venerdì 4 luglio 2008

A skin, a video


Qualche giorno fa, un articolo sull'Independent celebrava il funerale degli album live, tradizione rock che avrebbe ceduto il passo (anche fra gli interessi del pubblico) ad altri modi di rapportarsi con l'esperienza di un concerto, come i confanetti dvd o, all'opposto, YouTube.
Forse si può aggirare la questione. Ieri sera, per esempio, guardando A night, a skin, film realizzato da Vincent Moon "intorno" alla band americana The National, per documentare la nascita del loro ultimo album Boxer, mi sono chiesto diverse volte che cosa stessi guardando.
Le riprese di concerti sono una parte quasi irrilevante del film (anche se il primo minuto sembra una specie di Apocalypse Now di ciò che si prova a un concerto). Le riprese in studio sono lunghe ma non entrano in quasi nessun aspetto davvero tecnico. La vita privata della band è appena sfiorata.
C'è la ricerca di un punto di vista mai prevedibile. Ci sono immagini sempre molto suggestive, con un ritmo poco da "videoclip" classico, e con un'enfasi che solo in un'occasione ho trovato eccessiva e fuori luogo. C'è tempo che scorre a vuoto e i personaggi del film se ne rendono conto. Ci sono parecchie parole pronunciate dalla band.
Fra queste, il cantante Matt Berninger usa due volte "scary", ovvero "pauroso", a breve distanza: prima per spiegare la sua reazione davanti all'idea del film e alla macchina da presa, e poi quando racconta cosa beve prima di salire sul palco, per cercare di dimenticare di trovarsi di fronte davanti a centinaia di sconosciuti.
Molte delle parole di questo film sono quelle delle canzoni. Le leggiamo mentre vengono scritte durante le registrazioni del disco (soprattuto Green Gloves), e su di esse l'occhio di Vincent Moon indugia a lungo.
Il taccuino di un cantante è una cosa che non sono sicuro vorrei sfogliare, soprattutto se le sue canzoni sono capaci di farmi così male come quelle dei National. Ma in quel momento, proprio quando stai quasi pensando di fare un fermo immagine per sbirciare da sopra la sua spalla un fotogramma con quegli appunti cancellati a metà, la macchina da presa sfuoca dal foglio, dissolve le parole e diventa solo una luce bianca sullo sfondo. In primo piano resta la pelle di Berninger, in rilievo, ingigantita, come di legno, spessa e bruna. La pelle di cui sono fatte le sue parole.
Di nuovo, mi sono chiesto che cosa stessi guardando. Un film che celebrava semplicemente una band? Era qualcosa di più. Forse era un film che cercava di catturare l'emozione che questa musica può dare, attraverso il racconto dello sforzo compiuto per crearla. Ma è una spiegazione che non mi convince del tutto.
Non è, banalmente, un film sulla bellezza della musica. Semmai, a volte sembra un film davanti alla bellezza. E non può chiedere a sé stesso più di così.

E poi questa mattina ho trovato questa conversazione con Vincent Moon. Quando avete tempo prendetevi un quarto d'ora per leggerla, mi sembra abbastanza fuori del comune. Magari discutibile, ma con un'intelligenza determinata che affascina.
Il giudizio di Moon sul suo film con i National è spiazzante: "I feel like I failed. It could be great, but it doesn't really work".

>>>(mp3): The National - About Today (live - The Virginia EP)

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