mercoledì 1 aprile 2015

The right kind of mess

The Manhattan Love Suicide

Seppelliremo i nostri cuori spezzati e perdenti sotto muri di feedback e distorsioni laceranti, come ci hanno insegnato i dischi che ascoltavamo da ragazzini. Davanti all'agonia degli amplificatori che lanciano l'ultimo gemito, dietro perenni occhiali da sole, sotto giacche di pelle nera come quel poco d'anima che ci è rimasta dentro, ci scuoteremo soli, disillusi e dimenticati. Perché questa è la foto ricordo che ci piace immaginare di noi stessi. Sono tornati i Manhattan Love Suicides, dopo che si erano sciolti nel 2009. Non è cambiato nulla, e in fondo è come se fossero sempre esistiti in un'altra dimensione, in un tempo tutto loro. La cosa che mi ha stupito ogni volta che sono riuscito a vederli dal vivo è lo status di culto assoluto che sembra riescano a emanare, con fan adoranti vestiti uguali a loro, gente che li segue per interi tour e tutto il resto. Davano l'impressione di essere una reunion gloriosa già prima di cominciare. L'improvviso scioglimento aveva soltanto rafforzato la loro leggenda. E questo nonostante da un punto di vista strettamente musicale uno possa sostenere che i Manhattan Love Suicides non hanno mai mosso un passo fuori da Psychocandy. Non importa: la grandezza di una band non si giudica dalla tecnica, dai dischi venduti o dalla ripetizione di modelli consolidati. C'entra più un'idea di musica, un'attitudine, come si diceva una volta, una sintonia tra quello che vogliono dire attraverso quelle canzoni, il modo in cui lo fanno e quello che stiamo cercando noi. In una recente intervista, Darren Lockwood, fondatore insieme a Rachel Barker della band di Leeds, mentre raccontava la frustrazione di far capire al fonico di un club che intendevano davvero sparare tutto quel rumore dal palco, ha detto: "We have high standards, believe it or not. It has to be the right kind of mess, the right flavour of shit". Il nuovo album More Heat! More Panic! è esattamente quello: the right kind of mess. La sintesi di Phil Spector, Ramones, Velvet Underground, oscuri Sixties girl groups e Galaxie 500, per quanto prevedibile, funziona e colpisce ancora nel segno. Ci sono i momenti più travolgenti, come il singolo (Never Stop) Hating You o Nowhere Bound; ci sono i momenti in cui i Manhattan Love Suicides lasciano emergere il loro carattere più malinconico, come Goffin-King o She's a Bullet (con tanto di obbligatorio omaggio a Some Candy Talking / Be My Baby), e ci sono addirittura quelli in cui si libera una furia che ricorda i Fall (Blood Club). Ma in fondo tutte queste canzoni, ruvide e aggressive, sono prima di tutto "canzoni dei Manhattan Love Suicides", e sotto quei muri di riverberi abbiamo già lasciato il cuore.

(mp3) The Manhattan Love Suicide - Nowhere Bound

1 commento:

info ha detto...

Nice review! Thanks