martedì 20 giugno 2017

I get stuck on the things I see


Avrei voluto che il nuovo disco delle Girlpool fosse più spietato e mi facesse più male. Forse è solo troppo presto per pretendere così tanto da loro, o forse la loro poesia ha preso una direzione che, per quanto riuscita, non è quella che serve a me. Eppure, eccomi qui, mezzo insoddisfatto a girare ancora su queste canzoni, nonostante non sia scattato l'amore travolgente che avrei voluto, e che mi ero immaginato dopo il loro folgorante esordio.
Intendiamoci: il nuovo Powerplant è un disco molto bello, pieno di un indie rock che piacerà a chi ama band come Waxahatchee o Mitski (e aggiungiamo anche certe vecchie Breeders). È il disco che le Girlpool dovevano proprio pubblicare in questo momento, quello in cui mettono in luce tutte le loro potenzialità e in cui il suono del duo californiano trova finalmente una sua forma piena e compiuta (con un set che finalmente include una batteria in pianta stabile).
Le Girlpool non sono più "soltanto" due ragazzine punk che, con l'unica forza delle loro voci sottili e delle loro chitarre rabbiose, guardano in faccia il mondo e cantano tutta la loro sfrontata voglia di vivere, di amare e di venire accettate senza compromessi. In Powerplant c'è di più: Cleo Tucker e Harmony Tividad ora il mondo si fermano spesso a osservarlo, e spesso ne restano come incantate ("watching all the billboards change into a mirror image", canta la title track; "your dad saw you crying when you looked at the world", sembra quasi spiegare Soup). Le strofe racchiudono momenti di sospensione, attimi al rallentatore in cui i loro pensieri corrono più veloci di quello che succede ma che, forse solo per me, restano slegati, non si condensano in un racconto che mi coinvolga davvero.
Non so se è una coincidenza, ma le mie tracce preferite sono quelle meno impetuose, come la stupenda 1 2 3 in apertura (forse la cosa più bella dopo Chinatown che le Girlpool abbiano scritto finora), la notturna Fast Dust o la riflessiva It Gets More Blue, mentre in passaggi come She Goes By si va anche verso accenti dream pop.
Insomma, funziona tutto alla perfezione. Non è un disco della mia taglia, ma di fronte a una giovane band che è riuscita a trovare la propria voce in maniera così efficace, mi rendo conto da solo che è un problema del tutto irrilevante. Brave Girlpool.




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