mercoledì 12 maggio 2010

False pretense

Love Is All
Nonostante mi piacciano tantissimo, faccio sempre fatica a mettere a fuoco un nuovo disco dei Love Is All in pochi ascolti. Mi dico subito che stavolta hanno incasinato tutto, che hanno ingarbugliato troppo il loro già ingarbugliato suono. Come si fa a tirare fuori quella specie di polka a metà di Repetition? Perché il poderoso ritornello di The Birds Were Singing With All Their Might ci mette tanto ad arrivare? E come mai sembra che ogni canzone abbia tre o quattro ripensamenti?
Mi succede come quando sono troppo nervoso e non lascio finire le frasi alle persone con cui parlo. Poi un giorno mi ritrovo a canticchiare inchiodato a quel OH-A-OH! estivo e totale di False Pretense, piccolo furto a Crimson & Clover, e tutto ingrana. Si scioglie all'improvviso il paradosso della musica dei Love Is All: riuscire a esplodere d'urgenza e apparire al tempo stesso introversa. Un fiume di parole in una lingua che non siamo sicuri se sia straniera o conosciuta, frastornato di sassofoni, percussioni cupe e chitarre arrugginite.
In questo nuovo Two Thousand and Ten Injuries i Love Is All fanno fare al loro post-punk un sacco di salti di gioia, come ad esempio in Dust, ma la minuta cantante Jospehine non dimentica tutte le ombre che si porta dentro (la sconsolata A Side In A Bed, nonostante l'andamento corale). In generale, sembra prevalere l'anima più irruenta, quasi rabbiosa, della band svedese e i ritmi ne guadagnano un bel po', ma quello che mi piace sempre più dei Love Is All è quel modo di lasciarsi andare e abbandonarsi, pieno però di continui ripensamenti, inciampi, nuovi slanci e scarti imprevedibili. Terzo disco, terzo centro.

>>>(mp3): Love Is All - False Pretense

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