martedì 28 luglio 2015

Can you stop thinking life’s a joke?

Ducktails - St. Catherine

Sognare a occhi aperti, lasciarsi trasportare dalle ore e dai giorni. Quello che riesce meglio in certi pomeriggi d'estate, quello che meglio si accompagna alla musica dei Ducktails di Matt Mondanile (già chitarrista nei Real Estate). Il suo quinto album si intitola St. Catherine e non so, vorrei dare la colpa al caldo eccezionale di questa stagione, ma è un disco che, per la prima volta in una carriera praticamente perfetta, dalla coerenza invidiabile, ti fa venire voglia di lasciare un po' perdere tutta questa poetica del sognare a occhi aperti e dei pomeriggi d'estate. Non voglio certo fingere di essere uno che non se ne va mai pigramente alla deriva, ma l'impressione è che questa volta la divagazione di Mondanile abbia preso una traiettoria troppo larga. Dall'introduzione di Disney Afternoon, tra Stereolab e Pet Sounds, alla languida ma tutto sommato inconcludente chiusura di Reprise, sembra davvero passare troppo, troppo tempo. Che impressione avremmo se questo disco fosse stato un EP, più conciso e magari con qualche interludio strumentale in meno? Intendiamoci, non stiamo parlando di un brutto disco, e nemmeno di uno mediocre. L'assoluta eleganza della scrittura di Mondanile non è in discussione, la qualità del disco è eccellente (alla produzione Rob Schnapf, già collaboratore di Elliott Smith e Beck) e i suoni sono di una bellezza che rapisce (il singolo Headbanging In The Mirror, la title track...). Quello di cui si sente la mancanza è forse una certa leggerezza che in altre occasioni pervade i lavori di Mondanile. La libertà di non dover dire sempre tutto, di non dare spiegazioni, fossero anche in forma di canzoni (ok, so che vuoi mimare una certa semplicità vintage pop, ma non è necessario buttare via in maniera così eclatante versi come "Remember / dececember / and you’ll know why / the winter / it lingers into the sky”). Insomma, è come se quel "lasciarsi trasportare dai pomeriggi d'estate" fosse disturbato da troppa chiarezza e lucidità. Mondanile con St. Catherine mette a segno il suo lavoro più nitido e compiuto, ma forse proprio per questo (che incontentabile che sono!) sento la mancanza di certi orli più frastagliati, contorni lo-fi di un sogno ancora misterioso.

(mp3) Ducktails - Surreal Exposure

lunedì 27 luglio 2015

If you wanna hit me, go ahead and hit me

Best Friends - 'Hot. Reckless. Totally Insane.'

Ci sono quei dischi tipo "adesso basta, esco, mi faccio trecento birre e vaffanculo", e quest'estate uno di quelli che suona meglio in questa maniera è l'atteso primo album dei Best Friends (come sempre, faccio notare l'indirizzo del link). Arrivato dopo svariati singoli, split e cassette, e soprattutto dopo una generosa attività live, Hot. Reckless. Totally Insane. ‎raccoglie davvero il meglio della band di Sheffield, recuperando anche un paio di vecchi singoli, tra cui l'essenziale Nosebleed. Chitarre ruvide, gran pacca e una voce che non si sa come riesca a stare ferma davanti a un microfono e non si butti ogni momento in qualche rissa da pub. Rock rumoroso, spavalderia garage, che però riesce a tenere sempre il controllo delle infallibili melodie. I primi paragoni che vengono in mente sono quelli con i concittadini Arctic Monkeys o, se volete qualcosa di più contemporaneo, Cloud Nothings. Un suono senza riguardi e una gran voglia (immutata negli anni) di trasformare ogni canzone in festa, vedi ad esempio il singolo Fake Spit o quello che potrebbe essere considerato quasi un manifesto If You Think Too Much Your Brain Will Fall Out. I Best Friends non potrebbero essere più sinceri riguardo alle intenzioni di questo disco (che tra l'altro segna il passaggio dalla infaticabile Art Is Hard alla più blasonata FatCat): "it's a compilation of our music. There isn't a theme or message. It's just songs we thought would work well on an album and songs that we've played live for ages but haven't had space for in the past". Se per le vacanze cercate un bel nastrone fuzzy, arrogante e punk, da far suonare forte e con i finestrini abbassati, i Best Friends l'hanno già preparato per voi e vi aspettano a banco, cheers!


