martedì 20 marzo 2018

You are always trying to be nice, but is it the right way?

Nap Eyes - I'm Bad Now

I can't tell what's worse
The meaninglessness or the negative meaning
I figured out a way
To get on with my life and to keep on dreaming

Questo povero cuore, "stracolmo di arte annoiata e pigra, fatta di delusione", è stupido. Personaggi che trascinano cuori stupidi non raggiungono la felicità e non se ne capacitano. Cosa ancora più difficile da accettare, l'insoddisfazione è soltanto un'altra faccia dell'insensatezza che sospinge le nostre vite da una parte all'altra. "Pointlessness haunts everyone". Insoddisfazione, amarezza, rimpianto, disappunto: sembra essere questo il campo semantico che occupa la maggior parte di I'm Bad Now, nuovo e terzo lavoro dei Nap Eyes. Eppure, di tanto in tanto, inattesi e fortuiti, prendono luce lembi di mondo che potrebbero rivolgerti - addirittura - uno sguardo pieno di qualcosa di simile alla fiducia. "You'd be surprised at what you can learn just by trying". Forse, tra una solitudine e l'altra, esistono passaggi che non immaginiamo o abbiamo dimenticato. "Last night, my friends surprised me with a gesture of kindness I'd never expect". Cos'è allora a trascinarci via da questi semplici momenti? Perché le persone continuano a cercare negli altri soltanto riflessi di sé stesse? Forse per dimenticarsi che, in fin dei conti, nulla funziona per davvero? "If you play guitar like me into the wind [...] you will also know something to calm your nerves: oh, that it doesn't really matter".

Il comunicato stampa presenta I'm Bad Now spiegando che quella che anima il disco è una "metaphysical quest for self-understanding, despite ostensible bumbling on the physical plane". Sia che passi attraverso le immagini amare della title track, o per il puro gusto per il limerick di Hearing The Bass, o per l'ermetismo di White Disciple, la ricerca dei Nap Eyes sembra avere alcuni seri punti fermi: "far far away life will begin / and the might of night will scatter". Qui e ora, invece, restiamo combattuti tra il farci troppe domande e il farci quelle sbagliate.

Aggiungo una cosa molto banale che mi cattura di questo disco, e che mi rende affascinanti anche i suoi momenti più miserabili e abbattuti: la voce di Nigel Chapman, anche quando non fa nulla per nascondere l'influenza e il debito di Lou Reed sulla musica della sua band ("Lou plays the scale like the man of your dreams / Hearing the bass as you enter your teens / Exit your life recollecting universal themes"), anche quando tocca livelli di impassibilità e indifferenza degni del migliore David Berman, o quando sembra perdersi nel più largo e comodo autocompiacimento alla Yo La Tengo, non perde mai quell'accenno di sorriso bonario, non abbandona mai quel tono tollerante e cordiale, come chi ha ben chiara la consapevolezza di essere nella stessa barca insieme a tutti, e che non saranno quattro canzoni di vecchio, glorioso e polveroso indie rock a farci migliori degli altri, né a salvarci. O forse sì? Ah, questo vecchio cuore stupido.



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