martedì 3 marzo 2015

The book of you, the book of me

Girls in Peacetime Want to Dance by Belle and Sebastian

Caro Stuart,
sarò sincero con te, dopo vent’anni sento di doverti dire tutto. Del resto, cos’altro resta da dirsi dopo vent’anni? Ho questo problema con il nuovo disco dei tuoi Belle and Sebastian, che pure si è guadagnato buone recensioni praticamente dappertutto. Mi sembra di conoscerti benissimo e al tempo stesso di non conoscerti più. Ci sono gesti che so a memoria, di una tenera familiarità, e ci sono costumi nuovi che mi lasciano sconcertato. Dopo tutto quello che c’è stato tra di noi, posso avere il diritto di dire che mi sento a disagio in questa musica? Fosse il disco di uno qualunque non ci farei caso. Ma tu sei tu, sei sempre stato tu. E anche se ultimamente eri sembrato più distante, perso dietro quella tua idea del film e di God Help The Girl, io ci tengo ancora, e mi importa di tutto quello che fai. E anche se per questo disco sembra che la tua nuova etichetta ti abbia fatto rilasciare più interviste che in tutto il resto della tua carriera, regalando a chiunque dettagli e confidenze senza risparmiarti, senza salvare un velo di mistero, io resto sempre qui ad ascoltarti.
D’accordo la catarsi e tutto il resto, ma sono anche vent’anni che in un modo o nell’altro racconti questa storia della Sindrome da Fatica Cronica, e ho ascoltato anche questa nuova Nobody’s Empire. Non è che solo per il fatto di essere "la più personale”, una canzone diventa automaticamente anche la migliore. Cosa stai cercando di dirmi quando canti: “We are out of practice, we’re out of sight / on the edge of nobody’s empire / If we live by books and we live by hope / does that make us targets for gunfire”? Stiamo parlando della malattia e della guarigione come una metafora, vero? E quale tipo di impegno politico dovrei leggerci dentro? E se non è solo impegno, ma in qualche modo si parla anche di fede, qual è il messaggio? Perché non ti seguo più? E perché anche la melodia mi sembra così stucchevole? Ed è solo la prima canzone dell'album!
In generale, Girls in Peacetime Want to Dance è stato presentato come il disco in cui i B&S sono diventati electro-pop perché le canzoni hanno i synth (cosa, d’altra parte, solo parzialmente vera). A me invece è sembrato, in buona parte, come un disco senza canzoni dei B&S, con i synth o meno. Il problema di Enter Sylvia Plath, tanto per fare un esempio, è più il fatto di essere una noiosa cover di terza mano degli Abba, che l’accozzaglia al galoppo di arrangiamenti fin troppo sgargianti che si porta appresso. Oppure, per restare sulle tracce più “disco”, prendi The Power Of Three: sembra una b-side di Sally Shapiro. E io, lo sai, adoro Sally Shapiro! Ma nonostante Sarah Martin sia perfettamente nella parte, la sua bella voce non potrà mai sembrare convincente quando canta alcune delle strofe peggio scritte di tutta la vostra discografia (oroscopi? muoversi nello spazio e nel tempo? Holmes e Watson?). E cosa ti è saltato in mente di piazzare quella specie di polka in mezzo a The Everlasting Muse? Volevi distogliere l’attenzione da qualcosa? A un certo punto cominciano pure a battere le mani ubriachi!
Non ti riconosco. O meglio, ti riconosco ma non capisco bene cosa stai facendo. Sei cambiato tu o sono cambiato io? Perché non mi sento più a casa qui? Ci sono un paio di momenti in cui torni a fare lo Stuart che tutti ricordano. Ever Had A Little Faith è di una delicatezza commovente (“you will flourish like a rose in June”) e potrebbe essere uscita da If You're Feeling Sinister. Ma sembra sperduta in fondo alla scaletta: devo pensare che tu stia soltanto cercando di accontentarci? Che sia un modo per tenerci buoni, indossando una vecchia maschera di abitudini che non ti interessano più? Siamo arrivati a questo, alla recita? E guarda cosa mi costringi a fare: considerare i tre minuti di divertissement che hai concesso a Stevie Jackson come una delle migliori canzoni dell'album. Non negarlo: l'amara satira di Perfect Couples gioca sofisticate citazioni tra Stereolab e Steely Dan con una spensieratezza che il resto di Girls in Peacetime si sogna!
Non ho mai avuto problemi con i repentini cambi di direzione che hai dato alla tua carriera e alla band (non è vero: li ho avuti, ma ti ho sempre seguito), però lasciami dire che questa volta non capisco dove stai andando. Stai cercando nuovi fan? Non ne potevi più del santino twee in cui, nonostante tutto, ti trovavi ancora relegato? Ci stai dicendo che dobbiamo crescere?
In Play For Today (che vede la partecipazione di Dee Dee delle Dum Dum Girls) racconti di sentirti "dentro una recita che parla di un ragazzo stanco e malinconico". E mentre la canzone procede ti accorgi che "life is a road / death is a myth / love is a fraud / it's misunderstood". Arriva una ragazza a spiegarti che "you're king inside your head" mentre un coro invoca perentorio "Author! Author! Author!". Ti convinci che "siamo tutti più belli quando siamo sullo schermo", e concludi (se questa può essere una conclusione) che "the backstage of your life / is filled with echoes of the ones you loved". Mi sembra un punto d'arrivo un po' debole e, soprattutto, espresso in un modo che non è proprio alla tua altezza. Ho troppe pretese?
Ma se ognuno deve andarsene per la propria strada, tanto vale farlo chiudendo con una strofa di The Book Of You, una canzone minore di questo disco che non sarà quello per cui sarai ricordato, una canzone più semplice ma che tutto sommato trovo più sentimentale e sento più vicina. Non la canti nemmeno tu.
Everyone's a thread
We're woven together
Read it in the tears and fraying edges
Read the book of you, the book of me
We're fading into memory
But something is left
A gesture, a phrase or a photograph,
The warp and weft.


