mercoledì 29 novembre 2006

JPod

Douglas Coupland - 'JPod' Caro Doug,
era da un po' che volevo scriverti due righe a proposito del tuo ultimo romanzo. Sì, sono sempre stato quello senza il minimo senso critico ed era così scontato che JPod mi piacesse, ma volevo dirtelo lo stesso.
Tu puoi anche finire a fare il personaggio dentro un tuo libro, e nascondentri dietro tutte le citazioni, ma, vedi, la nostra vita raccontata da Douglas Coupland resta sempre tra i cinque migliori sostitutivi di un abbraccio disponibili sul mercato.
Non mi importa del compiacimento, o se ogni tanto dai l'impressione di divertirti a prendere in giro proprio questo. O che in certe pagine sorga il dubbio di un'operazione a tavolino: Microservi + La Sacra Famiglia. Oppure che altri dialoghi sembrino uscire da Fidanzata In Coma. Tutti quei momenti in cui, insomma, qualcuno vorrebbe gridare "Sveglia Doug, sono passati dieci anni!"
Sono stati proprio quei momenti che mi hanno fatto domandare se stessi cercando di dirci qualcosa su come si compone un romanzo arrivati a questo punto della carriera, oppure su come succede che si diventa più vecchi e, beh insomma, si compone una vita. Prendiamo pezzi di noi e li ricicliamo insieme alle cose nuove che durano sempre di meno, cercando di aggiornare il linguaggio, tentando (a volte disperatamente) di non perdere coerenza. E a volte finiamo per diventare un nostro personaggio, a cui ormai possiamo far dire e combinare anche cose tremende, l'importante è che si riconosca in qualche modo. O almeno che lo riconosciamo noi.
Vi siete telefonati spesso tu ed Easton Ellis, negli ultimi tempi?
Dentro JPod si ride come mai nei tuoi romanzi, ma c'è anche un sacco di cattiveria mai vista. E il conto mi torna, perché ogni volta che mi trovo a ridere, oggi, mi aspetto prima o poi qualche coltellata alla schiena. Se me lo avessi detto in California, al tempo di Generazione X, credo che sarei passato oltre sbuffando e me ne sarei dimenticato subito. Ma quella era ancora l'epoca in cui "non succede niente" significava "momento di sagace riflessione". Oggi al massimo vuol dire "non ho tempo, ho un lavoro, la scrivania è incasinata di roba e ho una scadenza per (inserire tutti i giorni)".
Le cose succedono di continuo ma sopra la nostra testa (probabile fosse così anche prima, ma appariva di meno), abbiamo più soldi e ce ne sono meno in generale, tutto sembra essersi fatto più pesante e senza corpo al tempo stesso. A un certo punto, dici che «è sempre più evidente che quelli che definiamo "carattere" e "personalità" non sono realtà spirituali né stati cosmici dell'esistenza bensì l'effetto complessivo di una serie di disfunzioni cerebrali». Cosa che, oltre a richiamare Vonnegut (che però viveva in un secolo in cui si aveva ancora fiducia nella Chimica) è una definizione perfetta per costruire i tuoi personaggi. Oppure, continuo a domandarmi, per spiegare come noi stiamo al mondo.
Vorrei essere ottimista come te, Doug, avere la tua fiducia che per ogni problema ci sia una soluzione (non importa a spese di chi), e che per ogni affanno esista una "hug machine" che ci rimetterà in piedi. A volte, quando leggo i tuoi libri, per un attimo lo sono. E ancora sorrido.
Ciao, a presto,
e.


ps: so che tempo fa ti hanno scritto anche la Francesca e Fabrizio. Adesso che ho finito il romanzo corro subito a vedere cosa dicevano.

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