Prefab Sprout, che di lunedì funziona meglio di un thermos di caffè? Sono abbastanza sicuro che The Seams potrebbero fare al caso tuo. Un paio d'anni fa, all'epoca dell'esordio, il quartetto di Vancouver era stato presentato come un supergruppo della scena cittadina, dato che la formazione vede al suo interno musicisti provenienti da band come Fake Palms, Elsa, WISH e in precedenza U.S. Girls. Ora che è uscito questo nuovo Another Side Of The Seams (anche in vinile per Meritorio Records), credo sia abbastanza chiaro che si tratta di un progetto solido e consistente, e che non ha nulla di estemporaneo. Uno dei punti di forza del nuovo album sta nel gioco delle due voci di Jonathan Rogers e Kyle Connolly, ora suadenti ora più risolute, la maniera differente in cui caratterizzano con cura ogni traccia. Puoi avere quel jangle-pop Go-Betweens di pezzi come On The Shelf, momenti magnificamente smithsiani tipo All In A Day, o un singolo quasi Real Estate come Lemonade, mentre Wait Up ti avvicina con quel passo sornione da M Ward, e nella conclusiva Glue soffia quell'aria trasparente e limpida Teenage Fanclub. "Another side", dicono con fin troppa modestia i Seams: io spero che ne svelino presto molti altri ancora.



giovedì 8 novembre 2018

"C'è gente che ci scrive e noi non rispondiamo" (cit.) - Novembre 2018

Sporadica rubrica fatta con le vostre email e i miei sensi di colpa

Si avvicina la fine dell'anno, e tutti i bei dischi che nei mesi passati mi erano arrivati e a cui non ho mai dato risposta sono ancora lì a ricordarmi "come ho speso male il mio tempo".


P. - Last Entry in The Ship's Log
► Piermaria Chapus è stato uno dei fondatori dei MiceCars, e questo è l'attacco di paragrafo più scontato che esista, ma per chi come me ha avuto a cuore l'indie rock italiano di inizio Duemila una premessa del genere è ancora importante. Piermaria abita da alcuni anni a Berlino e in questo periodo si era già dedicato a collaborazioni e progetti solisti. La sua ultima creatura si chiama semplicemente P. e in primavera aveva pubblicato un EP intitolato Last Entry in The Ship's Log. Sono soltanto tre canzoni ma non per questo bisogna credere che si tratti di un lavoro meno denso e robusto (tra l'altro, basta tornare a leggersi le raffinate annotazioni dello stesso Chapus nel track-by-track su DLSO). Pop sintetico e "intelligente" che come primi riferimenti mi fa venire in mente Air e Radiohead, e che trova sintesi e vertice nella conclusiva Someone Else's Life, un pezzo senza tempo che potresti immaginare uscito dalla discografia dagli XTC.




KLAM - NON
Dopo il sorprendente Bleak del 2014 avevo perso di vista i Klam e avevo fatto male. La band toscana ha pubblicato (ormai da qualche mese) un nuovo album intitolato NON- ed è un lavoro ancora più affascinante. Le atmosfere oscure e claustrofobiche si stemperano in paesaggi dissolti tra riverberi e delay. Il gioco di contrasti e chiaroscuri che ne esce rende l'ascolto dell'album un lungo viaggio, un'emozione quasi cinematografica. Un'idea di suono ampia e ambiziosa che, tra shoegaze e post-rock, si spinge avanti, con slanci epici, melodie dolenti, fughe agguerrite e digressioni meditative.




Lennard Rubra - Paracusie Notturne
Lennard Rubra viene da Riccione ed è nato nel 1997. La seconda informazione faccio un po' fatica a processarla mentre scorrono le canzoni del suo fenomenale album di debutto Paracusie notturne: qui dentro c'è talmente "tanta roba" e questo ragazzo (che ha suonato e registrato quasi tutto da solo, ha fatto pure l'artwork e si è pubblicato con la sua etichetta LFA 27 Zeitgeber Enterprise) dimostra una tale libertà nell'approccio alle canzoni, nelle forme, nei dettagli degli arrangiamenti, nella stessa lingua, che devo tornare indietro più di una volta a riascoltare certi passaggi. Puoi sentire di tutto: da Lucio Dalla agli Of Montreal, da Mac De Marco a Syd Barrett. In Italia credo si possa accostare a qualcosa di Iosonouncane, ma più pop. E il risultato, complesso e iper-stratificato, riesce comunque ad arrivarti addosso come un lampo, un'illuminazione improvvisa, ma molto, molto divertente. Lennard racconta di essere cresciuto a musica popolare brasiliana anni '60, Smiths e John Cage, e anche se sembra una di quelle frasi buone per i comunicati stampa questa volta, dati certi risultati, ci si può credere. Una scrittura davvero interessante quella di Lennard, fatta di frammenti e scherzi, sparate teatrali e poi confessioni a cuore aperto, e che nella sua multiforme musica trova un vestito perfetto. Un nuovo talento che bisognerà tenere d'acchio.