Fake Spit


If You Think Too Much Your Brain Will Fall Out



giovedì 23 luglio 2015

polaroid blog première: Boys Age!

Boys Age

"Le grandi band americane hanno storicamente realizzato edizioni speciali per il mercato giapponese: perché una piccola band giapponese non potrebbe pubblicare una italian special edition?" È una domanda legittima e interessante quella che si sono posti i ragazzi della nostra More Letters Records. La risposta arriva oggi, ed è quanto mai positiva. Care lettrici e cari lettori, ho il piacere di presentarvi i Boys Age. Sono un duo, Kaz Mutow alla chitarra e Takamasa Kobayashi alla batteria, provengono dalla città di Saitama, si conoscono da quando facevano le elementari, e hanno alle spalle una notevole discografia, con uscite per Burger Records, Gnar Tapes, Lolipop Records e Rubber Brother. Il loro nuovo album The Inner Moon arriverà a settembre anche in Italia in formato cassetta, e qui sotto potete già ascoltare in anteprima quattro tracce.

I Boys Age dicono di suonare "uncommon pop" e per descriversi piazzano un'infilata di etichette del tipo "Lo-Fi / Weird / Psychedelic / Experimental". La presentazione è abbastanza centrata: la prima cosa che ti torna in mente quando parte una loro canzone è il ricordo di quando il mangianastri ti mangiava letteralmente la cassetta e tutta la musica si ingarbugliava. Le canzoni dei Boys Age ondeggiano, hanno un'andatura oscillante, come un Mac DeMarco ebbro e solennemente pigro, ma con i riflessi luminosi e sereni dei migliori Real Estate. Non manca un certo senso dell'umorismo, soprattutto nell'uso della voce, che sembra appoggiata lì sovrappensiero, come qualcuno che ti sta sospirando qualcosa nell'orecchio, e tu sei distratto perché stai cercando di aggiustare il mangianastri, ti volti e dici "scusa, cosa?" ma è già passato, non c'è più nessuno, soltanto l'estate e un'ombra. Gli Yo La Tengo sono un'evidente ispirazione per questa band giapponese, ma tutto appare filtrato in un'atmosfera da sogno prolungato, da pomeriggio di luglio lontano. Le canzoni scorrono e ti cullano, e tu non puoi che essere felice del fatto che una band come i Boys Age sia tanto prolifica.

Dopo il magnifico esordio dei pugliesi Barbados, La More Letters è volata addirittura dall'altra parte del mondo per regalarci la seconda uscita del suo catalogo, e ne valeva davvero la pena: il pre-order di The Inner Moon è già attivo via Bandcamp, ovviamente per la italian special edition.




Boys Age - The Inner Moon

martedì 21 luglio 2015

"My Secret World - The Story Of Sarah Records" a Bologna!


Questa sera, nel magnifico cortile estivo di ZOO ci sarà la prima proiezione bolognese di "My Secret World - The Story Of Sarah Records", il documentario dedicato alla storia di una delle più leggendarie etichette discografiche indipendenti. Sarà una bella serata: si parte alle 19 con l'aperitivo e il dj-set tutto a tema Sarah curato da Aurelio Pasini, e a seguire, appena tramonta il sole, la proiezione del documentario all'aperto.
Due parole per farvi capire che si tratta di un piccolo evento importante:
Looking back now, what strikes me is that we were just so incredibly young. Not just us, though, everybody. Everything seemed possible – everything does at that age – it didn’t matter if you’d never done something before and had no real idea how to go about it. We were burning with passion and excitement and enthusiasm for creating things, doing things, being part of something. To just passively consume was to miss the point: it was only punk if it was DIY, and it was only DIY if you were doing.
(Clare Wadd - fondatrice della Sarah Records)

