mercoledì 13 settembre 2017

I wear my heart upon my sleeve

Lali Puna - Two Windows

"Where will we go, after today? / Where will we go, after all?"
Sembrano due versi innocenti e semplici. Arrivano da Wear My Heart, canzone quasi al centro di Two Windows, il primo album dei Lali Puna dopo oltre cinque anni di assenza, a sette da Our Inventions. Ma l'altro giorno leggevo un'intervista in cui la cantante Valerie Trebeljahr dava, alla fin troppo esplicita domanda intorno a come mai Markus Acher (The Notwist, 13&God...) fosse uscito dalla band, una risposta in due parole secche: "We separated". E il gelo d'improvviso scendeva su tutti i giornalisti musicali del mondo, sui blogger, sulle riviste, sui synth abbandonati negli studi, sui dischi nei negozi e su quelli negli hard-disk.
"I wear my heart upon my sleeve / It's like an open book to you".
La cosa ironica è che la musica dei Lali Puna è perfetta per questo gelo del cuore e delle parole: custodisce da sempre glitch e sussurri, imperscrutabili silenzi digitali e palpitanti abbracci, buio siderale e piccole trepidanti fiamme portate in palmo di mano. Il genere fuori moda di cui i Lali Puna sono stati tra i principali alfieri, l'indietronica, ha rappresentato per un certo periodo storico l'incredibile compimento di un'utopia: la migliore, fino a quel punto, sintesi di artificiale e umano. Ingenua, forse come ogni utopia, ma se non altro positiva e vitale. Fradicia di malinconia, ma produttiva.
"All things will change / All things must change" (Wonderland).
Qualcosa forse si è spezzato, e la strada intrapresa oggi dai Lali Puna deve avere richiesto coraggio e molta dedizione. La Trabeljahr considera questo disco la sua "emancipazione", il frutto del lavoro di una madre single che ha deciso di non subordinare e abbandonare la propria arte alle fatiche quotidiane. Non capisco bene perché il comunicato che accompagna questo nuovo disco voglia presentare Two Windows solo come votato "a more dancefloor-friendly sound". Io credo sia il contrario: l'atmosfera generale mi appare sospesa, rarefatta, a tratti oscura. Certo ci sono bei momenti con una spedita cassa dritta (Birds Fying High la mia preferita), ma sono gli spazi dilatati della title-track o di Bony Fish (con Mary Lattimore), per esempio, a segnare più in profondità il tono generale. Mentre il pop come lo sanno fare i Lali Puna emerge bene nella sorprendente cover dei Kings Of Leon The Bucket o nel singolo Deep Dream, che invece cita Kylie Minogue.
"Time to sit here / and watch the world go mad / I'm asking for a break / I'm asking for some rest" (Her Daily Black).
Questa potrebbe apparire, al tempo stesso, una resa e una preghiera. Una confessione che non potrebbe essere più intima. La voce di Valerie Trebeljahr, mai così vicina come in questo momento, subito prima di frantumarsi in mille fragili frattali è un sussurro dolcissimo, e mi arriva addosso in tutta la sua impalpabilità. Quante volte ho pronunciato un'identica frase. Eppure, nonostante tutto, nonostante i colori crepuscolari che hanno sempre avuto per me questi suoni, io voglio credere che l'ultima parola ce l'abbia la luminosa canzone messa a conclusione dell'album:
"If you ask me / I would take your hand and say / carry your head up high".







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