martedì 22 agosto 2017

“There’s more to life than books, you know, but not much more”

Set the Boy Free - Johnny Marr
Vorrei poter dire che Set The Boy Free, l’autobiografia di Johnny Marr pubblicata in Italia da SUR, è stata una buona compagnia tra le letture di queste vacanze, e che ogni fan degli Smiths (o degli Electronic, o dei Modest Mouse…) dovrebbe leggerla per amare ancora di più il chitarrista e fondatore della leggendaria band di Manchester. Invece mi tocca ammettere che ho trovato il libro piuttosto piatto, a volte prolisso, senza per questo essere capace di raccontare il cuore di certi eventi, e altre volte elusivo e sfuggente, deliberatamente avaro di informazioni.
Mi rendo conto che, nel caso di una figura come quella di Marr, è fin troppo facile avere pretese eccessive. Cosa significa confrontarsi con la memoria di una rock band che ti ha formato e toccato così a fondo, come gli Smiths? Forse uno spera di trovare qualche ultimo segreto, che possa magicamente svelare chissà quale risposta definitiva, superiore a quello che già sappiamo da sempre, dai dischi e dalle canzoni? Set The Boy Free cerca in tutti i modi di non accontentare né il fan più innamorato né il pettegolo delle biografie, e purtroppo ci riesce abbastanza bene.
Un esempio tra i tanti: durante le registrazioni di The Queen Is Dead, appare un avvocato che comincia a trattare il passaggio della band da Rough Trade a EMI. È l’inizio di una crisi che non si risolverà più, e che avrà conseguenze sia sulla tenuta della band, sia sulla distribuzione del catalogo degli Smiths anche dopo il loro scioglimento. Questo personaggio non ha nome, non si sa come entri in scena e perché agisca, e viene definito da Marr soltanto “un fastidioso intoppo”. Qualche pagina dopo scompare senza lasciare traccia.
O ancora: per una buona parte della sua vita, Marr ha fatto uso di droghe, ed era circondato da gente che la consumava e la vendeva. Credo che abbia avuto una prima parte di carriera molto più “da rockstar” tradizionale di quanto ci voglia far credere nel libro. Ecco, non ricordo di aver mai letto nessuno raccontare l’intricata relazione tra droga e musica in maniera più indifferente e con così poca passione.
Un’ulteriore palese assenza è quella delle parole di Morrissey. Johnny Marr ha avuto al suo fianco una delle voci più originali, citate e influenti della propria generazione, la cui eredità (nonostante la deriva senile e tutto il resto) arriva fino ai giorni nostri. Una voce che, per di più, senza il contributo dello stesso Marr non avrebbe avuto la stessa risonanza. Eppure Morrissey parla un paio di volte appena (virgolettati praticamente assenti), e le citazioni dei suoi versi sono inferiori a quelle di intere canzoni dei The The o dei Modest Mouse. A volte sembra quasi che Marr non si rendesse conto fino in fondo della portata e dell’effetto delle parole del suo frontman. O forse Marr vuole soltanto farci intendere, una volta di più, che l’importanza degli Smiths è da ridimensionare, e che è sbagliato restare attaccati per sempre a una sola band, a un ideale che ti ha forgiato durante l’adolescenza.
Eppure la parte migliore di Set The Boy Free è probabilmente quella iniziale, proprio dedicata all’infanzia e alla prima giovinezza, al formarsi di un gusto estetico e di una personalità nell’ambiente proletario di una grande città inglese, in anni complicati e intensi. Prima i capitoli sugli ascolti musicali della sua esuberante famiglia, e più avanti quelli in cui racconta del suo originale approccio al mondo della moda (Marr sembra essere stato un singolare arbiter elegantiarum di Manchester, per un certo periodo, e questa era una cosa che non sapevo né immaginavo proprio) sono materiale interessante, uno spaccato molto vivace dell’epoca.