The press in those Thatcherite days delighted in mocking our low budgets. [...] The abuse was just so personal, from people we’d never met. Was that why they did it? Because the length of the M4 lay between us? Maybe, but that doesn’t explain why they wanted to: why the loathing, the contempt, the relentless, knee-jerk misogyny; unless being called Sarah is enough with a press that’s 90% male and scared that approval of something un-macho might lead to accusations of – whisper it – effeminacy? Few people spotted that our sleeves didn’t use the female image as decoration, that singles didn’t appear on albums (except compilations), and that compilations didn’t include “previously unreleased” tracks, so maybe our politics was too subtle.
(Matt Haynes - fondatore della Sarah Records)
Se avete un po' di tempo, e vi sta a cuore la storia della musica indipendente, perdetevi tra le pagine del sito ufficiale della Sarah. Troverete una quantità di materiale magnifico, capace di raccontare e insegnare, in maniera formidabile, uno spirito e una passione anche alla musica del presente.
Quello che oggi viene liquidato dietro la sbrigativa etichetta "twee" ha avuto anche la forza di essere presa di posizione politica: "it’s just POLITICS, not as some distant unreal end, but as something encaptured in everyday life. [...] So it’s idealism, so what, it’s a good place to start. Standing up alone (much harder), DOING, just what feels right... Something to do with – oh, let’s just say changing the world", come recitavano le note di copertina della compilation Shadow Factory.
Tutto questo è stato raccolto anche dentro il documentario realizzato nel corso di ben quattro anni dalla regista Lucy Dawkins, raccogliendo interviste e materiali inediti dalle principali band del catalogo: Another Sunny Day, Heavenly, Field Mice, Boyracer, 14 Iced Bears, Sugargliders, Brighter e molti altri. Ci sono anche alcuni ospiti speciali, come Calvin Johnson (K Records), Sean Price (Fortuna POP!), Jacob Graham (The Drums) e un paio di giornalisti del calibro di Everett True e Alexis Petridis. Tutti insieme per ricordarci che la musica può ancora cambiarci la vita.

(mp3) The Golden Dawn - My Secret World (Sarah 09 - 1988)

domenica 19 luglio 2015

MAP - Music Alliance Pact #82

MAP - Music Alliance Pact

Eccoci a un nuovo appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- il cileno Alejandro Zahler, che sembra fare del post-rock partendo però da una materiale sonoro folk;
- l'indonesiano Bottlesmoker, con un'elettronica minima (e non è un refuso per "minimal") che sembra quasi sfuggire all'ascolto;
- i danesi D/troit, con un sorprendente rock pieno di soul ed energia, alla Jon Spencer;
- i peruviani Gomas, che riescono a mescolare indiepop e musica tradizionale, ottenendo in maniera abbastanza imprevedibile un suono ricco ed eclettico;
- i sud-coreani Say Sue Me, con il loro indolente "indie rock da spiaggia" in quota Best Coast.
- e infinie sono da ascoltare e da "attraversare" i quattordici minuti del visionario singolo Presentimiento Complejo, opera del messicano Mondragón, con influenze elettroniche alte, da Aphex Twin a Vangelis.

Matilde Davoli
L'italiana di questo mese è Matilde Davoli, già voce degli indimenticati Studiodavoli. Dopo il progetto Girl With A Gun (insieme a Populous) arriva al vero e proprio esordio solista mettendo a punto un suono elettronico, che ha fatto però tesoro delle esperienze precedenti. Atmosfere sintetiche che si muovono tra momenti sognanti e aperture più danzerecce, con una leggerezza e un'eleganza davvero non comuni.
Il disco è bellissimo già così, ma a mio personale parere, sarebbe stato curioso e interessante ascoltare qualcosa di più di questo suo lato più pop, vagamente alla Au Revoir Simon, come emerge in questa Tell Me What You See. Ascoltatevi tutto il disco in streaming via Bandcamp, e lasciate che la vostra estate diventi languida come non mai.

(mp3) Matilde Davoli - Tell Me What You See


Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di luglio, con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

giovedì 16 luglio 2015

"Be Forest performing Earthstrings" a Bologna!

