martedì 3 dicembre 2002

Don't know when but a day is gonna come

Ieri avrei voluto scrivere due righe tanto per anticipare che si andava a vedere Bright Eyes in concerto ma non sono riuscito a mettere insieme due parole. E sentirsi così svuotato già di lunedì, beh, ecco: è una cosa che preoccupa.

Credo che Lifted - or The Story in in the Soil, Keep Your Ear to the Ground sia un grandissimo disco che però in certi periodi è meglio non ascoltare.
L’ho tenuto in cuffia un paio di volte, poi l’ho tolto e ho fotocopiato il libretto dei testi (che è un vero e proprio libro, con l’indice, le canzoni impaginate come racconti, le illustrazioni a china e le didascalie da favola gotica e surreale: insomma una cosa fatta con cura, finto invecchiata e con un gusto che non ti aspetteresti da un tipo di appena ventidue anni, Conor Oberst from Omaha, Nebraska).
Mi sono detto che per qualche tempo poteva bastare.

Per una recensione seria e approfondita rimando al numero di gennaio di Rumore, dove Arturo racconterà com’è andata.
Quello che posso dire io è che la serata è stata divertente (c’erano tutte le persone che mi piace incontrare ai concerti e non c’era la solita aria irrespirabile dell’Estragon) e anche spiazzante in diversi occasioni.
I due gruppi che hanno preceduto il piatto forte della serata, le tenui Azure Ray e i folli Good Life (tutti musicisti che poi sono risaliti insieme sul palco con strumenti diversi per supportare Oberst) hanno offerto sicuramente un punto di vista esauriente sulla scena di Omaha (una bella compagnia di amici, a una prima occhiata, che si muovevano tranquillamente tanto alle vendite del merchandising quanto sul palco): dalle semplici trame di voci femminili e delicatissimi arpeggi di chitarra delle prime, al verbosissimo lo-fi dei secondi condito con sprazzi di elettronica molto do it yourself.

Arturo ha detto che non lo scriverà, ma a me era parso un commento interessante quando, scherzando con Ginka, si è ipotizzato che tornare alle parole, alle storie ("story" è una parola chiave dei testi di Bright Eyes) forse è una reazione giustificata dopo tanto post rock.
Per dire: lo scatenato frontman dei Good Life (di cui la Flavia s’è accaparrata l’ultima copia dell’album: attendiamo la recensione su queste pagine!) ha introdotto il set raccontando di quanto era contento di suonare in Italia, la terra del suo amico Giovanni Paolo II. "Era un caro ragazzo, uscivamo sempre assieme, ma poi da quando ha fatto successo, da quando è diventato papa, non telefona più tanto spesso. Però mi ha detto: you have go to Bologna and party, party, party!".

Molto meno loquace e cazzone, Conor Oberst ha sputato sangue dalla prima all’ultima nota.
Anche se non posso dire di conoscere la sua musica e il suo mondo che in maniera superficiale, non si può rimanere indifferenti davanti ad un’esibizione del genere.
E qui dovrei (saper) parlare di folk stralunato, ripercorrere una tradizione di songwriter lo-fi e no, spiegare come le canzoni dei Bright Eyes sono un’esibizione dolorosa di sentimenti troppo personali e viscerali, per non sentirsi in qualche maniera chiamati in causa (Frederic ha confessato che aveva paura a guardarlo in faccia, di incontrare i suoi occhi)...

Più facile, magari, escludersi e scherzare sui tempi lenti, sulla catena che è scesa a tutti in almeno un paio di momenti e su certi personaggi del pubblico scatenati come se fossero in una discoteca della Riviera...
Ma alla fine nessuno ha avuto nulla da ridire, nemmeno quando un bis insperato e solitario è stato troncato dalla chitarra sbattuta a terra, forse per qualche irritante scalmanato nelle prime file, e nemmno se non ha fatto From a balance beam (sarà dispiaciuto solo a Simone e me?).

Un artista che meritava sicuramente di essere visto: magari per tornarci su in un'altra stagione, o magari per tradurre un giorno qui in ufficio, invece dei soliti stupidi fax, versi come quelli di Lover I don’t have to love: "you write such pretty words, but life is no storybook. Love is an excuse to get hurt and to hurt".

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