New Adventures in Lo-Fi - Indigo
► Rispetto a quando vennero live a polaroid qualche anno fa, i torinesi New Adventures In Lo-Fi sembrano davvero diventati un'altra band, almeno a giudicare da questo secondo album Indigo. Suono più incisivo, strutture più libere, una diversa aggressività, vedi per esempio l'apertura di Fault o la magnifica Blonde. Certo, puoi ritrovare ancora classici come i Death Cab For Cutie, sotto sotto, ma puoi percepire anche ispirazioni più mature, come National o War On Drugs. Soprattutto, senti che i loro "chitarroni" Nineties qui hanno una ragione d'essere che non è semplice nostalgia. Percepisci un sacco di passione, o come si diceva una volta, c'è attitudine in queste canzoni. Parte del merito deve essere anche il cambio di formazione, dato che ora i NAILF sono un trio, con Ettore Dara alla batteria, proveniente dai veronesi Debris Hill (altra vecchia conoscenza di queste pagine). Tra l'altro, il cantante di quella sottovalutata band, Michele Zamboni ha curato registrazione e produzione di questo lavoro. Come raccontano bene gli stessi New Adventures, "da anni siamo una band facilmente ascrivibile al grande girone emo, forse più per la scrittura e l’attitudine da teneroni col cuore traboccante che per le sfumature musicali legate al genere. Quelle ci sono sempre, ma con Indigo ci sembra di esserci spinti un po’ più in là".




► Agli albori di questo blog, nel lontano 2005, ci eravamo occupati diverse volte degli Austin Lace, quartetto belga ristampato anche in Italia dalla gloriosa etichetta Homesleep. Ora Fab Detry, che degli Austin Lace era il frontman, è tornato con un nuovo progetto chiamato Fabiola e ha da poco pubblicato un album intitolato Check My Spleen. Detry non ha perso la mano per un pop scanzonato, a tratti colorato di una psichedelia leggera, tra influenze brit e un po' di elettronica, sempre con molto humour (il disco è "dedicato alla propria milza"). In alcuni passaggi ti fa tornare in mente certi MGMT o l'Ariel Pink meno cupo.




ORCHESTRA OF SPHERES - MIRROR
► Quando mi sono imbattuto in Mirror, il quarto album degli Orchestra Of Spheres, non avevo punti di riferimento, mi sono trovato gettato in un spazio sconfinato e imprevedibile, ed è stato bellissimo. Ero quanto mai lontano dai suoni che frequento di solito, un differente universo proprio, ed ero totalmente a mio agio. L'effetto che può fare la band neozelandese è sorprendente. Musica ipnotica (Ata) ma anche altamente poetica (Foggy Day), che fagocita ogni linguaggio, dal kraut al jazz, dalla world music al prog, passando per l'ambient e il funk, e che però è capace di restituire un'opera coesa, in cui la complessità e i contrasti si lasciano conoscere e attraversare con grazia e potenza.




ING - SELF TITLED
► Gli ING si definiscono una "experimental rock band" ma scrivono ~experimental~ tra due tildi, giusto per spiazzarti un altro po'. Cercano di sfuggire a ogni definizione, ma così facendo, a volte si ritrovano proprio dove meno te l'aspetti, tra ballate stralunate oppure dentro filastrocche quasi twee. Anche se la loro caratteristica più evidente resta uno spigoloso minimalismo. Non per niente il loro ultimo EP Self Titled è stato "composed of only notes and no chords" (anche se secondo me qui e là si sono dimenticati di questa regola), immagino per accentuare la sensazione di nervosismo e asciuttezza. Obiettivo che, grazie alla confezione meticolosamente lo-fi, viene centrato in pieno.