Be Forest performing Earthstrings

Questa sera a Vicolo Bolognetti arrivano in concerto i Be Forest, ma non sarà la serata che vi aspettate. Il trio pesarese infatti non porterà soltanto le canzoni dell'ultimo magnifico album Earthbeat, ma le suonerà nella versione Earthstrings, ovvero con l'accompagnamento dal vivo di un quartetto d’archi. Lo spettacolo è davvero speciale (qui un video da brivido), e dopo l'esordio a Milano, il passaggio a Babylon su Radio2, e la recente tappa nell'incredibile cornice del Teatro Rossini della loro Pesaro, ora giunge finalmente a Bologna. Sarà un evento unico e imperdibile. Il suono sognante e sospeso dei Be Forest incontra una formazione strumentale classica, e ne esce una musica - se possibile - ancora più suggestiva e celestiale. La sezione di archi è stata arrangiata dalla violoncellista Daniela Savoldi (Le Luci Della Centrale Elettrica, Le Man Avec Les Lunettes), che li guiderà stasera sul palco, e in apertura ci saranno anche i Melampus.
Qui sotto, in esclusiva, Hideway dal vivo, una canzone dei Be Forest in versione Earthstrings:



Be Forest with string quartet - Hideway (live @ Circolo Magnolia)

mercoledì 15 luglio 2015

I was wrong, can I take it back?

Debris Hill - Sidekick

"È tutta una questione di aver a che fare con il fatto di non essere in grado di fare le cose che ami e di farle comunque": questa è la descrizione che Michele Zamboni, da Verona, ha scelto per il proprio progetto musicale Debris Hill. È uno stato d'animo che sento vicino. Lo struggimento del provarci, la consapevolezza di non farcela, la pena di portarsi dentro vecchi rimorsi, stantie ambizioni frustrate, la fatica quotidiana di ripensare a tutto quello che si sarebbe potuto fare, a tutto quello che sarebbe dovuto andare in maniera diversa. Eppure continuare comunque, l'ostinazione dell'andare avanti perché ormai non si può fare altro, come un portarsi a compimento, e poi finirla lì.
Le canzoni dentro l'album di debutto di Debris Hill, intitolato Sidekick in qualche modo raccontano tutto questo, con la solitudine di quello che ci manca e mancherà per sempre, la solitudine di tutto quello che abbiamo sbagliato. Una mattina da ragazzi, il sapore della neve in città, il ricordo di quello che ci siamo detti alla stazione, realizzare a un tratto che quel tempo trasparente nell'aria era la vita che ci passava sopra, e noi non trovavamo le parole. E allora la musica è la prima catarsi. Non la sola: Debris Hill infatti "nasce dopo anni di musica puramente strumentale, quando il suono non è più abbastanza".
Lately I regard my loneliness
as something to put in chords and words
to punch it up
to make it valuable in a way that I can trade it
with whatever you have for me

Basta l'ascolto di poche note di questo Sidekick per capire che i riferimenti sonori si possono collocare tra qualcosa dei vecchi Karate, certi Bedhead e New Year, il Bright Eyes meno invadente. Tutto viene scritto, cantato e suonato dallo stesso Michele ("su questo disco sono state utilizzate solo chitarre rosse"). In alcuni momenti, forse quelli più entusiasmanti, forse quelli dove non puoi nascondere che ti viene la pelle d'oca perché, in fondo, ti senti ancora un po' adolescente emo Anni Novanta, si affianca una batteria (By The Sea), e l'elettricità infiamma i colori più acustici (As We Wait). Su Disintegrate entra anche la voce di Silvia Morandi delle Enidd (altra giovane e super promettente formazione veronese), la tensione sale all'improvviso, e qui il gioco per Debris Hill si fa decisamente interessante, lasciando intuire prospettive future che non vediamo l'ora di scoprire e ascoltare.

Sidekick esce per Dinotte Records ed è in download "name your price" su Bandcamp.

(mp3) Debris Hill - Disintegrate

martedì 14 luglio 2015

I want to watch everything fall

The Ocean Party - Guess Work

Gli Ocean Party sono una di quelle band che, senza dare troppo nell'occhio, ha già messo assieme una discografia dalla qualità consistente a un ritmo davvero sopra la media. La notizia abbastanza incredibile è che i ragazzi australiani stanno per tornare con il quinto album nel giro di quattro anni. Qui a polaroid abbiamo da tempo un debole per loro e non possiamo che esserne entusiasti. La prima anticipazione del nuovo lavoro (prodotto insieme a John Lee, già collaboratore di Love Of Diagrams, Ancients e Lost Animals) è questa Guess Work, che sembra proseguire quell'idea di suono guitar pop morbido e rotondo, già realizzata con l'ultimo Soft Focus. Eppure gli Ocean Party raccontano una sensazione di disagio, quella condizione tipicamente occidentale fatta di senso di colpa e privilegi, in cui si guardano le cose andare a pezzi, ma in qualche modo sempre da lontano, sempre da fuori. La musica li accompagna in crescendo di chitarre e synth, fino a un assolo finale dai toni quasi springteeniani. Le premesse per un nuovo grande disco ci sono tutte.