(mp3) Belle and Sebastian - Ever Had A Little Faith

lunedì 2 marzo 2015

Last forever

Westkust - Swirl

"I want to find something new" cantano i Westkust nel loro nuovo singolo Swirl, e quelle chitarre travolgenti e quella melodia impetuosa ti arrivano addosso con tutta l'affamata insofferenza della loro giovane età. Scintillante shoegaze che sceglie di non adagiarsi sotto coltri di rumore e riverberi dolenti, ma scalpita, freme ed esplode. Sono passati più di due anni da quel promettente EP di debutto, e finalmente la band di Götheborg arriva al primo album vero e proprio. Si intitolerà Last Forever e lo pubblicherà ancora una volta Luxxury. Questa la prima anticipazione:


Westkust - Swirl

sabato 28 febbraio 2015

Olimpia Zagnoli @ Zoo!

◇ OLIMPIA ZAGNOLI ◇◆ FINISSAGE PARTY

Last minute call per l'aperitivo di finissage allo ZOO (Strada Maggiore 50/A): stasera si conclude la mostra di Olimpia Zagnoli con una bella festa, e ci sarà la stessa Olimpia a mettere dischi in mezzo a tutti i suoi libri, tshirt e stampe. Ci sarò anche io a fare un po' di warm-up con Musica Per AperiTweevi, tra un bagel e un brindisi. Ci si vede a banco!

giovedì 26 febbraio 2015

Serotonin hit

Fever Dream - Serotonin Hit

Una botta di serotonina, quella che risveglia l'umore e il desiderio: deve essere quella che hanno avuto i Fever Dream. Li avevo visti dal vivo un paio d'anni fa, un set turbinoso e Sonic Youth che mi aveva davvero impressionato. Avevo comprato il loro EP di debutto a scatola chiusa, ma l'ascolto non era stato all'altezza delle aspettative, forse ancora troppo acerbo. Ora il trio londinese torna con un notevolissimo nuovo singolo, Serotonin Hit appunto, che anticipa un album, intitolato Moyamoya, in arrivo il 26 aprile su Club AC30. A quanto pare siamo dalle parti dello shoegaze più energico, gloriose melodie e distorsioni che crollano, e dopo l'ottimo debutto dei Pinkyshinyultrablast la Club AC30 sembra proprio confermarsi una garanzia per questo tipo di suoni:


Fever Dream - Serotonin Hit

Goodbye future, I'm done with you

Motorama - Poverty

Un paesaggio invernale e deserto, lontane terre a nord, lunghe strade che si perdono tra ghiacci e nebbia, vicoli vuoti in fondo a città di provincia, in mezzo a edifici di cemento nudo e alberi carichi di neve, indifferenti. Mi riesce difficile separare la musica dall'immaginario che i Motorama hanno meticolosamente costruito negli anni, tra fotografie, artwork di dischi e locandine di tour, oppure attraverso quelle interviste cortesi ma sempre, in qualche modo, distaccate. Quando ascolto le loro canzoni vedo subito i loro sguardi seri. Come se la musica che interpretano fosse alla fine soltanto un altro modo per esprimere una forma della loro insofferenza. Io trovo poi che non sia nemmeno necessario fare quella separazione: quando un gruppo ha un'idea così netta ed efficace della propria musica e di quello che la circonda, io voglio lasciarmi trascinare da tutto, fotografie analogiche e incomprensibile namedropping di band new-wave russe Anni Ottanta compresi.
La notizia è che i Motorama sono finalmente tornati con il loro terzo album, Poverty, e si tratta di una conferma ma anche di un passo avanti. Dopo i magnifici Alps e Calendar ti potevi chiedere dove sarebbe andata la band post-punk di Rostov-On-Don. La risposta è che i Motorama continuano a fare quello che sanno fare meglio: ovvero una musica dolente, inconsolabile e glaciale, ma al tempo stesso irrequieta, come se qualcosa di furibondo covasse sempre, appena sotto la tristezza. La differenza è che Poverty lascia l'impressione di giocare in maniera diversa con gli spazi e le atmosfere. Non si può certo dire che sia un disco "leggero", ma il maggiore utilizzo dei synth fa in qualche modo perdere di gravità al disco rispetto alle prove precedenti. Lo senti nei flauti ipnotici di Dispersed Energy, nell'organo appuntito di Impractical Advice, per culminare nella lancinante ossessività della conclusiva Write To Me. Per non parlare del singolo Heavy Wave, dall'aria quasi morbida e jangle pop. La voce di Vladislav Parshin continua a riecheggiare baritonale, e come al solito ricorda una specie di versione Manchester 1979 dei National più austeri. Ma stavolta la sua malinconia sembra tenuta a distanza, e non sai dire se è la rassegnazione che ha avuto la meglio.

(mp3) Motorama - Lottery

martedì 24 febbraio 2015

X-Ray Picnic live @ polaroid alla radio!

X-Ray Picnic live @ polaroid alla radio!

