venerdì 20 aprile 2018

Come back to hold me, don’t ever call me

CRYSTALES - CRYSTALES

Controluce, quell’istante sull’orlo del tramonto, la linea dell’orizzonte si dissolve piano tra i campi e il cielo. Cielo sconfinato, in declino da turchese a indaco a blu oltremare. Mezzo sole arancione cupo resiste immobile, oltre le strade, le rotonde, gli argini, i campanili e i capannoni. Frusciano di lato filari di pioppi, se hai tempo di ascoltare. Siedi qui, raccogli le ginocchia, puoi far volar via i soffioni e guardare gli aerei planare pigri verso Bologna o Verona o Milano, chissà.
Per noi di provincia, la Bassa Padana può diventare l’Oceano Pacifico, perdiamo sempre lo sguardo lontano come surfisti veterani, e certi suoni dolenti e dilatati dello shoegaze sono i nostri Beach Boys. La Bassa è la nostra California, quelle epiche traversate sulle sterminate freeway di campagna, dal Po agli Appennini in due giri di cassette consumate.
Ai Crystales riesce proprio il piccolo e prezioso prodigio di unire l’indolenza assolata che da qui immaginiamo West Coast con l’indolenza dissolta negli echi e nei riverberi dello shoegaze. Hanno scoperto come far combaciare il muro di suono dei My Bloody Valentine con la fragilità dell’indiepop. Sono un quartetto di Highland Park, Los Angeles, stanno per debuttare con un album su Burger Records, ed è proprio un altro nome Burger il primo che mi viene in mente ascoltando queste undici scintillanti tracce: quello dei Tomorrows Tulips. Stessi suoni che sembrano sfaldarsi a ogni nota e che quasi per miracolo riescono a intrecciare una melodia, stesse atmosfere di sogno. Ma mentre la band di Alex Knost Ford Archbold conduce la propria musica, più rock e spoglia, verso una sensualità psichedelica, ai Crystales riesce più naturale maneggiare sentimenti come la malinconia e l’abbandono.
"Boring is a boring song about breaking up and making up and regret, inspired by the sweet, sad-sap style of Brian Wilson", tanto per rendere l’idea di come si apre il disco. A volte spingono un po’ di più l’acceleratore sonico, come in Shoggoth o in Kate Blanchett, e mettono a punto una loro versione di quel pop abrasivo che una volta sarebbe stato di Crocodiles, Vivian Girls o Dum Dum Girls, ma io amo molto anche momenti alla Donkey, che sembra trasportare semplicemente un ritornello dei Radio Dept. sopra una spiaggia lontana e oziosa. Noi qui, dal fondo della Bassa in controluce, ringraziamo con molta passione.





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