The Ocean Party - Guess Work

lunedì 13 luglio 2015

"This is the death of an indiepop fan"

Let's Wrestle farewell gig @ 100 Club - London
«In pratica è successo che a un certo punto nel 2009 mi sono disintossicato dalla musica nuova e da allora ascolto solo i Cheap Trick direttamente per endovenosa.
Però mi ricordo ancora tutto.
Quando i Let's Wrestle - nome ubiquo a Londra nel 2007, da nessun'altra parte credo - hanno annunciato la data di addio, dovevo esserci. È un po' come quando chiudono quel negozio che non frequentavi da una vita ma a cui in origine andavi spessissimo.
E siccome Enzo giustamente è salito apposta, a me è scattata la sindrome da riunione di classe, e gli ho chiesto le cose più assurde: "Ma girano ancora i The School? E le Those Dancing Days? E i Radio Dept? Pete And The Pirates? Soko? I Black Kids? Los Campesinos? Ma ti ricordi che avevo visto i Foals e Florence & The Machine suonare in un pub? E i War On Drugs davanti a sette persone in un negozio di dischi? E come stanno i Crystal Castles? Esiste ancora Ladyhawke? Me li ricordo solo io gli Screaming Tea Party?"
Il concerto è stato epico e Wes Patrick Gonzalez, voce/chitarra/mente della band, non si è fatto mancare nulla: pogo scomodo*, invasioni di palco, risse e minacce.
Credevo fosse uno di quelli che avrebbe suonato tutta la vita, e invece il più scazzato e desideroso di finirla alla svelta sembrava lui.
E non dimenticherò mai la faccia del tizio della security, un cinquantenne di colore, che lo guarda durante uno dei suoi assoli elementari e approssimativi e scuote la testa pensando a cosa riesce ancora a passare per musica e fare un sold out al leggendario 100 Club pieno di gente impazzita.
Mi son divertito.»

Matteo "Valido" Zuffolini

* "scomodo" è un gradino inferiore a "selvaggio"

(mp3) Let's Wrestle - I Won't Lie To You

giovedì 9 luglio 2015

I used to want to be with you all the time

Eternal Summers - Gold and Stone

Arrivati al traguardo del quarto album in cinque anni, gli Eternal Summers avrebbero potuto anche mostrare qualche segno di stanchezza. Invece, con questo nuovo Gold And Stone (pubblicato da Kanine), la band della Virginia riesce a spingersi ancora in avanti, migliorando e affinando un suono già ricco e brillante. Dalle forme più ruvide e post-punk degli esordi, l'approccio si è fatto via via più pop, tanto che alcune canzoni di questo Gold And Stone potrebbero quasi sembrare hit dimenticate di certo alternative Anni Novanta (The Roses, o la title track, oppure il fenomenale singolo Together Or Alone, con un ritornello gridato che ricorda quasi i Pretty Girls Make Graves). Il modo in cui le canzoni degli Eternal Summers riescono a spingere aggressive e, un attimo dopo, a dissolversi delicate, ora seduce come non mai, e la stessa band indica nei primi dischi degli Smashing Pumpkins un'influenza decisiva. Elemento centrale resta la voce di Nicole Yun, ora celestiale e sognante, ora bellicosa, ma sempre precisa ed efficace. Una sorprendente eccezione è rappresentata da Ebb Tide, che vede al microfono il batterista Daniel Cundiff, con un bel risultato Yo La Tengo / Real Estate. Data una tale esuberanza, non è certo il momento di fare bilanci, ma una cosa appare ormai assodata: la caratteristica più vistosa degli Eternal Summers a questo punto è l'abbondanza di magnifiche canzoni che riescono a stipare dentro ogni disco.