Quella che vedete qui sopra è una delle prime e rarissime immagini degli X-Ray Picnic (grazie a Pietro!), il supergruppo con dentro componenti di Chow, Tunas, Sumo, Sameoldsong e Yuri Gagarin’s Nachlassverwalter che ho avuto l'onore di ospitare lunedì scorso dal vivo in radio. Prendono il nome da un verso dei mai abbastanza lodati Silver Jews, e hanno un suono che non c'entra niente con nessuno dei gruppi dai quali provengono. Doppia sorpresa! Se dovessi citare qualche riferimento, punterei piuttosto su certi suoni Flying Nun e Dunedin, tipo The Clean o Verlaines, oppure su certi R.E.M. Anni Ottanta. La band è davvero all'inizio e quello in radio era soltanto il loro terzo live, per cui ancora niente link ai vari facebook o bandcamp: tenetevi stretto il prezioso documento di questo podcast, con l'ampli del basso che frigge, le nostre chiacchiere sconclusionate e i nostri brindisi, e godetevi le canzoni che gli X-Ray Picnic ci hanno regalato dal vivo:

X-Ray Picnic live unplugged @ polaroid alla radio
Radio Città del Capo - 2015/02/26


Rainy Run
1965
Hidden Geography
Ex Blue
Untitled


sabato 21 febbraio 2015

MAP - Music Alliance Pact #77

MAP - Music Alliance Pact

Eccoci a un nuovo appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
-  il portoghese Cave Story, con un indie rock che mi ha ricordato una strana unione tra i Pavement sia i Broken Social Scene;
- il giapponese Eriqu, con un'elettronica già pronta per colonne sonore enfatiche e pompose;
- il cantautore coreano JoJo Blowhard, intimista, quasi sullo stile dei Clientele;
- gli australiani Nite Fields, con un rock dolente e scuro alla Church;
- il danese The Radar Post, per amanti del folk di Bon Iver e simili;
e poi vabbè gli statunitensi Twin Limb, che già conoscevamo e che sono sempre elegantissimi e sontuosi.

Gli italiani di questo mese sono gli HAVAH. Oltre a essere una delle migliori band post-punk italiane in circolazione, con un'idea di suono davvero potente e un immaginario nitidissimo (sia nei testi che nelle grafiche), mi piaceva segnalare anche attraverso il MAP la nascita della nuova label Maple Death, curata da Jonathan Clancy (His Clancyness / A Classic Education / Settlefish). Gli HAVAH pubblicano un Ep di cinque tracce in split con i comaschi His Electro Blue Voice (già su Sub Pop e Sacred Bones), che riempiono il loro lato con una suite di venti minuti, puro viaggio psichedelico, a tratti aggressivo, a tratti puro sogno. La formazione romagnola invece condensa in una manciata di minuti tutta la sua forza: ritmi ossessivi, chitarre taglienti ma al tempo stesso infuocate e una voce cavernosa, il cui tono non sai mai dire se è di minaccia o di inconsolabile tristezza.
Tra l'altro, questa sera all'Atelier Sì di Bologna si terrà la prima Maple Death Night, dove insieme alle due band di questo split suoneranno anche Stromboli e Pueblo People, più il djset dei Movie Star Junkies. Ci si vede a banco!

(mp3) Havah - Meno Di Metà

Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di febbraio, con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

Non c'è niente di twee (5)

Marc Spitz - Twee

[continua] Non poteva mancare, ovviamente, un capitolo sulla Postcard Records, la gloriosa label scozzese che ci ha regalato Orange Juice, Josef K, Go-Betweens e Atzec Camera. Il racconto di Spitz è preciso e anche partecipe, e sottolinea bene come l'influenza della Postcard sull'indiepop serva a mettere in luce, una volta di più, la discendenza di questo genere dal post-punk. Mi piace anche che abbia un certo spazio la figura di Clare Grogan degli Altered Images, divisa tra musica e cinema. Quello che mi ha dato da pensare, in Twee, è che tutta la Postcard viene condensata in una manciata di pagine. Ovvio, il discorso qui va in un'altra direzione, ma dopo il bel saggio Simply Thrilled di Simon Goddard, dopo le analisi di Simon Reynolds in Post-Punk (che in originale, guarda caso, si intitola proprio Rip It Up And Start Again, come il ritornello del celebre singolo degli Orange Juice), e dopo i retroscena raccontati con abbondanza di particolari in How Soon Is Now? da Richard King, questo capitolo di Spitz finisce per sembrare un bignami abbastanza sbrigativo. Eppure, mi sono reso conto, può funzionare anche così. Capisci la posizione e la funzione che occupa questa "pedina" nella storia della musica, leggi lo sviluppo, passi oltre. Quanti, fra vent'anni, vorranno ancora conoscere i dettagli delle idiosincrasie di Alan Horne? Quanti faranno differenza tra una Peel Session di Falling And Laughing e la versione sette pollici? E se tutto quello che abbiamo meticolosamente distinto e catalogato (dopo averlo a lungo ascoltato e amato) poi servirà soltanto a essere riassunto in un bignami di poche pagine, che alla prossima ricognizione diventeranno qualche paragrafo al massimo, a cosa sarà servito? Ancora una volta: cosa e come si tramanda di questa musica? L'indiepop è un genere che ha sempre vissuto nel recupero continuo del passato, nella fedeltà ai modelli, nella puntigliosa selezione. Quello che fa un libro come Twee, e che non mi pare sia stato tentato in maniera così organica prima d'ora per la nostra musica, è una semplice opera di storicizzazione. C'è una tesi; Spitz la spalma lungo mezzo secolo; vediamo cosa entra e cosa resta fuori. D'accordo. Mi domando però se l'indiepop sia capace di reggere una semplificazione del genere. Più in generale, proprio per essere sempre stato così legato al proprio tempo e ai propri santi, può l'indiepop invecchiare senza scomparire?

(mp3) Orange Juice - Rip It Up

mercoledì 18 febbraio 2015

People are weird

No Monster Club

Arriva questa sera per la prima volta a Bologna, al Lestofante in Via San Petronio Vecchio 15/b, No Monster Club, ovvero Bobby Aherne, giovane cantautore irlandese, mago del pop al bassa fedeltà, in grado di stipare melodie contagiose dentro canzoni meravigliosamente scarne e, al tempo stesso, esuberanti.
Ha appena pubblicato su Mirror Tape Universe il suo nuovo album People Are Weird e l'ascolto è caldamente consigliato. Vi farà venire in mente tanto i Flaming Lips quanto Daniel Johnston o i Modern Lovers: insomma, non sai mai cosa aspettarti, ma è certo è che nella sua musica ci si diverte sempre parecchio.
Qui l'evento facebook: ci si vede a banco!


