mercoledì 9 novembre 2016

It's my contribution to the political debate

The Radio Dept. - Running Out of Love (2016)

Qualche ora fa Oskar Christiansson, del vecchio blog No Modest Bear, ha scritto su twitter "it's a radio dept kind of day". È la mattina in cui abbiamo visto Donald Trump diventare il nuovo assurdo presidente degli Stati Uniti, e quasi tutti quelli che conosco hanno commentato citando Black Mirror, Berlusconi o Ritorno Al Futuro. Mi rimane addosso una vaga cupezza senza senso. Non ho voglia di leggere o aggiungere altre battute su Grillo e i 5 Stelle, di vedere altre gif colorate di Hillary Clinton o meme divertenti su Salvini. Sono stati i meme brillanti, i social istantanei e gli eruditi longform condivisi a tappeto senza nemmeno essere aperti a rendere il contraccolpo della realtà ancora più duro questa mattina, dopo avermi (averci?) reso miope per mesi. Anche le analisi ragionevoli e spietate del New Yorker, dopo un paio di pagine, oggi fanno venire voglia di chiudere tutto. Sì, davvero: è proprio quel "kind of day" lì.

Torno a rifugirami dentro queste canzoni. Penso a tutti quelli che fino a ieri avevano criticato i Radio Dept. definendoli ingenui e naïf per le prese di posizione così intransigenti e inequivocabili contenute nell'ultimo album Running Out Of Love. Auguro loro di avere ragione, di avere tempo in abbondanza e mille mondane occasioni per sfoggiare la loro maggiore sottigliezza e il loro acume. Tutta la frustrazione e la rabbia che animano il più politico dei dischi dei Radio Dept. (frustrazione e rabbia che, in assoluto stile svedese, si traducono in un'asciutta severità) oggi a me sembrano più adatti che mai.
"There's nothing gracious about our kind" sono le parole con cui si apre l'album. Sloboda Narodu, "libertà al popolo" in lingua serba, parole del martire partigiano Stjepan Filipović. I Radio Dept. non vogliono accattivarsi le simpatie di nessuno. Non l'hanno mai fatto, a cominciare dalla parsimonia con cui hanno sempre centellinato le uscite e le parole, passando per il continuo spiazzare le attese del loro pubblico ("Più shoegaze! Più indiepop! Più Pet Shop Boys!"), per non parlare della brevità e della proverbiale fragilità dei loro concerti. No, i Radio Dept. non sono una band a cui interessa in maniera particolare concedersi. Prendono dannatamente sul serio quello che fanno: curano ogni dettaglio del loro suono fino allo sfinimento perché sono quel tipo di artisti per i quali etica ed estetica stanno sullo stesso piano.
"There's a choice to be made / We never used to blindly participate" è la chiara e semplice risposta a qualunque "Vaffa" sbandierato come impegno politico. We Got Game è la faccia impassibile dei Radio Dept. in piedi, di fronte alla frana della società come l'avevamo immaginata in un passato sempre più lontano: "so sick of hearing about that middle ground". Batte forte una cassa New Order, scintillano synth di vecchia house, non ci arrenderemo a "this bunch of racist goons".

Ci sono momenti in cui sembra prevalere un pessimismo fatalista. "This thing was bound to happen", rimane ben poco spazio per offrire una partecipazione sempre più irrilevante: "I’m walking the left hand path / It’s my contribution to the political debate". Nei sette,lunghi, oscuri e glaciali minuti di Occupied anche la più elementare speranza viene disconosciuta: "We all wish there was a hell for some people [...] But as you know that's not the way it goes". Eppure anche lì trova posto un crescendo sfolgorante, in cui la deflagrazione sperata sembra avverarsi.
Altrove puoi quasi intravedere un ghigno di satira: il ritmo in levare di We Got Game, il modo leggero con cui sembra dirti "ma certo, tranquillo, ci pensiamo noi intraprendenti svedesi, ora sistemiamo tutto", mentre imbracciano i fucili lucidati.
La lieve ninna nanna quasi Postal Service di Can't Be Guilty, che sembra fatta apposta per la colonna sonora di un prossimo film della Coppola, si richiude in un desiderio di evasione: "You could close your eyes and go to sleep with me / As long as we do we can't be guilty". E l'ultima parola del disco, che pure ha una rarefatta aria balearico-scandinava, implora di dimenticare: "I've got nothing but regret / Teach me to forget / Don't hesitate: just press reset".
Forse siamo davvero "rimasti senza amore". Alla fine di questo 2016 così disgraziato, Running Out Of Love potrebbe essere, purtroppo e suo malgrado, un disco dell'anno.





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