Eternal Summers - Gold and Stone


Eternal Summers - Together or Alone

venerdì 3 luglio 2015

This, the time to restart

Any Other - Gladly Farewell

Ricominciare quando tutto è a pezzi. Lo so, lo so: questo è il momento giusto per ripartire da capo, ma sento un nodo in gola e ho troppi ricordi. Preparare la cena e poi andare a letto: una cosa alla volta. E poi diventare grandi, crescere.
Adele faceva parte di un duo di cui mi ero innamorato a prima vista, le Lovecats. Un Natale mi avevano anche regalato una canzone per la solita compilation, ed è un regalo che tengo davvero caro. Le Lovecats si sono sciolte un po' di tempo fa: Cecilia la trovate nelle illustrazioni di Mistobosco, mentre Adele ha continuato a fare musica. Ora si fa chiamare Any Other, e ogni volta che posso corro a sentirla dal vivo, con la sua chitarra, la sicurezza nella sua voce, davvero notevole, e i suoi sorrisi ancora timidi, nonostante ormai abbia davanti un pubblico che la conosce e la segue. Ero curioso però di vedere come si sarebbero evolute le cose, magari con una band intera. E sta per succedere. La notizia è di qualche giorno fa: gli Any Other debutteranno con un album, Silently. Quietly. Going Away, in arrivo a settembre sulla neonata Bello Records.
Sul disco torneremo a suo tempo, intanto si può già ascoltare questa Gladly Farewell, che si apre nel modo migliore in cui si potrebbe inaugurare una nuova stagione. Diventare grandi, crescere. Un suono nettissimo. C'è dentro l'indie rock classico, ma ci sento anche parecchie affinità con alcune delle migliori cantautrici americane contemporanee, da Katie Crutchfield e i suoi Waxahatchee, a Courtney Barnett, Eskimeaux, Mitski, per fare i primi nomi che mi vengono in mente. E c'è, soprattutto, un talento giovane che vediamo maturare prova dopo prova. Gladly welcome!



Any Other - Gladly Farewell

mercoledì 1 luglio 2015

Dreams

Trust Fund - Dreams

No One's Coming For Us, l'album d'esordio dei Trust Fund, è stato uno dei dischi che ho più amato (e che mi ha fatto più male) nella prima metà di questo 2015. Nonostante sia, in tutta onestà, magnifico, resta un disco su cui faccio fatica a ritornare: troppo delicato e problematico al tempo stesso. Oggi il frontman Ellis Jones ha annunciato a sorpresa un nuovo singolo, Dreams, ed ero davvero curioso di sentire quale direzione avrebbe preso la band. Mentre Ellis continua a cantare nel suo falsetto ormai caratteristico, il suono qui è vigoroso e compatto, come quei momenti di No One's Coming For Us che più ricordavano certi Pixies. Se è un indizio per il futuro mi sembra entusiasmante. L'altro elemento di interesse è rappresentato dalla nuova seconda voce di Alanna McArdle, che qualche settimana fa aveva abbandonato i Joanna Gruesome. In fondo si tratta quasi di uno scambio da calciomercato, dato che a sostituire la McArdle nei JG è andata Roxy Brennan (Two White Cranes - altro notevole progetto su cui torneremo a breve), a sua volta uscita proprio dai Trust Fund.
Ma ora lasciamo da parte questi dettagli un po' da indie-nerd e ascoltiamo questo spettacolare nuovo singolo:


Trust Fund - Dreams

martedì 30 giugno 2015

MAP - Music Alliance Pact #81

MAP - Music Alliance Pact

Sta quasi per finire giugno e mi sono accorto di non avere postato l'ultima puntata del MAP - Music Alliance Pact! Corro subito ai ripari e posto al volo l'appuntamento mensile con questo bel progetto, che raccoglie una ventina di blog di tutto il mondo, i quali selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Episodio colmo di ritmi latini, con i quali non ho molta dimestichezza. Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- i giapponesi Einsteins, con un'elettronica retrò, sognante e ipercolorata, inevitabilmente cartoon;
- il peruviano Lagartijacarlo, cantautore "ukulele-pop" che non potevo non amare già al primo ascolto;
- il produttore messicano Siete Catorce, con un pezzo tagliente e minaccioso adatto alla colonna sonora di thriller in terza serata;
- i danesi The New Investors, ideali per andare a fare surf nel Mare del Nord.