No Monster Club - Late Bloomers

Earthstrings - i Be Forest diventano classici

I Be Forest raccontano Earthstrings, il nuovo concerto con quartetto d'archi

"Tutto è partito dalla possibilità di fare un concerto in un piccolo teatro nella nostra città, e da lì ci è venuta l'idea che avremmo potuto coinvolgere strumenti che si addicessero di più a quella situazione": ecco come i Be Forest presentano sulle pagine di Rockit il loro ultimo progetto Earthstrings, un concerto in cui il trio pesarese sperimenta la propria musica dal vivo insieme alla formazione classica di un quartetto d'archi. Earthstrings è anche il nome dell'evento (e lo sarà nel vero senso della parola) di questa sera al Magnolia di Milano, che vedrà in apertura i Welcome Back Sailors.
Gli arrangiamenti, che riescono a portare - se possibile - il suono dei Be Forest verso atmosfere ancora più suggestive, sono stati curati da Daniela Savoldi, già violoncellista per Le Luci Della Centrale Elettrica e Le Man Avec Les Lunettes, fra gli altri.
Quando un anno fa era uscito Earthbeat, il secondo album dei Be Forest, scrivevamo: "la musica dei Be Forest sembra restare sospesa nell’aria, continua a fluttuare come un sogno". Questa sera a Milano sarà l'occasione per vedere tutto questo succedere davvero.



Be Forest - Ghost Dance

I can do no wrong

HAVAH

Havah – Meno di metà
American Wrestlers – I Can Do No Wrong
Of Montreal – Bassem Sabry
Breakfast In Fur – Portrait
Ö.F. – Attila
[cavolimia – Ieri sono andata a Villa Spada]
Frida & Ale – Crazy Love
Girlpool – Chinatown
Dick Diver – Tearing The Posters Down
The Decemberists – Philomena

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sabato 14 febbraio 2015

I wanna be your drunk text romance


Non avevo particolari programmi per questo San Valentino, ma quando ti invitano a una serata che si chiama "Hai un bagel al posto del cuore?" non puoi proprio dire di no. Se aggiungi che ci sono Any Other e Calcutta in concerto, che ci sarà un reading di Massimo Vitali e che aperitivi e varie prelibatezze gastronomiche saranno curate da Maolo "myawesomemixtape" Sin/Cos in persona, il programma batte all'istante qualunque cena romantica a cui pensavate di andare ad annoiarvi.
Di contorno metterò qualche disco pure io e, data l'occasione, il set si intitolerà "Drunk Text Romance", come una delle canzoni più romantiche che abbia ascoltato nelle ultime stagioni.
Il tutto avrà luogo tra le mura accoglienti di Zoo (Strada Maggiore 50/A) a partire dalle 19, qui trovate tutte le info. Ci si vede a banco!

(mp3) Cyberbully Mom Club - Drunk Text Romance




venerdì 13 febbraio 2015

Is love that feeling of joy without meaning?

Frida & Ale

Lui è Alessandro Paderno dei nostri amati Le Man Avec Les Lunettes, lei è Frida Vermina delle indimenticate Rough Bunnies. Più o meno ogni quattro o cinque anni, dipende dalle offerte dei voli Italia-Svezia, riescono a incontrarsi e a suonare assieme. Si fanno chiamare soltanto Frida & Ale e, dopo l'EP Present del 2010 stanno per pubblicare il loro primo vero album, I Don't Like To See Others Having Fun, in arrivo il prossimo aprile, quando sarà già primavera e questo freschissimo indiepop suonerà a meraviglia. La canzone che lo anticipa è questa dolcissima Crazy Love:

Is love that feeling of joy without meaning?
Of neverending evenings, of useless nights of dreaming?



All the single ladies, why don't you kill me?

Beckyoncé - Single Loser (Put a Beck on It)

Chi era a Urbino nel 2003 per il festival Frequenze Disturbate ancora ricorda il mashup che Beck suonò dal vivo mescolando la sua storica Sexx Laws con Crazy In Love di Beyoncé, ineludibile tormentone di quell'estate. Eravamo all'alba dell'epoca del bastard pop, ma anche il pubblico indie del festival non ci pensò due secondi a scatenarsi nelle danze. Sembra passato quasi un secolo. Nel frattempo Beck ha cambiato pelle una quantità di volte, e Beyoncé credo sia diventata più o meno Regina della Terra.
Qualche giorno fa, a un evento che molti considerano più importante del Frequenze Disturbate del 2003, i Grammy Awards di Los Angeles, Kanye West ha quasi interrotto la cerimonia di premiazione di Beck, spiegando che il cantautore californiano avrebbe dovuto consegnare il premio alla più meritevole Beyoncé. Whatever.
L'unica cosa interessante per me è che tutto l'incidente ha ispirato un anonimo artista che si fa chiamare Beckyoncé su Soundcloud a creare questo perfetto mashup tra due classici come Loser e Single Ladies. Ottimo senso dell'umorismo e ancora migliore tempismo. Come ha commentato Andrea "Nonsischerzapiù" Girolami, contro ogni previsione il bastard pop gode ancora di ottima salute!



