giovedì 16 gennaio 2014

"This one's for you, grandad!"

Stephen Malkmus and the Jicks - Wig Out at Jagbags

Rumble At The Rainbo è la canzone più breve del nuovo disco di Stepehen Malkmus, sta proprio al centro della scaletta ed è anche una tra le più fulminanti della sua discografia da solista. Non credo a Malkmus farebbe piacere, ma a me ha ricordato un sacco quel tesoro nascosto che era il minuto di I Love Perth dei suoi vecchi Pavement. Se da un lato è vero che il Malkmus solista ha fatto (quasi) di tutto per scrollarsi di dosso l'eredità dei Pavement, dall'altro non credo sia possibile (nemmeno a lui, nemmeno dopo tutti questi anni e sei dischi) parlare della sua nuova vita insieme ai Jicks senza tirare in ballo il confronto con il passato.
Del resto, il tour di reunion di qualche anno fa ha segnato una moltitudine di cuori giovani e vecchi, e quello che racconta Rumble At The Rainbo è proprio l'ambivalenza su cui si regge tutta la situazione. Malkmus canta con un sorriso "Come and join us in this punk rock tomb", garantisce che "We are returning to our roots / No new material, just cowboy boots" e il ritornello rassicura (per modo di dire) che "No one here has changed, and no one ever will". Certo, quel sorriso un po' beffardo Malkmus lo rivolge in primo luogo a sé stesso e alla propria condizione di musicista di mezza età, ma se volevate una canzone che fosse anche una spietata istantanea dell'indie rock oggi eccovi accontentati.
In altri momenti ti viene il sospetto che ci sia davvero una sfumatura di sincera nostalgia. Il namedropping di vecchie band è costante: Thin Lizzy, Mudhoney, Grateful Dead... "We grew up listening to the music from the best decade ever" è il verso di chiusura del singolo Lariat. Chissà, Malkmus è brillante e seducente, ma resta pur sempre uno scrittore di enigmi.
Come contrappunto, quei sorprendenti arrangiamenti di fiati sparsi per il disco (il momento migliore: la languida J Smoov) fanno sembrare Jagbags parecchio più morbido e disteso. Le canzoni evitano quasi sempre di deviare verso certe introverse jam del passato, e sorprende sentire Malkmus cantare due versi diretti e semplici come "Life should be free / take what you need" (Cinnamon And Lesbians). Del resto Chartjunk potrebbe anche chiarire da che punto di vista sta parlando: “I’ve been everywhere that you’re going / know all that you’re knowing”. Il solito sbruffone, dirà qualcuno. Beh, lui ha fatto i Pavement e voi no. E se gli va può anche concedersi una quieta ballata nonsense che sembra un omaggio a Lou Reed come Independence Street.
A proposito del rapporto tra passato e presente, c'è una frase che mi ha colpito nella bella recensione di Pitchfork:
In retrospect, [the Pavement] breakup marked a moment when indie-rock's narrative started moving away from the sloppy, casual grace of the 90s toward bands like the Strokes and the Yeah Yeah Yeahs, who wore tighter jeans, had more conventional sex appeal, and played like there was something at stake. The irrelevance of Malkmus's solo career was a foregone conclusion.
Considerare la possibilità che tu sia irrilevante, dopo che hai contribuito come pochi altri a creare un intero immaginario, una scena (un mercato), e nonostante tutto che tu abbia ancora cose da dire e tu riesca a dirle sempre meglio, è qualcosa che regala conforto, da una parte, ma anche (nel perenne sorriso sibillino di Malkmus) ti fa cominciare a capire che "ciò che è rilevante" è ancora - sempre - tutto da decidere.

(mp3) Stephen Malkmus And The Jicks - Rumble At The Rainbo

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