giovedì 15 febbraio 2018

Belle and Sebastian will solve our human problems

Live report: Estragon, Bologna - 2018/02/14

Belle and Sebastian live at Estragon, Bologna - 2018/02/14

In una vecchia canzone (che questa sera a Bologna purtroppo non ci hanno regalato), i Belle and Sebastian cantavano “If you dance for much very longer / You'll be known as the boy who's always dancing”. Questi versi mi tornano in mente di continuo mentre li guardo con quel misto di stupore, gratitudine e grande consolazione che ogni concerto della band scozzese riesce a infondere. Ecco, al contrario del personaggio di quella canzone, uno Stuart Murdoch così ballerino, disinvolto e divertito, così a proprio agio nello spazio del palco, forse non l’avevamo mai conosciuto. Entra in scena con una giacca di pelle nera da motociclista, sorriso e determinazione, la figura asciutta e slanciata da maratoneta sotto la consueta maglietta a righe, si siede al piano e attacca subito Nobody’s Empire. È un modo per ricapitolare la storia dell’origine della sua musica, dalla sindrome di affaticamento cronico fino al rapporto con la fede, passando per una figura femminile forte ritratta con una tenerezza toccante. Forse non è la migliore canzone dei Belle and Sebastian, di certo non è la mia preferita, ma mentre la sento suonare qui sembra brillare, e mi rendo conto che ha senso ed è un’ottima maniera per entrare in argomento, “we live by books and we live by hope”, e la gente intorno a me comincia a scaldarsi. Perché è con la successiva I’m A Cuckoo, travolgente e liberatoria, che tutti finalmente realizzano di essere qui e ora, a un concerto dei Belle and Sebastian nel 2018, qualcosa per cui dovremmo già abbracciarci con riconoscenza, e buttarci a ballare, ballare come questo Stuart di mezza età, l’amico timido che a un certo punto della festa deve avere capito come lasciarsi andare, e adesso è lui che trascina te.
La scaletta prende il volo. Mi pare di cogliere una maggioranza di canzoni da Dear Catastrophe Waitress: una versione di Piazza, New York Catcher più corposa, folk corale con armonica e tromba, che è davvero una bella sorpresa, mentre su If She Wants Me anche Stevie Jackson, il vecchio zio mod che tutti vorremmo avere, si concede qualche ammiccante passo di danza, sempre impeccabile ed elegante. È proprio lui, con Sweet Dew Lee che ci porta verso le canzoni più recenti, quelle del trittico di EP di How To Solve Our Human Problems. Dal vivo mi sembrano suonare più “sciolte” e spontanee che su disco, e una volta di più mi rendo conto di quanto ai Belle and Sebastian riesca facile amalgamare canzoni di decenni differenti come se fosse tutto naturale, come se quello che volevano dire fosse sempre stato lì, da Tigermilk a oggi, una stessa idea coerente.
Quello che di certo è cambiato, dall’epoca più twee, mi pare sia il loro atteggiamento sul palco, molto più sicuro e convinto, tanto che non credo di avere mai sentito Stuart Murdoch parlare così tanto tra una canzone e l’altra. La gag della “ricerca su wikipedia” delle foto di Bologna, una "captatio benevolentiae" tutto sommato perdonabile, con immancabile momento simpatia per la gloriosa squadra di calcio degli Anni Sessanta proiettata sullo schermo, non me l’aspettavo proprio. La cura del suono e dei visual sincronizzati lungo tutto il live è notevole. A un certo punto, Murdoch si mette a raccontare del viaggio in treno che li ha portati da Milano a Bologna, e dietro la successiva I Want The World To Stop proiettano proprio un filmato “dal finestrino” girato poche ore prima. La Stazione Centrale che vedo ogni giorno, il paesaggio suburbano, e poi la pianura verde e grigia: mi fa sorridere ritrovarlo lì, sfondo gigante dentro la musica dei Belle and Sebastian, identico a come lo vivo io in cuffia, ma qui dal vivo.
Belle and Sebastian live at Estragon, Bologna - 2018/02/14
E poi ci sono tutte le classiche canzoni del cuore, ognuno ha la sua. Questa data all’Estragon ci regala un'austera Like Dylan In The Movies, un’inaspettata Expectations e una portentosa Another Sunny Day, una di quelle canzoni che quando mettevi i dischi negli anni indiepop ti salvava sempre la vita e la pista. Poi, come era stato già spoilerato su ogni social, per l’immancabile The Boy With The Arab Strap vengono invitati i più volenterosi a ballare sul palco, e la cosa si ripete con genuina simpatia anche stasera, tra abbracci entusiasti e ragazze che esigono almeno un bacio da Stuart.
Ma dopotutto è anche la sera di San Valentino, e la band di Glasgow ha in mente anche un’altra sorpresa: la lunga coda del loro vecchio cavallo di battaglia si trasforma, a poco a poco, in una di quelle cover che in un primo momento non sai come prendere. Love Is In The Air, direttamente dagli Anni Settanta più disco sdolcinati, potrebbe far succedere il peggio, e invece funziona alla grande pure lei, con Johnny Lynch, l’esuberante cantante della band di spalla Pictish Trail che arriva a dare manforte con i cori, ricoperto di frange dorate e brillantini, mentre giù in platea sono tutti abbracci, sussurri e promesse, e braccia levate al cielo.
Il lungo set si conclude con una trascinante Judy And The Dream Of Horses, forse una delle più belle canzoni mai scritte sulla sublimazione, e anche se forse non siamo più quelli così sicuri di riconoscersi dentro quelle strofe, “with a star upon your shoulder / lighting up the path you walk”, mentre la riascolto dal vivo, forte e chiara oggi davanti a me, sono convinto che “if you're ever feeling blue then write another song about your dream of horses” sia stato uno di quei versi capaci di restarti addosso tutta la vita, senza dire niente di speciale, eppure spiegando tutto quello di cui avevi bisogno.
Si spengono le luci, c’è una pausa tutto sommato breve, e poi arriva il momento dei bis, che mi sembra una faccenda un po’ meno riuscita del resto della serata. Si apre addirittura con Fox In The Snow, che non sentivo da tantissimi anni, e che tutti i ricordi riporta giù: cassette, lettere, lacrime di fanciulle scozzesi del secolo scorso, speranze e quanta ingenuità. Poi c’è un momento in cui la band sembra incerta sulla scaletta, dal pubblico gridano titoli, Stevie Jackson si toglie la chitarra e va verso le tastiere, ma Sarah Martin ha un’esitazione. Poi Stuart decide che bisogna chiudere ballando, e vuole a tutti i costi salutarci con The Party Line, una canzone che - con tutto il bene che si può volere ai Belle and Sebastian - non posso definire la loro più significativa e riuscita, né così importante. Stuart non è James Murphy, e questo è l’unico momento in cui mi trovo a pensare che il tempo è passato anche per loro. Ma sia come sia, quello è Stuart Murdoch e sta ballando e saltando, contento come un bambino, contento come lo eravamo noi quando lo abbiamo conosciuto più di vent’anni fa, e anche il pubblico balla, e allora io non voglio certo tirarmi indietro, non voglio lasciarmi sfuggire la soluzione ai nostri "human problems", e alla fine tutto quello che doveva darci questa band, tutto quello che dovevamo capire è in questa gioia.

(mp3): Belle and Sebastian - Electronic Renaissance




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