MOOD - Upupa Produzioni
Gli italiani di questo mese sono i MOOD, giovanissimo duo proveniente dalla provincia di Modena, e per la precisione da Finale Emilia. Sono una delle cose migliori uscite da quel circolo musicale (e anche un po' scuola di vita) che è il LatoB, celebrato proprio lo scorso fine settimana con la terza edizione della Festa Del Ringraziamento.
Ho voluto segnalare i MOOD perché ho avuto occasione di vederli dal vivo più di una volta, e sfido chiunque a non rimanere senza parole davanti alla potenza del loro impetuoso set. Una chitarra, una batteria e un universo di ritmi frantumati, fatti a pezzi e ricostruiti dentro loop ipnotici, in lotta contro chitarre fragorose. Sudore e ingegno, tecnica e puro slancio. Tirare in ballo etichette come post-rock oppure math-rock a me sembra riduttivo e fuorviante. Dovete vederli, Francesco e Daniele, forse nemmeno in età da patente, tranquilli e concentrati uno di fronte all'altro. E poi dovete prendere tutta la loro musica in faccia e farvi travolgere. Vi assicuro che succederà. 
Il loro album di debutto si chiama come loro, e dentro ci hanno messo le mani Upupa Produzioni, Fooltribe, i Three In One Gentleman Suit, Stefano Pilia e Matteo Sgarbi (Sex Offenders Seek Salvation). Lo trovate anche su Bandcamp.

(mp3) MOOD - Sick Pride Nice Vibe

Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di giugno, con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

I don't want to hurt no one, but I will

Elvis Depressedly - New Alhambra

Giro tutti gli angoli della mia testa, ti cerco ancora. Mi sento inutile, alla deriva, ho bisogno di te, ma nella mia testa. Sono soltanto parole di una canzone, se vuoi. Potresti leggerci una tristezza sconfinata, una solitudine che schiaccia. Oppure potresti pensarle come l'espediente ultimo di chi vuole sfuggire con ostinazione alla felicità. Molte recensioni del nuovo disco di Elvis Depressedly insistono su quanto suoni positivo e ottimista rispetto alla produzione precedente (sia con questa denominazione che sotto l'alter ego Coma Cinema). Nonostante un paio di titoli in scaletta come No More Sad Songs o New Heaven, New Earth possano trarre in inganno, e anche se qualche melodia sembra arrivare più rotonda e luminosa del solito (Big Break su tutte), quello che io leggo in questo magnifico, evasivo e profondamente desolato New Alhambra continua a essere un'amarezza che non ha fine, nemmeno quando si rende conto di non fare altro che raggomitolarsi dentro sé stessa ("My cage is beautiful, but insincere"). Ogni cosa sembra sospesa, ogni decisione rimandata: "days come and go without saying goodbye / someday never came so i keep waiting". Voglio continuare ad aspettare perché rimanere aggrappato a quest'attesa è tutto quello che mi rimane di ciò che ho aspettato. Soltanto l'ennesimo pretesto. Perché quando passerà questa dolore non avrò davvero più nulla.
Mat Cothran innesta su questo discorso, in pericoloso bilico sulla morte, una serie di immagini che finiscono per formare una sorta di bizzarro senso religioso. "Jesus died on the cross / so I could quit my job". Tra i versi emergono riflessioni sul Vangelo e su Satana, per esempio, ma mi sembra servano come passaggi di una ricerca del senso della vita, diventata ormai necessaria: "violate my world / I'm not a person". Il tono appare a tratti ancora disperato ("I have failed at everything that I ever tried "), a tratti invece rasserenato e in pace con tutto e con tutti: "I owe the world nothing / I've been strung along too long to really care [...] I love everyone that I have ever known".
Forse sta qui la positività che alcuni hanno visto in questo album: nel pieno comprendere che tutto passerà, ciò che ci sta attorno e ciò che portiamo dentro e ci causa pena. Passeremo anche noi, e quello che dovremo riuscire a capire sta dentro quel passare, non nel restare aggrappati a ciò che passa, e che pure amiamo e ci fa vivere. La conclusiva Wastes Of Time riesce in maniera meravigliosa a parlare allo stesso tempo, e con una semplicità disarmante, d'amore e del nostro essere vivi nonostante tutto:

it's a sad world we were raised in
you could hate it but what's the use?
if you try I will try
when we fuck up it's alright
there is always more to life
than all these wastes of time


