venerdì 30 marzo 2018

Why? Don't you ever ask why?


La prima volta che ho sentito il disco degli Insecure Men ho pensato "ma perché tutto questo hype per loro, e invece l'anno scorso nessuno si era filato Excellent Musician, il debutto solista di Wesley Gonzalez?". In fondo, entrambi i dischi partono dal pop ma mettono in secondo piano le chitarre e prediligono suoni sintetici e vintage, atmosfere anacronistiche, aggiungiamo pure qualche stralunato sassofono che non guasta mai. Là erano più XTC, qui qualcosa più glam e Kinks mescolati a certa exotica un po' senza tempo, ma in entrambi i casi la sensazione è quella di entrare in certi vecchi alberghi di seconda categoria, in località dimenticate e passate di moda, fuori stagione. I centrini sui tavoli, stampe scolorite in cornice e statuette kitsch.
Ma mentre puoi aspettarti di trovare il disco di Gonzalez seduto da una vita al banco del bar, curvo a rimuginare sul bicchiere e pronto ad attaccare astiosamente bottone con il primo malcapitato, il disco degli Insecure Men è di là, nella sala da ballo in disuso ma ancora tutta addobbata. Non aspetta nessuno, accenna due passi sul legno logoro della pista, dondola piano ripetendo le parole di una vecchia canzone, accarezza fossili di palloncini e festoni coperti da una perenne polvere.
L'eco di epopche passate, forse perdute ma in qualche modo ancora persistenti sotto e dentro a un presente che pretende di vedersi molto più "futuro" di quello che in realtà riesce a essere, è uno degli elementi che più mi affascina del disco degli Insecure Men.
Non sono mai stato un grande fan dei Fat White Family. Trovo le complicate e un po' tristi vicende personali di Saul Adamczewski, fino alla fuoriuscita dal gruppo provocata dalle sue pesanti dipendenze, interessanti fino a un certo punto. Invece, il fatto che, grazie alla collaborazione con il frontman dei Childhood Ben Romans-Hopcraft (e anche all'aiuto di un po' di vecchi compagni di strada, in primi di Lias Saoudi dei FWF), si stia riscattando con un disco così inquietante e tranquillizzante al tempo stesso, beh è una faccenda molto più curiosa.
La maniera del tutto rassicurante, quasi sdolcinata, con cui gli Insecure Men cantano di argomenti quali le affinità tra la morte di Whitney Houston e sua figlia Bobbi, la pedofilia di Gary Glitter, la desolazione delle periferie britanniche vissuta dal punto di vista di un tossico perso, o i lati più oscuri di un personaggio controverso come Jimmy Savile, sono una cosa che lascia abbastanza sconcertati. Tra xylofoni psichedelici, languide marcette da piano bar e fluttuanti canzoncine pop confezionate con frastornata eleganza, questo album (prodotto da Sean Lennon, ricordiamolo) non si fa mancare nulla, e nemmeno ci vuole risparmiare nulla. Come realizzare all'improvviso che innocenti musichette da ascensore nascondono una disperazione devastante e lacerante, salvo poi arrivare a capire che è del tutto normale, e che sarebbe ipocrita fingere che non è così.







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