Beckyoncé - Single Loser (Put a Beck on It)

I know no one to say my name

Joanna Gruesome - Last Year

I Joanna Gruesome tornano alla carica con un nuovo album intitolato Peanut Butter, in uscita congiunta Fortuna POP! / Slumberland / Turnstile, praticamente una Santa Alleanza indiepop. Il singolo che lo anticipa è Last Year, un ardente assalto che in meno di tre minuti mostra bene come la band di Sheffield sappia tenere assieme elettricità fragorosa e melodie a presa rapida. La prima parte della canzone, composta dalle urla rabbiose di Alanna McArdle, ci ricorda che l'ultima uscita dei Joanna Gruesome è stata uno split con i Perfect Pussy, ma poi tutto poi si distende e si scioglie: "Last Year is a song about experiencing tragedy and the occult in a water park", dichiara il comunicato stampa, qualunque cosa voglia dire.
A proposito di Peanut Butter, registrato da MJ della altrettanto rumorosa band Hookworms, il chitarrista e cantante Owen Williams spiega: “We tried to make it shorter, more economical and attempted to pack as many hooks and screams in as quickly possible in order to avoid short changing the consumer or wasting her/his/their time. Lyrically it’s more obtuse and surreal but also attempts to mock trad masculine rock themes whenever things do get more lucid. But sometimes musically we embrace them by doing embarrassing guitar solos. I'm not sure how much else I'm at liberty to say but one thing I will disclose is that the record is a response to threats posed by rival groups."

(mp3) Joanna Gruesome - Last Year

mercoledì 11 febbraio 2015

Belong to me again

Los Gatos Escobar

Due dj italiani, divisi tra New York e Città del Messico, si mettono assieme per un progetto di house dai toni molto caldi, disco e tropicali. Diego Angelico Escobar in veste solista si fa chiamare Concret, mentre Matteo Gatti (che qualcuno ricorderà in lontane stagioni di polaroid alla radio per i suoi eccezionali collegamenti dalla Grande Mela) è meglio noto come Plastic Health, e ha remixato gente come Cloud Nothings, His Clancyness e I Cani. Insieme formano i Los Gatos Escobar, e hanno da poco pubblicato un EP intitolato Rude Boy, che contiene tra gli altri remix di DJ Rocca e Capri. Fino a qui tutto bene, non sembrerebbe roba di cui qui sul blog si parla abitualmente. Stavo però per perdermi la perla proprio in fondo alla scaletta: dopo tutta la cassa dritta, arriva una delizia pop intitolata Belong To Me Again, che vede alla voce AK, già cantante della band messicana Momo. Belong To Me Again ha quel tocco sintetico e malinconico che ricorda certe lontane Au Revoir Simone, sembra cantare quella distanza un po' scandinava che spezza il cuore, e in generale trabocca di un'atmosfera così Anni Ottanta che ti fa sognare una cover di Valerie Dore. Vedi alle volte che anche certi dj alla fine possono essere twee.



Los Gatos Escobar feat. AK - Belong To Me Again

lunedì 9 febbraio 2015

Almost mine: intervista a Ferro Solo

Questa sera intorno alle sette, al Kinodromo di Via Pietralata 55, suonerà per la prima volta a Bologna Ferro Solo, ovvero il nuovo progetto solista di Ferruccio Quercetti dei CUT. Ho avuto già l’onore di avere Ferruccio ospite dal vivo in radio, e quindi quattro chiacchiere intorno a questa nuova avventura le potete trovare nel podcast. Però mi piaceva fissare anche qui, nero su bianco, alcune cose che mi sembrano importanti, anche al di là della musica, e così è nata questa intervista

Ferro  Solo

Come mai dopo una lunga carriera con i CUT, il cui marchio di fabbrica è un rock'n'roll energico, sanguigno e intensamente elettrico, hai sentito il desiderio di imbracciare la chitarra acustica? Sono due anime che hanno sempre convissuto dentro di te o è un gusto nuovo che stai maturando in questo periodo?
Queste canzoni sono nate in maniera del tutto privata, nella mia camera. L'unico strumento in buone condizioni che avevo a portata di mano era una chitarra acustica, peraltro non mia, ma di proprietà della mia ex coinquilina inglese. Ero e sono in una situazione personale così desolante che se avessi avuto un bazooka per emettere dei suoni lo avrei usato senza indugi. Per fortuna mia e dei miei vicini, a casa mia circolano per lo più strumenti musicali, dischi, libri, piatti da lavare e vestiti sporchi. E per fortuna dei miei bandmates dei CUT non potevo riversare tutto questo "privato disperato" nella musica della band. Anche se da sempre gran parte del mio vissuto finisce in quello che faccio con la band, nei testi dei CUT voglio e devo parlare anche di altro. Si tratta pur sempre un progetto collettivo, nel quale sono molto felice di essere vettore di una sensibilità comune di cui io sono solo una delle componenti. Con Ferro Solo invece ci stiamo addentrando in un territorio che non può essere esplorato da nessun altro, oltre a me stesso. È una cosa da fare in solitudine, appunto, o con il contributo di alcuni collaboratori.