Elvis Depressedly - Big Break


Elvis Depressedly - Wastes Of Time

giovedì 25 giugno 2015

I know that she and I’ll be lonely together

Painted Fruits - Fruit Salad

Giorni mutevoli, poco sonno, molti treni. Se piove alla partenza dall'altra parte può esserci il sole. Concentrarsi su piccole incertezze quotidiane per non pensare a come sono più complesse le cose. Vedere sempre il cielo mezzo sereno e il bicchiere mezzo pieno? Ovvio. Ma chi lo fa? Io no di certo. Comunque mi è di buona compagnia un disco (anzi, una cassetta) che ho incrociato per caso su Bandcamp e che mi ha subito incuriosito per una sua strana mescolanza di leggerezza e sensualità, bassa fedeltà e approccio raffinato.
Loro si chiamano Painted Fruits, provengono da Victoria, Canada, e questo loro secondo lavoro si intitola Fruit Salad. Ascoltandoli, il primo paragone che viene in mente è quello con gli Orange Juice: stesse chitarre scintillanti, stessa atmosfera di romanticismo sornione che pervade le melodie, e soprattutto la stessa convinta pacatezza con cui vanno avanti a costruire un'idea di musica che, alla fine, rimane però sempre lieve, delicata anche quando tocca materie più scabrose (We Can Show You How To Feel Love). C'è addirittura un momento (Cheap Motel) in cui in qualche modo ricordano dei Fanfarlo più distesi sul punto di trasformarsi in una specie di svagato Bowie.
A tutto questo, i Painted Fruits aggiungono una sensibilità per certe ombre, momenti oscuri che si rivelano proprio lì dove i sentimenti si fanno più aperti e dichiarati ("it's so easy to change your love into nothing"). Sembra di intuire qualche situazione lasciva che però viene raccontata in una maniera che si arresta sempre un attimo prima di diventare decadente (Pick Up The Flowers). Da quanto leggo in giro, ai Painted Fruits piace presentarsi spesso sul palco in abiti femminili, mentre il singolo dell'album si intitola Gender ("a blur of genders clouded her vision / could no longer live this life of indecision"), ma tutto sembra avere sempre quest'aria divertita e leggermente surreale, un tocco di teatro ad ornare l'indiepop, imprevisto ma invitante.

(mp3) Painted Fruits - Gender


lunedì 22 giugno 2015

Expert Alterations


Il comunicato stampa che presenta gli Expert Alterations usa una buona formula, sintetica ed efficace: "minimal, but not skeletal". Nell'ep di debutto del trio di Baltimora, già uscito l'anno scorso su cassetta e ora ristampato niente meno che da Slumberland e Kanine Records, ogni elemento sembra infatti spoglio, secco e novembrino. Ma la somma che ne esce, quel suono asciutto, che vuole comprimere sia il livello di rumore sia le concessioni più melodiche, non per questo risulta scarno o limitato. Cinque canzoni in nemmeno tredici minuti che volano via in un attimo e ti costringono a rimettere il disco in loop. Gli Expert Alterations ripetono spesso che una delle loro principali influenze sono i Fall, a cui si possono tranquillamente aggiungere una buona dose di Television Personalities e di "stile" Flying Nun, Ma a me fanno tornare in mente anche un'altra classica e seminale band degli Ottanta, quei Josef K. che pur non essendo riusciti a esprimere forse tutto il proprio potenziale, hanno lasciato comunque un'eredità decisiva. Un nervosismo simile a quello della band scozzese serpeggia per queste tracce. Quel basso e batteria in primo piano, quelle chitarre tirate e aspre, e soprattutto quella voce impassibile, a tratti fredda, che comunque insegue melodie senza ombra di dubbio pop, mi fanno proprio pensare che questo EP avrebbe trovato un posto sicuro nel catalogo della Postcard.



Expert Alterations - Three Signs