Johnny Marr ribadisce più volte di essere “soltanto un ragazzo che vuole suonare la chitarra”, per sempre. Riesce finalmente a mettere in piedi la sua band e a un certo punto le cose diventano troppo grosse e implodono. Tutto quello che gli passa attorno sembra essere semplice sfondo alle sue notti in camera a scrivere e ad ascoltare dischi per tirare giù accordi e idee di arrangiamenti, o alle settimane in sala prove, tentando di convincere altri ragazzi a capire il suo progetto. Cosa sia stato il post-punk a Manchester, o la nascita della scena indie britannica a inizio Ottanta, non sembra coinvolgere davvero il protagonista di questo libro. Alcune pagine, per esempio, raccontano di serate “normali” all’Hacienda mezza vuota, ritrovo abituale e forse un po’ Bar Sport per alcuni. Sono belle, ma resta l’impressione che si sarebbe potuto spiegare anche altro. Nel capitolo in cui comincia a prendere forma Strangeways Here We Come, leggo: “in Inghilterra c’era stato un movimento di gruppi che aveva un suono specificamente indie, ma mi sembrava che non avesse niente a che fare con noi, a parte gli occhiali della mutua e il fatto di sbandierare influenze Anni Sessanta. La scena indie in Inghilterra era dominata da una musica talmente smidollata che se fosse stata un po’ più leziosa, dalle casse stereo sarebbero usciti petali e farfalle”. Questa giudizio forse sarà stato utile per mettere a fuoco il nuovo suono degli ultimi Smiths, con più synth e un approccio più positivo, ma mi ha fatto cadere le braccia per la superficialità, soprattutto da parte di un musicista intelligente che stimo, per usare un eufemismo. È bello che citi, tra gli altri, nomi come Go-Betweens, Atzec Camera o addirittura gli S-Express di Mark Moore, ma possibile che non abbia mai ascoltato Felt, Wedding Present, Television Personalities, Orange Juice o nessuno della scena scozzese? E se l’indie inglese era tanto malmesso, perché era così necessario che gli Smiths uscissero per Rough Trade, suo sogno sin da quando era ragazzino? Marr non lo spiega.
La parte finale del libro, per forza di cose, scorre via più velocemente. Tutto sembra procedere per il meglio, senza nessun vero attrito che il suo attaccamento alla musica non possa risolvere. Marr incontra solo persone meravigliose: mezza pagina dopo lo scioglimento degli Smiths, i Talking Heads lo invitano a registrare un disco assieme a Parigi; passa un pomeriggio con Paul McCartney a suonare classici rock’n’roll e a ricevere consigli di vita; parte in tour con Chryssie Hynde per schiarirsi le idee; mette in piedi una band con Bernard Sumner solo per poter fare qualcosa che non ha mai fatto prima; Dennis Hopper lo vuole per una colonna sonora; collabora per anni con il suo amico di sempre, Matt Johnson dei The The, perché riescono a ispirarsi a vicenda la massima libertà creativa; contribuisce alla nascita artistica di Noel Gallagher; ospita Karl Bartos dei Kraftwerk in mutande a casa sua… e così via, fino alla stagione americana insieme ai Modest Mouse (che, forse non a caso, è la parte in cui viene raccontata meno laconicamente l’alchimia di Johnny Marr in studio), e fino allo sbocciare della carriera solista, risolto in poche pagine. In mezzo c’è la progressiva purificazione da alcol, fumo e droghe, l’adesione al veganesimo, e la crescente fissa per la corsa, che lo porta infine a partecipare alla maratona di New York a quasi cinquant’anni. E sembra un traguardo importante quanto un trionfo musicale.
Set The Boy Free è un libro che mi ha preso un po’ in contropiede. A un certo punto osserva: “Ho suonato diverse volte con musicisti straordinari e in base alla mia esperienza posso dire che, senza eccezioni, l’unica cosa che gli interessa è suonare. Non si sta molto a parlare e cazzeggiare”. Ecco, credo che la stessa cosa valga anche per Johnny Marr: se questa sua autobiografia può risultare a volte un po’ superflua o poco entusiasmante, diciamo che per lui hanno già parlato in abbondanza quasi quattro decenni di musica scritta e suonata a meraviglia.





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