Anche senza l'elettricità di un’intera band, le canzoni di Ferro Solo vibrano di un'urgenza punk percepibile: quando hai cambiato "campo di gioco" hai cambiato anche riferimenti musicali? Ci sono voci e scritture che Ferro Solo ha più a cuore di altre?
Io ascolto musica in maniera ossessiva e compulsiva da circa 30 anni e quindi lo spettro dei miei ascolti abbraccia ormai ambiti molto diversi. Ho sempre amato songwriters come Jonathan Richman, Billy Bragg o Gordon Gano dei Violent Femmes, tutta gente che dimostra come si possa essere punk anche suonando prevalentemente in acustico o con l’accompagnamento di una sola chitarra elettrica. Inoltre la passione per certa canzone americana tra folk, rock, outlaw country e pop e è sempre stata presente nella mia "ispirazione", se proprio vogliamo usare questo termine un po' altisonante: parlo di Lee Hazlewood, Fred Neil, Tim Hardin, Chris Kristofferson, Hank Williams, Johnny Cash, Waylon Jennings, Scott Walker e naturalmente Bob Dylan. Altri nomi tutelari sono Lou Reed e i Velvet Underground (a proposito di punk rock primigenio), Nick Cave, Nico, John Cale, Leonard Cohen, il Bowie di albums come Hunky Dory, Marc Bolan (sempre e comunque) e Nick Drake. Durante la mia adolescenza ho ascoltato fino alla morte i dischi di Robyn Hitchcock, Julian Cope, Paul Roland e, ovviamente, Syd Barrett: psichedelia o neo-psichedelia inglese dalle atmosfere molto intime, anche quando erano colorate di surrealismo e visionarietà. Tra i riferimenti più recenti ci sono gli Smog/Bill Callahan, Bonnie Prince Billy/Will Oldham o anche band come gli Auteurs di Luke Haines, i Vaselines di Eugene Kelly o i Felt di Lawrence. Gruppi come Go-Betweens e Triffids e il rock pop australiano degli anni '80 sono un altra delle mie passioni: la scrittura di gente come Robert Forster e Grant McLennan mi ha sempre affascinato e rapito. L'approccio accorato e l'abbandono emotivo di Husker Du e Replacements. I Byrds con i loro autori incredibili: Gene Clark, Gram Parsons, David Crosby. Poi c'è certo songrwriting rock and roll di personaggi come Johnny Thunders, Nikki Sudden, Rocky Erikson, di bands come Green on Red, Dream Syndicate, Mazzy Star, Jesus And Mary Chain e degli Stones di dischi come Between The Buttons o il famoso secondo lato di Exile on Main Street: un approccio picaresco e crudamente romantico a questo sound che ha sempre avuto un posto speciale nel mio "rock and roll heart". C'è il blues. Potrei andare avanti molto a lungo, credimi. Come vedi le suggestioni sono molteplici e per niente avulse da una certa tradizione rock and roll stradaiola: devo dire però che questa è solo una descrizione di alcuni miei ascolti. I brani di Ferro Solo sono nati così spontaneamente e visceralmente che non ho avuto modo di pensare ad altro se non a quello che dovevo dire o scrivere, con i mezzi che avevo a disposizione. Se ci sono delle influenze sono del tutto inconsapevoli e mi vengono suggerite da amici. Non si pensa a queste cose quando si scrive, si compone e basta: ovviamente il vissuto e gli ascolti più significativi non possono non farsi sentire, anche se inconsciamente.

Una delle canzoni più belle tra quelle che finora hai caricato sul tuo soundcloud, Almost Mine, ha questa presentazione: "In order to make sense of things happening in their lives some people would talk to a shrink. For your bad luck I'd rather talk to my guitar and share the dubious results with you”. Cioè canzoni acustiche come "rimedio" più immediato per qualcosa che senti il bisogno di esprimere in prima persona, più a nudo, soltanto chitarra e voce?
Victo Hugo diceva, più o meno, che la musica è quella cosa che serve a parlare di quello che non si può dire, ma che non può in alcun modo essere taciuto. Ecco, io mi sono trovato in una situazione che è perfettamente riassunta in questa definizione. Per una serie di motivi dovevo tenere chiuso dentro di me un dolore che è ancora lontano dall'essere solo un ricordo: per l'ennesima volta la musica mi è venuta in aiuto per affrontare un momento estremamente difficile. Dovevo assolutamente trovare il modo di raccontare questa storia, per non causare ulteriori danni a cose e persone e per non impazzire, possibilmente. Se non avessi scritto queste canzoni avrei fatto delle cose ancora più stupide di quelle che ho messo in atto nella realtà. Se non fosse per la musica sarei una persona molto peggiore di quella che sono: sarei molto più simile a quel tizio che ogni tanto fa capolino nei miei pezzi. E ti posso garantire che in ogni caso non sono proprio una bella persona e che di cazzate ne ho fatte tante comunque. Immagina cosa sarei stato in grado di combinare se non avessi avuto questa valvola di sfogo tutto sommato inoffensiva, se non per le orecchie di una manciata di malcapitati ascoltatori? Pensateci la prossima volta che vi viene voglia di invocare qualsiasi forma di censura.






Relevant post personal brand memes for authentic Alt teenagers at the end of the hipster internet (via Carles)

Carles - Hipster Runoff

“I think my failure in certain personal relationships and friendships do illustrate the creation of a self that is not functional in the real world, which is the result of being validated for seeing the world [via the HRO lens], so I'm not sure if I need to go to therapy to 'undo' it or if it is 'me.'” Carles told me.
”I am not sure if I fully grasp the impact of the blog world on me just yet, but I do think it might have more to do with the idea of investing yourself in a topic/person/idea in order to write something about it, then it is just churned out and forgotten very quickly," he added. "Most of the feedback that can be tracked is negative, and you are told what you feel/wrote is irresponsible, mean, and 'was already felt/explained' by other people.”

