mercoledì 15 novembre 2017

Days turn into years

Makthaverskan

Una musica per quando cade il cielo e per quando stringi i pugni e fai di tutto per resistere. Il suono stesso dell'ostinazione, una voce va avanti contro tutto e contro tutti, nonostante un disperato, estremo e assoluto bisogno d'amore o d'aiuto, non fa differenza. Qualcosa tanto potente, tanto seducente e al tempo stesso tanto distante che può riuscire in questa maniera cristallina solo a una band svedese. L'ardente intensità dei Makthaverskan consiste nel riuscire a essere una band sostanzialmente dream-pop che però impiega i mezzi (i muscoli, mi verrebbe da dire) della cupezza più post-punk. "You don’t even see it in my eyes / You are all that I want": le parole con cui si apre il terzo album della band di Göteborg mettono da subito in chiaro quale sarà l'umore affranto (ma anche l'irrecuperabile conflitto) dentro queste canzoni. Il giro di basso tetro e frenetico con cui si annuncia Eden ("We build it all / Just to watch it fall / We build barricades / There's so much hate / Humanity equals misery") potrebbe arrivare da direttamente dalla Manchester del 1979, ma quando poi fiorisce quel riff malinconico, è come se la fotografia in bianco e nero prendesse colore. L'atmosfera iperdrammatica delle loro canzoni, tra quelle chitarre supersoniche e quei ritmi forsennati, ha pochi paragoni, non a caso tutti nordici, come Agent Blå e Sun Days, o come i "cugini" Westkust o il loro ex chitarrista Guggi Data. Se proprio dovessi trovare un difetto nelle canzoni dei Makthaverskan è il fatto che, nonostante la voce di Maja Milner voli sopra melodie magnifiche e travolgenti, non è umanamente possibile starle dietro. La vedo sfrecciare per tutto il cielo, fiammeggiante e inafferrabile, di una bellezza siderale, ma da questa terra non riesco a cantare insieme a lei. E la sua disperazione diventa ancora un po' di più la mia.



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