martedì 20 maggio 2014

Today more than any other day

Ought - More Than Any Other Day

Non credo riuscirò a spiegarmi bene, ma devo comunque provarci qui: trovo More Than Any Other Day degli Ought uno dei dischi più sensuali che mi sia capitato di ascoltare quest'anno. Giovani bianchi che suonano post-punk impegnato pieno di riferimenti sofisticati? Per me una botta fisica incredibile. Sì, lo so che è riduttivo partire da qui per considerare questo disco e questo gruppo. Abbiamo letto le belle interviste in cui raccontano da dove prendono le mosse, l'insieme articolato di riflessioni intorno alla loro arte, intorno al fare arte come gesto politico, e intorno alle condizioni politiche dentro cui questo gesto si compie. Abbiamo letto dappertutto l'ormai risaputa genesi della band, durante le proteste della primavera 2012 in Quebec.
Eppure non posso farne a meno: queste canzoni per me sono innanzitutto una questione di nervi e muscoli. Un'irrequietezza che mi entusiasma e mi travolge in primo luogo in maniera tangibile, corporea. Canzoni suadenti, un tumulto che cresce battuta dopo battuta, piene di accelerazioni impetuose che strappano e poi si rovesciano dentro angoli impalpabili, sfuggenti, un filo di voce esitante e il basso a pulsare. Altre canzoni scandite e marziali, voce aggressiva e metallica, chitarre secche e furenti. Agli Ought riescono benissimo entrambi i registri: quello bellicoso, in cui disegnano un tratto netto e inconfutabile, e quello in cui sembrano accarezzare, intenzionati a distendere ogni conflitto. Il meccanismo si mostra evidente già al primo ascolto, e non si può fare a meno di pensare ai Talking Heads, ai Television, ai Feelies: insomma tutta la migliore e più spigolosa nevrosi newyorkese in forma di musica. Aggiungiamo pure che l'efficacissima voce di Tim Beeler sembra rifarsi a David Byrne non solo per certi toni e sfumature, ma anche nelle tante domande che infila nei testi, o in versi particolarmente surreali:
There is something, something you believe in
But you can’t wait for it to take away a bit of time
In a nonspecific party, in a nonspecific city
Or anywhere, anywhere you feel this way, like
This song or that song

Questa strofa di Habit sembra davvero uscita da Fear Of Music. Ma lungo tutto il disco i riferimenti alle stesse canzoni che si stanno ascoltando ricorrono spesso. Around Again si chiude continuando a chiedere "Have we lost the rhythm?", mentre la clamorosa title track a un certo punto dichiara letteralmente "The name of this song is Today More Than Any Other Day", e poi parte per una tangente completamente assurda: "So open up your textbooks, or a magazine, or a novel, any kind of reading material will do, okay, here we go... ONE TWO THREE!", e infine esplode del tutto. E se questo tutto si riassume nella precisa riflessione che "today more than other day I am prepared to make the decision between two per cent and whole milk", la morale è che "we are all the fucking same". Ma il tono di gioiosa liberazione con cui ci arriva è una cosa che mi travolge di sollievo, un immotivato sentirsi leggero e sereno.
Come sia in grado di riuscirci un disco che costringe i critici musicali a tirare fuori espressioni come "metamodernism" e "reconnecting with your inner iconoclast" io non me lo spiego davvero. Il massimo di risposta razionale che riesco a dare è la pelle d'oca. Qui ritrovo anche qualcosa dei migliori Clap Your Hands Say Yeah, quelli che ogni tanto riescono a vincere il loro carattere schivo. Ma More Than Any Other Day non è affatto schivo, è un disco che proclama, è tutta un'altalena di eccitazione e frustrazione repressa e reazione consapevole e redenzione sfrenata. "I retain the right to be disgusted by life / I retain the right to be in love with everything in sight" afferma la conclusiva Gemini. E io resto preso in mezzo, sollevato, stretto e sbattuto via.

(mp3) Ought - Habit

1 commento:

i. ha detto...

"Se un tema, una frase ti dice improvvisamente qualcosa, non è necessario che tu sia in grado di spiegartelo. Semplicemente, tutto d’un tratto ti è diventato accessibile anche questo gesto."

Ludwig Wittgenstein