"The Last Relevant Blogger", scritto da Brian Merchant su Motherboard, è il Losing My Edge degli articoli sui blog musicali. Forse anche di tutto un modo di parlare di musica su internet chiuso e finito ormai da qualche anno. Un bignami per una generazione di mezzo, quella giovane, capitata tra gli early adopter e le successive "viral content farm", in cui il buzz è la nuova catena di montaggio. Merchant tira le somme dell'avventura del blog Hipster Runoff e del suo personaggio principale, Carles, facendo parlare senza filtri (possibile?) il suo presunto creatore, il ventinovenne texano Carlos Perez, che mostra anche la sua triste faccia (ehi, ma è un sosia di Stefano dei Clever Square!). Che questa sia soltanto l'ennesima presa in giro in stile HRO, oppure un ultimo e sincero commiato da parte di qualcuno che, tutto sommato, ha scritto una piccola e divertente pagina nella storia recente del web, bruciandosi fino in fondo sull'altare del clickbait, non lo sapremo mai con certezza. Ma questo ha sempre fatto parte del "fascino" di Carles: quell'equilibrio complicato in cui non sapevi mai dove finivano la satira e la parodia, e dove invece cominciavi a identificarti per davvero. Non ho idea di quali reazioni possa suscitare oggi questo lungo pezzo a chi è arrivato dopo e non ha vissuto quella stagione. Probabilmente sembrerà tutto molto contorto e ingenuo al tempo stesso, come del resto siamo spesso noi, music nerd a tempo perso. Trovo ironico che i commenti su Motherboard sfocino in una polemica su Lana Del Rey. LOL è l'unica cosa che ho da dire a riguardo.
Ho citato Losing My Edge perché "the kids are coming up from behind" è un verso che mi torna in mente molto spesso, un'idea con cui non è sempre facile fare i conti. Carlos/Carles sembra (o racconta di) esserci ancora sotto. Dopo la vendita del sito, ha aperto un nuovo Carles.buzz da cui si può scaricare un deprimente ebook, Nothing Matters. L'ho letto e non fa ridere. Carles si sente superato dai tempi e al tempo stesso comprende bene le contraddizioni implicite in questa sensazione. E mi fa tenerezza sentirlo dire «I still find my musical sensibilities going back towards the aural, pure vibes of chillwave. I will probably be like 'the old guy who thinks the Beatles r awesome' except with chillwave». Ovviamente anche la "tenerezza" può essere una battuta di HRO. Ma alla fine qui si dovrebbe parlare ancora di musica, solo di musica. Quello che credo di avere imparato da tutta questa buffa vicenda è stato che tutti i discorsi sul personal brand, sulla lotta per restare relevant, sulla consapevolezza di essere ALT e/o hipster e/o authentic, sui meme come veicolo di cultura, sono soltanto una scala che può essere divertente salire, ma che è molto, molto più divertente gettare una volta che ci si è saliti (via L.Wittgenstein Bro). Alla fine ti dovrebbe restare dentro soltanto la voglia di ascoltare e goderti la musica, nuova o meno, hype o meno. Perché se è vero che "the kids are coming up from behind / with better ideas and more talent", il verso più bello resta quello successivo: "and they're actually really, really nice". Ciao Carles, grazie di tutto, bro.



Lana Del Rey - Brooklyn Baby (YUKSEK remix)

venerdì 6 febbraio 2015

And it all keeps coming back to you

TWERPS - RANGE ANXIETY

Una delle canzoni del nuovo disco dei Twerps si intitola Simple Feelings: descrive in maniera elementare alti e bassi di una storia: trovarsi e perdersi, desiderare e detestare, pensare che sia finita e tornare da capo, per poi concludere che l'unica cosa a rimanere è questo nostro amore che "goes round, round and round". Le chitarre scintillano rapide, quasi sbrigative, saltando sopra una melodia di poche note. Tutto resta sospeso ma in movimento, perché l'unica cosa che conta è continuare a girare intorno e intorno ancora. Questo amore va così, scorre. E anche questa musica ci segue. Sono "sentimenti semplici", che però non si possono semplicemente mettere via.
Del resto i Twerps non danno l'impressione di essere una band che cede troppo al sentimentalismo, eppure dentro il loro nuovo e magnifico lavoro Range Anxiety, uscito su Merge come l'ultimo EP Underlay, un buon numero di canzoni parla proprio di amori lontani (Shoulders), distanze che aspettano da troppo tempo di essere colmate (Adrenaline) o separazioni che si stanno scavando inesorabili (Stranger). Tutto è sempre raccolto in poche parole, in poche immagini nette: "I can imagine the shape of your mouth / When you let your words out". Dove l'accento, ovvio, è su "imagine". E l'assenza sembra svanire un poco quando faccio di tutto per renderla più presente.
La band australiana costruisce con grazia un adeguato sfondo sonoro a questo nodo di malinconie e passioni: tra un jangle pop dalla dichiarata ascendenza Flying Nun (a volte travolgente, come nella estiva Back To You), certe languide cantilene Beat Happening, qualche tastiera giocattolo e - mi piace aggiungere - anche un sorriso vagamente sperduto alla Television Personalities. Un po' perché i TvP vengono troppo trascurati quando si parla di indiepop, un po' perché quello stesso atteggiamento pieno di candore verso le melodie lo ritrovo nella musica dei Twerps di oggi. Dentro Range Anxiety prevale una leggerezza pigra e noncurante, come se i Twerps non stessero facendo alcuno sforzo, come se dietro quelle chitarre che non sembrano mai precisamente accordate ci stessero dicendo che, nonstante sappiano alla perfezione che "somebody out there is doing better than me", alla fine resteranno sempre sé stessi. Quello che conta per davvero lo hanno bene in mente, e lo cantano in uno dei migliori ritornelli del disco: "it all keeps coming back to you".

(mp3) Twerps - Back To You

mercoledì 4 febbraio 2015

When a website dies


When a website dies, it’s usually the editorial that goes first: writers, both freelance and staff, then editors. Marketing and ad sales go next. Unlike print, where archive editions get filed away or become recycling, a website can be scrubbed out of existence because a company pulls it down or simply stops paying for hosting or domain rights. Modern Farmer went from National Magazine Award to pasture in a year. (Despite some assurances it will still be around, check back in six months.) Hipster Runoff owner Carles, rather than pull his dormant site down, just sold it to an Australian investor for over twenty thousand dollars. Remember The Daily? The internet doesn’t.

Most of the media outlets I’ve written for have folded and then were flat-out deleted. In 2009, I had started blogging for AOL Music’s Spinner and The BoomBox, averaging three posts per day about indie rock and hip-hop. By 2010, I was writing approximately two print features and twenty blogposts per month on local music acts for New York Press. After that, in 2011, I joined the boutique MP3 blog RCRD LBL as the site’s lead editor/writer, publishing five posts per day. None of these outlets exist in 2014 beyond stray citations, rotten links and Facebook apparitions.

"All My Blogs Are Dead" by Carter Maness, The Awl.

