BUON COMPLEANNO A POLAROID ANCHE DA PARTE NOSTRA, E UN PICCOLO REGALO

I libri del Pavone

Licenziando, nel 1961, l'ultima edizione della sua storia, un po' troppo monumentale, di Cinque secoli di stampa non crediamo che S.H.Steinberg abbia gettato l'occhio sui "Libri del Pavone". Nei due capitoli finali, su "best & steady-sellers" e sulle "edizioni economiche", hanno giusto spazio la tedesca Reclam e le varie Collins e Everyman's Library, ma una certa fissazione ironica tutta anglo germanica non permette alla ricerca di abbassarsi sotto Parigi. Non parliamo poi neppure del più limitato Un secolo di libri, di questo tizio romano, Giovanni Rangone, che per Einaudi avrebbe voluto scrivere una storia dell'editoria italiana fino al postmoderno. Immagino che come "titolo" gli sia valso la fatica (credo citi ogni intellettuale che abbia varcato la soglia di una casa editrice, anche solo per chiedere un cerino), dati, nomi, luoghi, un sacco di lettori, ma non si vede un libro neanche a pagarlo. Molto più interessante, forse perché del tutto inattauale in tempi di blogger, L'autore e il suo editore di Siegrfied Unsfeld, dove si parla almeno di soldi: ma qui siamo fermi al tempo di Goethe.

In realtà per noi (per tutti e due, in modo diverso) è un vizio, e come tutti i vizi è un labirinto ripetuto e circolare, dove si perde un corpo e si ritrova, si prende un corpo e si riposa, all'infinito. Per questo abbiamo provato a nasconderci dietro tante parole.

Negli anni Cinquanta i "Libri del Pavone" diedero veste popolare al catalogo della "Medusa" (che era dei Trenta) e furono gli antenati degli "Oscar" (settimanali) e dei "Record" (quindicinali), futuri protagonisti della lettura economica a partire dai Sessanta. Secondo le nostre scarse competenze di estetica storica, i Pavoni hanno poco a che fare con il gusto dei tempi del Miracolo. Vengono più dagli anni Trenta, Quaranta, forse dai primi decenni del secolo. Si rivolgevano probabilmente alle seconde (terze?) generazioni di alfabetizzati. Colori sgargianti, a strisce orizzontali; ogni striscia un'area della copertina, ma l'illustrazione, disegnata ad hoc, spesso buca lo schermo, passa oltre la linea del suo riquadro e scivola in trasparenza dietro al nome dell'autore o a qualche altra lettera. Il disegno-copertina ha il tratto derivato dalla Domenica del Corriere, fra il pastello scandalistico e il gessetto da selciato. Le donnine delle illustrazioni assomigliano tutte stranamente alle ragazze in televisione del giorno d'oggi, ma sono più "piccanti", questa è la parola. La cosa che colpisce è il completo distacco fra copertina e opera. Tutto è in funzione del titolo: la scelta delle tinte, l'espresione dei volti. E in cima alla pagina c'è una frase riassuntiva, non propriamente uno slogan, neanche (all'inglese) un giudizio sul libro. E' una frase che cerca di descriverti che esperienza farai leggendo quel libro. Come Destini di Francois Mauriac: "Inchiodati alla terra", oppure Ritratto di un'attrice di W. S. Maugham: "Finzione e passione" ecc. Questo di Maugham, per esempio, lo ha tradotto Vittorini, ma la qualità dei traduttori, (sono quasi tutti autori stranieri) è addirittura straniante se messa a confronto con la confezione, c'è anche Pavese, naturalmente, ma addirittura ho avuto in mano uno Steinbeck di Montale, e un De Foe introdotto sempre da lui.

L'avvento degli Oscar, questi sì figli del Miracolo, staticizzò molto i libri. Illustrazione rifilata con nettezza, prezzo in copertina, righe divisorie, circoli e riquadri con le informazioni editoriali. Per non dire della ripresa di un vezzo molto Fin de siècle, quello di esaltare la tiratura (tipo "365° migliaio", "39° edizione") come a dire "non puoi non leggerlo anche tu".

Abbiamo deciso di scattare malamente una polaroid a questo frammento di tempo editoriale e di regalarlo (con i libri, naturalmente) alla redazione al completo, perché crediamo molto, sia detto tra fidanzati, che unendo le forze potreste scrivere pagine meravigliose in materia di estetica e sociologia degli oggetti.

un caro saluto

Jonathan e Alessia.

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