martedì 17 gennaio 2006

"...and everything was stardust..."

Ecco cosa ho fatto in questi giorni.
Ho ascoltato in continuazione Stardust degli Irene.
Gli Irene sono una band di Göteborg, si definiscono una "big beer-drinking mass of 30-somethings" e hanno appena pubblicato il loro primo singolo per la Labrador. Sono in otto/nove e sembrano devoti a una specie di suono Motown-for-dummies (che-fanno-il-surf), arrivando a sfumature che ti fanno domandare come sarebbero stati gli Smiths con un po' più di fiati. Sopra a ogni cosa, una voce profonda, quasi da crooner, che magari a qualcuno potrà risultare anche poco simpatica, ma che va benissimo al ballo di fine anno. Sul loro MySpace potete ascoltare/scaricare un po' di canzoni.

Ma tutto questo non m'importa più.
Perché c'è Stardust. Ormai hanno fatto quella, e mi basta.
Un minuto e quattordici secondi di battimani, ottoni che vi trascinano nel coro, la-la-la-la, tambourines e l'inesplicabile malinconia di un giro di do. Tutto è così inconsistente, e lo stesso ti ci aggrappi. Tutto passa veloce come l'estate.
E quelle due strofe da manuale, una storia d'amore che non dura un fine settimana, e ogni cosa si sbriciola e luccica, polvere di stelle e baci di pomeriggio.
Stardust è perfetta nel suo semplice risuonare deja-vù di storia della musica o di certi remoti giorni della vostra vita. O di questi.

(In fondo al blog degli Irene trovate anche una versione demo della stessa canzone. Al confronto con l'altra fa un po' sorridere come vedere ballare i propri genitori.)


update: qui il delirio capitato in radio quando li abbiamo scoperti.

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