Qualcuno potrebbe dire che di molte cose pubblicate in rete non vale la pena tenere memoria. Può darsi sia così. Quando ho cominciato a scrivere sul web non ci si poneva in maniera sistematica il problema di conservare tutto, e forse per qualche buon motivo. A casa dei miei genitori, "per sicurezza", ci sono ancora i floppy disk con i primi pezzi che spedivo. Poi sono arrivati i blog, e quando è cominciato il nostro scroll infinito abbiamo definitivamente dato per scontato che ogni cosa sarebbe rimasta per sempre dove l'avevamo messa. La colonna dei link qui a destra purtroppo è la prova che si trattava di un'illusione.
Ma credo esista anche un problema di ordine superiore e meno narcisista. Nei piccoli giri amatoriali delle webzine, dei siti che godevano di qualche sovvenzione comunale dal rinnovo incerto, dei blog sponsorizzati che duravano un anno o sei mesi, la scrittura era una pura questione di "contenuti", un Lorem Ipsum che andava a farcire altri progetti, che doveva "far girare la macchina". Eppure, tutto questo ha rappresentato anche una palestra fondamentale (o, se preferite, un modo per tenere occupati centinaia di pretenziosi scrittori). Si andava per tentativi e a volte ne imbroccavamo anche qualcuna. Se di tutto questo non rimane memoria, non esisterà nemmeno il confronto con il passato da parte di chi inizia oggi ad affrontare questi discorsi. Esperimenti che ritengo ancora oggi illuminati e che ho avuto la fortuna di vedere da vicino, come Vitaminic o Indiepop.it, hanno lasciato qualche eredità alla critica musicale (spariamola grossa) dopo che i server sono stati spenti? Probabile che pochi ne sentano la mancanza oggi, ma in generale: come si sviluppa una conversazione intorno alla musica se non si sa bene come tramandarla?

A laughable self defense

Ö.F. – Aroma Morango

Oliviero Farneti ha incrociato la strada di questo blog un sacco di volte negli anni, e chissà quante volte l'avrò suonato in radio. Basta scorrere l'elenco delle band in cui ha militato o con cui ha collaborato: Fake P, Spagetti Bolonnaise, Pilar Ternera, Lava Lava Love, MiceCars... In pratica una bella fetta dell'indiepop italiano dell'ultimo decennio. Il suo ultimo progetto è denominato soltanto Ö.F. e sotto questa sigla ha da poco pubblicato Aroma Morango, album in free download sul bandcamp della netlabel Black Lodge. Non è la prima volta che Oliviero si cimenta in una prova solista, in passato lo avevamo già visto in azione come El Señor Ciuf Ciuf, ma questo Aroma Morango pur partendo da una comune radice psichedelica va nella direzione di un pop più immediato e diretto. Il riferimento principale restano i Flaming Lips, con synth analogici, Moog e piani elettrici a profusione. Ma certi passaggi come la "non strumentale" Electric Broom Wizard o la primaverile Counterclockwise mi fanno tornare in mente un certo stile scanzonato Elefant Records, o per rimanere a casa nostra, l'idea di musica dei Walderrama 5. In queste otto tracce c'è veramente di tutto, ritmi sintetici e ukulele, parentesi surf e mandolini in lotta contro le Farfisa: se volete, trovate un divertentissimo "track by track" su DLSO. Da segnalare anche il bel lavoro su grafica e video curato da Giuditta Matteucci.

(mp3) Ö.F. - Attila

sabato 31 gennaio 2015

Lover overseas


«Ho trovato una fotografia davvero magnifica di mia madre nel 1986. Stava in piedi contro un muro, accanto a un ritratto incorniciato di un bambino. Era come una specie di profezia perché all’epoca lei aveva soltanto quindici anni, ma sarebbe rimasta incinta appena due anni dopo». Quell’immagine è diventata l’ispirazione e la copertina di Young Mom, il nuovo album di Zoë Kiefl, giovane cantautrice originaria di Montréal, Canada, e residente a New York. Un disco che racchiude nove tracce di pop elettronico, capace di passare da paesaggi sonori astratti (Winter 86) a dolcissime ballate piene di nostalgia (Lover Overseas). Una raccolta che mostra l’eclettico background musicale di Zoë, la cui ispirazione deve molto al cinema e alle colonne sonore, ma anche alla psichedelia e al più caldo R’n’B. La sintesi più limpida di questo lavoro è nella cover della classica Walk On By di Dionne Warwick, filtrata attraverso suoni analogici e una nebbia di riverberi che avvolge la voce. «Sono cresciuta ascoltando questa canzone. La mia interpretazione è più malinconica. Là dove la voce di Dionne è forte, la mia si fa più esasperata e disperata. Volevo che la canzone fosse ballabile, nonostante la profonda tristezza che racconta, e così l’ho portata verso atmosfere italo-disco». Young Mom è disponibile da ora in download su We Were Never Being Boring, con la cover di Walk On By come bonus-track. Per immergersi nel lavoro di Zoë basta prendersi qualche minuto per guardare il video qui sotto, oppure leggersi la bella intervista su Impose Magazine.

(mp3) Zoë Kiefl - Lover Overseas

venerdì 30 gennaio 2015

Quella volta che sono finito in una mostra

Facce da bloggers

Amici di Roma, se questa sera verso le 6 siete dalle parti di Via Margutta, ci possiamo vedere a banco alla Galleria Vittoria. Inaugura infatti la nuova mostra della fotografa Elena D'Atrino dal titolo "Facce da blogger", una galleria di ritratti di gente che, come il sottoscritto, nonostante tutto, continua a tenere un blog nel 2015. Lo so, penserete che è il solito evento autoreferenziale da sopravvissuti, ma in realtà sarà pieno di personaggi simpaticissimi, le fotografie sono molto belle (tra l'altro il 10% dei ricavati delle vendite andranno alla fondazione Europa Donna Italia) e la musica che metterò sarà ovviamente incantevole. Tutti al vernissage!