martedì 6 novembre 2018

He took the highest ladder to reach the night

Motorama - Many Nights

Un giorno, da ragazzo, la nebbia che copriva la pianura mi sfiorò la guancia e mi disse: l'autunno ti piacerà per sempre. Sono cresciuto, ho lasciato case, dimenticato nomi, altri hanno dimenticato il mio, il cuore si è fatto avaro e poi di nuovo duttile. Ma la luce dell'autunno è rimasta sempre nei miei occhi.
C'è molta musica in questa luce e in questo autunno, e alcune band sanno leggerla bene, come seguendo un sentiero intriso d'acqua, un bordo di foglie cadute, un marciapiede cupo di abitudini, un colore che passa dal grigio sgranato all'azzurro trasparente in un soffio di vento suburbano, dopo l'arrivo della pioggia, prima che la nebbia, che non vedo quasi più, torni a dirmi che non si è dimenticata di me.
Una di queste band sono senza dubbio i Motorama. Con loro era stato amore a prima vista, e nel corso degli anni, dei dischi e dei concerti visti ogni volta che era possibile, quell'amore è andato avanti senza bisogno di spiegazioni. Many Nights è il loro quinto lavoro, quello in cui si sono allontanati come mai prima dalla loro origine, eppure continuano a colpirmi con una precisione e un'efficacia che mi sbalordisce.
Forse la band di Rostov sul Don era stanca di vedere invariabilmente citati soltanto i Joy Division in ogni recensione e hanno deciso di dare una svolta ancora più sintetica al loro suono, aggiungendo però ulteriore morbidezza e un timbro balearico alle canzoni come mai avevano fatto prima. L'attacco del disco, con Second Part, o altri momenti come He Will Disappear, dentro cui sembrano risuonare bucolici flauti, potresti immaginarli usciti dalle mani degli Air France, mentre in Voice From The Choir oppure in You & The Others ritrovo certi Tough Alliance meno aggressivi. Sarà perché Vladislav Parshin questa volta canta in un registro meno Matt Berninger, o perché il basso ogni tanto si stacca dal post-punk più dogmatico e si abbandona al groove, oppure sarà che qui compaiono più percussioni, mentre i tappeti di pad avvolgono e riscaldano quelle che una volta erano atmosfere gelide e sotto vuoto. E anche se i Motorama non sono mai stati una band che potresti chiamare "spensierata", quando decidono di virare verso territori più jangle pop che già conoscevano, come in Homewards, questa volta lo fanno con una leggerezza inedita per loro.
L'effetto complessivo di Many Nights è di un'opera più ampia e ambiziosa, un passo avanti rispetto alla strada percorsa fino a oggi. Bentornato autunno.



venerdì 2 novembre 2018

I really think you’re beautiful and you’re right so am I

Sky Mata - Dye Xanh

Ci sono dischi che fluttuano in un'atmosfera tutta loro e che ti sono arrivati vicino senza che tu avessi la minima idea di come era possibile comunicare. Ci sono dischi che appaiono come finestre circolari affacciate sopra un altro mondo, una realtà parallela in cui le leggi della fisica sono leggermente sfasate rispetto a quelle che conosci e dai per scontate. Certi elementi isolati sono familiari, non troppo appariscenti. Eppure la maniera in cui si mescolano e gli effetti che producono ti lasciano sconcertato. Hai l'impressione di guardare troppo a lungo dentro un trompe l'oeil.
Oggi Dye Xanh di Sky Mata per me è stato uno di questi. Forse potrei dirti che assomiglia a una curiosa via di mezzo tra indolenze Mac De Marco e visioni Stereolab, con una forte predilezione per ritmi e colori sudamericani. Eppure questo cercare di distinguere profili conosciuti, questo tentare di mettere dei punti fermi non è utile per raccontare il fascino suadente ma in qualche modo dissimulato di questo lavoro. Lo stesso Sky Mata descrive Dye Xanh come una "alma brasileira com memorias del Nepal e Sri Lanka" (anche in forma di field recordings), riuscendo però a mostrarci soltanto una faccia del prisma.
Sky Mata è un progetto solista del musicista giapponese Mashu Haya, la cui biografia recita soltanto "home recording is so fun", e in effetti nell'abbondanza di imprevedibili dettagli delle sue canzoni questo divertimento è decisamente palpabile.
Dye Xanh, apparso per la prima volta nel 2017, è stato da poco ristampato in cassetta dalla Citrus City Records in collaborazione con la Like Spinning Tapes di Montreal.