lunedì 23 ottobre 2006

"E mi dispiace ma questa è per Enzo"
«Indie kids / makes me sick»

I Tunas, insieme a due o tre adolescenti svedesi, probabilmente sono le uniche persone al mondo che ancora mi danno del "kid", quando invece avrei l'età per essere almeno loro cugino di secondo grado. La cosa fa piacere, nonostante forse sopravvalutino un po' la faccenda dell'indie. Ma sono dettagli che non ho proprio voglia di stare a discutere stasera, qui alla Piola. C'è una festa da far saltare in aria, c'è una banda di amici da far ballare e soprattutto c'è un disco nuovo da celebrare: The Tunas au... gogo, pubblicato da Gravedigger's Records.
La Piola è un bar perso nelle campagne a nord di Ferrara, con uno scantinato che aveva fatto la storia dei concerti nella Bassa. Mi trovavo da queste parti a bruciare parecchie notti, quasi un decennio fa. Un ragazzo elegante con mixer e giradischi illustrava uso e significato delle parole eclettismo e stile. Quando l'altro giorno ho scoperto che ora anche France ha un myspace è stato come inciampare in una falla nel continuum temporale. Come vedere a un certo punto in Quadrophenia qualcuno tirare fuori un laptop.
Non è cambiata molto la Piola. Se alzo il braccio sfioro il soffitto, il pavimento scuro è macchiato di birre rovesciate, ci sono i divanetti a U, le lampadine colorate agli angoli sopra le casse, il distillato del Tennessee costa un'inezia e lo servono abbondante in bicchieri di vetro. Hanno coperto i graffiti sui muri con vernice nera e levato la stufa.
Beh, in effetti qualcosa è cambiato, mi dico mentre le Signorine Taytituc, che aprono la serata, accordano gli strumenti. Sono cambiate le facce intorno e, a parte lo special guest Enrico dei Tre Allegri Ragazzi Morti, non riconosco nessuno. Provo a fare un rapido conto di chi sono diventati quelli con cui ballavo così forte quando sembrava non importasse nient'altro: un brillante architetto con due figli, un altro paio di architette ma senza figli, una giornalista del Foglio da poco mamma, un paio di assistenti universitarie, una con prole l'altra ancora no, un industriale della ceramica, una moglie di industriale delle ceramica, qualche ingegnere e avvocato con il cognome giusto. Ho perso le tracce di quella che stava con una cuoca a Manhattan. Se togliamo una commessa di profumeria, e uno andato a fare l'istruttore di tennis nei villaggi turistici dopo maldestre truffe in Francia, mi viene da dire che non potevo proprio che essere io quello a ritrovarsi, stasera, ancora qui.
La Mara delle Black Candy (ora in prestito ai Julie's Haircut) ha la sfortuna di incontrarmi mentre rimastico questi pensieri. Ma sono ancora sobrio e dopo un po' che parliamo realizzo che è il momento di levarmi di torno e fare un giro a banco.
Le Signorine Taytituc descrivono la loro musica come "samba energetica" e citano tra le loro influenze i Descendents. Sono un trio di ragazze in sottoveste che sembra intenzionato a resuscitare i Ramones a colpi di tre accordi e botte secche sui tamburi. Il tutto, ovviamente, alla maggiore velocità possibile. Ognuna ci mette la voce, e giocano anche bene a ripartirsi i ruoli sulla scena. Alla batteria c'è Erica A-Go-Go, la ballerina dei Tunas. Storie di boyfriend ed estati, quel che posso capire delle canzoni, dato il fragore con cui ce le sbattono addosso. Sorpresa finale, una cover di Mongoloid suonata come se le All Girl Summer Fun Band si vestissero di pelle nera e maneggiassero fruste. Poche parole nelle pause, giusto un sorso dalla pinta bionda e via di nuovo a pestare e gridare. Fine della birra, fine del concerto. Non pochi tra i presenti alla Piola stanotte si saranno innamorati di loro.
E finalmente i Tunas prendono possesso del palco. Ma alla Piola non c'è il palco. In questo momento la distanza tra Frabbo "Cool Face" e il microfono è la stessa che c'è tra il microfono e la prima fila dello sciamannato pubblico danzante. La situazione è ideale. Vedo che hanno cambiato batterista e Ginger A-Go-Go (chissà perché l'avevo scambiato per un fotografo) sembra determinato a farsi conoscere nel migliore dei modi. Davide Deitunas ha la solita faccia raggiante del bambino che sta per scartare i regali di Natale. Lawrence Cleanhead è come sempre imperturbabile. Frabbo indossa la sua maglietta dei Buzzcocks e sotto quel caschetto gli occhi lanciano fiamme. Tra gli strumenti non c'è spazio per Erica A-Go-Go, che quindi ci fa l'onore di ballare in mezzo a noi. Poi succede quel che deve succedere. Il quartetto bolognese, introdotto da un devastato e trascinante speaker, attacca a suonare e io lascio perdere tutti i tetri pensieri. Se i Tunas suonassero un'ora o un giorno davvero non farebbe differenza: sono fuori dal tempo. Un tempo che immagino battuto su rovinati fotogrammi in bianco e nero, luci al neon rosse, ragazze in minigonna dallo sguardo perverso che ballano scosse, schegge di pellicole con strani motociclisti, alieni psicotici che atterrano nel deserto, highway polverose, Garage Rock sparato dall'autoradio giorno e notte mentre noi, con gli occhiali scuri, guidiamo e ci perdiamo, ci perdiamo sempre più in fondo.
A forza di vedere i Tunas dal vivo, ci sono canzoni che anche un profano come me impara a riconoscere e amare, e questa sera, in questa cantina, rimbombano nelle orecchie ruvide e selvagge come non mai: Don't Talk, Never Ending Summer, Let's Steal A Tractor (la strofa in dialetto bolognese me la sono sognata?), il precedente singolo I Want You Dead, e ovviamente il beffardo inno Indie Kids. Ma sì ragazzi, cantatela ancora, dite quel che volete, non me ne frega più di niente. Spero solo che le bobine old school sulle quali avete inciso questo live finiscano presto su qualche disco. Spero solo che qualcuno si accorga di quanto siete dei personaggi fantastici e si decida a disegnare un dannato fumetto su di voi. Spero solo che The Tunas au... gogo spacchi dibbvutto come meritate.
Chiudo citando la scritta della vostra leggendaria t-shirt fucsia splatter su fondo nero, e come giustamente ricorda anche Antonio Olivieri nelle perfette note di copertina dell'album: Kick Out The Cans!

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