mercoledì 7 febbraio 2018

I forgot to fake the way that I was feeling

Anna Burch – Quit the Curse

Ammiro le persone capaci di dare un taglio netto alle cose. Io ci riesco sempre soltanto a metà. Così la tela è già rotta, ma non arrivo mai fino in fondo. Il disco di Anna Burch è per questi giorni non risolti, una mezza stagione in mezzo a un'altra stagione, pagine chiuse e frasi non finite. Storie che parlano di amori complicati, ma non come credi tu ("I won’t play the victim just because I can’t get what I want"), oppure semplici racconti di come ci può trovare in nuove città alle prese con vecchi desideri che ci fanno paura come la prima volta ("I know there won't always be fireworks / But we saw them that night for a while"). Figure di uomini che arrivano, fraintendono e spariscono: e in mezzo la voce chiara e ferma di Anna Burch che sa quando è il momento di cedere alla malinconia e quando invece tirarsi in piedi, e che soprattutto non smette mai di cercare sé stessa. C'è spesso un tono risoluto in questi versi ("From what I can see reciprocity is boring, but I'm tired of unrequited love stories") e passo dopo passo, autostrada dopo autostrada, taglio dopo taglio, la protagonista di Quit The Curse arriva in fondo alla tela.
L'album sarebbe un esordio, anche se non lo si può considerare davvero tale, perché avevamo già incontrato la cantante di Detroit prima nei Frontier Ruckus e poi nei Failed Flowers di Fred Thomas (degli storici Saturday Looks Good To Me - contatto che deve avere in qualche modo facilitato l'uscita su Polyvinyl), e quindi la sua scrittura ha avuto tempo di affinare la propria lama. I momenti migliori del disco sono quelli che si avvicinano di più a certe sonorità Anni Novanta, tra indie rock e più caldo folk-pop (Pitchfork cita esplicitamente Juliana Hatfield e Liz Phair), ma non mancano tracce più leziose, quasi tra Alvvays e She & Him, che strappano un istantaneo sorriso. E forse, quello che trovo uno dei pregi migliori del disco, è la maniera gentile ma ferma con cui ti trasmette il suo carattere e il suo sguardo: "Self-destruction is so played out / So is self-pity and self-doubt / Let’s try to be okay".

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